IL MEDITERRANEO FA SCOPRIRE ADESSO
IL RUOLO STRATEGICO DEL MEZZOGIORNO

di ERCOLE INCALZA – Prima considerazione tipicamente geografica: il nostro Paese può essere considerato un sistema insulare in quanto a Nord incontra un vincolo sostanziale, rappresentato dall’arco alpino, nei rapporti con gli altri Paesi dell’Europa ed a Sud incontra il vasto bacino del Mediterraneo.

Fatta questa premessa ritengo opportuno far presente che mi ha sempre affascinato una immagine che paragona il sistema delle reti e dei nodi del sistema logistico del Paese alle componenti di base che danno la vita al corpo umano:

– gli assi stradali e ferroviari rappresentano il sistema arterioso e venoso

– i porti, gli interporti, gli aeroporti, i nodi urbani ed i valichi sono i polmoni che rendono possibile la vita continua e sistematica ai flussi di merci e di persone

In fondo il Mediterraneo è un ambito a cui si rivolgono, con grande interesse, tutti i Paesi europei ed è, al tempo stesso, un ambito obbligato per tutti coloro che intendono entrare nel vasto sistema europeo.

Con il suo solo 1% nell’intero spazio marittimo del Pianeta, il Mediterraneo è attraversato da oltre il 22% della movimentazione mondiale. È un dato che non solo fa capire il ruolo strategico e la rilevanza logistica del Mediterraneo ma, al tempo stesso, denuncia quanto diventi rilevante e direi rivoluzionaria la serie di valichi che, proprio in questo momento storico, si tanno realizzando lungo il nostro arco alpino. In realtà non solo stiamo amplificando la osmosi tra il nostro Paese e l’Europa ma anche tra l’intero bacino del Mediterraneo e l’intero sistema terrestre europeo.

Questo interessante impianto logistico, questa rara ricchezza che rappresenta, senza dubbio, una rilevante rendita di posizione per il nostro Paese, questa misurabile sommatoria di convenienze che trasforma questo bacino geografico in bacino geoeconomico, purtroppo non è stato adeguatamente capito ed apprezzato all’interno del nostro Paese. Infatti a livello logistico, a livello di ottimizzazione della intera supply chain che caratterizza le varie filiere logistiche e merceologiche, i nodi portuali del Centro Nord (Civitavecchia, Livorno, La Spezia, Genova, Ancona, Ravenna, Venezia e Trieste) garantiscono davvero una ricaduta economica sull’intero retroterra e assicurano ai nodi interportuali di Guasticce, Bologna, Verona, Padova, Orbassano, una adeguata canalizzazione delle merci; diventano, cioè, i porti e gli interporti, veri polmoni che amplificano i vantaggi prodotti dai transiti e con la realizzazione dei nuovi valichi, come il tunnel Torino – Lione, la ristrutturazione del Sempione, il San Gottardo e il Brennero, diventano sedi di ulteriore interesse non solo per il nostro Paese, non solo per le provenienze dal centro europeo ma degli ingressi dall’intero bacino del Mediterraneo.

Ed allora sarebbe miope ed irresponsabile non affrontare, da subito, le motivazioni che non hanno consentito, da sempre, a questa vasta realtà territoriale di beneficiare della particolare ubicazione strategica, le motivazioni che hanno solo ammesso le potenzialità di questo vasto sistema senza però mai trasformare queste misurabili ed oggettive potenzialità in reali HUB della logistica. Molti diranno che questa presa d’atto dimentica che nel Mezzogiorno esiste il più grande impianto logistico del Paese con i suoi 3 milioni di TEU (container lungo 20 piedi) e cioè Gioia Tauro, a questa contestazione rispondo subito precisando che però tre grandi potenziali impianti portuali transhipment come quelli di Cagliari, Augusta e Taranto movimentano un numero limitatissimo di TEU ed ancora nel Mezzogiorno esiste solo uno interporto quello di Nola – Marcianise.

In realtà il Mezzogiorno non solo non possiede quelli che prima ho definito i “polmoni” della economia, i “polmoni” del successo logistico ma, addirittura, non riesce, in nessun modo, ad utilizzare i vantaggi prodotti dalla movimentazione delle merci in transito, cioè i vantaggi prodotti da un transito sistematico di oltre 160 milioni di tonnellate di merci all’anno, cioè ad un volano di risorse prodotto dalle attività logistiche pari ad oltre 3,4 miliardi di euro che al Sud lascia come valore aggiunto un valore non superiore al 5%, cioè praticamente nulla.

Cosa non ha funzionato, non certo la capacità imprenditoriale della gente del Sud quanto l’azione di chi ha, negli anni, interpretato l’intera area del Mezzogiorno come ambito da gestire senza assicurare un adeguato ritorno. Questo comportamento per poter essere non solo modificato, non solo contestato deve essere, a mio avviso, contrastato costruendo nel Mediterraneo le condizioni per cui il vasto territorio del Sud diventi area geoeconomica catalizzatrice di interessi di realtà economiche in grande espansione, di HUB logistici sempre più rilevanti come il porto di Bar in Montenegro, come Durazzo in Albania, come il Pireo in Grecia, come Damietta in Egitto, come il porto di Haifa in Israele.

Poco tempo fa proprio partendo da una simile ipotesi, disegnando una simile aggregazione di interessi, avevo, addirittura, ipotizzato una unica Società per Azione dei porti del Mediterraneo; una Società che poteva trovare nel Mezzogiorno il catalizzatore portante di una iniziativa che potesse ottimizzare al massimo gli interessi di chi invece oggi ritiene il Mezzogiorno, come dicevo prima, solo pura area di attraversamento.

Basterebbe davvero poco, costruendo queste alleanze, evitare che, annualmente, il Mezzogiorno perda un introito certo di oltre due punti di PIL ed è al tempo stesso inconcepibile che, dal dopo guerra ad oggi, sia mancata non una programmazione a realizzare reti ferroviarie e stradali capaci di ottimizzare le interazioni tra i vari nodi logistici (portuali ed interportuali) quanto la concreta attuazione di quanto programmato (in proposito solo quattro dati: l’autostrada Palermo – Messina progettata e realizzata in 37 anni, l’autostrada Salerno – Reggio Calabria progettata e realizzata in 28 anni, l’asse Palermo – Agrigento – Caltanissetta progettata in 8 anni e ancora in corso di realizzazione, l’asse stradale 106 Jonica progettata in 11 anni e ancora in corso di realizzazione).

