Una campagna elettorale da zero in condotta

di SANTO STRATI  – Il partito degli astensionisti, con buona probabilità, sarà, purtroppo, ancora una volta il vincitore morale (?) delle prossime elezioni regionali. I calabresi sono avviliti, delusi, incazzati e preferiscono disertare le urne.

È frutto, certamente, anche di una campagna elettorale avvelenata e feroce, dove i due sfidanti principali (il “disturbatore” Toscano col suo probabile zerovirgola non fa testo) si affrontano (non si confrontano) a suon di insulti e botta e risposta che non servono a nulla.

Se ci è concesso, questa è una campagna da zero in condotta. Anziché andare a testa alta mostrando i muscoli (il programma) sembra di assistere a una sfida tipo Ok Corral, ovvero un “duello” non una competizione elettorale, con elementari scaramucce verbali che non riscaldano o accendono gli elettori, anzi, semmai, li convincono di essere di fronte al nulla vestito di niente.

Poteva essere una campagna con molto fair play dove ogni candidato presidente, ignorando debolezze o superiorità dell’altro, giocasse il ruolo non da imbonitore di piazze, ma da politico con una visione di futuro da presentare ed esporre agli elettori. Non passa, invece, giorno, che gli attacchi frontali continuano ad arrivare ai media, ma soprattutto trovano terreno fertile nel social, dove – evidentemente – la nuova classe politica immagina di poter parlare direttamente al proprio elettorato – senza intermediazione giornalistica. Il risultato è una sorta di litigio da scuola elementare, dove alla maestra (gli elettori) si fanno notare i dispetti del compagno di classe, l’uno contro l’altro. In una diatriba che, onestamente, non appassiona proprio nessuno.

Manca il fair play, i candidati trattano l’avversario non come tale, ma come un nemico da abbattere con le parole: chi più ne ha più ne metta, indipendentemente dalla solidità delle argomentazioni.

E, poi, risulta evidente che entrambi i contendenti hanno sbagliato strategia, seguendo improbabili consiglieri che, ahimé, sembrano proprio digiuni di politica.

Il Presidente uscente ha puntato su uno slogan che gli è rimbalzato contro: «abbiamo fatto più noi in 4 anni che gli altri governi regionali in 40». Bella frase a effetto, peccato che per quasi vent’anni il governo regionale sia stato gestito dal centrodestra: hanno dunque fatto male non solo gli avversari, ma anche gli alleati? Bastava pensarci un attimo: a sconfessare il lavoro (buono o cattivo che sia stato) dei compagni di partito non aiuta certo ad accalorare gli elettori, semmai disegna una figura di “uomo solo al comando” che quasi sempre porta disastri. Occhiuto ha puntato, va comunque detto, su lavoro e sviluppo, ma la sua visione di futuro non viene comunicata in modo giusto. La giusta aspirazione di arrivare primo non dovrebbe scadere nella tracotanza o, peggio, nell’arroganza: gli elettori vogliono concretezza, certezze sul futuro, non insulti all’avversario.

Stessa cosa si può dire per Pasquale Tridico che, sulla scia della tradizione pentastellata, insiste a mettere in evidenza difetti e debolezze dell’avversario, tracimando spesso nella noia. Tridico aveva un’opportunità di parlare ai calabresi di futuro, guardando a sanità, sviluppo e crescita del territorio. È partito in quarta con le nobili intenzioni dell’inclusione sociale, offrendo (non si sa con quali risorse finanziarie) 500 euro di “reddito di dignità”. Un modo furbino di sperare di raccogliere i  voti dei “disperati” e degli orfani del reddito di cittadinanza, ma ha provocato reazioni contrarie in buona parte del popolo della sinistra. Già, perché i calabresi sono stufi di assistenzialismo e sussidi (che in diversi casi aiutano, per la verità, una famiglia fragile a sopravvivere), ma vogliono sentir parlare di crescita, di sviluppo, di occupazione.

In questo caso i 100 punti del programma di Tridico sono una bella esposizione di buone intenzioni, ma mancano del presupposto essenziale, ovvero, come si può cambiare una regione che ha vissuto per anni di lavoro nero, parassitismo e progetti avviati e finiti nel nulla?

Non si tratta di avere la bacchetta magica e di essere il Mandrake della situazione: i calabresi non vanno incantati o ipnotizzati a parole, servono fatti e serve concretezza.

Il confronto serio e leale tra due avversari, dove auspicabilmente ci sarebbe stato posto anche a un po’ di ironia, avrebbe sicuramente ammorbidito i toni e stimolato il dibattito tra i tanti che non hanno alcuna voglia di recarsi alle urne. Ma non si è visto e mancano giusto due settimane al voto: pensate che si possa cambiare in corsa? Abbiamo seri dubbi.

Avevamo pronosticato, con grande amarezza, che sarebbe stata una campagna elettorale aspra, ma non pensavamo di dover vedere ogni giorno i rintuzzi dell’una e dell’altra parte su cavolate immense, prive di qualsiasi valore. Un lapsus verbale (le “tre” province di Tridico diventa il pretesto per irridere l’avversario), e lo stesso vale per le “scivolate” di Occhiuto. Vogliamo smetterla con queste sbertucciate, che non fanno nemmeno sorridere, e cominciare il confronto delle idee su come trasformare il territorio, su come rilanciare le aree interne sempre più inaridite da un inarrestabile spopolamento, e discutere di sanità chiamando  a proprio sostegno chi vive (e soffre) di sanità: medici, specialisti, ricercatori, infermieri? Vogliamo pensare a una task force trasversale che possa indicare il percorso più idoneo a uscire dalla crisi della sanità calabrese? Certo, prima di tutto andrebbe azzerato il debito (lo abbiamo già scritto altre volte, azzerato non cancellato) al fine di poter utilizzare tutte le risorse disponibili: gran parte dei fondi viene utilizzata per pagare il debito, quindi mancano i soldi per aggiornare macchinari, pagare nuovi medici e infermieri, etc. A questo proposito, entrambi gli aspiranti governatori dovrebbero tenere in massima considerazione il documento proposto da Comunità competente (il cui portavoce Rubens Curia sarebbe un ottimo assessore alla Sanità) per “rivoluzionare” il sistema sanitario calabrese.

I delusi e gli avviliti della politica vorrebbero sentire proposte e idee risolutive, non chiacchiere da cortile e forse la percentuali degli astenuti potrebbe diminuire sensibilmente. Ma, attenzione, l’astensionismo non è fatto solo di chi è stufo della politica, di questa politica, ma – stimiamo – per un quarto è rappresentato da chi non viene (attenzione: viene) a votare, perché studia o lavora fuori regione e non può permettersi i costi del viaggio elettorale. A spanne saranno 200/250mila voti che mancano al conteggio e che vengono fatti rientrare tra gli “astenuti”.

Il Collettivo Valarioti anni fa si era fatto promotore di un’iniziativa per il voto a distanza (sfociata anche in una proposta di legge), ma è finito tutto nel dimenticatoio. Sarebbe ora di pensarci seriamente: il voto a distanza (ormai con ampi margini di affidabilità e sicurezza grazie alla tecnologia) potrebbe anche cambiare gli scenari delle elezioni: a chi fa paura? (s)

Il Sud che scompare nell’indifferenza della politica

di MASSIMO MASTRUZZO – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” — Art. 3 della Costituzione italiana.

Ma a leggere i numeri dell’emigrazione dal Sud, viene da chiedersi se questa uguaglianza non sia ormai solo sulla carta.

Il Sud che scompare: una crisi nazionale mascherata da problema locale

In Calabria si vive sempre più a lungo, ma sempre più da soli. I giovani partono, le culle si svuotano, le scuole chiudono e i borghi diventano silenziosi. La regione ha oggi meno abitanti della sola città metropolitana di Milano: circa 1,8 milioni contro oltre 3,3 milioni nella capitale economica del Paese. Un dato simbolico, ma devastante, che riflette una desertificazione demografica strutturale che riguarda anche la Basilicata, il Molise, parti della Sicilia, della Sardegna e della Campania interna.

