PER SVIMEZ, NEL 2022 IL SUD IN RECESSIONE
IL PIL DELLA CALABRIA SI FERMERÀ A -0,9%

di FILIPPO VELTRI – Le previsioni Svimez segnalano per il 2023 il rischio di una contrazione del Pil nel Mezzogiorno dello 0,4%, un peggioramento della congiuntura determinata soprattutto dalla contrazione della spesa delle famiglie in consumi, a fronte della continuazione del ciclo espansivo, sia pure in forte rallentamento nel Centro-Nord (+0,8%).

Il 2024 dovrebbe essere un anno di ripresa sulla scia del generale miglioramento della congiuntura internazionale, unitamente alla continuazione del rientro dall’inflazione che scende al +2,5% e +3,2% nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno nell’anno. Si stima che il Pil aumenti nel 2024 dell’1,5% a livello nazionale, per effetto del +1,7% nel Centro-Nord e dello +0,9% al Sud.

Il dato del Sud, di per sé apprezzabile visto che dovrebbe tornare in territorio positivo dopo il calo del 2023, sarebbe comunque sensibilmente inferiore a quello del resto del Paese. Un aspetto strutturale che contribuisce a spiegare la debole ripartenza meridionale è rintracciabile sul lato dell’offerta: a seguito dei continui restringimenti di base produttiva sofferti dal Sud dal 2008, si è sensibilmente ridimensionata la capacità del sistema produttivo dell’area di agganciare le fasi espansive del ciclo economico.

Dopo lo shock della pandemia, l’Italia ha conosciuto una ripartenza pressoché uniforme tra macro-aree. Il “rimbalzo” del Pil nel 2021, +6,6% a livello Paese, è stato sostenuto dalla ripresa degli investimenti, soprattutto quelli in costruzioni, e dalla domanda estera, interessando tutte le aree del Paese, ma è stata più rapida nel Nord (+7,5% nel Nord-Est; +7% nel Nord-Ovest), dove più pronunciata era stata la recessione del 2020. Il Mezzogiorno ha però partecipato alla ripartenza nel 2021: il Pil meridionale è cresciuto infatti del 5,9%, superando la media dell’Ue-27 (+5,4%), beneficiando dell’inedita intonazione espansiva delle politiche a sostegno dei redditi delle famiglie e della liquidità delle imprese che hanno contribuito a sostenere i consumi e a preservare condizioni favorevoli di continuità operativa per le attività economiche.

I sistemi produttivi delle regioni meridionali si sono mostrati meno pronti ad agganciare la domanda globale in risalita, registrando un ritmo di crescita dell’export più contenuto del resto del Paese. Gli investimenti delle imprese orientati all’ampliamento della capacità produttiva, inoltre, sono stati meno reattivi nel Mezzogiorno. Sono stati soprattutto quelli in costruzioni a crescere nel Sud, grazie allo stimolo pubblico (Ecobonus 110% e interventi finanziati dal Pnrr). Le dinamiche globali avverse, compreso il trauma della guerra, hanno esposto l’economia italiana a nuove turbolenze, allontanandola dal sentiero di una ripartenza relativamente coesa tra Nord e Sud del Paese. Nel corso del 2022 la Svimez ipotizza una crescita media dei prezzi al consumo dell’8,5%; dato che racchiude una significativa differenziazione territoriale: + 8,3% al Centro-Nord e +9,9% nel Mezzogiorno, con un differenziale sfavorevole al Sud dovuto in larga parte a un effetto composizione. o assunto proporzioni drammatiche.

Al netto del peggioramento delle condizioni rilevate nel corso del 2020, l’insieme di queste misure ha avuto effetti significativi nel contrastare la povertà. Nel 2020, dunque, i corposi trasferimenti governativi hanno preservato le condizioni economiche delle famiglie, limitando fortemente la contrazione dei redditi. Gli effetti delle misure per contrastare gli effetti della pandemia sono stati positivi anche nel mitigare le disuguaglianze. Senza questi interventi le famiglie povere sarebbero state quasi 2,5 milioni, quasi 450 mila in più rispetto al valore registrato nel 2020 (poco più di 2 milioni), cui corrispondono oltre un milione di persone in meno in condizione di povertà assoluta (-750 mila al Sud e -260 mila al Centro-Nord). Senza le erogazioni le famiglie in povertà assoluta sarebbero state il 9,4% anziché il 7,7%, l’incidenza per le persone sarebbe aumentata all’11,1% anziché fermarsi al 9,4%. In particolare, nelle regioni meridionali, senza sussidi l’incidenza della povertà assoluta fra le famiglie avrebbe raggiunto un picco drammatico di circa 13 famiglie ogni 100 (13,2% al Sud e 12,9% nelle Isole), che grazie agli interventi cala di 3,4 punti al Sud e 4,5 punti nelle Isole. assoluta di 2,8 punti percentuali nel Mezzogiorno contro lo 0,4 del Nord e lo 0,5 del Centro.

In valori assoluti al Sud sarebbero circa mezzo milione di poveri in più. Il risultato stimato per il Sud è spiegato essenzialmente dalla maggiore diffusione nelle regioni meridionali di famiglie più numerose (numero di componenti maggiore di 3) e con minori a carico per le quali il rischio povertà è segnatamente più elevato rispetto ai nuclei più ridimensionati.

Nel Mezzogiorno la ripresa occupazionale è stata tuttavia di bassa qualità, alimentandosi all’aumento della precarietà è tornata sui livelli pre-pandemia, in anticipo rispetto al Centro-Nord attestandosi su livelli comunque inferiori rispetto al 2008 (–2,9%), al contrario di quanto avvenuto nel Centro-Nord (+2,6%). L’occupazione (media dei primi due trimestri), cresciuta in Italia del 3,6% (+791 mila unità) nel 2022, rispetto alla prima metà del 2021, ha premiato soltanto i maschi con un +0,2%, a fronte di un moderato calo dell’occupazione femminile a–0,8%. Più precari e più a lungo, in sintesi: ciò si traduce in una maggiore percezione di insicurezza del lavoro nelle regioni meridionali.

Tra i divari tra Nord e Sud rimangono preoccupanti quelli nella filiera dell’istruzione. I servizi socio-educativi per l’infanzia sono caratterizzati dall’estrema frammentarietà dell’offerta e da profondi divari territoriali nella dotazione di strutture e nella spesa pubblica corrente utilizzata dalle Amministrazioni locali. In Italia la percentuale dei bambini di età compresa fra i 3 e i 5 anni che frequenta una struttura educativa (93,2%) è più alta della media europea (89,6%).

Nella scuola d’infanzia, la carenza d’offerta a sfavore del Mezzogiorno riguarda soprattutto gli orari di frequenza. Nel Mezzogiorno è molto meno diffuso l’orario prolungato (offerto solo al 4,8% dei bambini); viceversa è più diffuso l’orario ridotto (20,1%) rispetto al Centro-Nord: 17,0% e 3,6% rispettivamente per orario prolungato e ridotto. Mentre nella scuola primaria la percentuale di alunni che frequenta a tempo pieno è più bassa nelle regioni meridionali (18,6%) rispetto al resto del Paese (48,5%). Nel Mezzogiorno circa 650 mila alunni delle scuole primarie statali (79% del totale) non beneficiano di alcun servizio mensa. In Campania se ne contano 200 mila (87%), in Sicilia 184 mila (88%), in Puglia 100 mila (65%), in Calabria 60 mila (80%). Nel Centro-Nord gli studenti senza mensa sono 700 mila, il 46% del totale. Circa 550 mila allievi delle scuole primarie del Mezzogiorno (66% del totale) non frequentano scuole dotate di una palestra. Solo la Puglia presenta una buona dotazione di palestre mentre registrano un netto ritardo la Campania (170 mila allievi privi del servizio, 73% del totale), la Sicilia (170 mila, 81%), la Calabria (65 mila, 83%). Nel Centro-Nord gli allievi della primaria senza palestra corrispondono al 54%. Analogamente, il 57% degli alunni meridionali della scuola secondaria di secondo grado non ha accesso a una palestra; la stessa percentuale che si registra nella scuola secondaria di primo grado.  (fv)

I 3 MLD PER LA 106? BUONI E BENEDETTI
BASTA POLEMICHE, LA POLITICA S’IMPEGNI

Elemosina o una vera e propria svolta epocale? Non importa come la si guardi, sta di fatto che, adesso, la strada statale 106, conosciuta anche come strada della morte, potrà essere ammodernata e messa in sicurezza. Come? Con i tre miliardi che saranno distribuiti in 15 anni.

Soldi che – è bene ricordare – arrivano direttamente dal ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini. E non importa da quale bandiera politica arrivino questi fondi, perché significa che, finalmente, il Governo ha posato i suoi occhi sulla Calabria e sulle sue tante problematiche. La Strada Statale 1o6 era un’emergenza nell’emergenza. È tra le strade più pericolose d’Italia, che a settembre 2022 – come riportato dall’Odv Basta Vittime sulla Strada Statale 106 –  ci sono state già 24 vittime. Ad oggi, purtroppo, ce ne sono state altre. Una scia di sangue inarrestabile che, forse, inizierà a fermarsi con quei preziosi fondi che arrivano direttamente dal Mit.

E, forse, il commissario della Lega, Giacomo Saccomanno, aveva proprio ragione nel dire «doveva venire Matteo Salvini ad impegnarsi per il nostro territorio!».

