REGGIO CALABRIA, UNA CITTÀ CHE BRILLA
MA IN NEGATIVO IN TUTTE LE CLASSIFICHE

di CLAUDIO ALOISIO – Ultima per Avvenire nella ricerca presentata in collaborazione con la Scuola di Economia Civile, al 95° posto nello studio realizzato da Italia Oggi con l’Università La Sapienza e al 101° nel più recente rapporto del Sole 24 Ore. 

Quest’anno, come lo scorso e l’altro ancora, sin da quando ho memoria, Reggio Calabria brilla in negativo in tutte le classifiche che analizzano la qualità della vita valutando diversi parametri: ricchezza, infrastrutture, servizi, sicurezza, opportunità lavorative, ambiente, cultura e innumerevoli altre categorie che caratterizzano, appunto, la qualità della vita di una comunità.

Le difficoltà che emergono da queste analisi non sono solo di Reggio, ovviamente, ma della Calabria, regione fanalino di coda in pressoché la totalità delle graduatorie e, più in generale, del Meridione che si trova da sempre escluso dalle prime venti o trenta posizioni. Il problema a mio avviso, quindi, non è nell’accuratezza di tali studi che può tranquillamente essere messa in discussione se ci si sofferma a considerare la posizione dell’uno o dell’altro territorio, ma in ciò che i dati contenuti in essi ci consegnano in termini tendenziali.

L’Italia è sempre più divisa, il gap tra Nord e Sud lungi dal ridursi, si amplia creando, di fatto, le condizioni perché coesistano cittadini di serie A e di serie B con gli stessi doveri ma differenti diritti. Questo scenario, indegno per una società che ama definirsi civile, ha nella sua genesi diverse motivazioni, esogene, endogene, antropologiche, culturali e storiche che, sicuramente, non possono essere banalizzate da sintesi spesso viziate da preconcetti, strumentalizzazioni o sterili piagnistei che tendono a nascondere l’abbondante polvere che produciamo sotto il tappeto.

Come collettività, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità che sono tante e pesanti, ad iniziare dal lassismo, dalla rassegnazione, dall’inazione, dal non voler metterci la faccia “sporcandosi le mani” e agendo in prima persona nel tentativo di cambiare le cose. Troppo spesso ci limitiamo a lagnarci senza nulla fare, non avendo neanche la capacità di esprimere una classe dirigente minimamente adeguata non tanto e non solo a governare i processi ma anche e soprattutto a tutelarci lì dove si prendono le decisioni.

Come spiegare altrimenti la vergogna di un federalismo che contribuisce, anno dopo anno, a rendere ricchi i più ricchi e poveri i più poveri. Che avrebbe dovuto essere cooperativo divenendo invece competitivo, generando così aberrazioni come quella della “spesa storica” che ancora oggi, al di là delle belle enunciazioni, continua a far sì che si dia di più a coloro che hanno già molto e di meno a chi non ha nulla? Com’è potuta passare una modifica costituzionale di tale portata senza che i nostri rappresentanti in parlamento si opponessero strenuamente, facendo fronte comune superando le distinzioni di appartenenza politica e indossando unicamente la maglietta di un Mezzogiorno bistrattato e umiliato? 

Ed ora si giocherà la partita del Regionalismo Differenziato, un’altra perversione normativa che, ove venisse messa in atto, darebbe il definitivo colpo di grazia ai territori meridionali. 

Non possiamo continuare con il refrain trito e ritrito di “piove governo ladro”. Non possiamo neanche aspettare che venga qualcuno a salvarci. Dobbiamo impegnarci tutti, in prima persona, per la crescita della nostra terra mettendo competenze e capacità al suo servizio, dandoci da fare per diventare gli unici artefici del nostro destino. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio di essere una comunità, fieri di considerarci reggini, calabresi, meridionali. Perché non siamo secondi a nessuno anche se da secoli tentano di farcelo credere.

Altrimenti niente cambierà, anzi, la situazione peggiorerà ulteriormente e continueremo a leggere classifiche e studi che certificheranno la distanza sempre più ampia tra due Italie una delle quali, stante così le cose, non avrà più la forza e la capacità di risalire la china. (ca)

(Claudio Aloisio è il Presidente di Confesercenti Reggio)

PIÙ FATTURATO PER LE IMPRESE, RALLENTA
PERÒ LA CRESCITA E GIÙ GLI INVESTIMENTI

La crescita della Calabria ha rallentato nel corso dell’anno. È quanto emerso dal Rapporto di Bankitalia per l’economia calabrese, spiegando che questo calo sia dovuto alle conseguenze economiche del conflitto russo-ucraino e dell’incertezza che ne deriva.

Un dato che non si deve trascurare, considerando che «nella prima parte del 2022 l’economia calabrese ha ancora beneficiato della fase di ripresa avviatasi dopo la crisi pandemica. Secondo le stime della Banca d’Italia, basate sull’indicatore Iter, nel primo semestre l’attività economica ha registrato un incremento del 4,5 per cento, dopo il netto recupero già osservato nel 2021».

«Le nostre indagini segnalano un incremento del fatturato delle imprese nei primi nove mesi dell’anno – si legge nel Rapporto – in parte riconducibile all’aumento dei prezzi di vendita conseguente al rialzo dei costi di materie prime, energia e gas. Nel complesso, molte aziende hanno subito una riduzione dei margini di profitto; in pochi casi si è attuata una sospensione parziale dell’attività. Gli investimenti sono rimasti su livelli modesti».

«L’andamento congiunturale è risultato sostanzialmente simile tra i diversi settori – si legge ancora –. La produzione industriale ha continuato a crescere grazie alla ripresa della domanda interna ed estera. Le costruzioni sono state sostenute soprattutto dalle misure di agevolazione fiscale relative al comparto dell’edilizia residenziale, seppur in parte frenate dall’incertezza normativa e dalle difficoltà di cessione del credito d’imposta. Il terziario ha tratto vantaggio dell’andamento favorevole del comparto turistico e dalla ripresa dei trasporti. Il mercato del lavoro calabrese ha mantenuto una tendenza positiva, soprattutto nella prima metà dell’anno».

«Rispetto al 2021 – rileva Bakitalia – è tuttavia calata l’occupazione autonoma e si è indebolita la creazione di nuove posizioni a tempo determinato, che potrebbe aver risentito più rapidamente delle esigenze di contenimento dei costi di produzione e del rallentamento della congiuntura economica».

Guardando più da vicino il Rapporto, si evince come sia proseguita la ripresa del settore industriale: «in un sondaggio congiunturale della Banca d’Italia (Sondtel), condotto in autunno su un campione di imprese industriali con almeno 20 addetti, circa metà delle aziende ha registrato un aumento del fatturato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, contro il 14 per cento che ha subito un calo» scrive Bankitalia, sottolineando come, tuttavia, la crescita del fatturato sia stata influenzata anche dal rialzo dei prezzi di vendita innescato dall’incremento dei costi.

Un altro problema a cui hanno dovuto far fronte le imprese è stato l’aumento della spesa per gli acquisti di materie prime e beni intermedi, oltre che i ritardi nei tempi di lavorazione e di trasporto. Per non parlare poi dell’aumento dei costi dell’energia e del gas che hanno provocato «una diffusa riduzione dei margini di profitto, solo parzialmente compensata dall’incremento dei prezzi di vendita».

Per far fronte a questo problema, «circa un quarto delle aziende – si legge nel Rapporto – ha indicato di aver investito in macchinari a minore consumo oppure di aver adeguato gli impianti a fonti energetiche alternative, mentre circa il 20 per cento ha segnalato di aver fatto un maggior ricorso all’autoproduzione di energia elettrica; poco più del 10 per cento ha invece ridotto le ore di funzionamento degli impianti».

Infine, nel rapporto viene evidenziato come «la maggioranza delle imprese calabresi ha confermato o rivisto al ribasso i piani di investimento per il 2022, formulati nei primi mesi dell’anno, che prefiguravano una spesa sostanzialmente in linea con quella del 2021 e ancora inferiore ai livelli pre-pandemici».

Un problema non indifferente, a cui si aggiunge quello rilevato dai dati di InfoCamere-Telemaco:  «le iscrizioni presso il registro delle imprese sono diminuite del 5,1 per cento rispetto allo scorso anno. Contestualmente si è assistito a una risalita delle cessazioni (in aumento di circa il 20 per cento rispetto a un anno fa), che rimangono comunque su livelli inferiori a quelli pre-pandemia. Nell’insieme, il numero di imprese attive in Calabria è diminuito nel semestre dello 0,3 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2021».

Sul lato turismo, Bankitalia ha riportato che «secondo le informazioni provvisorie sui primi otto mesi del 2022 fornite dall’Osservatorio sul turismo della Regione Calabria, le presenze nelle strutture ricettive in regione sono cresciute del 26 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2021 (tav. a2.2). Rispetto allo scorso biennio, sono ripresi i flussi di turisti stranieri, che però rimangono ancora inferiori di circa la metà rispetto al 2019».

Sui trasporti, invece, «il traffico aereo nei primi otto mesi dell’anno è cresciuto in maniera consistente (85 per cento rispetto al periodo corrispondente del 2021), anche in connessione con la ripresa degli spostamenti delle persone. Ciò nonostante, il numero di passeggeri transitati per gli aeroporti regionali rimane ancora inferiore rispetto allo stesso periodo del 2019 (-17 per cento)».