Non è solo un cambiamento demografico, ma una vera e propria diaspora, che si consuma nell’indifferenza del potere centrale. Un’emorragia che dura da oltre un secolo, ma che negli ultimi anni ha assunto le dimensioni di una crisi democratica e costituzionale.

L’emigrazione dal Sud non è un fenomeno recente. Dal secondo Ottocento ai primi del Novecento, milioni di meridionali lasciarono le loro terre per le Americhe. Dopo la Seconda guerra mondiale fu la volta delle grandi migrazioni interne verso Torino, Milano, Genova e le fabbriche del “miracolo economico”. Oggi, oltre alla manodopera per le fabbriche del nord Italia, partono gli universitari, i laureati, i professionisti. Una nuova “fuga di cervelli” alimentata non solo dalla mancanza di lavoro, ma da un Sud sempre più marginale nei diritti, nei servizi, nelle prospettive.

Le cause dell’esodo: mancanze strutturali e diseguaglianza costituzionale

Lavoro che non c’è:

Secondo ISTAT 2024, il tasso di disoccupazione giovanile in Calabria e Sicilia supera il 40%, contro il 12% del Nord. Il lavoro, quando c’è, è spesso precario, sottopagato, irregolare.

Sanità negata: Le regioni meridionali spendono in media 600-700 euro pro capite in meno in sanità rispetto a quelle del Nord. Questo si traduce in carenza di strutture, liste d’attesa infinite, migrazione sanitaria verso Nord che costa ai cittadini del Sud circa 4 miliardi di euro l’anno.

Infrastrutture a due velocità:

In Sicilia e Calabria ci sono ancora linee ferroviarie a binario unico non elettrificate. Gli investimenti in trasporti e mobilità sono sproporzionatamente inferiori rispetto al Nord. Il treno ad alta velocità si ferma a Salerno. L’autostrada A3, simbolo dell’abbandono infrastrutturale, è un cantiere infinito da decenni.

Una Costituzione ignorata: L’art. 3 della Costituzione impone alla Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che impediscono la piena uguaglianza tra i cittadini. Lo Stato non solo non li rimuove, ma li alimenta con politiche miopi e centraliste. Anche l’art. 5 (autonomia e decentramento), l’art. 34 (diritto allo studio) e l’art. 32 (diritto alla salute) vengono disattesi sistematicamente al Sud.

Il paradosso è che negli ultimi anni alcuni provvedimenti del governo non hanno invertito la rotta, ma l’hanno istituzionalizzata.

Il recente bonus affitto di 1.000 euro per i docenti meridionali che si trasferiscono al Nord è solo l’ultimo esempio. Una misura pensata per “aiutare” chi parte, senza interrogarsi sul perché non si possa insegnare, lavorare o vivere nel proprio territorio.

A fine 2024 il governo  all’interno della Manovra Finanziaria 2025, ha previsto un fringe benefit fino a 5.000 euro per i neoassunti che trasferiscono la residenza oltre 100 km dal luogo di lavoro, si tratta di uno dei temi centrali del Piano Casa, nato dal confronto del governo con Confindustria, studiato per favorire il trasferimento dei lavoratori, o per meglio dire un sottinteso incentivo ad emigrare, a lasciare il Sud:

il Governo anziché incrementare le opportunità di occupazione nel Mezzogiorno, contribuisce incredibilmente con un bonus, fino 5000 euro, per convincere anche i più riluttanti a fare le valigie e andare al Nord.

A completare il quadro, il progetto di autonomia differenziata, se approvato in forma attuale, rischia di cristallizzare le disuguaglianze. Le regioni ricche avranno più risorse e competenze, mentre quelle più povere resteranno ancora più indietro. È una rottura del patto nazionale, una forma di secessione mascherata.

Quando un territorio serve solo come bacino di manodopera, riserva elettorale e mercato passivo, senza ricevere gli investimenti necessari per crescere, si può parlare di colonialismo interno. È quello che accade al Sud da oltre un secolo, ma con particolare evidenza nell’Italia repubblicana.

Non è un problema del Sud, è una ferita per l’Italia intera

La questione meridionale non riguarda solo i meridionali. Riguarda la tenuta democratica del Paese, il rispetto della Costituzione, la coesione sociale. Un’Italia che abbandona il Sud è un’Italia che si indebolisce, economicamente e moralmente.

Non bastano bonus e pacche sulle spalle. Serve: un grande piano di investimenti strutturali pubblici per il Sud; incentivi al rientro dei giovani emigrati (non solo laureati); potenziamento reale della sanità, dell’istruzione, della mobilità; decentramento amministrativo con poteri veri agli enti locali, ma con risorse certe e uguali; una politica nazionale che non consideri il Sud un “peso”, ma una parte strategica del Paese; cambiare rotta, o accettare la morte lenta.

Continuare a ignorare l’emigrazione meridionale significa accettare che una parte d’Italia si spenga lentamente. Ma non si può essere uniti a metà. Il futuro dell’Italia passa anche e soprattutto da una rinascita vera del Sud, non a parole, ma nei fatti. (mm)

(Direttivo nazionale MET  – Movimento Equità Territoriale)

Calabria da liberare dai ricatti, dalle paure e dalle clientele

di CARMELO ANTONIO COMI – La Calabria è una terra antica, baciata dal sole, lambita da due mari, culla di civiltà millenarie e di storie che hanno forgiato l’identità dell’intero Mezzogiorno. È terra di filosofi, santi, martiri, scrittori, scienziati. Una regione che ha donato molto all’Italia e al mondo, e che ancora oggi, nonostante tutto, pulsa di cultura, intelligenza e umanità.

Ma la Calabria è anche — e soprattutto — una terra di contraddizioni.

Nel cuore di questa regione si consuma ogni giorno una lotta silenziosa tra ciò che potrebbe essere e ciò che è. Il progresso bussa alle porte, ma non entra. L’industrializzazione resta una chimera. Lo sviluppo turistico, pur potenzialmente illimitato, viene sacrificato sull’altare dell’improvvisazione, dell’abusivismo, dell’assenza di visione politica duratura. Il rilancio economico è continuamente rimandato, soffocato da interessi opachi, da burocrazie paralizzanti, da poteri che si alimentano proprio del mancato sviluppo.

Ma c’è di più.

La Calabria è anche terra di ricchezze naturali: giacimenti di gas e petrolio, sfruttati da decenni da colossi come Eni, identificata come impresa strategica di Stato. Eppure, paradossalmente, proprio qui — dove l’energia si estrae — il costo di quella stessa energia ci dissangua: gas alle stelle, tasse alle stelle, mentre intere comunità muoiono lentamente, avvelenate, tra silenzi, omissioni e complicità.

Da oltre 70 anni, si estrae e si inquina. Si promettono bonifiche che non arrivano mai. E quando si osa chiedere giustizia ambientale, bonifica dei territori, investimenti in salute pubblica… si finisce per giocare con lo stesso assassino, da decenni.

A Crotone, l’idea di un super polo oncologico — atto dovuto in una terra martoriata dai veleni industriali — viene trattata come una fantasia irrealizzabile. Si muore di tumori ambientali nell’impunità totale, ma si continua a pagare — e a pagare caro — per sopravvivere.

La Calabria è terra di “padri padroni”, di feudalesimo politico e culturale, dove spesso chi osa pensare, proporre, cambiare, viene isolato, zittito, ignorato.

È terra di “anti-sviluppo”, dove le lobby mafiose e le lobby di potere si alternano o si alleano per mantenere il controllo, tenendo una popolazione intera in uno stato di dipendenza, marginalità, rassegnazione. Una regione usata come serbatoio di voti, svuotata di senso civico, dove troppo spesso si confonde l’aiuto col favore e il diritto con la concessione.

