Mobilità e trasporti sull’Arco Jonico: quali interventi per il territorio

di ELISABETTA BARBUTO, SANDRO FULLONE e DOMENICO MAZZA – Le nuove politiche infrastrutturali europee, ormai da qualche decennio, prediligono la realizzazione di opere fruibili per lotti funzionali. La richiamata nomenclatura è utilizzata per consentire l’uso di segmenti delle opere pensate, sin dal momento del collaudo dei tronchi e ancor prima che l’intera infrastruttura sia completamente realizzata. Per permettere ciò, ogni tratta dell’opera deve essere adeguatamente interconnessa e collettata a infrastrutture esistenti e operative.

Tali metodologie rappresentano le linee d’indirizzo che si stanno utilizzando per una serie di opere ferro-stradali attualmente in cantiere. Il terzo megalotto della statale 106 così come il lotto Battipaglia-Romagnano della nuova AV SA-RC, sono esempi plastici di quanto precedentemente esposto. Pur inquadrandosi, le richiamate opere, nei più ampi progetti di ammodernamento della dorsale stradale TA-RC e della direttrice ferroviaria tra SA e RC, saranno pienamente operative, nelle tratte sottoposte a intervento, già nei prossimi anni. L’illustrato dovrebbe invogliare le classi dirigenti locali a sviluppare idee che possano concorrere efficacemente a risollevare i territori dal baratro dell’isolamento geografico, suggerendo e adottando la messa a terra di opere che nel medio lungo periodo favoriscano la connessione per segmenti funzionali.

Lungo l’Arco Jonico, tuttavia, a percorsi di ricucitura e rigenerazione delle infrastrutture esistenti, si preferisce dedicare forze ed energie nella sponsorizzazione di opere dalla dubbia funzionalità. Vieppiù, adottando terminologie geograficamente inappropriate e figurativamente inadeguate per giustificare gli investimenti. A tal proposito, si prospettano cloni di aviosuperfici nella Sibaritide, immaginando improbabili bacini di riferimento e inquadrando come istmo una fra le più grandi pianure del Mezzogiorno d’Italia. Infrastrutture e definizioni geografiche che, evidentemente, esistono solo nella mente di chi le pensa.

La Politica deve studiare il territorio in cui opera. Basta alla povertà delle idee e ai linguaggi infarciti di slogan

Gli Establishment, a ogni livello di stratificazione, dovrebbero comprendere, prima di qualunque altra cosa, che per rappresentare, amministrare e gestire un territorio, quel territorio andrebbe studiato. La conoscenza di un ambito, d’altronde, non può essere certamente circoscritta al perimetro del Comune di residenza, al confine intermunicipale o al semplicistico concetto di limite provinciale. Sono tante le variabili che determinano l’appellativo di “territorio” a un determinato ambiente geografico. Si potrebbe partire dalla demografia, dalle omogeneità d’ambito, dai processi economici comuni, dalle condivise difficoltà a emergere e contribuire, sinergicamente, alla crescita della Regione di riferimento e del Paese tutto. Senza avere percezione di quanto in precedenza riportato, l’utilizzo del termine territorio, per definire un quadrante geografico, appare assolutamente fuori luogo e privo del benché minimo senso logico nell’affermazione. Tuttavia, ahinoi, è quanto sta accadendo lungo la sponda jonica sibarita. In quest’ambito, infatti, a visioni di crescita e prospettiva nel campo dei trasporti, della mobilità e della intermodalità, si preferiscono visioni megalomani e del tutto scollate dalla realtà effettuale. Non è pensabile, invero, che si continui a propagandare un nuovo scalo a Sibari, sapendo della grave emorragia demografica che attanaglia il territorio jonico e in generale la Calabria tutta. Parimenti, è del tutto anacronistico pensare a un quarto aeroporto in Calabria, quando Regioni demograficamente molto più dimensionate della nostra gestiscono i propri bisogni di mobilità (commerciali e civili) con la metà degli scali aerei. È da imprudenti definire l’area di Sibari come “istmo”, atteso che anche un bambino, con basi poco solide in geografia, capirebbe che una fra le principali pianure del Mezzogiorno di certo non può essere appellata come lingua di terra adagiata tra due mari. Non a caso, l’unico istmo d’Italia è lo stretto corridoio che si estende fra Catanzaro e Lamezia, bagnato dallo Jonio e dal Tirreno. Pertanto, se davvero si volesse connotare l’area di Sibari come raccordo e potenziale deviatoio dei flussi, bisognerebbe comprendere che l’ambito di maggior peso, in termini demografici, arriva da sud-est e non già da altri immaginati e improbabili quadranti cardinali.

È nella direttrice Sibari-Crotone che si nasconde il possibile potenziale dell’area, e non da altre parti. Se iniziamo a inquadrare Sibari come frontiera e non già come deviatoio alle diramazioni adriatica e tirrenica, non facciamo altro che favorire il gioco del centralismo storico. Non è un caso, infatti che, storicamente, giunti a Sibari, i flussi ferro-carrabili siano stati instradati verso l’area valliva della Calabria. Ambito, quest’ultimo, in cui le geometrie centraliste si annidano da tempo immemore. Tale sciagurato disegno ha generato la morte di Corigliano-Rossano e l’ecatombe per Crotone. Se davvero si volessero favorire i processi di crescita territoriale, bisognerebbe capire che è dall’asse Sibari-Crotone che si dovrebbe partire e non da altro. Perché è nel segmento Sibari-Crotone che il macrocontesto del Golfo di Taranto ha il suo anello debole. Dovrebbe essere, quindi, dirimente per tutta la Politica studiare soluzioni funzionali a rammagliare tutto il tessuto infrastrutturale della dorsale interregionale est compresa tra Ta-Metaponto-Sibari-Kr. E, certamente, ciò di cui il l’ambito non ha alcuna necessità è un nuovo scalo aereo. Se non altro perché dispone già di due scali (Taranto e Crotone) che necessitano di essere funzionalmente collegati al resto del contesto.

Pianificare opere di rigenerazione strutturale e upgrading tecnologico lungo la dorsale ferro-stradale KR-Sibari-Metaponto-TA

Le scelte relative al futuro tracciato della linea AV SA-RC hanno chiarito che non si prospettano cantieri imminenti in Calabria. Riteniamo inutile, pertanto, se non solo a fini strumentali, riservare attenzioni esclusivamente alle future vicende di tracciato della nuova AV, perdendo di vista il dibattito sui necessari lavori di upgrading lungo la ferrovia jonica. Parimenti, la predisposizione dei lavori di ammodernamento della statale 106 tra Sibari e Corigliano-Rossano e tra Crotone e Catanzaro, non possono rappresentare il raggiungimento di un risultato concreto. Un territorio potrà definirsi tale solo quando avrà la consapevolezza di essere tessera fondamentale e insostituibile di un più ampio mosaico geografico. Diventa, invero, fondamentale pensare a interventi che, nell’immediato futuro, possano permettere all’area dell’Arco Jonico di immaginare un domani. E non sarà certo la semplice elettrificazione del tronco Sibari-Crotone-Lamezia a disegnare un avvenire di sviluppo sostenibile per l’ambiente in questione. Abbiamo la certezza che entro il 2026 la velocizzazione AVR (alta velocità di rete fino a 200km/h) raggiungerà lo Jonio sulla sponda lucana. Dovrebbe essere un imperativo, quindi, per la politica nostrana, studiare sistemi che facilitino il percorso da e per Crotone-Sibari-Metaponto.