Bene invece per il Porto di Gioia Tauro: la movimentazione di container nei primi nove mesi dell’anno è cresciuta del 12 per cento rispetto al corrispondente periodo dell’anno scorso. Nei prossimi mesi un ulteriore impulso alla crescita dei volumi potrebbe arrivare dalla recente istituzione di un corridoio ferroviario veloce (fast corridor) con l’interporto di Bologna e dalla possibilità di espletare le procedure doganali di importazione direttamente presso quel nodo logistico di destinazione».

Per quanto riguarda l’export, nonostante nel primo semestre del 2022 «le esportazioni di merci sono cresciute in modo deciso, anche se il loro contributo al Pil rimane modesto – si legge nel Rapporto –. Le vendite a prezzi correnti sono aumentate di un terzo rispetto al corrispondente periodo del 2021. L’incremento ha interessato tutti i principali settori di specializzazione regionale, soprattutto i prodotti dell’industria alimentare e le sostanze e prodotti chimici, che insieme rappresentano oltre la metà delle esportazioni regionali. Con riguardo ai mercati di sbocco, l’aumento è stato particolarmente accentuato verso i paesi extra Ue».

Per quanto riguarda il mercato del Lavoro, Bankitalia ha rilevato come «anche nella prima parte del 2022 il mercato del lavoro calabrese ha mantenuto un andamento positivo; nel corso dell’estate si è però osservato un rallentamento nella dinamica della creazione di posti di lavoro, verosimilmente connesso all’incertezza del contesto internazionale e al diffuso rialzo dei costi di materie prime, energia e gas».

«Secondo i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat – si legge – nel primo semestre dell’anno in corso l’occupazione è cresciuta dell’1,8 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021; tale aumento è stato più contenuto di quello osservato in Italia e nel Mezzogiorno ma, anche grazie al recupero registrato l’anno prima, il numero di occupati in regione è tornato ai livelli pre-pandemia».

«Nella media dei primi sei mesi del 2022 – si legge ancora – il tasso di occupazione ha raggiunto il 43,0 per cento mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 14,6 per cento (nello stesso periodo del 2021 erano rispettivamente il 41,2 e il 19,4). Su tale ultimo dato ha però influito anche la fuoriuscita di persone dalle forze di lavoro: a differenza di quanto rilevato a livello nazionale, infatti, il tasso di attività nel periodo gennaio-giugno è diminuito, arrivando al 50,6 per cento (dal 51,5 del primo semestre 2021) e mantenendosi su livelli ancora distanti da quelli pre-pandemia».

Distinguendo per il genere, in linea con quanto già riscontrato nel corso del 2021, «l’incremento dell’occupazione ha riguardato quasi esclusivamente le donne», si legge nel Rapporto, spiegando poi che il divario di genere nel tasso di occupazione ha continuato a ridursi, arrivando a 22,8 punti percentuali rispetto al 23,8 del 2021) rimanendo, tuttavia, superiore a quello medio nazionale.

Una crescita, tuttavia, che è aumentata solo nel lavoro dipendente, mentre quello indipendente è diminuito. «In particolare – si legge – , si è indebolito il contributo della componente a tempo determinato, nella quale si è concentrata la diminuzione dei nuovi posti di lavoro rispetto all’anno precedente».

«Nonostante la ripresa delle cessazioni connessa allo sblocco dei licenziamenti, il numero delle nuove posizioni a tempo indeterminato è rimasto costante se confrontato con lo stesso periodo del 2021, grazie anche alle numerose trasformazioni di contratti già in essere; la quota del lavoro stabile sulle posizioni create è salita al 15 per cento (dal 13 del primo semestre 2021)».

«I consumi delle famiglie calabresi – si legge – hanno beneficiato del miglioramento del mercato del lavoro e, più in generale, del graduale superamento dell’emergenza pandemica. L’incremento nel 2022 dovrebbe risultare tuttavia meno intenso rispetto all’anno precedente per effetto del rialzo dei prezzi. In confronto al resto del Paese, tale fattore potrebbe incidere maggiormente in regione a causa della presenza più diffusa di nuclei familiari meno abbienti, più colpiti dai rincari dei beni alimentari e dei prodotti energetici per via della composizione del loro paniere di spesa. Gli interventi governativi a favore delle famiglie hanno in parte limitato l’impatto dei rincari energetici sul potere d’acquisto, con particolare attenzione soprattutto ai nuclei familiari in condizioni di difficoltà economiche, interessati anche da un esteso ricorso al Reddito di cittadinanza».

«Nel primo semestre del 2022 – si legge ancora – la crescita dei prestiti bancari alla clientela privata si è leggermente rafforzata, soprattutto per il comparto delle famiglie. Il credito al consumo e i mutui abitativi sono aumentati, riflettendo rispettivamente l’incremento della spesa delle famiglie e l’andamento favorevole del mercato immobiliare. La rischiosità del credito è rimasta contenuta, mentre i tassi di interesse a medio-lungo termine hanno iniziato a risalire, a seguito della normalizzazione della politica monetaria. È proseguito il rallentamento dei depositi bancari delle famiglie e delle imprese; il valore di mercato dei titoli detenuti presso il sistema bancario si è ridotto, anche per effetto del calo dei prezzi delle attività finanziarie». (rcz)

È CAMBIATA LA MUSICA: IL MEZZOGIORNO
NON È PIÙ PASSIVO E VUOLE I SUOI DIRITTI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Il Mezzogiorno corpo morto che non reagisce più a nessun stimolo? Forse in passato era così. Oggi sta diventando una realtà che prende consapevolezza dei suoi diritti e, si spera, anche dei suoi doveri.

Per questo è necessario che il Governo nazionale stia molto attento rispetto ai provvedimenti che, mal consigliato dalla Lega, ha intenzione di prendere, in particolare rispetto al reddito di cittadinanza e anche all’autonomia differenziata. Certo, rispetto al grande, pericoloso e competente attivismo del ministro Calderoli, le reazioni più naturali sarebbero state quelle di una levata di scudi generalizzata, progressivamente, fino ad un blocco totale di tutte le attività.

Se si vuole istituzionalizzare  il principio che i diritti di cittadinanza sono diversi, come già oggi avviene, tra le diverse parti del Paese, e cioè che esistono cittadini e coloni, individui di serie A e di serie B, persone che hanno diritto ad una scuola con il tempo pieno, agli asili nido, ad una mobilità di buon livello su treni e auto, a vivere più a lungo in media, ad una sanità più efficace ed efficiente, a un lavoro ed altri che invece, solo perché sono nati sotto il Garigliano, hanno meno diritti, allora qualunque tipo di reazione potrebbe essere consentita. 

Visto peraltro che in termini di tassazione, come prevede la nostra Costituzione, tutti i cittadini, in modo progressivo rispetto al reddito prodotto, partecipano alla tenuta del sistema fiscale nazionale.

Il Quotidiano del Sud, ed Il nostro Direttore in prima fila, hanno fatto un’operazione verità importante per far capire che in realtà se ci fosse una spesa pro-capite uguale il Mezzogiorno avrebbe diritto a 60 miliardi di ristoro annui. E che l’autonomia avrebbe cristallizzato tale situazione. E da mesi porta avanti la sua battaglia ritornando sull’argomento con i suoi prestigiosi opinionisti.

 Ora arrivano le reazioni sia da parte dell’intellighenzia colta meridionale e dell’Accademia, che da parte della politica.

Massimo Villone, PRofessore emerito di diritto costituzionale dell’Università degli studi “Federico Secondo”, rappresentante del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, è passato all’attacco, insieme ai sindacati Nazionali della scuola Cgil, Cisl, Uil, Snals, e Gilda, presentando una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare che dice “no“ all’autonomia differenziata. 

 «La nostra proposta punta a riscrivere parte degli articoli 116 e 117 della Costituzione, almeno in quei commi che aprono a chi mina l’unità del Paese – spiega Villone –. Vogliamo tagliare gli artigli a chi lavora non per ridurre le disuguaglianze, ma per accrescerle».  

 «Con le modifiche proposte all’articolo 116 vogliamo scongiurare una frantumazione non reversibile del Paese. Un rischio gravissimo che è ciò che auspica Calderoli». 

«Le modifiche proposte limitano l’autonomia delle Regioni – continua Villone – introducono una clausola di supremazia della legge statale, affidano allo Stato la potestà legislativa su alcune materie cruciali come scuola, lavoro, coordinamento della finanza pubblica, reti di trasporto e comunicazione».

E si è già aperta una sottoscrizione che parte con 120 firme di costituzionalisti intellettuali e rappresentanti della società civile. Mentre da Bari Gianfranco Viesti continua a ad affermare che quella che si sta consumando è la secessione dei ricchi.

Ma anche tra i giornalisti Marco Esposito si spende con interventi mirati che dimostrano come l’affermazione che con l’autonomia il Nord non acquisisce più risorse sia falsa, dimostrando con una simulazione quello che accadrebbe nella scuola.

Pino Aprile, che ha dato indicazioni nel voto del 25 settembre di annullare la scheda votando no all’autonomia differenziata, adesso mira a consapevolizzare il pubblico ampio sui pericoli che il Mezzogiorno corre. L’Associazione Istituti Meridionalisti con il suo segretario Francesco Saverio Coppola rafforza il gruppo.  

