I moti del pennacchio
di Antonio Andreucci

di FILIPPO VELTRI – Barricate a Pescara, Reggio e L’Aquila per il capoluogo. A 50 anni dagli eventi un filo invisibile lega tra loro L’Aquila, Pescara e Reggio Calabria: tutte e tre lottarono cinquant’anni orsono per ottenere il capoluogo delle rispettive Regioni, i cui Statuti furono approvati, mezzo secolo fa, dopo dure sommosse popolari. L’Aquila rappresentò l’ultimo anello di una catena di un malcontento che si evidenziò nel giugno del ’70 in riva all’Adriatico, poi, dal luglio successivo fino al 24 febbraio del ’71, sullo Stretto e, infine, dal 26 al 28 febbraio seguenti, sotto al Gran Sasso.

Quelle rivolte vengono ora analizzate nel libro di Antonio Andreucci I Moti del pennacchio – Barricate a Pescara, Reggio e L’Aquila per il capoluogo (One Group editore, 152 pagg.). Attento osservatore della realtà – osserva Marco Patricelli nella prefazione – l’autore applica la sua lunga esperienza giornalistica per l’Ansa a una rigorosa ricostruzione che è anche inchiesta documentata su ciò che fu e perché si innescarono sanguigne passioni, accese rivalità, strategie da consumati giocatori di scacchi sul tavolo della politica, in alternanza a mosse avventate in piazza e in strada. Ribollì la società di tre città per l’incapacità tutta politica dapprima di indicare, quindi scegliere, il capoluogo di regione secondo la miglior soluzione possibile, poi per la ricucitura col filo del compromesso. La toppa peggio del buco.

I Moti sembrano una pagina polverosa del nostro passato, capace però di rinnovare emozioni in chi li visse come tributo a disegnare questo presente o quello che si immaginava diverso. Non fu una questione di campanile, come si etichettò il montare della rabbia non sempre spontaneo e quasi mai sotto controllo, ma uno scontro di mentalità per i tempi che stavano cambiando e di cui pochi avevano afferrato la portata epocale.

Oltre ad analisi sociali e politiche, il libro “smonta” alcuni luoghi comuni: non furono sommosse fasciste, ma popolari ed eterogenee sotto i profili culturale e politico nelle quali i “rossi” di Lotta continua agivano assieme ai “neri” del Msi e alla cosiddetta “società civile”; nessuna città aveva una titolarità storica e giuridica per rivendicare il “pennacchio” di capoluogo regionale; sotto il “profilo tecnico”, L’Aquila fu la più danneggiata e, come Reggio, oltre al danno subì una particolare beffa. La politica si confermò incline al “particulare”, incapace di avere una visione kantiana. dei problemi messi a nudo da quelle rivolte.

A mezzo secolo dai fatti cosa resta di quelle sommosse e cosa sono quelle città? Il libro sfata alcuni luoghi comuni e formula delle risposte che riguardano idealmente anche il Mezzogiorno d’Italia. Ci sono pagine della storia che quando vengono rievocate possono suscitare il bruciore di una ferita mai compiutamente rimarginata, oppure l’effetto lenitivo del tempo trascorso o persino l’indifferenza del passaggio generazionale.

I Moti sembrano una pagina polverosa del nostro passato, capace però di rinnovare emozioni in chi li visse come tributo a disegnare questo presente o quello che si immaginava diverso. Non fu una questione di campanile, ma uno scontro di mentalità per i tempi che stavano cambiando e di cui pochi avevano afferrato la portata epocale.

Antonio Andreucci, giornalista, per 30 anni all’Ansa, ha concluso la sua esperienza come corrispondente da Madrid per la Penisola Iberica. Vive e lavora tra l’Italia e la Spagna. Vincitore della prima edizione del premio di poesia Umbertide e della “Targa Presidente della Repubblica” del Premio cronisti UNCI 2010. Finalista dei premi Siena e Argentario 2016 per la narrativa inedita con Il ragazzo che aveva sognato l’America e vincitore, con il romanzo In nome del Padre – Scandali, segreti e intrighi oltre l’ombra del Cupolone, del premio europeo Wilde per inediti 2017. Vincitore del premio giornalistico “Polidoro” alla carriera 2020. (fv)

I MOTI DEL PENNACCHIO
di Antonio Andreucci
One Group, ISBN 9788889568941

Alla scuola di don Sturzo (a cura di Lorenzo Coscarella e Paolo Palma)

di FILIPPO VELTRI – La scuola di don Luigi Sturzo non fu sufficiente al Ppi, un secolo fa, per radicarsi nel Mezzogiorno per come il suo fondatore avrebbe voluto, puntando a una radicale democratizzazione dello Stato. È questo il bilancio critico del popolarismo in Calabria e nelle altre regioni del Sud contenuto nel volume Alla scuola di Don Sturzo. Il popolarismo nel Mezzogiorno a cento anni dall’Appello ai liberi e forti.

Il libro, pubblicato da Luigi Pellegrini Editore, raccoglie gli atti del convegno nazionale tenuto all’Università della Calabria il 13 novembre del 2019, organizzato dall’ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea) in collaborazione con il DISPeS (Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali) in occasione del centenario dell’Appello ai Liberi e Forti. Si tratta di un’ennesima iniziativa dell’ ICSAIC, che in questi mesi nonostante le restrizioni imposte dalla pandemia sta sviluppando una serie di iniziative sulla Calabria e sulla sua storia anche piu’ recente, per cercare di legare passato e presente e non far disperdere la memoria.

L’ ultima opera, che ha approfondito notevolmente gli studi sull’esperienza del Partito popolare italiano nel Mezzogiorno d’Italia, è stata curata da Paolo Palma, presidente dell’ICSAIC, e da Lorenzo Coscarella, membro del direttivo dello stesso Istituto. Oltre che dei due curatori, raccoglie i contributi di Francesco Altimari, Nicola Antonetti, Leonardo Bonanno, Raffaele Cananzi, Vittorio Cappelli, Antonio Costabile, Daria De Donno, Vittorio De Marco, Giuseppe Ferraro, Francesco Milito, Giuseppe Palmisciano, Francesco Raniolo, Vincenzo A. Tucci, Roberto P. Violi.

Il volume, realizzato con il contributo dell’ICSAIC e della Fondazione CariCal, si inserisce così nel filone di studi sul popolarismo presentando non pochi aspetti inediti, con particolare attenzione alle esperienze calabresi e uno sguardo più ampio all’intero Mezzogiorno. L’esperienza del Ppi, infatti, iniziata nel 1919 e conclusasi con il consolidamento del potere da parte del governo fascista, fu relativamente breve ma lasciò un segno notevole nella storia politica italiana del ‘900, grazie anche all’apporto nei vari territori di personaggi come Luigi Nicoletti, Carlo De Cardona, Vito Giuseppe Galati, Giulio Rodinò, Vincenzo D’Elia e tanti altri che affiancarono il fondatore.

