POVERTÀ, CRESCITA ECONOMICA E SANITÀ
CALABRIA ANCORA ULTIMA TRA GLI ULTIMI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – C’è ancora tanto, troppo lavoro da fare in Calabria, soprattutto nell’ambito della povertà, salute, lavoro e crescita economica, abusivismo edilizio e consumo del suolo. Su questi cinque temi, infatti, la nostra regione ha registrato un trend negativo, secondo il rapporto “I territori e gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2022” di Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

Un trend che deve essere invertito perché è inaccettabile leggere che, nel 2022, la povertà relativa familiare è peggiorata (+1,3 punti percentuali) e la povertà assoluta (a livello ripartizionale +8,7 punti percentuali di cui +2,7 tra il 2019 e il 2021). Nel Rapporto, inoltre, viene segnalato come tra il 2019 e il 2021 si segnala un forte aumento delle persone che vivono in abitazioni con problemi strutturali (+4,6 punti percentuali).

Stesso discorso per la salute. La Sanità in Calabria è un disastro e, nonostante il rapporto abbia evidenziato come nel 2021 in Calabria sia aumentato il numero di medici, ossia +1,3 per 1.000 abitanti, con un valore di 9,7, ciò non è abbastanza. Nel 2021, infatti, la Calabria registra una quota tra le più basse d’Italia. Inoltre, vengono segnalate criticità per i posti letto in ospedale -0,7 tra il 2010 e il 2020.

Per quanto riguarda l’ambito del lavoro e crescita economica, nel rapporto di legge che «la regione evidenzia livelli tra i più bassi in Italia per la gran parte degli ambiti analizzati. Tra il 2010 ed il 2021 aumenta il part-time involontario (+4,4 punti percentuali), la mancata partecipazione (+2,3 punti percentuali), la quota di Neet (+2,2 punti percentuali). Si riducono gli infortuni sul lavoro (-9,5 punti percentuali tra il 2010 e il 2020), mentre l’occupazione resta sostanzialmente stabile (45,5% nel 2021)».

«Per le città e le comunità, tra il 2010 e il 2020 aumenta l’abusivismo edilizio (+17,7 punti percentuali) e si riducono, anche per effetto della pandemia, i posti-km per abitante del TPL (-37,2%, di cui 24,15 tra il 2019 e il 2020)», e aumenta anche il «consumo di suolo annuo indicizzato (+2,4 punti). La Calabria registra il 5,1% di suolo impermeabilizzato».

Dati, quelli presentati, che dovrebbero indignare ma che, invece, raccolgono solo indifferenza o solite promesse da parte dei politici. Lo stesso Mimmo Nunnari, in un suo editoriale per Calabria.Live sulla povertà, denunciava come «il dibattito su questi temi è inesistenti,  non va oltre gli enunciati di facciata o le ingenue o ridicole dichiarazioni come quella sera del 27 settembre 2018,  quando abbiamo sentito urlare affacciato al balcone di Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il vice premier e leader del Movimento 5Stelle: “Abbiamo abolito la povertà”».

Eppure, la povertà è un problema tangibile e ben conosciuto al Sud e in Calabria, come lo è il problema del lavoro, quella della salute e, soprattutto, quella del consumo del suolo, più che attuale. Proprio nei giorni scorsi, nel corso di una intervista sul Tg2, il presidente della Regione parlava proprio del consumo del suolo, «che oggi espone molta parte della popolazione a gravi rischi. In Calabria ci sono dei fiumi che sono tombati. Il problema è che la natura non sa che quel fiume non c’è più e che al suo posto c’è una strada, e quando piove si trasforma di nuovo in un torrente, in un fiume, trascinando tutto ciò che si trova davanti».

«Questo tema della difesa del suolo e della lotta all’abusivismo dovrebbe essere in cima all’agenda politica di tutti i decisori, sia di quelli che partecipano alle scelte del governo nazionale, sia di quelli regionali e comunali. È davvero importante che ci sia una coscienza collettiva che deve riguardare anche i cittadini, spesso autori degli abusi», ha detto ancora Occhiuto.

Ma non ci sono solo trend negativi: la Calabria rimane invariata su agricoltura e alimentazione, «aumenta la superficie destinata a coltivazioni biologiche (+17,9 punti percentuali), si riducono le persone che non hanno un’adeguata alimentazione (-2,3 punti percentuali). La Calabria evidenzia un calo nella redditività dell’agricoltura», mentre per l’istruzione c’è un miglioramento della formazione continua (+2,2 punti percentuali), l’uscita precoce (-1,9 punti percentuali) e il numero di diplomati (+4,7 punti percentuali). Diminuiscono le persone che abitualmente leggono libri e giornali (-6,3 punti percentuali) e gli studenti con adeguate competenze matematiche e alfabetiche».

Invariati anche i dati sulla parità di genere, dove tuttavia c’è un peggioramento del part-time involontario (+4,6 punti percentuali), il rapporto occupazionale tra donne con e senza figli (-5,2) e il gender pay gap (-3,1 punti tra il 2010 e il 2020). Aumenta, invece, la quota di donne nel consiglio regionale (pari al 19,4%) nel 2021, mentre l’occupazione femminile resta sostanzialmente stabile (32,9% nel 2021).

Per l’acqua pulita e servizi igienico sanitari (Goal 6), diminuisce l’irregolarità nella fornitura d’acqua (-4,6 punti percentuali); per le disuguaglianze (Goal 10), tra il 2010 e il 2020 aumenta la quota di permessi di soggiorno (+11,8 punti percentuali), ma peggiora sia il rischio povertà (+3,3 punti percentuali) sia l’occupazione giovanile -4,6 punti percentuali).

Andamento positivo si registra per l’energia: tra il 2012 e il 2020 è aumentata la quota di energia da fonti rinnovabili (+10,3 punti percentuali), mentre per quanto riguarda infrastrutture e innovazione «migliora la copertura della banda larga (+36,2 punti percentuali), aumentano i lavoratori della conoscenza (+4,1 punti percentuali) e le imprese con attività innovative (+21,3 punti percentuali tra il 2010 e il 2020). Gli utenti assidui del trasporto pubblico, già in calo tra il 2010 e il 2019, subiscono una ulteriore riduzione tra il 2019 e il 2021».

Per il consumo e la produzione responsabili, «tra il 2010 e il 2020 migliora la quota di rifiuti urbani differenziati (+39,7 punti percentuali) e si riduce la produzione di rifiuti pro-capite (-18,0%)» e, infine, su giustizia e istituzioni si riduce l’affollamento negli istituti di pena (-77,9 punti percentuali) e il numero di omicidi (-2,3 per 100’000 abitanti). Si segnala una leggera riduzione della durata dei procedimenti civili che, con un valore pari a 734 giorni nel 2021, è tra i più alti».

«Le provincie della Calabria presentano un posizionamento omogeneo per la maggior parte dei Goal analizzati – si legge nel rapporto –. Per la Salute si osserva che, ad eccezione di Catanzaro, le province presentano un posizionamento negativo dovuto principalmente alla scarsa disponibilità di posti letto negli ospedali e di medici specializzati. Rispetto all’Istruzione la valutazione negativa è causata da tutti gli aspetti analizzati, in particolare per la quota di minori che partecipano alla scuola d’infanzia. Per il Goal 5 (parità di genere) la situazione è dovuta principalmente al basso tasso di occupazione femminile».

«La minore efficienza delle reti idriche rispetto alla media nazionale – viene evidenziato – determina lo svantaggio per il Goal 6 (acqua). Nel Goal relativo all’Energia si assiste ad una valutazione positiva grazie al ridotto consumo di energia elettrica segnalato mediamente nella regione. Per l’Innovazione la situazione di ritardo è funzione dello scarso livello delle connessioni a banda larga e dei prestiti erogati alle imprese, mentre nelle Disuguaglianze si registra un livello minore della media nazionale per tutti gli indicatori, tra cui l’emigrazione ospedaliera che risulta particolarmente critica. Infine, il Goal 16 (istituzioni) deve il posizionamento negativo principalmente al tasso di omicidi, maggiore della media nazionale in tutti i territori analizzati. I Goal 11 (città e comunità sostenibili), 12 (Economia circolare) e 15 (vita sulla terra). evidenziano una situazione differenziata».

«Le Città e comunità sostenibili collocano Vibo Valentia e Crotone al di sotto della media nazionale a causa della scarsa offerta di trasporto pubblico locale. Nel Goal 12 (Economia circolare) le province di Catanzaro, Cosenza e Vivo Valentia si attestano al di sopra della media nazionale grazie ad alla contenuta produzione di rifiuti urbani», viene evidenziato.

«Non stiamo andando bene – ha evidenziato Tiziano Treu, presidente del Cnel –. Questa situazione, oggi aggravata dalla pandemia e dal complesso contesto geopolitico internazionale, affonda, in verità, le proprie radici in problematiche strutturali del nostro sistema economico, produttivo e sociale che possono trovare soluzione solo in serie politiche volte a colmare i divari territoriali, generazionali e di genere». 

E guarda al Piano nazionale di ripresa e resilienza, che «sta entrando nella fase cruciale della messa a terra nei territori» e alle difficoltà «quando si scende nei comuni impegnati in questa difficile opera di attuazione».

Marcella Mallen, presidente dell’ASviS, ha evidenziato che «servono risposte concrete e immediate e politiche coordinate con i governi del territorio». 

La presidente ha evidenziato poi i due elementi critici per raggiungere la sostenibilità economica, sociale e ambientale: la coerenza tra le politiche di sviluppo, da raggiungere attraverso un sistema multilivello incardinato sugli strumenti degli enti locali e collocato nell’ambito della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile; la possibilità per la cittadinanza di verificare le politiche».

«Questo Rapporto  – ha concluso Mallen – viene presentato all’inizio di una nuova legislatura e l’augurio è che gli indirizzi contenuti possano influire sulle strategie di cui il nostro Paese ha bisogno, che sia preso come un punto di riferimento, anche per introdurre una fase di monitoraggio sulle azioni ex post».

«Il territorio – ha spiegato Manlio Calzaroni, responsabile dell’Area ricerche dell’ASviS,  – è stato letto sotto quattro punti diversi: l’andamento delle regioni e delle province autonome rispetto a ogni Goal dell’Agenda 2030; una fotografia, sulla base dei dati disponibili, delle differenze all’interno delle regioni; obiettivi quantitativi (25 in totale), definiti da norme nazionali e territoriali; differenze di comportamento tra regioni e province rispetto all’Agenda». 

«Le disuguaglianze territoriali – ha aggiunto – aumentano in sette Obiettivi, diminuiscono soltanto in due. È fondamentale sottolineare l’importanza degli attori che devono cominciare a lavorare per mettere in pratica nuove azioni che riducano queste disuguaglianze».

Il presidente dell’ASviS Pierluigi Stefanini ha evidenziato la necessità di incoraggiare un processo democratico, affinché “i cittadini possano instaurare un dialogo con le istituzioni e possano avere uno strumento di controllo».

A proposito dei disastri più recenti, ha detto che “manca la consapevolezza dell’esistenza di strumenti analitici e bisogna che questi strumenti indirizzino le politiche». Infine, Stefanini ha sottolineato che il Paese fatica perché «manca una visione d’insieme e di lungo periodo, abbiamo difficoltà a focalizzare le relazioni che ci sono tra i diversi piani. Mai come oggi abbiamo bisogno di dare spazio ed efficacia a un approccio più trasformativo». (ams)

GIOCO D’AZZARDO, LA CALABRIA DICE NO
ALLE NORME DEL CONSIGLIO REGIONALE

In Calabria si rischia di incorrere in una vera e propria emergenza ludopatia. E questo perché il Consiglio regionale della Calabria, a novembre, non è riuscita a discutere la proposta di legge che prevede l’eliminazione delle regole minimali per l’esercizio delle sale da gioco e delle sale scommesse. Il tutto perché mancava il numero legale.

