L’Informazione in Calabria: parlare all’Unical ai giovani per renderli “complici” della legalità

di GIANFRANCO DONADIO  – Il silenzio dell’Aula Solano non è assenza. È un peso. È il respiro trattenuto di quattrocentocinquanta ragazzi che l’Unical ha radunato per un rito che non ha nulla di accademico, se per accademia intendiamo la polvere delle biblioteche. Davanti a questi sguardi che l’Unical ha messo in fila, il racconto della Calabria smette di essere un esercizio di stile per farsi in qualche modo autopsia.

Quando Giancarlo Costabile evoca la Pedagogia dell’Antimafia e il network LaC risponde con le voci di Franco Laratta, Pier Paolo Cambareri e Domenico Maduli, non assistiamo a una lezione. È un corpo a corpo. È la collisione tra chi la realtà la studia e chi, ogni mattina, deve decidere come titolare il disastro senza farsi mangiare dal mostro che descrive.
Raccontare la verità nella legalità sembra un binario parallelo, quasi rassicurante. Eppure, in questa terra complicata, è un paradosso sanguigno. La verità ha il vizio di essere asimmetrica, spigolosa, spesso fastidiosa persino per chi della legalità fa un vessillo formale. La verità rompe gli equilibri, mentre la legalità, a volte, si accontenta della procedura. Mettere insieme questi due mondi significa fare un giornalismo o un’editoria che non si limita a fotocopiare i verbali delle procure, ma che scava nel fango della zona grigia, lì dove il colletto bianco e il picciotto bevono allo stesso bancone. È una postura etica, nel senso che non basta che un fatto sia “legale” per essere giusto, e non basta che sia “vero” per essere dicibile senza conseguenze.

Franco Laratta e Domenico Maduli

Qui la libertà ha un prezzo che non si paga alle casse del supermercato. Si paga in solitudine, si paga in querele che arrivano come proiettili di carta, in quella sensazione di essere l’invitato sgradito alla festa del consenso. L’informazione, in questo contesto, smette di essere un bene di consumo e diventa un materiale da costruzione per le coscienze critiche. Se l’informazione non forma, è solo intrattenimento macabro. Se la formazione non informa, è solo accademia sterile. Questi due percorsi, che si incontrano tra i banchi dell’Unical, sono – a mio avviso – l’unica assicurazione sulla vita per la Calabria del futuro. Perché una coscienza critica è un radar che ti permette di vedere la trappola prima di caderci, di distinguere un leader da un padrone.

La comunicazione ha un compito quasi sciamamico: quello di rendere visibile l’invisibile. Non parliamo di fantasmi, ma di poteri, di quegli interessi che si muovono nel sottobosco della burocrazia, delle nomine sottobanco, del welfare gestito come elemosina. Portare le telecamere di LaC di un gruppo come Diemmecom dentro queste dinamiche significa rompere l’incantesimo del “si è sempre fatto così”. Significa dire che l’invisibile esiste, ha un nome, un cognome e una partita IVA. È un atto di prepotenza democratica: strappare il velo su ciò che molti preferirebbero rimanesse un segreto di Pulcinella, un rumore di fondo a cui fare l’abitudine.

Ma c’è un punto che scotta, un dato che nessun consulente marketing approverebbe. L’editoria in Calabria non conviene. Maduli lo ha detto senza mezzi termini. È un fallimento annunciato, se guardato con le lenti del cinismo imprenditoriale. Fare informazione libera in un mercato dove la pubblicità è spesso un guinzaglio e il lettore è un animale ferito dalla sfiducia, è una scelta che confina con la follia. Eppure, proprio in questa “sconvenienza” risiede l’unica dignità possibile. Se l’editore Domenico Maduli decide di investire sulla formazione dei giovani dell’Unical, non sta cercando clienti, ma sta cercando complici. Sta scommettendo su quella parte della Calabria che smetta di essere un bancomat per pochi e diventi un laboratorio per molti.

Il viaggio portato avanti in aula Solano non ha una destinazione turistica. È un’immersione nel magma di una regione che ha bisogno di essere raccontata da chi la abita, senza sconti e senza lirismi da cartolina. La verità è un muscolo che va allenato ogni giorno, altrimenti atrofizza. E quando quel muscolo smette di funzionare, la libertà diventa un lusso per pochi eletti. Resta, però, una domanda, pesante come il piombo: siamo pronti a pagare il prezzo di una verità che non fa sconti a nessuno, a partire da noi stessi? Forse la risposta non è in un articolo come questo, ma nel modo in cui quegli studenti, domani, decideranno di guardare il mondo fuori dal campus. (gd)

(Documentarista Unical)

[Courtesy LaCNews24]

La Calabria e il suo paradosso: essere ricca di risorse idriche ma incapace di gestirle e valorizzarle

di MARIO PILEGGILa Giornata Mondiale dell’Acqua (World Water Day), istituita dalle Nazioni Unite nell’ambito dell’Agenda 21 nata dalla Conferenza di Rio, si celebra ogni anno il 22 marzo. In tutto il mondo, eventi, convegni e iniziative accendono i riflettori sull’“oro blu”, richiamando l’attenzione sull’uso razionale di una risorsa indispensabile alla vita e tra le più preziose del pianeta.

Una necessità che continua a essere largamente sottovalutata, sia a livello nazionale sia regionale. E ciò vale non solo per le classi dirigenti del Paese, ma anche per quelle che governano una regione come la Calabria, straordinariamente ricca di acqua potabile, biodiversità e risorse naturali.

Anche nel 2026, la Calabria continua a non cogliere appieno l’occasione offerta da questa giornata, che potrebbe servire a: informare e coinvolgere i cittadini nella gestione e nella tutela delle risorse idriche; rafforzare la consapevolezza dell’acqua come bene vitale da usare in modo sostenibile; promuovere il ruolo dell’acqua nell’agricoltura e nella qualità dell’alimentazione; valorizzare suoli e acque che sostengono biodiversità ed eccellenze enogastronomiche riconosciute anche a livello internazionale.

Il vero paradosso è che, proprio in una regione che vanta tra le migliori acque d’Europa si continua a ignorare una tendenza ormai diffusa: nei ristoranti, accanto alla carta dei vini, compare sempre più spesso anche la carta delle acque.

Questa mancanza di attenzione impedisce ai calabresi di conoscere e difendere il valore delle proprie risorse idriche. E mentre le acque regionali risultano sempre più apprezzate fuori dai confini locali, i suoli vengono progressivamente degradati, tra abbandono delle aree interne e crescente cementificazione delle pianure.

Eppure, la Calabria possiede un patrimonio idrico straordinario.

Sono state censite: 4.598 sorgenti con portata superiore a 1 litro al secondo; 14.744 sorgenti oltre i 60 litri al minuto; una disponibilità complessiva pari a 43.243 litri al secondo, ovvero oltre 1,3 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno; a cui si aggiungono 10.442 sorgenti minori.

A queste si affiancano 211 sorgenti di acque calde e 5 sorgenti termali con temperature superiori ai 30°C.  Dati documentati da importanti studi, tra cui lo “Studio Organico delle Risorse Idriche della Calabria”.

Non solo quantità, ma anche qualità. Le acque potabili calabresi sono tra le migliori d’Italia e d’Europa. Ciò è dovuto alla composizione delle rocce nelle quali scorrono e si mineralizzano, oltre che alla purezza dell’aria. Le specificità degli assetti idro-geomorfologici e l’elevata piovosità rendono il territorio ricco di suoli fertilissimi e sorgenti di grande valore.