I saggi contenuti nel volume ne analizzano così l’evoluzione in alcuni contesti locali, approfondiscono aspetti delle biografie di personaggi chiave nella vita del partito, e offrono nuovo materiale sulla parabola del Ppi nel Sud della penisola e sul ruolo della Chiesa nelle vicende politiche italiane di quegli anni. Si tratta di un volume, in sostanza, che nel rifare la storia di quegli anni ci restituisce anche uno spaccato sul mondo cattolico e sull’impegno politico e sociale dei popolari di allora e della necessita’ che nel Sud e in Calabria in modo particolare quel mondo non resti fuori da un rinnovato impegno per il cambiamento della società. (fv)

 

Alla scuola di Don Sturzo. Il popolarismo nel Mezzogiorno a cento anni dall’Appello ai liberi e forti
a cura di Lorenzo Coscarella e Paolo Palma
Luigi Pellegrini Editore, ISBN (n/a)

 

 

Sangue del mio sangue, di Fabrizia Rosetta Arcuri e Sergio Caruso

È stato uno dei casi di cronaca più eclatanti e terribili  dello scorso secolo in Calabria. La “Strage di Buonvicino”, piccolo borgo pedemontano della provincia di Cosenza: 19 novembre 1996, 6 bare, tra cui una bambina di 11 anni, 2 caricatori da 15, 23 colpi sparati dalla pistola d’ordinanza, 14 ore di terrore, la vita sospesa di due bambini. Un libro scritto a quattro mani dal criminologo Sergio Caruso e dalla giornalista Fabrizia Arcuri, che fornisce due chiavi di lettura: quella dello psicanalista.  La giornalista, testimone della cronaca della strage: «I ricordi si susseguono, i momenti di quel giorno riaffiorano nello scorrere inesorabile del tempo e della vita, ancora ritornano nei sogni». Nel primo caso il testo ha l’intento di analizzare attraverso concetti scientifici ed etici la casistica di un fenomeno sempre più crescente definito Family Mass Murderer e rappresenta anche un chiaro invito alla prevenzione. Nel secondo caso, vi è una sorta di autobiografia del dolore e dell’aspetto introspettivo delle cosiddette vittime secondarie.

I media hanno descritto la strage in maniera diretta, forte e agghiacciante. Il racconto poi è stato affidato ad una sorta di tradizione orale, tipica delle piccole comunità che ne custodiscono in silenzio il ricordo. A rompere quel silenzio l’uscita del libro Sangue del Sangue (la storia della più grande strage familiare avvenuta in Italia), che sta riscuotendo grande eco e a sole due settimane dalla presentazione la stampa nazionale ha già raccolto l’attenzione dei media.

La prefazione è del prof Francesco Bruno, allora consulente del PM, le conclusioni sono state affidate a Manuela Iatì, giornalista SkyTg24. Dopo 25 anni è la prima volta che se ne parla e a farlo anche uno dei due superstiti con una testimonianza diretta, Marco Benvenuto, che allora aveva 3 anni: «innocenza defraudata degli affetti più cari, sfregiata dalla memoria di quelle immagini difficile da rimuovere nonostante la tenera età».

Il libro intende descrivere in maniera appropriata questo grave delitto e le conseguenze che ne sono scaturite, con un occhio di riguardo verso le vittime secondarie che diventano “gli invisibili”, spettri viventi dei reati violenti. Un vulnus che si manifesta nella mancanza da parte dello Stato di un supporto giusto e adeguato, questi soggetti raramente vengono seguiti in maniera adeguata e appropriata a seguito dell’evento post traumatico che segna, in alcuni casi in maniera indelebili, il percorso della propria vita. Il libro non vuole essere l’esaltazione della notizia criminis più dannosa che costruttiva, non c’è morbosità, volutamente omesse le parti più intime di un disagio personale o costruzioni mentali che non aggiungono nulla di tangibile e reale oltre quella verità del fatto, dell’atto stesso.

La descrizione della scena del crimine e dell’acting-out (il passaggio all’atto lesivo) sono riportati così come negli atti ufficiali del Pubblico Ministero in sede d’indagine preliminare, dai verbali delle udienze e del dibattimento davanti alla Corte di Assise. «Fuori pioggia e tuoni, forti, continui, quasi a descrivere la scena di un film di paura. Sì, tutti pensarono al peggio ma non certo a quello che da lì a poco avrebbero scoperto aprendo la porta di quella casa. Una scena esposta nei minimi particolari, scritta, protocollata, confermata sotto giuramento e che è rimasta indelebile nella loro mente».

La, comunque, storia trova il suo lieto fine ed è Marco, ha chiudere il libro: «Il mio spirito, pur se sempre alla ricerca di vuoti da riempire, ha trovato le sue ragioni. La cosa più bella che possa esserci è vivere e poter toccare il mondo e percepire tutte le sue meraviglie a prescindere da ciò che ti succede, trovare la voglia e la spinta per poter andare avanti. Anzi, è ciò che forgia il tuo carattere, il coraggio e la fermezza che ti spingono a dare tutto e sognare di poter fare grandi cose. Sono la rabbia, il dolore e la sofferenza che, se mescolati e incanalati nel modo giusto, trovano l’antidoto per la cura, è la benzina che alimenta la tua anima e la volontà di superare qualsiasi ostacolo. È il dolore il carburante della felicità». (dl)

SANGUE DEL MIO SANGUE
di Fabrizia Rosetta Arcuri e Sergio Caruso
Falco M. Edizioni – ISBN 9788894511093

Il cuore in allarme, di Emma Luppino Manes (Rubbettino)

Ognuno degli 11 capitoli del libro si apre con un esergo che risulta illuminante ai fini dell’identificazione di luoghi e personaggi. La prefazione, della stessa autrice, ci fa accostare piano a un tema ostico, ma di grande attualità e di particolare interesse sociale: si parla di malattia di Alzheimer quasi con uno stile fluido che tende a rendere più gradevole l’approccio all’argomento; qui qualche  pillola di sapore linguistico-letterario che rivelerà la sua importanza solo nel prosieguo della storia, pochi accenni all’attualità, con dati e notizie quasi di cronaca, e alcuni  rarissimi affondi in campi che sembrano spaventare chi scrive, per la vastità della tematica ma soprattutto  per l’oscurità in cui appaiono stagnare le più recenti indagini medico-scientifiche.

Un tema sociale, dunque, all’interno del meccanismo narrativo, che giustifica pienamente la definizione dell’Editore di romanzo-saggio.

L’Alzheimer ha ormai 46 milioni di ammalati nel mondo: cancellazione penosa e definitiva del ricordo.  Ma, in assenza della mente che risulta essere quasi un  naturale bacino di raccolta delle nostre percezioni e sensazioni, dei nostri ricordi, ecco in grande risalto il cuore, scrigno della nostra vita interiore, il cuore che batte, nonostante …il cuore in allarme… titolo del romanzo-saggio.

A conclusione della prefazione, la malattia, di fatto, abbandona immediatamente la scena che viene subito occupata dai tanti  personaggi del romanzo e dal dinamismo della vicenda di due famiglie amiche che migrano dalla Calabria verso la grande Milano: essa resterà sempre sottotraccia, emergendo solo talvolta e solo a fatica, dunque in filigrana.