Esempi di intellettuali del Sud, che non esitano a prendere posizioni estreme. il Partito Unico del Nord continua a dettare legge ad un Sud che, però, inizia ad avere consapevolezza di sé stesso. Per quanto attiene invece alle posizioni della politica la destra l’aveva nel suo programma elettorale, il terzo polo non ha preso posizione, ma la presenza della Gelmini al suo interno, che si era dichiarata favorevole da ministro per gli affari regionali, non fa ben sperare, I Cinque Stelle si sono pronunciati contro ed il Pd ha una posizione molto sbilanciata a favore

Infatti al di la delle affermazioni note di Stefano Bonaccini, quello che afferma Piero Fassino, certo non l’ultimo arrivato nel Pd è illuminante: «Due terzi del prelievo fiscale del nostro Paese sono attinti dai redditi del Nord. Due terzi o forse più delle partite Iva sono concentrati nel Nord. Nel Nord c’è una presenza di cittadini stranieri che è pari al 20 per cento a fronte della media nazionale del 7-8. Dalle regioni del Nord e da Emilia, Toscana e Marche parte l’80 per cento delle esportazioni italiane», dice Fassino in una intervista. Sottintendendo che è giusto che ognuno si tenga le risorse che produce. 

La risposta di Adriano Giannola, presidente di Svimez, che afferma «tutto ciò è un siluro alla Costituzione sin dal 2001 ed è fuori dalla legge del 2009 che è stata elaborata e firmata dall’attuale ministro Calderoli. Questa si chiama eversione», la dice lunga sul livello dello scontro. 

Il Sud fa sistema e capisce che l’argomento di un eguale interesse del Nord e del Sud per l’autonomia differenziata è una presa in giro. Non basterà Calderoli a vendere questo “pacco” al Sud. Vedremo quale sarà la posizione ufficiale del PD, soprattutto nel caso che Bonaccini diventi segretario. 

Intanto dice Villone «ne approfitti Fassino per studiare. Siamo ragionevolmente certi che anche i piemontesi, volendo, possono imparare».

Il sindaco di Napoli Manfredi, il Governatore della Campania De Luca, quello della Puglia Emiliano, in dissonanza con il partito di appartenenza, prendono posizione contro, facendo ben sperare su una mobilitazione più ampia.  Assente la Regione Siciliana e la Calabria sia perché i due presidenti sono del centro destra, che probabilmente, per la Sicilia, l’illusione che avendo una sua autonomia pensa, sbagliando, che le autonomie rafforzate delle Regioni del Nord non la riguardino. Il corpo provato di un Mezzogiorno esanime prova a reagire ad un attacco che lo vuole emarginare ulteriormente.  (pmb)

[Courtesy Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

PONTE, SI RIPARTE DA MESSINA: INCONTRO
SICILIA-CALABRIA COL MINISTRO SALVINI

Di ROBERTO DI MARIA – “Si riparte”: è tutto un programma il titolo della tavola rotonda in programma oggi a Messina, al Dipartimento di Economia dell’Università. Ovviamente si parla del Ponte sullo Stretto e si discuterà dell’iter progettuale e del ruolo delle infrastrutture per la competitività al Sud, mettendo insieme non solo alte professionalità e competenze specifiche, ma anche i due governatori di Calabria e Sicilia, Roberto Occhiuto e Renato Schifani a confronto con il ministro delle Infrastrutture e vicepremier Matteo Salvini. È una premessa o una promessa quella del titolo? Il convegno servirà proprio a chiarire se finalmente si può passare dalle parole ai fatti, mettendo una volta per tutti a tacere presunti esperti e “abituali incompetenti” che sul Ponte hanno detto e continuano a dire tutto e il contrario di tutto.

La tavola rotonda (ore 14) sarà coordinata dal direttore di StrettoWeb, il giornalista Peppe Caridi, e vedrà la partecipazione del sottosegretario Matilde Siracusano, del vicepresidente della Regione Calabria Giusy Princi, del prof. Daniele Schilirò, dell’avv. Giuseppe Giuffrè, dei professori Michele Limosani, Claudio Borrì, Piero D’Asdia, Giuseppe Muscolino e Alberto Prestininzi, dell’ing. Fabrizio Averardi Ripari, dell’architetto Anna Carulli, del vicesindaco di Messina arch. Salvatore Mondello e dell’ing. Mimma Catalfamo. Introduce il prof. Bruno S. Sergi, concluderà i lavori il prof. Enzo Siviero, rettore dell’Università eCampus, che con l’architetto Patrizia Bernadette Berardi anticiperà l’uscita del numero speciale della rivista Galileo dedicato al Ponte.

Da questa tavola rotonda potrebbe, forse, venir fuori un protocollo programmatico che possa dare esecuzione al progetto approvato nel 2001 e, realisticamente, immediatamente cantierabile. Chiunque conosca il progetto del Ponte sullo Stretto e gli studi allegati, che occupano un volume di circa 10 metri cubi, sa che gli studi geologici in esso contenuto hanno già analizzato oltre 20 anni fa tutta l’aera dello stretto. Hanno praticamente rivoltato come un calzino tutti il territorio compreso tra Sicilia e Calabria, ricostruendo, nei minimi dettagli, i complessi movimenti reciproci fra le due sponde sin da diverse decine di milioni di anni fa. È grazie a questo studio che sono state individuate le cause del sisma del 1908, tracciando una mappa estremamente precisa delle faglie sui fondali dello Stretto e sulla terraferma. E da questi studi deriva il posizionamento dei piloni del Ponte a campata unica, individuato in due aree prive di faglie e relativamente stabili.

Ad ogni modo, come sa anche il più svogliato degli studenti di qualsiasi corso di Scienza delle costruzioni, quello del sisma, per un ponte sospeso, è un problema del tutto secondario: un ponte sospeso, normalmente, è il luogo più sicuro dove trovarsi in caso di sisma. Proprio la tipologia della struttura dell’impalcato, libera da vincoli appoggiati direttamente al terreno, la rende capace di assorbire il più distruttivo dei movimenti sismici. Per quanto concerne i piloni, una robusta fondazione ed un baricentro relativamente basso sono requisiti più che sufficienti a garantirne l’incolumità dalle scosse sismiche: per quanto concerne il Ponte sullo Stretto, la struttura è stata progettata in maniera tale da non subire alcun danno neanche se si verificasse un terremoto di magnitudo 8.5 sulla scala Richter, di gran lunga più potente di quello verificatosi nel dicembre del 1908.

D’altronde, non mancano al mondo esempi di ponti sospesi realizzati in aree ben più problematiche dello Stretto, per quanto riguarda la sismicità: si pensi al Giappone, che conta decine di ponti simili, fra cui l’Akashi-Kaikyo, lungo 3.911 metri, con campata centrale di quasi 2 km,  che ha resistito a un terremoto di intensità 6,8 della scala Richter.

Per quanto concerne l’ipotesi del ponte a tre campate, tirata fuori dalla Commissione di esperti nominata nell’agosto del 2021 dall’allora ministra alle Infrastrutture De Micheli, che ha giustificato la scelta affermando che “costerebbe presumibilmente meno”, verrebbe da sorridere, se non ci fossero in ballo diversi miliardi di euro ed il futuro di una parte consistente d’Italia.

Ancor più ridicolo è il riferimento alle “antenne” da piantare in pieno Stretto di Messina: non si sono mai viste “antenne” in mare con fondazioni grandi come un campo di calcio, e per giunta a 150 metri di profondità. Queste sarebbero, infatti, le caratteristiche dei piloni in mare di un eventuale ponte a più campate, improvvidamente chiamati “antenne”.

Se consideriamo che le fondazioni in alveo più profonde ad oggi realizzate sono quelle del ponte Rion Antirion in Grecia, possiamo comprendere come queste “antenne” siano del tutto particolari… E come l’affermazione della commissione De Micheli sui costi di un ponte a più campate debba “presumibilmente” essere riconsiderata.

L’ultima precisazione riguarda il “un nuovo studio di fattibilità” che sarebbe stato affidato alle Ferrovie dello Stato. Uno studio non soltanto inesistente, ma che, a quanto sembra, non è mai stato affidato a chicchessia. Smentendo clamorosamente una fonte piuttosto autorevole: l’ex ministro Giovannini. Fu proprio lui ad affermare l’intenzione di affidare lo studio ad FS lo scorso anno, garantendone la presentazione entro la primavera del corrente 2022, come riporta la Gazzetta del sud del 5 agosto 2021. Tutto saltato, a quanto pare, a causa delle lungaggini burocratiche che non hanno consentito neanche la formalizzazione del finanziamento dello “studio” per la modica cifra di 50 milioni di euro.

Poco male, potremmo dire. Il nuovo governo, senza dover revocare alcun atto, avrà modo di sgomberare finalmente il campo dall’idea, a dir poco balzana, di allungare con un altro inutile studio di fattibilità la lunga serie di atti relativi al Ponte sullo Stretto. Il quale, anche se molti sembrano esserselo dimenticato, è dotato di un progetto definitivo: un corposissimo ed esaustivo elaborato, frutto di una scelta già fatta nei primi anni Novanta, proprio a favore del ponte a campata unica.