La riconnessione della dorsale a sud di Metaponto, pertanto, diventa funzionale per consentire all’Arco Jonico calabrese di avere un primo accesso alla AV già dal 2026. I lavori di miglioria lungo il tracciato compreso tra Metaponto e Battipaglia e le speranze riposte nella variante Tito-Auletta, permetteranno al Metapontino di raggiungere la Capitale in un tempo stimato di circa 3,5H. Sarebbe necessario, altresì, predisporre l’innalzamento a rango C della tratta Sibari-Metaponto. Quest’ultima, infatti, nonostante sia elettrificata già da circa 40 anni, risulta ancora non adeguata a rango C, pertanto inibita al transito dei treni veloci. Una sua elevazione strutturale, con l’aggiunta di un deviatoio nei pressi di Scanzano Jonico, consentirebbe ai treni provenienti dal Capoluogo pitagorico di raggiungere Roma in meno di 5 ore. Nella pianificazione del Por (’21-’27), è stata prevista la spesa di 32 miliardi da destinare al sud Italia. Una cifra mai vista prima e le cui modalità di assegnazione seguono le medesime prerogative dei fondi di Recovery.

Le prelazioni, dunque, dovrebbero favorire i territori rimasti indietro rispetto al Sistema Italia e, come dichiarato dal Ministero alle infrastrutture, particolare riguardo dovrà essere riservato alle opere ferroviarie. Sarebbe opportuno, quindi, lavorare a una riconnessione dei porti di Crotone e Corigliano-Rossano alla strada ferrata e, contestualmente, alla già prevista variante a sud di Crotone (a oggi sparita dai radar) verso lo scalo aeroportuale di Sant’Anna. Ancora, alla possibile fermata per la nota località turistica di Le Castella e alla nuova stazione baricentrica a servizio della futura area direzionale di Corigliano-Rossano. Senza dimenticare, la rettifica di tracciato a sud dell’abitato di Torre Melissa. Soprattutto, bisognerebbe smetterla di farsi abbindolare da RFI che vorrebbe barattare un progetto di innalzamento degli standard della mobilità d’ambito come la Bretella di Thurio, per una più modesta e poco funzionale Lunetta di Sibari. Ecco, gli interventi descritti rappresentano il minimo sindacale per cui una politica attenta, e non affascinata dall’effimero, dovrebbe impegnarsi. La velocizzazione del percorso verso Metaponto-TA, oltretutto, avrebbe un duplice vantaggio: avvicinerebbe temporalmente l’Arco Jonico calabrese al ramo AV Sa-Ta e rilancerebbe la direttrice verso l’Adriatico, oggi sconnessa dalla jonica. Non abbiamo più scuse, quindi, per continuare a cincischiare del nulla mescolato al niente. L’invito, pertanto, alle classi dirigenti della Sibaritide e del Crotonese affinché si rispetti una temporalità nelle azioni da perseguire. Senza, necessariamente, strumentalizzare argomenti al solo fine di scrivere qualcosa per dimostrare la loro esistenza ai rispettivi Popoli.

(Rispettivamente già parlamentare, già Amministratore e presidente del Comitato Magna Graecia)

Il trasferimento dei rifiuti radioattivi di Crotone: c’è il rischio di inquinare il suolo

di  GIOVANNI MACCARRONE Ritorniamo a parlare del Sito di interesse Nazionale (SIN) di “Crotone-Cassano-Cerchiara”. Lo facciamo a seguito della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, avvenuta il 30 aprile 2024, del  Regolamento (UE) 2024/1157 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 aprile 2024.

Il predetto regolamento è entrato in vigore il 20 maggio 2024, ma si applicherà a decorrere dal 21 maggio 2026, salvo alcune disposizioni che presentano date differite.

Nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 21 gennaio 2025 è stata poi pubblicata la rettifica nel frattempo intervenuta del Regolamento citato (la rettifica, in particolare, riguarda l’articolo 12, l’articolo 42 e l’articolo 43).

L’art. 2 prevede che il regolamento di cui sopra si applichi nelle seguenti ipotesi: a) spedizioni di rifiuti tra Stati membri, con o senza transito attraverso paesi terzi;

b) spedizioni di rifiuti importati nell’Unione da paesi terzi;

c) spedizioni di rifiuti esportati dall’Unione verso paesi terzi;

d) spedizioni di rifiuti in transito nel territorio dell’Unione nel corso del tragitto verso o da paesi terzi.

Durante il trasporto (transfrontaliero), i rifiuti, in particolare quelli classificati pericolosi, possono causare una dispersione nell’ambiente se non gestito correttamente. Questo rischio è reale a causa della possibilità di contaminazione di suolo, acqua e aria, che può danneggiare ecosistemi e la salute umana. Per questo motivo, la gestione e il trasporto di rifiuti è regolamentato dal diritto europeo e dal diritto internazionale.

A livello internazionale il trasporto transfrontaliero dei rifiuti è disciplinato dalla Convenzione di Basilea del 22 marzo 1989 sul controllo dei movimenti oltre frontiera di rifiuti pericolosi e dalla Decisione del Consiglio dell’Ocse C(2001)107/Final (entrata in vigore nel 2002) sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti destinati a operazioni di recupero.

A livello europeo, fino al 21 maggio 2026, la materia è invece governata dal Regolamento n. 1013/2006 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 14 giugno 2006 che si basa su principi e procedure simili a quanto previsto nella Convenzione di Basilea del 22 marzo 1989.

Pertanto, i richiedenti che intendono esportare rifiuti in un paese membro dell’unione europea devono osservare anche il regolamento di cui sopra (in vigore dal 12 luglio 2006).

Il 21 maggio 2026 entrerà in vigore il nuovo regolamento voluto dall’Ue (Regolamento n. 2024/1157 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 aprile 2024.), il quale, oltre a modificare i regolamenti (UE) n. 1257/2013 (riciclaggio navi) e n. 2020/1056 (informazioni sul trasporto merci), ha provveduto ad abrogare anche il precedente Regolamento (CE) n. 1013/2006).

Attualmente, quindi, a livello europeo continuerà ad applicarsi il Regolamento da ultimo citato. Dal 21 maggio 2026 in poi troverà applicazione il Regolamento n. 2024/1157 che introduce nuove regole per il trasporto transfrontaliero dei rifiuti.

Nel testo di tale Regolamento, viene previsto il divieto di spedizione di tutti i rifiuti UE destinati allo smaltimento verso paesi Ue e extra Ue, tranne in casi limitati, autorizzati e debitamente giustificati. Inoltre, vengono vietate le esportazioni di rifiuti pericolosi dell’UE verso Paesi non Ocse.

Quindi, la norma a tutt’oggi applicabile consente la spedizione transfrontaliera di rifiuti destinati allo smaltimento salva la possibilità, per le autorità competenti di destinazione e di spedizione, di sollevare obiezioni motivate entro un termine determinato (cfr. art. 11 Reg. CE n.2006/1013).

Invece, la norma, applicabile a partire dal 21 maggio 2026, prevede il divieto generale di spedire qualsiasi tipologia di rifiuti se destinati allo smaltimento (art. 4 co.1 Reg. UE 2024/1157), salvo il caso in cui le autorità competenti di destinazione e spedizione rilascino l’autorizzazione a fronte della verifica della sussistenza di tutti i presupposti elencati dall’art. 11 del Reg. UE 2024/1157).