Una motivazione che porta sconforto e grande amarezza, soprattutto se si parla di un problema che è una vera e propria «emergenza sociale», come è stato denunciato all’incontro della Comunità Regina Pacis svoltasi nel mese di ottobre a Cosenza. Città in cui, secondo quanto emerso dal convegno, «si spendono  25 milioni di euro per i giochi d’azzardo – ha spiegato Roberto Calabria, direttore del Serd di Cosenza – e questo impone una risposta pronta e decisa al problema».

Ma non è solo un problema di soldi: Paolo Mancuso, presidente della Fondazione Anti usura della Diocesi di Cosenza-Bisignano, ha evidenziato come «molti giocatori d’azzardo finiscono nella morsa dell’usura, e spesso perdono casa e lavoro. C’è gente che per il gioco d’azzardo ha ceduto due quinti dello stipendio e contratto debiti con molte finanziarie».

Amalia Bruni, leader dell’opposizione in Consiglio regionale, ha espresso «l’assoluto dissenso perché non intendo essere complice di una norma che rischia di decretare la rovina di tante famiglie calabresi e continuerò la mia battaglia, come ho sempre fatto, tra la gente per tutelare la loro salute».

«Abbiamo discusso ampiamente ed animatamente questa proposta in Commissione Antindrangheta, poi l’8 novembre ci sono state tre audizioni in Prima Commissione e ho atteso con trepidazione la discussione in Commissione Sanità, visto che la Proposta di Legge era stata assegnata anche alla Terza Commissione ma, con mio grande stupore, mercoledì 23 novembre la PL, con un autentico colpo di mano, è stata discussa di nuovo in Prima Commissione ed è stata approvata definitivamente per essere portata in Consiglio».

«Mi chiedo com’è mai possibile – ha proseguito – che si è deciso di non completare l’iter procedurale e di non affrontare in Commissione Sanità una tematica così delicata e così strettamente connessa alla salute dei cittadini calabresi? Questa maggioranza stravolge i procedimenti, per come evidenziato anche dalla Corte dei Conti per altre situazioni, e l’opposizione certo non può stare a guardare. Purtroppo credo che questa maggioranza ha proposto e giustificato la modifica della legge per tutelare gli interessi economici degli esercenti e delle aziende che forniscono i giochi, ma questo non è corretto come punto di partenza».

«Il punto di partenza è, e deve esserlo per tutti – ha continuato – la cura dei pazienti calabresi e la tutela della Salute pubblica della nostra comunità. Non condivido la scarsa attenzione da parte dell’intera maggioranza e del Commissario ad Acta alla Sanità nei confronti di un problema sociale e sanitario che destabilizza intere famiglie e getta sul lastrico (con il rischio che possano entrare nel pericoloso circuito dell’usura) tanti cittadini e tante cittadine calabresi».

«A fronte di questi pericoli sono state presentate modifiche che di fatto cancellano gli strumenti più efficaci per contrastare la ludopatia riducendo il distanziometro – ha spiegato – ovvero la distanza dai luoghi sensibili; aumentando la durata delle ore giornaliere di gioco; delegando ai sindaci la decisione e la responsabilità delle regole da applicare, (sottoponendoli a ulteriori rischi di pressioni esterne, anche della criminalità organizzata); eliminando ogni sorta di limite per coloro che detengono le licenze prima del 2018 (diritto di prelazione) che, tra l’altro non è consentito nel Mercato Libero) e che significa che i nostri ragazzi davanti alle loro scuole continueranno a trovare le sale slot pronte ad accoglierli a braccia aperte».

Ma non è solo la consigliera regionale Bruni a rivoltarsi contro una legge che mette a rischio la salute dei cittadini. Sul caso è intervenuto don Giacomo Panizza, che ha parlato di «un insidioso regalo di natale» da parte del Consiglio regionale.

«Ci ha provato – ha spiegato – mettendo all’ordine del giorno un “ritocco” alla legge riguardante “Interventi regionali per la prevenzione e il contrasto del fenomeno della ’ndrangheta e per la promozione della legalità, dell’economia responsabile e della trasparenza”, però ha evitato di spiegare che la modifica avrebbe riguardato il tema dell’usura e del gioco d’azzardo patologico. La maggioranza si è ritrovata senza numeri per il voto valido».

«Non fa meraviglia che, per poco ascolto e molta fretta – ha proseguito – il testo enunci nemmeno una volta ciò che propone. Titola “Modifiche all’articolo 16 della legge regionale 26 aprile 2018, n. 9, ne ripete a iosa la bella intestazione sopra citata e non riporta mai che si tratta degli “Interventi per la prevenzione dell’usura connessa al gioco d’azzardo patologico. Non è cosa da poco. Il pasticcio di «le parole … i commi 2 e 3… i numeri dell’art. 16, sono sostituiti da…» occulta i problemi dell’usura e del gioco d’azzardo patologico su cui ci sarebbe invece da scrivere molto in chiaro».

«Perché modificare proprio e solo questo articolo? A chi giova? Perché il Consiglio regionale della Calabria – si è chiesto don Panizza – dovrebbe scaricare le responsabilità generali su comuni, sindaci e popolazione in genere riguardanti la prevenzione dell’usura connessa al gioco d’azzardo patologico? Conosciamo che si tratta di problematiche economiche e finanziarie, sanitarie ed etiche, nondimeno anche sociali e politiche!»
«Affidare senza vincoli né indirizzi regionali a ogni singolo sindaco le modalità di autorizzazioni, gli orari di apertura, rallentare i distanziamenti già previsti di almeno 500 metri tra le sale slot e i luoghi di aggregazione giovanile e non solo, da scuole, chiese, bancomat, ecc., è decisione sconsiderata. – ha continuato –. Perché non contrastare l’usura nelle sue varie modalità, compresa quella causata dai debiti da gioco d’azzardo patologico? È notorio che le organizzazioni criminali hanno interessi in materia, mentre soccombono le persone, le famiglie, i servizi sociali e sanitari del territorio. Ricordo che i dati ufficiali annotano che in Calabria nel 2021 sono stati “giocati” legalmente d’azzardo più di quattro miliardi di euro (4.205.993.451,89)».
«E mancano quelli dei circuiti illegali – ha evidenziato –. Se c’è bisogno di un approfondimento della legge di quattro anni fa, dovrà essere solo migliorativo, e non un espediente per (s)caricare certi problemi su sindaci, persone in difficoltà, famiglie a rischio di andare in rovina. Il gioco patologico non è una puntata al lotto o la tombolata natalizia, è raffiche di puntate compulsive pagate alle macchinette e ai computer, è un non-gioco solitario deleterio anche per la società. Non conosco i motivi per cui il 28 novembre scorso sono venuti a mancare i numeri per legiferare. Ma è stato meglio, e mi auguro che non venga rimessa all’ordine del giorno nel prossimo Consiglio previsto il 12 dicembre perché si tratta di una proposta dannosa».
«La lotta al gioco d’azzardo e alla ludopatia non è un gioco e non può essere un azzardo», ha tuonato la Conferenza Episcopale Calabra, che si è detta «interdetta» alla possibilità della modifica, da parte del Consiglio regionale, della legge riguardante la notta all’usura e al gioco d’azzardo.
«La modifica – si legge nella nota – va di fatto a scaricare forti responsabilità generali sui Sindaci e pesanti conseguenze sulla popolazione, vanificando ogni tentativo di prevenzione del fenomeno della ludopatia. L’affidamento ad ogni singolo Sindaco e Comune delle decisioni in merito alle modalità di autorizzazione degli orari di apertura, uniformando inoltre al ribasso il distanziamento tra le sale slot e i luoghi sensibili, è una scelta sconsiderata, rispetto alla quale le motivazioni restano incomprensibili».
«Perché scaricare sui Sindaci, già oberati di tante responsabilità – hanno chiesto i vescovi calabresi –, rendendoli passibili di ulteriori pressioni, questa problematica così complessa? Un contesto al quale la criminalità organizzata guarda con attenzione per interessi economici, al fine di sfruttare la fragilità di chi vive una condizione di debolezza e dipendenza patologica».
«Allentare il controllo sul gioco d’azzardo – è stato evidenziato – significa indebolire la legalità e sfavorire la giustizia e la giustizia sociale in particolare. Già nel 2017, Papa Francesco, nel discorso del 21 settembre affermava: «Oggi non possiamo più parlare di lotta alle mafie senza sollevare l’enorme problema di una finanza ormai sovrana sulle regole democratiche, grazie alla quale le realtà criminali investono e moltiplicano i già ingenti profitti ricavati dai loro traffici: droga, armi, tratta delle persone, smaltimento di rifiuti tossici, condizionamenti degli appalti per le grandi opere, gioco d’azzardo, racket», inserendo proprio il gioco d’azzardo tra le fonti di diseguaglianza e povertà».
«La Conferenza Episcopale Calabra – hanno concluso i vescovi calabresi – di fronte a questa iniziativa, di fatto dannosa per il tessuto sociale calabrese, vuole denunciare con forza la pericolosità di tali paventate scelte. È davvero questo il regalo di Natale che si vuole fare ai cittadini calabresi, alle loro famiglie, alle comunità di una regione che lotta ogni giorno per la legalità e contro l’oppressione della criminalità organizzata?».
Libera Calabria, invece, si appella direttamente al presidente della Regione, Roberto Occhiuto, «affinché si proceda al ritiro di tale proposta e venga dato un segnale forte nel contrasto al gioco d’azzardo e ai profitti che la criminalità organizzata trae da esso».
La rete regionale, infatti, ha espresso preoccupazione per la proposta di legge, la cui approvazione «non terrebbe assolutamente conto degli effetti reali che l’espansione del gioco d’azzardo, già ampiamente diffuso nella nostra regione, avrebbe in un contesto regionale dalle tante difficoltà economiche e con un’elevata densità criminale».
«I numeri calabresi relativi alla diffusione ed alle giocate presso le slot machine e videolottery – ha spiegato Libera – meriterebbero, al contrario, misure più stringenti e restrittive, in linea con i regolamenti e le ordinanze adottate da diversi comuni sul territorio nazionale, perché, come più volte sottolineato dalla Direzione Nazionale Antimafia, questo è un settore dove le mafie hanno effettuato ingenti investimenti anche con riferimento ai giochi legali».
«Un fenomeno – ha concluso Libera Calabria – che deve mettere in apprensione non solo per gli interessi della criminalità organizzata, la quale trae profitti dalla manomissione delle macchinette e dall’uso di queste per riciclare denaro, ma anche per le conseguenze dalla dipendenza del gioco d’azzardo che compromette la salute psichica e fisica delle persone colpite, ed in alcuni casi può determinare l’impoverimento dei malati patologici e delle loro famiglie con il rischio di divenire vittime di usura ed estorsioni». (rrc)

L’ALTA VELOCITÀ SI È FERMATA… A EBOLI
E IN CALABRIA SI CONTINUA AD ASPETTARE

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Sull’Alta velocità in Calabria è tutto fermo. Un immobilismo che lascia attoniti, considerando quanto sia fondamentale questa infrastruttura per il rilancio della Calabria e per tutto il Sud. Un silenzio che fa comprendere come, da parte delle istituzioni, siano state spese solo belle parole e di concreto non è stato fatto granché. Nonostante in ballo ci sia anche il finanziamento del Pnrr.

Una situazione che fa preoccupare, soprattutto dalle recenti dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini che, nel corso nella seduta della Commissione Ambiente e della Commissione Trasporti, ha dichiarato che l’alta velocità in Calabria è ferma».

«Arrivo al ministero credendo di trovare tutto pronto, e invece per la tratta dell’Alta velocità in Calabria non ci sono né fondi né progetti», ha detto Salvini, sottolineando come «sull’Alta velocità Salerno-Reggio Calabria non è stato ancora definito con i territori il tracciato del percorso».

Sulla questione è intervenuta la senatrice della Lega Tilde Minasi, sottolineando che ciò «non deve scoraggiare le popolazioni di Calabria e Sicilia».

