Lo strano caso del Rêverie
di Marcostefano Gallo

di FRANCESCA OREFICE – Rodari raccontava che parlare ai bambini è un ‘”un modo di entrare nella realtà dalla porta, dal tetto, dal camino, dalla finestra”.

Marcostefano Gallo, giovane scrittore cosentino, già autore, tra i tanti libri, della “fragilità dei palindromi”, dopo aver scritto ai grandi decide di rivolgersi alle bambine e ai bambini, per raccontare  una storia – una tra quelle che quando noi adulte ed adulti eravamo piccoli ci faceva pensare che intorno ai fatti della vita, la vita reale, ci fosse un senso da cercare, inseguire, inventare, immaginare, una morale che avrebbe sancito valori e virtù che avremmo ricordato, assiduamente, poiché immanenti ed inderogabili alla nostra stessa esistenza ed essenza umana. Cose delle persone, insomma.

Il principale zoo di Parigi, il Rêverie, soffre un periodo di difficoltà economiche tanto che il direttore – un uomo losco e di misere potenzialità morali – si rivolge ad un contrabbandiere per promuovere la vendita dei cuccioli presenti in sovrannumero nello zoo. Peccato che Anselmo, il barbagianni, abbia ascoltato il piano e deciso di avvisare gli animali che immediatamente provvedono ad organizzarsi  per contrastare il programma scelerato appena appreso.

Il racconto di Marcostefano Gallo, che evidentemente si indirizza anche agli adulti, ha una importante pregio ed intento linguistico e comunicativo: recuperare tipologie e spazi di linguaggio per rivolgere ai lettori spunti di riflessione talvolta anche di spiccata profondità.

Chiaramente consapevole del ruolo delle parole per la rappresentazione ma soprattutto formazione del pensiero e dei sistemi valoriali umani, l’autore del libro sperimenta e mette insieme diverse possibilità comunicative.

Le parole, gettate nella mente a caso, provocano una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo, nella loro caduta, suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa la fantasia e non meno l’inconscio: sono come sassi (tutti ricordiamo la descrizione offerta da Rodari nella grammatica della fantasia della parola “sasso”), con ogni significato “positivo” e “negativo” che possono contenere.

Ed è di questo che si (in)carica, per un verso anche inconsapevolmente, il racconto di Gallo: esperimenti simbolici e metaforici che riabilitano ad un tempo disincantato come quello che viviamo, aggravato dalla crisi dei sentimenti conseguente all’epidemia, messaggi che, probabilmente, senza la conduzione dell’allegoria, apparirebbero retorici e scontati. Sicuramente noiosi.

Sono proprio gli animali, con una tensione simbolica che ricorda le fiabe della tradizione, i protagonisti del recupero del linguaggio che si farà portatore, per l’intero racconto, di istanze tutte umane: richieste sociali, sollecitate ed acclamate dall’intellettuale del gruppo, integrazione tra le diversità, petizioni ecologiche, amicizia, lealtà, condivisione e compassione.

È un cucciolo di foca, un animale piccolo e dalle sembianze fragili e per nulla potenti, il prescelto a compiere la profezia che soltanto potrà salvare le sorti degli animali: l’evocazione dell’Arca dell’Alleanza.

Il viaggio per la salvezza prevede, tuttavia, il ricomponimento di un oggetto, per svolgere il quale i pezzi del mondo materiale si ricongiungono attraverso l’opera delle parole (magiche, nel senso che diremo) del racconto.

Il passaggio linguistico di più originale rilievo appare, infatti, il recupero e l’utilizzo delle filastrocche, efficacemente integrate con il resto della narrazione.

Appare quasi inutile ricordare come, antropologicamente, le filastrocche abbiano condotto nel tempo una missione educativa e psico-biologica (si pensi a quelle enumerative che aiutano il bambino ad accrescere ed organizzare il proprio orizzonte personale), tecno-logica, religiosa, alimentare, destinate, pertanto, a declinarsi in una serie di situazioni che riguardavano la vita dei piccoli, ma anche un modo per esercitare la lingua di appartenenza e tramandare la conoscenza, o anche finalizzate ad esercitare una forza maieutica rispetto alla consapevolezza personale.

A ricordare bene, anche le formule magiche sono state sempre strutturate sotto forma di filastrocca, funzionali all’idea della parola come forza generatrice del cambiamento del mondo (le magie altro non sono che un intervento modificativo sulla realtà delle cose).

Ecco che il puzzle della risoluzione del problema dei protagonisti della storia, metaforicamente affidato alla ricostruzione di un oggetto frammentato, la pietra della verità, si realizza attraverso la convergenza e l’apporto che ciascun protagonista può concedere all’Arca dell’alleanza, una sorta di riunione dei saperi, esperienze e linguaggi che traggono qualità dalla “diversità”; ri- costruzione che si ricomporrà attraverso l’intervento magico e salvifico della parole, coniugate in versi ritmici e baciate in rime divertenti, affidate, come legenda o mappa del tesoro, al linguaggio magico delle filastrocche.

Un linguaggio che resta lineare per tutto il testo anche per l’assenza di riferimenti tecnologici, oltre che di immagini, permettendo così alle piccole lettrici e lettori di immaginare il racconto secondo la propria sensibilità, senza il filtro adulto della collocazione temporale e della identità definita dei protagonisti.

Il grande pedagogista ed insegnante Loris Malaguzzi affermava che i bambini possiedono cento linguaggi, e che, tuttavia, noi adulti gliene abbiamo rubati 99.