Importante notare che, a partire dal 21 maggio 2026, per poter esportare rifiuti destinati allo smaltimento, il notificatore dovrà dimostrare (tra le molte altre cose) tutte le seguenti circostanze: i rifiuti non possono essere recuperati in modo tecnicamente fattibile ed economicamente sostenibile o devono essere smaltiti a causa di obblighi giuridici a norma del diritto dell’Unione o di quello internazionale; i rifiuti non possono essere smaltiti in modo tecnicamente fattibile ed economicamente sostenibile nel paese in cui sono stati prodotti; la spedizione pianificata o lo smaltimento pianificato è conforme alla gerarchia dei rifiuti e ai principi di prossimità e autosufficienza, come stabilito dalla direttiva 2008/98/Ce, e i relativi rifiuti sono gestiti in modo ecologicamente corretto (ovvero il loro smaltimento garantisca il rispetto degli obblighi di protezione della salute umana, del clima e dell’ambiente considerati equivalenti a quelli previsti dalla normativa UE).

Stando così le cose, risulta forte e fondato il sospetto che, a seguito delle modifiche intervenute, i rifiuti provenienti dalla bonifica del sito di interesse nazionale (Sin) “Crotone-Cassano-Cerchiara” non potranno più essere smaltiti fuori dalla Calabria.

L’obiettivo dichiarato del nuovo Regolamento UE è quello di proteggere la salute umana e l’ambiente dagli effetti negativi derivanti dalla generazione, dai movimenti transfrontalieri e dalla gestione dei rifiuti pericolosi e di altri rifiuti.

Per cui, al fine di proteggere “l’ambiente e la salute pubblica”, anche i rifiuti provenienti dal Sin di “Crotone Cassano-Cerchiara” devono essere recuperati in uno degli impianti idonei più vicini al luogo di produzione o raccolta degli stessi.

Immaginate, infatti, cosa potrebbe succedere a lungo andare se si continuasse a trasportare fuori regione rifiuti pericolosi derivanti dalla bonifica del SIN di cui sopra, come ad esempio il Tenorm  (technologically enhanced naturally occurring radioactive materials) che è un materiale che presenta una concentrazione di radioattività maggiore della media delle stesse tipologie di materiali.

Considerate anche che i centri per la raccolta dei rifiuti speciali spesso sono a centinaia di chilometri dal luogo di produzione, se non addirittura all’estero e quindi, a livello ambientale, si rischia l’inquinamento di suolo, aria e falde acquifere, con danni a lungo termine per gli ecosistemi.

A dire il vero già prima dell’intervento del nuovo Regolamento (UE) 2024/1157  veniva fermamente sostenuto che l’applicazione dei principi di prossimità e autosufficienza comporta anche il divieto di spedizione transfrontaliera dei rifiuti speciali, così come previsto dal Regolamento UE n. 1013/2006.

Inoltre, la Corte Cost., con sentenza 14 dicembre 2002, n°505 aveva già sostenuto che “…il principio dell’autosufficienza locale nello smaltimento dei rifiuti in ambiti territoriali ottimali vale, ai sensi dell’art. 5, comma 3, lettera a) del citato decreto legislativo n. 22 del 1997, per i soli rifiuti urbani non pericolosi e non anche per altri tipi di rifiuti, per i quali vige invece il diverso criterio della vicinanza di impianti di smaltimento appropriati, per ridurre il movimento dei rifiuti stessi, correlato  a quello della necessità di impianti specializzati per il loro smaltimento, ai sensi della lettera b) del medesimo comma 3: a siffatto criterio sono stati ritenuti soggetti i rifiuti speciali (definiti dall’articolo 7, commi 3 e 4), sia pericolosi (sentenza n. 281 del 2000) che non pericolosi (sentenza n. 335 del 2001).

Anche sulla base di questi principi si era mosso il Prof. Gen. di Brigata (ris) della Guardia di Finanza Emilio Errigo, il quale, vista l’inerzia delle amministrazioni interessate, ha deciso di emanare immediatamente l’ordinanza n. 1/2025.

Comunque sia, è certo che, a partire dal 21 maggio 2026, “le spedizioni di tutti i rifiuti destinati allo smaltimento sono vietate” (art. 4 del Regolamento UE 2024/1157).

Quindi, sulla base di quanto sopra, dovrebbe riconoscersi “che, dal maggio 2026, il Regolamento UE 2024/1157) renderebbe impossibile spedire rifiuti pericolosi in altri Stati membri, ostacolando il completamento della bonifica” (cfr: Eni Rewird).

E’ necessario tuttavia osservare che il citato Regolamento precisa che le spedizioni di rifiuti destinati allo smaltimento sono consentite soltanto in casi eccezionali in cui siano soddisfatte determinate condizioni.

Per cui nel caso di specie, prima del 21 maggio 2026, esiste l’obbligo di accertarsi che i rifiuti derivanti dagli interventi di bonifica dell’ex area industriale di Crotone “non possono essere recuperati in modo tecnicamente fattibile ed economicamente sostenibile o devono essere smaltiti a causa di obblighi giuridici a norma del diritto dell’Unione o di quello internazionale” (sul punto si rinvia alla risposta data da Jessika Roswall a nome della Commissione europea in data 30.07.2025).

Inoltre, esiste l’obbligo di accertarsi che “i rifiuti non possono essere smaltiti in modo tecnicamente fattibile ed economicamente sostenibile nel paese in cui sono stati prodotti”. Non esistendo queste condizioni, l’esportazione di rifiuti non potrà più realizzarsi.

E questo, a ben vedere, vale non solo per il Sin di “Crotone-Cassano-Cerchiara”, ma anche per l’esportazione di rifiuti – pericolosi e non – prodotti all’interno di uno Stato e trasferiti verso il nostro Stato.

Per quanto concerne invece lo spostamento all’interno dello Stato membro troverà applicazione l’art. 36 del  Regolamento (UE) 2024/1157 il quale stabilisce che “Ciascuno Stato membro istituisce un regime appropriato di sorveglianza e controllo del trasporto di rifiuti che ha luogo esclusivamente all’interno della sua giurisdizione nazionale” e che “lo Stato membro informa la Commissione del proprio regime di sorveglianza e controllo del trasporto di rifiuti. La Commissione ne informa gli altri Stati membri”.

A quanto pare, quindi, gli spostamenti di ambito nazionale dei rifiuti, sebbene consentiti, dal 21 maggio 2026 saranno sottoposti a sorveglianza e a controlli più penetranti.

In futuro, le nuove regole permetteranno anche di combattere più facilmente la criminalità legata ai rifiuti all’interno dello Stato membro dell’UE.

Questa è una vera vittoria per le prossime generazioni.

Diamo tempo al tempo, se ci va (tratto da una canzone contenuta nell’album Vecchio realizzato dal gruppo musicale Thegiornalisti).

Speriamo bene. (gma)

Povertà minorile in Calabria, tra emergenza invisibile e crisi di futuro

di  SALVATORE BARRESI  – Non è solo una statistica, ma una rappresentazione simbolica della fragilità strutturale della società calabrese, che un bambino su tre in Calabria vive in condizioni di povertà economica.

