Donne violate e abusate: l’8 marzo è ancora una chimera

di ANNA COMI 

L’8 marzo dovrebbe essere il giorno della consapevolezza e delle conquiste. Quest’anno, invece, porta con sé il peso di una battaglia che non possiamo permetterci di considerare conclusa. Le piazze che tornano a riempirsi al grido “solo sì è sì” raccontano molto più di una protesta: raccontano una richiesta di civiltà. Perché il cuore della libertà è il consenso. Non l’assenza di un rifiuto, non la dimostrazione di una resistenza, ma l’espressione chiara e libera di una volontà.

Il dibattito che si è acceso attorno al disegno di legge Bongiorno dimostra quanto questo passaggio culturale e giuridico sia ancora necessario. Per troppo tempo la giustizia ha chiesto alle donne di dimostrare il dissenso, quasi che la responsabilità della violenza dovesse essere provata da chi la subisce. Spostare il baricentro sul consenso espresso significa cambiare radicalmente prospettiva: riconoscere l’autodeterminazione sessuale come un diritto pieno e inviolabile, allineare finalmente l’Italia agli standard europei e allo spirito della Convenzione di Istanbul, ma soprattutto ridurre quella dolorosa vittimizzazione secondaria che troppe donne continuano a vivere nei tribunali.

Dire con chiarezza che senza consenso è violenza non è uno slogan ideologico. È un principio di civiltà giuridica e culturale. Significa affermare una cultura delle relazioni fondata sul rispetto reciproco, sulla responsabilità e sulla libertà. Significa dire alle nuove generazioni che il corpo e la volontà delle donne non sono mai un territorio ambiguo da interpretare, ma una libertà da riconoscere e tutelare.

Eppure la libertà delle donne non si difende soltanto nelle aule di giustizia. Si difende nella vita quotidiana, nella possibilità di costruire un progetto di vita autonomo, nel diritto a un lavoro stabile e dignitoso, nella possibilità di diventare madri senza essere penalizzate.

Da questo punto di vista l’Italia continua a mostrare ritardi profondi. Il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese resta tra i più bassi d’Europa: poco più del 52 per cento delle donne lavora, a fronte di una media europea che supera il 65 per cento. Dietro questo divario ci sono storie concrete: carriere interrotte dopo la maternità, dimissioni forzate, part-time involontari accettati per necessità. Ogni anno migliaia di donne lasciano il lavoro dopo la nascita di un figlio, spesso perché il sistema dei servizi e delle tutele non consente una reale conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.

Non è solo un problema economico. È una questione di libertà e di democrazia. L’autonomia economica rappresenta uno degli strumenti più forti di emancipazione femminile e uno dei principali argini contro la violenza e la dipendenza. Una donna che lavora e che può contare su diritti certi è una donna più libera di scegliere, più libera di dire sì e più libera di dire no.

Anche sul piano normativo, tuttavia, il cammino è ancora incompleto. Il congedo parentale e quello di paternità non sono ancora vissuti come diritti realmente paritari. Le recenti pronunce della Corte costituzionale hanno ampliato alcune tutele, riconoscendo ad esempio nuove possibilità di accesso ai congedi in situazioni familiari prima escluse, ma il quadro complessivo resta segnato da una distanza evidente tra principi e realtà. In Italia il congedo di paternità resta ancora troppo breve e culturalmente poco utilizzato, mentre il congedo parentale continua a essere fruito in larga maggioranza dalle madri.

Finché la cura dei figli e della famiglia continuerà a essere percepita come una responsabilità quasi esclusivamente femminile, l’uguaglianza nel lavoro resterà incompiuta. E con essa resterà incompiuta anche la piena libertà delle donne.

Per questo la battaglia sul consenso e quella per l’occupazione femminile non sono temi separati. Sono due facce della stessa richiesta di dignità. Entrambe chiedono alla società di riconoscere fino in fondo la libertà delle donne: la libertà di autodeterminarsi, la libertà di lavorare senza essere penalizzate, la libertà di costruire relazioni fondate sul rispetto.

Le piazze di questo 8 marzo ci ricordano che la strada da percorrere è ancora lunga. Ma ci ricordano anche che ogni conquista nella storia delle donne è nata da una presa di parola collettiva. E oggi quella parola è chiara e non può essere ignorata: il consenso non si interpreta, si ascolta. E la libertà delle donne non può più aspettare. (ac)

(Presidente dell’associazione Quote Rosa)

Allarme del Forum Famiglie: per i servizi all’infanzia la Calabria è ultima in Italia

di ANTONEITTA MARIA STRATI La Calabria è ultima in Italia per i nidi e i servizi per la prima infanzia. È l’Istat che lo certifica, fotografando, attraverso il suo report sui nidi e i servizi integrativi per la prima infanzia – Anno educativo 2023/2024, una situazione estremamente critica per la nostra regione. Nonostante un aumento dell’offerta a livello nazionale, la nostra Regione resta all’ultimo posto in Italia per investimenti, copertura dei servizi e numero di bambini che riescono realmente ad accedere ai nidi. Secondo i dati ISTAT, la spesa media comunale in Italia per i servizi educativi 0-3 anni è di 1.183 € all’anno per bambino. Un investimento importante.

Ma non uguale per tutti. La differenza territoriale è enorme: 3.314 euro nella Provincia di Trento, ma solo 234 € in Calabria. Il sistema comunale riesce a raggiungere solo il 5,9% dei bambini residenti, la quota più bassa del Paese.

Nonostante gli investimenti nazionali – in particolare tramite il Pnrr – le famiglie calabresi continuano a scontrarsi con una disponibilità di servizi del tutto insufficiente, aggravata dalla dispersione amministrativa e dalla fragilità finanziaria dei Comuni. Il tasso di copertura dato dal rapporto fra posti e bambini residenti da 0 a 2 anni compiuti – si legge nel report Istat – si attesta al 31,6% a livello nazionale, poco al di sotto della quota (33%) definita come Livello Essenziale delle Prestazioni (LEP), che dovrà essere garantita a livello di comune o di bacino territoriale locale entro il 2027 (Legge di Bilancio per il 2022 n. 234/2021). Tale dotazione di posti è condizione necessaria per il raggiungimento dei target europei definiti in termini di frequenza.

I dati sono chiari per Claudio Venditti, presidente del Forum Famiglie Calabria: «una famiglia non ha le stesse opportunità a seconda di dove nasce suo figlio».

«Per noi del Forum delle Associazioni Familiari il punto è chiaro – ha sottolineato – serve un investimento strutturale e omogeneo sul sistema 0-3;  garantire copertura territoriale reale sostenere le famiglie non solo nella domanda, ma anche nell’offerta dei servizi; potenziare le convenzioni con il privato sociale, che nel Sud assorbe oltre metà dell’aumento dei posti. Da non dimenticare le unità di personale aggiuntivo a tempo pieno che possono lavorare».

«Lo dico con franchezza – ha aggiunto –: la natalità non si sostiene con slogan, ma con servizi concreti. Su questi temi servirebbe fare squadra perché il nido migliora lo sviluppo cognitivo e relazionale, riduce le diseguaglianze e favorisce la natalità perché riduce il costo e il carico organizzativo del primo triennio di vita dei bambini».

