Calabria: il diritto all’abitare è una vera emergenza sociale

di MARIAELENA SENESE – In Calabria il tema della casa non può essere affrontato come una politica settoriale o residuale, ma deve essere inserito all’interno di una strategia più ampia che tenga insieme lavoro, sviluppo territoriale e coesione sociale. L’abitare non è la causa dell’emigrazione giovanile, ma è uno dei fattori decisivi che potrebbero condizionare la possibilità di restare o di tornare.

Negli ultimi anni migliaia di giovani calabresi hanno lasciato la regione principalmente per la carenza di opportunità occupazionali stabili e qualificate. Tuttavia, una volta maturate esperienze lavorative e professionali fuori dalla Calabria, il rientro diventerebbe possibile se esistessero anche condizioni materiali adeguate a sostenere un nuovo progetto di vita. Tra queste, la disponibilità di una soluzione abitativa stabile e sostenibile, rappresenterebbe un elemento imprescindibile.

L’assenza di politiche abitative strutturate incide in modo diretto sull’efficacia delle politiche per il lavoro e per l’attrazione dei talenti. Anche in presenza di opportunità occupazionali, senza un’offerta abitativa adeguata, il rientro dei giovani resta fragile, temporaneo o viene del tutto rinviato. La casa diventa così il punto di snodo tra lavoro e radicamento territoriale.

È in questa prospettiva che l’housing sociale assume un ruolo strategico: non come risposta emergenziale, ma come infrastruttura sociale capace di accompagnare i percorsi di inserimento lavorativo, di favorire il rientro di competenze e di rendere sostenibili nel tempo le politiche di sviluppo. Un alloggio accessibile e di medio-lungo periodo consente di trasformare un’opportunità di lavoro in una scelta di permanenza.

È a partire da questa consapevolezza che, già da mesi, la Uil Calabria ha elaborato una proposta di housing sociale per i giovani, pensata come strumento integrato di politica territoriale, in grado di rafforzare le politiche attive del lavoro, sostenere il rientro dei giovani calabresi e contribuire alla ricostruzione di comunità oggi indebolite dallo spopolamento.

Basta leggere i numeri dell’ultimo rapporto del Cnel  che tracciano un quadro impietoso: l’impatto non è solo demografico, ma profondamente economico. Il Cnel ha quantificato il valore del capitale umano perduto: nel periodo 2011–2024 il Mezzogiorno ha di fatto sussidiato il Settentrione con 148 miliardi di euro; in questo quadro generale, la Calabria ha contribuito con uscite quantificabili pari al 70% del proprio Pil. È da questa consapevolezza che come Uil Calabria rilanciamo la proposta di housing sociale, ispirata a modelli già sperimentati in altri contesti europei. La proposta prevede la possibilità, per giovani selezionati secondo criteri di fragilità economica o rientranti nei target strategici della policy territoriale, tra cui giovani rientranti o attratti da fuori regione, di accedere ad alloggi riqualificati di proprietà pubblica a canone calmierato per una durata pluriennale. È inoltre prevista la facoltà di riscattare l’alloggio al termine di un periodo prefissato (ad esempio 8–10 anni), imputando a titolo di anticipo quanto versato sotto forma di canone di locazione. Questa iniziativa, fondata sulla messa a sistema delle risorse FESR–FSE+ già dedicate all’abitare sociale e sulle nuove disponibilità attivabili attraverso una revisione regolamentare, può essere ulteriormente rafforzata dall’integrazione di strumenti finanziari di garanzia o rotazione, dal coinvolgimento diretto della Banca Europea degli Investimenti (BEI) e dal ricorso a meccanismi innovativi di partenariato pubblico-privato. È fondamentale che il tema della casa entri con forza nell’agenda politica regionale come questione sociale prioritaria e che si apra un confronto strutturato con le parti sociali per costruire politiche abitative capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone e di rappresentare uno strumento lungimirante di sviluppo.

Ripartire dall’abitare significa dare ai giovani una ragione concreta per tornare e restare in Calabria. Ogni giovane che rientra è una storia che ricomincia. Ogni casa che si riapre è una luce accesa in un territorio che rischia di spegnersi. L’abitare può diventare una leva potente di sviluppo sociale, economico e umano, capace di ricucire fratture e ricostruire fiducia. La Calabria ha bisogno di scelte che incidano nella vita reale delle persone. Continuare a perdere giovani significa accettare un futuro più povero, più fragile, più vuoto. Ogni partenza non contrastata è una sconfitta; ogni rientro reso possibile è una responsabilità finalmente assunta. La casa, in questo senso, non è solo un tetto: è il punto da cui ricomincia l’appartenenza, la fiducia, il coraggio di restare. Offrire una casa significa restituire tempo, dignità e futuro a una generazione che ha già pagato troppo. La vera domanda, allora, non è se possiamo permetterci una politica abitativa ambiziosa, anche più di quella nazionale, ma se possiamo permetterci di non farla. Perché una terra che non sa trattenere i suoi giovani è una terra che rinuncia a se stessa. E ogni casa che rimane chiusa è una promessa tradita; ogni casa che si apre può diventare, invece, l’inizio di una nuova storia di collettività.

(Segretaria generale

Uil Calabria)

Non è maltempo: è crisi climatica. Legambiente: la Calabria vinca la sfida contro l’emergenza

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Non è maltempo, è crisi climatica!» tuona Legambiente, denunciando come gli effetti della crisi climatica stanno diventando sempre più accentuati e frequenti, destando forte preoccupazione per la rapidità della loro evoluzione. Dal 2010 al 2025, infatti, Legambiente – attraverso l’Osservatorio Città Clima, ha censito in Calabria 115 eventi meteo estremi, di cui 97 verificatisi nel decennio 2015–2025, con un evidente incremento esponenziale di questo tipo di fenomeni.

Ma non solo: La Calabria rientra tra le regioni, cosiddette “hotspot” dei cambiamenti climatici, che stanno già risentendo – e risentiranno ancora di più in futuro – delle conseguenze del clima che cambia, anche perché il bacino del Mediterraneo sta subendo un riscaldamento più rapido rispetto ad altre aree. Una situazione che comporta, tra gli altri effetti, l’alternanza di periodi di siccità e alluvioni intense e la formazione dei cosiddetti Medicane, gli uragani mediterranei.

E, proprio in queste ore, nella nostra regione – ma anche in Sicilia e Sardegna – sono previsti nubrifagi con piogge molto intense, con valori cumulati oltre i 200 mm, vento molto forte e soprattutto mareggiate di eccezionale intensità sulle coste esposte ai venti di sud-ovest. Una situazione ulteriormente estremizzata da temperature del mare incredibilmente alte, ormai senza soluzione di continuità dal 2022 (sopra il 90° percentile della distribuzione climatologica recente). Il Mar Mediterraneo si trova ancora in condizione di ondata di calore marina (Marine Heatwave – MHW)», ha riferito il meteorologo Federico Grazzini, già consulente per Legambiente Calabria.

«Il futuro sta arrivando e la crisi climatica rischia di dimostrare sempre più la sua intensità e la sua capacità di impatto distruttivo sui territori: è arrivato, inevitabilmente, il momento della serietà», ha commentato  Anna Parretta, presidente regionale di Legambiente.

«In Calabria ai timori e alle preoccupazioni si sta rispondendo con le consuete logiche emergenziali: stiamo assistendo a febbrili lavori sugli arenili di molti Comuni, di cosiddetta ‘messa in sicurezza’, la cui effettiva utilità sarà visibile solo a cose fatte», ha proseguito Parretta, ribadendo come «nella nostra regione, rispetto alla gravità della crisi climatica, servono azioni puntuali e sistematiche per adattare i territori calabresi, mitigare gli effetti della crisi, prevenire le problematiche e rispondere in modo efficace. Serve la consapevolezza che tutti dobbiamo cambiare: rispettare l’ambiente, ridurre i rifiuti e realizzare l’economia circolare, emanciparsi dalle inquinanti fonti fossili e puntare con determinazione sulle energie rinnovabili, incentivare la mobilità sostenibile, frenare il consumo di suolo, lottare contro l’abusivismo edilizio ( su oltre 11 mila ordinanze di demolizione in Calabria, oltre 3.800 di queste sono totalmente prive di titolo edilizio), fermare l’avanzata del cemento a partire dalle coste, tutelare il mare e la biodiversità, incrementare l’agroecologia».

I dati Arpacal mostrano che in Calabria è elevato il rischio di desertificazione, soprattutto sul versante ionico della regione, e che le riserve idriche ne hanno già risentito in maniera grave. Oltre alla crisi idrica, la Calabria è vulnerabile all’erosione costiera, con il 60% delle coste sabbiose a rischio, minacciando gli ecosistemi marini e le comunità costiere. Nel complesso, il territorio regionale risulta impreparato agli impatti crescenti sul clima e sugli ecosistemi, sui luoghi e sulle popolazioni che vi risiedono. Occorre agire con maggiore decisione nella prevenzione e non solo attraverso procedure di emergenza a valle di ogni singolo evento, se si vogliono evitare ulteriori danni e proteggere cittadini ed economia regionale.