Essa manifesta una povertà che è insieme materiale, educativa e relazionale, con effetti intergenerazionali.

Il 13,8% dei minori in povertà assoluta e oltre il 35% in povertà relativa confermano una tendenza radicata: l’impossibilità di molti bambini di accedere alle condizioni minime per una vita dignitosa.

Povertà economica come esclusione sociale

La povertà minorile va letta come esclusione sistemica da beni e servizi essenziali: abitazioni dignitose, educazione, sport, cultura, socialità.

L’assenza di pratiche culturali (solo il 36% legge nel tempo libero) e sportive (meno del 45%) traduce in termini sociologici la mancanza di capitale culturale e sociale (Bourdieu) che si trasmette ereditariamente.

Il bambino povero non è solo privo di risorse economiche: è privato della possibilità di scelta, di relazioni educative e di esperienze di libertà.

La dimensione

educativa e la povertà simbolica

La “povertà educativa” descritta nel testo è un fenomeno più profondo: la rottura del patto educativo comunitario.

Famiglia, scuola e comunità — i tre pilastri della socializzazione primaria — faticano a interagire. Il risultato è una generazione che cresce nel “vuoto relazionale”: pochi stimoli, scarsa fiducia, ridotte competenze affettive e civiche. È una povertà simbolica: mancano i significati condivisi, la narrazione di un futuro possibile, l’immaginazione sociale.

La fragilità digitale e la nuova disuguaglianza

Solo il 79,2% dei minori ha accesso a un computer o tablet connesso: un dato che denuncia il digital divide come nuova frontiera della disuguaglianza. Nel contesto calabrese, il deficit digitale non è solo infrastrutturale ma educativo: i bambini poveri non sono solo senza rete, ma senza guida, senza accompagnamento critico all’uso delle tecnologie. Questo produce un ulteriore isolamento culturale, aggravando la marginalità.

L’emergenza invisibile e la responsabilità collettiva

La definizione dell’Albero della Vita – “un’emergenza invisibile” – coglie il punto centrale: la povertà minorile non ha volto, non fa rumore, non genera consenso politico. È invisibile perché normalizzata, integrata nel paesaggio quotidiano. Questa invisibilità è un segno di rassegnazione sociale e di assenza di cittadinanza attiva: la comunità smette di percepire il dolore dei più piccoli come un problema pubblico.

Dalla carità alla giustizia sociale

L’appello a “unire forze pubbliche e private” è necessario ma insufficiente se non si accompagna a un nuovo paradigma di welfare comunitario. Non bastano interventi compensativi o assistenziali: serve un modello di giustizia sociale territoriale, fondato su: educazione come bene comune, reti di prossimità tra scuola, Chiesa, terzo settore e famiglie, protagonismo dei giovani nella costruzione del futuro.

Conclusione: generare speranza

La povertà minorile in Calabria è il sintomo di un sistema sociale che ha smarrito il futuro. Ogni bambino che cresce nella privazione è una speranza negata per la comunità. Affrontare questa emergenza significa rigenerare legami, restituire fiducia, creare contesti di appartenenza. La sociologia, qui, non è solo analisi: è vocazione etica e civile a rendere visibile ciò che la società tende a nascondere.

Strategie per rigenerare futuro

Verso un modello calabrese di welfare educativo e comunitario

Ricomporre la frattura educativa: investire sui legami

La povertà minorile non si combatte solo con fondi, ma con relazioni generative.
Occorre ricostruire una comunità educante territoriale che unisca scuola, parrocchie, terzo settore, famiglie e istituzioni locali.

Le esperienze di “patti educativi di comunità” possono essere la base per: garantire attività pomeridiane gratuite e inclusive (sport, musica, laboratori manuali); valorizzare il ruolo degli educatori di strada e dei mediatori familiari; creare spazi di ascolto e accompagnamento per genitori in difficoltà.

Obiettivo sociologico: ridurre la frammentazione sociale e restituire alla comunità la sua funzione di “ambiente di crescita”, non solo di assistenza.

Educazione come riscatto: oltre la scuola dell’obbligo

In Calabria l’istruzione è ancora vissuta come un percorso di obbligo, non come strumento di emancipazione.

È necessario un patto educativo pubblico-privato che sostenga: scuole aperte anche nel pomeriggio e durante l’estate; biblioteche e spazi di lettura itineranti nei quartieri periferici; programmi di mentoring intergenerazionale tra giovani e anziani.

Obiettivo sociologico: aumentare il capitale culturale diffuso e rompere la trasmissione ereditaria della povertà educativa.

Rigenerazione territoriale: comunità come ecosistemi sociali

La povertà minorile si concentra dove il territorio è disgregato.

Serve una politica integrata di rigenerazione sociale e urbana, che unisca interventi infrastrutturali e comunitari: trasformare scuole e oratori in hub di prossimità per servizi educativi, psicologici e culturali; recuperare immobili inutilizzati per farne centri di socialità e doposcuola; incentivare imprese sociali giovanili legate al territorio (artigianato, agricoltura sostenibile, turismo educativo).

Obiettivo sociologico: generare capitale sociale attraverso la valorizzazione dei luoghi, restituendo senso di appartenenza.

Giustizia digitale: inclusione e competenze

Il digital divide calabrese non è solo tecnologico ma cognitivo.

Occorre una politica di giustizia digitale minorile: dotare ogni bambino di dispositivi e connessioni, ma anche di tutor educativi digitali; formare genitori e insegnanti su uso consapevole e creativo delle tecnologie; promuovere laboratori di cittadinanza digitale per prevenire isolamento e dipendenze.

Obiettivo sociologico: trasformare la tecnologia da fattore di disuguaglianza a strumento di inclusione.

5. Pastorale della prossimità: la Chiesa come “rete di cura”

In una regione dove le istituzioni pubbliche faticano a raggiungere tutti, la Chiesa può e deve essere presenza educativa e politica nel senso più alto del termine, cioè promotrice del bene comune.

La pastorale sociale e familiare potrebbe: sostenere reti parrocchiali di doposcuola e orientamento al lavoro; attivare centri di ascolto per genitori in difficoltà economica o relazionale; promuovere campi scuola educativi e di volontariato per adolescenti, per rafforzare l’esperienza di cittadinanza attiva; favorire la collaborazione tra Caritas, diocesi e amministrazioni locali per microprogetti di welfare comunitario.

Obiettivo teologico-sociale: incarnare la “diaconia del futuro” – cioè una Chiesa che serve generando speranza e inclusione.

Politiche pubbliche e responsabilità collettiva

L’azione istituzionale dovrebbe basarsi su tre linee: Piano regionale per l’infanzia e l’adolescenza, con fondi vincolati per contrasto alla povertà educativa. Osservatori locali permanenti sul benessere minorile (scuola, salute, relazioni). Sostegno alle famiglie vulnerabili, attraverso misure di reddito, alloggi sociali e percorsi di genitorialità positiva. Obiettivo politico-sociale: passare da una logica di assistenza a una di investimento sociale.

Verso una cultura della speranza

Contrastare la povertà minorile significa ripensare il modello di sviluppo calabrese: da società di sopravvivenza a comunità generativa.

Ogni bambino deve poter dire “io posso”. La speranza non nasce dai numeri, ma da relazioni credibili, presenze costanti e testimonianze di fiducia.