Suoli e acque ricchi di minerali alimentano una biodiversità straordinaria, con specie uniche in Europa come il bergamotto e il cedro, oltre a una varietà di prodotti agroalimentari di eccellenza.

Le peculiarità delle acque calabresi erano note già nell’antichità. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, descriveva le differenze tra i fiumi Crati e Sibari, attribuendo loro effetti diversi persino sull’aspetto fisico di uomini e animali. Un racconto suggestivo che testimonia quanto queste risorse fossero considerate speciali già migliaia di anni fa.

Nonostante questa ricchezza, il mancato e irrazionale utilizzo delle risorse idriche produce effetti gravi. Non solo impedisce di soddisfare pienamente il fabbisogno nei diversi settori, ma contribuisce anche al dissesto idrogeologico, con conseguenze ambientali, economiche e sociali sempre più evidenti.

Le criticità sono sotto gli occhi di tutti: crisi idriche ricorrenti, desertificazione di alcune aree, calo della produttività agricola, inquinamento e disagi quotidiani per le popolazioni, spesso costrette a razionamenti idrici anche al di fuori dei mesi estivi.

Emblematica, in tal senso, è la Delibera del Consiglio dei Ministri del 28 agosto 2025, che ha prorogato lo stato di emergenza per deficit idrico in numerosi territori calabresi: “Proroga dello stato di emergenza in relazione alla situazione di deficit idrico in atto nel territorio della città metropolitana di Reggio Calabria, della provincia di Crotone e dei comuni di Calopezzati, di Caloveto, di Cariati, di Corigliano-Rossano, di Cropalati, di Crosia, di Longobucco, di Mandatoriccio, di Paludi, di Pietrapaola, di Scala Coeli, di Acri, di Bisignano, di Luzzi, di Rose, di San Cosmo Albanese, di San Demetrio Corone, di San Giorgio Albanese, di Santa Sofia d’Epiro, di Vaccarizzo Albanese, di Bocchigliero, di Campana e di Terravecchia, in provincia di Cosenza”. Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 209 del 9 settembre 2025

Anche la Commissione Europea, attraverso le direttive quadro sulle acque (2000/60/CE) e sulle alluvioni (2007/60/CE), ha ribadito la necessità di accelerare gli interventi per la tutela delle risorse idriche e la gestione dei rischi legati ai cambiamenti climatici.

La Calabria, come molte regioni europee, è chiamata ad adeguarsi a queste indicazioni attraverso: la riduzione dell’inquinamento agricolo e urbano; il potenziamento e l’ammodernamento delle infrastrutture idriche per limitare le perdite; una gestione più efficace del rischio idrogeologico, con interventi di prevenzione contro frane e alluvioni.

L’adozione di queste misure è indispensabile per fermare il degrado ambientale e superare un paradosso sempre più evidente: quello di una regione ricca d’acqua ma spesso assetata.

Solo attraverso un uso responsabile e consapevole delle risorse idriche, la Calabria potrà tutelare il proprio patrimonio naturale e garantire un futuro più equo e sostenibile alle nuove generazioni. (mp)

(Geologo del Consiglio Nazionale Amici della Terra)

Referendum: l’Italia sceglie il NO. E anche in Calabria non vince il SI (tranne che a Reggio)

di SANTO STRATI Due milioni di voti in più e il No ha prevalso. È il dato netto di un referendum portato al parossismo  politico dalla Sinistra che ha mostrato di saper cavalcare l’«odio» contro il Governo Meloni e soprattutto nei confronti della Premier. Qualsiasi previsione, in partenza, partiva con serissime incognite e la valutazione apparentemente positiva per il SÌ provocata da un’affluenza corposa (e inaspettata) si è rivelata sbagliata. Ovvero la forte affluenza non ha penalizzato la Sinistra, anzi ha ribaltato il risultato che si dava per scontato.

Dunque, è necessaria una valutazione politica di questo risultato frutto più della radicalizzazione dello scontro politico che della convinzione personale degli elettori. Anzi, a mio avviso, è pesata nei confronti degli elettori, nella gran parte degli elettori, l’assenza di una estrema chiarezza sugli obiettivi del referendum.

La Schlein, Conte e AVS hanno giocato d’azzardo, stimolando gli istinti di hater della popolazione civile e trasformato la bocciatura (eventuale) della legge costituzionale di riforma della giustizia in una chiamata alle armi contro la premier e la sua coalizione. In politica si gioca sporco e ogni mossa è lecita – si sa – ma probabilmente  a Destra dovranno farsi molte domande su questa improvvisa disfatta che ha poche giustificazioni, se si valuta in chiave politica il voto del referendum.

Basti guardare la tabella sull’appartenenza partitica di chi ha votato, prodotta per il TG1 dal Consorzio Opinio Italia: risulta evidente che i partiti della coalizione non hanno votato compatti SÌ. Anzi risulta che hanno detto no l’11,2 % degli elettori di Fratelli d’Italia, il 17,9% gli elettori di Forza Italia-Noi Moderati-PPE e il 14% degli elettori della Lega, per un totale del 43% nella ripartizione dei voti del NO, che rapportato all’affluenza ha un significato di non poco conto, tenendo presente i voti mancati per raggiungere il traguardo.

C’è evidentemente, uno scollamento, un malessere, nella coalizione che, se prima serpeggiava in modo felpato e quasi impercettibile, con la vittoria del NO è emerso in tutta la sua reale dimensione. Il voto degli italiani che hanno detto NO non è – come sostiene l’ex presidente Giuseppe Conte – «un avviso di sfratto al Governo Meloni» però è una realtà pericolosa da affrontare in vista delle prossime politiche del 2027.

Non ci saranno dimissioni, come aveva anticipato la premier Meloni, ma andrà fatta una seria riflessione sulla tenuta della maggioranza e sulle prospettive future di una coalizione dove ognuno va – alla fine – per conto proprio. Se la Sinistra ha serrato le fila precettando i propri elettori e pescando tra gli astensionisti abituali con favole e baggianate che hanno incantato e motivato, la destra ha peccato di presunzione sottovalutando la reale portata del rischio, senza provvedere per tempo a rinforzare gli argini “deboli” della coalizione. In Calabria la situazione del voto rispecchia in gran parte quella nazionale e pone non pochi problemi sia a Occhiuto (scommettiamo che arriveranno immediate novità sul fronte dei suoi procedimenti penali in corso?) sia alla coalizione di centrodestra che sarà impegnata il 24 e 25 maggio nel rinnovo del Consiglio comunale di Reggio e di Crotone e di altri centri. La strada che appariva in discesa diventa pianeggiante e tutto può succedere, alla luce del risultato di ieri. Unica nota positiva è il rassicurante ritorno alle urne, con un’affluenza che indica il contrario della disaffezione alla politica che tutti paventavano. Non è vero che prevale la sfiducia e l’avvilimento verso la politica e i suoi protagonisti: serve un richiamo forte e motivato che, stavolta, la sinistra è stata abile e furba ad attivare. (s)

Referendum: l’affluenza sarà determinante per l’esito finale

di SANTO STRATI  – Mai come questa volta gli osservatori politici, gli analisti e gli strateghi del voto si sono trovati in grande imbarazzo nell’azzardare l’esito referendario. La politicizzazione (voluta dalla sinistra) del voto referendario come il NO equivalente alla “bocciatura” del Governo Meloni e non della sua proposta di riforma costituzionale ha sicuramente sparigliato le previsioni sui risultati.