Ecco che questo libro, che recupera tanti tipi di linguaggi dedicati (e delicati) all’infanzia, è un’ottima occasione di lettura dei grandi insieme alle bambine e ai bambini; non male anche l’esperienza in adulta solitudine, magari per recuperare qualche accesso alla realtà del mondo perso nel corso degli anni. (fo)

LO STRANO CASO DEL RÊVERIE
di Marcostefano Gallo
Scatole Parlanti Edizioni – ISBN 9788832812718

Visioni turistiche
di Debora Calomino

di FRANCO BARTUCCI –

Negli ultimi anni il turismo è diventato un argomento molto dibattuto, non sempre con un approccio lucido e ponderato, come meriterebbe: viene spesso considerato la panacea di tutti i mali, l’unico motore per lo sviluppo economico e sociale dei territori.  Il turismo, di per sé, è un fatto sociale e come tale va compreso, analizzato e studiato. Dal turismo consegue spesso la crescita economica e sono numerosi i campi del sapere umano che abbraccia. Pertanto è fondamentale conoscere questo fenomeno e gestirlo nel migliore dei modi. “Visioni Turistiche- Marketing, Cultura e Tendenze”, un libro di Debora Calomino, con prefazione di Sonia Ferrari, nasce da una serie di riflessioni, tutte legate agli argomenti turismo e marketing territoriale, trattati in maniera semplice, per comprendere le ricadute che il turismo ha sulla società attuale. Non è un libro dedicato solo agli addetti ai lavori o agli studenti di discipline turistiche; è un saggio che consente a chi è semplicemente curioso di avvicinarsi a questo tema, oggi più che mai considerato importante per le politiche di valorizzazione territoriale. Questo saggio offre una serie di riflessioni utili a comprendere il turismo come fatto sociale ed economico.

Nel testo vengono trattate alcune tipologie di turismo, in particolare  nicchie di mercato che potrebbero essere un’idea per gli operatori del settore per attrarre nuovi segmenti, come il turismo nei borghi, il turismo delle radici, il turismo halal e molti altri. Come già sopra evidenziato la prefazione è stata curata da Sonia Ferrari, docente di marketing turistico e territoriale presso l’Università della Calabria. Nella presentazione del volume si legge il commento della docente “Attraverso questo saggio si possono conoscere e capire meglio i principali cambiamenti che stanno determinando una vera e propria rivoluzione nel settore turistico e che impongono agli operatori del settore una costante attenzione verso consumatori sempre più esigenti, consapevoli e desiderosi di rispettare i luoghi che visitano e la gente che vi abita”.

Il turismo oggi, a causa della pandemia mondiale, è un settore fermo e questo e-book può essere una lettura utile per gli operatori che tra qualche mese dovranno ripartire, per gli amministratori che vogliono differenziare i loro territori sul mercato internazionale, prendendo spunto da nuove idee e visioni messe nero su bianco dall’autrice.

Debora Calomino è giornalista pubblicista e blogger, si occupa prevalentemente di turismo e marketing territoriale. Laureata in Scienze del Turismo e Valorizzazione dei sistemi turistico culturali presso l’Università della Calabria, ha conseguito inoltre un master in editoria e comunicazione. È cultore della materia (Marketing Turistico e Territoriale) presso l’Università della Calabria. Impegnata nella promozione del territorio grazie alle due associazioni che ha fondato (Onda d’Urto San Lucido e ScopriLaCalabria), tiene  seminari agli studenti dell’università e realizza ricerche sul turismo pubblicate su autorevoli riviste di settore. Scrive su diverse testate giornalistiche sulle pagine dei viaggi e del turismo, per raccontare le eccellenze del Sud Italia.   Nel settembre 2018 ha vinto il Premio Giornalistico Internazionale Terre di Calabria, nella sezione Turismo, Ambiente e Cultura; mentre nel 2020 il Premio Hombres Itinerante dedicato a Piepaolo Pasolini nella sezione Giornalismo, con un articolo dedicato al turismo nei borghi. (fb)

 

VISIONI TURISTICHE – Marketing, Cultura e Tendenze
di Debora Calomino
Maurflix Edizioni – ISBN: 9788868630164

Intanto
di Paolo Jedlowski

di FRANCESCO KOSTNER –

Emergono sentimenti profondi e una grande energia intellettuale dalla lettura del libro “Intanto”, scritto per i tipi di Mesogea da Paolo Jedlowski, uno dei più stimati sociologi italiani. Non è certo nella categoria dei lavori scientifici propriamente intesi che “Intanto” può essere collocato; né, d’altra parte, questo deve essere stato l’intento di Jedlowski, impegnato a sviluppare una serie di riflessioni che mettono in luce la sua capacità d’interpretare, in modo tutt’altro che scontato, le vicende del nostro tempo. Sentimenti, cuore, passione, si diceva, ma anche un serio e scrupoloso metodo di lavoro, che rende l’autore un riferimento imprescindibile per provare a comprendere, oltre la conoscenza dei testi “sacri”, cosa sia e come sia possibile approcciarsi alla Sociologia, che da oltre quarant’anni insegna negli atenei italiani. Università della Calabria in testa. Il luogo in cui, materialmente e “spiritualmente”, via via ha preso forma il modello introspettivo, la qualità dell’analisi e la capacità di Jedlowsky di mettersi in sintonia con i problemi del mondo. Aiutandoci a comprenderne le peculiarità, gli aspetti meno percettibili, gli effetti nella società.

L’impressione (sin dalle prime pagine) è che in questo libro Jedlowski provi a fare i conti con sé stesso. Senza infingimenti. E men che meno attenuando la sua naturale vocazione a “scavare” fino alla radice dei problemi. Scrutandone ogni più piccolo aspetto. Espungendone ogni elemento superfluo. Lo sviluppo del testo segue alcuni focus tematici cari all’autore, che hanno reso famose le sue lezioni all’università, catturando l’attenzione degli studenti coinvolti in un’inattesa relazione di “amorosi sensi” con il mondo della Sociologia, dalle prime elaborazioni teoriche ai fondamentali contributi weberiani fino alle ricerche più recenti in questo campo di studi. Argomenti abilmente setacciati, passati in controluce, attraverso lo strumento delle fonti autobiografiche, alle quali Jedlowski dà fondo proponendo riflessioni, talvolta trattate in precedenti lavori, ma oggi “bersaglio” di più accurati e meticolosi “dardi” introspettivi.