Solo così la Calabria potrà passare da “emergenza invisibile” a territorio educante visibile, dove la povertà non è più destino ma punto di partenza per la rinascita. (sb)

Efficienza amministrativa, spesa publica e divario territoriale: il vero nodo del Mezzogiorno

di ERNESTO MANCINIIn Italia, la Pubblica Amministrazione è generalmente percepita come inefficiente a causa di una burocrazia eccessiva, di procedure lente e farraginose, di una digitalizzazione ancora insufficiente e di una gestione poco efficace delle risorse pubbliche. 

Queste criticità sono più gravi nel Mezzogiorno, dove la debole capacità amministrativa ed i ritardi nella spesa pubblica accentuano il divario con il Centro-Nord.

Imputare tali criticità solo ad una minore qualità della classe politica del Mezzogiorno rispetto a quella del Centro-Nord può essere fuorviante. In effetti i sindaci, i governatori delle regioni e gli altri amministratori politici del Sud non sono generalmente meno capaci dei loro omologhi del Centro-Nord. Invero la qualità della classe politica può dirsi mediamente omogenea, seppure tendenzialmente bassa, lungo l’intera penisola. 

Sembra invece più corretto affermare che una componente significativa del divario risiede nella minore efficienza dell’apparato amministrativo (meglio dire: “tecnico-burocratico”) delle pubbliche amministrazioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro-Nord.

Questa carenza strutturale limita drasticamente l’efficacia dell’azione politica nel Mezzogiorno nel senso che una dirigenza politica, quand’anche sia di valore, risulta depotenziata e non può incidere in modo significativo in quanto non supportata da una macchina tecnico-burocratica efficiente, capace di tradurre le scelte strategiche in atti concreti e tempestivi.

Al Nord può succedere l’opposto, e cioè che la direzione politica degli enti, quand’anche in alcuni casi mediocre, si avvantaggia molto dalla presenza di una struttura permanente di buona qualità.

Beninteso, anche la classe politica del Sud ha le sue responsabilità se non migliora se stessa e se non si dedica a rendere ben più produttivo l’apparato della propria struttura. Quanto stiamo dicendo trova conferma nelle rilevazioni Pnrr.

Gli investimenti del Pnrr e la capacità amministrativa e progettuale del Mezzogiorno.

Secondo il rapporto Svimez 2024 «le risorse che il Pnrr destina alla realizzazione dei lavori pubblici è pari a 65 miliardi, circa la metà delle risorse territorializzabili. La quota di risorse PNRR per interventi infrastrutturali è del 54,2% nel Mezzogiorno (26,2 miliardi) di circa 6 punti percentuali superiore al dato del Centro Nord 48,5 % – 38,8 miliardi» (valore assoluto, quest’ultimo che ovviamente tiene conto delle maggiori dimensioni di territorio e popolazione: 66% Centro-Nord, 34% Mezzogiorno – n.d.r.).

Svimez chiarisce che il dato 54,2% è solo apparentemente favorevole al Mezzogiorno «perché non basta a compensare il divario infrastrutturale storico (ferrovie, strade, scuole, ospedali connessioni digitali) e l’impatto minore sull’economia reale perché i grandi cantieri e le filiere produttive delle opere pubbliche (imprese di costruzioni, forniture, ingegneri, tecnici) si concentrano prevalentemente nel Centro Nord».

Svimez sottolinea pure – ed è ciò che qui interessa – che lo squilibrio territoriale Nord-Sud rischia di permanere nonostante il Pnrr essendo evidente «la minore capacità amministrativa e progettuale degli enti territoriali del Sud che rischia di far perdere fondi e ritardare i lavori».

Al riguardo va detto che la fase realizzativa per le Regioni del Sud appare lenta. Tali regioni hanno avviato solo il 50% circa dei valori dei progetti di loro competenza contro il 75-76% del Centro Nord (cfr Orca Puglia). Le opere del settore sanità territoriale (es: case ed ospedali di comunità) sono particolarmente in ritardo.

Diversi report mostrano che le regioni meridionali sono tra quelle con le percentuali più basse di spesa effettivamente rendicontata: Calabria 10%, Campania 13%, Sicilia 13%, Sardegna 14% (cfr Openpolis).

Le gare di importo più elevato (>5 milioni) al Sud presentano un’alta quota di lavori che non sono ancora avviati: circa il 66% delle gare per lavori di tale importi non ha ancora visto l’inizio del cantiere (cfr Ance).

Le performance variano molto da regione a regione: Sicilia, Calabria, Sardegna sono spesso tra le peggiori in termini di spesa effettiva, mentre regioni come la Puglia o la Campania vanno meglio, pur con margini di miglioramento. (cfr Federcepi Costruzioni).

Le ragioni della inefficienza

Violazione dell’art. 97 della Costituzione sul “buon andamento”.

I Responsabili Unici dei Procedimenti nella stragrande maggioranza dei casi garantiscono la legittimità degli atti (es.: imparzialità nell’aggiudicazione degli appalti) ma sono meno efficaci nel garantire anche il buon andamento dell’azione amministrativa e cioè la rapidità, l’efficacia, il risultato.

I Rup (responsabili unici dei procedimenti) spesso non si rendono conto che la legittimità, se pure irrinunciabile, è solo un prerequisito dell’azione amministrativa e che tale azione si misura anche sul resto e cioè sulla rapidità e ragionevolezza dei tempi di esecuzione, sull’efficacia e rendimento delle scelte, sul raggiungimento del risultato. Insomma, su ciò che i nostri Costituenti hanno chiamato “buon andamento” della pubblica amministrazione (art.97). 

Ci si trova perciò assai spesso di fronte a procedimenti corretti sotto il profilo formale ma pessimi sotto il profilo sostanziale (es.: procedura di opera pubblica realizzata in tempi irragionevoli rispetto al necessario, danni gravi derivanti dai ritardi, perdita dei finanziamenti, ecc. ecc.). Gli atti amministrativi di queste procedure (delibere, decreti, ecc.) sono tutti legittimi formalmente ma il risultato complessivo è disastroso. Va ricordato che la illegittimità dell’azione amministrativa non si ha solo per violazione della legge ordinaria ma anche per violazione della norma costituzionale sul buon andamento di cui all’art.97.

La violazione di questo principio costituzionale ha un impatto negativo sia nel Mezzogiorno che nel Centro-Nord. Tuttavia, le conseguenze sono molto più gravi al Sud, dove spesso mancano infrastrutture e servizi di base. Al contrario, nel Centro-Nord questi servizi e opere pubbliche sono generalmente presenti, pur necessitando di ulteriori miglioramenti, sicché le conseguenze delle inadempienze risultano meno drammatiche.

La contrattualistica pubblica

Il settore della contrattualistica della pubblica amministrazione (appalti per la realizzazione di opere pubbliche e per le forniture di beni e servizi) è particolarmente strategico.

In alcune regioni del Sud tale settore è palesemente inefficiente. In Calabria, per esempio, si sono dovuti esternalizzare ad Invitalia con sede in Roma, numerose procedure di aggiudicazione di appalti pubblici della sanità perché le strutture tecnico-burocratiche della Regione o delle Asp non erano in grado di avviarle e gestirle. Addirittura, col Governo Conte 1 (decreto-legge del 18 aprile 2019) si è stabilito che le otto aziende sanitarie (cinque provinciali territoriali e tre ospedaliere) avevano l’obbligo di rivolgersi a centrali di committenza esterne alla Regione per tutti gli appalti di lavori, forniture e servizi oltre la c.d. “soglia europea”, cioè le più importanti quanto a dimensioni, costi e incidenza sulla funzionalità degli enti.