Per affrontare gli effetti crescenti del cambiamento climatico in Calabria servono interventi urgenti e integrati in vari ambiti.

Come fare? Legambiente suggerisce quelle che sono le priorità su cui focalizzarsi: Città e contesti urbani. Le aree urbane risentono di temperature più elevate, peggioramento della qualità dell’aria, allagamenti e consumo di suolo, e richiedono con urgenza soluzioni per aumentare resilienza e qualità urbana. È fondamentale incrementare la presenza di infrastrutture e aree verdi (anche rendendo permeabili superfici già cementificate), parchi, alberature e tetti verdi per mitigare l’effetto “isola di calore” e migliorare la qualità dell’aria. Occorre inoltre potenziare le infrastrutture idrauliche e fognarie per gestire meglio le piogge intense, ridurre il rischio di allagamenti e favorire il recupero delle acque meteoriche. Per contrastare la crisi idrica è urgente sviluppare strategie di gestione integrata delle risorse idriche, migliorando l’efficienza nei settori agricolo, civile e industriale, favorendo il riuso e la creazione di aree forestali di infiltrazione.

Litorali e aree costiere. Le coste subiscono una pressione multipla: innalzamento del livello del mare, subsidenza ed erosione accelerata, con pesanti conseguenze sulla biodiversità, sull’agricoltura e sulla sicurezza territoriale. Le inondazioni costiere evidenziano la necessità di soluzioni rafforzate e di adattamenti innovativi, come il ripristino delle barriere naturali (dune e sistemi dunali) e l’adozione di nature-based solutions, insieme all’ampliamento della tutela delle zone umide.

Montagne. Le aree montane della Calabria sono colpite da un progressivo spopolamento che impoverisce il tessuto sociale e riduce la capacità di presidio e cura del territorio. Il venir meno di agricoltori, artigiani e giovani famiglie comporta maggiori costi per la manutenzione dei boschi, delle strade e delle infrastrutture rurali, oltre a una crescente esposizione al rischio idrogeologico. È necessario investire nella sicurezza dei versanti, nella prevenzione del dissesto idrogeologico, nella gestione attiva dei boschi e nel recupero del territorio, garantendo al contempo un sostegno concreto alle comunità di montagna. Servono politiche sociali per il ritorno e la permanenza in montagna.

Corsi d’acqua. I corsi d’acqua calabresi subiscono una doppia pressione climatica. I periodi di siccità prolungata, conseguenza della crisi climatica, comportano carenze idriche per agricoltura, industria e uso civile, con impatti su ecosistemi già fragili. È necessario un approccio integrato che comprenda gestione e manutenzione, contrasto all’inquinamento, adeguamento delle infrastrutture e conservazione ambientale, supportato da processi partecipativi concreti. In ambito agricolo occorre favorire pratiche resilienti e rigenerative, come l’agricoltura di precisione, la diversificazione colturale e l’efficienza idrica, riducendo la pressione sulle risorse naturali e contribuendo alla salute degli ecosistemi fluviali.

Gestione dei bacini idrici. La crisi climatica impone una gestione diversa e più oculata dei bacini idrici calabresi. A tal fine, in considerazione dell’imminente scadenza delle concessioni, sarebbe opportuna una gestione controllata dalla pubblica amministrazione, in grado di evitare l’eccessiva discrezionalità delle aziende private che determina continue modifiche del paesaggio e concreti danni agli ecosistemi, oltre che all’agricoltura.

«La sfida climatica – ha concluso Legambiente Calabria – richiede una capacità di visione a lungo termine e una governance multilivello, così come una transizione partecipata dei cittadini e dei territori, con i quali deve essere promosso un dialogo costruttivo. È essenziale che la Regione Calabria attivi un percorso di approfondimento della Strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici, indicando anche le risorse necessarie al raggiungimento degli obiettivi».

Scuola: al via le nuove iscrizioni. Cosa scegliere per il futuro dei nostri figli

di GUIDO LEONE – Dal 13 gennaio si può fare l’iscrizione online (Iscrizioni on line – Unica) per bambini e studenti che dovranno iscriversi al primo anno della scuola primaria e della secondaria di primo e secondo grado. Per optare la scelta nel 2026 ci sarà tempo fino alle ore 20 di sabato 14 febbraio. Più di un mese di tempo a disposizione di mamme e papà per districarsi nel complesso scenario delle offerte formative pubblicizzate dai singoli istituti. All’interno della piattaforma Unica sono disponibili informazioni dettagliate sugli istituti („Cerca la tua scuola“) e specifiche sezioni dedicate all’orientamento, pensate per accompagnare le famiglie e gli studenti della scuola secondaria di primo grado nella scelta del percorso formativo e professionale successivo.. E, a partire da quest’anno, “What’s Next: l’orientamento nel Metaverso”, un innovativo servizio digitale.

Le domande per la scuola dell’infanzia dovranno essere presentate in formato cartaceo presso le segreterie scolastiche.

Le principali novità

Per la scuola secondaria di secondo grado, tra le novità di quest’anno troviamo la possibilità di scelta da parte delle famiglie, direttamente in piattaforma, del liceo del Made in Italy,indirizzo fortemente promosso dal Ministero, e dei percorsi quadriennali tecnologico-professionali del sistema 4+2: quattro anni di formazione tecnico o professionale e due anni di istruzione post diploma presso gli Its Academy. Poi maggiore integrazione tra iscrizioni, orientamento e E-Portfolio dello studente, soprattutto per chi proviene dalla secondaria di primo grado.

Iscrizioni Scuola dell’Infanzia

La scuola dell’infanzia accoglie bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni compiuti entro il 31 dicembre dell’anno scolastico di riferimento (per l’anno scolastico 2026/2027 entro il 31 dicembre 2026). Possono, altresì, a richiesta dei genitori e degli esercenti la responsabilità genitoriale, essere iscritti bambini che compiono il terzo anno di età entro il 30 aprile 2027.

Gli orari di funzionamento della scuola dell’infanzia sono pari a 40 ore settimanali; su richiesta delle famiglie l’orario può essere ridotto a 25 ore settimanali nella fascia del mattino o elevato fino a 50 ore, nel rispetto dell’orario annuale massimo delle attività educative.

Si rammenta che è possibile presentare una sola domanda di iscrizione.

Iscrizioni Scuola Primaria 

I genitori e gli esercenti la responsabilità genitoriale: − iscrivono alla prima classe della scuola primaria i bambini che compiono sei anni di età entro il 31 dicembre 2026;  possono iscrivere i bambini che compiono sei anni di età dopo il 31 dicembre 2026 ed entro il 30 aprile 2027.

All’atto dell’iscrizione, i genitori e gli esercenti la responsabilità genitoriale esprimono le proprie opzioni rispetto alle possibili articolazioni dell’orario settimanale che, in base all’articolo 4 del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 89, è così strutturato: 24 ore, 27 ore, fino a 30 ore, 40 ore (tempo pieno).

Iscrizioni Secondaria di I grado 

Nella scuola secondaria di primo grado, al momento dell’iscrizione, le famiglie esprimeranno la propria opzione rispetto all’orario settimanale, che può essere articolato su 30 ore oppure su 36 ore, elevabili fino a 40 ore (tempo prolungato) in presenza di servizi e strutture idonee a consentire lo svolgimento obbligatorio di attività didattiche in fasce orarie pomeridiane.

Iscrizioni Scuola Secondaria di secondo grado

Nella scuola secondaria di secondo grado, le famiglie effettueranno anche la scelta dell’indirizzo di studio, indicando l’eventuale opzione rispetto ai diversi indirizzi attivati dalla scuola. In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare fino ad un massimo di altri due istituti.

Le opzioni per la Scuola superiore 

Non c’è dubbio che l’ansia però colpisce di più i genitori dei ragazzi che dovranno iscriversi alla scuola superiore.

Dopo la riforma Gelmini, come si sa, gli indirizzi delle superiori si sono notevolmente snelliti.

Sette indirizzi per chi sceglie il Liceo: Classico, Scientifico (con l’opzione scienze applicate e  anche la sezione ad indirizzo sportivo),Liceo del Made in Italy, Linguistico, delle Scienze Umane (con l’opzione Economico sociale), Artistico (con sei opzioni) e Coreutico  e musicale.

Gli studenti che scelgono la formazione tecnica possono optare tra due indirizzi di studio: Istituto tecnico economico (suddiviso a sua volta in due indirizzi) e Istituto tecnico tecnologico, suddiviso in nove indirizzi.

Per la scuola professionale si può optare tra 11 indirizzi.

Per quanto riguarda i licei musicali e coreutici l’iscrizione avviene solo con il superamento di una prova attitudinale. Quindi si consiglia ai genitori di capire cosa vuole fare il figlio e avere ben chiara la distinzione fra istituto tecnico, professionale e liceo.