E, soprattutto, ha messo in evidenza, senza il minimo dubbio, che sarà l’affluenza a determinare il successo del SÌ o del NO. Ovvero, facile immaginare che una bassa affluenza favorirà il centrosinistra e i fautori del NO, mentre il superamento psicologico del 50% dei votanti dovrebbe avvantaggiare il SÌ.

La spiegazione è abbastanza ovvia: la sinistra ha schierato i suoi elettori precettandoli come fosse una guerra di religione contro la Meloni e il suo Governo: l’elettore di sinistra è abituato ad accettare i “consigli” della sua coalizione (io direi gli ordini di partito) e votare non secondo coscienza, ma seguendo direttive rigide e non discutibili. L’elettore del centrodestra è più irrequieto e “farfallone” e non sempre accetta di ricevere “ordini di scuderia”, al contrario, se non  gli garbano le indicazioni del proprio partito, sceglie con molta nonchalance di disertare le urne, lasciando intendere che voterà come “suggerito” dalla sua coalizione.

In altre parole, in questa occasione, chi non va a votare è in gran parte orientato a destra, chi non diserta le urne è di sinistra. Può sembrare un’analisi molto da sociologia da marciapiedi, ma se ci pensate bene, le motivazioni (inesistenti) del NO si poggiano quasi esclusivamente sull’illusoria (ma mica tanto) vittoria che politicamente “boccerebbe” la destra di Governo.

E qui sarebbe opportuno notare che la premier Meloni ha atteso di scendere in campo solo l’ultima settimana per metterci la faccia, pur avendo dichiarato da subito che qualunque risultato non avrebbe prodotto alcun danno al suo Esecutivo, né men che meno provocato le sue dimissioni. Mi permetto di far notare che questa strategia (sbagliata) della non visibilità ha favorito la Schlein, Conte e AVS lasciando il campo libero al festival delle baggianate, nella graniitca certezza che gran parte degli italiani non avesse capito molto delle finalità referendarie.

L’errore del centrodestra è stato aver lasciato spazio e non aver avviato una campagna di comunicazione adeguata, mettendo subito in chiaro, che non si trattava un plebiscito a favore o contro il Governo, bensì di esercitare per i cittadini il diritto costituzionale di dare il via a una legge di revisione o bocciarla.

Il dato dell’affluenza delle ore  19 è stato del 38,90% (nel 2020 alla stessa ora al referendum voluto da Renzi aveva votato soltanto il 29,68%): è un dato da prendere con ottimismo soprattutto perché confermerebbe un risveglio di coscienza “politica” negli elettori che, da tempo, hanno scelto di disertare le urne.

La legge di riforma proposta dalla Meloni (ricordiamolo, senza accogliere richieste di modifica da parte del Parlamento, né dalla maggioranza né dall’opposizione) è semplicemente un piccolo passo verso un ormai non più rinviabile processo di rinnovamento dell’ordinamento giudiziario. La novità riguarda solo la separazione delle carriere tra pubblici ministeri (la pubblica accusa) e magistrati giudicanti e lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, con l’istituzione di una Corte disciplinare per valutare  e giudicare eventuali irregolarità o reati penali commessi da magistrati.

Di tutto il resto, quello che la propaganda politica ha spacciato per “danni collaterali”, per la verità non c’è traccia nel quesito referendario che, lapidariamente, chiede di approvare o respingere la legge votata approvata in Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025.

In buona sostanza, votare SÌ significa approvare la legge costituzionale e consentirne la piena entrata in vigore. La riforma inizierà a produrre effetti sull’assetto della magistratura secondo quanto previsto dal testo ma per diventare esecutiva avrà bisogno delle successive leggi di attuazione che dovranno essere predisposte dal Parlamento.

Votare NO, viceversa, comporta il rigetto della riforma: la legge non diventerà operativa e rimarrà in vigore l’assetto costituzionale attuale.

Non si trascuri il fatto che il re-

ferendum non permette di scomporre la riforma in singoli punti. L’elettore si deve esprimere sull’intera architettura normativa, dalle norme sull’ordinamento giudiziario a quelle che istituiscono la Corte disciplinare. E allora bisogna dire che c’è stata scarsa e lacunosa informazione sulla vera valenza del referendum a proposito di una legge che non costituisce una riforma globale del sistema giudiziario italiano, ma traccia un primo percorso per una revisione totale del modo di amministrare la giustizia in Italia.

La vittoria del SÌ non è una promozione del Governo in carica, ma costituirebbe un preciso segnale a quei magistrati che disinvoltamente mandano in galera innocenti pur in assenza  di prove concrete e  inoppugnabili o, alla stessa maniera, scarcerano pericolosi pregiudicati, basandosi su fumose valutazioni che nessuno – fino a oggi – è mai riuscito a confutare.

Non è una battaglia contro uno sparuto gruppo di magistrati “irresponsabili”, ma è una riforma di civiltà giuridica. (s)

TUTTI A VOTARE. ma il referendum non è pro o contro il Governo

di SANTO STRATI – Oggi dalle 7 alle 23 e domani fino alle 15, gli italiani sono chiamati a esprimere un SÌ o un NO al quesito referendario sulla giustizia. È un referendum confermativo di una legge costituzionale e non richiede il quorum (al contrario di quelli abrogativi), quindi vince chi prende più voti.

È un referendum che la sinistra (sbagliando) ha trasformato in lotta politica: votare NO – sostengono la Schlein e compagnia di giro – significa bocciare il Governo Meloni. Governo guidato da una premier che è stata democraticamente eletta (con un mare di voti) e alla quale il Presidente della Repubblica ha conferito l’incarico. La lotta politica si fa in Parlamento, non a colpi di slogan divisivi che confondono l’elettorato che, a questo punto, – diciamoci la verità – già ha poca voglia di recarsi alle urne e sul tema referendario in questione ha le idee alquanto confuse. E poca voglia di partecipare a un plebiscito positivo o negativo sulla Meloni (come sostenuto dall’opposizione).

Allora, sarebbe opportuno spiegare qualche cosa in più sul referendum di oggi: ovvero, che non cambia molto sull’ordinamento giudiziario, salvo lo sdoppiamento del CSM e di un organo di valutazione aggiuntivo sulla condotta dei magistrati inquirenti o giudicanti che siano. Sono tutte fandonie le chiacchiere diffuse (ahimè, in gran parte da Pd, 5 Stelle e AVS) sulla “rivoluzione” che subirebbero i cittadini qualora prevalesse il SI. Per contro, bisogna, correttamente, osservare che la premier Meloni, soprattutto negli ultimi giorni, si è spesa per negare la valenza politica di questa consultazione popolare.

In buona sostanza, non cambia nulla, salvo la separazione delle carriere tra pm e giudici, ma certamente questo primo abbozzo di riforma  servirà – se venisse approvata dal popolo – ad avviare una seria revisione dell’ordinamento giudiziario.

La malagiustizia ha, purtroppo, un contenzioso molto alto nei confronti di centinaia (migliaia?) di cittadini ingiustamente detenuti senza prove concrete (la famosa “pistola fumante» (smoking gun) dell›ordinamento anglosassone e americano) che significa avere elementi probatori di incontrovertibile colpevolezza. Senza i quali nessuno dovrebbe venire sbattuto in prima pagina (spregevole abitudine della stampa italiana, dove l›avviso di garanzia è sinonimo di condanna, per via mediatica), con tutte le conseguenze del caso. Sono danni irreparabili che nessun risarcimento potrà mai lenire: vite distrutte, famiglie allo sfascio, minori sotto choc con padri (o madri) in manette in ore antelucane, quasi che si trattasse del mafioso più pericoloso del momento.