Già nel primo capitolo Virginia Rossi Castellani ci colpisce col girovagare spasmodico e delirante della sua mente tra le ombre del passato e, accanto a lei, si delinea a stento la figura della giovane badante albanese, Jolina, che tornerà in grande risalto solo a conclusione della narrazione: poi, nei capitoli successivi e fino al cap. IX, si dipanerà una storia quasi banale per il fatto di adombrare le vicende di una qualsiasi famiglia borghese degli anni 60/70,in una  Milano infuocata da movimenti ribellistici e, talvolta, da veri eventi catastrofici… che s’insinuano drammaticamente anche dentro le pareti di casa.

La storia, in cui non mancano colpi di scena ed eventi tragici, è guidata con occhio vigile e attento della voce narrante e direi quasi immortalata da chi ama la terminologia semplice e calda del lessico familiare.

Virginia donna, moglie, madre, nonna, si muove con accortezza tra gli umori difficili della sua tribù, finché il dramma della malattia del marito Alberto non irromperà ad alterare e a cancellare un equilibrio costruito a fatica negli anni, ma del tutto precario e  solo di facciata: cosicché, a quel punto, in assenza di terapie e di  spiragli e rimedi di carattere medico-scientifico, solo l’amicizia storica e solidissima tra i due protagonisti maschili, Alberto e Vincenzo, che passa attraverso l’attenta custodia di Virginia, riuscirà a riportare un’armonia nell’angusto spazio di una stanza in cui ora sono ridotti i personaggi e a modificare, finalmente, una lunga  vicenda matrimoniale, irta di difficoltà e di incomprensioni.

Nasce perciò , quasi per miracolo, una nuova storia d’amore… È il momento in cui, forse, nella grande difficoltà, l’Uomo riesce a superare se stesso, secondo un pensiero di Pascal (fr.434), citato dall’autrice nell’incipitL’homme passe infiniment l’homme…

Il libro lascia spazio a molti interrogativi, talvolta senza una risposta chiara: da ciò deriva il suo grande interesse per il fatto di suscitare l’impulso a un’analisi profonda di se stessi e un forte desiderio di introspezione.

Quali gli interrogativi di fondo?

  1. Sembra quasi inevitabile che qualcosa della vita dell’autrice compaia tra le righe del racconto, senza che il romanzo possa essere considerato autobiografico… Era il grande problema di Italo Calvino che parlava di un rapporto nevrotico con l’autobiografia…

2) Nord e Sud sono le coordinate del romanzo : anni ‘60/70 …da Bagnara Calabra a Milano e viceversa; una geografia della Calabria romantica, come la definiva Corrado Alvaro (1930).

Lo spazio della narrazione diventa l’Italia intera che i due amici e poi anche la protagonista femminile, Virginia, attraversano nei loro lunghi viaggi, in treno o, più spesso,  a bordo di un’auto primordiale…inseguendo progetti per il futuro e sogni di ogni genere, covando nostalgie e rimpianti… Quelle coordinate non sono solo geografiche, ma acquistano, poco alla volta, lo spessore di antiche frontiere storiche e di logiche geopolitiche che si raccontano ancora  e che i protagonisti, ma soprattutto Virginia, vogliono superare, in cerca di un nuovo orizzonte.

Nord e Sud: simbolo di una diversità che affonda nei secoli e che non cessa di evidenziare una storia di contrasti che furono e che sono, nonostante gli sforzi di chi, a partire dai grandi protagonisti del nostro Risorgimento, ci ha voluti disperatamente uniti…

Essi, statisti illuminati ma prima meticolosi burocrati, nelle loro carte, forse immaginavano che una nuova idea di Stato, più attento e generoso nei confronti dei suoi cittadini, finalmente non più sudditi, facesse sì che che l’anima greca (il Sud) si sposasse spontaneamente all’intelligenza romana (il Nord): come  suggerisce Albert  Camus nei suoi Taccuini… e che il tempo divorasse le tracce di una diversità su cui ci si interroga ancora…

Quel processo, in realtà, si sarebbe rivelato molto più complesso e lontano dalla loro visione… e resta ancora come impantanato nelle sacche di un’estenuante, cattiva politica

3) Virginia, nel romanzo, è protagonista, dentro e fuori le mura della sua casa, donna prima di essere figlia, moglie, madre e nonna, domina, perciò  signora della casa e di tanto altro… non molla mai, spera a testa bassa, come diceva il poeta Charles Péguy, anche quando disperare è la tentazione, mentre, lentamente, tra le sue mani, il concetto laico di speranza da mero  presentimento o lucido presagio, muta più cristianamente  in aspettativa serena di un futuro migliore.

Ci chiediamo quanto sia una Penelope attendista e quanto invece una donna moderna e libera che fugge da vecchie regole e becere imposizioni.

Virginia, curiosa e determinata a conquistare spazi nuovi, si muove, prima, su e giù peri  viali della grande Milano anni ’60… ma poi, ormai votata alla difficile condizione del marito, nello spazio sempre più angusto di una stanza che diventa un mondo… potremmo chiamarlo la sua tenda, la tenda dell’incontro e dell’amicizia nell’Antico Testamento, ohel mo… in antico ebraico, dove lei stabilisce quasi una tregua dal dolore …lo guarda da lontano ma sempre lucidamente… senza anestetizzarsi, ma essendosi già fatta attraversare dal dolore e quindi averne provato tutto il peso.

Lì, quasi in disparte rispetto alle figure dei due amici storici, consente a Vincenzo, amico del cuore di suo marito, di agire su un uomo segnato dalla malattia e di ricomporlo nella favola della loro adolescenza…così tutti e tre, insieme, riusciranno a dominare la paura e l’angoscia che si sciolgono ancora nella piccola felicità dei  ricordi.

È il cuore, dunque, ancora e sempre in allarme… (Lab Donne Gioia Tauro)

IL CUORE IN ALLARME
di Emma Luppino Manes
Rubbettino Editore, ISBN 9788849862065

Lamezia. Una storia fuori dal Comune. Di Gianni Speranza

di FILIPPO VELTRI – Con prefazione di Antonio Padellaro e intervista di Gianfranco Manfredi è nelle librerie un interessante libro di Gianni Speranza, sindaco per 10 anni di Lamezia Terme, che racconta la sua città e la sua esperienza.

Una storia fuori dal Comune’ si intitola il libro, edito da Rubbettino, con un evidente gioco di parole che punta appunto ad una narrazione che viaggia sempre dentro le stanze del Municipio ma soprattutto fuori.

Una città dell’Italia di oggi vista e vissuta nei suoi molteplici aspetti. Vivace e sofferente. Complicata, ma anche sorprendente. Proprio qui, prima che la storia inizi, viene dato alle fiamme, in pieno giorno, il portone dell’aula consiliare. Il sindaco deve insediarsi immediatamente.