Quali sono i numeri di questa operazione a Reggio Calabria e in Provincia

In uscita dalla scuole dell’infanzia statali nella provincia di Reggio Calabria sono circa 2.100 bambini per accedere alla scuola primaria (cui vanno ad aggiungersi i provenienti dalle private e dalle paritarie); dalla quinta elementare giungeranno alle prime classi della media inferiore circa 4.382 allievi. Quasi 5.200, invece, gli alunni che, superati gli esami di licenza, dovranno iscriversi alle prime classi delle superiori. Da questi dati si evince quanto sia vasta l’utenza delle famiglie interessate a questa fase di operazioni nella nostra provincia.

Quali sono state le preferenze per l’anno scolastico in corso

Per l’anno scolastico corrente le  maggiori preferenze degli  studenti calabresi frequentanti le scuole superiori si sono indirizzate verso i Licei con una  percentuale del 58,35%, a seguire i Tecnici sono stati preferiti dal 30,37,% degli studenti quindi i Professionali con il 11,29%. È presumibile che queste tendenze saranno confermate anche per il prossimo anno scolastico.

Ma come si sceglie la scuola?

L’appuntamento si annuncia cruciale soprattutto per i ragazzi che nel 2026/2027 andranno in prima superiore.

Particolarmente importante è la fase conclusiva della scuola media: è proprio nel primo anno delle superiori che si registra il maggior numero di insuccessi. Una quota rilevante delle bocciature avviene nel passaggio tra il primo e il secondo anno delle superiori (8,5%[5] nell’a.s. 2023/24), mentre queste calano notevolmente negli anni successivi, raggiungendo il 3,6% al quarto anno delle superiori. E circa il 3% degli studenti cambia indirizzo di studio tra il primo e il secondo anno delle scuole superiori

Quale sistema formativo dunque scegliere? Quello liceale, tecnico o professionale? E poi quale  indirizzo scegliere? È, insomma, un momento delicato per gli studenti e le famiglie che spesso viene vissuto con grande incertezza.

Ad influire su una decisione così importante possono intervenire diversi fattori. Le proprie predisposizioni e attitudini, ad esempio, gli interessi; ma anche la presenza  di istituti con un determinato indirizzo disciplinare nel proprio territorio di residenza e la possibilità di spostarsi più o meno autonomamente.

A questi si aggiungono le aspettative dei genitori, le scelte degli amici. E tutto si complica, se si pensa che una decisione così delicata deve essere presa  dai ragazzi proprio nell’età in cui è molto difficile avere le idee chiare sul proprio futuro.

È richiesta, perciò, ai genitori la capacità di lettura della varietà dell’offerta formativa e delle prospettive occupazionali. Ma a loro è richiesto anche uno “sguardo” profondo e oggettivo sulle attitudini e capacità dei figli e sui punti di forza che li caratterizzano in termini di apprendimento e interessi. (gl)

(Già Dirigente tecnico USR)

 

LA POPOLAZIONE SCOLASTICA IN CALABRIA

Al 1° ottobre 2025 in Calabria si contavano 254.725 alunni, 143 docenti, 281 dirigenti scolastici e e 1.400 amministrativi (tecnici, bidelli, segreteria, etc).

A gennaio 2023 le scuole statali in Calabria risultavano 2.928

Questa la situazione per provincia aggiornata al 2023:

CATANZARO:          65.826 (61.742 ITALIANI – 4.0084 STRANIERI)

COSENZA:        128.045  (120.169 ITALIANI, 7.876 STRANIERI)

CROTONE:              35.518  (33.648 ITALIANI, 1.870 STRANIERI)

REGGIO:       106.976  (100.139 ITALIANI, 6.837 STRANIERI)

VIBO V.           30.193  (28.659 ITALIANI, 1.534 STRANIERI)

Con il welfare generativo il turismo diventa sviluppo comunitario

di FRANCESCO RAO – C’è un dato che, più di altri, merita attenzione: la crescita dei flussi turistici in Calabria non è più un evento episodico, ma un segnale strutturale. L’aumento delle presenze e l’espansione della componente estera indicano che la regione sta entrando in una fase nuova, nella quale l’accessibilità e la reputazione territoriale iniziano a generare opportunità reali. La questione decisiva, però, è un’altra: questa crescita produrrà sviluppo diffuso o alimenterà, come spesso accade, un’economia a bassa ricaduta locale? In Calabria il turismo non può essere letto solo come “settore”, ma come possibile leva di politica territoriale: un vettore capace di incidere sulle aree interne, sulla tenuta demografica, sulla qualità del lavoro, sulla rigenerazione delle comunità.

È precisamente in questa intersezione che il paradigma del welfare generativo diventa rilevante: non come capitolo “sociale” separato dall’economia, ma come architettura integrata di formazione, co-progettazione e governance, finalizzata a trasformare domanda turistica in valore territoriale durevole. Il welfare generativo nasce dal superamento del modello compensativo, che interviene ex post, riparando le fratture sociali senza modificare le condizioni che le producono. La prospettiva generativa, invece, agisce sull’attivazione delle risorse presenti nei territori, promuove capacità, consolida legami comunitari, costruisce competenze. In altre parole: non redistribuisce soltanto, ma abilita. Applicata al turismo, questa impostazione comporta un cambio di paradigma: la crescita delle presenze diventa rilevante nella misura in cui produce “catene di valore” locali, lavoro dignitoso, capitale umano, qualità dei servizi, coesione sociale. Il turismo, così, non è un fatto meramente economico; è un processo sociale che può rafforzare o indebolire i territori.

La Calabria presenta un tratto distintivo: una diffusione capillare di B&B e case vacanze, spesso radicati nei piccoli comuni e nelle aree interne. È un elemento che, se governato, può diventare una straordinaria infrastruttura di sviluppo: perché porta flussi dove l’economia tradizionale arretra; perché crea domanda di servizi e micro-occupazione; perché incentiva filiere locali (artigianato, agroalimentare, guide, esperienze culturali); perché può stabilizzare presìdi sociali nei territori fragili. Il rischio, tuttavia, è che questa rete resti frammentata: un mosaico di iniziative non comunicanti, esposte alla competizione al ribasso e alla vulnerabilità organizzativa. La risposta non è burocratizzare, ma mettere a sistema. E qui il welfare generativo indica una strada: costruire un modello di ospitalità diffusa capace di unire standard qualitativi, servizi di prossimità, competenze condivise e narrazione territoriale.

Ogni sistema di ospitalità diffusa ha un prerequisito: la qualità dell’accoglienza. E la qualità, in un territorio complesso, non si improvvisa. La formazione, allora, non può essere intesa come adempimento o come offerta sporadica; deve diventare dispositivo di co-progettazione. Formare significa costruire linguaggio comune, procedure condivise, capacità di cooperazione tra soggetti diversi: operatori turistici, cittadini, associazioni, enti locali. Un percorso formativo realmente abilitante dovrebbe integrare almeno cinque dimensioni: accoglienza e relazione (customer care, gestione criticità); competenze digitali (prenotazioni, reputazione, dati); lingue e mediazione culturale; sicurezza e sostenibilità; narrazione del territorio e turismo esperienziale. In questo quadro, la formazione diventa governance: produce competenza diffusa, riduce l’improvvisazione, stabilizza standard, genera fiducia tra attori.

Il modello che emerge è pragmatico e, al tempo stesso, culturalmente denso. Non si tratta di creare un “marchio” generico, ma di costruire un patto territoriale dell’accoglienza: standard minimi condivisi, un codice valoriale esplicito e strumenti operativi semplici. Una rete di ospitalità diffusa richiede, per esempio, una centrale servizi di prossimità (anche leggera) che supporti gli operatori: welcome kit, info-point diffusi, cataloghi di esperienze, raccordo con trasporti locali, assistenza digitale, gestione integrata delle attività. Il valore aggiunto, però, non è solo organizzativo. In Calabria l’ospitalità è un tratto culturale: un capitale simbolico e relazionale.

La sfida è trasformarlo in “bene comune organizzato”, capace di produrre reputazione, permanenza più lunga, ritorno dei visitatori, e soprattutto spesa territoriale che alimenti filiere locali. Il welfare generativo, per definizione, connette sviluppo e inclusione. In un ecosistema turistico ciò può tradursi in percorsi di inserimento lavorativo per persone con bassa scolarizzazione o in fragilità occupazionale, attraverso formazione e tutoraggio, dentro i servizi turistici e para-turistici: accoglienza, manutenzione, supporto logistico, mobilità di prossimità, accompagnamento esperienziale. Non è assistenzialismo; è politica attiva costruita su domanda reale, in un settore che, se qualificato, può assorbire lavoro e produrre professionalità. La condizione, però, è evitare che il turismo diventi generatore di lavoro povero e irregolare. Per questo la qualità dell’offerta deve andare insieme alla qualità del lavoro: standard, formazione, contrattualizzazione, percorsi di crescita. Senza tale equilibrio, la crescita dei flussi non produce sviluppo: produce precarietà. Nessun modello di ospitalità diffusa può reggere senza governance territoriale.