Penso che il Festival EuroMediterraneo dell’Economia a Napoli rappresenti la prima occasione per ricordare al nuovo Governo, a questo nuovo Parlamento quanto sia stato finora irresponsabile l’approccio sia dell’organo centrale che locale nella gestione del Mezzogiorno e nella ottimizzazione delle condizioni strategiche offerte dal bacino del Mediterraneo e, al tempo stesso, per denunciare alla Unione Europea quanto sia stato e quanto, in futuro, sia conveniente investire nel Mezzogiorno e nell’intero “HUB logistico Italia” soprattutto per i Paesi dell’intera realtà comunitaria e quanto le reti TEN – T, con i valichi realizzati anche con rilevanti risorse del nostro bilancio, siano in grado di offrire condizioni di crescita e di sviluppo per l’intero impianto comunitario.  (ei)

SUD, DALLA CHIESA UN GRIDO DI ALLARME:
AUTONOMIA È CONTRO GIUSTIZIA SOCIALE

di MIMMO NUNNARI – Quel che magari era logico attendersi con chiarezza, i toni giusti e senza strabismi, dalla politica, dal sindacato e dagli enti locali meridionali, in tema di Autonomia differenziata, arriva invece dalla Chiesa. Con un no, chiaro e forte dei vescovi al progetto voluto dalla Lega e portato avanti – con martellante determinazione – dal ministro per gli Affari Regionali Roberto Calderoli, un politico di lungo corso noto come fabbricatore di milioni di emendamenti che in passato hanno tenuto in ostaggio Parlamento e democrazia. Altresì famoso per le magliette anti Islam indossate da Bruno Vespa a Porta a porta e per l’insulto indecoroso contro il ministro Cecile Kyenge del Governo Letta, paragonata ad un “orango”.

Senza dimenticare le insofferenze contro Napoli, e oggi dimenticate: “Napoli? Una fogna che va bonificata. Infestata da topi, da eliminare, con qualsiasi strumento…”.  Con questa predisposizione d’animo il dentista prestato alla politica ha scritto la riforma con cui si tenta di scavare un solco ancora più profondo tra Nord e Sud del Paese. Sul filo di lana del traguardo – anche se l’iter legislativo appare disseminato di ostacoli, che in qualche caso provengono dalla stessa maggioranza governativa –  s’intravede però un’ancora di salvataggio, con il progetto di legge d’iniziativa popolare – primo firmatario il costituzionalista Massimo Villone – che mira ad arginare gli effetti della riforma già approvata dal governo Meloni e approdata all’esame del Parlamento.

In appoggio all’iniziativa, sostenuta in tutto il Paese, giorni fa c’è stata una manifestazione anche in Calabria, a Lamezia Terme: “È l’ultimo tentativo – ha scritto Agazio Loiero ex presidente della Giunta regionale calabrese e già ministro per i rapporti col Parlamento –  per garantire l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti nell’Intero Paese”. Ma l’affondo più forte, contro il progetto Calderoli, nella fase più delicata, e con le opposizioni che hanno posizioni ambigue, arriva con l’avvertimento – lanciato da tempo e adesso riaffermato – della Chiesa italiana: “Se si fa [la riforma] il Sud finirà dissanguato”.

La sintesi, così netta e inequivoca, è dell’arcivescovo di Benevento monsignor Felice Accrocca, titolare della diocesi campana che mesi fa ospitò un meeting dei presuli italiani sulla questione delle aree interne, presente il presidente Cei Matteo Maria Zuppi, il quale nelle settimane scorse è tornato sull’argomento: “Ho sentito la preoccupazione di molti vescovi del Meridione di fronte al progetto delle autonomie, tema molto più serio e profondo di una zuffa politica. Dobbiamo guardare al futuro davvero, e quindi anche alle differenti posizioni, sperando di avere a cuore la stessa cosa; cioè, che le diversità siano una ricchezza e non una divisione, perché solo pensandoci insieme, e nella solidarietà, troviamo le soluzioni per tutti quanti”.  E ancora, alla vigilia della Pasqua, il vicepresidente Cei e vescovo di Cassano monsignor Francesco Savino, è stato ancora più esplicito, rivolgendosi alle donne e agli uomini della Calabria: “Vi chiedo di schierarvi aspramente, contro quelle scelte che intendono tradire la giustizia sociale e l’equità. Mi riferisco alla tanto dibattuta “secessione dei ricchi”, o autonomia differenziata, che di fatto recinta i sogni, le aspettative e le contaminazioni sociali, culturali, economiche ed umane per cui qualcuno, prima di noi, ha dato la vita, ha lasciato terra ed affetti, ha sacrificato l’appartenenza, per il riscatto. Stiamo mettendo a rischio la nostra economia, il nostro lavoro, l’istruzione, la tutela della nostra salute. Stiamo mettendo a rischio la sacralità della Costituzione e determinando una più ampia forbice di disuguaglianza: la stessa sacralità del Vangelo”.

Perentorio anche monsignor Fortunato Morrone, arcivescovo metropolita di Reggio e presidente della Cec: “Non possiamo pensare a un’Italia a due, tre o quattro velocità. Come è stato detto in passato dai vescovi italiani, con riferimento all’unità nazionale, ed all’urgenza di solidarietà, o ci salviamo insieme, o non si salva nessuno”.

Posizione chiare, nette, della Chiesa cattolica italiana, già espresse peraltro nella dichiarazione finale dell’incontro di Benevento: “Qualora entrasse in vigore l’Autonomia differenziata, ciò non farebbe altro che accrescere le diseguaglianze nel Paese”. Vedremo come andrà a finire, ma non c’è dubbio che, nel flusso stanco di messaggi incolori che ci giungono dalla politica di destra e sinistra e degli slogan lanciati da alcuni amministratori del Nord come il sindaco di Milano Beppe Sala (“Date i soldi a chi li sa investire”) la giusta direzione è rimasta solo quella indicata dalla Chiesa, che rifiuta convinzione e chiarezza un progetto di riforma che mira a costruire un Paese diverso e con più differenze di quante ce ne siano già adesso. (mn)

PONTE SULLO STRETTO: VERITÀ, FANDONIE
E GRANDI BUGIE SULLA SUA REALIZZABILITÀ

di PIETRO MASSIMO BUSETTAIl confronto sulla realizzabilità dell’opera, Messina Bridge, continua ad essere un argomento sul quale ci si scontra quotidianamente. Ma mentre si capisce che sulla opportunità dell’opera ci possa essere un confronto di idee, che ancora si discuta sulla realizzabilità tecnica ci fa capire come non ci sia più nulla di certo.

Infatti il progetto del ponte sullo stretto di Messina era già stato cantierato, per cui pensare che si sia passati ad una fase così operativa senza che ci fosse un progetto realizzabile o sul quale potessero esserci ancora dei dubbi mettono il non esperto in una condizione di non avere più certezze. 

Se non bastano validazioni di esperti internazionali, che hanno fatto questo lavoro da sempre, aziende che costruiscono in tutto il mondo ponti, a dare certezze all’uomo della strada sulla realizzabilità tecnica di un’opera, anche se di grande innovazione e con una campata unica mai tentata prima, allora navighiamo sulle sabbie mobili. Ma aldilà di questo aspetto la domanda che si pone l’uomo della strada é se ci sia un momento in cui si può ritenere un’opera, da un punto di vista progettuale, già definita e non più in discussione. 

Se oggi si sta lavorando per arrivare alla posa della prima pietra, tra poco più di un anno, nel giugno del 2024, il pubblico ampio deve avere certezza che il progetto è realizzabile aldilà del fatto che lo stretto sia una zona sismica, aldilà dei venti che lo tempestano, e sarebbe opera meritoria da parte sia del Ministero delle Infrastrutture che del gruppo dei progettisti di non consentire più fake news, così come bene ha fatto il professore ingegnere Claudio Borrì, e denunciare chiunque metta in discussione la validità scientifica di un progetto definito. 

Non bisogna dimenticare peraltro che chiunque faccia quest’operazione accusa di cialtroneria i professori che hanno lavorato al progetto. Tale riflessione viene spontanea in considerazione che ieri alla Camera, con 101 voti a favore e 179 contrari l’aula della Camera ha bocciato le pregiudiziali dell’opposizione al decreto legge che contiene le disposizioni per la realizzazione del collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria. 