Rivisitazioni “mature”, si potrebbe dire, condotte attraverso un sapiente utilizzo dell’avverbio “intanto”: lo speculo attraverso il quale Jedlowsky si tuffa nella profondità di ricordi e di esperienze personali, riuscendo infine nel suo intento “rigenerativo” di osservare il mondo con maggiore consapevolezza e sensibilità. “Intanto” è una pregnante rappresentazione del “sé” immerso nelle identità altrui, negli orizzonti di senso che abitano l’umanità. Molto più, dunque, che una “trovata grammaticale”, capace certamente di incuriosire il lettore, ma sideralmente distante dalla considerazione del rinnovato approdo esistenziale cui l’autore dimostra di essere arrivato. Una ricchezza argomentativa che rappresenta il nucleo portante della riflessione di Jedlowski. Il risultato, certamente apprezzabile, di una costruzione sociologica tentacolare che fagocita – è proprio il caso di dire – l’attenzione del lettore. Il quale, non ha difficoltà a seguire i richiami dell’autore alla concretezza di un’analisi allo stesso tempo gustosa e accattivante, come si diceva partorita da esperienze personali, ma espressione di una modalità interattiva in grado di tratteggiare i contorni di una socialità ricca di valori, e di concorrere alla costruzione di una coscienza autenticamente civile.

Il peso degli anni si fa sentire. Jedlowsky non nasconde di ri-pensare al tempo trascorso e alla vita di oggi, che non permette più indugi, perdite di tempo, scelte poco ponderate. E nemmeno le chances avute in precedenza. E’ a questo punto, per esempio, che la figura del padre, uno di quegli uomini “dalle passioni grigie” bersaglio di critiche ingenerose negli anni della contestazione giovanile (nonostante le “virtù civiche” di cui erano certamente custodi), diventa un pezzo importante della nostalgica retrospettiva relazionale cui Jedlowsky si sottopone. Anche per sua madre c’è uno spazio particolare, un intimo affresco colorato di sentimenti intensi e di immagini nostalgiche, riflesso della consapevolezza con cui Jedlowski guarda ora alla successione delle fasi che attraversano la vita. Un esercizio non facile, ma al quale l’autore non rinuncia. Pacatamente. Delicatamente. Con percepibile coinvolgimento emotivo. Anche qui, come in altri intensi passaggi del libro, l’avverbio tanto caro al professore torna a fare capolino. A dichiarare la sua consistenza logica e “strumentale”. La sua essenziale capacità comparativa. Il suo sorprendente lavorio esistenziale. Quel nesso che aiuta a inquadrare le cose, gli accadimenti, le persone all’interno di un tempo allo stesso tempo costante e fuggente. “Intanto è proprio questo che vuol dire”, scrive Jedlowski, “ci sono cose intorno a te a cui consapevolmente non badi, e quando nel ricordo le fai emergere, le metti accanto alle parti centrali del ricordo, dicono qualcosa degli ambienti in cui tu stavi. O di quelli in cui ti piaceva entrare”. Insomma, un’affascinante ermeneutica della quotidianità e delle stagioni della vita, che si dispiega dalla prima all’ultima pagina del libro. Senza mai lasciare che l’attenzione perda di intensità. E che il filo conduttore del ragionamento, “intanto” non venga smarrito.

Paolo Jedlowski
Paolo Jedlowski

C’è spazio anche per appassionate incursioni nell’universo culturale e sociale del Sud e, particolarmente, della Calabria, che Jedlowksi ammette di aver conosciuto carico di qualche pregiudizio, subito abbandonato per consegnare questa parte del Paese ad una narrazione reale e, soprattutto, dignitosa. Periferia, egemonia, subalternità, genuinità dei luoghi, delle persone, si alternano in un ri-ciclo virtuoso e nella ri-costruzione dell’immaginario collettivo, dell’identità locale con cui Jedlowsky, agli inizi della carriera universitaria, si confronta. Quel mondo nuovo che prende forma anche attraverso la costruzione della nuova università (quella di Arcavacata, cioè l’Università della Calabria) che dovrà – riuscendovi in parte – modificare i tratti distintivi dell’economia, della società, della cultura, del territorio, anche grazie al contributo di tanti docenti venuti “da fuori” a con-dividere la portata di quel rivoluzionario progetto di crescita e di trasformazione identitaria.

La narrazione, a questo punto, diventa ancora più incisiva. A tratti incalzante; e così gli “Intanto”, che fanno capolino tra un argomento e l’altro, come nel caso delle generazioni (“…vivono simultaneamente, cioè una vive intanto che c’è l’altra”), che hanno orizzonti differenti e sulle quali pesa il rischio di dannosi etnocentrismi.

Si potrebbe scrivere chissà quanto ancora di questo libro, ma non ne abbiamo la possibilità, né potrebbe essere diversamente, visto il carattere di questo profilo. Sarà certamente la lettura del testo (che si raccomanda) a fornire altri elementi di valutazione, oltre a quelli succintamente messi in luce. Un esercizio utile che aiuterà, siamo certi, a cogliere anche la “sorgente” della conoscenza e dell’esperienza cui Jedlowsky attinge. E il valore, davvero considerevole, del suo contributo. (fk)

INTANTO
di Paolo Jedlowski
Mesogea Edizioni, ISBN 9788846921895

Destinazione Chicago. Una storia d’emigrazione
di Giuseppe De Bartolo

di PIETRO RENDE* – In Destinazione Chicago (Rubbettino), Giuseppe De Bartolo, noto docente di Demografia all’Unical, ricostruisce la sua esperienza di bird of passage (uccello di passaggio) sotto il cielo dell’immenso lago Michigan dove “Ti aspetti la città di Al Capone e ti trovi viali sereni… ti si spara una città marina…come un mare Adriatico… alle porte del west degli Stati Uniti… (che) permetteva  ai sarti di poter emigrare fuori quota nelle fabbriche della manifattura tessile”!

Figlio, appunto, di un’eccellenza sartoriale Rendese, si trova a raggiungere la famiglia oltre Oceano, pur avendo già conseguito l’anno prima,nel 1966, una Laurea in Statistica col massimo dei voti che gli consente di trovare lavoro in un’Assicurazione e poi di ritorno a insegnare in Italia. A prescindere dalla millimetrica, preziosa, esposizione dei dati sull’emigrazione italiana e meridionale, di cui è sicura expertise e autorevole docenza, archivio storico e frutto di ricerche sulle ragioni delle politiche migratorie da Mussolini ai restrittivi Immigration Act, il testo nelle finali conclusioni “morali” riapre le grandi questioni aperte dalla rivoluzione universale del Sessantotto e vissuta in America da un giovane neolaureato, ben al di sotto dei Trenta, che si trova a un incrocio di inserimento nella vita sociale  che si intreccia con quella personale.