 

CROTONE ULTIMA PER QUALITÀ DELLA VITA
DATI IMPIETOSI, LA CALABRIA PENALIZZATA

di SERGIO DRAGONE  – Una Calabria immobile, ferma, stagnante, senza alcun segnale di ripresa. Il divario con le aree più dinamiche del Paese si accentua e i modelli di Regioni come l’Emilia Romagna e il Trentino-Alto Adige appaiono sempre più lontani e irraggiungibili. 

Il quadro che emerge dal rapporto 2022 sulla qualità della vita nelle province italiane (si faccia attenzione, i dati presi in esame sono del 2021 e si riferiscono alle province e non alle città), redatto dal quotidiano economico Italia Oggi in collaborazione con La Sapienza di Roma, è impietoso. 

Le cinque “sorelle” calabresi occupano stabilmente le ultime posizioni della graduatoria generale, ma quel che colpisce è appunto l’assenza di elementi che facciamo pensare alla ripresa. Quattro province continuano a galleggiare tra l’83esimo posto di Catanzaro e la 107esima casella di Crotone, mentre Reggio Calabria affonda di ben undici posizioni. Se non è stagnazione questa!

La narrazione di una Calabria che ha svoltato, che sta riducendo il gap con il centro-nord e che si sta lasciando alle spalle l’interminabile stagione del sottosviluppo, appare quanto meno ottimistica, un tantino azzardata e molto lontana dalla realtà. Siano più prudenti i nostri governanti prima di parlare di “svolte epocali” e semmai utilizzino questa indagine come strumento per intensificare la loro azione.

Più che un divario con le prime (Parma, punteggio 1000; Trento, punteggio 987; Bolzano, punteggio 976 e Bologna, punteggio 928) si può parlare di un baratro assolutamente incolmabile. In poche parole, la qualità della vita delle prima in classifica è più di tre volte più alta di quella delle province calabresi.

Avvilente anche la rappresentazione grafica che vede la Calabria quasi tutta in blu (qualità della vita insufficiente) con la sola provincia di Catanzaro in rosso (scarsa qualità della vita).

L’indagine condotta dai ricercatori della Sapienza ha tenuto conto di 9 “dimensioni”, 9 elementi di valutazione che, analizzati uno per uno, dimostrano la quasi inesistente dinamicità della Calabria.

Ne tenga conto la classe politica calabrese che, se da un lato fa bene a spargere ottimismo, dall’altro non può fingere di ignorare una realtà che appare davvero dura.

Ma andiamo ad analizzare, sia pure a grandi linee, i numeri che emergono dall’indagine di Italia Oggi.

Abbiamo detto delle 9 “dimensioni” prese in esame. La “dimensione” più significativa è quella denominata “Affari e lavoro” che vede in testa province ricche come Bolzano, Trento, Bologna con l’incursione di distretti più piccoli come Fermo nelle Marche e Cuneo in Piemonte. Le calabresi, ovviamente, arrancano nelle ultime posizioni, con particolari punti di crisi nelle tabelle “tasso di occupazione” e “tasso di disoccupazione”.

Meno drammatica la situazione nella “dimensione” dedicata all’Ambiente. Qui due province calabresi, Cosenza e Catanzaro, mantengono posizioni minimamente accettabili, rispettivamente la 59esima e la 65esima, mentre Reggio Calabria ha registrare un tonfo di quasi 30 posizioni.  

Più articolata la situazione nella “dimensione” dedicata ai Reati e alla Sicurezza, dove la provincia di Cosenza occupa una posizione piuttosto tranquilla (35) e preoccupano invece la provincia di Catanzaro che perde 6 posizioni, quella di Reggio Calabria che ne perde 11 e soprattutto quella di Crotone che ne perde addirittura 30.

Nella “dimensione” dedicata alla Sicurezza Sociale, la Calabria va decisamente meglio, anche perché uno degli elementi tenuti in considerazione dai ricercatori è l’incidenza dei morti per Covid. Qui Crotone è addirittura sesta, seguita da Catanzaro all’8° posto. Notevole il balzo di posizioni di Cosenza che passa dall’88 al 23 posto.

Molto male invece nella “dimensione” dedicata all’Istruzione e alla formazione, dove tutte e cinque le calabresi sono collocate in fondo alla classifica. È un dato che non sorprende anche perché trova autorevole conferma in tutte le statistiche dell’Istat e del Ministero dell’istruzione. È un terreno su cui bisogna recuperare molto in Calabria.

Nella “dimensione “dedicata alla popolazione si registra, come prevedibile, una crescita in graduatoria delle province calabresi, stante la crisi demografica delle regioni del Centro-Nord.

Spicca nella “dimensione” dedicata al Sistema Salute la performance di Catanzaro che si piazza sul podio, ottenendo la terza posizione assoluta, migliorando di un posto rispetto al 2021. Un caso che si spiega con la concentrazione nel Capoluogo di molti posti/letto e una dotazione tecnologica importante. Significativa la crescita della provincia di Reggio Calabria che scala ben 17 posizioni rispetto al 2021.

Molto dietro, nella “dimensione” dedicata al turismo e al tempo libero, tutte le province calabresi, ad eccezione di Catanzaro che galleggia a metà classifica. Stupisce l’ultimo posto di Crotone se si tiene conto delle enormi potenzialità turistiche di quell’area della Calabria.

Infine la “dimensione” dedicata a Reddito e Ricchezza che vede tutte le province calabresi sotto l’80° posizione. È l’indice più preoccupante sotto l’aspetto economico e il divario con le prime della classe è imbarazzante.

In conclusione, pur presentando questa ricerca molti aspetti quanto meno opinabili, ci troviamo di fronte ad un panorama piuttosto fosco della realtà socio-economica della Calabria che si inserisce a sua volta in una più complessa articolazione del benessere nel nostro Paese. Non c’è solo il divario nord/sud, ma emergono nuovi divari tra le aree metropolitane e quelle più piccole, a vantaggio delle prime. Resta comunque un interessante elemento di riflessione per la classe dirigente calabrese costituita non solo dal Governo regionale, ma anche dal sistema delle Istituzioni pubbliche, dai rappresentanti parlamentari, dal mondo delle imprese e del sindacato. (sd)

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LA VALUTAZIONE DEL SOCIOLOGO TONINO PERNA

Il prof. Tonino Perna, già vicesindaco di Reggio, ma soprattutto sociologo, ha analizzato sul Quotidiano del Sud i dati emersi dall’indagine di Italia Oggi.

«Certamente – ha scritto il prof. Perna – la “qualità della vita” non è misurabile come non lo è la felicità. I testi sulla felicità percepita dia popoli mi hanno fatto sempre sorridere per l’assoluta ingenuità e presunzione di poter misurare ciò che non lo è, di voler comparare ciò che non è comparabile. Comunque, con tutti questi limiti, questa ricerca è preziosa, soprattutto se andiamo ad analizzare alcuni dati incontrovertibili. Entrando nel merito diciamo subito che il quadro complessivo che ci viene presentato è l’immagine di un Paese in cui le diseguaglianze sociali e territoriali crescono ancora. Su 107 province italiane 35 appartengono al Mezzogiorno e rappresentano circa il 34% della popolazione residente a livello nazionale, e circa il 30 % della popolazione presente. La distanza tra questa parte del nostro Paese e il Centro-Nord si è accentuata. Nella graduatoria finale nei primi 63 posti ci sono solo province del Centro-Nord! Nelle ultime venti province ci sono solo quelle del Mezzogiorno ad esclusione della province dell’Abruzzo, Molise, Basilicata e parzialmente della Sardegna. Quindi registriamo anche una divaricazione all’interno del Mezzogiorno, con alcune aree che tendono  stabilirsi su parametri più vicini al Centro Italia. Crotone, come ormai è noto, compare ancora una volta all’ultimo posto, mentre la provincia 

catanzarese si conferma la migliore della Calabria. Al di là delle divaricazioni nel reddito pro-capite quello che più colpisce è lo scarto in altri settori. Colpisce in particolare lo scarto esistente per quanto riguarda la voce “istruzione e formazione”». 

Secondo quando scrive il prof. Perna «L’Italia, come emerge da questa ricerca, è un Paese complesso, articolato, dove non sempre la linea di demarcazione è quella Centro-Nord/Mezzogiorno». (rrm)

(Nella foto il prof. Tonino Perna)

QUANTA DISUMANITÀ DEFINIRE I MIGRANTI
“CARICO RESIDUALE”: COMPASSIONE ZERO

di MIMMO NUNNARI – Ma come sarà venuto in mente al prefetto Matteo Piantedosi, ministro tecnico dell’Interno in mancanza di ministri politici di definire “carico residuale” quei 35 disgraziati rinchiusi come appestati sulla nave Humanuty1?

Vivesse ancora don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta che ai “carichi residuali”, agli “scartati”, spalancò per primo le porte dell’episcopio, avrebbe spiegato che quegli uomini “schiacciati” sulla tolda di una nave più che a clandestini somigliavano ai tanti condannati nel mondo alle piccole croci quotidiane, uomini ingiustamente spogliati di tutto, persone come Cristo abbeverati con l’aceto e il fiele. Avrebbe spiegato che le pietre scartate dai costruttori fanno le sorti della storia.