Si discuteva del progetto considerato, con una serie di interventi che potrebbero mettere in dubbio la realizzabilità tecnica dell’opera. Ma un’altra considerazione viene spontanea: che ci sia un momento per discutere in un Paese che un’opera vada realizzata oppure no è logico.

Ma che la discussione continui all’infinito come si sta verificando per la Tav e adesso per lo stretto è un approccio che evidentemente non può essere accettato. Ci dovrà essere un momento in cui non è più consentito ritornare sulle decisioni già prese? O tutto può essere messo in discussione fino alla fine dei lavori, magari consentendo che si costruiscano i due piloni e non si passi poi all’impalcato che li colleghi? L’esperienza di Mario Monti é di quelle che mettono in discussione la credibilità di un Paese.

Consentire che un’opera già appaltata, con un inizio dei lavori già effettuati, vinta con una gara internazionale da alcune  società con curriculum di tutto rispetto, possa essere cancellata con un tratto di penna, senza che nessuno risponda degli eventuali danni, non solo ma anche economici, conseguenti all’annullamento di un contratto legittimamente concluso è per un Paese dotato di un sistema di leggi occidentali e moderno inconcepibile.  

Il risveglio dei “no ponte”, pronti a mobilitarsi e lo spazio concesso ad essi dai Media ci fa capire come ogni opera pubblica in Italia, in particolare una così imponente, debba superare problematiche incredibili.

Peraltro spesso i movimenti ambientalisti sono finanziati da società statali per contestare quello che il Governo vuole portare avanti, in una contraddizione in termini evidente. Probabilmente ci dovrebbe essere un momento nel quale la discussione dovrebbe essere chiusa lá dove le maggioranze al Governo decidono di andare avanti su progetti infrastrutturali.

Mentre é  concepibile che sulle leggi che riguardano i diritti civili e sociali si possa discutere indefinitamente, perché concernono i principi fondamentali sui quali si fonda una società, laddove si tratti di opere pubbliche, anche se non condivise da alcune parti, una volta decise devono avere la possibilità di essere portate a conclusione qualunque sia la maggioranza di Governo succeda. 

Anche questo aspetto va considerato in maniera attenta perché il Paese possa passare dalla fase della contestazione continua a quella di una buona capacità decisionale per arrivare alla conclusione delle opere immaginate. Il rischio contrario è quello di tessere una tela di Penelope che non consenta mai un prodotto finito.   Alcune norme limitative dovrebbero indirizzare anche l’azione degli organi giudiziari amministrativi per evitare che accadano situazioni estremamente costose e incomprensibili al cittadino comune.

Un esempio per tutti la sopraelevata che doveva attraversare Palermo per collegare l’area ovest a quella est, non interferendo con il traffico cittadino, che fu appaltata con tutti i piloni già realizzati e che poi un Tar della Sardegna bloccò lasciando l’aeroporto di Punta Raisi distante dalla parte occidentale della sua area di pertinenza e l’attraversamento di Palermo assolutamente impossibile, e tante risorse buttate al vento.

Oggi che siamo di fronte ad un’opera così importante, alcune condizioni di partenza vanno probabilmente chiarite per evitare che si ripetino incidenti di percorso che possano  mettere in discussioni la completa realizzabilità. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

IL MEDITERRANEO TEATRO DELL’ECONOMIA
MONDIALE: COLTIVARE LA VISIONE STORICA

di ERCOLE INCALZA – Il Mediterraneo è uno dei più grandi teatri della economia mondiale. Nel 1983, proprio agli inizi della stesura del Piano Generale dei Trasporti l’allora Ministro dei Trasporti Claudio Signorile ritenne opportuno che si affrontasse l’approccio alla redazione del Piano tenendo conto anche delle caratteristiche storiche, dei fattori esogeni ed endogeni che, direttamente o indirettamente, avevano condizionato la crescita e lo sviluppo del Paese e quelli che, in futuro, avrebbero potuto condizionare l’attuazione di alcune linee strategiche. Incontrammo, quindi, prima lo storico Fernand Braudel che ci indicò delle linee metodologiche utili per una lettura dei fenomeni che avevano, nel tempo, condizionato la crescita e ne avevano ritardato la sua naturale evoluzione. Dopo fu incaricato formalmente, tra gli esperti preposti alla redazione del Piano, il professor Valerio Castronovo. Trovammo, in particolare, interessante che i due storici erano convinti della importanza del teatro economico rappresentato dal bacino del Mediterraneo.

Fernand Braudel, quindi, prospettò solo una serie di approcci utili per una lettura organica delle evoluzioni che avevano caratterizzato la crescita e lo sviluppo dei commerci e delle logiche trasportistiche soprattutto nell’intero bacino del Mediterraneo. Un approfondimento che poi abbiamo trovato nella famosa pubblicazione del libro: “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II”. L’opera ha innovato profondamente la nostra visione della vita europea e mediterranea nel Cinquecento: allo schema tradizionale della crisi sopraggiunta come conseguenza delle nuove vie di navigazione atlantica, Braudel contrapponeva – con la forza di convinzione che derivava da una conoscenza precisa di fonti sterminate – la  visione di un mondo ancora pieno di traffici e di contrasti, di tensioni e scambi, di cui erano partecipi, direttamente o indirettamente, non solo i Paesi rivieraschi, ma anche Stati lontani. In altre parole, la vitalità dell’area mediterranea risultava dirompente ed essenziale, per le civiltà del vecchio mondo, ancora per tutto il XVI secolo.

Valerio Castronovo invece, seguì tutti i lavori del Piano e approfondì le interazioni tra le grandi aziende industriali del Paese e la loro incidenza nelle fasi di crescita non solo del Paese ma del sistema di Paesi al contorno del nostro. Altro suo contributo fu quello relativo alla distinzione tra ambito continentale ed ambito insulare e, all’interno di tale distinzione, la difficile tematica territoriale: una continuità territoriale possibile quella con la Sicilia ed una impossibile quella con la Sardegna e poi il rapporto tra il nostro Paese ed i Paesi che si affacciano sul bacino.

Per Valerio Castronovo le interazioni politiche trovavano sempre il Mezzogiorno come cerniera capace di amplificare la crescita e lo sviluppo. In vari interventi Castronovo ribadiva sempre che il Regno delle due Sicilie conteneva nel nome già un chiaro riferimento sull’autonomia di un territorio che poteva diventare un ottimo spazio di autonomia governativa. Il Mediterraneo per quel Regno era una occasione per relazionarsi con tutti i Paesi che si affacciavano su tale bacino, ma senza dubbio anche un facile rischio per far crollare il ruolo e la funzione dello stesso Regno. Castronovo, poi, comparava sempre le due Italie quella del Centro Nord e quella del Sud in termini di potenzialità e di incisività logistica, ribadendo che “il Centro Nord ha interessi ben strutturati e si interfaccia con l’Europa e, quindi, con realtà economiche forti, il Mezzogiorno, invece, si interfaccia con un numero elevato di Paesi, quelli del Mediterraneo, che avevano forti potenzialità di crescita e forti evoluzioni proprio in alcune filiere commerciali”. Noi in realtà pur avendo disegnato una ottima Costituzione non abbiamo, sempre secondo Castronovo, inciso minimamente su un approccio organico sulla intera area che con i Borboni era la stessa di quello che ora chiamiamo Mezzogiorno.