Non si fa torto alla preziosità dei ricordi comuni a tanti emigranti che adesso senza complessi d’inferiorità raccontano le loro iniziali disavventure comuni quando  tornano d’estate nei paesi d’origine, in occasione delle festività patronali, a ritrovare gli amici e i parenti sopravvissuti o a riaprire e riabitare proprio le loro stesse vecchie case e tornare a dormire negli stessi letti dove sono nati. Ma il testo di De Bartolo non si ferma qui e imposta con felice stile spigliato e particolareggiato un confronto tra le  rivoluzioni culturali che li hanno investiti e hanno dovuto sopportare temendo di cambiare senso e  missione impressi alle  loro vite individuali da sistemi alternativi e mentalità correnti più monetaristiche che umanistiche ancorché destinate  ad allearsi sotto le ben più gravi minacce mondiali della Guerra Fredda. Nel terribilis annus 1968, dopo le dimissioni di Johnson da presidente USA, l’assassinio di Bob Kennedy e quello di Martin Luther King, cosa doveva e poteva fare un giovane professionista non ancora trentenne, che pure aveva trovato un ottimo lavoro in un’Assicurazione che già  per i suoi  algoritmi utilizzava la carta magnetica e non più quella perforata? In quella società tecnologicamente più avanzata , però, l’eco dei conflitti sessisti e soprattutto razzisti giungeva più forte e malinconica dei più violenti ma silenziosi e dolciastri “Sindacati” mafiosi. Cosa scegliere se non tornare a casa dove uno stimato notabile della politica, in un incontro coi Rendesi di Chicago, gli aveva garantito che avrebbe trovato ad attenderlo quel lavoro che aveva spinto la famiglia e poi lui stesso a emigrare per guadagnare 15 volte di più. Ma la vera o unica ragione non poteva essere più o solo questa da quando  sentiva crescere intorno a lui un mood di inimicizia che avvertiva e non sopportava cominciando da una collaboratrice nera del suo ufficio o sulla Metro quando attraversava qualche quartiere con viaggiatori neri o quando la Guardia nazionale era costretta a intervenire nel tessuto locale, specie dopo la grande Marcia dei centomila ad Atlanta.

Il nostro autore, come tanti altri, ora non sopporta più l’odio irrevocabile e crescente tra bianchi e neri, uomini e donne, ricchi e poveri, che in Italia non s’intravvede nello stile dei partiti  e nei borghi tra imparentati o amici di vecchia data che si rispettano e aiutano, eccetto qualche dispetto tra avversari politici facilmente aggirabile al Consolato Usa per potere emigrare nella” Merica ricca”. Perciò mentre “nei lunghi viali alberati di Cicero (sobborgo di Chicago) le foglie d’albero di acero si tingevano di oro e bronzo” dell’Estate indiana, il giovane De Bartolo sceglie il più mesto giallo dei nostri ricci per tornare a casa, con una valigia pieni di libri e di idee radicaleggianti come quelle di McCarthy sulle quote di genere e di giovani che la Convention democratica avrebbe però respinto scegliendo la candidatura più moderata di Humphrey, sostenuta  da Johnson che così si liberava del Vietnam.  E così anche il grande e il piccolo si meticciavano in un unico destino dove non sempre “il passato insegue il futuro”. (pr)

*[Pietro Rende, è stato parlamentare per tre legislature dal 1972 al 1983, nonché consigliere regionale della Calabria] 

Completamente falso, praticamente vero
di Aldo Mantineo

Si fa presto a dire fake news. La tentazione che prende molti – anche sulla scia di “autorevoli” testimonial di caratura internazionale come Donald Trump – di appiccicare l’etichetta di fake news a tutto ciò che non ci sta bene e che non coincida con il nostro pensiero è davvero straordinaria. Ma occorre procedere con grande cautela, tenere ben separato un errore (sempre possibile) e come tale rimediabile a patto di riconoscerlo, dalla volontà di distorcere la realtà, manipolare immagini, mischiare “pezzi” di verità a scenari verosimili, decontestualizzare racconti.  E mai come in questi tempi di smarrimento generale, nel quale abbondano virologi, immunologi e tuttologi, c’è invece necessità di informazioni verificate e accurate, c’è necessità di notizie non urlate e di contenuti scientificamente validati per fare fronte alla marea montante del pressapochismo, del clamoroso ad ogni costo, della disinformazione che trova preziosi (e pericolosissimi) alleati nel negazionismo e  nel complottismo.

Insomma, cercare di non finire nella trappola delle fake news, non è solamente questione di (buona) informazione, il che già non sarebbe cosa da poco. È questione di salute. Quanto le fake news abbiano pesato, e continuino a farlo ancora oggi, sulla gestione della pandemia è davvero sotto gli occhi di tutti. In piena estate, mentre l’emergenza tornava a conquistare in maniera sempre più prepotente spazio e visibilità sui media, a ricordare – numeri alla mano – di cosa si stesse parlando ci aveva pensato uno studio internazionale coordinato da esperti presso la University of New South Wales in Australia e pubblicato sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene secondo il quale sono state almeno tre – da gennaio ad aprile scorso – le ondate infodemiche a colpi di affermazioni false o non verificate, frasi discriminatorie e complottismo. Nel mirino, forse più di altri Paesi,  proprio l’Italia.

Completamente falso, praticamente vero di Aldo Mantineo, giornalista che per oltre trent’anni col suo lavoro quotidiano ha dato voce ai territori,  analizza il racconto dell’emergenza coronavirus fatto dal sistema dei media, non solo di quelli mainstream, e dalla composita galassia dei social e indica la strada per evitare e tenere lontana la disinformazione, soprattutto online. È un “viaggio” nella pandemia fatto anche guardando ad alcuni “casi” specifici diventati paradigmatici per una lettura più generale della vicenda. (dc)

COMPLETAMENTE FALSO, PRATICAMENTE VERO
di Aldo Mantineo
Edizioni Media&Books, ISBN 9788889991619

 

Da che parte sta il mare
di Annarosa Macrì (Rubbettino editore)

di FRANCESCA OREFICE – Non so se perché, probabilmente, il sentire femminile abbia qualcosa di comune, condiviso, molteplice ma sistemico come la geometria di un frattale – quella che misura la forma della natura che non è regolare -, qualcosa che va oltre il tempo e quello che la storia fa scorrere intorno, ma il racconto delle storie umane di cinque donne, diverse, fa sembrare che questo romanzo possa essere raccontato nel dopoguerra come oggi e sicuramente anche domani. Almeno da questo punto di vista, quello del sentire.