Eppure, la Calabria è anche la terra delle grandi menti. Di giovani brillanti costretti a emigrare. Di uomini e donne che lottano ogni giorno, in silenzio, per costruire qualcosa. Di imprenditori coraggiosi, di amministratori onesti, di intellettuali che non si piegano. Di comunità che resistono e che sognano.

È una Calabria bellissima, ma che fa male. Una terra che, come una persona in conflitto con sé stessa, combatte contro la propria intelligenza, il proprio futuro, il proprio riscatto.

Il nostro compito, oggi, è spezzare queste catene. Non con slogan vuoti, ma con la verità dei fatti. Non con promesse elettorali, ma con coscienza civica e progettualità concreta. Non con assistenzialismo, ma con educazione, merito, coraggio.

La Calabria non ha bisogno di essere “aiutata”: ha bisogno di essere liberata.

Liberata dai ricatti, dalle paure, dalle clientele. Liberata dall’idea che “nulla può cambiare”. Perché tutto può cambiare, se cambia la mentalità.

Noi non smetteremo mai di credere in una Calabria diversa. Una Calabria che torni a camminare con la schiena dritta, guidata da valori autentici, da una Democrazia Cristiana rinnovata, pulita, radicata nel territorio, vicina ai più deboli ma dura con chi tradisce il bene comune.

Il riscatto della Calabria è possibile. Ma deve iniziare oggi. Con verità. Con coraggio. Con coscienza.

(Vice Commissario

Regionale Democrazia)

L’ADDIO / Franco Arillotta, studioso e punto di riferimento della cultura reggina

Cordoglio, a Reggio, per la scomparsa di Franco Arillotta, storico e studioso reggino e presidente dell’Associazione Amici del Museo.

«Con la scomparsa di Franco Arillotta – scrive Stefano Iorfida, Presidente dell’Associazione Anassilaos – muore l’ultimo grande storico di Reggio Calabria e si conclude una stagione ricca di ricerche e approfondimenti dedicati alla Città che lo hanno visto protagonista insieme ad altri (penso ad Agazio Trombetta) sia pure nei diversi periodi storici esaminati da entrambi. Lettore attento degli antichi storici reggini e di quel che resta di essi, acuto ricercatore dei documenti custoditi negli archivi cittadini, documenti inerti che soltanto l’acume dello storico illumina, interpreta e trae dall’oblio, nel corso degli anni ha approfondito, analizzato e discusso fatti ed eventi piccoli e grandi che hanno interessato la Città dall’antichità all’era moderna e contemporanea, dalla toponomastica  alla Reggio spagnola, dalle ricerche su San Giorgio a quelle dedicate a taluni palazzi reggini (Provincia)».

«Il frutto copioso di queste ricerche – continua Iorfida – è confluito in opere che restano e costituiscono a loro volta documenti imprescindibili per tutti coloro che, reggini e non reggini, vogliano conoscere la storia di Reggio Calabria. Accanto all’impegno dello storico da sottolineare anche il suo lavoro all’interno di talune prestigiose associazioni (Gli Amici del Museo di cui era tuttora Presidente) e la disponibilità, fino agli ultimi giorni, di collaborare con altre associazioni in un’opera sinergica volta sempre a favorire, soprattutto tra le più giovani generazioni, la conoscenza del passato della propria Comunità».

«Egli lascia un vuoto incolmabile – e lo diciamo con dolore – perché intorno a noi non riusciamo a “cogliere” nelle più giovani generazioni di ricercatori il medesimo impegno unito al desiderio di spendersi per la Comunità», ha concluso Iorfida.

«Franco Arillotta era il decano degli storici reggini: della storia della nostra città si è occupato da oltre mezzo secolo mediante saggi e monografie che hanno rappresentato fondamentali contributi storiografici», ha ricordato Giuseppe Caridi, presidente di Deputazione di Storia Patria della Calabria.

«Ho conosciuto Franco 45 anni fa – ha ricordato Caridi – quando ha pubblicato per l’editore reggino Gangemi il ponderoso volume”Reggio nel Seicento. Storia di una città scomparsa”, frutto di anni di appassionata e accurata ricerca presso il locale Archivio di Stato, lavoro che mi è stato molto utile per gli studi storici che ho cominciato a intraprendere proprio in quegli anni. Alla città calabrese dello Stretto ha poi dedicato altri saggi, sempre efficacemente documentati. Ha partecipato a  innumerevoli convegni recando sempre apporti originali».

«Il suo più recente volume, edito pochi mesi fa – ha proseguito – ha avuto per oggetto i momenti salienti della storia di Reggio, prosecuzione di un volume precedente del quale, su sua richiesta, avevo scritto una breve prefazione».

«Franco era uno studioso serio  e preparato – ha concluso – un esponente di primo piano della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, che ha onorato con i suoi scritti e con il comportamento signorile che lo contraddistingueva».

«La morte del professore Franco Arillotta mi rattrista profondamente ed addolora l’intera comunità che perde una risorsa inestimabile nel panorama culturale cittadino. Troveremo il modo per ricordarlo ad imperitura memoria perché lo merita. Adesso è il tempo del dolore». Lo ha detto il sindaco Giuseppe Falcomatà che, in una nota stampa, esprime «il cordoglio personale e quello dell’amministrazione comunale per la scomparsa di uno dei più grandi conoscitori della storia di Reggio Calabria e dei suoi cittadini».

«Storico appassionato, intellettuale raffinato e instancabile studioso – ha detto il sindaco – Franco Arillotta è stato un Professore, con la P maiuscola, che ha dedicato la sua vita alla conoscenza, alla valorizzazione e alla divulgazione della storia trimillenaria della nostra città. Le sue ricerche, le sue opere e il suo costante impegno civile hanno rappresentato, per generazioni di reggini, un punto di riferimento imprescindibile per comprendere le radici e l’identità della nostra comunità».

«La sua perdita – ha proseguito Falcomatà – lascia un vuoto incolmabile nel mondo della cultura e nella vita pubblica locale che lo ha sempre e costantemente riconosciuto come una voce lucida, critica e indiscutibilmente innamorata del nostro territorio».
«Giungano – ha concluso il sindaco – le più sentite condoglianze alla famiglia, agli amici, a quanti lo hanno conosciuto e stimato e che, per sempre, manterranno vivo il lascito di un’esistenza passata con la mente ed il cuore rigonfio d’amore per Reggio Calabria».

L’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra (ANMIG), Sezione di Reggio Calabria, esprime profondo cordoglio per la scomparsa del prof. Franco Arillotta, storico, intellettuale e grande amico dell’ANMIG.
Figura di riferimento per la cultura reggina, Arillotta ha dedicato la sua vita allo studio e alla valorizzazione della storia locale, distinguendosi per la sua passione, il rigore scientifico e l’instancabile impegno civile. Attraverso le sue pubblicazioni, le conferenze e il suo costante lavoro sul territorio, ha contribuito in modo determinante a preservare e tramandare la memoria storica della città di Reggio Calabria.
Nel corso degli anni, il prof. Arillotta ha collaborato più volte con l’ANMIG, partecipando con entusiasmo a iniziative e incontri dedicati al ricordo dei caduti, dei reduci e dei valori fondanti della Repubblica. La sua vicinanza all’Associazione è sempre stata autentica e profonda, nel segno di una comune attenzione alla memoria e alla storia condivisa.
Il Presidente, il Consiglio Direttivo e tutti i soci dell’ANMIG di Reggio Calabria si stringono con affetto alla famiglia Arillotta, ricordando Franco non solo come uno studioso apprezzato, ma come un amico sincero e un uomo di grande umanità. (rcc)

Non una scatola dei desideri, ma politiche di sviluppo per la Calabria

di FRANCESCO AIELLO – La Calabria si muove con un passo più corto e più lento del resto del Paese. Non è un problema congiunturale, ma strutturale: quando l’Italia cresce, la regione guadagna poco; quando arrivano gli shock negativi, arretra più degli altri. La distanza dal Centro-Nord non si è ridotta. In alcuni ambiti è addirittura aumentata. Per capire perché, serve uno sguardo che tenga insieme demografia, struttura produttiva e qualità delle istituzioni.