Le iniziative industriali del Sud, tra le più importanti quella dei canteri navali di Palermo avviati nel 1897 su iniziativa della famiglia Florio, non erano state supportate da azioni dello Stato; bisogna arrivare al dopo guerra, addirittura negli anni ’60, per trovare interventi diretti dello Stato, alcuni fallimentari come le Aree di Sviluppo Industriale (ASI) (46 identificate e approvate urbanisticamente e solo 9 avviate concretamente) e i grandi complessi industriali come la FIAT a Termini Imerese, come la Liquichimica a Ferrandina, il centro siderurgico e poi il polo logistico a Gioia Tauro, come la Montedison a Brindisi e l’ILVA a Taranto.

In realtà, secondo Castronovo, avevamo perso nel Sud il riferimento geografico unitario borbonico ed avevamo solo ottenuto un impegno dello Stato a creare condizioni di sviluppo. In più occasioni Castronovo, nelle riunioni di lavoro del Piano Generale dei Trasporti, ricordava che forse l’approccio unitario all’intero Mezzogiorno, un approccio seguito fino alla fine della esperienza borbonica, era crollato con la istituzione delle otto Regioni. Castronovo non intendeva con questo invocare la istituzione di una macro regione ma voleva solo evidenziare la perdita di una visione unitaria di ciò che chiamavamo Mezzogiorno e quindi del suo ruolo strategico nel Mediterraneo.

Castronovo in modo lungimirante ribadì la opportunità di evitare un conflitto fra il Mar Mediterraneo ed il Mare del Nord; i due Mari dovevano invece essere una occasione di ricchezza della intera Unione Europea e ricordo che accolse con grande entusiasmo la istituzione nel 2005 del Corridoio comunitario delle Reti TEN – T Genova – Rotterdam. In fondo avendo seguito in modo capillare la evoluzione del sistema imprenditoriale del nostro Paese precisava sempre che per una impresa piccola, media, grande, la ubicazione di una offerta portuale, l’accesso e la qualità gestionale di un impianto portuale, devono essere slegate da logiche di schieramento e da principi puramente localistici. Ricordo che in un convegno avevo denunciato come una anomalia logistica quella dell’invio dei container dall’interporto “Quadrante Europa” di Verona a Rotterdam e non a Genova o a Trieste. Lui mi disse: “Sono porti della Unione Europea, convertiti alla efficienza della offerta logistica e non ai colori e alla storia del passato; il Mediterraneo ed il Mare del Nord sono occasioni da sfruttare e non possono in nessun modo essere occasioni di potere; la logistica insegue solo le offerte efficienti”.

Ho preferito fare riferimento, parlando del Mediterraneo, a due storici e non a grandi economisti o a soggetti politici o istituzionali perché ritengo che forse la loro onestà mentale ci aiuti a capire tante scelte infelici che spesso hanno compromesso i successi del nostro Paese all’interno del Mediterraneo. (ei)

LE POLEMICHE SULLE FONTI ALTERNATIVE
DI ENERGIA: SERVE LA REGOLAMENTAZIONE

di PIETRO MASSIMO BUSETTAE se fossero, invece che specchietti per indigeni con l’anello al naso, veri brillanti di molti carati? Il dubbio nasce  e in molti si pongono tante domande. Parlo della polemica sollevata da Renato Schifani ma anche da Roberto Occhiuto sugli impianti eolici, solari, ma anche sui rigassificatori e su tutte le fonti di energia alternativa.

«Ho deciso di sospendere a breve il rilascio delle autorizzazioni per il fotovoltaico. ..questa attività porta lavoro? L’energia rimane in Sicilia? No. La Sicilia paga un prezzo non dovuto per una risorsa sua. Il danno e la beffa. E allora intendo discutere col Governo».           

Le parole del Presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, sono molto decise e possono creare molti problemi al Paese. E continua «dobbiamo trovare una soluzione che consenta alla Sicilia di chiedere a chi insedia impianti fotovoltaici non soldi ma energia, per avere una bolletta meno pesante grazie a ciò che si produce sul nostro territorio».  

Il tema è di quelli che divide. Da una parte il Paese con il suo sistema industriale che ha bisogno di energia, molte grandi multinazionali estremamente potenti specializzate in tali impianti. Si pensi che l’impianto al largo delle Egadi prevede un investimento miliardario. Ed è Bernardo Tortorici di Raffadali, presidente e fondatore dell’Associazione Amici dei Musei Siciliani, che evidenzia i propri dubbi sul parco eolico offshore parlando di una “preoccupante campagna mediatica”, che viene in questi giorni sostenuta a favore del mega impianto. “I punti di forza che ci vengono sbattuti in faccia sono gli 8 miliardi d’investimento e la creazione di centinaia di posti di lavoro”.  

Ricordo a me stesso che solo un albergo di 400 posti letto ne crea di più. Mentre Svimez stima che la Sicilia potrebbe essere destinataria di ulteriori 8,8 miliardi di investimenti green. 

Dall’altro lato ci sono due presidenti di Regione, ma il contenzioso rischia di allargarsi a macchia d’olio alle altre Regioni, che vorrebbero che la messa a disposizione del proprio territorio non si risolvesse in una prestazione simile a quella fatta per gli impianti di raffineria, che stanno lasciando il deserto di cattedrali dismesse e abbandonate, inquinamento, tante malattie tumorali e pochissima occupazione, tale anche nei momenti d’oro. 

Gela, Milazzo, Pozzallo, Taranto, Bagnoli sono a testimoniare il fallimento di una sedicente politica industriale, che in realtà si è rivelata uno sfruttamento coloniale di un territorio. I due Presidenti vorrebbero che non si ripetesse la storia della batteria energetica del Paese che in loco lascia solo inquinamento. Non bisogna dimenticare che dopo  il loro ciclo di vita gli impianti solari e anche quelli eolici lasciano scorie che devono essere smaltiti. 

Prima di decidere nuove installazione sarebbe opportuno definire la regolamentazione per lo smantellamento, chi ne pagherà i costi, dove saranno i siti per sistemarli. 

Ma se tutto questo portasse una occupazione di migliaia di posti di lavoro potrebbe pagarsi il prezzo, ma in realtà l’occupazione di questi impianti, anche se c’è, è estremamente contenuta.  

Ed allora visto che le Regioni del Sud mettono a disposizione i loro territori, ospitando impianti che certo non migliorano la bellezza del paesaggio, o nel caso dei rigassificatori, cambiano l’equilibrio dei propri mari bisogna avere dei ristori

Niente di particolare: lo Stato lo sta facendo a Piombino. Ed in ogni caso i due Presidenti parlano solo della energia che si esporta, certamente non chiedono nulla per quella che serve alla Regione di appartenenza.  

In realtà molte delle regioni meridionali producono più energia di quella che consumano: la Calabria il triplo di quella che consuma, la Puglia, calcolando anche le produzioni fossili (prevalenti), produce il 70% in più del suo fabbisogno, la Basilicata possiede una miniera tra i giacimenti di petrolio, gas e impianti rinnovabili: assicura il 13% di produzione di eolico nazionale, la Campania é la prima regione per produzione di energia eolica pari a 3.557 gigawattora anno, garantita da 625 impianti (quarta in Italia).