«Bisogna unire le forze per rimettere al centro la natalità, il lavoro stabile, i servizi di ogni tipo, la fiscalità familiare, anche da questo dipende il ripopolamento delle aree interne. Non servono scorciatoie o proposte shock!», ha continuato Venditti, ribadendo come «le famiglie non hanno bisogno di baraonda ma di scelte chiare. Prima si mettono le fondamenta. Poi si costruisce il resto. Non bisogna dividersi su quali sono gli infissi mentre la casa non regge». (ams)

Entro il 2050 in Calabria 350mila giovani in meno: è emergenza

di DOMENICO MAZZA – Non siamo di fronte a una semplice flessione demografica, ma a una vera e propria emorragia vitale che dissanguerà il futuro della Regione. Gli ultimi dati SVIMEZ proiettano un’ombra funesta: entro i prossimi 25 anni, la popolazione giovanile calabrese è destinata a contrarsi di circa 350.000 unità. Questa cifra non rappresenta solo un vuoto anagrafico, ma la scomparsa della forza produttiva, creativa e intellettuale necessaria a mandare avanti una società moderna. Evaporerà, per usare un eufemismo, il potenziale umano di un’intera Provincia media italiana da una Regione già demograficamente compromessa. È, drammaticamente, il racconto di una terra che sta perdendo i propri occhi per guardare al domani. Se i giovani sono il propulsore del cambiamento, la Calabria si appresta a viaggiare a motore spento. Una condizione che, purtroppo, la farà scivolare verso un isolamento che non sarà più solo geografico, ma generazionale e culturale.

La forbice sociale e il default del welfare

​Il battito cardiaco della Regione si fa sempre più fievole, soffocato da una dinamica demografica implacabile: un tasso di natalità fermo al 7,2 per mille contro una mortalità che galoppa al 12 per mille. Questa forbice non descrive solo culle vuote, ma un ribaltamento sociale che mina le basi della convivenza civile. La proiezione al 2050 parla di una popolazione totale che scivolerà drasticamente verso la soglia di 1,2 milioni di abitanti. Il vero dramma, tuttavia, è economico. Con una base di contribuenti ridotta ai minimi termini e una popolazione anziana in costante crescita, il sistema del welfare regionale è destinato al collasso. Stiamo condannando i lavoratori di oggi a una vecchiaia di incertezza, all’interno di una Regione che non sarà più in grado di garantire né l’assistenza minima né la tenuta del patto tra generazioni.

​Isolamento indotto di un patrimonio inespresso: il fallimento del centralismo e il tradimento delle periferie

​Questo scenario di abbandono non è un destino ineluttabile, ma il risultato di un modello di gestione del potere che ha fallito i propri obiettivi. Il centralismo regionale, arroccato nei propri centri decisionali, ha sistematicamente ignorato le istanze delle aree marginali, drenando risorse vitali per alimentare apparati burocratici distanti dalle realtà territoriali. Questo distacco ha creato una spaccatura insanabile tra i Centri del potere politico e le Comunità locali, trasformando vaste zone della Regione in laboratori di marginalità. Le aree che vivono lontano dai processi decisionali sono state declassate a territori di seconda serie. Vieppiù, sono state private degli strumenti minimi di autodeterminazione e condannate – da politiche calate dall’alto – a un declino accelerato. Sono state messe in campo scelte scriteriate e adottate imprudenti soluzioni che non hanno tenuto conto della specificità e del potenziale dei territori periferici.

Dal Crotonese ai contesti sibariti, l’impatto di questa desertificazione morderà con ferocia inaudita. Senza soluzione di continuità, queste aree – già storicamente penalizzate da un isolamento infrastrutturale cronico e da servizi sanitari ridotti al lumicino – rischiano di vedere svanire la massa critica necessaria per giustificare qualsiasi tipo di investimento futuro. Senza una densità abitativa giovanile, infrastrutture come la SS106 resteranno tragiche incompiute e lapidi d’asfalto in memoria dei Caduti. I porti, da potenziali attrattori strategici, diverranno pozzanghere salate senza rotte commerciali. Chi avrà il coraggio di investire in territori dove la domanda di consumo, la manodopera qualificata e l’innovazione sono destinate a sparire? Il rischio è la trasformazione di notevoli tratti del litorale jonico e relative aree interne di pertinenza, un tempo cuore della civiltà mediterranea, in terre di nessuno. Funzionali (forse) solo al transito e non più alla residenzialità.

​La rivoluzione strutturale: l’ultima chiamata per la “restanza”

​Gli Establishment non possono limitarsi a una fredda analisi del declino. Il loro agire deve indirizzarsi verso una chiamata alle armi per la coscienza collettiva. Il 2050 è già qui: è nelle valigie dei ragazzi che preparano l’addio già mentre popolano le aule dei nostri Atenei. Non bastano i bonus una-tantum o retoriche della “restanza”: serve una rivoluzione strutturale che parta da una nuova architettura amministrativa. È necessario superare il centralismo asfittico attraverso una riorganizzazione territoriale che riconosca autonomia e dignità agli ambiti vasti. Tutto ciò, al fine di dotare detti contesti di fiscalità di vantaggio e infrastrutture digitali. Quanto detto, per favorire lo smart working e l’impresa giovanile. Bisogna rendere la Calabria un luogo vivibile e non un ambiente da cui fuggire per sopravvivere. Se la Classe Politica non trasformerà l’emergenza demografica nella priorità assoluta da affrontare, la Calabria del futuro non sarà più una Regione. Resterà, probabilmente, un flebile e patetico ricordo celebrato su qualche ingiallito libro di storia di datata pubblicazione.

(Comitato Magna Grecia)

Smog Calabria: oggi ancora nei limiti ma la vera sfida è il 2030

di VALENTINO DE PIETRO – Nel quadro nazionale tracciato da «Mal’Aria di città 2026», la Calabria si presenta oggi come una delle regioni italiane con livelli medi di inquinanti entro gli attuali limiti di legge, ma con margini di sicurezza più sottili se si guarda ai nuovi standard europei fissati al 2030. Nel 2025, secondo l’elaborazione di Legambiente su dati Arpa, le concentrazioni medie annuali di PM10 oscillano fra i 17 microgrammi per metro cubo di Catanzaro e i 22 di Crotone e Vibo Valentia, mentre il PM2.5 si mantiene fra i 4 ug/mc di Catanzaro e i 10 di Reggio Calabria, con valori di biossido di azoto (NO2) compresi tra 12 e 20 ug/mc. Numeri che fotografano una qualità dell’aria complessivamente favorevole rispetto a molte altre aree del Paese, ma che – con l’abbassamento delle soglie a 20 ug/mc per PM10 e NO2 e a 10 ug/mc per il PM2.5 – potrebbero tradursi, in particolare per alcuni centri come Crotone e Vibo Valentia, nella necessità di ulteriori riduzioni per restare entro i nuovi limiti europei.​

«Il nuovo rapporto Mal’aria ci consegna due notizie positive – commenta Anna Parretta, presidente regionale dell’associazione –. Da un lato sono tornati disponibili, in Calabria, i dati ufficiali Arpacal che erano fermi a giugno 2022, sanando una circostanza che avevamo definito molto preoccupante non essendo garantita la trasparenza sull’effettivo funzionamento delle centraline di monitoraggio; dall’altro lato, soprattutto, la qualità dell’aria nei capoluoghi di provincia calabresi, non presenta criticità importanti a differenza di altre città d’Italia in cui le concentrazioni di sostanze inquinanti mettono a rischio il benessere e la salute dei cittadini».