La vita di una comunità come quella di Lamezia, però, è molto più ricca della presenza della mafia. L’amministrazione va oltre il “tempo che le hanno concesso”. Le energie latenti dei cittadini vengono alla ribalta. Negli anni si sviluppa un’esperienza anomala nella situazione calabrese. Si suscitano curiosità positive. Nella regione, in Italia, addirittura su Le Monde e sul New York Times. In controtendenza rispetto alle immagini stereotipate della Calabria perduta che dominano, ogni giorno, sui mass-media. Per la prima volta, dal vivo, le tragedie, le gioie, le difficoltà e le fatiche di un pezzo del nostro Sud che ha provato a voltare pagina.

Una storia fuori dal Comune davvero in un bel libro, che ha visto inoltre la collaborazione di Salvatore D’Elia e che cade in un momento. come al solito degli ultimi tempi abbastanza complicato per la città, alle prese ormai da anni con una vita amministrativa e politica sospesa tra sospensioni, ricorsi, cadute, elezioni contestate. Il decennio di Speranza alla guida del Comune meritava di essere cristallizzato in un libro, a futura memoria e perché non se ne perda il senso, il filo rosso di un impegno politico dentro una comunità, il percorso personale e collettivo che spesso viene distrutto e cancellato da una stanca memoria.

Lamezia. Una storia fuori dal Comune
di Gianni Speranza
Rubbettino Editore, ISBN 9788849865110

Come un girasole, di Sara Felice

Qual è il significato di un girasole? Questo fiore trasmette vivacità, allegria e come un piccolo sole ravviva i campi in cui cresce. Così come i girasoli, ci sono delle persone che illuminano il cammino di altre, alcuni incontri possono sembrare casuali, ma sono sempre combinati dal destino.

Il romanzo di esordio di Sara Felice Come un girasole edito da Rossini, racconta proprio una storia luminosa e piena di speranza, in cui il girasole è metafora dell’importanza dei punti fermi nella vita, come comete che sono lì a ricordarci che non siamo mai soli. La vicenda si svolge a Roma, città vista e raccontata attraverso gli occhi di  Chiara, una studentessa universitaria fuorisede. Una ragazza dai sani principi e con alle spalle una famiglia solida e delle amiche vere e sincere, punti fermi inossidabili. In un giorno come tanti, trascorsi tra i corridoi dell’università, tra lezioni ed esami, Chiara incontra Leo che si rivelerà fin da subito il compagno ideale. Ma come tutte le cose belle e importanti della vita, per ottenerle sarà necessario lottare.

La forza del romanzo di Sara Felice è nella narrazione spontanea e fluida: ogni scena è descritta in maniera nitida, sembra quasi di vedere i personaggi muoversi all’interno di una Roma splendida che offre scorci romantici e immortali. A primo impatto può sembrare un romanzo rosa, ma “Come un girasole” è molto di più.

L’autrice è nata nel 1998 e vive a Buonvicino (CS), studia giurisprudenza all’Università della Calabria e ha sempre coltivato la passione della scrittura. Sara Felice muove i primi passi come scrittrice su Wattpad, un social newtork dedicato alla lettura e alla scrittura. I suoi racconti pubblicati sulla piattaforma sociale diventano molto popolari e così durante il periodo del primo lockdown decide di lavorare al suo romanzo di esordio. Il libro nasce da un momento di difficoltà che Sara Felice ha trasformato in opportunità, realizzando un sogno che aveva nel cassetto da molto tempo. “Come un girasole” è disponibile in tutte le librerie on line e su richiesta anche nelle librerie fisiche. È edito dalla casa editrice Rossini, una realtà virtuosa che punta molto sui giovani autori esordienti, molto seguita anche sui social. (Debora Calomino)

COME UN GIRASOLE
di Sara Felice
Rossini Editore,  ISBN 978-8831469562

Calabria Nicola, di Enzo Romeo e Luigi Ginami

Porta la firma del vaticanista dle TG2, il giornalista sidernese Enzo Romeo, e di mons. Luigi Ginami l’agile volumetto pubblicato nella collana Volti di Speranza della Fondazione Santina Onlus. Il libro Calabria Nicola (è testimonial il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, la cui foto illustra la copertina) ha per sottotitolo “La Calabria sprofonda in zona rossa” e ha finalità di beneficenza. Raccoglie il racconto sulla Calabria di numerose personalità che danno lustro alla nostra terra: dal cardiologo Franco Romeo allo chef Filippo Cogliandro, alla segretaria comprensoriale della Cgil degli immigrati della Piana Celeste Lo Giacco e l’imprenditrice Gloria Tenuta, un’eccellenza nel campo degli alimenti surgelati.

Le loro storie sono racconti d’una Calabria di come vorrebbe e dovrebbe essere: alla ricerca costante di un rigore assoluto in un percorso di legalità al quale i calabresi non tendono rinunciare, ma soprattutto emerge un messaggio di speranza, oggi più che mai indispensabile a fronte di una pandemia che non guarda in faccia a nessuno. E la sofferenza del prossimo è la sofferenza di una terra mai doma, ma ancora alla ricerca della sua vera identità, secondo la sua tradizione di generosità e accoglienza. L’associazione Santina Zucchinelli ha riservato i ricavi a un centro residenziale per anziani di Sant’Andrea dello Jonio (Villa della Fraternità) per ricordare, con l’occasione il centenario della nascita del suo. fondatore don Edoardo Varano.

L’introduzione è del corrispondente dell’Agenzia Reuter in Italia Phil Pullella il quale rimarca il suo appassionato legame con il nostro Paese: «Ho viaggiato in tutto il mondo come giornalista. Gran parte di questi viaggi li ho fatti con gli ultimi tre papi. Ma, inevitabilmente, ho un debole per la mia terra natale e torno quando posso. Non c’è dubbio che i calabresi oggi vivono molto meglio rispetto al 1958. Ma, come leggerete in questi racconti di monsignor Luigi Ginami ed Enzo Romeo, molte cose non sono cambiate». E sulla scelta di Nicola Gratteri per la copertina, Phil afferma di non aver mai incontrato il magistrato di Gerace «ma credo di avere ragione nel pensare che egli sarebbe più felice se qualcun altro, o qualcos’altro, fosse diventato “Copertina della Calabria». Non è ottimista il giornalista della Reuter sul riscatto dei calabresi: «È diventato un Messia che non arriva mai».

Gratteri dice a don Luigi: «Siamo vittime di un pregiudizio che ha radici lontane. Un pregiudizio che non riusciamo a toglierci di torno perché la nostra è una terra che continua a vivere di compromessi, soprattutto a livello politico, ma anche di ritardi». E ancora: «In Calabria i finanziamenti alla sanità pro-capite sono di poco superiori ai tredici euro, mentre in regioni del Centro-Nord arrivano quasi a novanta. Non so come spiegarlo, ma a volte mi sembra di vivere in una sorta di cortocircuito, senza nulla togliere a chi resta in questa terra. Chi può emigra, chi decide di restare non è abbastanza forte per cambiare la realtà. L’ideale sarebbe quello di utilizzare i fondi destinati alla Calabria per creare benessere e favorire chi rimane, in modo che, affrancandosi dal bisogno, potrebbe decidere di investire la propria voglia di riscatto per creare una nuova classe politica, più studiosa del benessere sociale. Questa nuova condizione, darebbe forza ai tanti cala-bresi onesti che oggi non si espongono, pur avendo le qualità per farlo».