Come si vede sono numeri importanti che aggiunti a quelli che soprattutto dal fotovoltaico provengono dalla Sicilia (seconda per numero di impianti alle spalle della Lombardia) o dalla Puglia (quinta) spiegano perché al Sud il tema delle rinnovabili e delle loro ricadute economiche e sociali era e rimane a dir poco sensibile. 

In un momento peraltro in cui le Regioni più ricche, destinatarie dell’energia che viene prodotta al Sud, parlano del loro residuo fiscale. Che con l’autonomia differenziata vogliono trattenere nei loro territori. E quindi è legittimo che le Regioni del Sud non vogliano fare gli utili idioti, le riserve coloniali di energia, oltre che di ragazzi formati pronti ad essere utilizzati alla bisogna,  in una ripetizione di approccio già visto che ha lasciato macerie come l’ilva di Bagnoli rovinando un territorio baciato da Dio.  

Ma ormai è certo che la vicenda non potrà concludersi come avvenne negli anni ’60 con alcune raffinerie ed altri impianti industriali che sul territorio ormai si è visto hanno lasciato molto poco, non incidendo in alcun modo sulla soluzione della questione meridionale. 

Il risultato è stato che alcuni territori sono stati massacrati, vedasi Gela con la raffineria costruita a fianco delle  mura greche o Bagnoli con una vocazione turistica incredibile tradita, che poi sopravvive con il reddito di cittadinanza. E se è vero che l’Unione Europea ha bocciato una tassa sul tubo del gas proposta dalla Sicilia non vi è dubbio che il tema non potrà essere archiviato senza uno scambio tra disponibilità all’investimento nelle energie rinnovabili e industrializzazione vera, quella alla Intel, che porta posti di lavoro veri e di livello. 

È chiaro che sarà difficile per i Presidenti delle Regioni  contrapporsi agli interessi enormi del sistema imprenditoriale del Nord oltre che delle aziende multinazionali interessati al loro business, probabilmente lo stesso Governo avrà pressioni indicibili,  ma non vi è dubbio che non si potrà non tener conto della complessità dei temi che inciderà ovviamente anche sul percorso dell’autonomia differenziata di Calderoli. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’altravoce dell’Italia]

LA CALABRIA SIA LA META DI GITE E VIAGGI
VA INCENTIVATO IL TURISMO SCOLASTICO

di GUIDO LEONEDopo lo stop a causa del Covid, con l’arrivo della primavera per molte classi delle scuole, in particolare medie e superiori, è giunto il momento di partire per il classico viaggio d’istruzione. Ci riferiamo alle gite scolastiche di più giorni, il viaggio d’istruzione per eccellenza che gli studenti ricorderanno per sempre nella loro vita.

Il viaggio d’istruzione non è solo una opportunità di divertimento, ma è soprattutto una tappa importante per la maturazione e la crescita degli alunni. Ed è per questo che organizzare un viaggio d’istruzione e scegliere la meta non è mai semplice.

Il problema, per gli scolari di oggi, è che se ne fanno sempre meno. Le gite scolastiche, anche per le scuole reggine e calabresi,  stanno diventando merce rara.

La scuola fa i conti con il caro vita e gli aumenti generalizzati dei prezzi anche per quanto riguarda le gite.

Uno dei momenti più amati dagli studenti sta, infatti, diventando fuori portata per molti. I prezzi dei trasporti e i preventivi delle agenzie di viaggio costringono molte famiglie a dover rinunciare. Le classi ormai partono con appena metà o poco più dei ragazzi, costi sono saliti del 20%. Gite scolastiche di 3-5 giorni costano dai 350 ai 600 euro.

Molti istituti cercano di far quadrare i conti rinunciando all’estero o scegliendo mete più economiche. Ma spesso non basta e molte famiglie non riescono a mandare i figli in gita. Tantissimi studenti non partiranno quest’anno perché l’inflazione pesa sulle famiglie e senza sostegni il diritto allo studio non è garantito. E se un soggiorno a Madrid arriva a costare 650 euro, non è difficile capire come per una famiglia, che magari deve mandare in gita più di un figlio, diventi quasi proibitivo.

Sicché si scelgono mete più economiche con un minor numero di giorni per consentire ad un numero maggiore di ragazzi di partecipare grazie anche ad un contributo delle scuole stesse. Ma non sempre è facile per l’elevato costo dei trasporti. E una fetta che si fa sempre più consistente di anno in anno resterà a casa, nella trincea della diseguaglianza. Proprio adesso, verrebbe da dire.

Proprio adesso che dopo tre anni si poteva ricominciare. Lasciate alle spalle le restrizioni dovute al Covid, la possibilità di ricominciare a viaggiare avrebbe potuto garantire agli studenti il ritorno alle gite scolastiche anche all’estero. Giorni da trascorrere insieme, con compagni e insegnanti, unendo svago e apprendimento, divertimento e conoscenza di posti nuovi. Ma, tutto questo, come si è detto, deve fare i conti, letteralmente, con l’aumento dei prezzi, la crisi e l’inflazione che rischiano di rendere la cara, vecchia e amatissima gita scolastica, un vero tabù.

Ma quali sono le mete all’estero preferite, per lo più, in quest’anno scolastico? Berlino, Londra, Praga, Atene, Vienna e Budapest in cime alle preferenze al 6%. A seguire Madrid, Barcellona e Amsterdam.

Come meta principale per le gite scolastiche, si conferma lItalia, specie alle scuole medie. Complessivamente, il 57% ha puntato una località del nostro Paese (l’80% nel caso delle secondarie inferiori), con le città in cima alle preferenze che sono le città d’arte come Firenze  (12%), seguita da Napoli (10%) e Roma (8%).  Più giù fra le mete troviamo Palermo (6%), Torino e Trieste (entrambe al 5%).

Viaggi di istruzione, visite guidate, vacanze-studio, campi estivi, settimane verdi sono alcune delle definizioni che riguardano iniziative educative, scolastiche o extrascolastiche, orientate a forme di ‛turismo educativo . Si tratta di un fenomeno in crescita, almeno fino all’insorgere dell’emergenza sanitaria del 2020 e 2021, quando tutto il settore del turismo e quello scolastico hanno vissuto una crisi senza precedenti. E tuttavia proprio la pandemia di Covid 19 ha anche mostrato, attraverso la loro crisi, come questi settori siano importanti e in forte espansione. Uno sviluppo, tuttavia, difficile da definire in termini oggettivi per la grande varietà delle esperienze, degli attori coinvolti e della loro gestione.

A torto considerato un segmento minore, il turismo educativo nelle sue varie espressioni ha saputo conquistare un ruolo di primo piano non solo per le ricadute economiche (il solo turismo scolastico in Italia muoveva prima della pandemia oltre quattro milioni di persone all’anno con un volume di circa un miliardo di euro), ma anche nella formazione della cultura turistica delle nuove generazioni.

Bastano, dunque, queste cifre per comprendere come il turismo alimentato dall’universo scuola possa trasformarsi per l’industria dei viaggi  e per la nostra regione in una opportunità di business importante, soprattutto in considerazione del fatto che il picco dei flussi si registra in periodi di bassa stagione.