Parretta ha continuato dichiarando che, al momento, «ci sono buone notizie ma se consideriamo la nuova normativa europea sulla qualità dell’aria (Direttiva 2024/2881) che fissa limiti più severi per il 2030, si profilano sforamenti anche in alcune città calabresi con conseguente necessità di riduzione delle concentrazioni in riferimento alle polveri sottili (PM10) senza considerare che le raccomandazioni dell’OMS al 2050 sono ancora più stringenti. Non si deve quindi abbassare la guardia: la qualità dell’aria è un grande valore da salvaguardare, con l’obiettivo di proteggere la salute umana e gli ecosistemi».

Il 2025 consegna un dato che, sulla carta, fa tirare il fiato: i capoluoghi che hanno sforato il limite giornaliero del PM10 scendono a 13, uno dei bilanci più favorevoli degli ultimi anni. Ma la fotografia cambia appena si sposta lo sguardo al traguardo del 2030, quando entreranno in vigore limiti europei più severi: se fossero già applicati oggi, risulterebbe fuori norma il 53% delle città per il PM10, il 73% per il PM2.5 e il 38% per il biossido di azoto. È il cuore del rapporto «Mal’Aria di città 2026» di Legambiente, che segnala progressi reali ma ancora fragili, e soprattutto un ritmo di riduzione troppo lento per molte realtà urbane.​

Per capire il «doppio volto» del 2025 basta partire dai numeri. Il limite giornaliero attuale per il PM10 è 50 microgrammi per metro cubo, superabile per un massimo di 35 giorni l’anno: nel 2025 gli sforamenti oltre soglia si concentrano in 13 città, in calo rispetto ai 25 del 2024, ai 18 del 2023 e ai 29 del 2022. In cima alla classifica negativa c’è Palermo: la centralina di Belgio registra 89 giorni oltre il limite; seguono Milano (centralina Marche) con 66, Napoli (Ospedale Pellegrini) con 64 e Ragusa (Campo di Atletica) con 61. Poi Frosinone (55), Lodi e Monza (48), Cremona e Verona (44), Modena (40), Torino (39), Rovigo (37) e Venezia (36). Nel resto dei capoluoghi monitorati non si registrano superamenti oltre il limite di legge e, come già accaduto negli ultimi anni, nessuna città supera i valori annuali previsti dalla normativa vigente per PM10, PM2.5 e NO2.​

Questi segnali positivi, però, non raccontano la direzione di marcia necessaria per i prossimi cinque anni. Dal 1° gennaio 2030, con la revisione della direttiva europea sulla qualità dell’aria, i valori obiettivo diventano più stringenti: 20 µg/m³ per il PM10, 20 µg/m³ per l’NO2 e 10 µg/m³ per il PM2.5. Applicando oggi quei parametri, 55 città su 103 (il 53%) non rispettano già il valore per il PM10; sul PM2.5 la criticità è ancora più ampia: 68 città su 93 (73%) sono oltre la soglia, mentre sull’NO2 sarebbero 40 città su 105 (38%).​

Legambiente individua scarti importanti: per il PM10 servirebbero riduzioni significative, tra le più elevate a Cremona (35%), Lodi (32%), Cagliari e Verona (31%), Torino e Napoli (30%). Per il PM2.5 i casi più difficili includono Monza (media annua 25 µg/m³ e necessità di riduzione del 60%), Cremona (55%), Rovigo (53%), Milano e Pavia (50%), Vicenza (50%). Sul biossido di azoto i distacchi più pesanti sono a Napoli (47%), Torino e Palermo (39%), Milano (38%), Como e Catania (33%).​

Al tema dei limiti si aggiunge quello, politico e amministrativo, delle procedure europee. Il documento richiama una nuova procedura di infrazione avviata a gennaio 2026 dalla Commissione europea per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico previsto dalla direttiva NEC 2016, indicata come la quarta che si somma alle tre già aperte negli anni precedenti per il superamento dei valori limite fissati dalla Direttiva Quadro Aria. Il messaggio è chiaro: anche quando i numeri sembrano migliorare, l’Italia resta esposta al rischio di nuove contestazioni se non consolida i risultati con scelte strutturali.​

Un capitolo a parte riguarda la velocità del cambiamento. L’analisi sui trend del PM10 negli ultimi quindici anni (2011–2025), basata su media mobile quinquennale, mostra che molte città stanno scendendo, ma troppo lentamente per arrivare alla soglia 2030 mantenendo il ritmo attuale. Su 89 città analizzate, 49 nel 2025 hanno valori di PM10 superiori al nuovo limite di 20 µg/m³; tra queste, 33 rischiano concretamente di non raggiungere l’obiettivo: l’esempio più netto è Cremona, che potrebbe fermarsi a 27 µg/mc, Lodi a 25, Verona a 27, Cagliari a 26. Situazione critica anche per Napoli, Modena, Milano, Pavia, Torino, Vicenza, Palermo e Ragusa, che secondo la stima potrebbero restare tra 23 e 27 µg/mc. Altre città, invece, pur essendo oggi sopra i 20 µg/mc, sarebbero sulla traiettoria giusta: tra queste Bari, Benevento, Bergamo, Bologna, Caserta, Como, Firenze, Foggia, Latina, Lucca, Ravenna, Roma, Salerno, Sondrio, Trento e Vercelli.​

Legambiente invita quindi a leggere il 2025 con equilibrio: un buon dato, ma non la prova che la partita sia vinta. Giorgio Zampetti, direttore generale dell’associazione, parla di miglioramenti «tra i più positivi» ma «fragili» e non sostenuti da scelte coerenti, criticando i tagli alle risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell’aria nel bacino padano a partire dal 2026 e per il triennio successivo. Il ragionamento è che proprio nelle aree più esposte — con il bacino padano citato come caso emblematico — ridurre gli strumenti economici può compromettere i risultati e allontanare ulteriormente il target 2030. Anche Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente, collega l’urgenza dei nuovi parametri agli impatti sanitari e richiama un dato sulle vittime attribuite al PM2.5: nel 2023 in Europa sarebbero state circa 238.000, di cui 43.000 in Italia, concentrate in pianura padana.​

Sul bacino padano, il focus del rapporto segnala un’evoluzione della geografia dello smog. Non sono più solo le grandi città a concentrare le criticità: anche piccoli e medi centri, e aree rurali, risultano sempre più esposte, con un peso attribuito — nel documento — anche agli eccessi dell’allevamento intensivo. È un punto che sposta il tema dalla sola dimensione urbana a quella territoriale: servono politiche mirate, investimenti e coordinamento, non interventi episodici. Da qui le proposte operative articolate in sei ambiti. Sul fronte della mobilità, Legambiente chiede di accelerare sugli investimenti nel trasporto pubblico locale e regionale, ampliare Ztl e aree a basse emissioni, estendere reti ciclopedonali e diffondere la «Città 30» come misura che può agire insieme su sicurezza e riduzione delle emissioni. Per riscaldamento ed edifici, si propone di istituire Low Emission Zone specifiche, superare gradualmente l’uso della biomassa nei territori più critici, vietare caldaie più inquinanti nelle zone esposte e spingere la riqualificazione energetica. Sulle emissioni industriali, il rapporto richiama piani di bonifica dei siti inquinati e restrizioni severe per impianti in aree urbane, fino al diniego di autorizzazioni per l’upgrading di impianti obsoleti. In agricoltura e allevamenti, l’associazione chiede di ridurre l’intensità di allevamento dove eccessiva, rafforzare buone pratiche sullo spandimento, incentivare investimenti per l’abbattimento delle emissioni di ammoniaca e vietare le combustioni agricole all’aperto. Infine risorse e governance: ripristino dei fondi previsti dal decreto Mase del luglio 2024, risorse certe e continuative, qualità dell’aria trattata come priorità nazionale e coordinamento efficace tra Stato, Regioni e Comuni. Sul monitoraggio, l’indicazione è potenziare la rete di centraline e introdurre un sistema sensoristico anche per inquinanti come metano e ammoniaca, descritti come precursori nella formazione di polveri sottili e ozono.​

Autonomia e Mezzogiorno: I diritti violati nel Sud

di MASSIMO MASTRUZZO – Mostrare i drammatici effetti per le regioni meridionali della mancata attuazione della legge del federalismo firmata nel 2009 dal leghista Roberto Calderoli, è fondamentale per comprendere i danni che provocherebbe l’autonomia differenziata.