Attenzione, questo referendum non abolisce la malagiustizia ma lancia un severo monito alla magistratura, lasciando intravvedere un “demansionamento” del potere del magistrato inquirente o giudicante, che non significa assolutamente mettere in discussione il ruolo fondamentale (e costituzionalmente tutelato) della magistratura, che al 99,9% è terza e indipendente. È a quello zerovirgolauno che va questa sorta di avviso: questa riforma è solo il primo gradino di una sostanziale riscrittura dell’ordinamento giudiziario, proprio perché si possano evitare scarcerazioni facili o arresti e custodie cautelari immotivate, di cui, a partire da Enzo Tortora, si sono viste le catastrofiche conseguenze. Non che prima di Tortora non ci fossero “errori” giudiziari, ma l’accanimento dei giudici inquirenti (poi moltiplicato infinite altre volte e smentito quasi regolarmente  da una sentenza che dichiara “il fatto non sussiste”) in quel caso lì – a distanza di anni – sembra un assurdo giuridico, un mostro di non-giustizia che non può più essere tollerato.

Il cittadino (ove sia indagato) non deve dimostrare di essere innocente, ma tocca all’inquirente trovare gli elementi a sostegno dell’accusa che serviranno a determinare poi, in giudizio, la sentenza. Ma non è tollerabile che si arrivi a giudizio senza prove massicce e inconfutabili della commissione del reato.

Il referendum non risolve quest’aspetto, ma potrà dare il via a una riforma totale. Di fatto, il quesito referendario chiede al popolo di approvare o bocciare un testo di legge di modifica costituzionale. Se vince il NO significa che la legge è bocciata, se vince il SÌ occorrerà provvedere ai provvedimenti di attuazione che permettano la sua corretta esecuzione.

In altre parole, la modifica proposta, di per sé, non contiene le norme di attuazione, che andranno poi predisposte, in caso di approvazione da parte degli elettori. È semplicemente un primo passo di una riforma dell’ordinamento giuridico non più procrastinabile. Il referendum non è sulla malagiustizia o sull’azione di governo, ma implica una scelta dei cittadini su un progetto di riforma che parte proprio dalle modifiche costituzionali proposte.

Aver trasformato questo appuntamento elettorale in un’arma impropria per chi non ama il governo Meloni, è un grave errore politico della sinistra che sconfessa se stessa (alcune delle proposte dell’esecutivo, in passato, erano state avanzate da governi di centro-sinistra) e alimenta, ahimè, uno scontro maggioranza-opposizione di cui l’Italia, in questo momento, farebbe volentieri a meno.

Le ragioni del NO e del SÌ sono state stravolte con interpretazioni spesso fantasiose degli effetti del risultato e la conseguenza sarà, come si teme, una forte astensione di votanti. I delusi della politica hanno un pretesto in più per disertare le urne, l’opposizione, invece, farà una “chiamata alle armi” di portata storica per far prevalere il NO.

Ma  siamo sicuri che è questo che la maggioranza degli italiani veramente vuole?

L’alluvione in Calabria è solo l’epilogo dell’immobilismo politico

di DOMENICO MAZZAL’ennesima ferita al cuore dello Jonio conferma l’immobilismo istituzionale che da decenni grava su questo territorio. Non è il maltempo, né la retorica della “bomba d’acqua”, né tantomeno la categoria della fatalità a spiegare ciò che è accaduto. L’evento che ha travolto l’area compresa tra Mirto-Crosia e Corigliano-Rossano non rappresenta un’anomalia: è la riproposizione di un disastro ampiamente prevedibile. Un rito ciclico di un’area geografica lasciata al proprio destino.

Come già accaduto con l’esondazione del Crati, anche il ciclone Jolina diventa oggi testimone di una realtà inoppugnabile. In questo quadrante della Calabria, il fango è ormai l’unica evidenza tangibile di una gestione del territorio che non conosce la prevenzione. Solo la reazione tardiva. Solo l’affanno postumo.

La sedimentazione dell’incuria: alvei in regressione

Il problema non risiede nell’eccezionalità dell’evento meteorico, bensì in un processo di incuria stratificato per decenni. Gli alvei fluviali – che dovrebbero garantire il regolare deflusso idraulico verso il mare – sono stati lasciati evolvere in giungle impenetrabili, trasformati in ricettacoli di inerzia amministrativa. La mancata manutenzione non è una semplice omissione tecnica: è una linea di condotta. Una scelta reiterata che ha prodotto l’abbandono sistemico del territorio.

L’esondazione dei corsi d’acqua è il frame finale di una pellicola già vista. Un trailer di ciò che accadrà ancora se non si interviene sulla “geografia invertita”: un paradosso geomorfologico in cui il letto dei fiumi ha superato le quote dei terreni circostanti. Tale innalzamento, causato da sedimenti mai rimossi, ha mutato la natura stessa delle aste fluviali. I fiumi non scorrono più protetti nel ventre della terra: incombono su di essa come entità pensili, sospesi tra argini che non difendono più. Quando la capacità di ricezione si esaurisce, la legge di gravità compie il resto. La massa d’acqua e detriti si riversa sulle case, sulle aziende, sulle comunità: le utilizza come vasche d’espansione. Non è caso. Non è ineluttabilità. È la sintesi rigorosa e spietata di un’implacabile conseguenza meccanica: l’esito fisico dell’incuria sedimentata.

Analisi di un fallimento: tra inerzia e frammentazione

Le classi dirigenti hanno subordinato la sicurezza idrogeologica alla logica dell’emergenza, preferendo la gestione del danno alla sua evitabilità. La ritualità della “conta dei danni” e le passerelle istituzionali post-evento non possono più sostituire la pianificazione ordinaria e strutturale. Il dissesto idrogeologico resta un capitolo evocato nei programmi, ma inattuato nei fatti. Si dissolve nei corridoi di una burocrazia che percepisce lo Jonio come terra di confine; come un lembo remoto. Quasi un’appendice trascurabile e – pertanto – sacrificabile senza rimorsi. A ciò si aggiunge un rimbalzo di competenze tra Enti locali, Consorzi di bonifica e Regione che ha prodotto un vuoto decisionale profondo. In questo vuoto – cancellando differenze e confini – il fango è diventato l’unico elemento unificatore dell’Arco Jonico.

Non è solo una crisi ambientale: è una decrescita forzata che compromette l’economia dell’intero comprensorio e ne mortifica le prospettive di sviluppo. La civiltà jonica merita una risposta tecnica definitiva, capace di superare – una volta per tutte – questo paradigma del pantano.

L’imperativo del riscatto: oltre la rassegnazione del fango

Siamo giunti a un punto di non ritorno che impone il superamento della pura testimonianza. Non è più tollerabile che il destino della Sibaritide e dell’intera area jonica resti ostaggio di una negligenza che ha i tratti dell’omissione sistematica. Reclamare la messa in sicurezza dei bacini idrici non è una richiesta di assistenza: è un atto di cittadinanza. Un diritto elementare per un territorio che ha già pagato un tributo altissimo all’indifferenza.

La popolazione jonica non può e non deve rassegnarsi a essere sommersa dal fango dell’incuria. Serve una mobilitazione delle coscienze che costringa le Istituzioni a invertire la rotta. La terra non perdona il vuoto della Politica, e il fango di oggi è il sedimento di una responsabilità non esercitata.