Ne discendeva che per tutto il settore della contrattualistica pubblica, che impegna per diversi miliardi oltre la metà del bilancio delle aziende sanitarie territoriali ed ospedaliere (!!!), l’attività è stata interdetta agli uffici degli enti ed affidata ad uffici esterni.

Si è trattato di vera e propria “interdizione legale della Regione” e dei suoi apparati tecnico burocratici perché, come si sa, l’interdizione ha come presupposto la c.d. “incapacità di agire”.

Queste situazioni disastrose, che hanno continuità nel tempo, sono del tutto assenti nelle regioni del centro nord dove i governatori si guardano bene dall’affidare a soggetti esterni appalti pubblici di pertinenza regionale e nessun Governo può imporre loro di agire diversamente pena la violazione del principio di autonomia regionale.

Ostacoli: finanziamenti, inconcludenza e criminalità

Che vi sia una carenza  di finanziamenti statali destinati al Sud è ipotesi reale, considerato il denegato criterio della spesa storica, il quale tende a cristallizzare l’esistente e a impedire un effettivo potenziamento dei singoli settori (ad esempio: servizi sociali, sanitari, infrastrutturali,ecc.).
Tuttavia, è altrettanto vero che, in numerosi casi, i fondi effettivamente erogati non sono stati utilizzati, determinandone la perdita, oppure – a causa di ritardi locali nell’attuazione dei progetti – la loro sopravvenuta insufficienza rispetto ai costi aggiornati delle opere o dei servizi previsti. Si veda al riguardo il caso emblematico di tre nuovi grandi ospedali calabresi dichiarati solennemente di somma urgenza, debitamente finanziati fin dal 2007 ed ancora oggi, dopo circa vent’anni, non ancora costruiti. Che ciò abbia portato al raddoppio dei costi economici è cosa grave ma è ben poco rispetto ai ben maggiori danni per carenza di assistenza ospedaliera nelle zone interessate (migrazione sanitaria, “malpractice”, gravi disagi per le categorie più deboli che non hanno alternative alla sanità pubblica, ecc. ecc.).

Quanto all’ipotesi di una strategia criminale volta a ostacolare la realizzazione di nuove opere pubbliche o servizi (strade, trasporti, ospedali, ecc.), essa non appare, salvo rari casi documentati, convincente. Invero, le organizzazioni mafiose non hanno generalmente interesse a impedire tali opere pubbliche, poiché da esse possono trarre vantaggi economici diretti e indiretti: proventi corruttivi, cointeressenze nelle imprese affidatarie, tangenti su appalti e forniture, nonché cospicui guadagni dall’indotto che inevitabilmente si genera.

Men che meno i ritardi possono essere attribuiti a un’area politica piuttosto che a un’altra. Complessivamente, nelle regioni del Mezzogiorno gli avvicendamenti politici si sono verificati nel corso degli anni, ma non hanno prodotto cambiamenti significativi riconducibili a una specifica compagine. Il Sud, nonostante i rinnovi delle legislature regionali e comunali, continua a rimanere distante da un livello accettabile di efficienza amministrativa. Le pur presenti eccezioni di singole realtà non fanno che confermare la regola generale.

Il ruolo politico 

Salvo, come sempre, alcune lodevoli eccezioni, la responsabilità dei politici chiamati a dirigere enti del Mezzogiorno consiste soprattutto nell’aver trascurato la qualità e l’efficienza delle proprie strutture tecnico-burocratiche.

Molti politici hanno dato grande enfasi ai propri programmi pre-elettorali, formalizzandoli persino nei primi atti di governo. Tuttavia, nel corso della legislatura, la debolezza degli apparati amministrativi e l’incapacità politica di riformarli o potenziarli hanno vanificato, di fatto, la maggior parte di quei propositi, anche di quelli più realistici e attuabili.

Le soluzioni, peraltro, non sono ignote e possono sintetizzarsi anche solo per titoli. Adeguare gli organici ove risultino oggettivamente carenti, assicurando continuità e competenze stabili; Formare il personale alla corretta applicazione dei principi consolidati della scienza dell’amministrazione e del management: non solo legittimità, ma anche efficacia, rapidità, trasparenza, partecipazione e orientamento al risultato; Dotare gli uffici di strumenti informativi e informatici adeguati, capaci di incrementare realmente la produttività e la qualità dell’azione amministrativa; Favorire percorsi di carriera, combinando concorsi interni ed esterni, per incentivare lo studio e l’autoformazione costante, premiare il merito e incentivare la crescita delle professionalità migliori; Amministrare per obiettivi di impatto e risultati misurabili, garantendo che i premi di produttività siano assegnati in modo serio, trasparente e imparziale.

Solo una politica che faccia propri questi obiettivi e li persegua con coerenza potrà restituire credibilità alle istituzioni del Mezzogiorno e rendere la pubblica amministrazione un vero motore di sviluppo.

È un progetto di lungo termine ma bisognerà pur cominciare.

Ita cancella il volo mattutino Reggio-Milano
ma Sacal e Regione stanno a guardare

di SANTO STRATI – Rimane sempre un mistero come e chi decide gli orari dei voli da e per Reggio Calabria: da lunedì 27 ottobre i reggini e i messinesi dovranno rinunciare al volo diretto delle 6.25 che permetteva, agevolmente, di avere una giornata piena per sbrigare faccende a Milano e rientrare in serata. La compagnia aerea Ita Airways (che ora fa capo a Lufthansa) ha deciso che il volo non si fa più. Una decisione annunciata con il nuovo orario invernale e quindi non improvvisa ma largamente prevista, ma, ad oggi, non risulta alcun intervento né di Sacal né della Regione che di Sacal è proprietaria al 100%. Con buona pace di tantissimi reggini e messinesi (professionisti, ma anche ammalati) che trovavano particolarmente adeguata la possibilità di evitare il pernottamento (e relativa cena a Milano) dopo aver assolto ai propri impegni nella stessa giornata.

Ebbene, siamo tornati all’era pre-RyanAir con gli orari folli per i passeggeri, quando cioè tutto sembrava fatto apposta per far disertare l’Aeroporto dello Stretto che di fatto era in stato comatoso.

Il colpo d’ala (è il caso di dirlo) del Presidente Occhiuto che ha convinto (a suon di milioni) il CEO di RyanAir Eddy Wilson a investire su Reggio e la Calabria, ha trasformato un aeroporto sonnacchioso e silente in uno scalo con le migliori performances a livello europeo. Soldi ben spesi – sia ben chiaro – ma se ai reggini (e ai passeggeri di tutta l’area dello Stretto) interessa andare in Europa a tariffe low-cost, c’è da dire che gli stessi passeggeri vorrebbero analoghe possibilità per volare a Milano e Roma a prezzi “onesti” e con orari “comodi”.