Il primo segnale è la tenuta fragile del reddito: oggi il PIL pro capite calabrese vale meno della metà di quello del Centro-Nord. Ma il punto non è solo quanto si produce; è come si produce e con chi. La regione si è ristretta: in dieci anni ha perso oltre 162 mila residenti, soprattutto nei piccoli comuni sia delle aree interne sia di quelli meno periferici. La base demografica che dovrebbe alimentare la crescita si assottiglia, e con essa l’offerta di lavoro qualificata. Questa realtà si riflette, evidentemente, nel mercato del lavoro. Nel 2024, quasi la metà della popolazione in età lavorativa è inattiva; il tasso di occupazione resta 17 punti percentuali sotto la media nazionale; la disoccupazione è ancora doppia rispetto all’Italia. Non è un episodio: da decenni la base occupazionale è troppo debole: il sintomo di un sistema di imprese che assorbe pochi occupati.

Questa debolezza del lavoro riflette una struttura produttiva poco esposta ai mercati esterni e a bassa produttività. La Calabria è sbilanciata su comparti a bassa produttività e scarsa esposizione ai mercati esterni; il manifatturiero in senso stretto contribuisce poco nella formazione del valore aggiunto (nel 2022 solo 3,8%), il terziario avanzato impiega meno del 4% degli addetti totali. L’apertura internazionale è minima: l’export regionale vale appena lo 0,1% del totale nazionale e le imprese industriali esportatrici medio-grandi sono meno di 150. In più, gli investimenti privati in R&S sono 0,09% del PIL e gli addetti alla ricerca 0,3%: troppo poco per alimentare salti tecnologici e organizzativi.

Questa fotografia economica ne nasconde un’altra, istituzionale. In una regione piccola e fragile, la spesa pubblica conta molto più che altrove. Eppure, quando autorizzazioni e procedure sono lente, discrezionali e opache, quando la pubblica amministrazione non dispone del capitale umano altamente qualificato e fortemente motivato, quando manca una valutazione sistematica degli interventi, la spesa smette di essere leva e diventa cristallo: frammenta, congela, non trasforma. Non è (solo) un problema di risorse scarse: è un problema di come vengono progettate, selezionate, attuate e verificate le politiche. È necessario che in Calabria (e in Italia…) la spesa torni a essere un mezzo e non un fine, selezionando pochi progetti coerenti con una visione, misurandone gli effetti, correggendo la rotta. Se l’obiettivo diventa “spendere tutto”, l’esito sono micro-interventi privi di massa critica, opere incompiute, incentivi senza impatto, prebende politiche.

Per uscire dalla trappola serve, prima del “come”, un “che cosa” chiaro e condiviso. Il calendario aiuta a capirlo: il 5 e 6 ottobre si vota per Presidente e Consiglio regionale. È l’occasione per impegnare la prossima legislatura su una visione di lungo periodo, centrata sui nodi strutturali qui richiamati.

Da qui discende la priorità: non la sopravvivenza dell’esistente, ma la trasformazione dell’economia calabrese. Questo richiede un afflusso stabile di capitali qualificati – esteri e nazionali – in grado di attivare modernizzazione e integrazione nelle catene globali del valore. La leva decisiva è l’attrattività territoriale, che non si esaurisce negli incentivi fiscali: le decisioni di localizzazione dipendono dalla qualità complessiva del contesto – accessibilità, tempi certi e prevedibilità delle autorizzazioni, certezza del diritto, disponibilità di capitale umano adeguato, infrastrutture logistiche e digitali, un sistema educativo e sanitario affidabili, reputazione istituzionale e fiducia sociale. In assenza di questi elementi, nessuna agevolazione compensa il deficit di credibilità del territorio. Questi fattori sono invece imprescindibili per rendere la Calabria un luogo conveniente in cui investire e trattenere talenti, capace di sostenere ecosistemi in settori ad alta produttività e di generare esternalità durevoli. Ne consegue anche che la politica industriale non può essere “a pioggia”: deve scegliere settori e territori dove esistono vocazioni e potenziale (manifattura evoluta, servizi digitali, bioeconomia, agritech), costruendo ecosistemi e filiere. Una leva trasversale è la logistica avanzata, snodo tra manifattura e mercati esterni.

Questa traiettoria ha due condizioni abilitanti. La prima è la certezza istituzionale: l’instabilità politico-amministrativa impedisce di fatto qualsiasi percorso di sviluppo, perché interrompe le strategie, frammenta i fondi, aumenta il rischio di disimpegno e logora la reputazione necessaria ad attrarre capitali e talenti. La seconda è il capitale sociale: legalità, trasparenza, contrasto alle infiltrazioni criminali, fiducia nelle istituzioni e rispetto delle regole non sono variabili irrilevanti, ma irrinunciabili pre-condizioni dello sviluppo. Senza tali basi, l’attrazione di nuovi investimenti resta fragile e la sostenibilità di quelli esistenti rimane incerta.

Accanto a istituzioni e capitale sociale, un ulteriore aspetto cruciale riguarda il welfare sociale e le politiche dei sussidi. È legittimo e necessario sostenere i più fragili, ma gli strumenti redistributivi devono essere temporanei e accompagnati da politiche attive e servizi territoriali efficaci: senza una strategia orientata alla crescita, diventano assistenzialismo e producono distorsioni. Lo stesso vale per l’apparato dei sussidi alle imprese: trasferimenti “a pioggia” e/o in settori a bassa produttività, aiuti al mantenimento di imprese improduttive, non solo non trasformano la struttura produttiva, ma cristallizzano inefficienze e sottraggono risorse a interventi ad alto impatto. La redistribuzione – alle famiglie come alle imprese – deve, quindi, compensare i costi delle transizioni (occupazionali, tecnologiche, ambientali), non sostituire la trasformazione: condizionalità chiare, obiettivi misurabili, monitoraggio indipendente e clausole di scadenze automatiche sono indispensabili per evitare derive assistenziali e per orientare le risorse verso crescita e qualità del lavoro.

In questo quadro, il nodo cruciale riguarda la Regione stessa. Sin dalla nascita delle autonomie regionali, l’azione dell’ente è stata troppo spesso frammentata, clientelare, episodica, orientata alla gestione dell’emergenza più che alla definizione di strategie di lungo periodo. Il vero cambiamento di paradigma non consiste nell’aggiungere nuovi strumenti, ma nel ripensare radicalmente il ruolo della Regione come regia dello sviluppo, capace di guidare i processi, selezionare le priorità e garantire continuità istituzionale.

In altre parole, oggi la Calabria non ha bisogno di un catalogo di desideri, ma di una scelta: adottare politiche economiche selettive, non più orizzontali – cioè diffuse e indifferenziate tra settori e territori – ma verticali concentrate su comparti e aree in grado di generare ricchezza. È un cambio di passo culturale: significa accettare che non tutto può essere finanziato, che non tutte le aree crescono allo stesso modo e che la priorità è spendere bene per modernizzare il sistema economico e territoriale nel suo complesso, rafforzandone la competitività.