E su Gratteri don Luigi riferisce quanto aveva dichiarato il procuratore durante un’audizione alla Commissione parlamentare Antimafia: «Io sono innamorato di questo lavoro, sono un tossicodipen-dente da questo lavoro. Ma se non pensassi che possiamo cambiare, farei un altro lavoro. Sono un agricoltore infiltrato in magistratura – potrei fare il contadino. O l’intrattenitore. Credo che la Calabria, anche insieme a voi, la cambieremo, nel giro di un paio d’anni la cambieremo. Facendo le cose come si devono fare, nel giro di un paio di anni racconteremo una Calabria diversa». «Mentre penso a Gratteri, – scrive don Luigi – mi torna alla mente anche l’amico Franco e la sua bravura di cardiologo insieme al suo tratto umano e colto: l’autentico signore calabrese… Ma, mi dico, andiamo per ordine: prima devo trovare chi scrive con me! Qualcuno mi fa il nome di Enzo Romeo, butto in Google il suo nome ed esce una montagna di roba: articoli, libri e naturalmente servizi televisivi».

Un instant-book che si legge gradevolmente e che porta un aiuto ai chi ne ha bisogno. Un esempio di narrazione strumentale al bene comune, che conquista il lettore e gli offre spunti di riflessione niente male. (dc)

Il fuorilegge, di Mimmo Lucano (2020)

di FRANCESCO KOSTNER – Si avverte un senso di preoccupazione, dopo aver letto Il fuorilegge di Mimmo Lucano. Ciò, nonostante le positive riflessioni che scaturiscono dalla testimonianza, senza dubbio suggestiva e avvincente, dedicata dall’autore al “modello” Riace: la “rivoluzione copernicana” nel rapporto con gli immigrati, di cui è stato protagonista nel piccolo centro della città metropolitana di Reggio Calabria. Il comune assurto agli onori della cronaca internazionale nel 1972, dopo il ritrovamento in mare di due statue bronzee di epoca greca, e diventato poi il simbolo di una straordinaria esperienza di integrazione multiculturale. Un meraviglioso caleidoscopio di relazioni interetniche, che ad un certo punto, però, viene messo con le spalle al muro. Vittima (fa capire, ma talvolta dice, Lucano) di oscure dinamiche politico-istituzionali. Forse anche di quella misteriosa “energia autodistruttiva”, che sembra perennemente gravare sul destino della Calabria, e di cui anche il “modello” Riace ha saggiato la micidiale forza disgregatrice.

Si viene assaliti dal dubbio che la meravigliosa epopea del sistema di accoglienza riacese possa cadere nell’oblio: questo preoccupa! Un timore affatto immotivato, sol che si consenta alla memoria di fare capolino nella sterminata distesa dell’identità calabrese, e nell’inquietante “cimitero” della (in)coscienza che vi è ospitato. Un luogo in cui hanno trovato posto (ignorati o sacrificati, a seconda dei casi) contributi ed esperienze importanti sui quali è calato il sipario. Proprio come è accaduto a Lucano. E al modello “Riace”. Concepito in rapporto alla dignità dell’uomo. Contro i diktat asfissianti della globalizzazione. Le logiche esclusive del profitto. I pregiudizi. L’assurda schematizzazione tra “buoni” e “cattivi”, operata sulla pelle di migliaia di immigrati, provenienti da territori poveri e senza prospettive.

Di quel “modello”, purtroppo, oggi rimane solo una fievole traccia. Dovremmo chiederci perché. Come sia stato possibile chiudere un’esperienza sociale e culturale di questa portata. Non tutti lo facciamo. Eppure sarebbe necessario. Senza questi interrogativi, d’altra parte, è difficile entrare con lo spirito giusto nell’intensa testimonianza di Mimmo Lucano. Riuscire a cogliere i valori fondanti della sua storia. La sua visione del mondo, in cui tutti hanno il diritto di vivere dignitosamente. E nel quale ognuno è chiamato a fare la propria parte per alleviare le sofferenze degli altri. Non è “aria fritta”. Chiacchiericcio abusato e inconsistente. Distante dalla realtà. Dai “veri” bisogni, dalle “priorità” del Paese. Dalle “leggi” del mercato. Dalle logiche del profitto. Dalle differenze e dalle sperequazioni, tra chi vive bene e chi soffre, contro cui niente e nessuno potrà mai qualcosa. Insomma, il meglio dell’armamentario populista e dell’inconsistenza parolaia di questi tempi bui. Niente di tutto questo. Lucano ha sconfessato sul campo questa costruzione “ideologica” e “strutturale”. A Riace è riuscito a stabilire priorità e valori diversi. A porre al centro dell’attenzione l’uomo. Le sue sofferenze. I suoi disagi. Le sue aspirazioni. Le sue speranze. Le mille identità che ne abitano e ne colorano la vita. Senza confini né barriere. Un enorme “apparato” antropologico, culturale, sociologico, che Lucano è riuscito a decifrare (e a cui ha dato forma) nel solco di una visione solidale della Storia. Di una relazionalità cosmopolita. Che privilegia l’abbraccio alla distanza. L’incontro alla diffidenza. La condivisione all’emarginazione. In una parola: il significato vero, concreto di un’umanità che ritrova sé stessa, fino in fondo, uscendo dal tunnel di egoismi sfrenati. Di aberranti logiche isolazioniste. In cui tutto è solo numero. Valore materiale.

Accoglienza. Amore. Solidarietà. Sono i pilastri di questo prezioso libro di Lucano. Le strutture portanti sulle quali poggia il suo racconto. A partire dall’infanzia, quando (inconsapevolmente) i dolorosi addii di parenti e amici, di interi nuclei familiari costretti ad emigrare con la morte nel cuore, diventano il “combustibile” della formazione culturale e politica del futuro sindaco di Riace. Della sua progressiva presa di coscienza dei drammi umani e sociali che affliggono il mondo. Riferimenti imprescindibili, che Lucano non perderà mai di vista. Insieme con i valori della libertà e della giustizia sociale. Parole discrete, ma efficaci, rivelano il contesto pedagogico in cui si è formato: “Non sono mai stato capace di guardare con gli occhi di chi esclude. Non sopporto i privilegi e le discriminazioni. Nella Riace della mia infanzia ho scoperto l’umanità come bellezza…mia madre mi invitava a essere curioso e mai diffidente verso l’altro, a essere generoso, perché tutti eravamo bisognosi”. E ancora, in un flusso di ricordi che arriva fino ai giorni nostri: “Ho scelto di condividere il senso della fragilità esistenziale, delle precarietà quotidiane, del popolo che si muove ai margini delle strade, dei cittadini più deboli, categoria sociale a cui sento con orgoglio di appartenere”. Tutto nel segno dell’operosità e della concretezza: “Intorno al tema dell’accoglienza c’è tanta retorica non supportata dagli ideali, ma solo fine a se stessa. A me interessa soltanto il sapore della libertà, la mia libertà e quella degli altri, di coloro che ne hanno sete”. Libertà, giustizia, solidarietà. Ma anche lotta alla ‘ndrangheta. Innanzitutto creando opportunità di lavoro, dice con chiarezza Lucano (e noi con lui), le sole in grado di affrancare i giovani dal rischio della deviazione, purtroppo sempre dietro l’angolo.