«L’Alta velocità al Sud – ha ricordato – è una delle priorità che lo stesso Salvini e la Lega si sono poste fin dall’inizio e tale resta, soprattutto in quanto snodo fondamentale per il Ponte sullo Stretto, che ha valenza e benefici per l’intera Italia e l’Europa solo se collegato con il resto del Paese attraverso Infrastrutture moderne ed efficienti. È, dunque, questo l’obiettivo che intendiamo centrare, dando seguito all’impegno preso già in campagna elettorale con i nostri elettori e con gli italiani».

La senatrice, ha assicurato che «il ministro è, infatti, intenzionato a ripartire proprio dall’inerzia delle precedenti compagini governative per dare nuovo impulso, in tempi celeri, a ogni attività e procedura necessaria per colmare i ritardi accumulati».

«Primo passo – ha dichiarato – sarà naturalmente il progetto della linea AV, che va elaborato al più presto scegliendo il tracciato più razionale e conveniente (in questo senso, non sembra essere idoneo l’ultimo ipotizzato, che prevede un “rientro” della linea ferroviaria verso l’interno per poi proseguire parallelamente all’autostrada)».

«È mia ferma intenzione – ha annunciato la senatrice – recuperare personalmente e sottoporre al Ministero gli studi di fattibilità, già condotti qualche anno fa, su un tracciato in grado di ridurre sensibilmente i tempi di percorrenza tra Roma e Reggio Calabria. Nei prossimi giorni mi attiverò in questo senso, andando poi a consultare man mano i territori per trovare le soluzioni migliori».

«Purché – sia ben chiaro – siano lontane da campanilismi – ha concluso – c’è in gioco il rilancio di due Regioni, Calabria e Sicilia – sottolinea Minasi – e l’opportunità di ottenere, finalmente, quel salto di qualità infrastrutturale indispensabile per colmare ogni gap con il resto del Paese e creare vero sviluppo».

Eppure, se si va a leggere sul sito di Ferrovie dello Stato, viene ribadito come «la nuova linea Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria costituisce un itinerario strategico passeggeri e merci per la connessione tra il Sud e il Nord della penisola, asse principale del Paese».

Concetto che è stato ribadito anche nei Dibattiti pubblici organizzati proprio su questa infrastruttura che «consentirà di incrementare i livelli di accessibilità alla rete AV per diverse zone a elevata valenza territoriale quali il Cilento e il Vallo di Diano, la costa Jonica, l’alto e il basso Cosentino, l’area del Porto di Gioia Tauro e il Reggino, oltre che velocizzare anche collegamenti verso Potenza, verso la Sicilia, verso i territori della Calabria sul Mar Jonio (Sibari, Crotone) e verso Cosenza e, allo stesso tempo, contribuirà in maniera significativa al potenziamento dell’itinerario merci Gioia Tauro – Paola – Bari (corridoio Adriatico)».

Con la sua realizzazione, viene spiegato sempre nel Dibattito pubblico, «il Sud viene ad essere sempre più vicino al resto d’Italia; permetterà di sviluppare l’economia e frenare l’emigrazione». Ma non è tutto. La vera e propria rivoluzione sta nei tempi: 1 ora e 20 minuti sull’itinerario Roma-Reggio Calabria, passando da 5 ore nello scenario esistente a 3 ore e 40 minuti (nello scenario post realizzazione); 1 ora e 32 minuti sull’itinerario Roma-Cosenza, passando da 4 ore a 2 ore e 28 minuti (nello scenario post realizzazione). E ancora, nella tratta Roma-Sibari, si passerebbe a 2 ore e 44 minuti dalle 4 ore e 11 minuti che ci vogliono; nella tratta Roma-Lamezia si passerebbe a 2 ore e 42 minuti.

Tempistiche che aiuterebbe sicuramente il turismo, perché con delle infrastrutture funzionanti, le persone saranno incentivate a venire in Calabria. Secondo il Dibattito pubblico, «all’anno 2035, il territorio potrà beneficiare di 51.055 presenze turistiche addizionali e 50 milioni di euro di spesa dei turisti addizionali».

Una visione che potrebbe non essere così tanto irrealistica, considerando che la nostra regione con il mare, la montagna e i suoi borghi può accontentare ogni tipo di “palato”.

Ma parliamo degli investimenti. Grazie al Pnrr, «gli investimenti previsti – si legge sul sito di Ferrovie dello Stato – per gli interventi prioritari dell’AV Salerno-Reggio Calabria sono complessivamente 11,2 miliardi di euro, di cui 1,8 miliardi di euro per l’intervento del lotto 1a Battipaglia-Romagnano, finanziato con i fondi del Pnrr; 9,4 miliardi di euro, finanziati con fondi complementari, per il completamento del lotto 1, per il lotto 2 e per la realizzazione del raddoppio Cosenza-Paola/S.Lucido (circa 1,4 miliardi di euro, di cui circa 1,2 miliardi per la galleria Santomarco)».

«Sono, inoltre – si legge ancora – previsti 400 milioni di euro per gli interventi prioritari sulla Battipaglia-Potenza-Metaponto-Taranto, tra i quali rientra l’interconnessione tra il lotto 1a e la linea esistente Battipaglia-Potenza (fondi Pnrr). La conclusione dei lavori del lotto 1a e dell’interconnessione è prevista per il 2026 in linea con gli obiettivi del PNRR; del Raddoppio Cosenza-Paola/S.Lucido (galleria Santomarco) è prevista per il 2030».

Un’ottima notizia, potremmo dire. Se non fosse che il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, abbia denunciato che «non ce n’è una, in Calabria, delle opere strategiche finanziate con il Pnrr», nel corso del suo intervento alla manifestazione della Fondazione Magna Gracia svoltasi a Roma.

«Nel Piano c’è 1 miliardo e 800 milioni per l’Alta Velocità ma si ferma al confine con la Calabria. Ci sono altre risorse nel Fondo Complementare – ha continuato –, però non bastano per completarla fino a Reggio Calabria. Io sono molto preoccupato, perché non c’è un solo investimento infrastrutturale importante per lo sviluppo della Calabria».

«Nel Pnrr non c’è nessuna attenzione per le regioni che devono svilupparsi attraverso le infrastrutture», ha denunciato il Governatore, ricordando che «al Sud parliamo sempre di Alta Velocità anche perché c’è una distanza abissale tra la qualità offerta dalle Frecce e il servizio degli intercity. I servizi ferroviari locali vanno riqualificati. È giusto parlare di Alta Velocità, ma ci dimentichiamo che in Calabria ci sono tratte che non sono neanche collegate alla linea elettrica» .

«La Regione ha destinato delle risorse dei Fondi per lo Sviluppo e la Coesione per elettrificare questa parte della tratta – ha concluso Occhiuto –. Ci vorrebbe un po’ di celerità, che fino ad oggi non ho visto». (ams)

LA TUTELA AMBIENTALE DEL TERRITORIO
UNICAL: PROGRAMMA NON PIÙ RINVIABILE

di FRANCO BARTUCCI – La difesa del suolo e dall’inquinamento dovrebbero essere temi di cui la politica dovrebbe prestare più attenzione. D’altronde, si sa che la Calabria è una regione ad alto rischio idrogeologico e il maltempo e i recenti danni provocati nella zona Tirrenica e Jonica sono un chiaro segnale della necessità e del bisogno di fare di più, magari attuando interventi prioritari e mettendo in sicurezza le strutture e le aree a rischio.

Lo stesso presidente della Regione, Roberto Occhiuto, nel suo intervento al Tg2, ha evidenziato come «la nostra epoca stia pagando anche le conseguenze di un consumo del suolo fatto dalle generazioni precedenti, e che oggi espone molta parte della popolazione a gravi rischi. In Calabria ci sono dei fiumi che sono tombati. Il problema è che la natura non sa che quel fiume non c’è più e che al suo posto c’è una strada, e quando piove si trasforma di nuovo in un torrente, in un fiume, trascinando tutto ciò che si trova davanti», così come – sempre secondo il Governatore – «questo tema della difesa del suolo e della lotta all’abusivismo dovrebbe essere in cima all’agenda politica di tutti i decisori, sia di quelli che partecipano alle scelte del governo nazionale, sia di quelli regionali e comunali.
È davvero importante che ci sia una coscienza collettiva che deve riguardare anche i cittadini, spesso autori degli abusi».

Di questo, poi, se ne è parlato in modo più approfondito alla 43esima edizione del Corso sulle Tecniche per la Difesa del Suolo e dall’Inquinamento all’Università della Calabria, svoltosi nei giorni scorsi.

Presieduto ed introdotto dal prof. Francesco Calomino, attuale direttore e coordinatore del Corso dopo l’ideatore, prof. Giuseppe Frega, ad aprire i lavori dell’edizione 2022, dopo la sospensione di due anni a causa della pandemia, presente il Prorettore con delega al Centro Residenziale, prof.ssa Patrizia Piro, è stato  colui che spetta il merito di avere organizzato alla fine degli anni Settanta tale importante evento annuale di grande valenza scientifica e progettuale su argomenti legati alla tutela del territorio e dell’ambiente calabrese e non solo. Si sta parlando del prof. Giuseppe Frega, tra l’altro già Rettore dell’Università della Calabria dal 1990 al 1999.

L’evento, organizzato dal Laboratorio di Modellistica numerica per la Protezione Idraulica del Territorio (LaMPIT), dal Centro Studi Acquedotti e Fognature, dai Dipartimenti di Ingegneria Ambientale e Ingegneria Civile e dall’Associazione Idrotecnica Italiana, si è svolto sotto il coordinamento dei professori Giuseppe Frega e Francesco Macchione.  

Complessivamente sono state presentate 42 Relazioni, che hanno impegnato 144 coautori provenienti da 31 Università, di cui 5 Università straniere. Va detto, inoltre, che l’evento è stato patrocinato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, dalla Società Idrologica Italiana, dal Gruppo Italiano di Idraulica e dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Cosenza. Con gli atti prodotti nelle 43 edizioni del Corso si può dire che la scuola italiana sulla difesa del suolo ne ha utilizzato al meglio i suoi contenuti scientifici e progettuali contribuendo a rispondere al bisogno di sicurezza e di sviluppo sostenibile del territorio che a gran voce continua a levarsi da tutti gli angoli del nostro Paese.

Ne troviamo un esempio concreto e di grande impatto nell’attualità dei nostri giorni nella relazione svolta dal prof. Paolo Zimmaro, del dipartimento di Ingegneria per l’Ambiente e il territorio dell’Università della Calabria, che ha tenuto anche con il contributo del prof. Ernesto Ausilio, la sua relazione sul tema: Fenomeni geotecnici indotti da terremoto in Italia Centrale e Meridionale, riportandoci agli accadimenti alluvionali dell’isola di  Ischia accaduti e fonte di polemiche anche aspre in questi giorni. 

«Gran parte del territorio Italiano – ha subito affermato il prof. Zimmaro – è caratterizzato da alta pericolosità sismica. Questo aspetto, unito alla vulnerabilità rispetto all’instabilità di versante del territorio nazionale, fa si che in Italia il rischio di frane indotte da terremoti sia elevato in una vasta area. In aggiunta ai fenomeni di frane indotte da terremoto, anche il rischio legato ad altri fenomeni geotecnici indotti da sisma come la liquefazione e la fagliazione di superficie è molto elevato, come testimoniato dai fenomeni osservati a seguito delle recenti sequenze sismiche in Emilia (2012) e Centro Italia (2016)».

Il prof. Paolo Zimmaro è poi entrato nel merito della ricerca concentra sull’analisi dei fenomeni franosi indotti da terremoto in Italia Centrale e Meridionale. I terremoti presi in considerazione sono 11 e coprono un arco temporale che va dal 1783 al 2016. Il range di magnitudo dei terremoti analizzati va da 5.9-7.1. Alcuni di questi terremoti fanno parte di sequenze sismiche. In particolare sono state analizzate due sequenze sismiche significative: la sequenza sismica Calabrese del 1783 e  la sequenza sismica in Centro Italia del 2016.