Queste trasformazioni sono tuttavia difficili per due ragioni. Anzitutto, le condizioni sociali di partenza sono radicate: una diffusa rassegnazione culturale, la ricerca sistematica di sussidi e una prospettiva di benessere più privato che collettivo indeboliscono la domanda sociale di sviluppo e alimentano la dipendenza economica dal settore pubblico. Inoltre, le riforme selettive e le politiche orientate alla produttività producono effetti nel lungo periodo, mentre i decisori politici tendono a privilegiare interventi immediatamente visibili, funzionali alla rielezione. Ne deriva un circolo vizioso: se la domanda di sviluppo è bassa, anche l’offerta di politiche sarà accomodante e di breve respiro; in assenza di classi dirigenti lungimiranti prevalgono soluzioni emergenziali e orizzontali, coerenti con la logica elettorale ma contrarie alla trasformazione. Il bivio è chiaro: o si cambia metodo, o si consolida il declino.

Se questa rivoluzione di metodo prende corpo, entrando nell’agenda della politica regionale e nell’agire delle istituzioni e degli individui e se si compie, la regione può diventare un luogo conveniente in cui investire e vivere, capace di trattenere competenze e di entrare stabilmente nelle catene globali del valore. Se non si compie, i numeri continueranno a raccontare la stessa storia: una Calabria che diventerà ancora più piccola, più povera e più assistita. (fa)

Prof. Ordinario di Politica Economica, DESF “Giovanni Anania”, Unical, Presidente di OpenCalabria)

Regionali: veline e veleni
per il programma poi si vedrà

di MIMMO NUNNARI – Una sola Calabria non esiste, ne esistono tante, come in passato, quando però si parlava di “Calabrie” a ragione, e il plurale si giustificava con l’esistenza della Calabria Citeriore e la della Calabria Ulteriore, denominazioni ufficiali che la regione terminale d’Europa si portava dietro fin dal Basso Medioevo. Oggi, quando qualcuno usa ancora il termine Calabrie, lo fa per sottolineare la perdurante diversità e la complessità storica e culturale della Calabria, mosaico frammentato, racchiuso in un unico spazio fisico, ma diviso in piccole patrie, che stentano a unirsi veramente. È questo forse il vero fallimento di più di mezzo secolo di regionalismo, vissuto in Calabria tra primati perduti e rancori resistenti. È questa la debolezza più grande di una regione che vuole volare ma resta attaccata al suolo: incatenata e incapace a spezzare le catene, a liberarsene. Questo, dovrebbe essere un tema da campagna elettorale, su cui riflettere e ragionare. Solo una vera sostanziale unità, e col beneficio derivante dall’essere uniti, dal collaborare e dal superare le divisioni, potrà decollare la “regione differente”; differente per cultura, tradizione, miti, modo di pensare e di vivere. Sono tutte belle però queste Calabrie, ancorché divise e rancorose, e chi riuscirà a mischiarle, ad amalgamarle, facendo diventare ogni differenza ricchezza, le farà volare. La sfida più grande tra Occhiuto e Tridico è forse questa: riconciliare la Calabria, riconciliarla con se stessa, e riconciliarla col resto del Paese, con l’Italia del Nord, che è la locomotiva che corre, alla quale bisognerebbe agganciarsi. I campanilismi inutili e i conflitti di stampo municipalistico, che ancora esistono –  inutile nasconderlo – o i duelli politici da asilo infantile sono assurdi. Non fanno altro che alimentare lo stereotipo di Calabria terra conflittuale, ultima irredimibile e perduta. Bisognerebbe provare a volare alto in questa campagna elettorale, concentrarsi sulle soluzioni che le attività politiche possono produrre nella realtà, in una regione che vive tra eccellenze e mediocrità, senza vie di mezzo. C’è questa Calabria plurale di luci e di ombre, sullo sfondo della sfida elettorale Occhiuto Tridico: ultima occasione, per una regione storicamente trascurata e isolata di spiccare il volo verso un futuro rosa; che si merita, uscendo dalle nebbie in cui vive, anche per colpa di una classe politica suddita di partiti nazionali che considerano la Calabria granaio di voti, e basta. Ed è tanto, se non la disprezzano, anzi sottovoce lo fanno, a destra e a sinistra. Avete mai sentito levarsi dai Governi (di destra o sinistra) o dal Parlamento, una voce chiara e forte in favore della regione sud del Sud? Del fanalino di coda dell’Europa che nelle classifiche si trova appena prima delle due enclavi spagnole di Ceuta e Melilla in terra africana?  E del rumoroso silenzio dei parlamentari eletti in Calabria che dire? Non vogliamo fare di tutta l’erba un fascio. Qualcuno va salvato, ma li contiamo davvero sulle dita di mezza mano i meritevoli, di destra e sinistra. Ora, con questo scenario alle spalle, la sfida Occhiuto Tridico diventa un’occasione unica per cambiare, per riportare la discussione sul futuro della Calabria a un livello dignitoso, col recupero della centralità della politica, collocandola a più diretto contatto con la vita dei calabresi, rendendola più aderente alle cose stesse. Certo, è una  sfida anomala quella tra un presidente dimissionario e autoricandidato e un europarlamentare a cui la coalizione di sinistra impreparata ha dovuto appellarsi, pena l’inabissamento. Tridico, è stato un salvagente per la sinistra. Ha tolto dall’imbarazzo il Pd, partito che in passato per scegliere il candidato presidente ha dovuto far ricorso alla lotteria, provandole tutte prima di giungere per sfinimento ad Amalia Bruni, scienziata di valore, ma distante della politica e da esperienze di gestione di un ente importante, come la Regione. Prima di far uscire dal cilindro di via del Nazareno – sede nazionale del Pd – il suo nome, c’erano stati il no a Mario Oliverio, le incertezze antipatiche su Nicola Irto, i rumors su Enzo Ciconte, scrittore e politico d’esperienza, però poco gradito alla nomenclatura post Pci, l’investitura di Maria Antonietta Ventura, imprenditrice ferroviaria di origine pugliese, come Francesco Boccia, all’epoca proconsole Pd, incaricato di sbrogliare la matassa calabrese, di cui “il Manifesto” scrisse: “Non sa più che pesci pigliare”. Quattro anni dopo il Pd resta partito che non sa decidere, poco inclusivo, tendente all’esclusione, senza leader. Se nel campo della sinistra il Pd appare malconcio, e Avs ha dovuto arruolare la filosofa calabroromana Donatella Di Cesare, nota per le sue partecipazioni nei talk show e le amicizie con ex Br, a destra c’è Fdi, il partito della premier Giorgia Meloni, che non si sente tanto bene, tanto da dover ricorrere ad una politica dal profilo alto, come Wanda Ferro, sottosegretaria all’Interno, per rassicurare il proprio elettorato disorientato (a Reggio è stato abbandonato da due dirigenti storici come Giuseppe Agliano e Salvatore Lagana’, fedelissimi dell’ex presidente Giuseppe Scopelliti che sostiene un candidato della Lega ) o arruolare politici provenienti dalla sponda grillina, come Dalila Nesci, 5 Stelle doc, ex sottosegretaria per il Sud. Con questi rumori fuori scena, il palcoscenico è tutto per i due protagonisti: Occhiuto e Tridico. Sarebbe utile che entrambi si ponessero interrogativi semplici su problemi però vitali, riflettendo anche sul fatto che benché la Calabria sia stata governata dal centro, per secoli, con una specie di spocchia coloniale, non sarebbe onesto attribuire solo a ipotetici “nemici esterni” le colpe di un malessere che esiste per corresponsabilità degli stessi calabresi. Quali interrogativi potrebbero porsi, Occhiuto e Tridico, preparandosi a dare risposte? Ne elenchiamo alcuni: – Come correggere, migliorandole, le peggiori condizioni sanitarie d’Italia che comportano minori aspettative di vita e maggiori difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari, rispetto a tutti gli altri italiani? – Come creare concretamente posti di lavoro e frenare l’emorragia inarrestabile verso il nord e l’estero di braccia e intelligenze? – Come evitare il rischio che il territorio più a Sud del continente europeo, assuma, progressivamente, le sembianze di uno Stato mafia di tipo balcanico, dominato dalla mafia più potente del mondo? Come risanare le burocrazie, infettate dalla corruzione, e in che modo correggere l’inclinazione politica alla collusione con sistemi occulti e/o mafiosi? – Quali misure legislative mettere in campo, per emancipare le popolazioni dal bisogno che le opprime? Non sarà facile rispondere, con un collegiale e coraggioso impegno, si può tentare.
Con gli slogan non si va da nessuna parte. (dn)

Regionali: una sfida davvero aperta
I primi dati dai flussi elettorali

ESCLUSIVO – La premessa, doverosa, è sempre uguale: non siamo davanti ad un sondaggio sulle intenzioni di voto, bensì ad un’analisi dei flussi elettorali in Calabria, attraverso alcuni elementi fondamentali, quali i precedenti più recenti (Europee 2024, Camera 2022, Regionali 2021), composizione delle liste, sondaggi generali sull’andamento del voto in Italia.