Lavorando per invertire una tendenza che costantemente vede la Calabria tra le regioni più deboli, come Molise e Abruzzo, perché quasi mai indicate come meta principale di un viaggio d’istruzione con pernottamento. È raro, infatti, incontrare scolaresche del Nord che visitano i nostri luoghi pur ricchi di storia, e quant’altro.

La nostra regione viene, di fatto, baypassata.

In questa direzione va l’iniziativa della vice presidente della Giunta regionale, Giusi Princi, di incentivare con contributi economici la scelta da parte delle altre regioni di mete calabresi per i viaggi d’istruzione. Un invito che vie più ancora oggi va rinnovato alle istituzioni scolastiche della regione affinché favoriscano sempre più gite e viaggi d’istruzione nelle varie località calabresi.

Perché è stupefacente verificare che gli studenti calabresi sconoscono per la maggior parte di loro la Calabria nel suo vasto variegato  patrimonio, naturale, storico, architettonico. 

In tal senso può venire incontro una legge regionale più puntuale e, direi, più rigorosa in termini di vincoli per l’erogazione del supporto finanziario per quelle scuole che inseriscono nei loro programmi attività mirate o scambi culturali all’interno della regione e si impegnino a restituire in termini di elaborazione culturale il frutto dell’esperienza realizzata.

Una normativa premiale in questo senso potrà essere vincolata per esempio alla validità di una ricerca, di un particolare impegno, di una significativa testimonianza di impegno presentata dalle scuole e che si intende realizzare  in quella determinata parte del territorio.

Dobbiamo quindi avere il coraggio di dare al turismo scolastico un senso più profondo e strutturato. 

Ma bisogna avere anche un altro coraggio: certificare la validità delle gite scolastiche. (gl)

[Guido Leone è già dirigente tecnico Usr Calabria]

 

IN CALABRIA UN MALATO ONCOLOGICO
SU DUE PREFERISCE FARSI CURARSI FUORI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Un malato oncologico su due sceglie di curarsi fuori dalla Calabria. È quanto emerge dai dati aggiornati del rapporto Agenas dedicato alla Mobilità sanitaria.

Il quadro presentato dall’Istituto è un vero e proprio disastro: nella nostra regione sono stat 2.887 i ricoveri di residenti e 2.757 i pazienti che hanno deciso di curarsi fuori regione, con un indice di fuga del 49,7%. Un dato secondo solo al Molise, dove l’indice di fuga è del 50,6%.

Si tratta di dati riferiti al 2021, in cui è emerso che sono 24.744 i pazienti, provenienti da Sud, a essersi spostati al Nord per le cure oncologiche. Nel 2021, la Lombardia ha avuto, ad esempio, 33.940 ricoveri di residenti e 7.264 provenienti da fuori regione; il Veneto ha avuto 19.407 ricoveri di residenti e 3.794 da altre regioni; l’Emilia Romagna ha avuto il 17.029 ricoveri di residenti e ne ha ospitati 2.171.

La Calabria, tra il 2017 e il 2021, per la mobilità sanitaria ha perso circa -159,57 mln di euro, posizionandosi penultima dopo la Campania, che ha registrato un saldo del -185,76 milioni di euro.

Maglia nera, poi, per l’assistenza sanitaria a minori e adolescenti. Come raccontato al Corriere della Calabria, il Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria Infantile dell’Università Cattolica di Roma nonché direttore di Neuropsichiatria Infantile del “Bambino Gesù” di Roma, «al pronto soccorso del “Bambino Gesù” accogliamo molte famiglie calabresi che sono costrette a viaggi lunghissimi per poter trovare una risposta ai loro bisogni, al loro diritto di cura».

Altro dato, aggiornato al 4 aprile, riguarda la domanda di prestazioni specialistica ambulatoriale per ogni 100 abitanti. I dati della nostra regione non sono pessimi, ma questo non significa che ci si possa adagiare sugli allori. Per quanto riguarda le visite di controllo, in Calabria sono il 33,71% contro il 45,547% del dato nazionale. Per le ecografie addominali, che vengono fatte 3,1 per ogni 100 abitanti, la Calabria è ultima. Migliora la posizione per l’ecografia ginecologica, che sono 2,0 per ogni 100 abitanti. Per ogni 100 abitanti, vengon fatte 4,6 ecografie, mentre vengono fatte 1,38 prime visite neurologiche. Inferiore il dato per la prima visita ginecologica, che ne vengono fatte l’1,8 per ogni 100 abitante. Alto, invece, il valore per le TC al cranio: ne vengono fatte 1,55 per ogni 100 abitanti, posizionando la Calabria quarta dopo Lombardia, Puglia e Campania.

Questi dati, nel complesso, presentano una sanità che, da una parte, può funzionare ma che, dall’altra, ha bisogno di più strumenti, personale medico e, soprattutto, fondi. Dopo tutto, quella della mobilità sanitaria è un problema atavico della Calabria. Un problema provocato principalmente dal riparto dei fondi sanitari. La Calabria, infatti, «è la regione che riceve pro capite, da più di 20 anni a questa parte, meno fondi per la sua sanità pur avendo tra i suoi circa due milioni di abitanti ben 287000 mila malati cronici in più che non in altri due milioni di altri italiani per come certificato anche dall’ormai lontano», ha denunciato Giacinto Nanci, medico dell’Associazione Medici di Famiglia di Catanzaro.

«Per rendere l’idea di quanto la Calabria e le regioni del sud sono penalizzate – ha continuato Nanci – dall’attuale criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni basti dire che nel 2017 è stata fatta una modifica “parziale” (per come specificato dall’allora presidente delle Conferenza Stato-Regioni on. Bonaccini) dei criteri di riparto basati sulla “deprivazione” e non su quelli “demografici” correnti. Ebbene in base a questa parziale modifica (non riproposta ne tantomeno ampliata negli anni successivi e da qui il ricorso al Tar) alle regioni meridionali sono stati assegnati in più nel 2017 rispetto al 2016 ben 408 milioni di euro e se si considera che la modifica era solo parziale si potrebbe moltiplicare la cifra almeno per 4 e se questo riparto fosse stato fatto da 20 anni a questa parte in cui il riparto è stato fatto invece  con il criterio “demografico” la sanità del sud e quella calabrese, che è quella più penalizzata da questo criterio di riparto, avrebbero avuto molte più opportunità».

«La sanità calabrese – ha evidenziato – oltre a questo handicap del criterio di riparto è penalizzata anche dal piano di rientro stesso cui è sottoposta da oltre 13 anni perché esso fa ulteriori tagli alla sua spesa sanitaria, già insufficiente, proprio per ripianare il presunto deficit, e impone una maggiorazione delle tasse (Irap, Irpef, Accise etc..) ai calabresi, peggiorando oltre alla salute anche l’economia calabrese. Che fare allora?».

Per Nanci, infatti, con i fondi in più si potrebbe pensare di creare «dei centri di eccellenza per le varie patologie perché uno dei fenomeni che peggiorano i conti della sanità calabrese sono proprio le spese per le nostre cure fuori regione nei centri di eccellenza del Nord, che nel 2021 sono giunte alla stratosferica cifra di 329 milioni di euro».