È tempo di riappropriarci della nostra geografia, prima che la prossima onda di piena o l’intensa attività pluviometrica cancellino definitivamente il futuro di questa terra. (dm)

(Comitato Magna Graecia)

Crotone, da periferia marittima a snodo strategico del Mediterraneo ionico

di ROMANO PESAVENTO – Nel 2026 parlare di sviluppo per una città portuale non significa più soltanto discutere di banchine, dragaggi e traffici commerciali. Significa leggere la geopolitica. Il Mediterraneo è tornato a essere un mare strategico, ma anche fragile: la crisi del Mar Rosso ha già ridotto drasticamente i transiti a Suez e nello stesso tempo il conflitto in Medio Oriente ha spostato l’attenzione sullo Stretto di Hormuz, uno dei principali punti di passaggio del commercio energetico mondiale. In questo contesto la stabilità delle rotte commerciali non è più scontata e la vulnerabilità dei grandi chokepoint marittimi produce effetti diretti sulle economie portuali del Mediterraneo.

In questo quadro, Crotone non può essere letta con le categorie del passato. Non sarà il grande hub container del Mediterraneo e non avrebbe senso immaginarla come una copia minore di Gioia Tauro. Ma proprio per questo la sua prospettiva è interessante: Crotone può diventare uno snodo specializzato dell’economia del mare, una piattaforma ionica per servizi logistici, filiere energetiche, manutenzione navale, short sea shipping, cantieristica leggera, crociere di fascia medio-alta e gestione digitale delle catene di approvvigionamento. È qui che la geografia incontra la strategia.

La premessa è semplice. L’economia del mare rappresenta oggi uno dei settori più dinamici del sistema economico italiano. Secondo i rapporti più recenti di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne, l’economia del mare genera oltre 76 miliardi di euro di valore aggiunto diretto in Italia e oltre 200 miliardi considerando l’effetto moltiplicatore sull’intero sistema produttivo nazionale. Gli occupati collegati alle attività marittime superano il milione di unità. Questo significa che investire nel mare non produce soltanto traffico portuale, ma attiva manifattura, turismo, servizi, innovazione tecnologica e occupazione qualificata.

Per Crotone il punto di partenza esiste già. Il porto si trova sulla costa orientale della Calabria, lungo la rotta naturale che collega Adriatico e Tirreno e di fronte alla Grecia. Il porto nuovo dispone di circa 1.900 metri di banchine operative, fondali medi compresi tra 8 e 10 metri e ampi piazzali retroportuali. L’area industriale retrostante è inclusa nelle zone economiche speciali del Mezzogiorno e offre spazi significativi per nuovi insediamenti produttivi. Non sono dimensioni che consentono di competere con i grandi hub container del Mediterraneo, ma sono perfettamente compatibili con uno sviluppo portuale selettivo e ad alta specializzazione.

Il vero cambio di paradigma nasce però dalla trasformazione geopolitica in atto. Quando i grandi corridoi commerciali diventano instabili, le imprese non cercano soltanto nuove rotte: cercano ridondanza, sicurezza e nodi logistici alternativi. L’interruzione o la riduzione dei traffici in aree strategiche come il Mar Rosso o lo Stretto di Hormuz dimostra quanto il sistema commerciale globale sia vulnerabile. In questi scenari i porti secondari e medi possono acquisire una funzione strategica come punti di appoggio logistico, piattaforme di servizio e nodi di distribuzione regionale.

Crotone può ritagliarsi un ruolo preciso proprio in questa nuova geografia commerciale. La sua posizione sullo Ionio la colloca al centro di un arco marittimo che collega Grecia, Adriatico, Balcani, Mediterraneo orientale e Italia meridionale. Non si tratta di competere con i grandi porti hub, ma di costruire una funzione complementare basata su traffici feeder, collegamenti ro-ro e ro-pax, logistica regionale e servizi marittimi specializzati.

Un secondo ambito di sviluppo riguarda le filiere energetiche e industriali legate al mare. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e nel Medio Oriente non producono soltanto oscillazioni dei prezzi energetici, ma mettono sotto pressione l’intero sistema logistico globale. Petrolio, gas naturale liquefatto, fertilizzanti e materie prime strategiche transitano in larga misura attraverso quell’area. In una situazione di instabilità prolungata, il Mediterraneo potrebbe rafforzare il proprio ruolo come spazio di trasformazione, stoccaggio e ridistribuzione delle risorse energetiche e industriali.

In questo contesto anche porti di dimensioni intermedie possono diventare piattaforme di supporto per servizi tecnici alle navi, cantieristica, manutenzione, stoccaggi specializzati e logistica industriale. Crotone, grazie alla presenza di un’area industriale retroportuale e di spazi disponibili per nuovi insediamenti, potrebbe sviluppare attività legate alla filiera energetica e ai servizi marittimi avanzati.

Un ulteriore ambito di crescita riguarda il turismo marittimo. La città possiede un patrimonio storico e archeologico di grande rilievo, legato alla tradizione magnogreca e al sito di Capo Colonna. Negli ultimi anni la crocieristica ha iniziato a mostrare segnali di crescita e potrebbe diventare un elemento strutturale dell’economia urbana. In un Mediterraneo segnato da tensioni geopolitiche, le compagnie crocieristiche tendono spesso a valorizzare scali più piccoli, sicuri e ricchi di identità culturale. Crotone può inserirsi in questa tendenza offrendo un modello di porto-città capace di integrare turismo, cultura e servizi marittimi.

Tuttavia il vero fattore competitivo del futuro non sarà soltanto infrastrutturale. Sarà digitale. I porti più efficienti del mondo stanno diventando piattaforme informatiche integrate in grado di gestire dati, traffici, documenti e flussi logistici in tempo reale. La digitalizzazione dei sistemi portuali rappresenta una delle principali direttrici di innovazione nel settore marittimo globale.

In questo campo Crotone potrebbe sviluppare un sistema informatico portuale avanzato integrato con le piattaforme logistiche nazionali ed europee. Un moderno Port Community System consentirebbe di collegare operatori portuali, autorità marittime, imprese logistiche, dogane e compagnie di navigazione in un unico ecosistema digitale. La gestione informatizzata dei flussi documentali, delle operazioni di attracco, delle procedure doganali e della sicurezza portuale ridurrebbe tempi e costi logistici aumentando l’attrattività dello scalo.

A questo si potrebbe affiancare lo sviluppo di un digital twin del porto e dell’area retroportuale, una piattaforma digitale capace di simulare traffici, condizioni meteo-marine, consumi energetici e flussi logistici. In uno scenario di crescente complessità geopolitica e commerciale, la capacità di analizzare e prevedere i flussi logistici diventa un elemento strategico per la competitività portuale.

Un’altra prospettiva riguarda la cybersecurity marittima e industriale. Con l’aumento della digitalizzazione dei porti cresce anche la necessità di proteggere sistemi informatici, dati logistici e infrastrutture critiche. Un polo tecnologico specializzato nella sicurezza informatica applicata al settore marittimo potrebbe rappresentare un nuovo ambito di sviluppo per il territorio, collegando università, imprese tecnologiche e operatori logistici.

Naturalmente il percorso di sviluppo di Crotone deve confrontarsi anche con alcune criticità strutturali. La più rilevante riguarda il processo di bonifica delle aree industriali e portuali incluse nel sito di interesse nazionale. Il completamento delle attività di caratterizzazione e risanamento ambientale rappresenta una condizione essenziale per attrarre investimenti e rafforzare la credibilità del territorio.

Un secondo limite riguarda la connettività infrastrutturale. L’efficienza di un porto dipende in larga misura dalla qualità dei collegamenti con il suo hinterland. Strade, ferrovie e collegamenti aeroportuali devono essere pienamente integrati con l’infrastruttura portuale. Senza un miglioramento significativo delle connessioni logistiche, qualsiasi strategia di sviluppo marittimo rischierebbe di rimanere incompleta.