Sulla carta, la legge si presentava con un obiettivo preciso: attuare sul territorio italiano un federalismo che sia al tempo stesso efficiente e solidale, come sancito dalla Costituzione. La virtuosità della legge sarebbe dovuta essere garantita da un principio fondamentale, il superamento del criterio della spesa storica, che funzionava pressappoco così: «tanto spendi tanto ti viene riconosciuto dallo Stato».

Per garantire tale superamento, lo Stato avrebbe dovuto stabilire e assicurare i Lep, ovvero i “livelli essenziali delle prestazioni”, i servizi essenziali ai quali hanno diritto i cittadini su tutto il territorio italiano. A tal fine, si decide di calcolare il costo corretto di questi servizi, il cosiddetto “fabbisogno standard”, che dovrebbe essere finanziato integralmente. Ma i Lep non sono mai stati attuati, allo stesso modo del Fondo di Solidarietà, che avrebbe dovuto aiutare i comuni in difficoltà.

Per comprendere la mancata attuazione della legge, basta prendere in esame due comuni italiani con lo stesso numero di abitanti: Reggio Emilia e Reggio Calabria. I dati sono sorprendenti: Reggio Emilia ha 171 mila abitanti contro i 180 mila di Reggio Calabria, eppure, la prima spende 28 milioni in istruzione, mentre la seconda solo 9. E ancora: 21 sono i milioni spesi in cultura da Reggio Emilia mentre sono solo 4 quelli del comune calabrese.

Come si è arrivato a tali differenze?

La mancata attuazione dei Lep ha impedito di correggere strutturalmente tali disparità.

In assenza dell’identificazione dei “livelli essenziali delle prestazioni”, infatti, i fabbisogni sono stati stabiliti esclusivamente sulla base della spesa storica, secondo il principio del “tanto avevi speso, tanto ti do”. Questo spiega il motivo per il quale al Comune di Reggio Emilia, che offre più servizi, viene riconosciuto un fabbisogno di 139 milioni, mentre Reggio Calabria, che ha molti meno servizi, vengono riconosciuti 104 milioni, una differenza di 35 milioni di euro in meno rispetto al comune emiliano nonostante i 9 mila abitanti in più.

Chi stabilisce i valori di tali fabbisogni è il Sose – Soluzioni per il Sistema Economico S.p.A., una società pubblica creata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Banca d’Italia. Marco Stradiotto, responsabile della sezione finanza pubblica dell’azienda, ad una domanda del giornalista Bonaccorsi del programma Report, circa la differenza tra i 59 euro pro capite di Reggio Calabria con i 2.400 euro pro capite di Reggio Emilia, Stradiotto ha dichiarato: «Sulla base di quello che ci dice la normativa siamo andati a considerare quello che è il livello storico dei servizi». «Quindi avete lasciato le cose come stavano?» chiarisce Bonaccorsi, «e come potevamo fare diversamente?» ammette Stradiotto.

Un esempio della disparità tra le regioni italiane è data dalla seguente tabella del Sose che indica i criteri secondo i quali la spesa sociale viene distribuita tra i comuni italiani. La spesa media pro capite è di 67 euro, solo che tale media si concretizza con una serie di variazioni: 10 euro in più ad un emiliano, 31 euro in meno ad un calabrese e addirittura 35 euro in meno ad un campano. I tecnici le chiamano “variabili dummy regionali”, un tecnicismo che nasconde un dato politico: l’introduzione di correttivi territoriali che, nei fatti, penalizzano sistematicamente alcune aree del Paese.

Questo significa che lo Stato ha finito per istituzionalizzare la disuguaglianza territoriale come parametro tecnico di riparto, trasformando una scelta politica in una presunta neutralità amministrativa.

Ad approvare tali variabili regionali è stato Luigi Marattin, all’epoca presidente della Commissione Fabbisogni Standard e stretto collaboratore nonché consigliere economico del Presidente del Consiglio Matteo Renzi durante il suo governo (2014–2016).

Con “Divorzio all’italiana” la trasmissione Report ha calcolato gli effetti della mancata applicazione della legge sul federalismo fiscale. Il comune che ha subito il peggior trattamento è Giugliano in Campania che avrebbe dovuto ricevere 33 milioni di euro per ogni anno. Reggio Calabria non ha ricevuto 41 milioni di euro, 229 euro per ogni suo cittadino. A Crotone, invece, mancano 13 milioni di euro, mentre Catanzaro avrebbe dovuto ricevere 15 milioni. Al Comune di Napoli mancano 159 milioni, meno 165 euro per ogni cittadino.

Ma non aver applicato i Lep non significa solamente non aver applicato la legge. Significa anzitutto: «Condannare a una maledizione storica un territorio».

Per tutto quanto sopra descritto la Corte costituzionale ha più volte richiamato la necessità di garantire in via preventiva i livelli essenziali delle prestazioni (Lep), affinché i diritti civili e sociali siano assicurati in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, e con la sentenza n. 192 del 14 novembre 2024, la Corte costituzionale ha dichiarato parzialmente incostituzionale la legge n. 86/2024 sull’autonomia differenziata.

Nonostante la chiarezza della pronuncia della Consulta, il ministro Roberto Calderoli, con l’attenzione dell’opinione pubblica assorbita dal referendum sulla giustizia, e il sostegno del governo, ha accelerato le pre-intese con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, riaprendo un passaggio politico cruciale per l’assetto della Repubblica, perché si tratta di una ridefinizione sostanziale dei rapporti tra Stato e Regioni, con effetti diretti sui diritti fondamentali dei cittadini.

Il punto non è se l’autonomia differenziata sia legittima in astratto. Il punto è: può essere introdotta in un Paese che non ha ancora garantito i livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale?