Insomma, il disegno di quella nuova società, multirazziale e cosmopolita, alla cui realizzazione Lucano ha dedicato la vita. Ogni energia. Un lavoro paziente. Tenace. Coraggioso. Sulla scia di testimonianze ed esempi eticamente vigorosi. Una straripante platea di eroi “senza tempo”: Rocco Gatto, il proprietario di un mulino ucciso il 12 marzo 1977 a Gioiosa Jonica, per non avere accettato di pagare il pizzo ad una cosca locale; Peppe Valarioti, segretario del partito comunista e consigliere comunale di Rosarno, sopraffatto da due colpi di lupara, l’11 giugno 1980; Giannino Losardo, assessore comunista al comune di Cetraro e segretario  capo della Procura della Repubblica di Paola, ammazzato il 21 giugno 1980; Gianluca Congiusta, un giovane imprenditore sidernese eliminato nel 2005 per essersi opposto alla prepotenza della ‘ndrangheta. E Dino Frusillo, giornalista e attivista pacifista foggiano, con una lunga militanza politica in Democrazia proletaria: “A lui”, scrive, “devo gli strumenti mentali per comprendere la causa curda. Diceva che non possiamo limitarci solo a essere oppure a non essere d’accordo, ma dobbiamo anche, in qualche misura, fare come loro. Dobbiamo agire. Il suo impegno, infatti, passava dall’azione, al punto da rischiare in prima persona. Nel 1998, per esempio, con una delegazione di pacifisti, giornalisti e simpatizzanti viaggiò fino a Dijarbakir, in Turchia, per festeggiare con la comunità curda e con il Partito dei lavoratori il loro capodanno, la festa del Nawruz. I festeggiamenti si trasformarono presto in una marcia di protesa contro i diritti negati, le ingiustizie, i massacri subiti. La polizia turca intervenne disperdendo il corteo a colpi di manganello su uomini, donne e bambini, e arrestando circa cento manifestanti, tra cui Dino e due studenti partiti insieme a lui, Giulia Chiarini e Marcello Musto. I due ragazzi furono scagionati dopo un paio di giorni, lui rimase in carcere per oltre quaranta giorni e infine venne espulso dalla Turchia il 16 giugno, dopo le timide pressioni del parlamento europeo e del governo italiano”. Altri incontri fondamentali per Lucano sono quelli che, attraverso attente letture, lo avvicinano via via a Michail Bakunin, Pierre-Joseph Proudhon, Jean-Paul Sartre, “i fautori del pensiero anarchico”; a padre Pino Puglisi, ai teologi della Liberazione Gustavo Gutiérrez, Leonardo Boff, Camilo Torres, Pedro Casaldàliga. E a quattro giganti della libertà e dei diritti umani: Gandhi, Che Guevara, Martin Luther King e Nelson Mandela.

Lucano rende omaggio anche a Giancarlo Maria Bregantini, vescovo di Locri dal 1994 al 2007, convinto sostenitore del suo “modello”; ad Alex Zanotelli, “il missionario comboniano dalla camicia variopinta, segnato da venti anni di lotte e sacrifici in Africa”, capace di mettere in discussione la propria fede “al punto da domandarsi se Dio fosse ‘malato’, dopo aver visto nei lunghi e faticosi anni in Kenya degrado, fame, miseria e bambini malati di Aids”. Un testimone di quella Chiesa degli ultimi, riflesso del messaggio evangelico: “ama il prossimo tuo come te stesso”, in cui Lucano si è sempre riconosciuto. E si inchina, infine, davanti a Papa Bergoglio, che il 12 dicembre 2016 scrive al “Caro fratello sindaco”, esprimendogli “ammirazione e gratitudine per il suo operato intelligente e coraggioso a favore dei nostri fratelli e sorelle rifugiati”.

“Un’altra Riace è possibile”, aveva promesso presentando la sua candidatura a sindaco nel 2004, premiata dai riacesi anche cinque anni più tardi. Proprio di quella seconda competizione elettorale Lucano ricorda l’intervento, nella piazza “Bronzi” di Riace Marina, del presidente della Regione Agazio Loiero: «Venne a sostenerci di sua spontanea iniziativa e iniziò il suo intervento quasi chiedendo scusa alla lista avversaria, e cercando di giustificare la sua presenza. Io sono il presidente di tutti i calabresi, per cui dovrei essere neutrale, al di sopra delle parti, ma in questo Comune è accaduto qualcosa di straordinario: accogliendo in ogni maniera possibile i profughi in fuga dagli orrori delle guerre, il mondo ha potuto conoscere il volto più autentico della Calabria, una terra destinata dalla storia ad accogliere chiunque abbia un sogno per la propria vita. Tutto ciò mi rende orgoglioso di essere il presidente di questa terra. Un patrimonio così non può essere disperso, il mio auspicio è che questa storia sopravviva, continui a prescindere dal risultato elettorale». La lista di Lucano vinse con 44 voti di scarto. Un segnale di insoddisfazione, da parte di una fetta consistente di elettori, accolto con consapevolezza: «Ho sempre pensato – scrive Lucano – che lo sviluppo della Marina dipendesse molto dal centro storico, dalla sua bellezza, dalla riqualificazione urbana, dall’idea di riportare l’intera Riace in una dimensione che la legasse all’identità storica delle comunità agropastorali. L’immagine delle botteghe artistiche, dei carretti con gli asini, le vie antiche curate e pulite, il valore sacro dell’accoglienza, l’assenza di pregiudizi, la volontà di riscattare l’antropologia dei luoghi sono valori e qualità che per le comunità locali dovrebbero suscitare orgoglio. Ecco perché chi non vive questa dimensione, chi non ha vissuto mai in una realtà dove tutto sembra essere comunitario, non può capire cosa significhi vivere gli spazi dell’abitare da uomini liberi. Nei nostri borghi la chiave alle porte quasi non serve, non c’è bisogno dei campanelli, basta bussare ed entrare. Non c’è neppure bisogno di sentirsi dire che la porta è aperta. Quando qualcuno si sentiva male, tutti i vicini accorrevano per prestare soccorso e dare una mano in qualche modo. C’è un risvolto anche nella tradizione culinaria: “il levatu”. Quando si preparava il pane si metteva da parte un po’ dell’impasto per conservarlo per i bisognosi. Si dice che il levatu non si nega nemmeno al peggiore nemico! Basta confrontarsi con i contadini, con le persone più umili, per averne conferma, ancora oggi: meno le realtà hanno subito la contaminazione della società moderna, quel senso irrefrenabile del consumo, della competitività, degli arrivismi, più vi si trovano una dimensione umana e una generosità disinteressata».