La prospettiva più realistica per Crotone non è dunque quella di diventare un grande hub container, ma quella di affermarsi come piattaforma ionica specializzata nell’economia del mare. Un porto flessibile, integrato con il territorio, capace di offrire servizi logistici, industriali e digitali in una regione del Mediterraneo sempre più rilevante dal punto di vista geopolitico.

Le tensioni che attraversano il Medio Oriente e le rotte commerciali globali non rappresentano di per sé un’opportunità. Sono piuttosto un segnale di trasformazione del sistema economico internazionale. In questo scenario i territori che sapranno interpretare per tempo i cambiamenti della geografia commerciale avranno maggiori possibilità di sviluppo.

Crotone possiede una posizione geografica strategica, un porto con margini di crescita e un territorio che può integrarsi con le nuove filiere della blue economy. Se queste risorse verranno accompagnate da investimenti infrastrutturali, innovazione digitale e politiche di sviluppo coerenti, la città potrà trasformarsi da periferia marittima a nodo strategico del Mediterraneo ionico. (rp)

È il Mezzogiorno la vera locomotiva del Paese: senza di esso non riparte

di LUIGI SBARRA – Nelson Mandela amava ripetere che il mondo deve far leva sui vincitori. Perché i vincitori altro non sono che sognatori che non si arrendono. Bene, io oggi vedo in questo Paese, al Sud, tanti sognatori che insieme ad altri vogliono  essere parte integrante di questa giusta battaglia per la crescita, per lo sviluppo, per la qualità del lavoro, e per la libertà dai bisogni. Ci sono anch’io.

Quelli che viviamo non sono tempi ordinari, è una fase molto complessa. Avevamo in parte gioito nel pensare che dopo l’emergenza sanitaria e pandemica, a cui è seguita la crisi energetica, il rincaro delle materie prime, la guerra in Ucraina, l’esplosione dell’inflazione, poi Gaza, e oggi, ancora di più, in un teatro di guerra come è il conflitto in Iran, ci saremmo rialzati.

Tutto questo invece determina effetti e ricadute, pesanti, sulle economie globali, europee, sul nostro Paese alle prese, tra l’altro, con una transizione anche qui evocata dal punto di vista tecnologico, digitale, energetico, industriale, demografico a cui, amo ripetere, deve corrispondere anche una transizione di natura sociale.  La storia di questo Paese è una storia orizzontale e io penso che, da questo punto di vista, oggi il vero tema, come richiama Franco Napoli nel suo libro, è capire come governiamo la crisi, e come cogliamo il senso di nuove, inedite sfide difficili, sfide che alla fine diventano anche le grandi opportunità che abbiamo davanti a noi.

Il riferimento al suo passato

Ci animano e ci tengono insieme, mi permetto di dire,  valori passioni e principi comuni, di chi magari si è abbeverato alla fonte del cattolicesimo democratico e popolare, del riformismo sociale, di chi crede nel valore dei corpi intermedi, che possono rappresentare un formidabile sostegno e incoraggiamento ad un sistema politico che rischia di essere un sistema politico centralizzato, verticalizzato, personalizzato. E che è l’esatto opposto della storia di questo nostro paese, che è cresciuto dal dopoguerra, attingendo alla sorgente dei grandi soggetti collettivi delle associazioni, dei movimenti, e del sistema delle autonomie locali.

Qualche settimana fa il Senato ha approvato il piano annuale sulle piccole e medie imprese per liberare risorse finalizzate a incentivare la rete delle piccole e medie imprese, a semplificare e agevolare l’accesso al credito, semplificando procedure burocratiche, ad accompagnare anche forme di ricambio generazionale, riconoscendo al tema delle piccole e medie imprese un assoluto e grande valore.

Nell’ultima legge di stabilità, in modo particolare, risorse importanti sono state destinate a sostenere le imprese. Penso al nuovo piano Transizione 5.0, innovato con la  misura dell’iper ammortamento. Penso ai contratti di sviluppo. Penso alla nuova legge Sabatini per agevolare anche qui l’accesso al credito. Penso poi  ad una esperienza importante e innovativa come quella  della Zes Unica Mezzogiorno, che sta configurandosi non come una misura di emergenza, ma come una strategia vera di politica industriale.

La Zes Mezzogiorno in ragione dei risultati positivi, allarga il suo perimetro territoriale anche ad aree e regioni centrali del Paese, come le Marche e l’Umbria. Franco Napoli richiama spesso questo tema, di agevolare la crescita della nostra rete delle piccole e medie imprese attraverso due interventi potenti, forti, lui scrive: Semplificazione amministrativa da un lato, e detassazione o riduzione delle tasse dall’altro.

Perché sta funzionando la  Zes Unica nel Mezzogiorno? Perché agisce su due parametri effettivi. La semplificazione delle procedure burocratiche e amministrative attraverso le autorizzazioni uniche. L’investitore massimo in 45-50 giorni ha tutte le autorizzazioni sul tavolo per poter avviare la propria  iniziativa  d’impresa  oppure ampliare quella già esistente. L’altra condizione interessante per agevolare investimenti è legato ai vantaggi fiscali attraverso il credito di imposta sul quale il Governo Meloni ha impegnato risorse importanti in questi ultimi di anni d che oggi ha rafforzato con uno stanziamento di più di 4 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Questo combinato disposto rende la misura di politica industriale estremamente interessante per gli investimenti agevolando così la crescita economica e l’occupazione Sud.

Nell’autunno del 2023 Giorgia Meloni decide di mettere mano a questo tema e di operare una vera riforma, allargando il perimetro a tutte le regioni del Mezzogiorno e ad alcuni territori dell’Abruzzo. Bene, in due anni, la struttura di missione della Zes ha rilasciato 1.010 autorizzazioni uniche.

Significa 1.010 investitori che si sono presentati per avere tutte le necessarie autorizzazioni per fare imprese.

6 miliardi di investimenti, 14.500 nuovi posti di lavoro, solo con le autorizzazioni uniche. Cos’è successo col credito di imposta riconosciuto direttamente dall’Agenzia delle Entrate, col beneficio fiscale? In due anni sono arrivate 17.500 domande di beneficio fiscale per 12,5 miliardi di investimenti, con ricadute occupazionali molto consistenti. Quando la Meloni dice che il modello di politica industriale nel Paese deve riflettere quanto sta maturando al sud con la Zes, da un giudizio positivo e di esplicito riconoscimento ai risultati raggiunti. Dobbiamo stimolare, aiutare la crescita e l’innovazione, per rendere i territori e il sistema delle imprese più competitive, per modernizzare, per aiutare, si diceva, anche una prospettiva concreta per i giovani, soprattutto al Sud.

Fortunatamente, in una situazione così complicata, difficile, di bassa crescita, di bassa produttività, con tensioni geopolitiche enormi, in profilo commerciale, economico, militare, il Mezzogiorno cresce. Molti si chiedono, è un miracolo questa crescita del Sud che si sta sempre di più rafforzando, stabilizzando negli ultimi quattro anni? Io penso che non si tratti di nessun miracolo, ma è il frutto e il risultato della convergenza di interventi, di misure, di una visione unitaria, coordinata della crescita e dello sviluppo del Sud, senza frammentazioni, senza sovrapposizioni.