Un’analisi dei flussi attraverso un metodo collaudato e già ap plicato da alcuni professionisti di fiducia di Calabria.Live in diverse consultazioni elettorali in Calabria: spessoè venuta fuoriuna fotografia molto reale, in qualche caso (come le ultime due regionali e le comunali di Reggio Calabria) addirittura “chirurgica”.

Il dato che emerge da questo studio – che ripetiamo non ha valenza scientifica assoluta – è che la partita tra l’uscente Roberto Occhiuto, a capo di otto liste di centrodestra, e lo sfidante Pasquale Tridico, a capo di sei liste del cosiddetto “campo largo”, è tutt’altro che chiusa, nonostante un sostanzioso vantaggio del centro destra. D’altro canto, la campagna elettorale vera e propria comincia solo ora. 

Il distacco attuale tra i due duellanti è molto diverso da quello disegnato da EMG che assegnava il 60% al presidente uscente contro il 37% dell’avversario. Quella rilevazione risentiva evidentemente dalla mancanza dello sfidante (ufficializzato solo giorno stesso del sondaggio) e dall’impossibilità di valutare le liste in campo.

Il nostro studio ci dice, con sufficiente margine di precisione, che le liste di Occhiuto sono al 53,4%, mentre quelle di Tridico si attestano al 45,6%. Chiude con lo 0,9% la lista del candidato presidente Toscano.

Il sistema elettorale calabrese non prevede il voto disgiunto, pur tuttavia una variazione percentuale si può avere dai cosiddetti “voti secchi” al candidato presidente. In altre parole, un elettore può decidere di votare solo il candidato presidente, senza esprimere una preferenza per una lista.

Nel 2021, ben 37.000 calabresi hanno votato “secco”, di cui 7.000 per Occhiuto e 30.000 per Bruni e De Magistris. Ciò comportò uno scostamento di quasi 2 punti in percentuale a sfavore di Occhiuto, di uno 0,5% a favore di Bruni, 1,5% a favore di De Magistris.

Se si dovessero registrare gli stessi numeri, il distacco tra Occhiuto e Tridico si ridurrebbe ulteriormente, con l’uscente al 51,6% e lo sfidante al 47,2% (1,04% a Toscano).

È evidente – ma non è scontato né facile – che se Tridico riuscisse a convincere parte del fronte dell’astensionismo, diciamo 30-40.000 elettori, a votarlo in maniera secca, la partita potrebbe cambiare volto, riducendo ulteriormente le distanze.

Passando all’andamento del voto dei partiti, è molto probabile una flessione piuttosto accentuata di Forza Italia che perderebbe il 3,4% rispetto alle ultime regionali, a tutto vantaggio degli alleati Fratelli d’Italia che aumenterebbero di 2,8% anche grazie all’effetto Meloni, e della Lega (+1,9%) che schiera liste molto competitive. Anche la lista del Presidente Occhiuto (+0,8% rispetto al 2021) rosicchia qualcosa alla lista ammiraglia.

Quattro liste pro Occhiuto (Azzurri, Udc, Noi Moderati e Sud/Nord) difficilmente supereranno lo sbarramento.

Nell’altro campo, si registra un discreto aumento – +1,8% –  del Partito Democratico (anche per via di candidature di peso come Giuseppe Falcomatà ed Enza bruno Bossio) e dei Cinquestelle (+1,9%) con effetto traino del candidato presidente Tridico, personalità identitaria del Movimento.

In questo schieramento, tutte le liste sono al di sopra del 4% di sbarramento. (rrm)

Vivere o morire: è questo il dilemma della Sanità in Calabria

di MIMMO NUNNARI – Va bene il Ponte, vanno bene le infrastrutture, va bene il lavoro, va bene la Calabria meravigliosa, e anche quella magica e straordinaria venduta alle fiere del turismo, ma i calabresi vogliono – e ne hanno tutto il diritto – sapere quando possono cominciare a vivere da cittadini normali senza correre il rischio di morire prima dei loro connazionali – come dicono studi e statistiche – a causa della carenza di servizi sanitari nella loro regione; dove ormai da tempo, molti, tra le fasce di popolazione più deboli,  rinunciano – sono costretti – alle cure essenziali. Perché, non possono attendere mesi o anni per una visita, o non possono permettersi di recarsi per le cure in altre regioni, o ricorrere alla sanità privata che offre assistenza naturalmente a pagamento. Il problema, come è facile intuire, non è di destra o di sinistra, con buona pace di chi, dall’opposizione, dopo anni di letargo in Consiglio regionale, si è svegliato solo adesso. È più semplicemente umano, civile, di coscienza e di giustizia sociale, il problema. Volere una buona sanità in Calabria significa volere pari opportunità, non privilegi. Significa, non essere più vittime di discriminazione, significa ricevere un trattamento equo, non essere costretti a emigrare, per curarsi – oltre che per cercare lavoro. Sappiamo, come sono stati affrontati questi problemi in passato, per cui poco oggi si può a imputare a Occhiuto, presidente dimissionario, autoricandidatosi a governare, che certamente avrebbe potuto fare meglio. Sappiamo, come sono stati affrontati dallo Stato prima, e dalla Regione dopo, e da entrambi nel presente, i problemi della Sanità. Col passaggio dei poteri dallo Stato alle Regioni avvenuto con la progressiva decentralizzazione del Servizio Sanitario Nazionale iniziata nel 1972 e perfezionata con la riforma (Titolo V) del 1992 è avvenuta la trasformazione della gestione da male in peggio. La Sanità è diventata business: un connubio tra malaffare, malaburocrazia e poteri poco trasparenti, da rabbrividire. Medici, infermieri, personale sanitario, che in condizioni normali dovrebbero fare solo il loro dovere di professionisti che col giuramento di Ippocrate hanno sottoscritto un codice etico fondamentale, sono stati costretti a trasformarsi in eroi per caso, come in guerra, o nelle peggiori calamità. Sono stati costretti a combattere, senza sosta, con gli unici strumenti che hanno a disposizione: il cuore, la mente e la  passione per un lavoro particolare. Solo Nostro Signore potrà un giorno giudicare come si deve i responsabili della sporca gestione della Sanità calabrese, e aprirgli le porte dell’Inferno. I tentacoli del malaffare hanno stretto in una morsa negli anni tutto ciò che hanno incontrato. E i commissari – generali, prefetti, manager – inviati dai Governi, per vigilare e risanare, o sono scappati, o sono rimasti a guardare impotenti, qualche volta cadendo nel ridicolo. Indimenticabile il manager emiliano che sosteneva come il Covid si diffondeva: solo baciandosi lingua in bocca, o il generale che firmava a sua insaputa, come nei film di Totò. Una minima parte di ciò che è accaduto, in questi anni di mala gestione della sanità l’ha raccontata il medico scrittore Santo Gioffrè in “Tutto pagato!” (Castelvecchi editore): racconto tragico dell’esperienza di commissario straordinario dell’Azienda Sanitaria di Reggio Calabria, istituzione dove le stesse fatture si pagavano più volte, e i bilanci si scrivevano su foglietti  somiglianti a pizzini. Nel libro, Gioffrè ha ricostruito i mesi di lavoro caratterizzati da “suggerimenti”, pressioni e delegittimazioni.