La proposta, coerente con l’impianto generativo, è individuare la cabina di regia tra Comuni e Uffici di Piano, in collaborazione strutturata con il Terzo Settore. Non per sovrapporre funzioni, ma per integrare risorse e competenze: i Comuni come indirizzo e raccordo con pianificazione e servizi; gli Uffici di Piano come luogo di integrazione tra programmazione sociale, reti locali e strumenti di attuazione; il Terzo Settore come infrastruttura di prossimità, capace di tutoraggio, accompagnamento, animazione comunitaria e co-progettazione. Questa architettura è decisiva perché impedisce due derive: la prima è l’estemporaneità (progetti spot senza continuità); la seconda è la privatizzazione totale del vantaggio (crescita concentrata, rendite, esclusioni). Il turismo, se governato, può invece diventare una politica territoriale di riequilibrio e la generatività deve essere misurabile, altrimenti resta retorica. Alcuni indicatori, semplici ma robusti, possono guidare la valutazione: qualità dell’accoglienza (reputazione media di rete, standard rispettati, reclami risolti); impatto economico locale (spesa per esperienze e prodotti territoriali, numero di fornitori locali); lavoro (persone formate, inserimenti, stabilizzazioni stagionali, riduzione dell’informalità); coesione (numero di soggetti in rete, densità delle partnership, adesione a patti territoriali); territorializzazione (destagionalizzazione, permanenza media, distribuzione dei flussi nei borghi). Misurare non significa ridurre la complessità a numeri: significa rendere governabile la complessità con strumenti verificabili.

La Calabria ha oggi un’opportunità concreta: trasformare la crescita turistica in sviluppo comunitario. Per farlo serve una scelta politica e culturale: smettere di considerare il turismo come “evento” e iniziare a trattarlo come “sistema”; smettere di inseguire soltanto l’aumento delle presenze e iniziare a costruire catene di valore territoriali; smettere di pensare al welfare come costo e riconoscerlo come infrastruttura immateriale dello sviluppo.

Il welfare generativo, applicato al turismo, non è una teoria astratta: è un metodo di governo del territorio. Formazione come co-progettazione, ospitalità diffusa come rete organizzata, cabina di regia tra Comuni e Uffici di Piano in alleanza con il Terzo Settore, inclusione lavorativa come criterio di qualità: questa è la traiettoria possibile. In Calabria, l’ospitalità non è soltanto un tratto identitario. Può diventare un progetto di sviluppo. E quando un’identità si traduce in capacità organizzativa, allora la crescita non è più congiuntura: diventa struttura. (fr)

(Sociologo e docente a contratto – Università “Tor Vergata” – Roma)

ZES unica, porti e interporti: il nuovo paradigma del Mezzogiorno

di  ERCOLE INCALZA – Non ce ne siamo ancora accorti ma quando parliamo del cambio di paradigma della intera economia del Mezzogiorno non diamo all’attuale Governo il giusto merito per una serie di scelte compiute. Mi riferisco sulla scelta di intervenire non solo assegnando una rilevante quantità di risorse mirate alla infrastrutturazione ma anche attraverso azioni riformatrici sostanziali. Mi riferisco, in particolare, a queste precise azioni:

La ZES Unica

Nelle scorse settimane abbiamo potuto leggere un dato sulle autorizzazioni uniche rilasciate dalla Struttura Tecnica di Missione preposta alla gestione del progetto legato agli investimenti della Zona Economica Speciale Unica: a metà settembre 807 autorizzazioni rilasciate. Un risultato che ha generato 29 miliardi di investimenti e 35.000 posti di lavoro. Questi interessanti dati impongono, a mio avviso, una attenta analisi su quanto sia stata irresponsabile la gestione antecedente al varo dello strumento della ZES Unica. Penso infatti sia utile ricordare e confrontare due dati: 38 milioni di euro attivati nelle 8 ZES in sei anni (38 milioni quasi tutti in Campania) e i 29 miliardi di euro attivati praticamente in circa un anno e mezzo grazie, senza dubbio, alla capacità della Struttura Tecnica di Missione preposta alla gestione della intera operazione.

Senza dubbio il merito va riconosciuto all’allora Ministro Raffaele Fitto che ha dato vita ad una consistente azione riformatrice; un’azione caratterizzata non solo da una rilevante disponibilità finanziaria (inizialmente solo 600 milioni di euro rispetto ai 2,4 miliardi di euro) ma anche dalla  interazione tra distinte realtà territoriali del Mezzogiorno; cioè è venuto meno sia l’assurdo isolamento tra distinti HUB logistici (porti della Calabria non interagenti con porti della Puglia, ecc.) sia il lungo iter istruttorio soprattutto da parte degli Enti locali. Quindi una vera azione riformatrice infatti i beneficiari degli incentivi e delle convenienze generate dallo Stato in determinate parti del Sud interloquiscono non con una singola Regione ma con un intero sistema di Regioni che intraprendono scelte che non sono legate ad una unica e comune realtà regionale

La riforma

degli interporti

La norma, varata poche settimane fa, ha anche una visione internazionale, perché ha il compito di favorire il completamento delle infrastrutture previste dalle reti trans-europee Ten-T. gli interporti rientrano tra le infrastrutture strategiche per lo sviluppo del Paese e la loro rete è considerata fondamentale per il sistema nazionale dei trasporti. Gli interporti di nuova costruzione dovranno sottostare a precise condizioni: disponibilità di un territorio senza vincoli paesaggistici o urbanistici; collegamenti stradali diretti alla grande viabilità; collegamenti ferroviari diretti alla rete nazionale prioritaria; collegamenti con almeno un porto o un aeroporto; coerenza con i corridoi TEN-T; utilizzo prioritario di aree già bonificate o strutture preesistenti; sostenibilità finanziaria e flussi di merci adeguati. La norma precisa anche alcune infrastrutture che dovranno esserci nel progetto di un nuovo interporto: un terminale ferroviario intermodale; aree di sosta attrezzate per veicoli pesanti; un servizio doganale (se necessario), un centro direzionale e aree per la logistica e sistemi di sicurezza.

La gestione di un interporto è definita un’attività di prestazione di servizi svolta in ambito concorrenziale e i soggetti gestori opereranno in regime di diritto privato. Per garantire la certezza finanziaria degli investimenti, gli enti pubblici concedenti devono costituire un diritto di superficie sulle aree a favore dei gestori, la cui durata è legata agli investimenti effettuati e all’ammortamento dei costi. I gestori potranno riscattare le aree, trasformando il diritto di superficie in diritto di piena proprietà sui beni immobili, attraverso una procedura specifica. Inoltre è possibile dare vita a nuove forme di Partenariato Pubblico Privato (PPP)

La riforma dei porti

Finalmente disponiamo di una proposta di riforma della nostra offerta portuale, forse poteva essere varata prima ma è inutile fare polemiche, infatti aspettavamo questa riforma dal lontano 1994 (cioè 31 anni fa anno in cui fu approvata la Legge 84) e quindi senza dubbio va riconosciuto al Vice Ministro Edoardo Rixi di aver mantenuto una promessa che, senza dubbio, diventa riferimento chiave per una reinvenzione organica della nostra portualità.

Da questo momento prenderanno corpo una serie di osservazioni, una serie di critiche e questo corretto dibattito, questo salutare confronto, se privo da interpretazioni precostituite o, addirittura, da deformazioni concettuali tipiche del sistema dialettico dell’attuale brodo parlamentare, sicuramente porterà questo impegno del Governo Meloni verso una intuizione normativa che, lo ripeto da tanto tempo, potrebbe incrementare, in modo sostanziale, il nostro Prodotto Interno Lordo. Wassily Leontief, premio Nobel per la economia ed uno dei redattori del Piano Generale dei Trasporti del nostro Paese e, tra l’altro, sostenitore della teoria “input – output” sosteneva che l’intero sistema produttivo rimarrebbe una pura potenzialità economica ma una inutile ricchezza se non potesse accedere ai mercati. Ebbene, le tecniche e le modalità che consentono tale processo sono i riferimenti chiave di ciò che chiamiamo “logistica”. La nostra portualità assicura oltre l’80% della movimentazione in ingresso e in uscita dal Paese e quindi evita che le nostre potenzialità produttive restino solo potenzialità e quindi la efficienza di tali siti rappresenta il motore di crescita del nostro intero sistema produttivo. Solo per ricordare la importanza di tale strumento ricordo che la efficienza della nostra offerta portuale ed interportuale fa crescere per oltre il 25% il nostro PIL. Ora tento di entrare nel merito dell’articolo chiave dell’intero strumento, cioè dell’articolo 5 ter e sollevo due osservazioni:

La prima è legata alla assenza di interazioni tra l’ambito portuale e quello interportuale. Porto ed Interporto sono, infatti, il motore del successo dell’intero iter logistico   

La seconda osservazione è più sostanziale: ho sempre creduto nell’autonomia finanziaria e gestionale della singola Autorità di Sistema Portuale. Forse sarebbe più interessante dare vita a più S.p.A. capaci di essere tessere di un mosaico coerente alla strategia del Governo; sarebbe utile cioè costruire, solo a titolo di esempio, una S.p.A. formata dai Porti di Civitavecchia, Napoli, Salerno, Gioia Tauro, Reggio Calabria e Interporti di Orte, Pomezia, Marcianise, Nola, Battipaglia

Ho portato solo questi tre esempi per ricordare che le gratuite dichiarazioni dei passati Governi sui trasferimenti di risorse al Mezzogiorno superiori al 30% del valore globale degli interventi dello Stato, anzi del 35 %, addirittura del 40% e, secondo una Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, del 50%, non hanno in passato consentito quella misurabile modifica del paradigma del Mezzogiorno ottenuto con l’avvio del processo riformatore attivato da questo Governo, da questo Parlamento. (ei)

Il vero disavanzo del Comune di Reggio: c’è un debito di oltre 211 milioni

di PINO FALDUTO – Questa nota parte da un fatto: il parere dei Revisori può essere “favorevole” e, allo stesso tempo, descrivere un Ente che vive in una condizione di equilibrio forzato. Il parere favorevole certifica la regolarità contabile e il rispetto delle regole, non la “salute” del Comune né la qualità dei servizi.