«Fare polemiche su questa corretta azione è, veramente, intollerabile!», scriveva Saccomanno ma, si sa, fa parte del gioco della politica. E, anche se «per la prima volta, dopo qualche mese dalla formazione del Governo, si parla concretamente delle infrastrutture calabresi e si indicano le strade da percorrere», ha evidenziato Saccomanno, ricordando che si tratta di «una cosa mai successa nei 30 anni precedenti anzi, per quanto riguarda la SS 106, vi sono zone ove ancora mancano i progetti! Ci chiediamo: cosa hanno fatto i Governi precedenti in oltre 30 anni! La risposta è sotto gli occhi di tutti: nulla di serio», è giusto sentire, ascoltare e dare spazio anche alle altre bandiere.

Tra tutti, spicca l’interrogazione presentata dal consigliere regionale del Pd, Ernesto Alecci, che ha definito «i 3 miliardi per la Statale 106 sono spalmati in 15 anni, da Salvini sono una piccola elemosina: è una vergogna».

«Sono arrabbiato e indignato – ha detto Alecci – per la notizia che mi è arrivata questa mattina, sul finanziamento della Statale 106. Abbiamo visto e letto dei proclami del centrodestra, del presidente Occhiuto, dei parlamentari calabresi, del ministro Salvini, che dicono che he sono stati messi 3 miliardi per la Statale 106 nella Finanziaria».

«E invece, leggendo attentamente il testo che arriverà in Parlamento – ha continuato il consigliere regionale – emerge che Salvini ci fa una piccola elemosina perché i 3 miliardi sono spalmati su 15 anni, quindi nella Finanziaria del 2023 per la Statale 106 sono finanziati solo 50 milioni, poi 100 milioni nel 2024 eccetera, come se avesse aperto una Findomestic e fatto un prestito… Il contratto di programma Anas 2021-25 chiarisce in maniera univoca ii lavori da fare e il costo annuo, indicando che per completare la Statale 106 ci vogliono 8 miliardi».

«Ricordo – ha aggiunto – il consigliere regionale del Pd – che tre anni fa Salvini fece un’interrogazione all’allora ministro De Micheli chiedendo investimenti  per quella che definiva la strada della morte  oggi è lui il ministro ed è come se facesse un’interrogazione a se stesso. I 3 miliardi un 15 anni – sempre che le cose non cambiano nel frattempo – significano che i lavori termineranno tra 20 anni. Insomma, sono previsti solo fondi per finanziarie e completare un terzo della Statale 106, per gli altri due terzi nulla. Di questo passo ci vorranno 40-50 anni per realizzare la Statale 106».

«È vergognoso, se fossi al posto di Salvini mi dimetterei – ha concluso – non abbiamo bisogno della sua elemosina. Quanto al presidente Occhiuto, avevo molta fiducia in lui ma vedo che si fanno ancora solo proclami. Io lunedì presenterò un’interrogazione affinché ai calabresi si dica la verità».

Immediata la risposta del presidente della Regione, Roberto Occhiuto: «Ad avercene di elemosine che cubano 3 miliardi di euro».

«Il Pd – quasi ininterrottamente al governo nazionale negli ultimi 10 anni e per più di un lustro alla guida della nostra Regione (9 dicembre 2014 – 15 febbraio 2020) – non ha mai posto in cima ai suoi programmi il rifacimento della Statale 106 – ha ricordato Occhiuto –. Con il centrodestra al governo della Calabria e adesso del Paese, invece, la Statale Jonica è diventata una priorità nazionale».

«Abbiamo coinvolto in questa battaglia – ha ricordato Occhiuto – la Cgil, la Cisl e la Uil, il Consiglio regionale ha unanimemente sostenuto l’iniziativa del mio esecutivo regionale, i ministri delle Infrastrutture, Giovannini prima e Salvini poi, hanno accolto le nostre richieste. Ed oggi raccogliamo i frutti di quanto seminato nell’ultimo anno. Lo spiego bene, anche per chi, come il consigliere Alecci, evidentemente non conosce la materia e non ha esperienza nella messa a terra delle grandi opere».

«La legge di bilancio per il 2023 – ha continuato – ha dato concreta attuazione alle previsioni dell’allegato infrastrutture al Def per il 2022, che aveva individuato la Strada statale106 come “la priorità” degli interventi stradali di Anas, al fine di garantire ai cittadini dell’area Jonica il diritto ad una mobilità efficace e sicura.  Oltre alle risorse già disponibili per il Megalotto 3, in corso di realizzazione, la manovra ha dunque stanziato 3 miliardi di euro che si aggiungono ai 200 milioni previsti dal Fsc 21-27. Il completamento delle attività di progettazione consentirà di definire il fabbisogno complessivo degli interventi che, dopo la tratta Catanzaro-Crotone, si amplieranno alla Crotone-Sibari e poi al tratto meridionale verso Melito Porto Salvo».

«Le ulteriori risorse necessarie – ha spiegato – potranno essere reperite attraverso i fondi strutturali  europei 21-27 e il Fsc 21-27 destinati alla Regione Calabria. I flussi temporali dei finanziamenti previsti dalla legge di bilancio potranno essere modulati sulla base dell’effettivo cronopramma dei cantieri, sulla base di progetti condivisi con i territori e con modalità realizzative coerenti con gli effettivi fabbisogni di mobilità. Le risorse della manovra, dunque, sono scadenzate nel tempo per evitare la possibilità di disimpegnare questi fondi a causa dei tempi tecnici necessari per costruire l’opera. Nei primi anni occorre completare le progettazioni, condividere i tracciati, avere le autorizzazioni e bandire le gare.  E per queste attività – spiega il governatore – le risorse del Fsc e quelle previste dalla legge di bilancio sono più che sufficienti.  Successivamente i finanziamenti potranno essere efficacemente rimodulati sulla base degli effettivi stati di avanzamento dei lavori, come è già stato fatto per altre grandi opere e per altri settori».

«Faccio un esempio. Se Anas sarà in grado di mettere a terra risorse per 2 miliardi di euro entro il 2025 – ha spiegato ancora –, quelle risorse saranno disponibili. In caso contrario, proprio grazie alla programmazione temporale data in manovra, i fondi non andranno disimpegnati e rimarranno nelle nostre disponibilità. Per realizzare le infrastrutture complesse non è importante il flusso di spesa, ma la disponibilità complessiva delle risorse. Altro esempio. Nel bilancio dello Stato l’Alta velocità ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria è finanziata spalmando le risorse su molte annualità, proprio per evitare disimpegni. In questo caso la mia preoccupazione è che siccome le prime attività previste per questa tratta ferroviaria non sono state ancora messe in atto, potremmo – per questa opera – perdere alcuni fondi. Ma di questo ne riparleremo nei prossimi mesi».

«Tornando alla strettissima attualità – ha aggiunto –. Se il consigliere Alecci avesse letto la legge di bilancio, nel suo paragrafo dedicato alle infrastrutture, forse avrebbe potuto apprezzare come la Strada Statale Jonica sia l’unica grande opera del Paese finanziata con una cifra così importante. Si tratta di uno sforzo epocale, avviato dal governo Draghi su iniziativa del ministro Giovannini, condiviso con la Regione Calabria, e al quale adesso, grazie anche all’impegno del ministro Salvini, il governo Meloni ha dato attuazione».

«Oggi non dovrebbe essere il giorno delle polemiche – ha concluso – ma della presa d’atto di una straordinaria opportunità cui dare concreta attuazione nei tempi più brevi possibili».

Lo stesso presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, ha definito «un’ottima notizia lo stanziamento pluriennale di 3 miliardi  previsto dalla manovra economica approvata dal Governo per ammodernare la SS 106».

«È un importante segnale d’attenzione per un’infrastruttura fondamentale finora fortemente trascurata. Adesso, in vista del suo rilancio e messa in sicurezza, è necessario che ciascun soggetto interessato, a partire dall’Anas, agisca rapidamente», ha concluso Mancuso.

La deputata del Movimento 5 Stelle, Vittoria Baldino, nell’interpellanza discussa nella Camera dei Deputati, ha chiesto al Governo «quanti soldi ci sono nella manovra di bilancio, per quanti anni, per fare cosa e in quanto tempo? Il Governo sulla statale 106 parli un linguaggio di chiarezza e di verità, perché la Calabria merita attenzione, serietà e soprattutto rispetto».

«È il giorno della verità per i calabresi che attendono di conoscere il destino di un’opera che è entrata nei loro destini – ha rimarcato Baldino in apertura di intervento. La statale 106 è più una mulattiera che una statale. Dei 415 km, ricadenti in Calabria, solo il 16% risulta ammodernato, mentre il 47% risulta da ammodernare, con progettazione in corso, il 27% da ammodernare, con progettazione da avviare, e solo il 10% di lavori in corso».

«È un’arteria strategica per il sud che mette in comunicazione due capoluoghi, numerosi comuni costieri, l’unica possibile che consente ai comuni dell’hinterland delle grandi cittadine calabresi di raggiungere, accedendo a servizi pubblici essenziali, ospedali, scuole, stazioni, aeroporti. È una strada – ha continuato la Baldino – che miete 30 morti l’anno, uno ogni 15 giorni».

Nel ripercorrere la storia decennale sull’ammodernamento, ricordando il lavoro del M5S negli ultimi 4 anni per una strada a 4 corsie, la stoccata al Governo targato centrodestra per i 7 miliardi sottratti in passato «la politica ha un debito enorme verso la Calabria e i calabresi – ha ricordato, infatti la Baldino – un debito che ora è chiamato a sanare con i fatti e non con le promesse o le note stampa».

A rispondere per il Governo, il sottosegretario alla cultura Gianmarco Mazzi, che conferma senza, però, fornire ulteriori dettagli, nella manovra di bilancio i 3 miliardi indicati nel DEF 2022.