Uno straordinario esempio di integrazione multiculturale, messo nero su bianco anche da documenti rimasti (stranamente) a lungo indisponibili, come la relazione del Centro di accoglienza straordinaria ricevuta dal comune di Riace il 20 febbraio 2018. Lucano ne propone giustamente più di un passaggio: «Si comincia dalla scuola, un edificio che ospita un numero cospicuo di ospiti stranieri, grandi e piccoli, in classi composite, variegate e multilingue, in un miscuglio di razze, dialetti, diademi e treccine. In una stanza più grande giocano quattro bambini africani, piccoli, che guardano i visitatori con occhi sgranati. La stanza, spiega il Sindaco, che serve oggi da asilo nido, sarà presto sostituita da una struttura completamente nuova, ormai in fase di avanzata realizzazione, nella vicina frazione Marina. La giovane, anch’essa di origine africana, che accompagna amorevolmente i piccoli e li segue nei loro spostamenti, al tempo del suo arrivo in Italia, ci spiegano si prostituiva per sopravvivere.

«Nelle classi, ai cui muri sono attaccati i manifesti elementari che spiegano i rudimenti della lingua italiana, troviamo persone del Gambia, del Mali, della Siria (una coppia di sposi non più giovanissimi e che portano ancora sul volto i segni della paura), del Pakistan, dell’Africa subsahariana. Giovani e meno giovani, adolescenti con il loto smartphone e bambini minuscoli attaccati alle loro madri, impegnate nello studio. La pluriclasse, infine, è un tripudio di razze dietri i banchi della scuola. Due ragazzini di Riace scherzano e scambiano commenti ironici con i loro coetanei dell’Africa o del vicino Oriente, fino a radunarsi su invito della maestra per una foto di gruppo. Sono lì tutti insieme, in arrivo da tante parti del mondo, lontane tra loro…».

Alla Commissione prefettizia non sfugge anche l’effervescenza sociale che ha pervaso la nuova Riace: «Scendiamo e risaliamo lungo i vicoli del paese e troviamo case nelle quali riconosciamo anche alcuni degli alunni della scuola, visti prima. Chi ci accompagna spiega loro che siamo della Prefettura e tutti ci lasciano entrare per consentirci di guardare come vivono e cosa fanno. Pur nella povertà dei mezzi, si scorge sempre una dignità nel modo di vivere e nel modo di affrontare la vita. Sono persone che cercano un riscatto, che hanno voglia di dimenticare il passato e che mantengono l’entusiasmo di poter ricominciare. Riace è anche questo. E’ un paese che ha ricominciato a fare tante cose. Risalendo, nei pressi della scuola, un bellissimo parco giochi invade la nostra visuale. Non se ne vedono molti così, nei paesi spogli e disadorni della provincia reggina. Non c’erano bambini in quel momento ma non era difficile immaginarlo arricchito da decine di facce nere, gialle, bianche e rosse per il freddo, ma felici per le arrampicate, le cadute, le ginocchia sbucciate e la voglia, infine, di tornare a casa…».

Anche gli esercizi commerciali e le tradizioni artigianali hanno ripreso a pulsare: «…Sono le famose botteghe artigiane di Riace dove si lavora il legno, il vetro, la lana, i tessuti e molte altre cose. In ognuna di queste troviamo un ragazzo (o una ragazza) di Riace ed almeno un o una migrante, tutti nelle rispettive uniformi di lavoro, intenti nelle loro attività quotidiane, frutto di un apprendimento paziente di mestieri antichi, di una bellezza mai spenta. Dentro un bugigattolo lungo e stretto, ingombro di giocattoli di legno di ogni forma e dimensione, troviamo un uomo di mezz’età (ha 50 anni, dice), che viene dal Kurdistan e, racconta, è arrivato a Riace nel 1998. Ci spiegano che è uno dei primi stranieri ad essere arrivato a Riace e, da allora, non se ne è mai andato. Lavora il legno mentre parla, dipinge a mano una bambolina. Il tocco è preciso, solo un momento si ferma ed alza gli occhi, quando gli chiediamo del suo Paese. ‘Non va bene’, dice…’Non va bene’ e ricomincia a dipingere, quasi a voler mantenere il distacco dalle idee e dai ricordi di un tempo…».

La relazione prefettizia si sofferma anche su uno degli aspetti più caratteristici del “modello” creato da Lucano: “…Più in basso, per una estensione di svariate decine di metri, sono stati realizzati alcuni terrazzamenti ordinati, in cima ai quali si palesa una specie di aia, con degli asini al pascolo. Servono per la differenziata, ci spiegano, che viene fatta con il metodo della raccolta porta a porta (a dorso di mulo), nelle stradine strette di Riace, dove le automobili non passano. Su quelle terrazze, che degradano sotto gli zoccoli dei muli, sorgono ad intervalli differenziati delle piccole costruzioni vuote, con un ampio spazio di terra intorno. Il sindaco spiega che il progetto che stiamo osservando prevede la concessione in uso ai migranti di tutte quelle casettine, nelle quali custodire i propri animali domestici e provvedere quindi alla coltivazione, da parte di ciascuno, di un orto, i cui frutti potranno approvvigionare le dispense con i prodotti della terra (casomai i bonus non dovessero bastare). Riace è anche questo: l’inventiva legata alla tradizione, l’idea di recuperare spazi per lavorare la terra e sfamare i propri familiari con quello che la fatica delle mani riesce a realizzare. Certo, avremmo potuto chiedere al Sindaco maggiori dettagli sul rispetto delle regole urbanistiche nella realizzazione del progetto e se le casette fossero state realizzate da ditte iscritte nella white list o individuate con manifestazione d’interesse aperta almeno a 5 concorrenti, ovvero se le dimensioni dei terrazzamenti fossero rispondenti a quelle previste dalla legge agraria del 1982, ma eravamo lì per l’ispezione ai Cas e non potevamo venire meno all’incarico che ci era stato affidato…”.

L’opera di Lucano non è stata oggetto solo di legittimi interrogativi, come quelli appena ricordati. Anche la magistratura ha indagato sul sindaco di Riace, finito agli arresti domiciliari e successivamente riconosciuto estraneo ai fatti che gli erano stati contestati. Un esito importante, certo, ma che non potrà cancellare l’umiliazione delle prime pagine dedicate a Lucano dalle principali testate, dai siti web, dalle tv di tutto il mondo. E nemmeno l’amarezza per la fine del grande sogno di Riace. Un gran peccato. Tutto funzionava bene. L’orologio della solidarietà segnava un tempo preciso. Costante. Regalava sorrisi. Era stato capace di restituire la speranza di una vita diversa ad un esercito di donne, uomini, bambini provenienti da territori poveri, piagati dalla fame, dalle malattie. Dilaniati dalla guerra. Teatro di profonde sopraffazioni. «Chiunque bussi alla nostra porta, che sia un miserabile, un profugo o un viaggiatore, rappresenta l’unica salvezza per il mondo intero, la sola speranza contro la violenza della storia», rispondeva Lucano a chiunque gli chiedesse il segreto di quella positiva esperienza. Aggiungendo che Riace contribuiva a «riaffermare i valori della Costituzione nata dalla lotta dei partigiani, in nome di un’umanità solidale che deve essere ribadita per contrastare l’onda nera che sta attraversando il mondo. Un fenomeno globale, come è globale l’esistenza di un popolo in viaggio affamato d’umanità. È un processo che investe l’Africa e il Medio Oriente, come ben sappiamo, così come l’America con le carovane che attraversano il Centro America e si muovono verso gli Stati Uniti solo per trovarsi davanti a trafficanti di uomini, muri, fucili e propaganda».