Ma anche un buon prete di strada, o un laico saggio che dalle parti del prefetto ministro, nell’avellinese, dov’è cresciuto tra buona cultura e cattolicesimo potrebbero dire al “duro” Piantedosi che le sue parole hanno prima di tutto turbato la coscienza di molti; hanno lasciato un senso di amara inquietudine perché rivolte a persone nate, come ogni altro, con gli stessi diritti, con la stessa dignità, fin dal momento del concepimento nel grembo materno; perché erano indirizzate a innocenti, ignari che il destino avrebbe loro riservato il ruolo di carichi residuali, cioè di scarti.  

Quell’espressione, quantomeno infelice, non ha niente di umano, lo dicono gli uomini della Chiesa: «Mi preoccupano certe parole e mi assumo la responsabilità di quello che dico» ha commentato monsignor Francesco Savino, vice presidente della Conferenza episcopale italiana e vescovo di Cassano, in apertura del convegno di presentazione della nuova edizione del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, a Roma: «Ho paura e la mia coscienza è turbata quando sento dire di accoglienza selettiva», ha aggiunto. Come ha poi scritto su “Vita” (magazine del Volontariato italiano) Doriano Zurlo, «carico residuale non è un sintagma studiato a tavolino: rivela una disumanità profonda e un immenso grigiore burocratico». 

A rileggerla con calma, la vicenda di Catania sembra una storia di scartoffie da compilare e di ordini da eseguire: una pratica che anche un modesto impiegato di categoria C sarebbe stato in grado di espletare. Si dirà: ma quello del prefetto Piantedosi è semplicemente un linguaggio burocratico, un linguaggio da scrivania, dunque perché scandalizzarsi? Difatti, lo è e in quanto tale è linguaggio caratterizzato da un lessico e da costruzioni sintattiche che il più delle volte lo rendono incomprensibile. Lo ha ammesso il ministro stesso, che di linguaggio di ufficio si tratta, rivolgendosi ai giornalisti: «Se vi fermate all’esegesi delle espressioni burocratiche fate pure, ma non accettiamo lezioni da nessuno». 

Il linguaggio burocratico è però quell’antilingua che Italo Calvino definiva “terrore semantico”, che è mancanza di un vero rapporto con la vita, espressione di chi non sa dire ho fatto e dice “ho effettuato”. 

Comunque tira dritto il signor ministro, e non si pente, ma quel “carico residuale” ha bollinato il programma di questo governo di destra e resterà un marchio indelebile, anche se il governo Meloni nel futuro dovesse fare cose buone, ma ne dubitiamo. Forse, però, a ben guardare non è solo burocratichese quel modo di dire del ministro dell’Interno, è qualcosa di più, è il prodotto di una “cultura” che viene da lontano e che è ancora presente.

Rassomiglia al linguaggio della Lega di oggi del Salvini di “difenderemo i confini dell’Italia” e alla Lega di ieri di Irene Pivetti, di quando arrivavano sulle coste pugliesi gli albanesi, nel marzo 1997, e lei disse: “Ributtateli in mare”. Anche lei, come Salvini oggi, aveva confidenza con coroncine del rosario e madonnine, e menomale! Che brutta storia è comunque questa del carico residuale, e sbaglieremmo di grosso se l’archiviassimo nel faldone italico degli incidenti di percorso dove giacciono altri editti che sembrano vergati “da doganieri addetti allo smistamento di qualche mercanzia”, copyright di Nello Scavo, che su Avvenire ha scritto: “Ci vorrebbe un Primo Levi per farsi spiegare cos’è un «carico residuale» fatto di carne umana, di anime ferite, di sguardi spersi, di famiglie separate: mamme e figli a terra, papà da rispedire ai mittenti da cui scappano”. 

Per monsignor Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes, esponente della Cei, “affrontare in questa maniera la situazione che sappiamo e cioè di persone in fuga, visto che conosciamo i Paesi da cui provengono, attraverso una selezione, o fermando in mare per diversi giorni e non prevedendo il soccorso di tutte queste persone, mi sembra un attacco alla democrazia e anche un rischio grave”. 

Oltretutto è diventato un caso internazionale, la cattiva e disumana gestione di Catania, e l’Italia è riuscita in un battibaleno a passare dalla parte della ragione (l’Ue che non si muove abbastanza) alla parte del torto difendendo nel peggiore dei modi possibili l’interesse nazionale.  

Chi non è d’accordo sul fatto che l’Italia non debba essere lasciata sola nella gestione della questione migranti? Nessuno, ma anziché un pugno inutilmente duro che poi si è rivelato di marmellata bisogna creare le condizioni per intervenire con saggezza, magari coinvolgendo tutto il Parlamento e poter poi fare la voce grossa in Europa. Lo dice bene monsignor Perego: “Questa situazione deve interpellare l’Europa perché si riprenda il Mediterraneo come Mare nostrum. Tutelare i diritti fondamentali di persone in fuga credo sia uno degli aspetti importanti”.

La soluzione non è quella degli sbarchi selettivi che non rispetta il diritto fondamentale al soccorso in mare a essere salvati. Non ha dubbi il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick nel bocciare la linea Piantedosi: «È contraria alla legge del mare, alle convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia e alla nostra Costituzione». (mnu)

DECISIONE, LAVORO, IMPEGNO E DEDIZIONE
LA RICETTA PER VEDER RINASCERE REGGIO

di EMILIO ERRIGO – Quando si vogliono raggiungere degli obiettivi, conseguire dei risultati economici e sociali, conquistare una posizione strategica, riqualificare un ambito territoriale esteso, riorganizzare uno o più processi, rinnovare una organizzazione complessa pubblica e privata, c’è sempre una spinta motivazionale che genera energie positive e benefiche, direi pure appaganti.

L’irrequietezza interiore che alimenta il moto perpetuo di coloro i quali, dentro il proprio corpo per la naturale presenza di elementi di chimica, biologia e fisica, hanno dentro la scatola cranica la cinematica neuronica costantemente attiva, in contrapposizione con coloro che hanno fatto del proprio cervello una grassosa massa cerebrale, spinge i primi a fare e tentare di fare bene quel che fanno, per finalità altruistiche e senza nulla chiedere o pretendere da alcuno, mentre collocano i secondi, i cosiddetti grassosi cerebrali, generalmente impegnati nella ricerca di occupare posti di potere ben remunerati.

Comprenderete da soli che la pubblica opinione riserva agli irrequieti naturali benefattori seriali, il loro consenso e umana gratitudine per le opere di bene fatte, mentre a coloro i quali utilizzano i loro cervelli e i propri neuroni, al solo fine di trarne esclusivo profitto economico personale, il più esteso e prolungato se non denominabile disprezzo, sicuramente il più grande dissenso personale.

Che la Città di Reggio Calabria, ora denominata Metropolitana, sia naturalmente bella e solare e tanto altro ancora, non è un fatto e accadimento umano spiegabile, ma un dono del divino creatore, che l’ha voluta così!

Leonida Repaci ha dedicato alla sua e cara terra natia una lode immensa!

Quello che è da attribuire agli esseri umani, un tempo chiamati “Itali”, e loro discendenti diretti e indiretti, parenti e affini, sono le opere visibili e invisibili.

Limitando il nostro ragionamento alle sole buone azioni visibili e percepibili dalla vista, udito, olfatto, gusto e tatto, non possiamo certo dire che la nostra bellissima amata, e troppe volte ingiustamente criticata, Reggio Calabria, sia inguardabile e irrespirabile, tutt’altro è cara, bella, visitabile e godibile in tutti i 7 sensi fino ad oggi conosciuti.

Un riposizionamento strategico della Cittá di Reggio Calabria, per convinzione di chi scrive, si rende necessario e urgente, in ragione dell’esistenza di tutti i presupposti naturali, di fatto e diritto, che fanno stagliare con contorni netti e precisi, tutti gli elementi caratterizzanti i sensori di crescita economica potenziale.

Appare evidente che in assenza degli indispensabili sensori, moltiplicatori economici a lievitazione finanziaria attiva, poco o nulla si può pensare di fare, sopra e sotto il territorio provinciale e regionale, ambito marittimo, fondo e sotto fondo marino, utilizzando parte del sovrastante spazio aereo.

Che fare del territorio e della umana gente ed esseri viventi, presenti nel Comune della Città Metropolitana di Reggio Calabria?

Ritenete in fede voi cari Concittadini, che si possa fare e fare ancora del bene a favore della nostra Città della Calabria? Se le risposte sono entrambi a somma positiva, allora significa che avete compreso tutto, di contro mi spiace ma devo scriverlo, non avete inteso e capito, degli emeriti nulla di nulla!

Il territorio costiero, il mare, i monti e l’aria, della Città Metropolitana di Reggio Calabria, sono una fabbrica di generabili ricchezze pubbliche e private, basta saperle scoprire, individuare e valorizzarle. Vi state domandando e chiedendo, come fare, dove andare, a chi rivolgersi? A voi e noi stessi! La ricchezza risiede dentro l’anima e il corpo di ogni donna reggina e uomo reggino, non altrove. Nil difficile volenti! Fare e trasformare l’inguardabile in bello a vedersi, occorre decisione e molto lavoro, impegno, dedizione, costanza, determinazione, buona volontà, lungimiranza e anche un crescente senso di ottimismo. Produrre energie interiori positive, non è una impresa impossibile da realizzare, basta volerlo. Occorre innanzi tutto, cooperazione tra i consociati, rispetto reciproco, solidarietà umana, onestà intellettuale, tanta fede e credo nel possibile a farsi. Come ritenete voi di spiegare ai vostri figli e nipoti, perché sulle coste e mare dell’Adriatico, c’è l’industria del turismo marittimo, ambientale e balneare, che ogni anno genera ricchezza generale, mentre a Reggio Calabria e provincia, parrebbe che il sole, mare, le coste, le fiumare, le colline, sentieri , montagne, il verde, l’acqua pura, potabilissima e salutare, minerale e termale, gli agrumi, il profumo e derivati del bergamotto, i fiori di gelsomino e arbusti di ginestra profumata, i prodotti alimentari genuini e tipici della Calabria, da come ci si comporta sembrerebbe non avere la consapevolezza, come se questi beni preziosi per la crescita economica non solo provinciale, non esistessero?