«Al vaglio nuovi strumenti normativi finanziari per prevedere interventi risolutivi e stanziamenti chiari e spalmabili su più anni”, annuncia il sottosegretario alla cultura. Ulteriori risorse, avvisa il Governo, potranno essere assicurate in concomitanza con la definizione dei progetti attualmente in fase di sviluppo. Confermata, poi, la visita di Salvini a Bruxelles.

«Sarà occasione – ha avvisato il sottosegretario Mazzi – per aprire un confronto sulla strategicità dell’opera e per la sua inclusione nella rete TEN – T per accedere alle opportunità di finanziamento europeo».

Secca la replica. «Speriamo che a Bruxelles non si parli solo di ponte sullo Stretto – ha rilanciato la Baldino –. Sarò soddisfatta quando avrò modo di leggere nero su bianco nella legge di bilancio i 3 miliardi indicati nel DEF 2022, e i dettagli degli stanziamenti che ad oggi mancano».

«Completare le opere infrastrutturali, a partire dal completamento della statale 106, farebbe segnare in Calabria una vera e propria rivoluzione economica, sociale e culturale. Rilevanti sarebbero le ricadute sul Pil», ha concluso Baldino.

In questa enorme polemica, in cui la politica spreca fiato sulle risorse, nessuno ha posato gli occhi o si è soffermato a parlare delle vittime. Di quelle persone, tra cui giovanissimi, che hanno perso la vita su una strada che non attende altro che essere messa in sicurezza. E allora ben vengano i finanziamenti, ma si dovrà parlare di «svolta epocale» solo nel momento in cui non si saranno quasi ogni giorno vittime sulla Strada Statale 106. (rrm)

SI SCRIVE AUTONOMIA, SI LEGGE DIVARIO
PIETRA TOMBALE DELLA RIPRESA DEL SUD

di MASSIMO MASTRUZZO – L’Autonomia differenziata rischia di diventare la pietra tombale su ogni speranza di ripresa per il Sud Italia. E su questo punto ogni tentativo di trovare un lato positivo è semplicemente un arrampicarsi sui vetri con le mani unte.

Al momento il progetto di Calderoli (Lega), che praticamente è una sorta di secessione dei ricchi, è stato bloccato dalle proteste trasversali dei governatori del Sud-Italia, anche perché non potrebbero dare ai propri concittadini spiegazioni plausibili per giustificare tale autoevirazione.

Si tratta però solo di una battaglia vinta, così come quella nel 2018, quando come Movimento per l’Equità Territoriale riuscimmo a bloccare il ddl Calderoli (governo giallo-verde) e l’azione dell’allora ministro Erika Stefani (Lega).

O come nel 2019 quando ci riprovò il governo giallo-rosso. In quel caso “fu sufficiente” che in conferenza stato-regioni si aggiungesse la clausola al documento “previa definizione dei Lep”, per far cambiare idea.

E ancora quando toccò a Mariastella Gelmini con il suo DDL sostenuto trasversale dei presidenti di regione del nord Italia, con i quali fece addirittura riunioni esclusive senza far partecipare i presidenti delle Regioni del Sud:

L’apoteosi della frase shakespeariana “C’è del marcio in Danimarca”.

Siamo quindi al cospetto di una guerra ancora tutta da combattere, ed giunta l’ora che la società civile, anche quella del Nord, si faccia sentire una volta per tutte contro questa iniziativa che prevede servizi nevralgici come scuola, trasporti e sanità con livelli essenziali diversi nelle varie Regioni.

Anche perché a luglio 2022 era pronto l’accertamento sui divari territoriali, operazione necessaria per far partire la Perequazione infrastrutturale, indispensabile per rendere l’Italia un paese senza discriminazioni territoriali su scuola, sanità, rete idrica e trasporti.

L’accertamento preparato dal governo ha portato dati oggettivi e in base a questi dati è risultato che al Mezzogiorno tocca l’81%. Eppure davanti all’oggettività dei dati e nonostante l’obbligo di legge ad approvare il Piano Perequazione Infrastrutturale da 4,6 miliardi entro il 30 aprile 2022, il governo ripone il documento nel cassetto delle cose da non fare.

Niente di nuovo, si tratta purtroppo di un film già visto: Giancarlo Giorgetti, che oggi riscopre il ruolo di ministro dell’economia e delle finanze nel governo Meloni, dal 2013 al 2018 fu presidente della bicamerale per il federalismo fiscale. Nella convinzione che il sud ricevesse più del dovuto, fu richiesta e avviata una ricerca sulla redistribuzione della spesa storica affinché venisse sostituita con il fabbisogno standard, i Lep appunto.

Per fare questo lo Stato avrebbe dovuto stabilire quali sono i servizi essenziali a cui ha diritto un cittadino su tutto il territorio italiano, e per evitare sprechi decide di calcolare il costo corretto di questi servizi, ovvero il fabbisogno standard che dovrebbe essere finanziato integralmente. Purtroppo i livelli essenziali delle prestazioni non sono mai stati attuati.

Il Motivo? I dati sulla ricerca della redistribuzione della spesa storica furono così scioccanti che Giancarlo Giorgetti nel leggere i dati richiesti e ricevuti dal ministero dell’Economia sulla redistribuzione dei fondi, rendendosi conto dell’assurda incostituzionalità di quanto quelle cifre stessero dichiarando, e probabilmente resosi conto che quei dati al 100%, come previsto dalla legge, sarebbero potuti essere scioccanti, chiese: «magari ce le fate avere in modo riservato o facciamo una seduta segreta come avviene in commissione antimafia».

La battaglia contro questa autonomia differenziata deve coinvolgere tutta la società civile intellettualmente onesta, dal nord a sud del Paese. (mm)

[Massimo Mastruzzo è della segreteria nazionale M24A-ET – Movimento per l’Equità territoriale]

OCCHIUTO BLOCCHI IL RIPARTO DEI FONDI
I CALABRESI MERITANO UNA VERA SANITÀ

di GIACINTO NANCI –  Alla riunione della Conferenza Stato-Regioni non si è raggiunto l’accordo per il riparto dei fondi sanitari alle regioni. Una delle regioni che non ha accettato la proposta di riparto è proprio la Calabria per bocca del suo governatore Occhiuto. Bene ha fatto il nostro governatore a non accettare più la grave discriminazione che da più di 20 anni a questa parte si è compiuta nei confronti della Calabria sotto finanziando sistematicamente il suo servizio sanitario.

La Calabria è la regione in assoluto che in tutti questi anni ha ricevuto meno fondi pro capite per la sua sanità a causa del criterio di riparto basato sul calcolo della popolazione pesata (età anagrafica) e sui costi standard. Criteri ormai riconosciuti obsoleti da tutti ma mai modificati per l’imposizione in Conferenza Stato-Regioni di quelle regioni (in genere del Nord) che riescono così a percepire fino a qualche centinaio di euro pro capite in più della Calabria che se fossero corrisposte alla Calabria in egual misura arriverebbero a qualche centinaio di milioni in più ogni anno per la nostra sanità.

Un parzialissimo, per come lo ha definito lo stesso presidente della Conferenza Stato-Regioni Stefano Bonaccini, tentativo di modifica del riparto dei fondi sanitari alle regioni è stato fatto nel 2017 rispetto al 2016 considerando non solo l’anagrafica ma anche la “deprivazione” per come è stata definita.

Ebbene nel 2017 rispetto al 2016 la Calabria ha avuto ben 30 milioni in più (ricordiamo che la modifica è stata solo parzialissima), e tutto il sud ben 408 milioni di euro in più. Questa disparità è cosa grave ma diventa ancora più grave se si considera che la Calabria è tra le regioni d’Italia quella con più malati cronici per come certificato dal decreto n. 103 del commissario alla sanità calabrese Scura già nel lontano 30/09/2015 nel quale con tanto di tabelle si quantificavano in 287.000 i malati cronici in più in Calabria rispetto ad altri due milioni circa di altri italiani. Decreto vidimato sia dal Ministero dell’Economia che da quello della Salute, per cui tutti lo sanno.

Ma c’è ancora qualcosa di più evidente che ne i governi nazionali ne la Conferenza Stato Regioni hanno valutato ed è il fatto che la regione Calabria è in piano di rientro fin dal dicembre 2009 ed ha commissariate le sue 5 Asp e i suoi tre ospedali maggiori da almeno 4 anni per cui la sanità calabrese non è stata gestita in tutti questi anni da amministratori calabresi e quindi il suo presunto deficit sanitario si sarebbe dovuto azzerare. Non è stato affatto così perché nonostante questo totale commissariamento il deficit annuale sanitario calabrese è perfino raddoppiato ed è perfino triplicata la spesa dei calabresi per le cure fuori regione arrivando alla stratosferica cifra di 329 milioni di euro. Quindi non è stata la cattiva gestione degli amministratori calabresi a produrre il deficit sanitario, a meno che tutti i commissari siano degli emeriti incompetenti, altrimenti il deficit si sarebbe azzerato. 

Quale è allora la vera causa del disastro della sanità calabrese? È proprio la discrepanza tra il suo grave e cronico sottofinanziamento a fronte della presenza dei molti malati cronici in più presenti in Calabria. Cosa fare? Bisogna ampliare ciò che è stato fatto nel 2017 ( mai ripetuto) e finanziare le sanità regionali in base al numero dei malati cronici presenti nelle varie regioni. Oggi sappiamo quanti malati cronici ci sono nelle varie regioni sappiamo quanto costa curare ogni anno la singola patologia cronica e quindi ripartire i fondi in base ai bisogni (possiamo chiamarla come nel 2017 deprivazione) è fin troppo facile.