Al Sud ha funzionato benissimo l’impatto del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che riservava al mezzogiorno il 40% del totale delle risorse disponibili. E il sud ha risposto bene, centrando e migliorando, in termini di programmazione, di capacità di spesa, di tiraggio, quel 40% di risorse destinate. Attraverso un fatto nuovo, che dovremmo valorizzare, e che è un protagonismo importante dei sindaci, che hanno lavorato con performance ancora di più e migliori della dimensione regionale o nazionale, nella messa a terra delle risorse per crescita e sviluppo .

L’impatto del PNRR al sud è assolutamente positivo e io ascrivo a questo il fatto che il PIL nel Mezzogiorno, negli ultimi tre anni, cresce più che nel resto del paese, che ripartono gli investimenti pubblici e privati, che si rafforza l’export e che al Sud c’è tanta occupazione. Vero è che nel Paese, negli ultimi tre anni, abbiamo un milione e duecentomila occupati in più, ma questo è anche trascinato da un Mezzogiorno che realizza il massimo storico di occupazione, con il 50,2% che è il dato più alto dal 2004, quando sono iniziate le rilevazioni.

Bene il Pnrr, bene dunque le risorse della coesione, adeguatamente riformate, rimodulate da questo governo per evitare sovrapposizioni con le risorse del Pnrr attraverso gli accordi regionali sottoscritti dal Presidente del Consiglio con tutti i governatori delle regioni d’Italia. Risorse della coesione che non vengono più dispersi  in mille rivoli, ma concentrati su scelte di priorità precise per lo  sviluppo economico, la transizione ambientale, il sistema dei trasporti, l’occupazione, l’istruzione e la formazione, rigenerazione urbana e aree interne, economia della cultura, del turismo, del mare. Tutto questo sta determinando un impatto positivo di queste risorse sugli indicatori economici e sociali.

Questo governo negli ultimi tre anni, nelle leggi di stabilità, ha destinato risorse per incentivare l’occupazione, soprattutto al Sud, di giovani, donne, bonus Zes.

Grazie a queste misure e non solo il tasso di occupazione nel Mezzogiorno ha raggiunto il 50,2 % con crescita consistente tra donne e giovani e nella componente a tempo indeterminato. Ecco perché penso che tutto questo si scontra con quella visione un po’, ripeto, stereotipata, di una narrazione sul Sud consegnato ad una condizione di abbandono. Oggi il Sud, il nostro Sud, fatemelo dire con un po’ di orgoglio, è la vera locomotiva del Paese.

Senza il Sud questo Paese non riparte.

Qui possiamo creare le condizioni perché il Sud non perda le sue energie migliori, rappresentate da centinaia di migliaia di giovani diplomati e laureati che lasciano quelle comunità per trasferirsi al nord del Paese, in giro per l’Europa o per il mondo. Vi dico come la penso. Ai giovani noi dobbiamo assicurare la libertà di muoversi in un mondo sempre più interconnesso, globalizzato, ma nel contempo dobbiamo anche garantire il diritto a restare o a rientrare.

Che significa far fare un salto  di qualità alle dinamiche di crescita degli in investimenti  nelle filiere ad alto valore aggiunto, alla nostra dimensione delle imprese, agli interventi su formazione, competenze, conoscenza, innovazione, ricerca e sviluppo. Qui lo scatto in avanti, investimenti sulle nuove tecnologie, sull’innovazione, sulle competenze.

Noi dobbiamo fare potenti interventi sulle politiche attive, sulla formazione, sul sapere, sulle conoscenze, sulle competenze, perché nel presente e nel futuro conterà più il sapere che l’avere. È qui l’investimento vero che dobbiamo fare sui giovani tenendo insieme cambiamenti, trasformazioni, con la centralità della persona, con la dignità del lavoro, con il valore dei corpi intermedi.

Mi ritorna sempre alla mente quel grande monito di Papa Francesco, quando ci spronava a tenere in equilibrio digitalizzazione, intelligenza artificiale, automazione, robotica, tecnologie con un nuovo umanesimo del lavoro, mettendo al centro la dignità, la qualità, il valore della persona e del lavoro.

Questo Governo è fortemente interessato a sostenere le ragioni del nostro mezzogiorno, ma anche le prospettive di crescita e di sviluppo del Paese. Oggi più che mai dobbiamo guardare al presente e al futuro con grande ottimismo.

(Sottosegretario per il Sud) 

Dai borghi e dalle aree interne può nascere una nuova economia per il territorio

di FRANCESCO RAO – Negli ultimi anni il dibattito sul futuro delle aree interne italiane ha assunto una centralità crescente nelle scienze sociali e nelle politiche pubbliche. In questo scenario la Calabria rappresenta un caso emblematico: una regione che, pur attraversata da fragilità demografiche ed economiche, custodisce un patrimonio culturale e territoriale di straordinaria densità simbolica e identitaria. Secondo le analisi più recenti del Rapporto Svimez, il Mezzogiorno continua a vivere una profonda contraddizione: da un lato una dinamica di crescita sostenuta anche dagli investimenti pubblici e dal PNRR, dall’altro una persistente perdita di capitale umano.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani hanno lasciato il Sud in cerca di opportunità lavorative, alimentando un fenomeno di mobilità che riguarda in particolare le fasce più qualificate della popolazione. Le proiezioni demografiche indicano inoltre che entro il 2050 la Calabria potrebbe perdere una quota significativa della propria popolazione residente, con effetti evidenti sull’equilibrio sociale ed economico dei territori.

Eppure, proprio in questo scenario apparentemente critico si apre uno spazio di riflessione sociologica e progettuale: quello che potremmo definire il paradosso delle aree interne. Territori segnati da spopolamento e marginalità economica sono, allo stesso tempo, depositari di un capitale culturale, paesaggistico e comunitario capace di generare nuove forme di sviluppo. Nel lessico della sociologia dello sviluppo locale, il patrimonio culturale può essere interpretato come capitale territoriale: un insieme di risorse materiali e immateriali – architetture storiche, tradizioni, paesaggi, identità comunitarie – che costituiscono la base per processi di valorizzazione economica e sociale. La Calabria, con i suoi centri storici medievali, le architetture religiose, i borghi arroccati tra Aspromonte, Serre e Pollino, rappresenta uno degli spazi territoriali più ricchi di questo capitale diffuso. Tali risorse restano spesso frammentate e prive di una strategia sistemica di valorizzazione.

È qui che il concetto di welfare generativo può offrire una chiave interpretativa e operativa. Il welfare generativo, infatti, non si limita a redistribuire risorse, ma mira ad attivare le energie sociali presenti nei territori, trasformando il patrimonio locale in occasione di partecipazione, innovazione e produzione di valore collettivo.

La valorizzazione dei borghi non può essere pensata come una semplice operazione di promozione turistica. Essa richiede la costruzione di una filiera territoriale integrata, capace di connettere competenze, professionalità e infrastrutture. In questo quadro entrano in gioco nuove figure professionali e nuovi modelli di cooperazione territoriale: informatici impegnati nella digitalizzazione dei percorsi culturali, economisti e progettisti dello sviluppo locale capaci di costruire modelli sostenibili di economia territoriale, comunicatori e storyteller in grado di raccontare i territori attraverso linguaggi contemporanei, guide turistiche e operatori culturali chiamati a trasformare la visita in un’esperienza autentica e partecipata. Accanto a queste professionalità si muove la filiera dell’accoglienza diffusa: alberghi, B&B, case vacanze, ristorazione locale e produzioni tipiche, che costituiscono un sistema economico capace di generare occupazione e attrarre nuove presenze. Affinché questo sistema possa esprimere pienamente il proprio potenziale, è necessario intervenire su un nodo strutturale spesso trascurato: la connessione territoriale. Le aree interne necessitano di infrastrutture materiali e immateriali – sistemi di mobilità interzonale, reti digitali, servizi di accessibilità – che consentano ai territori di uscire dall’isolamento e di inserirsi nei flussi economici e culturali contemporanei.