Perché accade tutto questo?

Non mi direte certo per colpa della malavita e la criminalità, perché non ci credo affatto è una scusante che non regge più, in quanto il controllo del territorio a cura delle Forze di Polizia c’è e si vede, con giornalieri azioni preventive e repressive.

L’Autorità Giudiziaria, mi risulta che non si risparmia in rischi e pericoli, pur di assicurare la e alla Giustizia giudiziaria, coloro che si rendono responsabili di reati.

Spiegate ai vostri giovani figli e nipoti, perché accade tutto questo, come mai allontanatosi dalla nostra Reggio Calabria, quasi tutto è possibile?

Lontani da Reggio Calabria, si diventa più intelligenti e colti? Una infusione corporea di intelligenza creativa?

E dai! Abbiate il coraggio di dire la verità ai vostri giovani figli e nipoti, il silenzio omertoso, spesse volte connivente e la mala fatica personale, ha bloccato e sta continuando a fermare la crescita economica e lo sviluppo umano dei giovani, adulti, piccoli, ragazzi, donne e uomini, grandi medi e grandi adulti, una volta in tempi non molto lontani, chiamati con profondo rispetto, cari nonni e vecchi.

E il valore indelebile dell’amicizia sincera, della pacca (botta) sulla spalla a un amico più sfortunato, l’aiuto a un compagno di scuola povero, da invitare spesso a pranzo a casa vostra, con la scusa di svolgere assieme i compiti assegnati, i giochi di comitiva, all’oratorio, al campo di calcio costruito d’estate nel greto delle fiumare, con i consueti incontri domenicali di calcio pomeridiani, dove sono andati a finire?

Riqualificare per esemplificare una o tante aree un tempo produttive, come Ravagnese, San Gregorio, San Leo, Pellaro, Bocale, Lazzaro, Capo dell’Armi, Saline Joniche e via camminando, viaggiando e navigando, in direzione Jonica e Tirrenica, per scoprire e valorizzare l’esistente bellezza della Calabria, bellezze e paesaggi questi, descritti nella loro unicità, da tanti viaggiati stranieri provenienti da ogni parte più lontana del mondo.

Mi piange il cuore, nel vedere a due passi da Ravagnese e San Gregorio, un tratto di spiaggia denominata sabbie bianche, ora abbruttito dalla ruggine incalzante, dei piloni in ferro di pessima qualità, immersi nell’acqua una volta limpida e trasparente acqua, deturpata dai blocchi di cemento posizionati senza un fine concreto ultimo, per la realizzazione della prevista banchina Approdo Aeroportuale Mezzi Navali Veloci, che dovrà chissà in quale anno, trasferire via mare, da e per la Sicilia e Calabria, da e per il Aeroporto dello Stretto, (c.d. della incuria e vergogna), i passeggeri in arrivo e partenza a e dall’Aeroporto Reggio Calabria.

Andate a vedere come sono state impiegate tutte le risorse finanziarie pubbliche per realizzare il Porto-Approdo, la Stazione Ferroviaria Aeroporto Ravagnese, opere pubbliche che devevano e devono senza altro ritardo, essere completate e rese fruibili alla collettività, della Calabria e della Sicilia, turisti in transito compresi. Ma come fare se l’unica strada di accesso al mare e Stazione fs Aeroporto, dal costruito svincolo Anas Aeroporto è inspiegabilmente ancora bloccata e intransitabile per motivi ancora sconosciuti?

Occorre poco, anzi pochissima, sana e buona volontà da parte dei Cittadini, i quali devono credere fermamente nel valore della legalità e Giustizia, rivolgendosi con fiducia e diritto, al caro e attento signor Prefetto, Autorità Territoriale di Governo, al Presidente e Assessori della Regione Calabria, al Presidente e Consiglieri eletti, del Consiglio Regionale.

A seguire per far valere i vostri e nostri, legittimi interessi e esercitare i vostri diritti, dopo aver rappresentati i vostri e nostri bisogni pubblici e privati.

Siete convinti che cosi facendo e comportandovi, non otterrete esiti positivi, non abbiate timore a scrivete e inviare le foto delle Opere Pubbliche, Aeroportuali, Ferroviarie, Mercatali, Poruali, Stradali ancora incompiute o irrealizzate, al Presidente della Repubblica, del Senato, della Camera, ai Signori e Signore Ministri e Sottosegretari di Stato.

Solo così o anche così agendo e procedendo, otterremo Legalità e Giustizia, riposizionando strategicamente la Città di Reggio Calabria, sicuro che il silenzio assordante, l’inerzia e l’indifferenza, non hanno portato e non porteranno mai, alcun beneficio alla nostra amata Reggio Calabria e carissimi Reggini tutti.  (ee)

(Emilio Errigo è nato a Reggio di Calabria, docente universitario di diritto internazionale e del mare, Generale in ris. della Guardia di Finanza)

(Courtesy photo: Oreste Arconte)

AMBIENTE, LA CALABRIA È SEMPRE ULTIMA
A CAUSA DELLA FRAGILITÀ DEL TERRITORIO

La Calabria in forte calo nelle performance ambientali. È quanto è emerso dal report Ecosistema urbano di Legambiente realizzato in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore, sulle performance ambientali di 105 Comuni capoluogo che tiene conto di 18 indicatori, distribuiti in sei aree tematiche: aria, acque, rifiuti, mobilità, ambiente urbano ed energia.

Per l’Associazione, infatti, sono pochi i capoluoghi di provincia italiani che sono riusciti a fare la differenza sulla sostenibilità ambientale. In Calabria, solo Cosenza ha raggiunto un importante risultato: è l’unica città del Sud a entrare, quest’anno, nella top ten della graduatoria: è quinta. Vibo Valentia si posiziona 46esima, mentre Catanzaro 63esima. Reggio si posiziona 91esima, mentre Crotone è tra gli ultimi: al 100esimo posto.

«La classifica di Ecosistema urbano 2022 – ha dichiarato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria – disegna un quadro di grande difficoltà dei capoluoghi di provincia calabresi. Una fragilità ambientale e sociale ben evidente sia nell’analisi dettagliata dei parametri che nell’arretramento, in alcuni casi nettissimo, delle posizioni rispetto allo scorso anno».

«Caso emblematico quello di Crotone che si colloca, come ormai da molti anni – ha spiegato – in fondo alla lista scivolando di ben  15 posizioni. Unica eccezione positiva è Cosenza, quinta nella graduatoria nazionale, ma che rispetto allo scorso anno scivola di una posizione con criticità in alcuni dei 18 indicatori presi in considerazione dal rapporto».

Nonostante i buoni risultati, per Cosenza sono tante le criticità su cui deve lavorare. Dal Rapporto, infatti, è emerso «un basso indice di verde pubblico a cui fa da contraltare un consistente tasso di inquinamento dell’aria dovuto alla congestione del traffico urbano in alcune zone. Si registra, poi, una scarsa incidenza di buone pratiche per l’adattamento ai cambiamenti climatici, mentre risulta non efficiente la gestione della raccolta dei rifiuti».

«Criticità – si legge in una nota del Comune di Cosenza – su cui ha inciso in maniera forte e determinata la nuova amministrazione, invertendo, finalmente, la rotta. Ed, infatti, un sostanziale miglioramento nell’inquinamento dell’aria si è già registrato grazie alle modifiche sulla viabilità, in particolare, di via Roma e Piazza Bilotti, che sarà certamente più incisivo e definitivo quando sarà operativo il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, la cui redazione è stata affidata all’Unical».

«Importante svolta sulle buone pratiche per l’adattamento ai cambiamenti climatici, inoltre – si legge – è dato dal progetto per “Interventi green blue” finanziato per circa 300 mila euro e  che sarà realizzato  nei pressi dell’ultimo lotto di via Popilia».
«Uno dei punti centrali e qualificanti del programma Cosenza2050 è la visione di “Cosenza Ecologica”– ha affermato la vicesindaco ed assessore all’ambiente Maria Pia Funaro – . Con l’obiettivo, quindi,  di realizzare un percorso green, abbiamo previsto la realizzazione di due boschi urbani. Abbiamo, infatti, aderito sin dal nostro insediamento al progetto “Un albero per il futuro” promosso dal Ministero per la transizione Ecologica ed abbiamo sottoscritto un protocollo d’intesa con A0CO2.  Alla fine di questo primo anno di amministrazione si stima di riuscire a mettere a dimora circa 700 nuove specie arboree. A ciò si aggiunge l’istituzione del Garante del Verde che ci porta ad essere la prima città a sud di Napoli ad averlo costituito. Punto critico e nota dolente rimane, invece, la gestione dei rifiuti, su cui però siamo già intervenuti approvando il nuovo piano dei rifiuti che sarà messo in atto appena saranno concluse le procedure del relativo bando».