«Un esempio per capire – dice Nanci –: La Calabria con una prevalenza di diabete mellito del 12% non ha un centro per la cura del piede diabetico, la regione Lombardia con una prevalenza di diabete del solo 4% ha più centri per la cura del piede diabetico, per cui i calabresi poi devono andare in questi centri al nord solo per l’amputazione del piede e non per la sua cura. Lo stesso vale per altre patologie». (rrm)

L’INDIFFERENZA SUL CROLLO DELLA RUPE
TROPEA, BELLISSIMA PERÒ TRASCURATA

di SERGIO DRAGONE  – Prima del Ponte sullo Stretto, si pensi a salvare la rupe di Santa Maria dell’Isola a Tropea. Si trovino subito i soldi e le tecnologie più avanzate per evitare che il moto ondoso faccia venire giù il simbolo della Calabria più conosciuto al mondo. Cosa importa se giuridicamente il piccolo promontorio è di proprietà dell’Abbazia di Montecassino? Qui si parla di un patrimonio naturalistico, paesaggistico e religioso che è di tutti, un bene collettivo che appartiene all’umanità.

Il silenzio della Regione e del Governo su questa incalcolabile ferita è agghiacciante. Per molto meno si sono sprecati comunicati, dichiarazioni, sopralluoghi, gridi di allarme, impegni e promesse. Per Tropea nulla, il nulla. Mi aspettavo che il presidente Occhiuto accorresse ai piedi dell’Isola, che il ministro delle infrastrutture Salvini – che si dice così amico della Calabria – disponesse immediatamente un finanziamento per la messa in sicurezza di questo gioiello della natura, che il ministro del turismo Santanchè alzasse la sua voce in difesa di una delle mete più  ambite del made in Italy. Nulla di tutto questo.

Eppure – e mi è capitato spesso in questi anni a Roma– se chiedete ad un qualsiasi italiano cosa conosce della Calabria, nove volte su dieci la risposta sarà: Tropea.

La rupe di Santa Maria dell’Isola non è un patrimonio solo tropeano, ma appartiene a tutta la Calabria. È vero, non mancano da noi altri luoghi dell’anima: la chijanalea di Scilla, le Tre Croci a picco sul Tirreno sul monte S. Elia, i castelli sul mare di Le Castella e Roseto Capo Spulico, l’isola di Dino e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma Tropea ha una sua magia, una sua forza magnetica che la rende unica e affascinante.

Se malauguratamente dovesse venire giù il piccolo promontorio su cui sorge il santuario di Santa Maria dell’Isola, Tropea non sarebbe più la stessa. Da quel balcone naturale che è la parte finale della piazzetta, da cui è possibile ammirare lo spettacolo senza precedenti del mare colore “azzurro Tropea”, si perderebbe la visione dell’incontro tra natura e spirito. È quello spettacolo che il grandissimo Raf Vallone, finché è rimasto in vita, non voleva perdersi per nulla al mondo, affacciandosi ogni estate dalla sua bella casa tropeana a picco sul mare.

È un pericolo assolutamente da evitare, ma le istituzioni si diano una mossa. L’accusa lanciata dall’ex sindaco di Tropea, Peppino Romano, è gravissima. Appena tre anni fa, il Comune si sarebbe vista bocciata una richiesta di finanziamento finalizzata al consolidamento del costone di Santa Maria dell’Isola. Farebbe bene a chiarire da chi sarebbe stata bocciata in modo che questa folle irresponsabilità venga quanto meno individuata.

Ma ora non è il momento delle recriminazioni, è il momento di agire. Occorre mettere in sicurezza l’area prima dell’arrivo della stagione balneare, ma nel contempo bisogna mettere al lavoro i maggiori esperti del settore per un progetto di consolidamento della rocca e di contenimento del fenomeno ondoso. Ripeto: si trovino i soldi, non si pensi solo al Ponte sullo Stretto che pure, a mio parere, è un’opera necessaria e importante. Non è demagogia. Il ponte, se mai si farà, è un’opera dell’uomo e quindi non ha problemi di tempi. Santa Maria dell’Isola, opera della natura, non può aspettare. Se le orecchie delle istituzioni sono sorde, è il momento di alzare ancora più forte la nostra voce. (sd)

DISPERSIONE SCOLASTICA: IN CALABRIA
E NEL MEZZOGIORNO DATI ALLARMANTI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – «La colpa è vostra perché non eleggete una buona classe politica». Questo è il mantra diffuso che tende a colpevolizzare il Sud ritenendolo  responsabile del proprio destino. E a prima vista l’interpretazione data sembrerebbe corretta. Ma quando escono fuori dati, come quelli pubblicati da Svimez nei giorni scorsi, allora ai ricercatori più attenti può venire qualche dubbio in più sulla spiegazione semplicistica che viene accettata da molti. 

Perché in qualunque percorso cognitivo bisogna sforzarsi di capire qual è il punto in cui nasce la sorgente per evitare di farsi ingannare dalle deviazioni del percorso che non fanno più capire le origini vere dei problemi. 

Il tema é di quelli già noti ma che ritornano periodicamente alla ribalta della conoscenza senza mai ipotesi risolutive vere. Trattasi  della missione principe di uno Stato che vuole svolgere il suo ruolo: quella della formazione della propria popolazione in maniera tale che i ragazzi diventino cittadini consapevoli. 

Nei dati del mancato ruolo svolto dallo Stato nei confronti del Mezzogiorno vi è tutta la spiegazione dello stato di arretratezza della realtà meridionale. La dispersione scolastica, l’assenza di una politica di unificazione sociale del Paese, rivela le ragioni della deriva esistente in moltissime realtà meridionali, nelle quali il voto diventa merce di scambio, oggetto di raccolta da parte di chi, acquisita  la tecnica, riesce a tenere in scacco una società per cui non vengono eletti i i migliori ma caste che tengono in oppressione una società che non riesce più a liberarsi di una classe dominante estrattiva. 

I dati sono drammatici: 83.000 i ragazzi che a fine anno scorso sono stati bocciati perché non hanno raggiunto il numero di frequenza minimo misurato dalle presenze. 

Problema che riguarda tutto il Mezzogiorno ma che si accentua nel napoletano. Si tratta di quella stessa pubblica istruzione che Zaia e Fontana, ma non solo, vorrebbero fosse gestita direttamente dall’istituzione regionale. 

Lascia gli studi un ragazzo su 6 al Sud e rappresenta il buco nero della scuola in un’Italia sempre più duale. Al Centro-Nord il tasso di abbandono è del 10,4%, nel Mezzogiorno del 16,6%. E a Napoli arriva a sfiorare il 23%. E la disparità riguarda tutti i servizi, dalle mense alle palestre, al tempo pieno. Già lo stesso Centro-Nord é messo male rispetto all’Europa, con un 10,4% rispetto al 9%. Ma il Sud, con il 16,6%, quasi  raddoppia la media dell’Europa. 

In realtà la formazione collettiva data dalla scuola organizzata dal Ministero della pubblica istruzione, che doveva unire il Paese, non é stata mai all’altezza di una realtà moderna e certamente ha presentato grandi disparità territoriali. Se sei nato nel Sud il tempo pieno è solo al 18 %, contro il 48 %del resto del Paese. Ma a Milano è all’80%, a Napoli solo al 20%. In Toscana l’85 % delle scuole ha una mensa e il 75% dispone di palestra; a Napoli ci si ritrova con l’80% delle scuole senza il tempo pieno e l’83% che non ha palestra. 