Dobbiamo farlo perché il malato cronico che per il sottofinanziamento della sanità regionale non si può curare poi per curarsi costa molto di più e poi si complica a tal punto che deve recarsi nei centri di eccellenza fuori regione con aggravamento del deficit e il perpetuarsi del piano di rientro ed è ciò che avvenuto puntualmente in Calabria.

Il governatore Occhiuto allora deve arrivare al punto di bloccare il riparto a tutte le regioni se questo criterio non viene applicato e lo puo’ fare perché alla Conferenza Stato-Regioni vige la regola della unanimità e basterebbe solo Lui per bloccare tutto, ma se lo facesse sarebbe in buona compagnia perché sono molte le regioni del sud quasi nella condizione della Calabria. Governatore non si tiri indietro difenda fino in fondo i malati calabresi. (gn)

(Giacinto Nanci è un medico dell’Associazione Mediass Medici di Famiglia di Catanzaro)

A FIANCO DELLE DONNE UN URLO DI CIVILTÀ
INSIEME PER DIRE BASTA ALLE VIOLENZE

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Oggi è il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il giorno in cui anche l’Italia e la Calabria, in particolare, urlano il loro no alla violenza. Le piazze italiane si riempiono di scarpette rosse, simbolo di quella violenza che ha portato e strappato via tante, troppe vite di donne.

Una spirale di sangue che sembra non trovare fine, contornata da tante belle parole e pochi fatti, dove a farne le spese sono sempre e solo le donne. Forse sarebbe il caso di urlare quel NO alla violenza tutti i giorni, di riempire tutti i giorni le piazze con quelle scarpette rosse che hanno perso la loro proprietaria; viene da chiedersi se, invece di una sola panchina, non sarebbe il caso di dipingere tutte le panchine d’Italia di rosso, per ricordare in ogni momento, in ogni attimo, che la violenza deve essere combattuta. E questo si deve fare partendo dalla cultura.

Perché è la cultura il mezzo unico e universale per combattere una tragedia continua,  così tanto radicata da far perdere le speranze di un cambiamento. È la cultura che, attraverso il suo sapere, la sua determinazione, la sua storia, che può indicare la via per un futuro migliore in cui le cronache non siano costellate di donne uccise.

Secondo i dati forniti dal ministero dell’Interni, dal primo gennaio 2022 al 13 novembre sono 96 le donne uccise su territorio italiano, di cui 84 in ambito familiare affettivo, una ogni tre giorni. Di queste, 49 hanno trovato la morte per mano di congiunti, compagni, mariti, ex. Rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso diminuisce il numero delle vittime di genere femminile (-7%). Una diminuzione si rileva, inoltre, per gli omicidi di donne commessi in ambito familiare/affettivo, che da 88 passano a 84 (-5%). Rispetto allo stesso periodo del 2021 risulta in flessione sia il numero di omicidi commessi dal partner o ex partner, che da 65 scendono a 53 (-18%), sia le relative vittime donne, che passano da 59 a 49 (-17%).

In Calabria, il numero delle donne uccise aumenta: nel primo semestre del 2022 sono tre le donne uccise. Nello stesso periodo, l’anno scorso, era solo una. Nei primi tre mesi del 2022 sono state 480, come documenta il rapporto Istat. Un centinaio i femminicidi negli ultimi dieci anni.

E di Più cultura per fermare la violenza ne ha parlato la senatrice di Azione, Giusi Versace, in un incontro nei giorni scorsi in Senato proprio su questo tema, affinché «possa aiutare i più giovani a conoscere anche la parte buona, pratica e collaborativa della politica che spesso, dietro le quinte, lavora per garantire quei diritti e quegli strumenti di tutela e sostegno delle donne vittime di violenza e che forse trovano poco spazio sui media. Questo è già il quarto appuntamento che organizzo, nella mia veste di parlamentare, proprio per accendere i riflettori e sollecitare la politica a maggiori confronti su questi temi, oltreché a misurare la validità delle nostre proposte, affinché siano sempre più forti e trasversali».

«Ormai non servono più parole ma azioni concrete» ha detto Jo Squillo ribadendo quanto sia urgente passare dalle parole ai fatti, partendo dalla scuola e dalla cultura, per innescare un’inversione di tendenza nei giovani».

«Dopo quarant’anni, purtroppo, mi rendo conto non solo che siamo rimasti agli stessi livelli, ma che è aumentata anche la brutalità, e questa è davvero una triste realtà», ha detto nel corso dell’incontro al Liceo Scientifico “Galileo Ferraris” di Masnaggo (VA).

Dello stesso parare è l’ex ministra per il Sud, Mara Carfagna, che ha ribadito che «dobbiamo incrementare la sensibilizzazione a livello scolastico e mi auguro non ci siano passi indietro in questa battaglia che deve vederci tutti uniti. Solleciteremo sempre l’adozione di norme e strumenti necessari, anche a livello economico, per evitare che le donne vittime di violenza possano sentirsi sole».

Gli interventi adottati dalla politica non sono stati pochi, ma non bastano: è di pochi giorni fa l’appello lanciato dal Centro Antiviolenza Demetra di Lamezia Terme: «abbiamo bisogno bisogno di strumenti e di attenzione politica che siano al passo con la domanda di chi a noi si rivolge. La collaborazione stretta con i presidi ospedalieri, con le Forze dell’Ordine, con le categorie professionali di psicologi e avvocati, con l’Amministrazione si è rivela importante tanto quanto la comunicazione e la formazione mirata all’interno delle scuole».

«Un altro valore importante – ha detto il Centro anti-violenza Demetra – che abbiamo messo in campo è l’avviamento e l’inserimento lavorativo: la violenza cosiddetta economica è uno scoglio da superare di cui la politica potrebbe farsi carico con un fondo dedicato che metta insieme aziende, donne e centri anti violenza».

«C’è la necessità di imparare a conoscere le diverse forme di violenza di genere, senza mai trascurare gli effetti devastanti della dipendenza economica che, sovente, si trasforma in violenza economica, importante, ma ancora poco considerate su scenari che peggiorano con il passare del tempo», ha detto Nausica Sbarra, responsabile Coordinamento Donne Cisl Calabria.

Sul tema è intervenuta la Garante regionale della Salute, prof.ssa Anna Maria Stanganelli, sottolineando come «tale fenomeno deve essere affrontato attraverso interventi strutturali in modo da costruire un sistema di protezione delle donne vittime di violenza efficiente, a partire dall’attivazione in tutti i presidi ospedalieri di percorsi operativi per l’accoglienza e l’assistenza, spazi protetti e dedicati nei servizi di pronto soccorso alle donne che hanno subito violenza, presenza di un medico legale con competenze specifiche nei principali pronto soccorso in determinate fasce orarie, in modo da creare una modalità organizzativa e presa in carico omogenea tra le aziende sanitarie con particolare attenzione al racconto della donna, ad eventuali segnali di violenza pregressa , oltre che la raccolta dei dati, con monitoraggio costante sulla violenza di genere, perché consente di intercettare anche le donne con difficoltà a dichiarare la violenza subita».

«La legge regionale 43/2022 ” Misure per il superamento della discriminazione di genere e incentivi per l’occupazione femminile” – ha ricordato – fortemente voluta dalla Vicepresidente della Giunta regionale, Giuseppina Princi, la proposta di legge per l’istituzione della figura del Garante delle vittime di reato,  presentata dal Presidente del Consiglio Regionale Filippo Mancuso assieme al Consigliere regionale Valeria Fedele, il prossimo insediamento dell’Osservatorio sulla violenza di genere e della Commissione Pari Opportunità cosi come ribadito oggi dal Presidente del Consiglio Regionale, rappresentano dei segnali importanti attraverso i quali il Consiglio Regionale della Calabria, il governo regionale a guida Roberto Occhiuto e la sua giunta dimostrano la propria sensibilità su un tema delicato quale è quello della violenza di genere». 

«Da parte mia – ha dichiarato la Garante della Salute Stanganelli – la collaborazione con tutti i soggetti coinvolti sarà massima, nella consapevolezza che una società libera dalla violenza e dagli stereotipi di genere è una società migliore. Nella pagina che stiamo predisponendo con gli uffici per la trasmissione delle segnalazioni sarà attivato un canale di emergenza, con un modulo da compilare attraverso il quale le donne vittime di violenza potranno segnalare eventuali situazioni di rischio, uno strumento che potrà offrire aiuto alle donne per la tutela dei propri diritti inviolabili». 

«La morte di una donna, per mano del suo uomo è un crimine contro l’umanità, perché quella donna era prima di tutto un essere umano, che aveva aperto il cuore, la sua anima e si era fidata di quell’uomo, tanto da lasciarsi uccidere», ha concluso.

Per Antonella Pignataro, responsabile del Coordinamento Politiche di genere della federazione Pensionati Cisl Calabria, «siamo ben lontani dall’aver arginato il problema, che è invece diventato una piaga sociale molto allarmante. Quando si parla di violenza sulle donne, allora, va preso atto che si tratta di un problema con una radice culturale profonda e che, come tale, dovrebbe essere in primo luogo affrontato, intervenendo anche con iniziative educative e formative, a partire dai giovani e dalla scuola».

«C’è poi un’altra realtà nascosta e troppo poco raccontata: quella degli abusi e delle violenze sugli anziani e sulle donne anziane in particolare, ancora più fragili e indifese a causa dell’età e delle patologie spesso gravemente invalidanti», ha ricordato, lanciando la necessità di promuovere «lo sviluppo di un sistema organico di politiche di sostegno all’invecchiamento attivo; rafforzare la rete dei servizi domiciliari; irrobustire gli organismi e le attività di controllo degli standard di qualità materiali e immateriali delle strutture residenziali».