“Tutto pagato!”, è un libro-denuncia essenziale, per comprendere le cause del collasso della sanità calabrese, dove alligna il seme del malaffare, piantato da quell’aria grigia che in Calabria storicamente si sovrappone alla linea della legalità e della sana gestione. Chi mai potrà assolvere coloro che per lucrare, arricchirsi, hanno commesso illeciti e compiuto atti delittuosi? La corruzione, ha coinvolto diverse aree: dagli appalti e contratti pubblici, alle nomine dirigenziali, alle gestione delle risorse. La tolleranza, o il non aver vigilato, sono stati brodo di coltura di frodi e pratiche corruttive, di malagestione di reparti ospedalieri, di “favori” a pazienti, dietro pagamento. In questo scenario apocalittico, spiccano le figure della maggioranza dei medici, e del personale sanitario, che lavorano affrontando sfide quotidiane; fornendo cure immediate nei reparti e nel far west dei pronto soccorso, salvando vite. Di questo bisognerebbe discutere, in questa campagna elettorale, senza polemiche inutili, assumendosi responsabilità; e promettendo che il percorso di morte e distruzione sarà arrestato; che le azioni scellerate di chi ha malgestito la sanità in Calabria non saranno mai più ripetute e che non resteranno impuniti gli abusi, gli illeciti. Non si chiedono miracoli: è solo sufficiente che si mettano nelle migliori condizioni di operare coloro che – medici, personale sanitario tutto – salvaguardano i cittadini, e ne garantiscono la sicurezza e la salute. Ha ragione Occhiuto, a respingere le critiche di chi – partiti dormienti – non stava certo su Marte, quando lo scempio della sanità si consumava in Calabria. Tutti, manager, politici, prefetti, generali, non hanno visto o voluto vedere cosa accadeva, sotto i loro occhi. Sono rimasti zitti, impotenti, incapaci. Ha torto invece, Occhiuto, nel respingere le osservazioni e le critiche che vengono dai cittadini; a respingerle in maniera inelegante, e anche un po’ saccente, ostentando un atteggiamento di superiorità che un leader deve saper evitare. Dire che “in 4 anni lui ha fatto più che in 40 gli altri”, è  slogan, e basta. E non è vero. È solo atteggiamento da uomo solo al comando. La Politica vera è tale se è condivisione di idee e di responsabilità. Avrebbe potuto fare di più, Occhiuto, se avesse chiamato a raccolta – per un problema così grave, eccezionale e vitale come la Sanità – oltre che i politici non della sua parte, i calabresi delle associazioni, del volontariato, delle comunità cattoliche e sociali, e con loro medici, infermieri, sindaci. Al capezzale del malato servono tutti coloro che possono essere utili: questo, ragionevolmente, richiede la situazione drammatica della Calabria, regione che si sarebbe potuta risparmiare molti dei sacrifici oggi richiesti alla collettività, se solo fosse stata percorsa la strada dell’etica e dell’anticorruzione, dell’onestà, negli anni passati. Criticare però Occhiuto, senza motivare i rilievi, oggi, in campagna elettorale, è esercizio inutile. Servono proposte. E da Tridico, economista sociale di valore, uomo del popolo, i calabresi aspettano proposte concrete, ragionevoli. Il futuro della Calabria non può essere scritto privilegiando proposte di reddito di cittadinanza, di dubbia efficacia. Serve altro, serve una visione di Calabria, moderna, libera dalle mafie, dai sistemi corruttivi. Occhiuto e Tridico , per la Sanità, dovrebbero avvalersi dell’esperienza, della competenza, dell’azione trasparente di “Comunità Competente” – realtà associativa benemerita di cui è portavoce Rubens Curia – che da tempo supplisce, con pazienza,  virtù cristiana, passione civile, alla mediocritas di  istituzioni e politica. Molti, dei problemi della sanità calabrese, la Regione li ha risolti anche con la collaborazione di “Comunità Competente”, ma non tutte le proposte riassunte nel “Manifesto per la democrazia delle cure in Calabria”, sono state accolte. Chi ha frenato? Chi non ha avuto interesse a guardare con convinzione in direzione delle soluzioni concrete indicate da “Comunità competente”? Se i candidati presidenti vogliono una vera sanità in Calabria, a misura di persona, coinvolgano, già da adesso, in campagna elettorale, gli uomini e le donne di Comunità Competente, che avranno pure le loro appartenenze politiche e le loro convinzioni culturali o religiose, ma hanno dimostrato di operare nell’interesse esclusivo dei calabresi, che pretendono di sapere se, nel loro futuro, ci sarà più posto per vivere, che per morire, di sanità. (mnu)

La statua della Madonna della Montagna sarà esposta in chiesa a San Luca

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI

Maria di Polsi fa il suo miracolo. L’antico simulacro della Madonna della Montagna lascia il Santuario di Polsi per entrare, finalmente, nella Chiesa della sua San Luca.
Un fatto storico che accende una luce in un’epoca buia per il popolo sanluchese.

Giorni e settimane di appelli accorati alla Chiesa, alle Istituzioni, battaglie di identità, richieste di dignità: tutto questo non è stato vano. Perché la storia millenaria di Polsi e di San Luca non può essere oscurata né sepolta.

La voce delle donne di San Luca è quella delle figlie di Maria.
La voce dei giovani di San Luca è quella dei cittadini del mondo.
La voce di San Luca è la voce di un popolo che esiste, resiste, vive.

La gioia oggi è palpabile: sincera, collettiva. È la gioia di un patto antico che non si è lasciato soffocare da frane, interdittive e silenzi. È la vittoria di chi ha creduto che la fede non si negozia e non si commissaria.

Mi sento parte di questa storia. Felice di aver dato voce — con parole forse dure, ma necessarie — a un dolore che oggi si scioglie in canto.
Non è tempo di rivendicazioni, ma di ringraziamento.
Eppure non dimentichiamo: quanta fatica è costata a San Luca difendere il diritto alla sua festa, custodire la sua identità, non smarrire la strada verso Maria.

Che si spengano oggi, e per sempre, i riflettori della cronaca giudiziaria, gli attacchi gratuiti e le macchine del fango su San Luca.
Che si accenda invece una luce di speranza sul paese di Corrado Alvaro.
Una luce che illumina i passi dei pellegrini, che tornano a stringersi attorno alla loro Madonna, tra tamburelli, lacrime e rose.

Ed eccoli, ci sono tutti.
Melusina è sullo scalino, Medea tiene i suoi figli per mano, Antonello è con l’Argirò, il maestro Antonio è vicino a Corrado.
Un po’ più in là, Padre Stefano De Fiores dibatte di Maria con don Massimo Alvaro. È uno spettacolo sentirli parlare: raccontano di storie millenarie.
Arriva anche Fortunato Nocera. Pasquino Crupi, c’è anche lui. Ora non manca più nessuno.

Un’anziana donna è prostrata innanzi alla Madonna. La Sibilla non proferisce parola: osserva, ascolta i canti, gli inni, i suoni dei tamburelli. Non vincerà mai davanti alla bella signora della Montagna.