Chi oggi, dall’opposizione alla maggioranza, a parole si dice contrario all’autonomia differenziata, ma non si strappa le vesti come, ad esempio per l’opposizione al Ponte sullo Stretto o al referendum, come giustificheranno la loro flebile difesa dei diritti costituzionali dei cittadini del Sud-Italia? (mm)

(Direttivo nazionale MET  – Movimento Equità Territoriale)

Aree interne e spopolamento: così la Calabria muore

di FRANCESCO RAO – Per anni abbiamo raccontato lo spopolamento delle aree interne come una questione generazionale. I giovani che partono per studiare, per lavorare, per costruire altrove il proprio futuro sono diventati il simbolo più evidente di una frattura territoriale che attraversa il Paese. Ma oggi quella narrazione non basta più. Sta accadendo qualcosa di più silenzioso e, per certi versi, più radicale: stanno partendo anche gli anziani. Non per ambizione, non per mobilità sociale, non per desiderio di modernità. Partono per necessità. Partono perché restare diventa, giorno dopo giorno, impraticabile. Non si tratta di una migrazione economica, né di una scelta culturale. È una migrazione della fragilità. Uomini e donne che hanno lavorato per una vita nei piccoli comuni, che hanno costruito famiglie, reti, economie di prossimità, si trovano oggi costretti a lasciare la propria casa per avvicinarsi ai figli o ai presidi sanitari, ai servizi assistenziali, a un contesto urbano capace di garantire ciò che il territorio d’origine non riesce più ad assicurare. Non migrano verso un luogo desiderato, ma verso un luogo funzionale. Non inseguono un progetto, ma gestiscono un rischio. La partenza non è quasi mai preventiva. È reattiva. Segue un evento concreto: una caduta domestica, una diagnosi cronica, la difficoltà di raggiungere un ambulatorio distante decine di chilometri, l’impossibilità di garantire continuità a una terapia riabilitativa. Episodi ordinari nella biografia dell’invecchiamento che, in un contesto urbano strutturato, resterebbero gestibili e che invece, nelle aree interne segnate dalla rarefazione dei servizi, diventano fratture definitive. Non è la patologia in sé a determinare lo spostamento, ma l’organizzazione materiale della vita quotidiana: la distanza dai poli specialistici, la discontinuità del trasporto pubblico, la fragilità dell’assistenza domiciliare, l’erosione delle reti sociali strutturate. Quando questi fattori si sommano, la permanenza nel territorio diventa fragile prima ancora che malata. La famiglia interviene e trasforma il trasferimento in una strategia di protezione. È una scelta che non è scelta, una rinuncia che assume la forma della responsabilità. Questo processo produce un effetto sistemico di portata spesso sottovalutata. Nelle aree interne, gli anziani non rappresentano soltanto una quota demografica, ma una vera infrastruttura sociale informale. Sostengono le economie locali di prossimità, alimentano reti di solidarietà intergenerazionale, custodiscono memoria comunitaria, garantiscono continuità relazionale. La loro uscita non comporta soltanto una diminuzione numerica della popolazione; determina una trasformazione qualitativa del tessuto sociale. Si abbassa la densità delle relazioni, si indebolisce la capacità comunitaria di auto-organizzarsi, si accelera la vulnerabilità dei nuclei rimasti. È una forma di de-istituzionalizzazione territoriale diffusa: non vengono meno solo i servizi pubblici, ma anche quelle risorse informali che consentono alla vita quotidiana di reggersi su equilibri minimi di reciprocità. In questo quadro, anche la longevità cambia significato. L’aumento dell’aspettativa di vita, conquista indiscutibile delle società contemporanee, non è una variabile neutra. Nei territori dotati di infrastrutture sociali robuste, amplia le opportunità di partecipazione e di invecchiamento attivo. Nei territori carenti, può trasformarsi in estensione temporale della vulnerabilità. La stessa età produce esiti radicalmente differenti a seconda della geografia. Non è l’invecchiamento in sé a generare fragilità; è il contesto a determinarne l’intensità e la gestibilità. La disuguaglianza non è soltanto sanitaria, ma territoriale. Non riguarda solo il reddito o l’accesso alle cure, ma la concreta possibilità di organizzare la propria quotidianità senza dipendere da una migrazione forzata. Qui si colloca la questione più profonda, che supera il dato demografico e investe il principio stesso di cittadinanza. Se la possibilità di invecchiare nel proprio luogo di vita dipende dal livello locale di servizi essenziali, allora il diritto formale all’assistenza, alla salute, alla dignità della vecchiaia si frammenta nello spazio. La permanenza diventa selettiva. Alcuni possono scegliere dove vivere; altri sono costretti a spostarsi per esercitare diritti che sulla carta sono universali. Quando la geografia condiziona l’effettività dei diritti, la cittadinanza si territorializza. E una cittadinanza che varia in base al luogo non è soltanto diseguale: è strutturalmente fragile. La Calabria che perde i suoi abitanti più silenziosi non sta assistendo solo a un declino numerico, ma a una trasformazione profonda della propria architettura sociale. Se partono anche coloro che avrebbero dovuto rappresentare la continuità, la memoria, la stabilità, allora il problema non riguarda più soltanto lo sviluppo economico delle aree interne. Riguarda la tenuta del modello di welfare e la coerenza del patto repubblicano. Perché un Paese nel quale si è costretti a lasciare la propria casa per poter invecchiare con dignità è un Paese che deve interrogarsi non solo sulla propria demografia, ma sulla propria idea di giustizia territoriale. (fra)

Sociologo e Docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma

Alta Velocità: la direttrice Lagonegro-Tarsia collegherebbe tutto l’Arco Jonico

​di DOMENICO MAZZA – L’ennesima ondata di maltempo che ha flagellato il litorale tirrenico calabrese non ha lasciato dietro di sé solo detriti, frane e coste devastate, ma ha messo a nudo una verità che la Politica regionale continua ostinatamente a voler ignorare. Mentre il mare divora letteralmente porzioni di territorio tra Praia a Mare e Paola, e l’erosione costiera dimostra tutta la fragilità di un ecosistema già strozzato da un’antropizzazione selvaggia, c’è ancora qualche frangia politica di disperati che ha il coraggio di sostenere che l’AV Sa-RC debba passare da lì. È un delirio infrastrutturale che ignora la realtà dei fatti e la sicurezza dei cittadini.

​L’inganno del tracciato tirrenico: costi esorbitanti e rischi strutturali

​Dobbiamo essere onesti: l’idea di realizzare una direttrice AV a sud di Praia, verso Paola, sarebbe un’aberrazione ingegneristica. Considerata la cronica penuria di terreno disponibile e l’avanzata inarrestabile del mare, la ferrovia dovrebbe correre costantemente in condizione di mezza costa. Quanto detto, significherebbe realizzare una serie infinita di gallerie e viadotti sospesi su versanti fragili. I costi di costruzione e la conseguente manutenzione si rivelerebbero molto più lunghi e infinitamente più onerosi rispetto alla direttrice interna. Optare, quindi, per un’eventuale scelta tirrenica del tracciato ferroviario comporterebbe “infilare” il miliardario progetto dell’Alta Velocità in un “budello” buio e instabile. Tutto ciò, al solo fine di assecondare recriminazioni politiche locali e scampoli di campanile che nulla hanno a che fare con il bene comune.

​Il ritorno al buonsenso: non già l’ipotesi Praia-Tarsia, ma la direttrice Lagonegro-Tarsia

​L’idea progettuale che aveva visto un notevole investimento finanziario nel realizzare uno studio di fattibilità (ipotesi Praia-Tarsia) si è dimostrata essere di difficile attuazione. Le falde acquifere presenti nel ventre dei Monti dell’Orsomarso hanno suggerito di abdicare su tale scelta di tracciato. Tuttavia, valutando l’ipotesi costiera a sud di Praia si correrebbe il rischio concreto di trovare una toppa peggiore del buco.​ Bisogna riprendere con forza il progetto originario, quello che la logica e la geografia suggeriscono da decenni: la direttrice Lagonegro-Tarsia. Spostare l’asse ferroviario verso l’interno – scollinando il Pollino, nella sua parte meno estesa, e procedendo lungo la media valle del Crati – non è una rinuncia. È una scelta strategica di stabilità e visione. Il tracciato, procedendo verso Cosenza, proseguendo per Lamezia Terme e raggiungendo Reggio Calabria, garantirebbe una dorsale baricentrica sicura e al riparo dalle mareggiate. Questo percorso non solo è più semplice da realizzare, ma è l’unico che può garantire la continuità del servizio nei prossimi decenni. Senza il timore che gli eventi atmosferici estremi, ormai sempre più diffusi, isolino la nostra Regione e, di conseguenza, i collegamenti verso la Sicilia.