Dalla relazione e dai prospetti del bilancio emerge che la situazione è questa: Disavanzo di amministrazione da ripianiare, circa -211.129.737,10 euro; Quota annua di ripiano prevista: circa    18.635.300, 82 euro annui (2025–2027).

Questo significa che ogni anno una quota molto rilevante delle risorse della parte corrente viene “assorbita” prima ancora di poter parlare di servizi, manutenzione, mobilità, decoro, welfare.

Sul lato investimenti, i prospetti mostrano importi importanti, ma decrescenti: Spese in conto capitale previste: 2025 – 283,3 mln – 2026 136,4 mln – 2027 99,5 mln.

La lettura corretta è che una parte molto ampia di questi investimenti è legata a fonti esterne e vincoli (cronoprogrammi, finanziamenti dedicati). Quindi: numeri alti non equivalgono automaticamente a “libertà di governo”.

Un altro punto chiave evidenziato nella relazione è il tema della trasmissione dati e dei vincoli operativi: Avvertenze su obblighi di invio dati (Bdap) e rischi di blocchi/sanzioni operative.

Questo rafforza un concetto: il Comune non vive una normalità gestionale, ma una condizione in cui anche l’operatività amministrativa è condizionata da adempimenti e vincoli.

Infine, nella relazione compaiono gli accantonamenti prudenziali che “chiudono” gli spazi della spesa: FCDE (Fondo crediti di dubbi esigibilità) previsto 2025: circa 35,6 mln di euro. Fondi rischi/contenzioso: – previsioni annue e accantonamenti prudenziali (circa 5 mln/anno); – accantonamenti complessivi presenti nel risultato di amministrazione (ordine di grande 26,5 mln).

Questa è la fotografia: un bilancio formalmente in regola, ma con una quota rilevante di risorse “bloccate” da ripiani e accantonamenti.

Perché si arriva qui (meccanismi strutturali, sempre coerenti con la relazione)

La domanda vera non è “il bilancio è corretto?”, ma: perché, nonostante un bilancio corretto, la città resta senza normalità?

La relazione dei Revisori, letta insieme ai prospetti, porta a una spiegazione semplice: il disavanzo non è un numero statico, è l’effetto di un sistema che si autoalimenta quando le entrate non diventano cassa e le spese restano rigide.

I meccanismi principali sono:

Entrate accertate o inventate che non si trasformano in incassi reali. Quando una parte delle entrate (tributi, sanzioni, canoni, recuperi) non viene riscossa con continuità, la contabilità deve difendersi. FCDE crescente = meno soldi per i servizi.

Il FCDE è l’effetto contabile della debolezza della riscossione. Più l’ente non incassa, più deve accantonare. È un vincolo che “mangia” la spesa utile.

Spesa corrente rigida

Ci sono costi che non puoi tagliare senza bloccare l’ente: personale, rifiuti, energia, contratti essenziali, manutenzioni minime, servizi sociali essenziali, rate e oneri. Se le entrate reali non crescono, la rigidità aumenta.

Contenzioso e fondi di rischi                

La prudenza impone accantonamenti e previsioni: anche qui, risorse sottratte all’ordinario per coprire rischi già maturati o potenziali.

Ripiano annuale del disavanzo = sistema in equilibrio forzato                                                                     

Il ripiano (ordine di grandezza 18–19 mln/anno) è una “tassa interna” che precede ogni scelta politica.

La conseguenza è questa: il bilancio può chiudere in equilibrio, ma la città resta in sofferenza perché l’equilibrio si ottiene comprimendo spesa utile e aumentando vincoli.

Cosa significa “Cosa lascia” (responsabilità politico-amministrative, ma ancorate ai meccanismi)                                                                      

Detto questo, è corretto anche dire che il quadro non è fatto solo di eredità: negli anni alcune scelte possono avere inciso non tanto “aumentando la spesa”, quanto riducendo la capacità dell’ente e della città di generare entrate sane e gettito stabile.

Qui va scritto con un criterio: non slogan, ma collegamento diretto “scelta → effetto economico”.

Piano Strutturale Comunale : meno trasformazione urbana = meno oneri e costo di costruzione.   Se lo sviluppo immobiliare e la rigenerazione non si attivano, il Comune perde una componente di entrate che in un ente vincolato fa differenza.

Piano Spiaggia/demanio: meno concessioni = meno canoni e meno indotto.

Se si blocca (o non si facilita) lo sviluppo turistico-balneare e nautico, non perdi solo canoni: perdi anche indotto, imposte locali collegate, economia.

Tari e contenzioso: meno incassi = più FCDE = meno servizi.

Un sistema che spinge una quota rilevante verso evasione/ricorsi indebolisce l’incasso reale e aumenta l’accantonamento: quindi peggiora la qualità dei servizi e irrigidisce il bilancio.

Costi strutturali neanche immaginati (Palazzo di Giustizia, Museo del Mare): oneri di gestione certi in un bilancio già bloccato. In un Ente che ripiana 18–19 mln/anno, ogni nuovo contenitore che genera costi stabili deve avere un piano economico credibile: altrimenti aumenta la rigidità.

Costo della politica e staff/consulenze: scelte di coerenza in un Ente in sofferenza.

Qui la questione non è morale: è di coerenza finanziaria. In equilibrio forzato, le risorse discrezionali devono essere ridotte al minimo e orientate ai servizi.        

La questione delle circoscrizioni e dei costi della politica

Dalla lettura della relazione dei Revisori e dai prospetti di bilancio emerge con chiarezza che la spesa corrente del Comune di Reggio Calabria è la componente più rigida e più fragile dell’intero sistema finanziario.

In questo contesto, caratterizzato da: – ripiano annuale del disavanzo per circa 18-19 milioni di euro; – accantonamenti obbligatori crescenti (FCDE, fondi rischi); – margini ridottissimi per i servizi.

Non può essere considerata neutra la scelta di incrementare il costo complessivo della rappresentanza politica.

Il tema delle Circoscrizioni va quindi affrontato non in astratto, ma alla luce della sostenibilità finanziaria reale.

Il ripristino o il rafforzamento delle Circoscrizioni comporta infatti:

– nuovi organi,

– nuove indennità,

– nuovi costi di funzionamento, tutti certi e ricorrenti, che gravano direttamente sulla spesa corrente.

La domanda che discende dai conti – e non da una posizione ideologica – è quindi semplice:

come può un bilancio in equilibrio forzato sostenere un aumento dei costi della politica se non si interviene contestualmente sulle indennità degli organi già esistenti?

In assenza di: – una riduzione delle indennità del sindaco – una riduzione delle indennità degli assessori – una riduzione del compenso del presidente del Consiglio comunale – una revisione delle indennità dei consiglieri comunali, l’introduzione di ulteriori livelli di rappresentanza produce un aggravio netto, sottraendo risorse ai servizi e aumentando le rigidità strutturali del bilancio.

La sequenza coerente, dal punto di vista finanziario, dovrebbe essere l’opposto: prima ridurre il costo della politica esistente, poi, eventualmente, valutare nuovi organismi di rappresentanza.

Fare diversamente significa spostare risorse dalla città alla politica, in un momento in cui i conti, come certificato dai Revisori, non lo consentono. Chi chiede di governare deve partire da questi vincoli e dire cosa farà su riscossione reale, riduzione contenzioso, priorità di spesa e sostenibilità dei costi futuri. (pf)

(Imprenditore)

L’incompiuta di Cotronei: l’occasione mancata delle Terme della Magna Grecia

di PABLO PETRASSO – Complesso termale Magna Graecia: non pervenuto per colpa del Covid. Peccato che il progetto sia partito da qualche decennio senza che la realizzazione sia mai apparsa possibile. Anni trascorsi in attesa di una svolta mai arrivata. Ora si consuma una richiesta di proroga fino al 2027 della concessione di finanziamento. Motivo: la pandemia ha messo in ginocchio il pianeta, siate comprensivi, qualche anno e ce la faremo.