Come volete che poi questi ragazzi, abbandonati nel pomeriggio di ogni giorno nei cortili delle periferie, cresciuti in famiglia dove non  ha un lavoro degno di questo nome né padre né madre, possano crescere consapevoli di diritti e di doveri, senza cadere nel giro della criminalità organizzata? Come volete che non siano pronti a “regalare” il proprio voto alle cordate organizzate?

Alla fine della quinta elementare, grazie al tempo pieno, il bambino che ha la fortuna di nascere al Nord avrà 1.226 ore di formazione contro i mille di quello del Sud, e alla fine del ciclo, il ragazzino del Meridione è in credito di un intero anno in termini di formazione, doposcuola, educazione alimentare e allo sport.  

Parlare di attuazione prevista dalla modifica del titolo Quinto della Costituzione per attuare l’autonomia differenziata, quando essa è stata tradita nei suoi obiettivi primari, come il diritto alla pari istruzione, suona come una sfida ed anche se il PNRR dovesse dedicare importanti risorse per colmare i vari tradirebbe il suo scopo che é quello di mettere in condizione il Mezzogiorno di produrre e diventare la seconda locomotiva non di investire risorse per avere uguali diritti di cittadinanza. 

L’investimento per alunno del Pnrr sull’istruzione (esclusi gli asili nido) è stato pari a 903 euro nella provincia di Milano, dove il tempo pieno è assicurato al 75 % ai bambini della primaria, mentre è di 725 euro a Palermo, col tempo pieno solo al 10%. 

Il rischio è che con l’autonomia differenziata si adegui l’investimento della formazione alle possibilità economiche del territorio, con i risultati già consolidati, saltando a pie pari l’esigenza più importante del Mezzogiorno che é quella di avere cittadini formati e quindi consapevoli per poter scegliere una classe dirigente adeguata. In un meccanismo che va in loop e che prevede meno capitale umano formato e conseguentemente meno capacità di scelta di una vera classe dirigente, fondamentale per il cambiamento necessario e per eliminare una classe dominante estrattiva che non ha come obiettivo il bene comune ma quello delle proprie consorterie, dei propri clientes. 

Peraltro risolvere il problema non è così semplice, non basta costruire gli asili nido in realtà nelle quali la proporzione tra i nati e i morti e di uno a 10. E nelle quali il problema dei Comuni è, una volta costruiti gli asili nido, trovare le risorse per poterli fare funzionare. O avere fondi sufficienti per poter garantire la mensa ai ragazzi che usufruiscono del  tempo pieno, quando la maggior parte dei Comuni ha dichiarato il dissesto finanziario. 

La democrazia rappresentativa è un sistema che si regge sulla consapevolezza di chi sceglie i propri delegati alla gestione della cosa pubblica. Quando lo Stato non assicura la preparazione dei propri cittadini non avremo più una forma democratica ma il monopolio di gruppi organizzati. Il passo successivo per assicurare una vera democrazie è simile a quello che avviene quando i comuni vengono sciolti per la presenza nella istituzione di organizzazioni criminali. La controprova che siamo in queste condizioni e data da fenomeni incredibili che vedono i voti diventare patrimonio di alcuni gruppi che li gestiscono individuando di volta in volta un loro candidato, che aldilà di supposti meriti non necessari, viene eletto solo sulla base dell’appartenenza. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

 

È PASQUA: SUD LA TERRA ALLEGRA D’ITALIA
IN CALABRIA PUÒ RINASCERE LA SPERANZA

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Quante volte abbiamo detto o sentito dire: che faccia di Pasqua!, e in realtà Pasqua non era?

Molte forse, tenendo conto che, tradizionalmente, la Calabria si presenta tanto bella nei detti quanto nei fatti.

Quante altre volte invece, una faccia di Pasqua ce la siamo sentiti addosso, illuminati dai rossori della gioia, stropicciati da plurimi sorrisi, e senza che nessun altro se ne stesse lì a dirci: guarda che faccia che hai! Certamente parecchie, tenendo conto che i calabresi sono gente che si piega, ma non si spezza. E alla tenebra contrappone sempre la luce. Del sole se è giorno, di una teda se è notte.

Tendenzialmente è il Sud la terra allegra d’Italia, quella gioconda che non si incupisce per nulla, non teme le carestie né i terremoti, nasce benigna proprio dalla festa. E nella Pasqua popolare o sacra che sia, trova il suo reale compiacimento. Una festa che rispetto a tutte le altre dell’anno, riconosce particolarmente sua, come tratto somatico.

La Calabria come Cristo si offre per amore, come il cireneo porta le croci proprie e quelle degli altri, come il buon ladrone chiede perdono per i suoi peccati. E risorge, perché oggi stesso è in paradiso. E oggi è il tempo che la Calabria vive, il presente in cui coniuga i suoi discorsi dialettali.

La Pasqua è il perfetto equilibrio che si stabilisce tra il dolore del corpo e la gioia del viso; la forza e il coraggio di vivere l’uno e il desiderio di assaporare l’altro; la morte di Cristo e la sua resurrezione, il passaggio obbligato dell’uomo dall’una per poter trovare compimento nell’altra.

Così la Calabria, terra di via Crucis, come scrisse il beato don Mottola, di cristi e cirenei, ladroni, madonne e donne pie, che a ogni caduta, ritrova la speranza nella sua forza interiore di rialzarsi. Mantenendo radiosa la sua faccia di Pasqua. Dai lidi del mare alle alte montagne.

Una faccia che nel momento in cui si atteggiano le labbra, ecco che diventa una scoperta dolce che sazia e delizia, oltre i sapori gli odori e il gusto di cuzzupe, campanari e pittepie fatti dalle mani sapienti delle nostre madri con le ricette antiche della tradizione, nella sua stessa storia, ma anche nei sottoposti della geografia. Soprattutto nella preziosità del destino antropologico di cui si nutre l’anima.

Una faccia di Pasqua che rigetta le lamentazioni e rafforza la sua fede nei canti e nei balli concepiti dalla tradizione, nei suoni tipici prodotti dalla terra buona, dove il seme caduto produce il suo frutto. Si realizza nelle sue affrontate, incrinate o cumprunte, nella rigenerazione del suo profondo credo che non contempla solo il giorno della festa, ma tutti i giorni dell’anno. E poi anche nelle madri, ove addolorate, ove desolate che, mentre il venerdì santo corrono col manto nero al vento per prendere il figlio e serrarsi al petto la croce, gli altri santi giorni li portano in stazione per partire i loro figli, e sempre lì, li attendono ritornare.

In Calabria, la Pasqua è la faccia di tutti, dei grandi e dei piccini, dei ragazzi che preparano i sepolcri, degli infanti ancora in fasce nelle culle. Degli anziani in attesa che si consumi il tempo, dei lavoratori precari e dei disoccupati.

È quell’espressione “tipica” che mette in relazione il calabrese con il resto del mondo, rendendolo unico nel suo essere accogliente, fraterno, disponibile. Un aspetto pasquale che lo contraddistingue e soprattutto lo identifica proprio nella faccia. E sì, perchè senza questa faccia qui, la Calabria sarebbe ben altro.  Una terra differente che avrebbe certamente la sua Pasqua, è vero, ma non la bella faccia di Pasqua che ha. (gsc)