La vita trascorre nel racconto di una donna bambina, più donna che bambina, quelle che non c’è tempo per le cose dell’infanzia, per i giochi, per le cose che fanno tutte, a quell’età. Ed anche se sembra che l’urgenza dell’età adulta sia richiesta dalla necessità, dalla storia, dagli accadimenti, dalla miseria di una condizione subita, più credibile appare che la posizione umana delle protagoniste femminili del racconto sia un fatto che deriva dalla propria natura, una faccenda di indole, di come è disegnata la rete delle sensazioni femminili, dalla vicinanza al mondo dei libri, dalle parole, dalle possibilità e vedute concesse a chi di un mare che allestisce la scenografia della propria storia, riesce a chiedersi cosa esista dietro la retta dell’orizzonte e non solo della porzione di onde che si mostra a qualsiasi sguardo, anche distratto. ‘Perché il mare c’è sempre Anna, anche quando non si vede, il mare è infinito’.
Una natura tuttavia malefica come un presagio funesto: “un’altra femmina? Mamma mia, che guaio! Un’altra bocca da sfamare e per di più è femmina, le disgrazie non vengono mai da sole!’, così veniva acclamata la sentenza irrevocabile della nonna alla notizia della nascita della terza figlia, portata dalle prime due insieme a dolcetti di mandorle, unica deroga quasi festosa alle ristrettezze economiche, che non avrebbero addolcito nemmeno per un istante l’emanazione pubblica e definitiva, inappellabile, di una statuizione titolata dall’esperienza e dalla saggezza dell’età.
Una storia familiare, nel dopoguerra, prima del boom economico, difficile, caratterizzata da un continuo peregrinare, fisico e morale, conseguente ad una scelta di libertà dell’uomo di famiglia – un giornalista che non avrebbe potuto fare altro che quel mestiere – una decisione unilaterale, patriarcale, imposta, non richiesta, anche se in fin dei conti proposta con la tenerezza di chi non decide per gli altri, ma per il dovere, per la verità; ed alla verità si può dire solo sì o no. Soprattutto da parte di chi la deve scrivere, per mestiere.
Lui, uomo, generato da un atto di violenza tutto maschile, non avrebbe mai concesso che nessuna delle sue creature fosse toccata.
E una donna madre che porta sopra la testa – come un cesto di cose necessarie al sostentamento, cibo, vestiti, ghiaccio, corredi personali ricavati dagli scarti delle possibilità, – il peso della responsabilità della famiglia e delle necessità materiali di tutti ma che proprio con quella testa, pesante e affollata, colta, intellettuale, incessante, rendeva romantico e vivo l’immaginario della famiglia perché anche se la vita è invadente, oppressiva, troppe regole, troppi bisogni, troppi limiti, i libri potevano concedere un mondo immaginario con un copione da scrivere e la possibilità di diventare, per quelle piccole creature nate donne, spettatrici di se stesse.
Le parole lo sfondo magico del racconto, rituali, ritmiche, femmine, a volte traditrici di una verità da preservare, perché sincere – se scritte sanciscono una dichiarazione, una testimonianza, un testamento – adulte ma anche abbastanza docili da rimanere per tutto il racconto la litania materna e ancestrale di una ninna nanna che può concedere, per tutta la vita, il contatto con il mondo delle cose che ri-guardano l’infanzia, il posto dove l’essere femmina cerca e trova la propria origine, essenza, presenza, potenza.
Le stesse parole che avrebbero accompagnato la vita di Anna, perché le parole, anche quelle non dette, didascalie tralasciate alla necessità della verità, pesano la vita ma anche la morte, quella di un padre per una figlia amata più delle parole stesse che, tuttavia, soltanto, ne potevano contenere il senso: “come sei bella Anna, come sei bella”.
‘Non sapevo che non avrei mai ricevuto da nessuno parole così avide, totali, e che stavo vivendo la scena d’amore più grande della mia vita’. (for)
DA CHE PARET STA IL MARE
di Annarosa Macrì
ISBN 9788849837896
Rubbettino Editore

Ossigeno illegale
di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

La formidabile coppia di scrittori antimafia Nicola Gratteri – Antonio Nicaso colpisce ancora, perseguendo nella sua ricca e apprezzabilissima produzione editoriale, con un libro che si fa leggere tutto d’un fiato, instillando due sentimenti allo stesso tempo. Il primo è di ammirazione per il lavoro certosino di ricerca e per la mole straordinaria di informazioni che fornisce, con riferimenti, nomi, circostanze, fatti su cui si sa sempre troppo poco; l’altro, invece, è di indignazione, più che legittima nelle persone perbene che, leggendo queste pagine, si trovano a domandarsi come possa continuare a crescere lo strapotere mafioso anche e soprattutto in una fase emergenziale. In questo ambito emerge l’essenzialità del libro (edito da Mondadori) che ribadisce un concetto già espresso dal procuratore Gratteri ai primi sentori della pandemia: la mafia approfitta delle situazioni di criticità per sostituirsi allo Stato in una sorta di apparente welfare alternativo, esercitando usura e soprattutto puntando ad acquisire attività commerciali pulite, indebolite economicamente dalla pandemia, da utilizzare per finalità di riciclaggio. È questo l’aspetto più inquietante dei risvolti economici del  coronavirus: le categorie più deboli (titolari di bar, ristoranti, attività al consumo) rischiano di chiudere per mancanza di liquidità che invece viene offerta a piene mani dalla mafia. È qui che bisogna intervenire per tutelare imprenditori onesti e permettere loro di poter pensare alla ripresa postemergenziale ed è qui che occorre vigilare perché le risorse in arrivo non siano nuovamente prese di mira dalla mafia.