«L’analisi di questi eventi ha permesso di ricostruire le cause scatenanti i fenomeni franosi osservati a seguito di questi eventi calamitosi e delimitare le aree interessate dagli stessi. Tali conclusioni sono essenziali – ha detto il docente universitario – per la definizione di mappe di rischio su scala regionale e per la futura pianificazione del territorio. Ovviamente i dati di fenomeni geotecnici indotti da terremoto (per esempio frane e liquefazione) per eventi storici sono di fondamentale importanza.  Tuttavia, la quantità e qualità di dati forniti da terremoti recenti è migliorata sostanzialmente grazie all’uso di tecnologie innovative come il rilievo da drone e i dati satellitari ottici e radar».

Il prof. Zimmaro è poi passato ad illustrare  un progetto di ricerca recentemente finanziato dalla Nasa, del quale ne cura la parte geotecnica.

«Il progetto – ha chiarito – si propone di creare mappe di danneggiamento post-sisma nelle ore immediatamente successive il terremoto, che possano fornire informazioni preziose per la definizione delle aree interessate da danni significativi e pianificare opportunamente i soccorsi e le attività di protezione civile. Queste mappe, chiamate Damage Proxy Maps, si basano sull’uso di dati radar satellitari. I dati di danneggiamento geotecnico che emergono dallo studio costituiscono un prezioso elemento per la valutazione della loro efficacia e per la loro calibrazione». 

L’analisi approfondita dei dati relativi alle frane indotte dalla sequenza sismica del Centro Italia del 2016, presentata nel corso del suo intervento, fanno parte dei contenuti di un libro – edito da Springer e pubblicato di recente, che raccoglie contributi di ricercatori e studiosi di tutto il mondo. Per quanto riguarda l’Italia, oltre allo stesso prof. Zimmaro ci sono altri  co-autori, come i Professori: Ausilio (Unical), Silvestri (Università di Napoli Federico II) e Tropeano (Università di Cagliari).

«Questo libro, ad oggi, rappresenta – ha precisato il prof. Zimmaro – una delle risorse più avanzate per la valutazione dello stato dell’arte nell’ambito delle frane indotte da sisma».

La fragilità del territorio: il caso di Ischia

L’argomento trattato e le sue competenze in materia anche di dissesto idrogeologico e di fragilità dei territori ci portano ad approfondire quanto è accaduto proprio in questi giorni nell’isola di Ischia con la frana di Casamicciola.

«Tali fragilità oltre a quella di vulnerabilità rispetto al rischio frana ci dichiara il prof. Zimmaro – si aggiungono all’alta pericolosità sismica della zona, testimoniata dal recente terremoto del 2017 o dal distruttivo evento sismico del 1883 che ha praticamente raso al suolo il comune. Il territorio di Casamicciola può  essere considerato come rappresentativo di fragilità che sono condivise da molte zone d’Italia. La Calabria ovviamente non è esente da questi rischi, essendo in una zona ad alta pericolosità sismica e vulnerabile al dissesto idrogeologico. L’attenzione mediatica che segue tragedie come quella di Casamicciola, accende i riflettori sulle tematiche della mitigazione del rischio. Purtroppo, tali attenzioni scemano col tempo, e non riescono, almeno in Italia, a produrre effetti duraturi». 

«L’occorrenza di eventi calamitosi come le frane o i terremoti in Italia è inevitabile. È ben noto che questi eventi possono distruggere centri abitati ed infrastrutture, devastare comunità, e troppo spesso, provocare la perdita di molte vite. Ad esempio, terremoti distruttivi succederanno molto probabilmente nel corso delle nostre vite, e quasi certamente in quelle dei nostri figli. La domanda più importante che dovremmo chiederci è: come possiamo ridurre il rischio sismico e idrogeologico per le generazioni future?». 

«Esperienze passate, in altri luoghi del mondo ad alta pericolosità sismica, indicano che il modo più efficace per ridurre il rischio sismico delle nostre società, è attraverso il costante apprendimento da eventi distruttivi avvenuti in passato. In California e Nuova Zelanda, ad esempio quando eventi sismici hanno rivelano che alcune zone sono soggette a fagliazione di superficie, liquefazione, o instabilità di pendii sismo-indotta, queste aree sono state mappate e studiate in modo da prevenire, o quantomeno mitigare il rischio della futura occorrenza di questi fenomeni. L’elenco di esempi internazionali da cui l’Italia può apprendere potrebbe continuare a lungo».

La situazione Italiana è  piuttosto complessa e gli agglomerati urbani sono costituiti da molte strutture ad alta vulnerabilità e/o in zone a rischio dissesto idrogeologico. Tali vulnerabilità sono certamente esacerbate dagli effetti dei cambiamenti climatici. Le strutture a rischio, inoltre, costituiscono una larga fetta del patrimonio edilizio privato, ed è complicato definire strategie di mitigazione del rischio che coinvolgano allo stesso tempo proprietari, amministrazioni pubbliche e sovrintendenze.

Nei principali centri urbani Californiani, problemi simili, anche se relativi a differenti tipologie strutturali, sono in fase di risoluzione attraverso ordinanze comunali di mitigazione del rischio sismico obbligatorie. Questo impegno è stato possibile solo attraverso un’azione congiunta dal basso, di ingegneri, comunità locali di cittadini, la stampa e, successivamente, anche rappresentanze politiche. Possono simili iniziative essere intraprese in maniera efficace anche in Italia?”. 

«Come detto, ad oggi è possibile, attraverso tecniche innovative, raccogliere una grande mole di dati post-disastro. La sfida che ci troviamo ad affrontare adesso è: come possiamo tramutare questo bagaglio di esperienze ed insegnamenti in azioni pratiche volte ad un miglioramento delle pratiche correnti in Italia?».

«La politica, la società / l’opinione pubblica e le comunità interessate – ha concluso il prof. Paolo Zimmaro durante la nostra piacevole e dotta conversazione, arricchita di utili informazioni sulla sua esperienza di ricercatore in California – dovrebbero perseguire l’implementazione di pratiche migliori rispetto a quanto fatto nel passato ricostruendo le stesse tipologie strutturali nelle stesse aree – “com’era, dov’era».

«L’attuazione dogmatica di questo motto, come successo in passato non può essere più una opzione accettabile. L’unica strada perseguibile è quella di implementare un approccio proattivo al rischio sismico ed idrogeologico, individuando interventi prioritari e richiedendo l’obbligo (magari supportando questa azione con incentivi fiscali) della messa in sicurezza delle strutture e delle aree a rischio. Un piano di questo tipo si può certamente attuare in un periodo di “pace”, cioè non in fase emergenziale, ma necessita di una visione di lungo termine almeno ventennale». (fba) 

                                                                                                                                                

EMERGENZA DA DISSESTO IDROGEOLOGICO
INTERVENIRE SUBITO CON LA PREVENZIONE

I violenti nubifragi che hanno colpito la Calabria in questi giorni ripropongono l’annosa questione della prevenzione di un territorio caratterizzato da un profondo dissesto idrogeologico. Il maltempo e i violenti cambiamenti climatici che stanno caratterizzando, in maniera impazzita, il nostro Paese e, in particolare, la Calabria devono indurre a ripensare in maniera efficace e adeguata una nuova strategia di prevenzione.

Secondo la Coldiretti Calabria sarebbe opportuno dichiarare lo stato di emergenza e avviare le procedure per la calamità.

Il presidente di Coldiretti Catanzaro – Crotone – Vibo (le zone maggiormente colpite dal violentissimo nubifragio che si è abbattuto in queste ultime ore nella regione`) Fabio Borrello sostiene che le piogge torrenziali «hanno messo a dura prova l’intero tessuto produttivo, infrastrutture, abitazioni e la sicurezza delle persone. È il risultato dei cambiamenti climatici e dell’enorme energia termica accumulata nell’atmosfera in un anno in cui la temperatura è stata finora superiore alla media degli ultimi anni. Si ripropone ancora una volta la drammaticità e il pericolo sempre incombente del dissesto idrogeologico che deve essere affrontato per mitigarne gli effetti investendo in modo efficace, abbandonando tentativi, che hanno prodotto una stratificazione di competenze e non una semplificazione, poiché ormai è risaputo che intervenire a cose fatte costa 10 volte in più. Certamente la prima priorità è quella di mettere in sicurezza le persone e salvaguardare le vite umane». 

Dopo una prima ricognizione nelle aziende agricole – riferisce Borrello – «abbiamo potuto già verificare che hanno subito pesanti conseguenze. Nei prossimi giorni, con i dirigenti della Coldiretti dei Comuni interessati e in collaborazione con i comuni, contribuiremo in modo fattivo a fare una stima aggiornata dei danni subiti direttamente alle produzioni agricole, alle infrastrutture a servizio dell’agricoltura e alle strutture agricole.

Sosteniamo – aggiunge Borrello – la richiesta del sindaco di Catanzaro Nicola Fiorita di richiedere lo stato di emergenza e quindi avviare la dichiarazione dello stato di calamità. Uscire dalla logica dell’emergenza passando alla programmazione degli interventi non è più rinviabile nell’interesse complessivo della Calabria, delle attività economiche e soprattutto della sicurezza dei cittadini». 

A Catanzaro la grandine e la pioggia caduta con estrema violenza ha provocato danni e forti disagi sia nella zona di Santa Maria di Sala che nel quartiere marinaro. A Catanzaro Lido numerosi gli allagamenti e le strade diventate impercorribili a causa dell’acqua che non è defluita nei tombini, evidentemente ostruiti.

Anche in provincia si fa la conta dei danni.

Il maltempo ha colpito tutta la fascia all’alto Jonio provocando serie difficoltà alla popolazione a Crotone e nelle aree della provincia. 

Provvidenziale l’opera delle forze dell’ordine, di pompieri, polizia carabinieri e soprattutto di volontari: non bisogna aspettare di contare vittime per attivare interventi di prevenzione. 

L’unica strada percorribile è quella della prevenzione: a Reggio, per esempio, le fiumare sono ostruite da canneti spontaneamente sorti e mai tagliati e da rifiuti di grandi dimensioni che impediscono il regolare deflusso a mare dell’acqua piovana. Non aspettiamo il disastro annunciato: si intervenga subito! (rcz)

SANITÀ BOCCIATA DALLA CORTE DEI CONTI
IN CALABRIA LIVELLI DI ASSISTENZA A ZERO

di ANTONIETTA MARIA STRATI – In Calabria i servizi sanitari sono inadeguati. Un fatto molto ben conosciuto, ma che diventa ancora più tangibile – e che dovrebbe far riflettere di più – se a metterlo in nero su bianco è la sezione di controllo della Corte dei Conti della Calabria, nella relazione per il giudizio di parifica del Rendiconto 2021 della Regione, che boccia, completamente, la sanità calabrese.

Quello che emerge dal report, infatti, è sconfortante: nell’ultimo monitoraggio i Lea – Livelli Essenziali di assistenza del maggio 2021 in Calabria si sono posizionati all’ultimo posto, totalizzando un punteggio pari a 125 contro il minimo che è di 160. Un trend in negativo, se si considera che, rispetto al 2020, il punteggio ottenuto era di 162.

«La Giunta regionale della Calabria – si legge nel report – negli anni non ha mai approvato il bilancio di esercizio consolidato del servizio sanitario regionale in aperta violazione della legge. La mancata approvazione del documento contabile non pone alcuna certezza in ordine alle modalità di impiego delle risorse e dei risultati conseguiti dal servizio sanitario».

Nella relazione orale della consigliera Ida Contino, è stato evidenziato come «la Giunta regionale della Calabria, negli anni, non ha mai approvato il bilancio di esercizio consolidato del SSR in aperta violazione dell’art. 32 del d.lgs 118/2011. La mancata approvazione del documento contabile non pone alcuna certezza in ordine alla modalità di impiego delle risorse e dei risultati conseguiti dal servizio sanitario, e viola, tra gli altri, il principio di accountability in ragione del quale gli amministratori che impieghino risorse pubbliche hanno il dovere di rendicontarne l’uso sia sul piano della regolarità dei conti che dell’efficacia della gestione».