La storia è iniziata nel 1987: quasi 40 anni fa il comune di Cotronei ha ottenuto un finanziamento di 6,5 miliardi di lire per realizzare il complesso termale Magna Grecia. Missione compiuta? Certo che no, come nella peggiore tradizione delle incompiute calabresi. La storia dello sviluppo pensato attorno alle acque termali e sospeso per decenni tra mille intoppi è ben riassunta – almeno fino al 2020 – da un progetto di monitoraggio civico, Waters on Fire, che ha ricostruito stop che svariano da fermi amministrativi a inchieste giudiziarie. Alcuni tornanti della vicenda risalgono addirittura agli anni 90 del secolo scorso (primo blocco per la cattiva qualità dei materiali utilizzati e area messa sotto sequestro). Nel 2000 il contratto con la prima ditta appaltatrice viene stracciato: più di 10 anni passati senza che le terme vedano la luce.

Salto in avanti: nel 2015 arriva un finanziamento da 2,5 milioni di euro. Sono fondi del Por 2007-2013 non utilizzati e rimodulati. Non se ne esce neanche questa volta perché servono anni per sistemare le pratiche per tutti i vincoli a cui l’area è soggetta. Come corollario ci sono gli esposti a ripetizione firmati da un consigliere di minoranza: la Regione Calabria sospende il nulla osta che aveva reso l’area edificabile, la Procura apre un’inchiesta e poi la archivia. Intanto interviene una variante al progetto. Il racconto di Waters on Fire si chiude (nel gennaio 2020) all’insegna dell’ottimismo: «Oggi si è prossimi all’apertura del cantiere».

Troppo ottimisti: per i 4 milioni di euro previsti per finanziare l’opera (2,5 di fondi pubblici e 1,5 di capitale privato), i pagamenti monitorati da Open Coesione – il sito che si occupa di raccontare lo stato d’avanzamento delle opere finanziate con fondi europei – sono fermi a quota zero.

Qualche elemento in più: l’inizio previsto (ed effettivo) dei lavori era il 5 giugno 2016, il completamento dell’opera era previsto per il 5 settembre 2023.

Quasi due anni e mezzo dopo non ci sono novità, o quasi. In effetti le Terme incompiute di Cotronei sono apparse in un atto dello scorso 5 gennaio che parla di «riapprovazione del disciplinare di finanziamento provvisorio» e riassume, in termini burocratici, parte dell’iter.

E ricorda che nel novembre del 2018 è stata liquidata un’anticipazione di quasi 700mila euro per i lavori. Quattro anni dopo, nel 2022, un decreto ha rinnovato la concessione provvisoria del finanziamento e il 29 maggio 2024 è arrivata una nuova proroga. Finita qui? Neanche per idea. L’ultimo atto è molto recente: lo scorso 17 dicembre il Comune di Crotonei ha chiesto la proroga della concessione di finanziamento fino al 31 dicembre 2027. «Tale richiesta – spiega l’amministrazione – è motivata per il particolare periodo di pandemia globale che ha interessato il mondo intero e che ha destabilizzato il mercato e le economie mondiali facendo venire meno le già poche certezze sugli investimenti a lungo termine com’è l’intervento in questione, nonché dalle difficoltà nell’approvvigionamento dei materiali, dall’aumento vertiginoso del prezzo degli stessi che rende ancora più incerto e rischioso ogni tipo d’investimento». Tutta colpa del Covid, insomma. Anche se il progetto è nato da qualche decennio, si è arenato ben prima che il mondo sopportasse la pandemia e sta ripartendo adesso che il Coronavirus è alle spalle. Un capro espiatorio buono per tutti i tempi. Intanto le terme restano un’idea. Chissà per quanto ancora. (ppe)

[Courtesy LaCNews24]

La scommessa dell’energia eolica, ma molti sindaci sono scettici e contrari

 di VALENTINO DE PIETRO – Non si ferma la corsa all’oro del vento in Calabria. Mentre la politica discute ancora di “aree idonee” e piani regolatori che latitano, le procedure autorizzative avanzano silenziose ma inesorabili, bussando questa volta alle porte di uno dei santuari naturalistici della regione. La Cittadella ha infatti avviato ufficialmente il procedimento di Valutazione di impatto ambientale per un nuovo parco eolico che dovrebbe sorgere nel cuore delle Preserre catanzaresi, toccando i territori di Argusto, Cardinale e Gagliato.

Il progetto, presentato dalla società Sovale Energia, non passa certo inosservato per dimensioni e impatto: prevede l’installazione di quattro aerogeneratori giganteschi, con un’altezza massima di 200 metri e una potenza complessiva di 24 MW. Due torri dovrebbero svettare sul territorio di Cardinale, le altre due spartirsi i crinali di Argusto e Gagliato. Il tutto a un solo chilometro di distanza dai confini del Parco regionale delle Serre. Un dettaglio non da poco, che ha fatto scattare l’immediata mobilitazione dei sindaci e delle associazioni, pronti alle barricate per difendere un territorio che da anni cerca di ricostruire la propria identità sul turismo lento e sulla tutela del paesaggio.

​Il fronte del “No”: sindaci e Soprintendenza

L’apertura del procedimento ha segnato una svolta cruciale per le amministrazioni locali, che avevano già messo nero su bianco la loro ferma contrarietà inviando osservazioni critiche sia alla Regione che al Ministero della Cultura. La tesi è unanime: piazzare mostri d’acciaio di quelle dimensioni a ridosso dei centri abitati e di aree protette inserite nella Rete Natura 2000 significa «violare irrimediabilmente e definitivamente il paesaggio», compromettendo quella vocazione al turismo ambientale e all’immagine “green” su cui i borghi stanno scommettendo per sopravvivere allo spopolamento.

A dar man forte ai comuni c’è il parere tecnico negativo dell’Ente Parco delle Serre, che denuncia rischi concreti e non mitigabili. Secondo l’Ente, l’intervento comporterebbe una «alterazione significativa della percezione visiva dei crinali», ma soprattutto costituirebbe un pericolo mortale per l’avifauna protetta. Le pale alte duecento metri rappresentano un rischio di collisione altissimo per le specie nidificanti e migratorie, alterando rotte millenarie.

Anche la Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per le province di Catanzaro e Crotone ha alzato il cartellino rosso, rilevando pesanti carenze documentali: mancano le certificazioni di destinazione urbanistica, la documentazione sui vincoli legati agli usi civici e una relazione storica scientifica adeguata del territorio interessato.

Al coro dei “no” istituzionali si è unita una nutrita schiera di associazioni: Italia Nostra (sezione Soverato-Guardavalle), il coordinamento Controvento Calabria, il movimento Terra e Libertà, la Lipu e l’associazione culturale I Sognatori.

​Il fronte dei sindaci: «No al parco Piano del Campo»

Non c’è solo il caso delle Serre. Un altro fronte caldo si apre nell’entroterra vibonese, dove i sindaci di Filadelfia, Maierato, Monterosso e Polìa hanno alzato le barricate contro il progetto eolico “Piano del Campo”. Una società altoatesina ha infatti chiesto il via libera per l’installazione di 7 torri alte oltre 200 metri, previste tra i territori di Polia e Filadelfia, proprio a ridosso dell’area protetta del Lago Angitola.

«Purtroppo ci risiamo», scrivono i primi cittadini Anna Bartucca, Giuseppe Rizzello, Antonio Lampasi e Luca Alessandro in un duro documento congiunto. I sindaci denunciano un piano industriale privo di ricadute positive per le comunità ma devastante per il paesaggio, che rischierebbe di vanificare gli sforzi di sviluppo turistico-naturalistico dell’area. «Manifestiamo la nostra ferma contrarietà a un impianto dagli effetti ecosistemici irreversibili», concludono gli amministratori, richiamando la vittoria ottenuta tre anni fa quando la mobilitazione riuscì a bloccare le pale sulla faggeta del Monte Coppari.

​Diecimila firme contro l’invasione

Il caso delle Serre è solo la punta dell’iceberg di un malessere che attraversa tutta la regione. Proprio in questi giorni, il coordinamento “Controvento” ha annunciato di aver raccolto oltre diecimila firme per chiedere al governatore Roberto Occhiuto di riscrivere totalmente l’impostazione del Piano regionale integrato energia e clima (Priec).

L’appello è durissimo e dipinge la Calabria come una futura «zona di sacrificio» energetico per il Paese. «Siamo favorevoli alla riconversione – scrivono gli attivisti nel documento che sarà consegnato alla Cittadella – ma l’uso indiscriminato del territorio si è trasformato in abuso. Il depotenziamento delle norme di tutela ha consentito la proliferazione di impianti eolici e fotovoltaici “stragisti”, che stanno ricoprendo suoli fertili e paesaggi di commovente bellezza con cimiteri di croci roteanti e tombe fotovoltaiche».