Di fatto, Reggio diventa l’unico scalo tra quelli serviti da Ita, a non avere il giornaliero mattina/sera per Milano Linate (che, peraltro aveva percentuali di riempimento ampiamente soddisfacenti).Bari, Brindisi, Catania, Palermo, Lamezia, Alghero, Napoli hanno tutti un volo che consente di andare e tornare in giornata da Milano, la capitale finanziaria d’Italia, ma anche centro importante per tanti imprenditori e professionisti senza dimenticare, purtroppo, anche i cosiddetti pendolari della salute, costretti a cercare cure al Nord per le note carenze che affliggono la sanità regionale. Con relativo aggravio delle casse regionali: costa 300 e passa milioni l’anno il “turismo sanitario” dalla Calabria agli ospedali del Nord (dove la lingua più diffusa e la cadenza sono inconfondibilmente calabresi).

Prima c’erano due voli per Linate e Ita decide di sopprimerne uno, ma elimina quello più comodo e vantaggioso per i passeggeri dello Stretto, favorendo di fatto il ricorso (scomodissimo) a Lamezia.

Se si considera che il Presidente Occhiuto ha annunciato che a dicembre Reggio avrà la sua nuova aerostazione, diventa maggiormente incomprensibile il silenzio di Sacal, la società di gestione dei tre aeroporti calabresi, e, soprattutto, dei parlamentari reggini. La data fatidica è ormai alle porte e niente è stato fatto per modificare la soppressione di un volo vitale per tutta l’area dello Stretto.

A pensar male si fa peccato, diceva Andreotti, ma spesso ci si azzecca: vuoi vedere che l’ “invidia” di Ita per le generose agevolazioni concesse dalla Regione a RyanAir (e negate alla ex compagnia di bandiera) stia all’origine di questa scelta a dir poco “scellerata”?. Se così fosse, ha ragione Ita a pretendere qualche incentivo da Occhiuto per operare al meglio in Calabria e soprattutto a Reggio. Forse basterebbe garantire il pagamento il soggiorno e il pernottamento degli equipaggi Ita per far cambiare idea…

Oppure, battere i pugni (Sacal e Regione) e pretendere di avere orari “dignitosi” e comodi, in grado, peraltro, di garantire la continuità di crescita che lo scalo reggino sta mostrando ormai da molti mesi.

Anche Lamezia sta per avere una nuova aerostazione e vive il suo momento magico di aeroporto internazionale, come è giusto che sia, ma le compagnie aeree non possono penalizzare reggini e messinesi e offrire l’alternativa di uno scalo che richiede almeno un’ora e mezza in più di viaggio.

L’aeroporto reggino è appena uscito da una profondissima crisi di cui non si vedeva soluzione: RyanAir (e ripetiamo benedetti i soldi spesi dalla Regione per incentivare la compagnia irlandese) ha rivitalizzato lo scalo, portando in città una massa di turisti stranieri fino ad oggi impensabile. Un volo low-cost attrae chi ama viaggiare e gli fa scoprire nuove mete: la Calabria ha cominciato a farsi scoprire da regioni d’Europa che non hanno mai mostrato grande interesse e questo non va sottovalutato. Anche se le criticità sul turismo nell’area dello Stretto sono ancora tutte in piedi, ma avremo modo di occuparcene un’altra volta.

Oggi parliamo del volo delle 6.25 che non ci sarà più e della prostrazione di chi dovrà fare scalo a Roma per proseguire verso Milano, sperando di poter incrociare il ritorno, sempre con scalo romano, nello stesso giorno.

Come si fa a convincere Ita a ripristinare la rotta mattutina per Linate? A questa domanda deve rispondere prima di tutto il Presidente Occhiuto e quindi la Sacal, perché quello della mobilità è un tema da non sottovalutare. Già, perché non si tratta solo del volo mattutino cancellato, ma ci sono sul tappeto anche altre criticità da risolvere.
Prima, fra tutte, la folle tariffazione applicata a chi parte da e per Reggio: la scorsa settimana, con Ita Airways il Roma-Reggio costava quasi 500 euro (solo andata): a momenti costa meno andare negli Stati Uniti…

Possibile che nessuno, fino ad oggi, abbia avuto il buonsenso di far applicare alla Calabria  il meccanismo della continuità territoriale che permette (vedi Sardegna e Sicilia) di agevolare le tariffe per i residenti. RyanAir non ha gli slot per operare su Fiumicino e Linate da Reggio, ma forse sarebbe il caso di insinuare la pur remota possibilità di ottenerli per risvegliare i vertici di Ita. I vari tentativi di collegare la Capitale con compagnie alternative, negli anni, si sono rivelati un disastro, eppure i numeri di riempimento per Roma da Reggio e da Roma per Reggio sarebbero più che sufficienti per giustificare la presenza di altri vettori che operano sulla Capitale (anche fosse Ciampino, è persino più vicino di Fiumicino alla città). E poi ci sono le inadempienze del Comune di Reggio che continua a non provvedere all’abbattimento del torrino sopravvissuto, ai margini della pista principale che limita di oltre 250 metri l’utilizzo della pista stessa. Prima erano due (forse entrambi abusivi): uno è stato abbattuto con risarcimento (dovuto) al proprietario, ma dell’altro sono anni che si parla della necessità di farlo scomparire, ma nessuno dell’Amministrazione comunale (che è competente) provvede. E lo stesso discorso vale per lo svincolo aeroportuale che necessita di altri interventi di manutenzione e ampliamento.

Reggio Città Metropolitana ha rischiato di perdere il suo Aeroporto e bisogna dare atto al Presidente Occhiuto e al deputato reggino Francesco Cannizzaro che, non solo si è evitata l’irreparabile chiusura, ma si è provveduto a rilanciare lo scalo e far diventare turisticamente appetibile una città per troppo tempo fuori dai circuiti di turismo internazionale. Ma ora i reggini, fiduciosi, attendono risposte. Presidente trovi i soldi e offra il pernottamento all’equipaggio del volo serale da Milano: sono spiccioli, nel bilancio regionale, ma possono risolvere rapidamente (?) il problema. Qualcuno vuole depotenziare lo scalo reggino? Escludiamo questa stupida ipotesi, ma non vorremmo scoprire che, come tutte le cose che si fanno a Reggio, vale la regola di due passi avanti e tre indietro. La futura amministrazione avrà un bel da fare, indipendentemente dal colore politico che avrà la poltrona di sindaco, ma intanto Falcomatà, prima di lasciare il Comune potrebbe fare le ultime cose importanti per l’Aeroporto dello Stretto: finché non sarà invitato e obbligato dalla Giunta delle elezioni a scegliere l’opzione sindaco o consigliere regionale, rimane primo cittadino a tutti gli effetti. Faccia un regalo ai reggini e ai cugini messinesi che non possono fare a meno dell’Aeroporto! (s)

Bergamotto di Reggio Calabria, la Dop in “sonno”. Ci sarà l’IGP

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Forse finisce la guerra del bergamotto di Reggio Calabria tra i sostenitori dell’IGP e quelli della Dop (Denominazione di Origine Protetta): con la pubblicazione del Disciplinare di produzione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (GURI) n. 241 di giovedì 16 ottobre 2025 si conclude l’iter di approvazione dell’Indicazione Geografica Protetta del “Principe degli agrumi”. La Regione aveva fatto opposizione all’Igp, sostenendo che la Dop sarebbe stata la soluzione migliore e che la procedura per tale riconoscimento sarebbe stata rapida da parte del Ministero. Sono passati mesi senza alcun riscontro e, intanto, i coltivatori riuniti nel Comitato per l’Igp hanno continuato nella loro iniziativa. In poche parole, se non saranno presentate eventuali opposizioni, come previsto dalla legge, allo scadere dei trenta giorni ovvero entro il 15 novembre, il Ministero dell’agricoltura potrà procedere alla trasmissione della registrazione del marchio di qualità alla Commissione europea per l’approvazione e la pubblicazione entro tre mesi sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea (Guce). C’è da sperare che i “frontisti” della Dop prendano atto che la procedura è ormai conclusa e sarebbe inutile, se non sciocco, continuare una “guerra” che finisce per danneggiare il territorio e chi coltiva il prezioso agrume.