In assenza di bilancio, la sezione ha svolto l’analisi della gestione sanitaria avendo come riferimento i dati del IV trimestre 2021 che «come è noto, sono in continua evoluzione e, soprattutto, non sono attestati come veritieri da alcun organo che se ne assuma la responsabilità» è stato evidenziato nella relazione, in cui viene spiegato che «nell’esercizio 2021, la “Missione 13 – tutela della salute“ del bilancio regionale ha visto l’assunzione di impegni per circa 4,098 miliardi di euro cui sono seguiti pagamenti di competenza per 3,214 miliardi di euro. Anche il rendiconto 2021 della regione Calabria conferma che la spesa corrente sanitaria (€ 3.939.587.413,70) costituisce la componente principale di quella regionale (€ 4.954.832.616,90) con una incidenza pari al 79,51%».

«Nel riparto delle disponibilità finanziarie per l’anno 2021 – si legge – la Regione ha ricevuto a titolo di fondo sanitario indistinto la somma di oltre 3,650 miliardi di euro con un incremento, in termini percentuali, del 2,8% rispetto al 2019. Ha ottenuto altresì oltre 70,605 milioni di euro quale quota del Fondo sanitario regionale vincolato e oltre 31,118 milioni di euro quale quota premiale. Le somme testè indicate sono tutte comprensive delle risorse finanziarie ottenute per il contrasto all’emergenza covid-19».

Inoltre, è stato rilevato come «oltre ai flussi finanziari provenienti dal SSN, la Sanità regionale è stata finanziata dalle entrate extra-fondo (€ 192.252.446,00) e dalle entrate proprie; queste ultime, invero, in riduzione negli ultimi due esercizi. I dati evidenziano, infatti, che in Calabria la compartecipazione dei cittadini al servizio sanitario (attraverso il pagamento dei tickets) si è ridotta, dal 2019 al 2021, del 13,2%», come si è ridotto il saldo derivante dalle attività svolte in regime libero-professionale (intramoenia) che ha subìto un decremento consistente passando da 1,921 mln di euro del 2019 a 1,579 milioni di euro del 2021, con una riduzione pari al 17,81 %».

La sezione di Controllo, invece, ha rilevato come la Regione dimostri uno «scarso indice di attrattività sanitaria, fronte di una elevatissima mobilità passiva di chiaro stampo patologico. Circa il 20% dei ricoveri dei residenti calabresi risulta effettuato presso strutture collocate al di fuori del territorio regionale, a fronte di una media nazionale della mobilita’ passiva pari all’83%. Nel 2021 il saldo della mobilità interregionale è pari a -242 milioni di euro».

«Tuttavia – viene evidenziato – il fenomeno della mobilità incide sui cittadini calabresi molto più di quanto rilevato dal saldo finanziario. Una valutazione complessiva dell’impatto economico della emigrazione sanitaria richiederebbe, infatti, anche la quantificazione dei costi sostenuti dai pazienti e dai familiari per gli spostamenti nonché i costi indiretti per assenza dal lavoro dei familiari, permessi retribuiti ecc».

Rilevato, poi, un sottodimensionamento dei posti letto e personale: «i posti letto del servizio sanitario regionale – viene evidenziato – sono complessivamente, tra strutture pubbliche e private accreditate, n. 5.850, di cui n. 1.967 presso le quattro aziende ospedaliere, n. 1.988 (quindi un numero superiore) presso le case di cura accreditate, n. 1.836 presso gli ospedali a gestione diretta e n. 59 presso gli istituti di ricovero a carattere scientifico. I posti letto, dunque, sono sottodimensionati (di n .654) rispetto a quanto previsto nel Programma operativo 2019-2021, ove ne erano stati programmati n. 6.504, in ragione del DCA 64/2016».

«È stato accertato, negli ultimi cinque anni, infatti – si legge nel rapporto – un sensibile decremento della consistenza del personale di ruolo: nel 2017, il numero complessivo delle unità lavorative era di 20.315 e nel 2021, invece, il numero è di 18.121 al netto delle unità assunte per il contrasto al covid, pari a 1.150 unità. Nell’ambito del comparto, poi, il decremento maggiore riguarda il personale medico che passa da 4.361 a 3.951; nonché del personale assunto a tempo indeterminato».

Un altro problema rilevato riguarda il fatto che la Calabria è tra le regioni che presentano maggiori difficoltà di accesso alla diagnostica strumentale: «Dalle tipologie considerate (acceleratori lineari, angiografi, gamma camera computerizzati, mammografi, risonanze magnetiche) sul territorio calabrese – è stato evidenziato – ne sono presenti 213 di cui 120 in uso presso le strutture pubbliche e 93 in uso nelle strutture private».

«I valori che destano più sospetto – si legge – sono quelli relativi alle risonanze magnetiche, soprattutto ove si rilevi che su un totale di 55 apparecchi, 36 sono in uso a strutture private e 19 in strutture pubbliche. Tra queste ultime ci sono voluti più di nove anni tra l’acquisto e il collaudo di una risonanza magnetica alla azienda universitaria di Catanzaro e più di sei anni e mezzo tra l’acquisto e il collaudo alla azienda ospedaliera di Cosenza e più di cinque anni tra l’acquisto e il collaudo di due risonanze magnetiche all’Asp di Cosenza e tre alla’Asp di Reggio Calabria».

Quelle che emerge, dunque, che è «solo il 19% delle grandi attrezzature in uso in Calabria, dunque, non è obsoleto se si considera che un apparecchio complesso è tale già dopo cinque anni di anzianità».

Inoltre, «la regione Calabria, nel conto economico consolidato al IV trimestre 2021, presenta un risultato di gestione pari ad 26,596 milioni di euro. Con il conferimento di € 119 mln di euro (a titolo di aliquote fiscali, di “quota sociale” delle prestazioni socio-sanitarie presente sul Bilancio regionale 2021 e aggiornamento delle stime fiscali sulle manovre pregresse) il risultato di gestione al 31.12.2021 è pari a +146,001 mln di euro». In poche parole, significa che, considerando «le perdite pregresse al 31.12.2020, pari a -77,443 mln di euro, al 31.12.2021 residua un avanzo di gestione pari a 68,558 mln di euro. Questa sembrerebbe una buona notizia e tuttavia è necessario svolgere alcune considerazioni per leggere correttamente il dato», sottolinea la Corte dei Conti.

Questo perché la copertura del disavanzo «pregresso è stata possibile grazie a una maggiore disponibilità di risorse ottenute per la gestione della pandemia (oltre 251,911 milioni di euro); ma, soprattutto, è stata possibile grazie al ritardo degli interventi che avrebbero dovuto essere messi in atto per l’erogazione dell’assistenza sanitaria».

In sostanza, la Regione i soldi li ha, ma continua a fare debito inutilmente, con conseguente incremento dei costi finanziari.

Inoltre, è importante sottolineare come, per la prima volta, è stata svolta una indagine conoscitiva dalla sezione della Corte dei Conti sugli immobili rientranti nel patrimonio delle aziende sanitarie calabresi, ritenendo che un’attenta valorizzazione dell’ingente patrimonio immobiliare possa rappresentare un passo idoneo per avviare un corretto programma di risanamento.

Infatti, in base ai dati forniti dagli Enti, ci sono 363 apprezzamenti di terreno, o (per un’estensione pari a 4.888,62 are) con un valore di mercato pari a circa 10 milioni di euro; e di 69 fabbricati (per un totale di mq 22.322,00), con un valore di mercato pari a oltre € 11.000.000. Ciò è stato rilevato sono evidenti criticità nella gestione del patrimonio, per il cui esame dettagliato si rinvia alla relazione annessa al giudizio di parificazione. In questa sede sinteticamente si evidenzia che vi sono molti terreni già usucapiti o in corso di giudizio, immobili non accatastati, occupazioni abusive da parte di terzi, inutilizzo di immobili, mancati rinnovi contrattuali, e una non corretta iscrizione del valore dei canoni dei fitti attivi nel conto economico.

Per quanto riguarda, poi, la gestione dell’emergenza covid, la Corte dei Conti ha parlato di «un risultato sconfortante»: «Nonostante la Regione abbia ricevuto, negli anni 2020 e 2021, risorse finanziarie per oltre 251,911 milioni di euro, ad oggi – rileva la Corte dei Conti della Calabria – il 67% della somma (pari a euro 170,227 milioni di euro) non e’ stata ancora trasferita agli enti sanitari».

«Tale dato deve essere letto unitamente – si legge nel rapporto – allo stato degli interventi del piano operativo covid realizzati in Calabria, al 31 dicembre 2021: 12 posti letto in Ti rispetto ai 134 programmati e finanziati; 11 posti letto in Tsi rispetto ai 136 programmati e finanziati; 3 ambulanze rispetto alle 9 programmate e finanziate; nessuna area movimentabile, rispetto alle finanziate; nessun intervento di riorganizzazione e ristrutturazione dei Ps, rispetto ai 18 programmati e finanziati; nessuna rendicontazione da parte delle cinque aziende provinciali del Ssr in merito alle azioni intraprese per l’implementazione dei servizi di assistenza domiciliare integrata».

«La conclusione è evidente – si legge – anche nella gestione della pandemia, nonostante la presenza di cospicue risorse in cassa, il servizio sanitario ha prodotto debiti. Tale anomalia, per come chiarito anche dal Dipartimento della salute, scaturisce da altra ancora più grave: le spese sostenute dagli Enti sanitari per il contrasto del covid non sono state ancora dai medesimi Enti puntualmente rendicontate».

La Corte dei Conti, poi, ha preso atto delle dichiarazioni rilasciate dal commissario ad acta, Roberto Occhiuto,  in merito al quadro delle azioni per affrontare le criticità rilevate, spiegando che «sono stati istituiti gruppi di lavoro con l’ausilio della Guardia di Finanza per la ricognizione del debito; che è stato avviato il processo di circolarizzazione delle posizioni debitorie con l’apertura di una piattaforma e l’invio di 20.000 pec a tutti i fornitori del Ssr per poter concludere la ricognizione della massa debitoria 34 entro il 31 dicembre;; che sono state previste, nella manovra d’autunno, una serie di interventi per rendere più attrattivo il lavoro nel sistema sanitario calabrese; che sono stati avviati importanti investimenti del Pnrr; che è stato predisposto un piano per la dotazione delle tecnologie per ospedali».

Per quanto riguarda i Fondi Comunitari, la sezione «dà evidenza di un preoccupante ritardo nell’attuazione del Programma, che pone a rischio obiettivi di sviluppo e crescita, con conseguente potenziale perdita di risorse comunitarie. È necessario, perciò, dare impulso ed accelerare tutto il processo di spesa per scongiurare la perdita di importanti e significative risorse (rischio calcolato nella misura presunta del 9%),rilevanti per tutto il sistema economico calabrese. Occorre infine, intercettare tempestivamente le economie di progetto maturate o maturabili per riorientare risorse su Assi/azioni più performanti».

Quello che è emerso è un quadro preoccupante, che fa comprendere, ancora di più, quanto sia urgente intervenire sulla sanità calabrese a 360 gradi. Criticità e problemi che sono stati riconosciuti dal presidente della Corte dei Conti, Guido Carlino, intervenuto al giudizio di parificazione della Regione Calabria. Carlino ha assicurato che «l’attenzione della Corte dei Conti è notevole, ovviamente noi faremo la nostra parte per venire incontro alle esigenze degli uffici calabresi».

Anche il presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, ha assicurato che «laddove sono state rilevate incongruenze e disfunzioni, si agirà per porvi rimedio».

«Il Consiglio regionale – ha detto – non mancherà di riservare, nell’amministrazione delle risorse pubbliche, un supplemento di responsabilità. L’intenzione è di continuare ad avere con la corte dei Conti un dialogo di costante e leale collaborazione in ossequio ai principi di trasparenza, controllo e risparmio».

«Sono rilievi importanti – ha dichiarato Occhiuto – perché la Corte dei Conti dà contezza di quello che va fatto per migliorare i conti e la qualità dei servizi. Per cui, sono molto soddisfatto dell’esito del giudizio di parifica che per fortuna non produce conseguenze sui documenti contabili che abbiamo approvato, essendoci correzioni nell’ordine di 4 milioni di euro».