Le ricerche sociologiche mostrano sempre più chiaramente come i territori periferici possano diventare spazi di sperimentazione sociale e istituzionale. In diversi contesti europei i piccoli centri stanno assumendo il ruolo di laboratori di innovazione territoriale, dove la collaborazione tra istituzioni, imprese sociali, università e comunità locali genera modelli di sviluppo più sostenibili e inclusivi. In questa prospettiva i borghi calabresi non rappresentano soltanto un’eredità del passato, ma possono diventare infrastrutture culturali del futuro. Luoghi nei quali il patrimonio storico si intreccia con la creatività contemporanea, la ricerca accademica, le economie culturali e il turismo esperienziale. La Calabria, quando viene realmente attraversata e vissuta, rivela una complessità culturale e paesaggistica che spesso sfugge alle narrazioni semplificate. Recuperare e valorizzare questo patrimonio significa costruire una nuova narrazione territoriale capace di superare la retorica del declino e restituire centralità ai territori interni. Se inserita in un progetto di welfare generativo e di sviluppo territoriale integrato, la valorizzazione del patrimonio culturale può diventare una delle leve più promettenti per contrastare lo spopolamento e generare nuove opportunità per i giovani.

In fondo, la sfida delle aree interne non è soltanto economica o demografica: è soprattutto una sfida culturale e sociale. Una sfida che riguarda la capacità delle comunità di riconoscere il valore dei propri luoghi e di trasformarlo in progetto collettivo. Perché, come insegna la sociologia dei territori, quando una comunità riscopre il proprio capitale culturale non custodisce soltanto la memoria del passato, ma costruisce le condizioni per il futuro. (fra)

(sociologo, professore a contratto Università Roma Tor Vergata)

Domenica le Primarie del Centrosinistra con un sogno nel cassetto

di SANTO STRATILe primarie del centrosinistra previste per domani, domenica 15 marzo, a Reggio sono il primo tassello di quella che si preannuncia una campagna elettorale alquanto complessa. La scelta del futuro sindaco di Reggio Calabria, che uscirà dalle urne il 24-25 maggio prossimi, tradisce, infatti, una grande incertezza tra gli elettori, a partire dal rebus dell’affluenza.

I reggini sono sfiduciati, stanchi, stufi e, diciamolo, decisamente incazzati di come la loro città sia stata lasciata andare alla deriva, senza pianificazione, senza programmazione, con interventi più adatti a fare scena che a risolvere i tantissimi problemi cittadini (rifiuti, sanità, sicurezza, mobilità, etc) e l’assoluta indifferenza verso la periferia e i suoi bisogni primari.

Non si tratta di fare le pulci a 12 anni di amministrazione Falcomatà (la storia si fa con i fatti e non solo con i buoni propositi) ma l’elettorato reggino è molto disorientato, anche perché a fronte della “vittoria facile e scontata” del centrodestra c’è di contralto l’assenza (ancora) del candidato della coalizione presumibilmente “vincente”.

Maliziosamente si potrebbe pensare che questa sia una strategia (?) del “dominus” Cannizzaro che, in un primo tempo, aveva annunciato – con il sostegno conclamato del Presidente Occhiuto in piazza Duomo – la sua “disponibilità” a candidarsi per Palazzo San Giorgio, salvo poi traccheggiare e disseminare dichiarazioni come arma di distrazione di massa e un programma “rivoluzionario” presentato lo scorso 14 febbraio più simile a un libro dei sogni che a una pianificazione complessa che dovrebbe essere  accuratamente precisa nei tempi e nei costi di realizzazione.

I reggini, accorsi in massa, ad ascoltare da Cannizzaro il nome del candidato sindaco sono rimasti palesemente delusi. Gli elettori di centrodestra avevano accolto l’invito di Ciccio Cannizzaro immaginandolo come il “momento della rivelazione” e invece si sono trovati più sconcertati di prima. Già, perché se è vero che Forza Italia ha i numeri per eleggere il sindaco (con il supporto dell’intera coalizione), c’è da notare che sono troppi i dissapori interni, per la verità ben dissimulati, che lasciano immaginare irriferibili scenari di lotta interna fratricida. Fratelli d’Italia non ha nomi da spendere per la poltrona del sindaco, mentre la Lega scalpita spingendo la “volenterosa” Tilde Minasi alla candidatura della coalizione. E rimane il buco nero del candidato ufficiale degli azzurri che, a Reggio, peraltro, godono di ottima salute.

Nell’ombra, intanto si agita lo spettro di Peppe Scopelliti che sta giocando una finisssima (e rischiosa) partita a scacchi con la coalizione di centrodestra, senza lasciare capire qual è il fine ultimo. La sua ricandidatura è esclusa per molte ragioni (e probabilmente perché non sono ancora passati i tempi richiesti dalla riabilitazione) ma al di là del mancato consigliere Sarica non ha “personaggi” da presentare. Il Polo civico guidato da Eduardo Lamberti Castronuovo pur mantenendo l’aspettativa di  un’alternativa con una notevole attrattività, si sta sgretolando, anche a causa del cattivo stato di salute del suo promotore il quale, comunque, rimane “candidato sindaco” sulla lettera. Il problema di Lamberti Castronuovo è che, secondo le norme attuali, per candidarsi a sindaco entro trenta giorni dalla presentazione ufficiale delle candidature (ossia il 24 marzo) dovrebbe dimettersi da tutte le cariche che detiene all’interno delle sue società, a partire dal Centro diagnostico. Una scelta che equivarrebbe a buttare via 40 anni di lavoro, salvo a concordare con la coalizione “vincente” un ruolo da vicesindaco che non è di natura elettiva e non richiede dimissioni obbligatorie da cariche e impegni di lavoro legati da convenzioni con la Regione.

Allora c’ è da immaginare che il nome del candidato o candidata ufficiale della coalizione di centrodestra apparirà “magicamente” solo dopo il referendum del 22-23 marzo, ma questo rischia di far crescere ancora il rigetto degli elettori verso le urne. Il partito di chi non va a votare sarà, quasi certamente, sempre il primo, anche nelle prossime consultazioni comunali.

E allora, quali scenari?

E qui si tracciano i lineamenti del sogno di centrosinistra che chiede il voto alle primarie di domani. Il sogno di approfittare della “confusione” del centrodestra per riproporsi alla guida della Città.

Alle primarie del 2014 votarono 17mila reggini: quanti saranno questa volta? La triade proposta Mimmetto Battaglia – Massimo Canale e Giovanni Muraca nelle pagine che seguono presenta il proprio programma. La scelta pressoché scontata del figlio dell’ex storico sindaco Battaglia non dovrebbe costituire una sorpresa, lasciando acque tranquille nel centrosinistra, ma l’eventuale (improbabile) ribaltone con la vittoria di Canale potrebbe provocare pericolosi marosi all’interno del Pd e dell’intera coalizione. C’è il patto non scritto che chi perde si mette da parte e sostiene il vincitore, ma le primarie – ricordiamolo facendo mente locale sul passato – sono un elemento divisivo che provoca rancori non facilmente sanabili. E tutto ciò significa che il sogno di (ri)battere il centro destra a Reggio è destinato a morire all’alba visto che per i reggini il tanto auspicato rinnovamento sarebbe solo una chimera politico-elettorale. (s)