«I flussi di denaro – si legge nel libro – nazionali e comunitari non risultano appetibili solo alle mafie italiane, ma a tante altre organizzazioni criminali che investono prevalentemente in Europa. L’Italia è un Paese in controtendenza, dove i patrimoni dei mafiosi vengono continuamente aggrediti, nonostante la lotta alla mafia non sia mai stata una priorità nell’agenda politica dei nostri governi. È un discorso complicato». E la considerazione di Gratteri e Nicaso è amara: «In Italia la mafia esiste perché ci sono forze di polizia e magistrati che si ostinano a combatterla. In altri Paesi dove a cercarla sono in pochi, si fa fatica a vederla o a stanarla».

Conoscere il fenomeno, individuarne le radici, capire le interrelazioni, tratteggiare complicità e connivenze è quanto si ricava dalla lettura di Ossigeno illegale. Gratteri e Nicaso raccontano come le mafie hanno sempre saputo approfittare delle grandi crisi e delle epidemie: non mancano esempi lontani nel tempo, fino ai giorni nostri, e l’esperienza del passato dovrebbe quanto meno servire a valutare con occhio non distratto i fenomeni di malaffare che anche le grandi epidemie sono capaci di suscitare. C’è il catalogo criminale dei settori di intervento: prevale il doping finanziario (per acquisire aziende in difficoltà) ma ci sono gli esempi di cybercrime accentuato oggi dal più frequente uso della telematica obbligata dal lockdown, e la riconferma dei classici canali della malavita organizzata: droga, stoccaggio illegale di rifiuti tossici, e le opportunità di malaffare legate all’emergenza covid. Una terribile sequenza di crimini che sconforta la quasi totalità dei calabresi, nella stragrande maggioranza persone oneste e ispirate al bene comune, sempre nel rispetto incondizionato della legalità. Per questo motivo i libri di Gratteri e Nicaso vanno letti e fatti leggere: dovrebbero usarli a scuola quegli insegnanti (e sono tantissimi) che credono nel difficile compito di educare i ragazzi all’etica e al senso di giustizia per farne uomini migliori.

C’è, comunque, un anelito di speranza, anche nella drammaticità di cifre, dati, eventi delittuosi, personaggi che hanno costruito imperi malavitosi: i due autori indicano anche cosa dobbiamo aspettarci. Non è solo un interrogativo che invita alla vigilanza e all’attenzione, ma è l’inespresso desiderio di auspicare una rivoluzione culturale che può partire solo attraverso il coinvolgimento delle giovani generazioni. Gratteri e Nicaso scrivono che questo è «un libro diverso dagli altri, scritto di getto, motivato dalla rabbia per aver invano più volte sottolineato l’urgenza del fare. L’urgenza di affrontare senza esitazioni i temi più spinosi – come la lotta alla corruzione e alla criminalità mafiosa ed economica – proponendo le riforme necessarie per rimettere in piedi un Paese unico per storia, geografia e cultura come il nostro». L’obiettivo non è impossibile. Gratteri, procuratore capo a Catanzaro ha “rivoluzionato” gli uffici della Procura all’insegna dell’efficienza (tanto da risultare la prima in Italia da questo punto di vista) e ha una visione chiara del “saccheggio” morale e culturale cui sono sottoposti i calabresi da anni di sopraffazioni, corruzione, malaffare, per quetso la sua lotta non è certamente contro immaginari mulini a vento. Il suo impegno, che traspare da queste pagine scritte insieme con Nicaso, un intellettuale che ha votato la sua vita a raccontare la mafia per combatterla ed è stato costretto a lasciare la sua terra, è il riconoscimento dovuto ai tantissimi calabresi perbene che hanno sete di giustizia e credono nel giusto riscatto della Calabria. Una lotta impari che richiede non solo coraggio e capacità operative, ma un forte senso dello Stato. Quello che Gratteri spesso racconta ai ragazzi delle scuole ai quali va a parlare di giustizia e di legalità. Un percorso che questo bel libro insegna e invita a seguire. (s)

Parlamento sotterraneo
di Mario Nanni

Quante sono le cose scritte sul taccuino del cronista che non finiscono poi sui giornali? Tantissime, soprattutto quelle di natura politica, perché il mestiere del giornalista parlamentare è fatto innanzitutto di memoria, dell’abilità di ricordare particolari e date che poi si vanno a riscontrare nei propri appunti magari di mesi prima. Mario Nanni è stato per tantissimi anni il capo dei servizi parlamentari dell’Agenzia Ansa, facendo del suo giornalismo parlamentare un modello e un esempio per le nuove generazioni: non non ha mai buttato i suoi taccuini e facendo ricorso a una memoria straordinaria ha scritto un gustosissimo saggio sulle “miserie e nobiltà” delle nostre istituzioni. Parlamento sotterraneo è un viaggio tra personaggi, figure di rilievi, ma anche figuri, episodi, avvenimenti e scene che in molti avevano dimenticato e, soprattutto i giovani, non conoscono per niente. La tecnica narrativa è originale, con tanti piccoli affreschi che danno una dimensione a volte umana (com’è giusto che sia), ma a volte anche grottesca della nostra classe politica. Non c’è alcun intento fustigatore, né l’autore vuole mettere in berlina certi atteggiamenti passati alla storia tra i frequentatori dei Palazzi del potere: l’obiettivo è sicuramente di divertire il lettore, informandolo di molte notizie “riservate”, con un racconto agile, per certi versi innovativo nella descrizione, e indubbiamente di grande attualità visto il fermento politico di questi ultimi anni.

Non è un viaggio all’inferno o al paradiso e Mario Nanni, apprezzato autore di un’altro gustoso saggio (Il curioso giornalista), non si perita di diventare un nuovo Virgilio, bensì si muove con il piacere di condividere con i suoi lettori misteri e segreti, leggende e realtà imbarazzanti, che hanno caratterizzato Camera e Senato. Perché sotterraneo? Perché il Parlamento è costellato di frasi dette a metà, di parole spese e poi rimangiate, di voci di corridoio che hanno fatto la fortuna di qualche giornale con strilli in prima pagina che facevano balzare le vendite, sussurri e grida della professione politica che aveva un che di nobiltà. Usiamo il passato perché, proprio scorrendo le divertenti, documentatissime, pagine di Nanni viene proprio da pensare, con nostalgia, a come si è ridotta la classe politica italiana. Non ci sono, per lo stile dell’autore, cadute di gusto, né esecrazioni o auliche celebrazioni: sono frammenti di vita quotidiana raccolti dentro Camera e Senato e lungo i corridoi del Transatlantico o nella Sala Garibaldi (i luoghi simbolo del pettegolezzo politico tra parlamentari e giornalisti, prima del covid) che inanellano anche gustosi aneddoti o storie inedite i cui protagonisti (oltre trecento i nomi citati) hanno, in gran parte, lasciato segni indelebili del loro passaggio.