«Sono molto soddisfatto – ha proseguito Occhiuto – dell’esito del giudizio di parificazione, che per fortuna non produce conseguenze sui documenti contabili che abbiamo già approvato: ci sono delle piccole correzioni nell’ordine dei 4 milioni di euro, è andata molto meglio dell’anno scorso a esempio. Soprattutto abbiamo raccolto molte osservazioni che diventano una traccia di lavoro per il futuro. Il Rendiconto 2021 contiene in qualche modo la somma di tutte le questioni che si sono cristallizzate e stratificate nella Regione e che piano piano, attraverso risorse coraggiose e strutturali, dovremo affrontare e risolvere».

«Sono impegnato a rifondare un sistema sanitario che ho raccolto in macerie. Non sarà semplice – ha aggiunto Occhiuto – non sarà un’attività che concluderemo nell’arco di qualche settimana o di qualche mese ma sarà un’attività che concluderemo dimostrando che anche la sanità in Calabria può essere governata».

«Nei livelli essenziali di assistenza – ha rilevato – siamo ultimi. Ho detto che il fatto che oggi siamo in avanzo di amministrazione e che questo avanzo è dovuto al fatto che abbiamo riconciliato i conti degli anni precedenti con i ministeri vigilanti non è una buona notizia, perché significa che nelle casse delle aziende sanitarie e del sistema sanitario regionale ci sono le risorse e queste risorse non vengono spese, per cui credo che già dai prossimi giorni approfondiremo anche le questioni legate al governo delle aziende sanitarie e ospedaliere della nostra regione». (ams)

 

FAR SCOPRIRE IL BELLO DELLA CALABRIA
LA MISSION CUI PUNTARE PER IL RILANCIO

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Se provassimo a diffondere bellezza, la Calabria, potrebbe essere finalmente una terra migliore di com’è? Praticare il bello, è un esercizio che sappiamo fare, ma fare bene, noi calabresi? Sul primo quesito lasciamo la risposta aperta, su quello seguente invece, la risposta esatta è: non proprio. Ma possiamo certamente imparare.

Migliorare le nostre performance, fino a essere straordinariamente bravi. In fondo non si tratta d’altro se non di diffondere la bellezza di cui la Calabria è già da principio dotata. Non sarebbe forse questa una buona pratica di marketing strategico per la Regione? 

La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è certamente il dubbio che fare bene e fare meglio (vivere rettamente) sia inutile. Corrado Alvaro affronta già nel 1948, e con sostenuta sollecitudine, la morale del dubbio, ma la verità è che a certe latitudini soprattutto, questo dubbio assale ancora. Oggi come allora. Serve dunque un’analisi autocritica che ingaggi nei calabresi la capacità di fare del bello il proprio massimo bene. 

Risorse limitate? Concentriamole sulle migliori opportunità.

Bene il food che fa provare gusto; ottima l’enogastronomia che rende onore ai sapori e agli odori, ai prodotti tipici del territorio; straordinari il mare e la montagna… Un mood che però è limitatamente sufficiente se si tratta di riuscire a essere competitivi con il resto del mondo. Dove il gioco lo fa sì la domanda, ma la soluzione è tutta nell’offerta.

Serve, al centro di tutto questo principio di cose, un dettaglio ulteriore a fare la differenza. E cioè una formula “strategica” in grado di far emergere il particolare nell’universale. 

Il mare non ci privilegia più. È stralucente alle Hawaii e pure in Liguria, non è dunque questo il particolare oggetto della nostra ricerca. La montagna non ci avvantaggia particolarmente neppure, è purissima in Svizzera e anche in Piemonte, dunque nulla di cui approvvigionarsi neanche qui. Il buon cibo, non è più un esclusivo segno di riconoscimento, vi sono eccellenti vie del gusto anche in Emilia e in Toscana. Perché allora far virare verso Sud, in Calabria, il flusso turistico italiano, europeo ed estero?

Ecco la necessità di una strategia di sviluppo mirata. 

Della Calabria, in termini di bello, nel contesto di una bellezza più grande e obiettivamente diffusa ovunque, si parla fin troppo poco. Un dato reale, da impianto statistico, secondo il quale la regione emerge maggiormente per fatti di cronaca nera rispetto alle pluriqualità possedute, in grado, tra le altre cose, di appagare l’animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione. La Calabria, nonostante le sue origini magnogreche, la spettacolarità dei bronzi di Riace, la genialità del teorema di Pitagora e il valore leggendario del tesoro di Alarico, resta tra le regioni italiane una misconosciuta terra d’Europa. Ovviamente al netto di tutto il bello che ha. 

Politiche errate, o piani di sviluppo poco credibili? Propagande troppo campanilistiche, o incapacità di orientamento verso la progressione nazionale e internazionale?

Certamente a influire su questo stallo della regione, pesano le troppe inconcludenti approssimazioni che fanno capo alla politica, ma anche e soprattutto ai calabresi della società civile conniventi alla politica stessa, tutti insieme fedeli alla leggenda metropolitana “u ciucciu chi vola”. Non sarebbe tempo di abbandonare il carattere di mitomani ereditato dai greci e smettere di raccontare favole su una vita in realtà disadorna?

I flussi turistici, negli ultimi decenni, hanno aumentato in maniera esponenziale le loro esigenze, conseguenza della progressione dello sviluppo economico e sociale a livello globale. Le migliaia di chilometri che distanziano la Calabria dal resto d’Europa, devono pertanto poter corrispondere al massimo dei servizi del bello, affinché da ovunque si decida di raggiungere una meta così lontana. Come? Con la capacità dei singoli di fare gruppo e quella del gruppo di trasformarsi in insieme.

La Calabria è bellissima. E i luoghi di cui dispone sono davvero tanti e soprattutto vari. Vanno semplicemente esposti. Messi in mostra. Saputi vendere. Come si fa coi frutti, l’olio, il pane, il bergamotto e il cedro. La Calabria ha una miriade di luoghi che sono musei a cielo aperto, set naturali gratuiti dove tutti potrebbero girare il film della propria vita, o magari realizzarvi dei sogni. La nota che stona è che però su questi stessi luoghi idilliaci, a giocare a svantaggio è l’oscurantismo, cioè l’essere conosciuti troppo poco, a volte per niente. 

Ma non è che si ha forse troppa paura di correre il rischio che la Calabria rubi il cuore agli ospiti in visita nei suoi meravigliosi luoghi? Anche se fosse, e lo rivelo proprio qui, è esattamente questo l’elemento segreto della strategia.

La nostra terra, e ne fa memoria l’inglese Edward Lear con i suoi artistici bozzetti, ha bisogno di essere mostrata per quel che è: il diamante grezzo d’Europa, lo straordinario itinerario italiano.

Una nuova proposta legata ai luoghi, in tutte le accezioni del termine. Alle pietre, alle vie, ai paesi. Con sottotitoli tratti dalla letteratura in cui gli stessi luoghi, oltre la materia di cui sono fatti, hanno un’anima viva. Sono essi il contenitore di tutto ciò che il viaggiatore cerca. Ma affinchè la promozione convinca, arrivi al livello della persuasione, il primo viaggio spetta ai calabresi, la cui conoscenza dei luoghi a cui appartengono è pigra e misera. Una ricognizione quindi destinata a confluire, a fine percorso, in quella agognata strategia di sviluppo regionale a cui abbiamo accennato nella parte iniziale. 

Per avere a disposizione una giusta chiave di lettura con cui far entrare ospiti e visitatori già a distanza, direttamente nel cuore della Calabria, affinchè questa possa rapirgli il loro, non resta che avviare un processo di interventi. Il primo, e mi sia concesso, sia riservato a Leonida Repaci, con l’augurio che la chiave che lo scrittore di Palmi è disposto ad offrirci, corrisponda, e corrisponderà, al dettaglio che fa la differenza nell’avvio di una forte e immediata strategia di marketing regionale che, auspichiamo, una volta attuata, si dimostri in grado di aprire le porte aperte di questa terra al mondo intero. 

Quando fu il giorno della Calabria Dio […] Diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto, allo Stretto il pescespada, a Scilla le sirene, a Chianalea le palafitte, a Bagnara i pergolati, a Palmi il fico, alla Pietrosa la rondine marina, a Gioia l’olio, a Cirò il vino, a Rosarno l’arancio, a Nicotera il fico d’India, a Pizzo il tonno, a Vibo il fiore, a Tiriolo le belle donne, al Mesima la quercia, al Busento la tomba del re barbaro, all’Amendolea le cicale, al Crati l’acqua lunga, allo scoglio il lichene, alla roccia l’oleastro, alle montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all’altro, al greppo la ginestra, alle piane la vigna, alle spiagge la solitudine, all’onda il riflesso del sole. Diede a Cosenza l’Accademia, a Tropea il vescovo, a San Giovanni in Fiore il telaio a mano, a Catanzaro il damasco, ad Antonimina il fango medicante, ad Agnana la lignite, a Bivongi le acque sante, a Pazzano la pirite, a Galatro il solfato, a Villa San Giovanni la seta greggia, a Belmonte il marmo verde. Assegnò Pitagora a Crotone, Orfeo pure a Crotone, Democede pure a Crotone, Almeone pure a Crotone, Aristeo pure a Crotone, Filolao pure a Crotone, Zaleuco a Locri, Ibico a Reggio, Clearco pure a Reggio, Cassiodoro a Squillace, San Nilo a Rossano, Gioacchino da Fiore a Celico, Fra’ Barlaam a Seminara, San Francesco a Paola, Telesio a Cosenza, il Parrasio pure a Cosenza, il Gravina a Roggiano, Campanella a Stilo, Mattia Preti a Taverna, Galluppi a Tropea, Gemelli-Careri a Taurianova, Guerrisi a Cittanova, Manfroce a Palmi, Cilèa pure a Palmi, Alvaro a San Luca, Calogero a Melicuccà, Rito a Dinami. Donò a Stilo la Cattolica, a Rossano il Patirion, ancora a Rossano l’Evangeliario Purpureo, a San Marco Argentano la Torre Normanna, a Locri i Pinakes, ancora a Locri il Santuario di Persefone, a Santa Severina il Battistero a Rotonda, a Squillace il Tempio della Roccelletta, a Cosenza la Cattedrale, a Gerace pure la Cattedrale, a Crotone il Tempio di Hera Lacinia, a Mileto la zecca, pure a Mileto la Basilica della Trinità, a Santa Eufemia Lametia l’Abbaziale, a Tropea il Duomo, a San Giovanni in Fiore la Badia Florense, a Vibo la Chiesa di San Michele, a Nicotera il Castello, a Reggio il Tempio di Artemide Facellide, a Spezzano Albanese la necropoli della prima età del ferro. Poi distribuì i mesi e le stagioni alla Calabria.[…] (Leonida Repaci)

Il Signore ha distribuito in Calabria più bellezza che altrove, vogliamo, noi calabresi, almeno a lui, rendere conto di ciò che ne abbiamo saputo fare? Non sono richieste strategie. (gsc)

I SERVIZI PER CIECHI PURIMINORATI, UNA
LEGGE CHE È L’ORGOGLIO DELLA CALABRIA

di PIERFRANCESCO GRECO  – «Costruire, anche sui territori, un presidio integrato di azioni, per dare respiro alla straordinarietà dell’Esistenza, quella capace di trarre dall’assistenza la forza di riempire i giorni di impegno, soddisfazione, realizzazione». Questo l’obiettivo delineato dalla dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, rispetto al Progetto per lo sviluppo di servizi a favore delle persone cieche pluriminorate, normato in Calabria dalla Legge regionale n. 17 del 31 maggio 2019, che ha costituito l’oggetto del Convegno svoltosi lo scorso 28 novembre nella Sala Oro della Cittadella Regionale di Germaneto, a Catanzaro.