La richiesta dei comitati è radicale: opporsi alla logica delle “aree idonee” se questa dovesse tradursi in una semplice spartizione del territorio. La proposta alternativa è quella di limitare rigorosamente il fotovoltaico e l’eolico alle sole superfici già cementificate e compromesse, risparmiando suolo agricolo, foreste e crinali intatti. «Noi abitanti pagheremo solo i costi ambientali – avvertono i comitati – ritrovandoci circondati da lande desolate, sottostazioni e linee ad alta tensione, senza poter più immaginare di vivere dei frutti della nostra terra».

I numeri dell’assalto: richieste per 13 GW

A dare la misura dell’emergenza sono i dati ufficiali di Terna, che raccontano una pressione senza precedenti. Sebbene la Calabria sia “solo” sesta al Sud per numero di istanze (dietro a giganti come Puglia, Sicilia e Sardegna), il trend è in crescita costante. A fine novembre 2024 risultavano ben 197 pratiche in itinere per la connessione di nuovi impianti alla rete nazionale.

Il dato più allarmante riguarda il surplus produttivo. Per rispettare gli obiettivi europei del pacchetto “Fit for 55”, alla Calabria basterebbe produrre 1,74 GW di nuova energia rinnovabile. Le richieste presentate dalle multinazionali del vento e del sole ammontano invece a 13,55 GW. Otto volte il necessario. Una sproporzione macroscopica che alimenta il sospetto di una gigantesca bolla speculativa, pronta a esplodere sulla testa dei territori senza portare reali benefici in termini di bolletta energetica per i calabresi.

In questa classifica dell’assalto, la provincia di Catanzaro detiene il triste primato regionale con 67 pratiche attive per una potenza di 4,73 GW, seguita a ruota da Crotone (59 pratiche per 4,26 GW) e Cosenza (49 pratiche per 3,71 GW). Più staccate Reggio Calabria e Vibo Valentia, rispettivamente con 12 e 10 pratiche. Numeri che trasformano ogni nuovo progetto – come quello di Argusto e Cardinale – non in un caso isolato, ma in un tassello di una trasformazione radicale, e forse irreversibile, del volto della Calabria.

Unica nota di speranza per i comitati arriva dal precedente del progetto “Enotria” nel Golfo di Squillace: lì, la sollevazione compatta di sindaci, associazioni e cittadini è riuscita a spingere la Regione verso un parere negativo, tutelando un’area ad elevata valenza naturalistica.

Una vittoria che i sindaci delle Preserre sperano ora di replicare. (vdp)

I veleni di Crotone e le verità dell’ex commissario Emilio Errigo

di EMILIO ERRIGO – Il mio mandato da Commissario straordinario di Governo per il Sin di Crotone si è concluso alla sua naturale scadenza. Nessuna polemica, nessun colpo di scena: semplicemente, è finito il tempo che la legge mi aveva assegnato. Da calabrese, ovviamente avrei sperato un’altra chiusura. Avrei voluto festeggiare insieme ai miei conterranei il totale e incondizionato ripristino di un’area altamente compromessa, portandola da uno stato di degrado ambientale a uno stato sicuro, salubre e utilizzabile. Avrei voluto vedere molti più camion che si muovevano, cantieri aperti, utilizzo delle discariche autorizzate esistenti, operai al lavoro. Avrei voluto stringere la mano ai cittadini, ai loro rappresentanti politici, ai soggetti privati obbligati alla bonifica e dire: “Ci siamo riusciti insieme”. Ma un uomo delle istituzioni, quando il Governo decide, quando la magistratura si esprime, prende atto delle circostanze con rispetto, chiude il fascicolo, consegna per iscritto (per chi sa e vuole leggere!) ciò che ha fatto con serietà e senso del dovere e va avanti, pronto alla prossima sfida. Con dignità e senza sceneggiate.

In questi giorni mi sto divertendo molto a sfogliare la stampa locale calabrese e noto affermazioni che andrebbero prese come “battute da bar” se non fossero pronunciate da persone che hanno delle responsabilità sociali e politiche.

L’attivista Pino Greco pretende un “commissario vero”, non “militari improvvisati”. Il sindaco di Crotone, Vincenzo Voce, in una versione ancor più arrogante, invece dice: «Se devono mandare commissari per la bonifica del Sin di Crotone come i due precedenti, meglio nessuno. Non hanno facilitato alcuno».

Insomma, Greco e Voce: giudici severissimi… ma degli altri. I loro auspici – al netto del mancato rispetto personale e della buona educazione – offrono una visione molto allegra della democrazia. Una democrazia delle pretese. E la traduzione sembra chiara: un commissario ad personam. Un uomo accomodante, obbediente, manovrabile. Uno che non disturba troppo, che non chiede, non controlla.

Mi domando cosa abbiano fatto costoro, concretamente, prima della mia nomina. Perché, ogni tanto, sarebbe interessante ricordare che la bonifica del Sin, senza andare troppo indietro nel tempo, era rimasta ferma, immobile e paralizzata dall’uscita di scena della penultima Commissaria straordinaria fino alla mia nomina. Ben cinque anni. E in cinque anni di vacanza commissariale non è stato prodotto un solo atto risolutivo capace di sbloccare la bonifica. Cinque anni non sono un’opinione: sono un fatto amministrativo.

La politica del territorio, gli attivisti (alcuni dei quali pensano che i soli proclami via megafono siano utili a bonificare un territorio senza pensare che fanno molto rumore ma producono zero soluzioni), concretamente, nei fatti cosa avevano fatto prima che arrivassi io come ultimo commissario pro tempore? Certo, io capisco il loro fastidio: un commissario che non si mette sull’attenti davanti alla politica territoriale o ai comitati diventa subito “non vero”, “non utile”, “non adeguato”. Ma siate seri: il problema è un commissario? O forse il problema è una parte della politica territoriale poco avvezza alla reale risoluzione dei problemi della gente?

La bonifica non è un tema di destra, sinistra o centro. È un problema civile, sociale, ambientale, sanitario. Riguarda tutti. E a dirla tutta, proprio perché riguarda tutti, un commissario straordinario non dovrebbe, in teoria, neanche servire. E invece prevalgono divisioni, risse, calcoli precisi, grandi silenzi, un articolo di giornale oggi, un articolo di giornale domani, qualche dichiarazione roboante per fare scena. E intanto il tempo passa. Poi, quando arriva un commissario che costringe tutti a guardare la realtà, scatta la tattica più antica del mondo: “la colpa è sua”. È un riflesso automatico, una pigrizia intellettuale. Ma soprattutto è un modo per non dire la verità ai cittadini: l’intera classe politica territoriale calabrese non è ancora stata all’altezza del grande problema del Sin. E questa non è una opinione, è un fatto evidente. Le dichiarazioni non bonificano i terreni, i comunicati stampa non rimuovono i rifiuti, le manifestazioni non sostituiscono i procedimenti amministrativi. La bonifica procede solo quando agli slogan seguono atti formali e decisioni operative. Alla mia nomina, il numero di cantieri effettivamente operativi era pari a zero. Parlare oggi di “commissari inutili” senza ricordare questo dato significa raccontare solo metà della storia. Io l’ho compreso subito: il commissario “vero”, per alcuni, sarebbe stato quello che obbedisce. Quello che non fa ombra. Quello che non chiede conto. Quello che accetta le favole, le versioni addomesticate, i sorrisi di circostanza. Io invece sono convinto di aver fatto solo ciò che la legge imponeva: ho chiesto e acquisito centinaia di atti amministrativi, ricostruito iter procedurali bloccati da anni, sbloccato interlocuzioni istituzionali ai massimi livelli che giacevano nei cassetti e avviato le condizioni giuridiche e operative per l’apertura dei cantieri. E tanto è bastato per diventare un problema. Se la politica del territorio e alcuni attivisti avessero mostrato verso le proprie responsabilità lo stesso zelo che mostrano nel criticare i commissari, il Sin sarebbe già bonificato e parleremmo d’altro.

Spero sinceramente che chi verrà dopo di me sarà più fortunato e farà molto meglio. Che avrà la libertà e la forza di tagliare i nodi che io ho potuto solo iniziare ad allentare. Io non devo compiacere nessun partito politico. Non devo accontentare nessun eletto o aspirante candidato. Io ho sempre voluto e vorrei ancora una sola cosa: che la bonifica si faccia presto e secondo le norme in vigore. Ma una cosa è certa: chi verrà dopo di me troverà una situazione diversa da quella che ho ereditato io: procedimenti riaperti, responsabilità individuate, atti formalizzati. Non una bonifica conclusa, ma finalmente una bonifica rimessa in moto. E quando la politica e gli attivisti di ogni sorta avranno finalmente la maturità di mettere da parte i teatrini, quando la bonifica sarà finita, chiamatemi: sarò il primo a tornare nella mia amata Calabria a festeggiare tutti insieme. (ee)

(Professore di Diritto Internazionale e del Mare e di Management delle attività portuali
Corso di Laurea Magistrale in Economia Circolare presso Università degli Studi della Tuscia già Commissario Straordinario di Governo per il SIN di Crotone-Cassano-Cerchiara)

LA REPLICA DEL SINDACO DI CROTONE VINCENZO VOCE

di VINCENZO VOCE – Ho letto con un certo stupore il lungo comunicato del generale Errigo, già Commissario straordinario per la bonifica.