È tutto pronto.
Non resta che gridarlo a voce alta, con il cuore che batte forte, gli occhi alla montagna e le mani al cielo:

Evviva Maria di Polsi! (gsc)

Regionali: Sanità, Inclusione e Sviluppo
I nodi di un’elezione molto complessa

di SANTO STRATI –  Inclusione e sviluppo sono il vero nodo delle prossime elezioni regionali. Se si dà per scontata la priorità assoluta rappresentata dalla disastratissima Sanità calabrese, su questi due temi si vanno a confrontare i due candidati Occhiuto e Tridico (forse ce ne sarà un terzo, Francesco Toscano per Democrazia Sovrana e Popolare, se raccolgono le firme necessarie per la presentazione delle liste). Il confronto non appare scontato viste le ben chiare posizioni, ma riguarda essenzialmente la scelta di strategia che sarà adottata.

Un manifesto di intellettuali indica in Pasquale Tridico la svolta necessaria di cui la Calabria ha estremamente bisogno, e non c’è da eccepire sulle qualità accademiche e le capacità di serio economista (oltre al fatto di essere una persona perbene), però la sua candidatura, spinosa per molti versi per Occhiuto e tutto il centrodestra, mostra alcune debolezze, su cui il tempo ristretto gioca sicuramente a sfavore.

Tridico è il padre del reddito di cittadinanza e punta sull’inclusione sociale per raccogliere consensi: l’idea di un “reddito di dignità” è ammirevole sotto tutti i punti di vista e alle critiche del centrodestra che mancano le risorse finanziarie necessarie, il professore originario di Scala Coeli (CS) replica che si possono reperire facendo una “raccolta indifferenziata” tra i vari fondi europei che prevedono misure per l’inclusione sociale. Anche il Pnrr, di cui la Calabria ha, allo stato, impegnato poco più del 10% delle risorse a essa destinate, prevede misure finalizzate a contrastare la povertà.

Non abbiamo dubbi sulle affermazioni di Tridico sul reperimento dei fondi (300/500 milioni l’anno) che non possono essere individuati nel bilancio regionale (nel 2023 il consigliere PD Raffaele Mammoliti propose qualcosa un assegno regionale contro la povertà, ma il progetto venne bocciato dall’aula), ma il problema non sono solo i soldi. È l’idea di un ritorno all’assistenzialismo che non genera nuova occupazione e non spinge a cercare il lavoro: i guasti dell’anche benemerito reddito di cittadinanza (che ha risolto problemi a tantissime famiglie fragili e incapienti) sono sotto gli occhi di tutti. Una buona idea che, al di là del penoso e fallace slogan pentastellato lanciato dalla finestra di Palazzo Chigi “abbiamo abolito la povertà”, si è rivelata una pacchia per i soliti furbetti del Paese (pare che qualche mussulmano abbia ricevuto l’assegno moltiplicato per il numero delle tre-quattro mogli – legittimamente – a carico). Con il risultato che tantissimi giovani e moltissimi disoccupati hanno – soprattutto al Sud – rifiutato il lavoro (magari facendolo poi in nero) perché era più comodo il RdC che consentiva di continuare a restare in ozio (pagato). Dall’altra parte, non si può non riconoscere che, accanto alle storture e agli abusi perpetrati, in realtà il RdC ha dato respiro a molte famiglie realmente in povertà.

E a proposito di povertà in Calabria i numeri sono contraddittori: secondo l’Istat ci sono 70mila poveri assoluti, secondo altre stime il numero va decuplicato. In ogni caso la lotta alla povertà con l’obiettivo di ridare dignità (e lavoro) alle persone senza sussidi, è certamente un traguardo degno di un Paese civile.

Ma l’inclusione sociale su cui punta Tridico può prevalere su un’idea di sviluppo senza la quale non ci potrà essere riscatto sociale? Tridico non è certamente contro lo sviluppo, ma se, nel programma, dovesse essere costretto a far proprie le posizioni oltranziste e abitualmente schierato sul No a tutto (il famoso “vaffa” che si è rivelato una beffa per gli elettori che ci hanno creduto) il suo consenso popolare sarebbe destinato a una decisa sforbiciata. Uno su tutte il Ponte sullo Stretto su cui – per sola ideologia e nulla di più – Pd, Cinquestelle e tutta la sinistra continuano, ostinatamente, a mostrare opposizione, e che invece è un ineccepibile e indiscutibile volano di sviluppo non solo per i territori della Calabria e della Sicilia, ma di tutto il Mezzogiorno e dell’intero Paese. Può permettersi la Calabria, a fronte di un progetto divenuto legge dello Stato – a giorni la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – un Presidente che, contrario al Ponte, dovrà vigilare ed essere attivo su tutte le opere compensative e di complemento che servono a preparare la realizzazione dell’Opera? Come si potrà conciliare una posizione intransigente su una mega infrastruttura che lo Stato ha deciso di realizzare, con voto democratico del Parlamento, con l’idea di sviluppo che il Ponte stesso porta in dote?

È un bel problema e, probabilmente, il prof. Tridico si è già chiesto quale potrebbe essere la soluzione migliore. E qui ci permettiamo un suggerimento: non sia l’inclusione sociale il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale, perché, sì, raccoglie facilmente il consenso popolare, ma non soddisfa le reali esigenze della regione, che ha bisogno di crescita e sviluppo, mediante anche un corposo piano infrastrutturale. Ma punti sullo sviluppo (da cui ovviamente deriva implicitamente l’impegno per l’inclusione) indicando priorità e le idee che possano offrire un salto di qualità all’immobilismo cronico che caratterizza la Calabria.

D’altro canto, il Presidente uscente Roberto Occhiuto punta tutto sullo sviluppo della regione, per convincere gli elettori a riconfermargli la fiducia, ma non dovrà trascurare il problema povertà e inclusione sociale che affligge troppe famiglie con conseguenze nefaste per le nuove generazioni. Il rischio è di vedere crescere in povertà un quarto della popolazione calabrese, soprattutto quella che vive nelle aree più depresse (quasi tutte…) e quindi abituarsi all’idea di un 25% di giovani dannatamente poveri e deprivati di qualunque prospettiva di benessere. Non ce lo possiamo permettere e non intervenire a favore di chi ha bisogno (bambini denutriti, anziani privi di cure, famiglie con disabili che vivono di aiuti occasionali) è una vergogna per un Paese civile e, soprattutto, per una regione che ha nel proprio dna i valori dell’accoglienza e della solidarietà.

In buona sostanza, non ci può essere sviluppo senza inclusione sociale, ma quest’ultima non può guidare (o, peggio, condizionare) il percorso di crescita dei territori. Dare l’assegno sociale a chi ne ha diritto (e davvero bisogno) è un impegno che entrambi gli schieramenti –possibilmente in modo trasversale, al di là di chi vince e chi perde in questa competizione elettorale – devono obbligarsi a rispettare. Poi, le modalità di utilizzo (c’è chi giocava alle slot machine con il RdC…) vanno studiate perché il sussidio sia davvero tale. Ma allo stesso tempo si rifugga dall’idea di un nuovo provvedimento di assistenzialismo: la Calabria e tutto il Mezzogiorno non vogliono aiuti sostitutivi, ma opportunità di impiego con stipendi dignitosi e, perché no?, formazione. In Sicilia hanno già formato e preparato giovani tecnici, manovali, carpentieri, etc per i lavori del Ponte: in Calabria non risulta alcuna iniziativa del genere.

Per chiudere, torniamo al punto cruciale, la sanità. Se non si azzera il debito (azzerare, non cancellare: sarebbe ingiusto nei confronti di chi legittimamente deve essere ancora pagato) non si va da nessuna parte. Occhiuto, avventatamente, alcuni mesi fa annunciava “a giorni” la fine del Commissariamento: siamo a fine agosto e sappiamo com’è andata a finire. Il problema è che sono tanti gli interventi necessari (si legga l’accurato Manifesto di Comunità Competente), ma se i fondi sono utilizzati a pagare le rate del rientro del debito, restano poche risorse da investire. Su questo, principalmente, si gioca la roulette del 5-6 ottobre. (s)