È un libro che si legge tutto d’un fiato perché intriga sin dalle prime pagine e stuzzica il lettore ad andare a scoprire cosa viene dopo, ma diventa un esercizio godibile saltare da un capitolo all’altro, alla ricerca di curiosità e aneddoti. È questa la grande vitalità: non è un romanzo, non è un saggio noioso, non è un manuale. E soprattutto non è il classico libro di ricordi, bensì è uno straordinario volume di memoria storica, destinato ai giovani che sembrano, purtroppo, meno interessati alla politica rispetto ai loro genitori. In realtà, siamo pronti a scommettere che raccoglierà il massimo consenso non solo tra gli addetti ai lavori, ma soprattutto tra la gente comune: la politica è passione, non soltanto per chi ricopre una carica (dal consigliere circoscrizionale al senatore a vita), ma soprattutto per chiunque abbia un minimo interesse per la società in cui vive. Nessuno lo direbbe mai, ma l’avvento dei social ha riavvicinato il popolo alla politica e fatta tornare la voglia di seguire, di scoprire, cosa fanno i propri rappresentanti eletti (?).  Certo i social hanno dato ai politici anche l’idea di poter fare a meno dei giornalisti: la disintermediazione tra politica e media è ormai realtà, con le nefaste conseguenze che sono sotto gli occhi tutti: la funzione del giornalista, in questo caso, risulta fondamentale e non un optional. L’intermediazione serve proprio a verificare l’utilizzo improprio di notizie false e incontrollate, abitudine ormai sempre più costante sui social. È quella che permette di fare distinzione tra informazione e comunicazione. Che è poi uno dei tantissimi argomenti di Parlamento sotterraneo e qui, per esempio, viene fuori il mestiere di Nanni, che riesce a spiegare in poche parole perché il giornalismo si deve basare su due semplici presupposti: credibilità e autorevolezza.

Scoprire le chicche del libro, dunque, diventa una bella sfida per il lettore: cogliere i falli grammaticali e lessicali di molti politici o individuare l’origine di curiosi soprannomi (coniglio mannaro? lo coniò Giampaolo Pansa a proposito di Forlani) e il perché di alcune regole di dressing (mai in Senato senza la cravatta!). Insomma c’è da divertirsi e saperne molto di più su chi ci ha governato e amministrato e sui nuovi inquilini del Palazzo. Una piacevole carrellata su vizi e vezzi della nostra Repubblica, cui affidare un gradito relax casalingo in tempo di covid: stare in Parlamento, disse la Iotti – riferisce Nanni nel suo bel libro –, significa capire le ragioni degli altri. Leggendo e sfogliando Parlamento sotterraneo si capisce, quindi, come e perché siamo finiti a Di Maio, Salvini e company e lo sguardo al passato induce alla disillusione sull’oggi: il vaccino contro l’inquietudine istituzionale (giustificata nei governati) esiste viene proprio dalla conoscenza e dall’informazione. Buona lettura. (s)

PARLAMENTO SOTTERRANEO
di Mario Nanni, 236 pagg.
Rubbettino editore, ISBN 9788849863116

DIVARIO DI CITTADINANZA, di Luca Bianchi e Antonio Fraschilla

Un viaggio nella nuova questione meridionale, dove prevale un divario di cittadinanza, per le troppe diseguaglianze difficilmente colmabili in assenza di strategia illuminata. Non è soltanto il tradizionale divario Nord-Sud a emergere, bensì il concetto stesso di “cittadinanza limitata” che una classe dirigente distratta o incompetente è riuscita a creare.

Il libro di Luca Bianchi e Antonio Fraschilla Divario di cittadinanza, Un viaggio nella nuova questione meridionale (Rubbettino Editore) traccia il diario di un viaggio nel Mezzogiorno, dove la disuguaglianza, ovvero la cittadinanza limitata frutto della mancanza dei livelli essenziali di prestazioni, è il tema principale con il quale misurarsi. Un racconto in cui i dati e le analisi si alternano alle storie concrete di cittadini, delle loro difficoltà, dei diritti negati, dell’inventiva, dei successi, delle furberie e dei quotidiani compromessi. Quattro anni di viaggio per vedere cosa c’è davvero dietro a quei numeri impietosi sui divari che rendono il Mezzogiorno la più grande regione in ritardo di sviluppo d’Europa. Un lungo peregrinare che ha portato gli autori a raccontare cosa rimane del sogno industriale degli anni ‘50 in città dimenticate come Gela. A raccontare le storie dei primari campani che si vanno a curare al Nord con il cuore in gola ma convinti che solo lì possano avere maggiori speranze di guarigione. Dei pendolari alle prese con treni lumaca. Delle mamme calabresi e siciliane che non studiano e non lavorano perché devono badare ai loro bambini in città dove non esistono asili nido o servizi per l’infanzia. Dei giovani che hanno chiesto il Reddito di Cittadinanza perché in fondo non possono ambire ad altra forma di sostentamento. Delle mafie che dalla povertà e dai bisogni traggono manovalanza per incrementare il loro esercito e fare affari al Nord.

Da questo libro si scopre, con desolazione, cosa significa davvero essere oggi un cittadino nel Mezzogiorno. In questi mesi terribili nei quali ha imperversato il coronavirus nel nostro Paese, gli autori si sono accorti, ad esempio, che la spesa per investimenti nel comparto sanitario tra il 2000 e il 2018 è stata in media di 25 euro per abitante nelle regioni del Sud continentale contro i 75 euro delle regioni del Nord-Est. Che negli ultimi anni vi è stato un progressivo scivolamento verso il basso dagli standard di servizi pubblici nazionali ed europei. E hanno individuato in questo il “nuovo” divario Nord- Sud degli anni ’20 del Duemila: ancora prima e ancor più che differenza negli indicatori economici, è disuguaglianza nelle condizioni di vita.