«L’occasione della ‘Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne’ ci induce ad esigere, contro un fenomeno inquietante sia per la diffusione che per la drammaticità degli eventi, dalle Istituzioni di ogni livello un apporto più sostanziale, in termini di responsabilità, rigore e tempestività», ha evidenziato il presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso.

«Se una donna chiede aiuto oggi – ha proseguito – non si può intervenire mesi dopo, quando frattanto si è consumato un dramma. Prevenire le violenze senza frapporre indugi burocratici, distrazioni o sviste colpevoli da parte di chi ha il dovere di intervenire, e non lasciare sole le donne che chiedono aiuto, in una fase economica che le rende più vulnerabili e che segnala un’intollerabile aumento di casi di donne uccise da mariti, ex mariti, conviventi o ex conviventi (più 20 per cento secondo l’Onu dall’insorgere della pandemia), è diventata un’emergenza democratica e di civiltà».

«Il Consiglio regionale per garantire alle donne diritti e sicurezza – ha concluso – sta procedendo all’insediamento della Commissione Pari Opportunità e dell’Osservatorio sulla violenza di genere. Quest’ultimo, in particolare, per realizzare un monitoraggio approfondito sulla violenza di genere che in Calabria presenta dati allarmanti, ed elaborare idee e proposte per contrastare la violenza contro le donne con il coinvolgimento di università, associazioni, questure, procure della Repubblica e  sensibilizzando ulteriormente le scuole di concerto con l’Ufficio scolastico». (ams)

 

IL RECORD DELLA CALABRIA ALL’ESTERO
SONO TANTISSIMI I CALABRESI NEL MONDO

di GIUSEPPE DE BARTOLO – L’Italia, fino alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, è stato un paese profondamente segnato dall’emigrazione. In questo lungo periodo di tempo si sono avute due ondate emigratorie. La prima, composta in prevalenza da spostamenti oltre oceano, si contraddistinse per l’alta intensità degli espatri. La seconda, a partire dalla metà degli anni ’50, si distinse per una più contenuta intensità e con prevalenza dei flussi verso l’Europa.

Agli inizi degli anni ’70, l’Italia, per la prima volta nella sua storia, registra un saldo migratorio positivo che aumenta nel tempo, e si trasforma via via da paese di emigrazione in paese in prevalenza di accoglienza, anche se i trasferimenti di residenza degli italiani all’estero, pur rimanendo modesti, non si esauriscono del tutto, superando le 100 mila unità annue solo di recente. Nello stesso tempo però si osservano importanti cambiamenti nel profilo di coloro che trasferiscono la loro residenza all’estero.

I nuovi emigranti hanno infatti un livello d’istruzione sempre più elevato; compaiono nuove figure come quella dei nonni-genitori che trascorrono periodi sempre più lunghi all’estero con figli e nipoti; quella del migrante maturo rimasto disoccupato e lontano dalla pensione che si trasferisce per lavoro; del migrante di rimbalzo, cioè colui che dopo anni vissuti all’estero ripercorre per vari motivi la via inversa; il migrante previdenziale che risiede per lunghi periodi in paesi dove esiste una politica di defiscalizzazione e condizioni sociali, economiche e climatiche più favorevoli. Questo processo ci ha consegnato uno stock di italiani residenti all’estero importante sia dal punto di vista numerico che sociale e economico, la cui conoscenza resta ancora parziale perché le fonti statistiche e amministrative di riferimento sono lacunose e disomogenee fra di loro.

Le principali sono: l’Archivio delle Anagrafi consolari (titolarità Ministero Affari Esteri); la rivelazione degli italiani all’estero (titolarità Ministero Affari Esteri); l’Archivio centrale dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero – Aire (titolarità Ministero dell’interno). Quest’ultima è lo strumento di riferimento più importante per studiare questo fenomeno ed è stato il supporto statistico di  tutti i Rapporti Italiani nel Mondo elaborati dalla Fondazione Migrantes, l’ultimo dei quali, il XVII, è stato presentato al pubblico proprio in questo mese di novembre.

La mobilità degli italiani che si trasferiscono all’estero presenta un trend crescente dal 2014 al 2019, anno in cui gli espatri raggiungono il valore di 131mila unità. Ad emigrare sono in prevalenza i maschi e i giovani dai 18-34 anni. Nel 2020 e nel 2021 la pandemia ha causato una sensibile riduzione degli espatri, riduzione che ha interessato in modo particolare la fascia dei giovani. Nel corso del 2021 il 78,6% di chi ha lasciato l’Italia per espatrio è andato in Europa, il 14,7% nelle Americhe (con particolare preferenza per l’America latina, 61,4%), mentre il restante 6,7% si è diviso tra continente asiatico, Africa e Oceania. Nello contempo lo stock degli italiani residenti all’estero è aumentato dell’86,9% in quindici anni (cioè da 3.106.251 del 2006 a 5.806.068 della fine del 2021). 

Se l’esame si sposta ora a livello regionale, constatiamo che la Calabria è una tra le regioni con un’importante comunità di residenti all’estero (437.447 iscritti all’Aire al 1/1/2022, metà dei quali vivono in Argentina, Germania e Svizzera) e, anche se ciò deriva in parte dalla sua storia migratoria, su questo dato ha  comunque inciso la nuova mobilità, che è cresciuta nel tempo e ha interessato soprattutto la fascia giovanile. Confrontando le strutture delle popolazioni regionali residenti all’estero si osserva che quella calabrese è la più matura – 27,5% di ultra 65enni, percentuale che raggiunge il 47% con gli ultra cinquantenni – a conferma che su di essa hanno inciso i flussi emigratori avvenuti dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mentre non è trascurabile il peso dei giovani (19,7%, 18-34 anni). La Calabria, inoltre, occupa il terzo posto nella graduatoria delle regioni per incidenza del fenomeno (32,5%), rapporto tra gli iscritti all’Aire e la popolazione residente, preceduta solo da Basilicata (25,9%) e Molise (32,5%). 

I Comuni calabresi che hanno comunità di residenti all’estero numericamente importanti, superiori alle 5mila unità, sono Corigliano Rossano, Lamezia Terme, Reggio Calabria e San Giovanni in Fiore, Montalto Uffugo, mentre nella graduatoria per incidenza spicca Paludi con popolazione residente all’estero più che doppia rispetto alla sua popolazione residente (incidenza del 212,9%); seguono poi molti piccoli comuni interni come San Pietro in Amantea, Scala Coeli, Torre Vecchia, Torre di Ruggiero, Mammola, Santa Domenica Talao, Carfizzi, Staiti, Belmonte Calabro, Bocchigliero, Pizzoni, Simbario, Dinami, Cardinale, Orsomarso, Savelli, Fiumara, Candidoni, Aiello Calabro, Alessandra del Carretto, Mottafollone, con una incidenza del 100% e oltre ed altri ancora con elevata incidenza, a dimostrazione di quanto l’emigrazione passata e quella più recente, soprattutto giovanile, abbiano contribuito a rendere la Calabria terra con un forte spopolamento e con un acuto malessere demografico.

Tratti ai quali è difficile porre rimedio senza attivare incisive politiche sociali e economiche di lungo periodo che abbiano come obiettivo quanto meno temperare lo spopolamento dei piccoli centri, ed evitare così che, dopo tre secoli, sia ancora valida l’affermazione di Giuseppe Maria Galanti che nel 1972, visitando la regione, scriveva che essa era un “vero stato di deserto”. (gdb)

[Giuseppe De Bartolo è già Ordinario di Demografia all’Unical]

LE ZONE ECONOMICHE SPECIALI DEL SUD
BASTA CHIACCHIERE, SERVONO RISULTATI

di ERCOLE INCALZA – Il Decreto legge 20 giugno 2017 n. 91, convertito con modificazioni dalla legge 3 agosto 2017 n. 123 e successive modificazioni, nell’ambito degli interventi urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno, ha previsto e disciplinato la possibilità di istituzione delle Zone Economiche Speciali (Zes) all’interno delle quali le imprese già operative o di nuovo insediamento possono beneficiare di agevolazioni fiscali e di semplificazioni amministrative. 

Ho riportato la data e le finalità del provvedimento per stigmatizzare, ancora una volta, i sette anni trascorsi praticamente inseguendo convegni, nominando e rinominando Commissari e non riuscendo però a poter misurare concretamente i risultati che, in sette anni, tali scelte strategiche siano riuscite a garantire. E pochi giorni fa, in particolare il giorno 8 novembre, si è svolto a Napoli un Convegno promosso da Intesa San Paolo. 

In tale occasione Intesa San Paolo ha presentato il nuovo piano di valorizzazione delle Zone Economiche Speciali (Zes) istituite nel Mezzogiorno e delle Zone Logistiche Speciali (Zls in fase di realizzazione nel Centro Nord. Intervenendo al Convegno il Presidente del gruppo Intesa San Paolo Gian Maria Gros Pietro ha ribadito: «il ruolo che Intesa San Paolo sta svolgendo è quello di motore dello sviluppo economico, un ruolo che svolgiamo rispetto a tutte le attività nelle quali si esplicano il saper fare e la capacità innovativa delle imprese italiane. Siamo particolarmente orgogliosi di essere stati l’unico gruppo bancario ad avere creato un centro di studi specificatamente dedicato all’economia del mare e del Mezzogiorno in particolare».

Oltre a Gian Maria Gros Pietro è intervenuto anche il Vice Presidente di Confindustria Vito Grassi che ha precisato: «È una occasione unica per il Mezzogiorno in una fase favorevole in cui cresce il PIL e gli occupati. Confindustria crede nelle Zes e lavora perché siano un sistema». Poi, sempre al Convegno di Napoli, ha parlato il Commissario della Zes Campania Romano che ha ricordato: «Lavoriamo per essere sinergici non in competizione».