«Su input del sindaco Franz Caruso – ha concluso Maria Pia Funaro – abbiamo bandito interventi spot e instabili per come hanno fatto i nostri predecessori che continuano ad autoincensarsi, dimentichi dei fallimenti di cui sono lastricati i propri percorsi. Noi   preferiamo portare avanti, invece, un’azione corretta, improntata alla legalità ed alla trasparenza, armoniosa e strutturata, facendo rete anche con i Comuni più virtuosi d’Italia, i cui risultati positivi saranno presto tangibili e non avranno bisogno di essere decantati da noi stessi. Sicuri di ciò, il giudizio lo lasciamo ai nostri concittadini, che sanno distinguere il grano dal loglio».

Vibo Valentia, invece, è tra le cinque città del comparto Sud-Isole piazzate meglio, con risultati straordinari sul fronte della raccolta differenziata. Un risultato che ha portato il sindaco Maria Limardo a partecipare alla presentazione del Rapporto a Roma.

Il primo cittadino, infatti, ha illustrato i punti di forza dell’attività amministrativa condotta negli ultimi tre anni, e che ha permesso a Vibo Valentia di piazzarsi quest’anno al 46esimo posto nazionale. Un balzo enorme se si tiene conto che all’atto dell’insediamento dell’amministrazione Limardo la città galleggiava al 104esimo posto di Ecosistema urbano, mentre già nel 2021 era riuscita a raggiungere il 39esimo posto.

Il sindaco, poi, ha parlato della grande attività compiuta a partire dai concetti di tutela ambientale e sviluppo sostenibile, «utilizzando la cultura come arma vincente per superare storiche criticità, poiché era importante ribaltare l’impatto reputazionale che a livello nazionale ci penalizza».

Entrando nel merito, Limardo ha spiegato come sia stato fondamentale iniziare col “valorizzare l’esistente”, a cominciare dagli indirizzi agli uffici comunali.

«Quanto alla differenziata – ha spiegato – abbiamo portato la città da una percentuale molto bassa ad attestarsi oggi stabilmente sopra il 70%. Lavoriamo per una raccolta di qualità e selettiva, la sfida ulteriore è proprio questa. Per farlo al meglio abbiamo a disposizione due centri di raccolta, dei quali uno verrà inaugurato a breve. Di recente ci siamo posti una problematica che è quella del riuso dell’asfalto, poiché tante volte le imprese conferiscono il rimosso in discarica mentre bisognerebbe agevolarne il riuso».

Ma ambiente non è solo raccolta differenziata, ed infatti a Vibo si sta cercando di incidere molto anche «su altri settori, come l’abusivismo edilizio, la realizzazione di piste ciclabili per le quali abbiamo già i fondi a disposizione, un impianto di bike sharing in città di imminente avvio, ed ancora il progetto City Log per decongestionare il centro dai mezzi di trasporto merci con la possibilità di effettuare consegne attraverso mezzi elettrici posti nelle stazioni ai lati della città»

«Ed ancora, stiamo lavorando molto – ha aggiunto il sindaco – sul limitare la dispersione idrica grazie ad interventi di ingegnerizzazione della rete, inoltre abbiamo appena acquistato le centraline per il rilevamento dei campi elettromagnetici e il monitoraggio della qualità dell’aria. Una serie di iniziative che permetteranno certamente alla mia città di diventare sempre più competitiva».

«Ma l’aspetto più importante – ha concluso il primo cittadino di Vibo – è l’eredita immateriale che potremo lasciare, serve una rivoluzione culturale che consenta alla cittadinanza di comprendere che quella per la tutela ambientale e lo sviluppo sostenibile è la vera sfida del presente e del futuro. E sono certa che la gente sarà al fianco dell’amministrazione per raggiungere risultati sempre più lusinghieri».

Nonostante i buoni risultati, quello emerso dal Report è «un quadro che deve fare molto riflettere – ha evidenziato Parretta –. Nonostante l’urgenza e la gravità della crisi climatica, energetica ed ambientale, nelle nostre città  non vi sono stati i cambiamenti necessari, anzi si registra complessivamente un peggioramento. Sono indispensabili iniziative urgenti e concrete che incidano nelle cinque aree tematiche prese in considerazione da Ecosistema urbano: qualità dell’aria, consumo e dispersione acqua, mobilità, rifiuti ed ambiente urbano».

«Le città calabresi possono e devono essere rese più inclusive, sicure, sostenibili e a misura d’uomo – ha evidenziato –. Deve essere ripensato, ad esempio, l’efficientamento degli edifici, installando impianti di energia rinnovabile; fermare il consumo di suolo ed incentivando parchi e foreste urbane, puntare sul trasporto pubblico e sostenibile, migliorare il sistema idrico per evitare le perdite d’acqua, completare fognature e reti di depurazione, realizzando gli impianti del riciclo per gestire al meglio il ciclo dei rifiuti. L’assetto delle nostre città deve cambiare volto per diventare più vivibili».

«E per farlo – ha concluso – è necessario un investimento di energie e risorse nelle opere pubbliche tali da realizzare realmente la transizione ecologica della Calabria». (rrm)

 

SINDACATI, IMPRESE E ISTITUZIONI INSIEME
PER COMUNITÀ ENERGETICHE IN CALABRIA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria spinge sull’acceleratore per le Comunità energetiche. E lo fa riunendo sindacati, istituzioni e imprese in un confronto dedicato alle possibilità offerte dalla realizzazione di questi strumenti che, oggi più che mai, sono diventati fondamentali quanto attuali. 

L’occasione è stata data nel corso del Forum di Cisl Magna Graecia, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del segretario nazionale Cisl Luigi Sbarra. Presenti, anche, il segretario regionale di Cisl, Tonino Russo, il segretario generale di Cisl Magna Graecia, Salvatore Mancuso, l’assessore regionale allo Sviluppo Economico, Rosario Varì, il presidente di Unindustria Calabria, Aldo Ferrara, il responsabile nazionale Enel per le Comunità Energetiche, Armando Fiumara, Antonio Mirante, ceo di Ormus Consulting, Amedeo Testa, segretario nazionale Cisl-Flaei) e dopo la significativa testimonianza del sindaco di San Nicola da Crissa, Giuseppe Condello.

 «Parliamo di un tema, quello delle comunità energetiche, che riguarda da vicino anche i cittadini – ha detto Mancuso nell’introdurre il confronto –. C’è un grande interesse attorno all’argomento, come la stessa presenza del segretario generale Sbarra testimonia. Oggi abbiamo inteso mettere insieme i soggetti interessati al tema facendo da collante tra di essi perché siamo convinti che le comunità energetiche non solo possano produrre i risparmi di cui in questo momento abbiamo bisogno, ma anche rispondere alle necessità dell’ambiente attraverso le ricadute positive che il ricorso alle energie rinnovabili porta con sé. Le comunità energetiche, ovviamente, da sole non bastano, ma intanto partiamo da qui». 

Varì, nel suo intervento, ha definito le Comunità Energetiche «uno degli strumenti che il governo regionale ha intenzione di mettere a punto per affrontare la crisi energetiche, sono uno strumento per lo sviluppo sostenibile che permetterà di ottenere vantaggi economici, sociali e ambientali».

«Le stiamo sostenendo tanto sia dal punto di vista finanziario – ha spiegato – nella programmazione 21-27 le risorse messe a disposizione sono imponenti, sia da un punto di vista pragmatico perché la Regione Calabria ha allestito un portale che si chiama Calabria Energia grazie al quale Enti locali, cittadini e imprese hanno a disposizione gli strumenti per mettere in piedi una comunità energetica».

 «Quella di oggi è un’occasione propizia – ha detto il presidente di Unindustria, Ferrara – perché industrie e sindacati si trovano per affrontare un tema di assoluta attualità. È importante infatti che nell’incontro di oggi ci siano i diversi soggetti che hanno interesse e competenza nell’attivazione delle comunità energetiche. Certo, siamo all’inizio di un percorso che necessita ulteriori approfondimenti normativi, ma non ci deve sfuggire che le sfide del Pnrr e del Por che mettono a disposizione risorse ingenti per i Comuni su questo argomento. Credo che regione come la nostra, in tema di energie rinnovabili, possa svolgere un ruolo da protagonista nel contesto nazionale».

Luigi Sbarra, nelle conclusioni, ha dichiarato «Apprezziamo che la Premier Meloni abbia annunciato di voler rilanciare politiche e infrastrutture energetiche – ha detto -. Quella della transizione energetica è una delle più importanti sfide che ha di fronte il nuovo Governo.  Ora è fondamentale procedere, mettendo finalmente in soffitta i tanti “no” ideologici che in questi anni hanno bloccato strategie e investimenti. Questo vuol dire aumentare l’estrazione nazionale di gas; realizzare termovalorizzatori; accelerare la realizzazione dei rigassificatori di Piombino, Ravenna e Gioia Tauro; far ripartire la ricerca; puntare su economie circolari e fonti rinnovabili».

«Il Sud si candida a grande hub euro-mediterraneo di questo nuovo corso – ha concluso – e invoca un colpo d’ali in particolare sul rigassificatore di Gioia Tauro e sulla piena capacità operativa del Tap». 