​L’Arco Jonico non può restare a guardare: il bivio di Tarsia e il deviatoio di Thurio

​Una progettualità seria e non viziata da pennacchi e campanili non può prescindere da una visione di insieme che includa l’intera Calabria. Se l’Alta Velocità passa dall’interno, si apre finalmente la possibilità concreta di collegare tutto l’Arco Jonico. Lo stesso territorio rimasto ai margini del più basilare concetto di mobilità integrata sin dalla notte dei tempi.​ Accanto alla direttrice principale, bisogna spingere per la realizzazione di rami funzionali che consentano ai territori cosiddetti marginali di acquisire una nuova baricentricità geografica. All’altezza di Tarsia-Spezzano Terme va realizzata un’asta moderna e funzionale che si diriga verso la Sibaritide. Una bretella ferroviaria che nel triangolo Doria-Thurio-Sibari rifunzionalizzi l’intero settore jonico a partire da Crotone. Un moderno sistema di confluenza verso la direttrice principale che realizzi nei fatti ciò che fino a qualche anno fa era stato promosso come “Diagonale del Mediterraneo”. Solo così Città come Corigliano-Rossano e Crotone – e relative aree di pertinenza e gravitazione – potranno finalmente uscire da un isolamento secolare e agganciarsi alla grande rete europea. È l’unico modo per dare un senso alla parola coesione territoriale: avere rami che servano il Tirreno (Lagonegro-Praia e nuova galleria Santomarco) e uno che porti l’Alta Velocità verso lo Jonio (deviatoio di Thurio), trasformando la Calabria da terra di transito a hub logistico del Mediterraneo.

​Basta propaganda sulla sabbia

​Le recriminazioni sollevate in questi giorni da alcuni esponenti politici, che nonostante le coste distrutte insistono sul passaggio tirrenico, sono un insulto all’intelligenza dei Calabresi e alla sicurezza dei viaggiatori. L’Alta Velocità deve correre dove il terreno è solido e dove il progetto può servire il maggior numero di cittadini con il minor rischio possibile. La valle del Crati e l’innesto verso lo Jonio sono le uniche risposte logiche. Il resto è propaganda elettorale scritta sulla sabbia. E la sabbia, come la storia ci insegna, il mare se la porta sempre via. (dm)

(Comitato Magna Grecia)

Piana di Sant’Eufemia: Un territorio che richiede ascolto

di MARIO PILEGGI – klLe piogge delle passate settimane non hanno solo segnato coste, strade e centri abitati: hanno svelato la fragilità di un territorio già saturo. Quando il suolo non assorbe più, anche precipitazioni ordinarie possono innescare instabilità, riattivando dissesti e allagamenti che si preparano nel sottosuolo. È una dinamica nota alla geomorfologia: per questo richiede di andare oltre la cronaca dell’emergenza e interpretare i segnali che il territorio manda. 

La Piana di Sant’Eufemia, vasta e apparentemente tranquilla, è una delle aree agricole più fertili e produttive della Calabria centro-tirrenica. Dietro l’ordine delle sue strade, delle coltivazioni e delle zone industriali si nasconde però un equilibrio complesso, costruito dall’uomo e oggi sottoposto a pressioni sempre maggiori. Questo equilibrio affonda le radici nella Bonifica Integrale degli anni Trenta del Novecento, una trasformazione storica che rese coltivabile una pianura un tempo dominata da paludi e ristagni. Oggi quel sistema idraulico mostra segni evidenti di affaticamento, mentre urbanizzazione e cambiamenti climatici amplificano vulnerabilità già presenti.

Fino agli anni Trenta del secolo scorso la Piana era un ambiente ostile: acquitrini permanenti, terreni saturi, vegetazione palustre e malattie legate alle zanzare anofele. L’acqua stagnava per mesi e il degrado idrogeologico era ben documentato nella Descrizione geologica della Calabria di Emilio Cortese. La Bonifica Integrale cambiò radicalmente questo scenario, realizzando una rete articolata di canali, fossi e drenaggi che permisero lo sviluppo agricolo e, successivamente, industriale.

Tra il 1932 e il 1939 furono bonificati circa 6.500 ettari di territorio, realizzati oltre 42 chilometri di canali principali e più di 180 chilometri di fossi secondari e terziari, insieme a sei collettori principali e drenaggi sotterranei per una superficie di oltre 1.400 ettari. A queste opere si aggiunsero chiuse, ponticelli, sifoni, scolmatori e le rettifiche dei principali corsi d’acqua, tra cui l’Amato e il Bagni.

Fu una trasformazione imponente che ricostruì il territorio su basi completamente nuove. La piana divenne stabile e produttiva grazie alla regimentazione delle acque superficiali e profonde, ma quell’equilibrio non è naturale: è una macchina idraulica delicata che funziona solo se mantenuta con continuità.

Oggi molte di quelle opere mostrano segnali evidenti di degrado: canali ostruiti da sedimenti, fossi agricoli interrotti, tombamenti abusivi, vegetazione invasiva e modifiche delle pendenze originarie dei terreni. Queste criticità riportano lentamente la piana verso la sua vocazione storica all’allagamento. Gli effetti sono evidenti: ristagni idrici, innalzamento della falda, instabilità dei terreni e crescente vulnerabilità per infrastrutture strategiche come strade, ferrovia e aeroporto.

Negli ultimi quarant’anni la Piana di Sant’Eufemia si è trasformata profondamente. L’espansione delle aree industriali, delle infrastrutture e delle superfici impermeabili ha aumentato i volumi di deflusso superficiale, mettendo sotto pressione un sistema idraulico progettato quasi un secolo fa. L’acqua, non trovando adeguate vie di sfogo, tende a rioccupare i suoi antichi percorsi, mentre eventi meteorici sempre più intensi riempiono rapidamente le canalizzazioni, provocando tracimazioni e allagamenti improvvisi.

Il rischio idrogeologico non riguarda soltanto la superficie. Quando la rete idraulica perde efficienza, la criticità si trasferisce nel sottosuolo: la saturazione dei terreni riduce la stabilità geotecnica, può generare cedimenti, aumentare il rischio di liquefazione in caso di sisma e compromettere fondazioni e infrastrutture. Si configura così un rischio duplice, superficiale e profondo, che richiede una visione integrata del territorio.

Per rendere la piana più resiliente sono necessari interventi concreti e continui: manutenzione del reticolo idraulico, ripristino dei fossi storici, modernizzazione delle opere di drenaggio, uso di pavimentazioni drenanti, monitoraggio costante dei livelli di falda e una pianificazione urbanistica coerente con la realtà idro-geomorfologica. Non si tratta di misure straordinarie, ma di azioni tecniche essenziali per preservare un equilibrio costruito nel tempo e oggi sempre più fragile.