Sempre nel Convegno tutti i vari altri interventi hanno precisato che bisogna riconoscere all’ex Presidente del Consiglio Draghi di aver, dopo sette anni, sbloccato la stasi in cui versava il provvedimento varato, come detto all’inizio, oltre sette anni fa e questo sblocco è avvenuto con la nomina degli otto Commissari.

Non metto in dubbio la buona fede e la convinta attenzione del Presidente Gros Pietro per una iniziativa strategica così rilevante per l’intero assetto economico del Paese ed è anche interessante l’impegno assunto sempre dal Presidente del Gruppo Intesa San Paolo nel garantire un plafond di 5 miliardi di euro dedicato agli investimenti produttivi ed alle opere di adeguamento infrastrutturale ed all’avvio di un roadshow internazionale per attrarre capitali dall’estero.

Tuttavia mi chiedo come mai non si sia ancora capito che forse uno dei limiti di tale provvedimento vada ricercato nel numero rilevanti di siti e nella completa assenza di precise strategie mirate al lancio di determinate filiere produttive e, soprattutto, alla misurabile prospettazione di sistemi logistici capaci di garantire l’immediato accesso alle aree mercato di determinati prodotti. In merito al numero di siti molti mesi fa ebbi modo di ricordare che in Sicilia, entro il 2020, sono state istituite due Zes, per un totale di 5.118 ettari in 43 aree dichiarate idonee dalla commissione di valutazione. Cioè nella sola Sicilia ci sono 43 aree elette a Zes, in tutta la Ue le aree interessate da Zes sono solo 91. 

Come anticipato, sempre tanto tempo fa in una mia nota, dovremmo compiere un vero atto di umiltà: imitare le esperienze effettuate dagli altri Paesi della Ue e cercare di imitare quelle Zes realizzate in altri Mezzogiorni di Europa. Sempre molti mesi fa ricordai ancora che il polmone industriale formato dalle provincie di Milano, Piacenza e Novara si configura come Zona Logistica Speciale. 

Sono sicuro che immediatamente le varie realtà locali, le varie Regioni del Mezzogiorno e tra queste la Sicilia da me citata prima ribadiranno che hanno già provveduto a definire e ad avviare concretamente le Zone Economiche Speciali (Zes) e che le Zone Logistiche Speciali (Zls) sono in realtà una parte chiave delle stesse Zes. Ma la grande differenza sta nel fatto che queste iniziative logistiche; questi incentivi alle attività che garantiscono ai polmoni industriali di amplificare al massimo le potenzialità produttive e, soprattutto, le interazioni tra le aree della produzione e quelle dell’accesso ai vari mercati nazionali ed internazionali, sono operative ormai da oltre quattro anni, cioè solo un anno dopo il varo della Legge 205/2017 e a tale proposi rivolsi una serie di interrogativi che riporto di seguito:

  • perché nel retroporto del sistema portuale caratterizzato dai porti di Napoli e Salerno non esistano Zone Logistiche Semplificate; cioè perché la piastra intermodale di Marcianise, lo scalo di Nola, il potenziale interporto di Benevento e le piastre logistiche di Battipaglia ed Eboli non sono state ancora elette a vere Zone logistiche semplificate
  • perché nel retroporto dei tre impianti portuali di Bari, Brindisi e Taranto non sono stati definite Zone Logistiche Semplificate quelle di Bari Lamasinata, Cerignola, Francavilla Fontana, Surbo
  • perché nel retroporto di Gioia Tauro non sono state inserite le Zone Logistiche Semplificate di Nicastro, Corigliano, Castrovillari
  • perché nel retroporto di Palermo e di Augusta non sono state inserite le Zone Logistiche Semplificate di Vittoria, Caltanissetta, Marsala
  • perché nel retroporto di Cagliari non sono state inserite le Zone Logistiche Semplificate di Assemini e di Nuoro


interrogativi che non hanno avuto alcuna risposta e che nel Convegno di Napoli del giorno 9 novembre non sono neppure state oggetto quanto meno di approfondimento critico. Ora ne aggiungo un ulteriore proprio al Gruppo Intesa San Paolo:


  • Come pensa di garantire un plafond di 5 miliardi di euro dedicato agli investimenti produttivi ed alle opere di adeguamento infrastrutturale ed all’avvio di un roadshow internazionale per attrarre capitali dall’estero, quando allo stato si dispone, dopo cinque anni dal varo di un’apposita Legge, solo di ipotesi?

Tocca all’attuale Governo mettere la parola fine alle illusioni mediatiche sulle Zes nel Mezzogiorno ed uscire finalmente da un grave equivoco: disporre solo di promesse e di impegni sistematicamente non rispettati.  (ei)

(Courtesy Il Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia diretto da Roberto Napoletano)                                                           

DEVASTARE UNA PIAZZA PER FARE “EVENTI”!
RC: INTERVENGA IL MINISTRO SANGIULIANO

Il progetto di “devastazione” di piazza De Nava, a Reggio, non trova ostacoli, anche perché l’Amministrazione cittadina, anziché tenere conto dello sdegno di gran parte della popolazione, rimane inerte di fronte all’idea di “un spazio ampio in cui tenere mostre ed eventi folcloristici” (come si legge nella relazione della Sovrintendenza). La Fondazione Mediterranea e il Comitato civico Piazza De Nava tentano un’ultima carta, coinvolgendo il neo ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano, con una lettera aperta che non potrà non trovare accoglienza. Non si “distrugge” una storica piazza per farla diventare un “non luogo” (come il sociologo francese Marc Augé definisce gli spazi non identitari, non relazionali e non storici). E se l’invito alla mobilitazione popolare (non violenta e intellettualmente onesta) fino a oggi non ha trovato grandi riscontri, vista l’apatica indolenza dei reggini per difendere le proprie cose, serve allora tenere alta l’attenzione contro un obbrobrio urbanistico e antistorico che trova la sola giustificazione nell’eventuale perdita del finanziamento ottenuto. Si parlava di ristrutturazione, nei fatti è prevista, invece, la demolizione devastatrice di una piazza storica, cara ai reggini, prospiciente al Museo dei Bronzi. Piazza che – ove andasse a termine l’esecrabile progetto – finirà col perdere la propria identità e ospitare, nella migliore delle ipotesi, le bancarelle di pipi e papate e di saddizzu e cianfrusaglie made in China. Roba da far scendere, inorridito e incazzato, lo spirito di Giuseppe De Nava dall’alto del basamento che ospita la sua bella statua realizzata da Francesco Jerace nel 1936. De Nava, ministro reggino del Regno, amatissimo dai reggini, che promosse la ricostruzione della città dopo il catastrofico terremoto del 1908, si sta rivoltando nella tomba.  (s)

LA LETTERA APERTA AL MINISTRO SANGIULIANO

Ill.imo Sig. Ministro, le scriventi organizzazioni di Reggio Calabria, Fondazione Mediterranea e Comitato Civico per la tutela e valorizzazione di piazza De Nava, anche recependo l’orientamento sul tema di altre strutture associative locali e nazionali (Fai, Legambiente, Italia Nostra, ecc) oltre che di quella comunemente definita come società civile, conoscendo la sua sensibilità verso i temi della salvaguardia paesaggistica e architettonica, si permettono di disturbarla per una questione che a loro avviso, pur geograficamente periferica, è centrale per gli interessi di un Paese “antico”, come l’Italia, e per un Ministero, come il suo, che l’antichità intende tutelare e proteggere per una sua ottimale fruizione anche attraverso interventi di restauro e riqualificazione.
Questa premessa è d’obbligo perché a Reggio Calabria dalla Soprintendenza è stato programmato un intervento che, impropriamente definito come di “restauro e riqualificazione”, nella realtà è di “demolizione” della storica e centralissima Piazza De Nava per edificarvi al suo posto uno “spazio ampio” in cui tenere “mostre ed eventi folkloristici”.

PIAZZA DE NAVA IERI E OGGI
L’antico di cui si parla, nella città di Reggio, non è solo quello relativo alle vestigia dei suoi antichi fasti greci e romani ma, avendo subito nel 1783 e poi ancor più nel 1908 devastanti terremoti che ne hanno stravolto la struttura primaria, è anche quello della sua ricostruzione in stile liberty e razionalista della prima metà del trascorso secolo, basato sullo schema urbanistico illuminista di fine Settecento.
Le sue strade e le sue piazze del centro, come quella intitolata a Giuseppe De Nava, che della seconda ricostruzione fu uno dei principali mallevadori insieme all’allora sindaco on. Giuseppe Valentino, rappresentano un unicum urbanistico che, pur in parte devastato dalla speculazione edilizia degli anni Sessanta e dall’inettitudine amministrativa di una classe politica non all’altezza dei suoi compiti, mantiene comunque una sua coerenza ed eleganza.
La citata piazza De Nava, antistante al Museo Archeologico Nazionale del Piacentini e chiusa alle spalle da un coevo palazzo di Camillo Autore, è stata concepita nel Ventennio con una sua esemplare razionalità a raccordo tra i palazzi e le strade con il loro caratteristico basolato lavico. Il tutto costituisce un insieme coerente e concluso che ne fa un salotto cittadino, per come anche elogiato nel 1936 dallo scultore Francesco Jerace, autore della statua a De Nava che vi troneggia.
Nella piazza confluiscono tre stili architettonici: l’Umbertino, dell’impianto classico ottocentesco; il Liberty, del basamento della statua; il Razionalista, della cintura che delimita l’area. Quest’ultimo motivo architettonico, tipico della ricostruzione reggina nel Ventennio, lo si ritrova a poche centinaia di metri sul sagrato della Chiesa di San Giorgio e a piazza del Popolo, ex Federazione, oltre che in Provincia, come nella pineta di Gambarie.