Uno scritto che assomiglia più a un’autodifesa polemica che a una sobria relazione di fine mandato, infarcito di giudizi personali, sarcasmo e attacchi a chi, come il sottoscritto, ha il dovere istituzionale di rappresentare una comunità ferita da decenni di inquinamento, omissioni e promesse mancate.

Va chiarito un punto fondamentale: la mia critica non è mai stata rivolta all’uomo Errigo, ma al modello commissariale che, ancora una volta, non ha prodotto risultati concreti e visibili per la città.

Dire che “se i commissari devono essere come i precedenti, meglio nessuno” non è arroganza: è la fotografia amara di una realtà che i cittadini di Crotone conoscono fin troppo bene.

Il sindaco non fa “battute da bar”. Il sindaco ha raccolto la stanchezza e la rabbia di una popolazione.

Ai cittadini non interessano le ricostruzioni burocratiche, le polemiche con gli attivisti o le dispute su chi abbia mostrato più o meno “zelo amministrativo”. Ai cittadini interessano i risultati.

Respingo con fermezza l’idea che chi chiede risultati voglia un commissario “obbediente” o “manovrabile”.

È una narrazione comoda, ma falsa. Crotone chiede istituzioni efficaci, trasparenti e risolutive, non figure che si limitino a certificare quanto sia difficile bonificare, né tanto meno a scaricare sulle amministrazioni locali responsabilità storiche che affondano le radici in decenni di scelte sbagliate.

Il tentativo di delegittimare le battaglie condotte da questa amministrazione, tutte documentate e certificate nei verbali delle Conferenze dei Servizi, è un errore grave e rivelatore.

Chi governa processi straordinari deve accettare il giudizio pubblico, soprattutto quando i risultati non sono all’altezza dell’emergenza che si è chiamati a gestire.

Invece di attaccare chi denuncia, sarebbe stato più serio e responsabile riconoscere che il modello adottato non ha funzionato.

Crotone non ha bisogno di auto assoluzioni né di comunicati risentiti a mandato concluso.

Non è irrilevante ricordare che su molti dei nodi contestati i Tribunali hanno già dato ragione alle posizioni dell’Ente, confermando la fondatezza giuridica e istituzionale delle scelte assunte dal Comune di Crotone.

La bonifica del Sin non è una sfida tra commissari e sindaci: è un’emergenza nazionale che richiede poteri chiari, risorse certe, tempi vincolanti e responsabilità non aggirabili.

Su questo terreno il Comune di Crotone continuerà a fare la propria parte, senza sconti per nessuno e senza timore di dire ciò che non funziona.

(Sindaco di Crotone)

Sanità in Calabria: dopo 17 anni ancora il Commissariamento rimane in piedi

di  GIACINTO NANCI  – È cominciato il 2026, ma per la sanità calabrese siamo sempre all’anno zero (2009) dell’ingiusta imposizione da parte del Governo del piano di rientro sanitario alla Calabria che ha voluto dire: chiusura di 18 ospedali, aumento delle accise e delle tasse per i calabresi per oltre cento milioni l’anno, il blocco del turnover, l’imposizione di un prestito lacrime e sangue trentennale, diminuzione dell’aspettativa di vita alla nascita per i calabresi (la prima volta nella nostra storia), l’aumento della spesa per le cure fuori regione (oltre 300 milioni l’anno), l’aumento del numero dei calabresi che evita di curarsi per motivi economici e della mancata applicazione dell’art. 32 della Costituzione che dovrebbe garantire le stesse cure a tutti gli italiani, etc. etc.

Oltre al piano di rientro la Calabria è sottoposta al commissariamento della sua sanità dal 2011 e dal 2019 ha commissariate tutte e cinque le sue Asp e i tre ospedali regionali. Il fatto che noi calabresi siamo trattati da sudditi e non da cittadini è dato dal fatto che il piano di rientro e omnicommissariamento durano ormai da 17 anni quando è cosa che, anche un bambino può capire, il commissariamento dovrebbe essere un fatto eccezionale e di breve durata come ad esempio il ponte caduto di Genova che il commissario  ha ricostruito in un solo anno. Perché allora dopo 17 anni con tanto di commissari, anche con poteri eccezionali, in tutti i posti dove si gestisce la sanità calabrese, il nostro presunto deficit non è stato risanato?  Per il semplice motivo che il vero problema della sanità calabrese è che da quasi trent’anni è sotto finanziata, ed è questo il motivo per cui i pochi soldi ripartiti alla Calabria dalla Conferenza Stato Regioni non potevano bastare per curare i molti malati cronici in più della Calabria rispetto al resto d’Italia. Il paradosso è che la Calabria pur essendo una delle regioni che ha speso di meno pro capite in sanità (tra gli altri cito il dato dei Centri Pubblici Territoriali del Sistan) ha “dovuto” sforare la stessa spesa sanitaria proprio perché aveva ed ha molti malati cronici in più che non nel resto d’Italia. Tutti sapevano e sanno che in Calabria c’erano e ci sono molti più malati cronici, citiamo solo il Dca n. 103 del 30 settembre 2015 dell’allora commissario al piano di rientro ing. Scura che, alla pag. 33 dell’allegato n. 1 del DCA, recitava “si segnala la presenza di almeno il dieci per cento di malati cronici in più nella Calabria rispetto al resto d’Italia”. In effetti non era il 10% ma ben il 14% per come si può calcolare dalle annesse specifiche tabelle annesse al Dca. E per venire ai giorni nostri basta citare il Piano Nazionale Cronicità del Ministero della Salute che dà ai calabresi la “vetta” del numero dei malati con almeno tre patologie croniche, di cui almeno una grave, con il 46% negli ultrasessantacinquenni. A questo documento “cronicità” hanno partecipato oltre al Ministero della Salute la stragrande parte delle istituzioni pubbliche: Inps, Istat, Agenas, Conferenza Stato-Regioni etc.. etc… Della serie: tutti sapevano e tutti sanno. Allora cosa fare per chiudere il piano di rientro, gli omnicommissariamenti e trattare i calabresi da cittadini e non da sudditi? Basterebbe solo applicare una “vecchia” legge dello Stato: comma 34 dell’art. 1 della legge 662 del 1996. Sì, è una legge del lontano 1996 della quale è stato sempre applicato solo il primo dei cinque criteri elencati per il riparto da parte della Conferenza Stato-Regioni dei fondi sanitari alle regioni. Ed eccoli i cinque criteri del comma 34 “popolazione residente, frequenza dei consumi sanitari per età e per sesso, tassi di mortalità della popolazione, indicatori relativi a particolari situazioni territoriali ritenuti utili al fine di definire i bisogni sanitari delle regioni ed indicatori epidemiologici territoriali”. Ebbene, di questi cinque criteri è stato applicato (al 98%) sempre e solo il primo, pur essendo evidente che se applicati tutti si sarebbero davvero dati i fondi sanitari in base ai reali bisogni delle popolazioni. Dobbiamo citare il quinto “indicatori epidemiologici” di cui per come abbiamo detto prima tutti sapevano e sanno che si dovevano e si devono inviare più fondi dove ci sono più malati (Calabria) e non meno fondi per come è sempre stato.

I numerosissimi commissari che governano da tantissimi anni la sanità calabrese dovrebbero, per onestà intellettuale, dimettersi perché tra l’altro sono una ulteriore spesa, e non da poco, che pesa da moltissimi anni sulla sanità calabrese. I signori sindaci calabresi, ormai riuniti in Comitati sanitari provinciali, essendo la prima autorità sanitaria locale negli stati di emergenza (e questa è ormai una vera e propria emergenza) dovrebbero, oltre a protestare davanti agli ospedali e nelle tende, dimettersi in blocco. Le regioni, “quelle che vogliono l’autonomia differenziata e che dominano” la Conferenza Stato Regioni, e che in pratica decidono il riparto dei fondi sanitari annuali, dovrebbero accettare tutti i criteri del comma 34, ma sappiamo che non lo faranno. Ed è anche per questo che il governatore Occhiuto, nonché commissario al piano di rientro, alla costruzione ospedaliera e al Pnrr Sanità, dovrebbe andare alla Conferenza Stato Regioni e “occuparla” fino a quando questa non applica tutti e cinque i punti del comma 34. Si dovrebbe fare tutto ciò, visto che la Corte dei Conti nel 2019 ha mosso forti rilievi sulla gestione da parte del governo del debito sanitario calabrese, la Corte Costituzionale nel 2021 ha dichiarato “parzialmente incostituzionale” il commissariamento e il Tar della Campania, al quale si era rivolto il governatore De Luca ha chiuso d’ufficio il piano di rientro sanitario in Campania (la Campania è la regione più vicina alla Calabria per quanto riguarda i problemi sanitari).

(Medico di famiglia
in pensione ed ex medico ricercatore
Health Search Lpd)