La Piana di Sant’Eufemia conserva la memoria dell’acqua e chiede ascolto. Le opere di bonifica hanno trasformato un territorio difficile in una pianura fertile e abitabile, ma quel sistema funziona solo se viene rispettato e mantenuto. L’acqua, protagonista silenziosa del paesaggio, torna a farsi sentire ogni volta che il reticolo idraulico si degrada.

Il rischio non termina con la fine del maltempo: continua nei giorni successivi, quando i terreni restano saturi e più vulnerabili. Ridurre tutto a un generico catastrofismo climatico rischia di nascondere ciò che è invece prevedibile e gestibile. Servono manutenzione, pianificazione e interventi urgenti, perché anche piogge normali non diventino le emergenze di domani. Difendere la Piana significa riconoscere la fragilità di un equilibrio costruito dall’uomo e agire con responsabilità tecnica e visione concreta per garantire sicurezza, economia e vivibilità alle generazioni future. Ignorare i segnali del territorio non rende i dissesti inevitabili: li rende soltanto più prevedibili.

(Geologo del Consiglio Nazionale di Amici della Terra)

Disabilità e territori fragili: non è solo un problema sanitario

di FRANCESCO RAO – Una persona con limitazioni motorie o con patologie croniche che vive in un contesto urbano dispone normalmente di trasporti pubblici accessibili, servizi sanitari specialistici, assistenza territoriale strutturata e reti familiari mediamente più prossime. La stessa persona, collocata in un piccolo centro delle aree interne, si trova invece frequentemente ad affrontare lunghe distanze dai poli sanitari, difficoltà nei trasporti pubblici, carenza di specialisti sul territorio e liste d’attesa incompatibili con la necessaria continuità terapeutica. In questo scenario, la disabilità tende ad amplificarsi: non cambia la patologia, cambia l’ambiente sociale.

La sociologia delle politiche territoriali definisce questo fenomeno come effetto contesto, ossia la condizione per cui il medesimo diritto produce esiti differenti in funzione della struttura dei servizi disponibili. Il lavoro, anche per le persone con disabilità, rappresenta una conquista fondamentale in termini di autonomia personale, riconoscimento sociale e costruzione identitaria. Lo Stato italiano dispone, con la Legge 68/1999, di uno strumento normativo rilevante per favorire l’inclusione lavorativa attraverso il sistema del collocamento mirato e delle quote obbligatorie. Sul piano giuridico il modello è consolidato; sul piano territoriale, e in modo particolare nelle aree interne, incontra tuttavia una criticità strutturale rappresentata dalla debolezza del tessuto economico-produttivo. Dove il sistema economico è composto prevalentemente da microimprese, attività familiari e lavoro stagionale, la possibilità reale di inserimento lavorativo si riduce sensibilmente.

Si produce così una contraddizione sociale evidente: il diritto al lavoro esiste formalmente, ma il lavoro disponibile è insufficiente per renderlo effettivo. E quando il lavoro manca, viene meno uno dei principali fattori di autonomia personale, integrazione sociale e partecipazione alla vita comunitaria. Le prestazioni economiche rappresentano certamente una tutela necessaria ma non sempre sufficiente. In presenza di gravi limitazioni interviene il sistema delle provvidenze assistenziali per invalidità civile, che costituisce un presidio fondamentale di protezione sociale. Tuttavia, nelle aree interne tali prestazioni devono spesso coprire costi indiretti che non rientrano nei parametri ufficiali: spese di trasporto per cicli terapeutici, accompagnamento continuativo, ricorso a prestazioni private per evitare attese eccessive, nonché la riduzione del reddito dei familiari caregiver. Il risultato complessivo è che il sostegno economico formale rischia di non coincidere con la protezione sociale reale. Non si tratta dunque soltanto di povertà economica, ma di ciò che può essere definito povertà di accesso ai servizi. Un indicatore particolarmente significativo di questa disuguaglianza è rappresentato dai trattamenti di fisioterapia, indispensabili per garantire una qualità della vita dignitosa. Tra tutte le prestazioni sanitarie, la riabilitazione costituisce probabilmente l’esempio più concreto della distanza tra diritto riconosciuto e diritto effettivamente esercitabile. La fisioterapia non è una prestazione occasionale: richiede continuità, frequenza e programmazione. Quando per ogni seduta occorre percorrere decine di chilometri, organizzare accompagnamenti familiari e attendere mesi per una prenotazione, il sistema non fallisce formalmente, ma fallisce socialmente. È in questo spazio che si manifesta uno dei fenomeni più silenziosi e più gravi delle aree interne: la rinuncia terapeutica invisibile, che non compare nei report sanitari, non genera proteste immediate, ma produce aggravamento delle patologie, perdita di autonomia e aumento dei costi sanitari futuri. Ad essere maggiormente esposti a tali dinamiche sono gli anziani soli, che rappresentano oggi una delle nuove frontiere della fragilità territoriale. A rendere più complesso il quadro contribuisce l’aumento costante dei nuclei monocomponenti anziani presenti in molti territori interni calabresi, nei quali si registra una significativa presenza di persone che vivono sole, spesso con figli residenti fuori regione o all’estero per motivi di studio o lavoro. In questi casi anche una visita specialistica ordinaria può trasformarsi in un ostacolo concreto. La fragilità non deriva esclusivamente dalla condizione sanitaria, ma dalla combinazione tra età, isolamento sociale e distanza dai servizi.

Qui emerge con chiarezza un punto sociologico decisivo: la disabilità territoriale può colpire anche chi non è formalmente disabile. Uno degli strumenti più efficaci per fornire risposte concrete è rappresentato dalla co-progettazione tra Terzo Settore e i 31 Ambiti territoriali sociali della Calabria, anche attraverso l’utilizzo delle risorse del Fondo Sociale Europeo, valorizzando il welfare generativo come politica territoriale operativa. Se la criticità è sistemica, la risposta non può essere episodica. Il paradigma del welfare generativo diventa uno strumento per ripensare l’organizzazione dei servizi nelle aree interne, soprattutto nei contesti di maggiore vulnerabilità sociale. Non significa soltanto aumentare risorse, ma cambiare modello: mobilità sociale di cura programmata, servizi riabilitativi territoriali di prossimità, integrazione stabile tra sanità e servizi sociali comunali, reti comunitarie di accompagnamento. L’obiettivo non è moltiplicare interventi assistenziali, ma ridurre la distanza tra cittadini e diritti. Perché, nelle aree interne, la vera emergenza non è soltanto sanitaria o demografica: è l’accessibilità sociale ai diritti fondamentali. Gli abitanti di questi territori non chiedono privilegi. Chiedono condizioni minime di equità territoriale. Quando una persona rinuncia alla fisioterapia perché troppo lontana, quando un anziano non può raggiungere una visita specialistica, quando una persona con disabilità resta esclusa dal lavoro non per mancanza di competenze ma per debolezza strutturale del sistema produttivo locale, non siamo davanti a problemi individuali. Siamo davanti a un indicatore strutturale di disuguaglianza sociale.  Ed è proprio qui che si misura la capacità di un territorio di trasformare il welfare da strumento compensativo a leva generativa di sviluppo, coesione e dignità.