Bianchi (direttore della Svimez) e Fraschilla individuano in un Patto tra Nord e Sud, già urgente in tempi di normalità, la condizione necessaria se davvero non si vuole dividere il Paese in maniera definitiva. Con un Nord che sempre più a fatica cercherà di viaggiare alla stessa velocità del resto dell’Europa e un Sud sempre più distante da tutto e tutti. C’è un solo modo per evitare una tale narrazione della “storia futura” del nostro Paese: l’apparato produttivo del Nord va supportato per evitare che si spenga il motore della crescita italiana, per la verità da tempo meno roboante di altri motori del Nord Europa. Ricordando che c’è un pezzo di Paese che ha il motore spento da tempo e va riacceso. Un racconto che smentisce la vulgata di un Sud inondato di risorse ma che al tempo stesso evidenzia i disastri della classe dirigente recente e passata. La Costituzione, ricordano gli autori, detta dei principi comuni di cittadinanza in materie come l’istruzione, l’accesso alle cure sanitarie, l’assistenza sociale, le pari opportunità, la possibilità di fare impresa. Principi che oggi non sono rispettati in maniera omogenea nel Paese. (dl)

DIVARIO DI CITTADINANZA
di Luca Bianchi e Antonio Franchilla
Rubbettino Editore
pagg. 180, ISBN 9788849862577

Alle origini della nuova ‘Ndrangheta. il 1980
di Enzo Ciconte

Due sono soprattutto le novità nel bel libro di Enzo Ciconte “Alle origini della nuova ‘ndrangheta. Il 1980” (Rubbettino, pp. 204) dove ravvisiamo in primis la valorizzazione e conoscenza delle figure di Peppe Valarioti e Giannino Losardo, che attendono ancora giustizia, con contestuale riferimento agli ambiti politici di quegli anni lontani ma non troppo, comunque difficili… Sono passati quaranta anni esatti dalla loro uccisione. Ciconte è docente di Storia delle mafie italiane presso l’Università di Pavia…

Ricordiamo intanto cosa accadde in quegli anni. A Palermo, il 6 gennaio 1980, viene ucciso dalla mafia il Presidente democristiano della Regione Siciliana Piersanti Mattarella; i costruttori romani Caltagirone sono coinvolti nello scandalo nazionale Italcasse; lo scandalo dei petroli che coinvolse alti ufficiali della Guardia di Finanza come il Comandante Generale Lo Giudice e il Ministro democristiano Bisaglia. Il finanziere Michele Sindona è arrestato negli USA per il fallimento della Franklin National Bank, e indiziato in Italia per l’omicidio Ambrosoli.Molti sono i morti per mafia e terrorismo: il 12 febbraio a Roma Vittorio Bachelet, Vicepresidente del CSM e docente universitario, è assassinato dalle B.R. all’interno dell’Università; il 19 marzo a Milano il Giudice Guido Galli viene ucciso da Prima Linea; il 28 maggio a Milano viene ucciso il giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi. Il 27 giugno un aereo dell’Itavia con a bordo membri dell’equipaggio e settantasette passeggeri, che da Bologna deve raggiungere Palermo, viene abbattuto da missili “misteriosi” nei cieli sopra Ustica; il 2 agosto a Bologna una bomba esplode nella sala d’attesa della stazione causando ottantacinque morti e centinaia di feriti. In autunno, lo scontro sociale in atto nel paese vede sfilare a Torino, ferita dalla cassa integrazione per decine di migliaia di operai della Fiat e dell’indotto, la” Marcia dei quarantamila” che manifestano per il ritorno alla normalità della vita e della città… L’anno si chiude con il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre che provocò circa tremila morti, diecimila feriti e centinaia di migliaia di sfollati, dando inizio alla guerra di camorra per la spartizione degli utili (Cutoliani e Nuova Famiglia)…

Tornando alle vicende della Calabria, l’emergere della potenza ‘ndranghetista non si può capire senza soffermarsi sulla questione sociale calabrese di cui i moti di Reggio Calabria del 1970 sono il faro… Dietro la protesta per l’assegnazione a Catanzaro di divenire capoluogo regionale, esiste un grande malessere per la situazione complessiva della regione, per la mancanza di lavoro e per l’emigrazione… nonostante gli importanti progetti programmati dal Ministro Dc Emilio Colombo, quali il Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro, la Sir di Lamezia Terme, la Liquichimica di Saline Joniche che non decolleranno mai.

Nel libro in esame si è trattato dell’inizio dell’azione politica e delle nuove strategie della ‘ndrangheta, che è penetrata nella politica, nei partiti, nelle istituzioni e nella massoneria; la mafia che s’impadronisce della Calabria e diventa la mafia più temibile d’Italia. Una storia non nuova che spiega quel che accade oggi. Mitica la figura di Valarioti che riteneva che la politica e in primis la cultura, fossero validi mezzi contro la ‘ndrangheta anche per assicurare importanti opportunità ai giovani della sua regione…
Il grande Giorgio Bocca, in un’intervista, disse “…in Italia se si fa un passo in avanti, qui (in Calabria) se ne fanno due indietro… forse per alcune cose è sempre peggio”. Racconta anche di Rosarno, della morte di Peppe Valarioti e della battaglia di Peppino Lavorato, che fu sempre vicino agli operai, ai disoccupati, ai giovani per difendere e garantire la tutela dei diritti Costituzionali… E aggiunse: “… per quale maledizione della storia, per quale fatalità geografica noi italiani del nord e del sud non riusciamo a fare di questo Paese un paese unito… nessuno si è occupato di capire la ragione vera di questo arretramento… La radice è storica. Ma non riesco a capire quale è, perché ci sia questa perseveranza nel male… C’è il sud peggiore del Mediterraneo… mi sono fatto la convinzione che le mafie sono parte costituente della politica italiana, perché credo che ci sia la necessità che esistano…”. (Raffaele Vacca)

Alle origini della nuova ‘Ndrangheta. il 1980
di Enzo Ciconte
Rubbettino Editore – ISBN 9788849862300