«Un simposio che – ha spiegato la dottoressa Palummo, moderatrice dell’incontro – costituisce il consuntivo della terza annualità del progetto afferente alla succitata legge, la quale è la bussola che può portarci a cogliere il risultato poco fa prefigurato. Certo, quello che siamo già riusciti a ottenere grazie a questa norma, che è un’eccellenza, un primato della nostra Regione, ha del prodigioso; un prodigio determinato dalla sinergia tra Istituzione regionale e associazionismo, nello specifico Consiglio Regionale dell’Uici Calabria e Comitato Regionale Calabria della Iapb, i quali, attraverso i finanziamenti appositamente erogati dalla Regione e grazie al lavoro dei dirigenti, delle strutture associative e degli operatori, hanno garantito, anche quest’anno, con interventi mirati e modulati sulle specificità individuali, dignità a tante persone, a tante sensibilità, a tante aspirazioni: consulenze, assistenza alle famiglie, assistenza scolastica, stimolazione basale, trasporti, attività ludiche e ricreative e via dicendo sono riusciti di nuovo a scardinare la coltre di immobilismo e marginalizzazione che troppo a lungo ha negato a troppe sorelle e a troppi fratelli la fragranza della libertà».

«A tal riguardo – ha aggiunto – ritengo opportuno evidenziare come il prossimo step debba consistere nella riqualificazione del nostro gruppo di operatori e di quello degli istruttori per l’orientamento e la mobilità, facendo in modo che questa legge arrivi a estendere,  sempre di più, i propri effetti sui territori, così da rendere le nostre sezioni delle vere e proprie agenzie di promozione esistenziale, in grado di volare oltre ogni limite, di dare alla vita i colori della felicità».

«Felicità che – ha evidenziato la vicepresidente della Regione Calabria, Giusy Princi – dipende dalla capacità che tutti noi, Regione e Associazioni, sapremo continuare a dimostrare nel donare vicinanza a chi ha più bisogno, creando le condizioni congrue all’inclusione e all’integrazione, sociale, lavorativa e scolastica. Ecco, la formazione è il punto fondamentale, per i non vedenti, per i portatori di pluridisabilità e per coloro i quali devono loro garantire l’assistenza: in tale ambito la Regione è particolarmente presente, al fine di rendere la nostra terra accessibile a tutti, in tutte le sue opportunità e in tutta la sua bellezza».

Regione che ringraziamo, «unitamente  al suo Presidente, Roberto Occhiuto, per aver, anche quest’anno consentito di dare seguito a un progetto di cui andiamo orgogliosi – ha affermato il Presidente Regionale di Uici e Iapb Calabria, Pietro Testa -; in progetto per il quale occorre continuare a lavorare insieme, ognuno nel proprio campo d’azione, affinché possiamo, da qui a un anno, ritrovarci per il seminario della quarta annualità; un seminario da riempire, alla stregua di oggi, non solo di freddi numeri, ma, soprattutto, di calore umano e gioia, come quelle veicolate dalle testimonianze che ascolteremo e dai video che saranno proiettati; video realizzati dalle sedi territoriali dell’Uici, le quali provvederanno a esplicitare le proprie relazioni sull’annualità appena conclusa».

Testimonianze e video che si sono succedute nella soleggiata mattina catanzarese, colmando – per usare le parole del Presidente Testa – di calore umano e gioia la sala, affollata dalle nutrite delegazioni territoriali che hanno raggiunto la Cittadella Regionale, con assistiti, famiglie, operatori e dirigenti, i quali hanno seguito con interesse i lavori, il cui proscenio è stato poi occupato proprio dalle rappresentanti e dai rappresentanti delle cinque sedi territoriali Uici, ovvero Catanzaro –  col saluto della vicepresidente Lidia Travaglio, in sostituzione del Presidente territoriale Concetta Loprete, assente per motivi di lavoro, e la relazione di Luciana Loprete, dirigente regionale Uici, già presidente del Comitato regionale Iapb -, Crotone – col saluto del Presidente Francesco Scicchitano e la relazione di Stefania Scalise, segretaria della sede -, Cosenza – col saluto e la relazione del vicepresidente Roberto Crocco -, Reggio Calabria – col saluto e la relazione della Presidente Francesca Marino e il breve intervento del Presidente territoriale emerito Fortunato Pirrotta, presidente del Collegio nazionale dei Probiviri dell’Uici – e Vibo Valentia – col saluto e la relazione del Presidente Giuseppe Bartucca -. Testimonianze, video e relazioni che hanno palesato l’esito prodigioso di cui ha parlato la moderatrice Palummo: il prodigio di essere riusciti a liberare la meraviglia del quotidiano, massimizzando, a livello individuale, quelle che il Presidente Nazionale Uici e Iapb, Mario Barbuto, collegato da remoto, ha definito le “abilità residue”, attraverso cui percorrere con successo la strada verso una società aperta e libera da vincoli e barriere.

Una libertà di cui la Calabria è alfiere, grazie alla particolarità di questo progetto; «particolarità – ha spiegato l’avvocato Annunziato Denisi, consulente legale dell’Uici Calabria – consistente nel fatto che non solo l’elaborazione e la definizione ma anche la sua esecuzione ha come elementi di riferimento congiunto associazionismo e istituzione: Associazioni ed Ente Regionale che, insieme, sono partecipanti attivi e responsabili del progetto, in ogni sua fase».

«Un progetto che si dipana nell’attività quotidiana coordinata dai dirigenti – ha aggiunto – ed eseguita dalle nostre segreterie territoriali, da quella regionale e dagli uffici della Regione Calabria, oltre, che ovviamente, dagli operatori, i quali danno concretezza all’erogazione dei servizi. I risultati sono tangibili e la speranza è di riuscire a fare partire i progetti, come previsto inizialmente, dal settembre di ogni anno, per dare continuità e massima espressione alle potenzialità di questa legge, che, nata in Calabria, è un esempio di simbiosi vincente tra pubblico e privato».

Una simbiosi da promuovere e a cui guarda con interesse la platea dell’associazionismo calabrese, rappresentata, durante il seminario di oggi, da Maurizio Simone, Presidente regionale della Fand, Antonio Mirijello, Presidente Regionale Ens, e da Carmine Vizza, Presidente provinciale dell’Unms Cosenza, i quali, con le loro riflessioni, hanno arricchito di contenuti il meeting, curato da Patrizia Tortorella,  Stefania Scalise, Daniela Taverna, Debora Chimento, Gianluigi Melina, Paolo Massaria e Davide Scalzo.

Meeting «che, come ogni anno • ha chiosato la dottoressa Palummo – è stato speciale: speciale perché abbiamo nuovamente dimostrato come le risorse pubbliche, coniugate con l’impegno quotidiano che la nostra Associazione profonde da oltre cento anni in direzione dell’inclusione sociale e dell’integrazione, della riabilitazione, del sostegno, del supporto, possono portare a ottenere risultati eccellenti. Risorse che, quando non vanno disperse, bensì investite in interventi mirati, possono, anche quando sono esigue, produrre un effetto moltiplicatore su quella che è la convergenza relativamente al piano integrato delle azioni«.

«Al riguardo, abbiamo ribadito al presidente Occhiuto la necessità di dare continuità a questi servizi di assistenza – ha proseguito – rilanciando il desiderio, che è poi una necessità, di non interrompere durante l’anno questa progettazione, che deve fluire quotidianamente; stiamo, in proposito, studiando insieme una soluzione che garantisca pure questo. Che altro dire? Forse solo una cosa: dai video proiettati e dalla viva voce abbiamo ascoltato testimonianze di ragazze e ragazzi, di madri che hanno reso l’idea della felicità, colta grazie a questo progetto a loro rivolto ed eseguito sui singoli territori…».

«Una felicità che, senza la Legge di cui abbiamo parlato oggi – ha detto ancora – non sarebbe stato possibile abbracciare; una felicità comunicata dalle testimonianze dei ragazzi, che ci ha aperto il cuore, rendendolo lieto: sì, siamo lieti che da questo duro lavoro di coordinamento tra enti, istituzioni e operatori esca fuori la felicità che abbiamo ascoltato, quella delle piccole cose, che poi tanto piccole non sono, ovvero la felicità dell’imparare a scrivere, dell’imparare a nuotare, dell’imparare a coordinare i movimenti. Cose che, invero, sembrano piccole a questo mondo veloce e distratto, e che, apparentemente non offrono soluzione al problema, alla complessità del problema connesso alla pluriminorazione; in realtà il mondo intero trova senso proprio in questo tipo di felicità, in quello di una mamma che dice: «quando vedo mio figlio che riesce a fare quel piccolo passo in più, verso la dignità e l’inclusione, tocco il cielo con un dito». Ecco, queste parole, di felicità e verità, ci ripagano di ogni sforzo, rinfrancano gli operatori e noi dirigenti, dandoci la carica per riproporre e rilanciare questa bellissima e importante iniziativa, sul cui slancio scorgiamo, ogni giorno, il mondo che vogliamo costruire». (fg)

 

PROGETTO MEZZOGIORNO: DOPO 15 ANNI
LA VISIONE PROFETICA DELL’ ING. BARONE

di SANTO STRATI – Ci sono voluti 15 anni perché una serie di idee, propositive e geniali, dell’ing. calabrese Nicola Barone trovassero l’adeguata accoglienza. “Progetto Mezzogiorno”, di cui si parlerà domani a Trebisacce in un convegno promosso per rilanciare l’innovazione al Sud, è un programma di interventi e soluzioni ideato ben 15 anni fa nel libro che Barone pubblicò con Rubbettino: la proposta di un grande laboratorio di eccellenza per lo sviluppo del territorio. Lo scenario è quello dell’economia della conoscenza, ovvero l’utilizzo e l’approfondimento di sistemi innovativi legati alle tante potenzialità, inespresse, che il Mezzogiorno cova senza portarle a profitto.

È la storia di un Mezzogiorno, anzi di una Calabria che vede ancora oggi partire i propri giovani, cervelli pensanti e grandi capacità, che mettono al servizio di regioni o Paesi più intelligenti le proprie competenze. La Calabria, lo abbiamo scritto tante volte, ha il record mondiale di esportazione di cervelli, un male atavico che ha poco a che vedere con la tradizionale emigrazione di inizio Novecento. Allora partivano braccia, utili nel Nuovo Mondo per costruire il futuro. E si è visto cosa sono stati capaci di fare i nostri emigrati negli Stati Uniti, in Australia, in America Latina, dovunque sono state utilizzate (o meglio sfruttate) le risorse umane che lasciavano il paese natìo in cerca di fortuna, spesso facendosi raggiungere più tardi dalla famiglia. Molti di loro la fortuna l’hanno trovata, a costo di enormi sacrifici, di grandi disagi, di incolmabili dispiaceri: basta vedere quanti calabresi nel mondo sono diventati capitani d’impresa, manager di altissimo livello, imprenditori e industriali degni ogni ammirazione. La fuga dei cervelli è, invece, più subdola: i ragazzi è giusto che vadano a cercare specializzazioni post laurea nelle regioni ricche o all’estero: molti partono con l’idea (che diventa presto illusione) di poter tornare e dare il proprio contributo alla terra che gli ha dato i natali. È una matrigna, la Calabria, che non ama i propri figli giovani (per colpa dei “vecchi” che permettono si rubi il futuro alle nuove generazioni), eppure sforna geniacci in grado di sfondare nel mondo. Se restano in Calabria i nostri laureati, specializzati, capaci, competenti, non trovano opportunità d’impiego che permettano loro di formarsi ulteriormente e mettere a profitto le proprie competenze. No, la Calabria non è un paese per giovani e nessuno si rende conto che la mancata crescita del territorio è proprio causata da questa involontaria (ma inevitabile) fuga di cervelli.