Lucano, nonostante tutto, continua a credere che ogni comunità debba fondarsi sul rispetto della dignità umana. Merita la nostra ammirazione anche per questo. Ma ognuno di noi deve avere fiducia in questa idea e operare perché non cada nell’oblio. Significherebbe non solo tradire i valori fondamentali della nostra democrazia, ma indebolire il senso stesso della nostra esistenza. (fk)

IL FUORILEGGE – La lunga battaglia di un uomo solo
di Mimmo Lucano
Feltrinelli (2020) ISBN 9788807173813

Laureato in onestà di Graziarosa Villani e Francesco Leonardis

Esiste un titolo magistrale per attestare la legalità? Se ci fosse andrebbe di certo attribuito a un calabrese che ha fatto dell’onestà e della legalità la sua ragione di vita, a maggior ragione considerando un’esistenza trascorsa nell’Arma, a combattere il malaffare. Il comandante Francesco Leonardis ha, però, vissuto sulla sua pelle un processo di delegittimazione e di discredito conseguenza di inchieste scomode e di verità che non dovevano essere scoperte. Nel suoi libro, scritto a quattro mani  con la giornalista Graziarosa Villani, e il luogotenente Leonardis, racconta quest’incredibile vicenda. “Laureato in onestà” racconta, quindi, la storia vera di un carabiniere di razza in prima linea contro mafia, corruzione e Magistratura deviata.

Nella sua missione Francesco Leonardis, sempre fedele al giuramento fatto e al Tricolore, non ha guardato in faccia nessuno. Ha contrastato politici corrotti, ha smascherato truffe allo Stato e all’Unione Europea, ha, soprattutto, combattuto le organizzazioni mafiose avviando, con i suoi colleghi, la storica Operazione Mare Nostrum che ha smantellato l’organizzazione mafiosa nel territorio siciliano dei Nebrodi. Non avrebbe mai pensato però di dover affrontare anche una Magistratura corrotta. Ma lo ha fatto a testa alta, ribadendo, ancora una volta i valori ai quali si è sempre ispirato di onestà e legalità. È stata una battaglia dura, un percorso fatto di mortificazioni e soprusi, ma alla fine la verità ha trionfato, rimettendo a posto i pezzi di un puzzle del malaffare che erano stati  confusamente mescolati per invertire i ruoli. Chi indagava sui mafiosi dei Nebrodi era diventato un sospettabile colluso e la sua onestà trasformata in qualcosa di inutile. La giustizia ha chiarito ruoli e posizioni, restituendo l’onore e la “laurea” di onestà conquistata con sprezzo del pericolo e l’impegno costante di seguire la via della legalità, secondo insegnamenti di vita passati da generazione in generazione.

Che cosa distingue questa vicenda da una sceneggiatura di un film o dalla narrazione di un romanzo? La verità “scomoda” di un uomo che corre da un paese all’altro della Sicilia per incalzare chi delinque e incrinare la dimensione del malaffare e, nello stesso tempo, per sfuggire alla nuvola minacciosa del potere che, se non ti uccide come la mafia, può colpire mortalmente al cuore. Un libro che si legge di getto e che che spiega quanto vale la dignità e la fierezza di un uomo che ha sempre creduto nella giustizia, anche quando le menzogne rischiavano di allontanarla. Leonardis, nato in Calabria, è un degno figlio di questa terra e il suo modello di vita rappresenta un’indicazione fondamentale per i nostri giovani alla ricerca di esempi positivi. (dl)

 

LAUREATO IN ONESTÀ
di Graziarosa Villani e Francesco Leonardis
Media&Books, ISBN 9788889991220

Ho visto. La grande truffa nella sanità calabrese
di Santo Gioffrè

di FILIPPO VELTRI – Un libro di nemmeno 70 pagine ma dentro c’e’ tutto, cioè l’inferno visto da vicino, un viaggio al termine davvero della notte piu’ buia. Santo Gioffre’ ci ha consegnato sul finire dell’anno appena chiuso, nel suo ‘Ho Visto – La grande truffa nella sanità calabrese (Castelvecchi), un manuale per le attuali e future generazioni, che andrebbe distribuito non solo nelle librerie e nelle edicole dove adesso lo trovate ma gratuitamente  nelle  scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, nelle chiese, alla Regione, ai Comuni, alle Prefetture. Dovunque.

Mi auguro che il neocommissario Guido Longo lo abbia già letto. Perché serve per capire il motivo per cui la sanità calabrese è in questa situazione e perché è difficile e complicato ora metterci mano.

Gioffrè ci fa toccare da vicino – da uno che ha visto cose e uomini e poi inopinatamente è stato revocato dall’Anac dopo nemmeno sei mesi per un articolo della Legge Severino – come sia una sciocchezza quello che si sente e si dice e si scrive e si blatera in questi lunghi mesi di polemiche varie sulla sanità calabrese: lì è un inferno in cui stanno assieme quelli che dovrebbero controllare e sono per questo lautamente pagati e invece non lo fanno, titolari di aziende e strutture private, banche, commercialisti, faccendieri, imbroglioni vari. Tutti assieme appassionatamente per creare una voragine inimmaginabile.

Gioffrè – medico, scrittore, militante politico senza maschere – narra da par suo, come solo un grande scrittore di romanzi storici sa fare, la sua esperienza di commissario all’ASP di Reggio Calabria, una incredibile storia di ruberie consumata sotto gli occhi di tutti da anni, con fatture pagate due volte, tre volte, perché non c’era alcuna contabilità. Anzi una c’era: era quella orale per cui non si veniva mai a capo di niente e non se ne viene anche oggi a capirci qualcosa.

E poi ancora: pignoramenti eseguiti in più fori sulla base dello stesso titolo, la sistematica assenza del Governo nei procedimenti esecutivi di estensione. Con nomi e cognomi, date e luoghi.

In questo libro si spiega tutto e tutto diventa più semplice per capire lo stato dell’arte nel quale viviamo: cioè la condanna della Calabria all’eterno piano di rientro, l’emigrazione sanitaria, i tagli dei posti letto, la distruzione della sanità pubblica a tutto vantaggio di quella privata, come si è visto e si vede oggi con la tragedia del Covid. (fv)

Ho visto. La grande truffa della sanità calabrese
di Santo Gioffrè
Castelvecchi Editore, ISBN -13 : 9788832903201