IL PROGETTO DI DEMOLIZIONE
In progetto nasce in seno alla Soprintendenza reggina, che definisce l’intervento “Piazza De Nava – Restauro e riqualificazione per l’integrazione tra in Museo Archeologico Nazionale e il contesto urbano”, spacciando per restauro un intervento demolitivo che della struttura originaria della piazza non lascia assolutamente nulla, radendo a zero e spianando tutto ad eccezione della statua del De Nava (che in alcuni rendering appare peraltro mutilata della parte liberty del basamento). Il risultato finale dovrebbe essere un “non-luogo” alla Marc Augé: uno “spazio ampio” in cui tenere “mostre ed eventi folkloristici”.
Il progetto, oltre a essere debolissimo dal punto di vista culturale ed estetico, lo è anche da quello operativo: è risaputo che nel sottosuolo della piazza, poche decine di centimetri al di sotto del piano di calpestio, sono presenti tombe di epoca ellenistica, la cui presenza è documentata. Visto che il progetto prevede la creazione di una fontana a zampilli di fronte l’entrata del Museo e un palo d’illuminazione alto una ventina di metri, va da sé che si dovrebbero fare scavi incompatibili con le citate presenze.

IL RUOLO DELLA SOPRINTENDENZA
Un’articolazione periferica dello Stato, o meglio alcuni funzionari al suo interno, tradisce in maniera plateale la sua mission di protezione e tutela demolendo una storica e centralissima piazza cittadina in offesa alla storia cittadina, alla memoria collettiva e all’identità dei luoghi. La Soprintendenza, pur non esistendo un solo testo di architettura e urbanistica che avalli un simile concetto di restauro: 1) rintraccia la fonte di finanziamento; 2) elabora il progetto; 3) rimuove i vincoli paesaggistici e ambientali; 4) segue l’iter progettuale; 5) esprime la direzione dei lavori. Tutto senza che nessuno possa intervenire.

IL RUOLO DELLA POLITICA
La politica reggina, con voto unanime del Consiglio Comunale del 31 gennaio del 2022, si è espressa a favore di un rinvio dell’apertura del cantiere per dar modo di ascoltare associazioni cittadine ed eventualmente operare alcune modifiche progettuali che salvaguardino la storia cittadina e l’identità dei luoghi. Ma il sindaco f.f. non ha dato seguito ai deliberati, probabilmente condizionato dagli indirizzi datigli dal Sindaco sospeso per la legge Severino (condannato anche in appello per abuso d’ufficio), favorevole alla demolizione della piazza.
Il ministro Franceschini, investito del problema, non si è voluto esprimere (non si vuole credere per solidarietà di partito col sindaco sospeso), affidando alla Segreteria regionale il compito di rispondere alle nostre obiezioni. Ma il progetto era stato avallato e fatto proprio dalla Segreteria Regionale del Ministero: questa come avrebbe potuto essere oggettiva nel valutare il proprio operato?
Più volte richiesta, un’interlocuzione tra la cittadinanza e la Soprintendenza è stata sempre negata, sì che si è concretizzato un vulnus democratico di grandi proporzioni: un esiguo gruppo di persone (il Sindaco sospeso, il Sindaco f. f., il progettista, il Soprintendente, il Segretario regionale del Ministero, una docente universitaria in pensione), affermando di “avere le carte a posto”, in oscure stanze ha deciso il destino urbanistico della città e alla cittadinanza non ha dato possibilità alcuna di intervento (sulla questione è tuttora aperto un procedimento penale)

COSA SI CHIEDE
Ill.imo Sig. Ministro, illustrata sinteticamente la questione (i dovuti approfondimenti sono negli allegati alla presente lettera aperta), si chiede un suo autorevole intervento per operare una pausa di riflessione che consenta, analizzato con più attenzione il progetto e sentita sul tema la cittadinanza, di porre le modifiche progettuali necessarie e sufficienti al rispetto della storia cittadina, della memoria collettiva e dell’identità dei luoghi.

La lettera è firmata da Vincenzo Vitale, presidente della Fondazione Mediterranea. (rrm)

EVENTI CLIMATICI ESTREMI: L’EMERGENZA
AMBIENTE SI ATTIVA ANCHE IN CALABRIA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – È un’emergenza nell’emergenza, quella che si presenta in Calabria. La nostra regione, infatti, è tra quelle più colpite da eventi climatici estremi, secondo il Rapporto Città Clima 2022 di Legambiente.

Un quadro preoccupante, se si considera che solo «nell’ultimo biennio, dal 2020 ad oggi, siamo passati da 65 ad 82 fenomeni di cui, nel complesso, 33 per allagamenti da piogge intense; 17 casi di danni da trombe d’aria; 14 casi di danni alle infrastrutture; 8 frane da piogge intense; 3 esondazioni fluviali; 3 mareggiate; 2 casi di danni al patrimonio storico da piogge intense; 2 casi di danni da siccità prolungata».

«La Calabria – si legge nel Rapporto – è anche una delle regioni maggiormente in sofferenza relativamente all’erosione costiera che incide pesantemente sugli ecosistemi regionali. Dal 1970 ad oggi, in Italia, i tratti di litorale soggetti ad erosione sono triplicati e riguardano il 46% delle coste sabbiose, con picchi del 60% nella nostra Regione, ed una perdita media di 23 metri di profondità di spiaggia. Tra le 40 aree urbane costiere che rischiano di subire rilevanti danni e di scomparire con l’innalzamento del livello dei mari, nel Report troviamo Gioia Tauro e Santa Eufemia».

«La Calabria è stata interessata anche da lunghi periodi di siccità – si legge ancora – provocando gravi danni a settori chiave come quello agricolo. Anomalie delle temperature e del numero delle notti tropicali si sono verificate soprattutto nelle città di Catanzaro e Reggio Calabria. Dal 1999 al 2022 sono stati 1109 gli interventi richiesti in Calabria, 863 i milioni di euro di finanziamento per diverse opere, eppure continuiamo ad assistere ad alluvioni e distruzione di interi territori consapevoli che si possa fare molto di più per mitigare il rischio e le conseguenze su popolazioni, attività produttive e infrastrutture».

Dati, che fanno capire la necessità e l’urgenza di «mettere in campo  interventi diretti a  mitigare gli effetti della crisi climatica», ha evidenziato la presidente di Legambiente Calabria, Anna Parretta.

«L’impatto dell’aumento delle temperature avrà effetti enormi – ha concluso – basti pensare alla risorsa idrica ed al conseguente impatto sull’agricoltura e sulle nostre vite. In Calabria servono le giuste infrastrutture per mettere in sicurezza cittadini, territori ed economia locale. Senza una reale consapevolezza da parte delle Istituzioni, tradotta in azioni concrete nell’interesse della collettività, siamo destinati a subire le inevitabili catastrofi ambientali che si verificheranno».

Ma non è solo l’ambiente a risentire dei cambiamenti climatici. Uno studio del Centro Euro Mediterraneo e  di RFF-CMCC – European Institute on Economics and the Environment realizzato da Lorenza Campagnolo ed Enrica De Cian, ha evidenziato come con il cambiamento climatico le famiglie più ricche risparmieranno sul riscaldamento, mentre quelle più povere spenderanno di più a causa del raffrescamento.

Come evidenziato nei rapporti CMCC sull’analisi del rischio climatico, «le emissioni di gas serra continueranno a crescere e l’aumento della temperatura in Italia potrebbe raggiungere i 3 gradi tra 30 anni, come è illustrato nella scheda italiana del G20 Climate Risk Atlas».

Lorenza Campagnolo, co-autrice dello studio, ha indicato che, in questo caso: «l’aumento dei giorni e delle notti calde potrebbe portare ad un incremento fino al 26% della spesa elettrica per raffrescamento nelle regioni più calde come la Sicilia, rispetto ad uno scenario senza cambiamenti climatici che non considera gli effetti del della pandemia di Covid-19 e del conflitto in Ucraina. D’altro canto, la diminuzione dei giorni freddi potrebbe portare ad una notevole riduzione della spesa per riscaldamento – essenzialmente gas – tra il 26% in Umbria, e il 70% in Calabria».

«La spesa energetica è più elevata nelle regioni settentrionali e centrali, ma le maggiori quote di spesa energetica si osservano nel Mezzogiorno – si legge –. Inoltre, il Mezzogiorno dedica all’energia elettrica una quota maggiore della propria spesa energetica rispetto al resto d’Italia».

Ma non è solo la Calabria a essere in pericolo: nel rapporto, infatti, viene evidenziato come l’Italia sia ferma per quanto riguarda il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, con una bozza risalente al 2018.

L’Italia, riporta l’Associazione «– stando ai dati disponibili da maggio 2013 a maggio 2022 e rielaborati da Legambiente – ha speso 13,3 miliardi di euro (tra gli importi segnalati dalle regioni per lo stato di emergenza e la ricognizione dei fabbisogni determinata dal commissario delegato) in fondi assegnati per le emergenze meteoclimatiche. Si tratta di una media di 1,48 miliardi/anno per la gestione delle emergenze, in un rapporto di quasi 1 a 4 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni».

Da qui due appelli: «Se da una parte  – si legge – al livello internazionale è fondamentale che si arrivi ad un accordo COP27 ambizioso e giusto in grado di mantenere vivo l’obiettivo di 1.5°C ed aiutare i Paesi più poveri e vulnerabili a fronteggiare l’emergenza climatica, dall’altra parte a livello di politica nazionale è fondamentale che l’Italia faccia la sua parte. Al Governo Meloni e al Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin l’associazione chiede, in primis, che venga aggiornato e approvato entro la fine dell’anno il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) rimasto in bozza dal 2018».