L’ing. Nicola Barone è un visionario come pochi, anche lui trascurato e ignorato dalla Calabria che avrebbe potuto e dovuto far tesoro delle sue competenze. Quasi trent’anni fa fu l’artefice del progetto Telcal, con un piano telematico (un progetto sperimentale finanziato dal Miur) che anticipava di anni quello che sarebbe successo con l’esplosione delle rete e la diffusione di Internet. Un’ambiziosa e profetica idea che avrebbe fatto della Calabria la regione apripista della Rete, ma il consorzio si sciolse inopinatamente. L’ing. Barone ha proseguito con il suo intuito (le intuizioni sono fondamentali nel campo dell’innovazione tecnologica), oggi è presidente di Telecom San Marino, ma ha offerto a lungo la sua competenza a livello internazionale, divenendo uno dei maggiori esperti di strategie di telecomunicazione.  È nato a Cerchiara di Calabria ed è andato via presto per l’Università, portandosi dietro – come quasi tutti i calabresi andati via –  un amore straordinario e infinito per la propria terra. Lo stesso che lo rimette in gioco con questo convegno di Trebisacce dove si vogliono mettere a frutto le sue (profetiche e antesignane) intuizioni. Se ci pensate bene, il Territorial Knowledge Management (ovvero la conoscenza del territorio) che suggerisce e propone l’ing. Barone è la chiave di volta dell’economia locale, basata sull’utilizzo e l’impiego intelligente delle nuove tecnologie. Attenzione, rispetto a 15 anni fa quando Barone esponeva le sue teorie, ci sono condizioni molto diverse e ben più favorevoli: basti pensare al Pnrr  che punta alla net economy per la crescita e lo sviluppo del territorio. Ci sono i soldi e in Calabria ci sono le teste pensanti, un capitale umano straordinario che chiede solo di essere messo alla prova, che chiede di poter offrire capacità e competenza al servizio della propria terra. 

Cosenza con la sua Università è un faro mondiale nell’ambito dell’intelligenza artificiale (il rettore Nicola Leone è uno dei maggiori esperti mondiali) e sforna esperti tecnologici che il mondo ci invidia (e cerca, intelligentemente, di sottrarci). 

Le proposte dell’ing. Barone, contenute nel suo libro visionario (ma mica tanto) diventano l’asse portante di questo Progetto Mezzogiorno di cui la Regione dovrebbe farsi parte attiva. La tecnologia al servizio del territorio significa mettere insieme innovazione e soluzioni che derivano proprio dal territorio: Barone ha selezionato, nel suo libro, oltre 50 indicatori di competitività che risultano di un’attualità travolgente, se si pensa che sono stati individuati ben 15 anni fa. 

C’è il capitale intellettuale sociale territoriale – dice Barone – in grado di esprimere e mettere a profitto le tante potenzialità di sviluppo di tutta l’area calabrese. Ma non solo: la Calabria può divenire un modello di sistema replicabile in tutto il Mezzogiorno, ma non soltanto: anche le regioni centro-settentrionali che sono avanti anni, in fatto di competitività tecnologica, potrebbero fare riferimento a questo paradigma di crescita che si basa su investimenti che, dal territorio, si irradiano a livello nazionale e internazionale.

Calabria Silicon Valley è, del resto, un vecchio e ancor oggi validissimo, progetto dell’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Nisticò, farmacologo di fama internazionale, che individua nel territorio calabrese un centro strategico di innovazione, attraverso la valorizzazione delle culture del territorio e dei laureati specializzati che la Calabria riesce a produrre. 

C’è una sorta di eccezionalità genetica nei giovani calabresi che li porta a diventare, in breve tempo, protagonisti dell’innovazione tecnologica e della ricerca scientifica. Basti pensare all’Università Magna Graecia con le sue facoltà di Medicina e Farmacia da cui sono usciti (e continuano a uscire) fior di scienziati che il mondo intero fa a gara per portarseli a casa.

L’ing. Barone è uno di quei giovani, oggi “diversamente” giovane, ancora capace di dare un contributo notevolissimo alla crescita e lo sviluppo della Calabria. Potrebbe godersi la sua posizione di rendita, frutto di anni di successi e di lavoro appassionato, ma, per amore autentico della Calabria, è pronto a rimettersi in gioco e a guidare un team di competenze in grado di valorizzare risorse e territorio. Sapranno capirlo da Germaneto? Presidente Occhiuto, permetta un consiglio:  avvi il “ritorno a casa” delle migliori menti calabresi andate via, nel campo della scienza e dell’innovazione tecnologica. 

Ma la Calabria, è vittima della burocrazia: il prof. Roberto Crea, originario di Palmi, da San Francisco, dopo 40 anni di successi negli Usa, attende di poter prendere la guida del Dulbecco Institute che sta nascendo a Lamezia Terme alla Fondazione Terina. Ma la Regione da un anno cincischia sul rilascio dei locali: il centro di eccellenza avrebbe già potuto essere in funzione. Le lentezze burocratiche sono la causa prima del mancato sviluppo: occorre una visione di futuro. Come quella che ci ha offerto 15 anni fa l’ing. Nicola Barone, pronto a ridiscendere in campo per il Progetto Mezzogiorno.  Per il bene della Calabria e dei calabresi.  (s)


A TREBISACCE SI DISCUTE DI FUTURO-PRESENTE: IL PROGETTO MEZZOGIORNO

All’evento di domani (2 dicembre), in programma a partire dalle 16 all’Auditorium Comunale ex Fornace, interverrà il sindaco di Trebisacce, Alex Aurelio, con un saluto introduttivo, e vedrà la partecipazione, oltre che dell’ing. Nicola Barone autore del libro che dà il nome al convegno, di numerose personalità e istituzioni: Florindo Rubbettino, editore del libro Progetto Mezzogiorno; Don Francesco Preite, Presidente Nazionale Salesiani per il Sociale; Nicola Paldino, Presidente Credito Cooperativo Mediocrati; Vincenzo Cesarini, Presidente dell’ODCEC; Rosanna Mazzia, Presidente dell’Associazione Borghi Autentici D’Italia; Paolo Innamorati, Dottore Commercialista; Prof. Franco Rubino, Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche di Unical; Mons. Donato Oliverio, Vescovo di Lungro. Modererà i lavori Luca Collodi, Caporedattore di Radio Vaticana.

IL RIGASSIFICATORE DI GIOIA TAURO COME
CHIAVE PER LA RINASCITA DEL MERIDIONE

di FRANCESCO RAO –  La Calabria vive un momento particolarissimo. In controtendenza al passato e in questa particolare occasione, vi sono strumenti e mezzi che potrebbero consentirci di invertire la tendenza che nel tempo ci ha consentito di rimanere isolati e incapaci di intraprendere la via della crescita e dello sviluppo. Sia ben chiaro: il concetto della crescita socioeconomica, non appartiene per dono divino ad una parte dell’Italia; ad una parte dell’Europa e ad una parte del mondo.

Da molto tempo, nell’immaginario collettivo, è fissata l’idea per la quale soltanto le aree del Nord delle rispettive nazioni possono avviare percorsi virtuosi, perché industrializzati, evoluti e culturalmente capaci di progettare e realizzare in tempi congeniali alle rispettive esigenze dettate da un mercato che marcia più veloce di quanto si possa immaginare mettendo in cantina arti, mestieri, professioni e visioni del passato. Per intenderci, il passato non è soltanto il Secolo scorso. Il passato è anche ieri, come il futuro non dovrà essere inteso il prossimo decennio, il futuro inizia da ciò che ognuno di noi sceglierà farà tra un’ora, un giorno o una settimana. Percorrendo questa strada, la Calabria, come il Meridione d’Italia, oltre a essere il Sud dell’Europa è il Nord del Continente Africano nonché il centro nevralgico del Mediterraneo nel quale Gioia Tauro continuerà a rappresentare il crocevia dell’intero globo terrestre.

Intanto, come si potrà facilmente osservare nel grafico redatto grazie ai dati Istat, la popolazione in Calabria è in costante calo e la proiezione per il futuro dovrebbe attestarsi nel 2050, a 1.700.000 unità. Vi è anche uno scenario peggiore ipotizzato nel quale si potrebbe registrare una popolazione regionale ridotta ad appena 1.5 milioni di persone. Tutto dipende dalle scelte che verranno messe in cantiere nel giro dei prossimi 4-5 anni.

Sappiamo benissimo che nessuno è disposto ad abbandonare il proprio territorio se in quel luogo, oltre alla sicurezza sociale, all’occupazione e alla propensione di crescita vi sono anche aspettative positive. In apertura ho affermato che la Calabria vive un momento particolarissimo e le ragioni che mi hanno spinto ad affermare ciò non sono poche ed in primis vi sono tutte le responsabilità pregresse di una politica che non ha saputo immaginare gli scenari futuri per trattenere o far rientrare in Calabria l’enorme quantità di giovani che una volta giunti nelle città del Centro-Nord per studiare, difficilmente hanno fatto rientro.

Tale perdita, crescente nell’arco dei decenni, ha consentito ai figli più capaci e meritevoli della Calabria di realizzarsi professionalmente lontano dalla loro terra, mentre nel tempo, il divario Nord-Sud è stato sempre più ampio. Per quanto afferisce al settore degli investimenti pubblici in Calabria, per il momento vorrei stendere un velo pietoso. Vi è una tesi alquanto illogica, perciò indimostrabile, apparentemente fondata dalla constatazione di un protratto immobilismo da parte del governo centrale nel programmare la realizzazione di infrastrutture pubbliche importanti per evitare che da tali circostanze possa averne benefici principalmente la criminalità e non i calabresi. A ciò si consideri l’immane quantità di tempo necessaria per realizzare un’opera pubblica in Calabria, al punto tale che dal progetto alla posa della prima pietra, oltre all’obsolescenza della stessa opera il rincaro dei prezzi rende l’opera irrealizzabile. A tutto ciò, una via d’uscita potrebbe esserci.

Bisogna ripartire considerando il valore dell’energia quale strumento per rendere possibile la capacità produttiva e con essa l’intero processo ad essa riconducibile nel quale sono annoverabili tanto la formazione quanto l’occupazione. Il progetto del rigassificatore, realizzabile a Gioia Tauro, potrebbe essere la madre di uno sviluppo impensabile nel quale oltre alla Calabria potrebbe rinascere quel Meridione capace di osare, guardando alle esigenze dei prossimi 150 anni e ponendo fine a quel copione di una certa politica pronta a litigare per nascondere l’incapacità e la mancanza di una visione che non può prescindere dal considerare l’energia come il punto di forza per costruire lo sviluppo. La favola dell’energia verde è spettacolare. Coinvolge emotivamente tutti, ma fa ragionare pochi. Il forte impulso che un moderno rigassificatore potrebbe apportare ai nostri sistemi di produzione, incidendo sul contenimento dei costi, diverrebbe un forte disturbo per quei mercati che in tal senso hanno saputo guardare avanti traendo oggi benefici. In Italia attualmente sono attivi tre rigassificatori: uno a terra (Panigaglia) e due in mare (Livorno e Porto Viro).

Il terzo dovrebbe essere quello di Gioia Tauro con l’intento di azionare la trazione Meridionale all’Italia contenendo la corsa dell’inflazione e il bagno di sangue economico patito principalmente dal segmento sociale più debole di una società che non può affrontare l’attuale caro vita senza avere un lavoro, una retribuzione e un potere d’acquisto in linea con i costi schizzati in alto a causa degli effetti registrati con il caro energia. L’intento al quale vorrei auspicare un lavoro di squadra tra il Presidente dell’ADSP Agostinelli, il Presidente Occhiuto e il Presidente Meloni dovrebbe prevedere nel breve periodo un Dpcm specifico per Gioia Tauro attivando contemporaneamente una doppia corsia per prevedere nel breve periodo l’utilizzo di navi rigassificatrici e nel medio e lungo periodo concentrarsi su sistemi consolidati per poter implementare la fornitura di gas naturale, alimentando al contempo la sviluppo della piattaforma del freddo che ne favorirà immediatamente la commercializzazione del segmento produttivo afferente al settore agricolo ed in modo strutturale sull’intera filiera realizzabile.

A questo punto, l’unico limite da superare è la paura di quanti continuano a temere che tutto possa scoppiare e, forse, senza rendersene conto, con tale atteggiamento hanno consentito alle multinazionali, intente a intessere i loro interessi a nostro discapito, di perseguire forti profitti, conducendoci giorno dopo giorno nel limbo della povertà e della desertificazione produttiva. Se la politica oggi ha la responsabilità di credere in tale scommessa, i Calabresi dovranno essere culturalmente pronti a guardare avanti, senza continuare a opporre resistenze a prescindere. (fr)

[Francesco Rao è presidente del Dipartimento Associazione Nazionale Sociologi]