Il disastro ambientale e sanitario del Sin di Crotone Tra tumori e mortalità

di PABLO PETRASSO – Seduta per decenni su una polveriera sanitaria, Crotone oggi paga le conseguenze di un disastro ambientale che non ha eguali in Italia. La Relazione approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti è un tuffo in una situazione drammatica: rischi ignorati per anni diventano dati anomali sui casi di tumore. Non solo numeri ma storie, vite spezzate, famiglie a cui i veleni dell’ex Pertusola hanno strappato i propri cari.

Il rapporto dell’Iss e gli eccessi di mortalità per i tumori

La Commissione ha acquisito il 29 luglio scorso un rapporto aggiornato dell’Istituto superiore di Sanità: il documento, basato sul Progetto Sentieri sviluppato nel periodo 2016-2025, «evidenzia – per la Commissione – un quadro sanitario che richiede particolare rigore e costante attenzione». Il contenuto è allarmante: segnala «un eccesso di mortalità per tumore del fegato e dei dotti biliari in entrambi i generi» e «un eccesso di mortalità e ospedalizzazioni per linfomi non-Hodgkin».

Si riscontrano inoltre «eccessi di tumore mammario femminile, neoplasie polmonari e renali» e «un eccesso di ricoveri per nefrite e patologie del sistema circolatorio».

Particolarmente preoccupante, poi, è «l’eccesso di tumori in età pediatrica, adolescenziale e giovanile», con ricoveri per «infezioni acute delle vie respiratorie» e «malattie infettive e parassitarie» già nel primo anno di vita. Viene segnalato anche «un eccesso di decessi per mesotelioma della pleura attribuibile a esposizione ad amianto» e un «rischio significativo legato a cadmio e piombo», confermato da biomonitoraggi ematici e urinari. Pur non individuando specifiche responsabilità penali, l’Iss evidenzia «una correlazione coerente tra i contaminanti rilevati nelle matrici ambientali e gli eccessi di mortalità e ospedalizzazione» e richiama la necessità che le Autorità competenti utilizzino i dati per «guidare gli interventi di prevenzione e sorveglianza epidemiologica».

Sono necessari, in sostanza, «programmi di monitoraggio permanente della salute» e «azioni di prevenzione primaria e giustizia ambientale», anche attraverso il progetto europeo SalGA-KRO. Un piano, avviato nel 2024 e in corso fino al 2027, che mira a «descrivere il profilo di salute della comunità di Crotone considerando ambiente, stili di vita, contesto sociale, economico e culturale», fornendo raccomandazioni per la riduzione del carico di tumori e altre patologie croniche.

Crotone-Cassano-Cerchiara: contaminazione ambientale e impatto sanitario

Le aree industriali e portuali del Sin di Crotone-Cassano-Cerchiara rappresentano da anni un nodo critico per la salute pubblica calabrese. E la Relazione, analizzando i dati raccolti attraverso studi Istisan 16/19 (2016) e il Sesto Rapporto Sentieri (2023), evidenzia come la contaminazione delle matrici ambientali si traduca in rischi concreti per la popolazione residente. Il quadro che emerge è complesso: metalli pesanti, sostanze chimiche persistenti e residui industriali continuano ad avvelenare il territorio e incidere sulla salute dei cittadini.

Epidemiologia e sorveglianza sanitaria

Già nel 2016, lo Studio epidemiologico dei siti contaminati della Calabria (Istisan 16/19) evidenziava la difficoltà di valutare l’impatto sanitario dei siti industriali complessi. La natura eterogenea dei fattori di rischio, la combinazione di esposizioni multiple e le variabili socioeconomiche rendono complicata l’individuazione di correlazioni precise tra contaminanti e patologie.

Tuttavia, lo studio sottolineava che le aree con contaminazione industriale costituiscono un problema di sanità pubblica significativo, coinvolgendo numerose persone esposte a diversi rischi occupazionali e ambientali. In tale contesto, l’approccio Sentieri (altro studio su cui si basano i risultati della Commissione) si conferma uno strumento di riferimento per la sorveglianza epidemiologica, integrato con altri studi di rischio ambientale.

Caratterizzazione ambientale: metalli e sostanze pericolose

Le attività di caratterizzazione dell’ex Pertusola e dell’area portuale hanno rilevato concentrazioni di metalli pesanti superiori di migliaia di volte ai limiti normativi. Cadmio, piombo, mercurio e arsenico mostrano caratteristiche di persistenza, tossicità e bioaccumulo, mentre il cromo raggiunge livelli estremamente elevati nei sedimenti superficiali e profondi. L’Ispra e l’Istituto Superiore di Sanità hanno evidenziato la pericolosità di questi contaminanti per gli ecosistemi acquatici e la salute umana, inserendoli tra le sostanze prioritarie della Direttiva europea 2013/39/UE da ridurre o eliminare. Nonostante la contaminazione, studi sui prodotti ittici hanno rilevato livelli di metalli compatibili con i limiti di sicurezza, ma ciò non riduce la necessità di monitoraggi costanti e di bonifiche strutturali.

Impatto sanitario: mortalità e ospedalizzazioni

Il Rapporto Sentieri (2023), così come evidenziato dall’Istituto superiore di Sanità conferma un quadro sanitario allarmante: eccessi di mortalità e ospedalizzazione per tumori maligni, linfomi non-Hodgkin, neoplasie epatiche, polmonari e renali, oltre a patologie cardiovascolari e renali. Particolarmente preoccupante è l’incidenza di tumori pediatrici e giovanili, con ricoveri registrati già nei primi anni di vita.

Nei maschi si riscontra un rischio superiore per mesotelioma pleurico, legato all’esposizione storica ad amianto. L’eccesso di patologie renali e epatiche si lega alla presenza di cadmio, piombo e mercurio nelle acque di falda e nei suoli, confermando la correlazione tra contaminanti e impatto sanitario.

Disparità socioeconomiche e giustizia ambientale

Lo studio evidenzia che la vulnerabilità sanitaria è amplificata da condizioni socioeconomiche svantaggiate. Il 61,1% della popolazione residente vive in aree ad alto livello di deprivazione, spesso nelle vicinanze di impianti industriali o portuali. L’Iss e il progetto Sentieri sottolineano come le popolazioni più fragili siano esposte a rischi maggiori, richiedendo interventi mirati di giustizia ambientale e sorveglianza sanitaria permanente.

Monitoraggio materno-infantile: il progetto Cisas/Neho

Un approccio prospettico è stato adottato dal Cbr-Irib nell’ambito del progetto Cisas/Neho, che ha seguito 188 madri e neonati tra il 2018 e il 2020, con analisi di biomonitoraggio su sangue materno e cordonale. I risultati mostrano la presenza di tracce di metalli e composti organici persistenti, ma nessuna concentrazione supera soglie di rischio per la salute. Lo studio, pur non riscontrando criticità immediate, raccomanda follow-up a lungo termine per monitorare gli effetti di esposizioni croniche, fornendo dati fondamentali per la prevenzione futura.

Necessità di bonifica e sorveglianza permanente

La Commissione parlamentare sottolinea l’improcrastinabilità delle attività di bonifica, in osservanza del principio di precauzione. Gli studi evidenziano che la contaminazione ambientale storica ha già determinato danni misurabili alla salute, mentre le esposizioni attuali necessitano di monitoraggio costante. Le autorità competenti sono chiamate a integrare interventi di bonifica, sorveglianza epidemiologica, prevenzione primaria e giustizia ambientale, garantendo trasparenza e partecipazione delle comunità locali.

[Courtesy LaCNews24]