Servono, dunque, «interventi per la prevenzione e fondi per le emergenze. Se guardiamo alla spesa realizzata in questi anni per gli interventi programmati di messa in sicurezza e prevenzione, emerge come dal 1999 al 2022 sono stati 9.961 gli interventi avviati per mitigare il rischio idrogeologico in Italia per un totale di 9,5 miliardi di euro (elaborazione Legambiente su fonte Ispra, piattaforma Rendis), con una media di 400 milioni di euro l’anno».

«In parallelo, i dati della Protezione Civile sugli stati di emergenza da eventi meteo-idro dal maggio 2013 a maggio 2022 parlano di 123 casi – ha detto Legambiente – segnando un lieve incremento rispetto al 2021 (quando però i dati includevano il periodo fino a ottobre), ma comunque in aumento deciso rispetto ai 103 nel 2020. E poi ci sono i fondi assegnati per le emergenze che come abbiamo detto prima, sempre in questo arco di anni, arrivano a poco meno di 13,3 miliardi di euro». (ams)

INFANZIA IN CALABRIA: CRITICITÀ E DISAGI
PER DISUGUAGLIANZE SOCIO-ECONOMICHE

di PINO NANO – Bambini poveri di tutto, anche di salute. Le bambine, i bambini colpiti dalle disuguaglianze socioeconomiche, educative e territoriali, ne subiscono l’impatto anche sulla salute e sul benessere psico-fisico, e la Calabria in questo confronto con le altre regioni italiane rimane purtroppo fanalino di coda.

Sapevamo già di essere un popolo povero, conoscevamo già da tempo la realtà delle nostre risorse economiche, che non è quella opulenta delle regioni del Nord per esempio, ma dai dati ufficiali dell’Atlante dell’infanzia a rischio in Italia, presentato da Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro- da questi dati viene fuori che anche in tema di politica dell’infanzia i calabresi sono ancora lontani dagli standard europei. 

Insomma, siamo ancora ultimi.

Antonio Marziale, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Regione Calabria non usa mezzi termini nel commentare questi dati: «Reputo inquietante l’allarme lanciato da Save the Children. Su tutti i fronti, dalle aspettative di vita in buona salute ai servizi di assistenza più elementari, il divario tra i nostri bambini e quelli del nord è pazzesco, al limite dell’incredibile». 

Marziale è un fiume in piena: «I dati del report segnano per il Sud, ma ancora più marcatamente per la Calabria, una situazione drammatica, oggettivamente riscontrabile su ogni fronte e che obbliga le istituzioni politiche ad ogni livello a rispondere, perché il rischio è quello di una popolazione sempre più anziana e incapace di progettare il futuro. Di questo passo – aggiunge il sociologo – c’è il rischio di una desertificazione del territorio che non è fantascientifica, perché chiunque abbia figli piccoli non può tendere che ad una dolorosa via di fuga da una prospettiva così disastrosa».

L’Atlante di Save the Children prova ad esplorare la salute dei bambini dal momento della nascita fino all’età adulta. Dati, mappe e interviste fotografano l’intreccio tra disuguaglianze e salute che la pandemia ha amplificato, e i tanti, troppi volti diversi di un servizio sanitario che spesso è “nazionale” solo sulla carta, per le gravi disuguaglianze territoriali e la distanza che intercorre tra le sue punte di eccellenza e i suoi baratri.

“Come stai?”, è la domanda che molti ragazzi e ragazze avrebbero voluto sentirsi rivolgere durante la pandemia e che ancora oggi non viene loro rivolta dagli adulti. 

«Abbiamo voluto dedicare l’Atlante del 2022 alla salute – spiega Claudio Tesauro, Presidente di Save the Children Italia – perché è necessario assicurare a tutti i bambini e gli adolescenti una rete di servizi di prevenzione e cura all’altezza delle necessità, superando le gravi disuguaglianze territoriali che oggi incidono sul sistema. 

«Nel panorama mondiale, il nostro servizio sanitario nazionale si posiziona come una eccellenza per la cura dei bambini, ma questo non deve spingerci ad ignorare i divari e le criticità che la pandemia ha contribuito ad accentuare».

Sembra quasi incredibile, ma in Italia quasi un milione e quattrocentomila bambini vivono in povertà assoluta – il 14,2% di tutti i minori – e i divari economici pesano direttamente sull’aspettativa di vita.

Guardiamo insieme questo dato, che è a dir poco vergognoso: un bambino che nasce a Caltanissetta ha 3,7 anni in meno di aspettativa di vita rispetto a chi è nato a Firenze e per i bambini del 2021 la speranza di vita in buona salute segna un divario di oltre 12 anni tra la Calabria con 54,4 anni e la provincia di Bolzano con 67,2 anni. E tra le bambine la forbice è ancora più ampia, 15 anni in meno in Calabria rispetto al Trentino.

Ma c’è di più in questi dati. L’81,9% dei bambini vive in zone inquinate dalle polveri sottili. Il 35,2% dei bambini e il 33,7 % delle bambine nella fascia 3-10 è in sovrappeso o obeso. Un bambino su 4 non pratica sport. 

Al tempo stesso la povertà alimentare colpisce un bambino su 20 ma la mensa scolastica non è ancora un servizio essenziale gratuito per tutti i bambini dai 3 e i 10 anni. 

Per Save The Children la rete sanitaria territoriale è insufficiente, mancano 1.400 pediatri ed è crollato il numero dei consultori familiari. Gli effetti peggiorativi della pandemia sono evidenti anche nel crescente disagio mentale di preadolescenti e adolescenti. In 9 regioni italiane i ricoveri per patologia neuropsichiatrica infantile sono cresciuti del 39,5% tra il 2019 e il 2021. E noi, come calabresi, siamo interessati a questo problema più di altre regioni italiane.

«Dinanzi all’allarme lanciato da ‘Save the Children’ e alla sottolineatura del divario Nord-Sud circa le opportunità socioeconomiche ed educative – riconosce il presidente del Consiglio regionale Filippo Mancuso – le aspettative di vita in buona salute e i servizi di assistenza più elementari per i bambini e gli adolescenti, occorre che le Istituzioni reagiscano all’unisono, per fermare un fenomeno che rende vulnerabili i minori».

Pensate che prima della pandemia, secondo gli ultimi resi noti dati di Save the Children, il tasso di mortalità infantile entro il primo anno di vita era di 1,45 decessi ogni 1000 nati vivi in Toscana, ma era più che doppio in Sicilia (3,34), e addirittura triplo in Calabria (4,42), con ben il 38% dei casi di decesso relativi a bambini con mamme di origine straniera. 

Quasi scandaloso, per una società civile e moderna come la nostra. 

Ma è ancora più vergognoso il dato successivo, che ci spiega per esempio come un bambino del Mezzogiorno che si ammalava nel 2019 aveva una probabilità di dover migrare in altre regioni per curarsi del 70% in più rispetto a un bambino del Centro o del Nord Italia. 

Pensate a quanti bambini calabresi, e soprattutto a quante famiglie calabresi ogni giorno lottano con i centralini e i CUP dei grandi ospedali pediatrici italiani, penso al Bambin Gesù, per esempio, che è un faro della assistenza pediatrica italiana, o allo stesso Gaslini di Genova, per prenotare una visita specialistica utile alle loro angosce. Pensate alle attese disperate e drammatiche di queste nostre mamme e di questi nostri padri.

«Assumendo l’incarico di Garante dei minori calabresi per il mio secondo mandato – ci spiega il sociologo Antonio Marziale – ero ben cosciente dei problemi con i quali avrei dovuto fare i conti dopo due anni e mezzo di vacatio di questa figura istituzionale, perché in Calabria la legge istitutiva del Garante dell’Infanzia non prevede alcuna proroga fino all’ingresso di un nuovo Garante, ma sinceramente la situazione è ancor più preoccupante di quanto avessi immaginato. In Calabria viene registrata una povertà globale sempre più acuta, e decenni di politiche che ci fanno ereditare macerie e inadempienze. Una su tutte – denuncia Marziale – la mancanza di un reparto pubblico di neuropsichiatria infantile nella regione a più elevato indice di disagio psicosociale. Fido oggi moltissimo nella volontà del governo e del consiglio regionale di rispondere concretamente, sia pur tra molteplici difficoltà, a questo stato di cose, perché la posta in gioco è altissima e quando riguarda i bambini non può prescindere dall’apporto costruttivo di tutti indistintamente, maggioranza ed opposizione per dirla in gergo politico». 

Il messaggio è chiaro, e vorrei che questo concetto non apparisse come formale o peggio ancora come retorico, quindi superficiale e inutile, ma o si affronta il problema in maniera diretta e concreta, e soprattutto subito, o per i bambini calabresi il futuro sarà ancora più triste e più tragico di quanto ci abbia raccontato il gotha di Save the Children. 

Qui non è più gioco la credibilità di una classe politica, o di una classe dirigente, ma qui è in gioco la salute dei nostri bambini, e non tutti possono permettersi di portare il proprio bambino fuori regione per una visita che si potrebbe tranquillamente fare anche a casa propria. 

Il Presidente della Regione Roberto Occhiuto ha appena avuto un bimbo, e credo che nessuno meglio di lui oggi possa capire meglio di cosa parliamo, e nessuno meglio di lui possa raccogliere meglio l’appello forte che ci viene da  Save the Children.

Non lasciamo soli i nostri bambini.