Proprio sulla questione energia era intervenuto, nei giorni scorsi, il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, che ha lanciato l’idea di dare vantaggi a chi produce energia da fonti pulite.

«La mia Regione produce molta più energia rispetto a quella che consuma – ha spiegato Occhiuto a Mattino 5 – ma i miei cittadini pagano le bollette elettriche allo stesso modo dei cittadini di altre Regioni che producono meno energia. Eppure produciamo una percentuale molto più alta di energia da fonti rinnovabili e dall’idroelettrico».

«Perché la mia Regione non può, dunque, tenere per sé i maggiori introiti fiscali derivanti da una maggiore produzione di energia alternativa?», ha chiesto Occhiuto, sottolineando che «se non si interviene in questo modo, dando appunto dei vantaggi ai territori che investono sulle rinnovabili, non ci può essere un reale incentivo allo sviluppo dell’energia pulita».

Anche Confindustria Cosenza ha parlato del tema delle Comunità Energetiche, organizzando un seminario, nel mese di ottobre, dal titolo Comunità energetiche: una strategia per contrastare la crisi energetica, opportunità di lavoro e di sviluppo. In quest’occasione, Giovan Battista Perciaccante, presidente di Ance Calabria e Cosenza, ha evidenziato come «le comunità energetiche, quale soggetto giuridico non profit a cui possono aderire volontariamente persone fisiche, imprese, pubbliche amministrazioni con l’obiettivo di produrre, consumare e gestire localmente energia elettrica da fonte rinnovabile, rappresentano una strategia rilevante».

«Siamo consapevoli dei ritardi accumulati – ha aggiunto il presidente Perciaccante – ma anche dell’urgenza di intervenire tempestivamente per risolvere il grave problema degli approvvigionamenti energetici e cogliere la straordinaria occasione offerta dal PNRR e dagli ulteriori programmi per la coesione sociale stabiliti a livello europeo, nazionale e regionale».

Il Presidente Cts Energia Calabria, Nicola De Nardi, ha specificato che con l’avvio delle Comunità Energetiche si pongono alcune condizioni di base per fronteggiare con successo la crisi energetica, ridurre le emissioni nocive climalteranti, incentivare forme di risparmio e di diversificazione del reddito per imprese, cittadini ed enti pubblici, contribuendo a migliorare l’impatto ambientale e l’impronta ecologica del vivere civile e del sistema produttivo. (ams

 

ORA DIVENUTI TUTTI ESPERTI DEL PONTE
MA SERVONO FATTI, NON PAROLE INUTILI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Quando si parla di Ponte sullo Stretto si scatenano tutti. “Ed un Marcel diventa ogni villa anche passeggiando viene”, come diceva il sommo poeta. 

Che Eni investa miliardi per il metanodotto che porta il metano dalla Libia a Gela, o Terna, che ha  come maggior azionista Cassa Depositi e Prestiti Reti con il 29 8%, investa 8,9 miliardi per lo sviluppo delle reti non è argomento di dibattito. Che le ferrovie dello Stato investano decine di miliardi nell’alta velocità ferroviaria e tutto questo si decida in un consiglio di amministrazione composto 3-5 elementi non interessa nessuno. Ma se si riparla del Ponte sullo stretto di Messina che dovrebbe costare attorno ai tre 4 miliardi più le opere a terra allora si scatenano tutti.

Dal disoccupato al professionista, dal notaio al giurista tutti diventano immediatamente competenti per dire il loro parere sull’opportunità che quest’opera venga fatta.

Eppure giustamente Dario Franceschini, già ministro della cultura e certamente un protagonista del PD, aveva dichiarato che se vogliamo che l’alta velocità arrivi fino ad Augusta è necessario che i fiumi e gli stretti vengano superati con dei ponti. Così come è normale che le montagne vengano scavate con dei tunnel. 

Ma mentre se buchiamo le Alpi come fossero un formaggio groviera pochi, tranne coloro che abitano le vallate che sono interessate, come nel caso della Tav, esprimono il loro parere, quando si tratta del Ponte sullo stretto dai comici ai ministri, dagli ambientalisti all’ultimo sindaco di periferia diventano tutti pianificatori economici, come quando l’Italia gioca i campionati del mondo di calcio diventano tutti coach. 

È bastato che il ministro delle infrastrutture Matteo Salvini, che farebbe bene a mandare avanti sottotraccia se vuole veramente arrivare all’obiettivo, dichiarasse di voler dare una tempificazione alla ripresa del progetto, che era stato già appaltato a Impregilo, che aveva vinto una gara internazionale, e che inopinatamente con grande leggerezza Mario Monti cancellò per spostare le risorse destinate ad esso ad investimenti in Liguria, per far scatenare la clack degli oppositori.

Essi si distinguono in tante tipologie: in prima linea  gli ideologi, coloro che per partito preso non vogliono che questa opera si faccia, in genere si tratta della sinistra del PD che si trova in buona compagnia con molti  dei cinque stelle, che sulla scia del loro fondatore ritengono che lo stretto vada attraversato a nuoto. 

Poi ci sono gli ambientalisti e, i difensori del l’equilibrio eco ambientale dello stretto, che si preoccupano degli uccelli migratori piuttosto che dell’ombra dei piloni che potrebbe dare fastidio agli eventuali  cetacei che passano dal Tirreno allo Ionio. E poi una gran massa di benaltristi; coloro che si accorgono adesso che Sicilia e Calabria hanno bisogno di tante cose, e che con i soldi del ponte vogliono fare le fogne del paesino di periferia, piuttosto che i marciapiedi di tante città, tappare le buche delle autostrade esistenti insomma tutto quello che serve. 

C’è ben altro che il ponte di cui abbisogna  la Sicilia e il Paese dice con la sua solita verve Fiorello trasformatosi in attento gestore delle risorse pubbliche secondo una visione di una casalinga. Poi ci sono la massa di aspiranti ingegneri che di fronte ad un progetto validato da un gruppo di esperti internazionali e immaginato in 10 anni di studi e ricerche, con verifiche in tunnel del vento d’avanguardia,  sostengono che siccome non si è mai costruito un ponte sospeso di 3 km non si possa fare.

E poi che le faglie dello stretto si allontanano e quindi il ponte crollerebbe inevitabilmente. Oppure che sarebbe chiuso per metà dell’anno per il vento. O  ancora che è stato progettato non per la ferrovia ma soltanto per auto, pedoni e ciclisti.

Insomma quello che ha detto in migliaia di pagine in anni di studio la comunità scientifica internazionale che ha adottato il sistema “bridge of Messina” come un esempio virtuoso del progresso scientifico nel campo dei degli attraversamenti stabili, peraltro realizzato in scala minore in Turchia, viene ritenuto cartastraccia. Giochi che sono serviti a spendere una cifra importante, all’incirca 300 milioni, per far divertire un po’ di professori universitari, grandi società internazionali esperti nella costruzione di ponti, la nostra Impregilo, adesso We Build, che costruisce ponti in tutto il mondo. 

Poi ci sono quelli che non serve: da Vittorio Feltri, che dice che lui in Sicilia viene in in aereo e quindi non ha bisogno del ponte, alla Loretta Forelli imprenditrice di Brescia che sostiene che oggi gli imprenditori hanno bisogno dell’aiuto per i costi dell’energia e che non ci possiamo permettere questo impegno così gravoso in un momento così difficile.

E poi i giornaloni, la grande stampa nazionale, che un giorno si è un giorno no cerca di demolire l’ipotesi ponte, che dà spazio a improvvisati ricercatori che dicono e dimostrano perché l’unico ponte costruibile ecologico e per veicoli elettrici o che le tre campate sono più belle. Per finire con Sgarbi che che dichiara «il ponte sullo stretto non si farà, è un miraggio».

Che il centrodestra continui a sostenere questo progetto diventa non complicato ma anche rischioso, perché il fuoco di fila scatenato contro potrà far cambiare idea a chiunque voglia razionalmente approcciare il tema. 

Il fatto per cui il Ponte è utile perché collega Hong Kong a Berlino, perché mette a regime un porto come quello di Augusta che è frontaliero di Suez e dovrebbe evitare che le navi porta container facciano il giro di tutto il Mediterraneo e poi dell’Atlantico per arrivare a Rotterdam con un carico di emissione di CO2 incredibile, che i porti del Nord Africa come Tangermed in Marocco ma porti anche in Tunisia si stanno attrezzando per attrarre il traffico che arriva da Suez ininfluente.

Che diminuirebbe moltissimo l’inquinamento nell’area dello stretto per cui come dice Salvini il ponte diventerebbe l’opera più green che ci possa essere, che l’alta velocità in Sicilia non può arrivare se non c’è il ponte, che solo collegare 5 milioni di abitanti è una buona ragione per farlo, che la Regione siciliana spende 6 miliardi e mezzo ogni anno per la mancanza del collegamento come sostenuto in un studio di Prometeia e dall’assessorato all’economia della regione siciliana, che la Sicilia è l’unica isola nel mondo con un numero di abitanti cosi elevato così vicina ad un continente non collegata stabilmente, che puntare sullo stivale come piattaforma logistica è un un’opportunità che il Paese deve sfruttare, che si creerebbero 120.000 posti di lavoro, non c’è nulla che può convincere questa massa rumorosa ma poco numerosa di contrari a farsene una ragione. (pmb)