È decisamente una svolta importante per la tutela del Bergamotto di Reggio Calabria. Lo stesso assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo, ha voluto sottolineare la portata istituzionale del riconoscimento: «Un riconoscimento importante per la Calabria e per Reggio. Come si sa, avremmo preferito la Dop per una valenza più identitaria, ma questa Igp è comunque una medaglia che la Regione può appuntarsi al petto grazie al lavoro di chi ha creduto in questo percorso. In futuro si potrà pensare a un rafforzamento anche attraverso la Dop, ma intanto celebriamo un grande risultato. È un segno di crescita per la Calabria che produce e crede nel proprio valore».

L’assegnazione definitiva dell’Igp segnerebbe, dunque, la fine di un lungo e travagliato percorso iniziato nel 2021 che ha visto lungaggini burocratiche e interruzioni di ogni tipo compreso i ricorsi al Tar Lazio da parte di chi non concorda con l’approvazione della tanto sospirata Igp, fortemente voluta dai bergamotticoltori. La pubblicazione del disciplinare è derivata dalla decisione del Tar che a marzo aveva riconosciuto il “silenzio-inadempimento” da parte del Ministero delle Politiche Agricole e quindi imposto la riattivazione dell’istruttoria da concludersi entro 90 giorni. Con la pubblicazione del disciplinare siamo praticamente a un passo dal riconoscimento ufficiale che dovrà poi essere ratificato da Bruxelles.

Mostra ampia soddisfazione l’agronomo Rosario Previtera, presidente del Comitato Promotore per l’Igp Bergamotto di Reggio Calabria: «Presentammo la richiesta di approvazione dell’Igp nella Giornata mondiale dell’ambiente il 5 giugno 2021 e, con nostra grande soddisfazione, la Gazzetta ufficiale pubblica il Disciplinare il 16 ottobre 2025 che è la Giornata mondiale dell’alimentazione e dell’agricoltura. È un bel segnale che ci incoraggia ulteriormente a conferma che siamo sulla strada giusta indicata dalla Ue rispetto all’importanza della cosiddetta “IG economy”: sostenibilità e qualità, multifunzionalità e turismo, sono i nuovi paradigmi delle produzioni a marchio e costituiscono gli obiettivi dei nuovi consorzi di tutela al passo coi tempi grazie al nuovo regolamento di settore. Mi auguro che chi finora ci ha fatto perdere tempo prezioso non prosegua con ulteriori opposizioni che danneggerebbero ulteriormente i bergamotticoltori, visto che si tratterebbe di argomentazioni senza fondamento alcuno in quanto inerenti all’eventuale dimostrazione di concorrenza tra una Dop per l’olio essenziale, di fatto mai esistita in quanto tale, e una IGP dalle grandissime potenzialità per il frutto fresco e i suoi derivati, così come auspicato per tutta l’ortofrutta da parte di Bruxelles».

Secondo il presidente di Copagri Calabria, Francesco Macrì, «è un risultato storico oltre che sofferto, raggiunto con grandi sacrifici e impegno da parte della filiera agricola, quella reale, e da parte delle poche associazioni datoriali che l’hanno grandemente supportata credendo fin dall’inizio al lavoro eccezionale del Comitato Promotore, a tutela di un prodotto identitario che sempre di più necessità di protezione».

Anche Anpa Calabria – Liberi Agricoltori, attraverso il suo Presidente Giuseppe Mangone, sostiene che «adesso bisogna andare spediti verso la definizione di quanto necessario per l’ottenimento del risultato finale a Bruxelles senza intoppi: ogni eventuale ulteriore boicottaggio da parte di chicchessia dimostrerebbe ancora una volta che vi sono interessi occulti da proteggere che non sono certamente quelli degli agricoltori».

Roberto Capobianco di Conflavoro PMI ha espresso il proprio consenso, affermando di accogliere con soddisfazione il nuovo step verso l’Igp del Bergamotto di Reggio Calabria. «È un’opportunità in più – ha detto Capobianco – per il territorio e la filiera che rafforza l’identità contro la concorrenza sleale. È un concreto strumento che gli agricoltori reggini chiedevano a gran voce e che darà maggiore valore a un prodotto di qualità e darà finalmente maggiore reddito al bergamotticoltore per come è giusto che sia».

Per Aurelio Monte di USB Lavoro Agricolo: «Abbiamo portato avanti una battaglia storica in quasi cinque anni di traversie ma siamo giunti al primo risultato definitivo in un momento in cui il prezzo del bergamotto è ai minimi storici. Nessuno fin’ora ha tutelato e tutela il prodotto e i produttori, nemmeno chi avrebbe dovuto farlo e invece si è schierato contro il progetto Igp e contro i bergamotticoltori. Con l’Igp inizierà un nuovo e importante corso per il nostro Bergamotto di Reggio Calabria».

Giuseppe Falcone del Comitato spontaneo dei Bergamotticoltori Reggini afferma che «le previsioni del prezzo del bergamotto mi conducono ad ipotizzare che avremo addirittura un valore purtroppo inferiore ai 30 centesimi al chilogrammo, ovvero meno di quanto è stato pagato l’anno scorso agli agricoltori. L’Igp avrebbe potuto invece già da due anni liberare i bergamotticoltori dal capestro del mercato oligopolistico dell’olio essenziale agevolando la disponibilità del grande mercato del prodotto fresco italiano ed europeo: già oggi vediamo le prime vendite di bergamotto fresco a 1,20 euro al chilogrammo; confidiamo che si possa bollinare Igp almeno nella seconda parte della campagna produttiva per ottenere un prezzo anche superiore. Chi si opporrà ancora all’Igp lo farà per mantenere basso il prezzo dell’agrume e continuare a speculare: ma sarà per l’ultima volta».

Lidia Chiriatti di Unci Calabria si dichiara soddisfatta della conclusione dell’iter: «L’ottenimento dell’Igp per il Bergamotto di Reggio Calabria dimostra come la cooperazione consenta di superare ostacoli grandissimi e dimostrerà di essere uno strumento fondamentale per lo sviluppo del territorio e per la crescita imprenditoriale delle nuove generazioni».

Anche Elena Albertini, coordinatrice del Comitato arance in seno all’Organizzazione interprofessionale nazionale Ortofrutta Italia, si dichiara entusiasta: «con il riconoscimento IGP del Bergamotto di Reggio Calabria, l’Italia si arricchisce di un altro agrume a marchio di qualità insieme alle varie arance, limoni, mandarini, clementine e cedro che già lo posseggono, confermando così un primato tutto italiano». (ams)

La sanità, una ferita che in Calabria non smette di bruciare

di ANGELO PALMIERIC’è una ferita che in Calabria non smette di bruciare: la sanità. Ogni anno oltre 300 milioni di euro lasciano la regione per pagare cure altrove. È la cosiddetta migrazione sanitaria, il più grande esodo silenzioso del Mezzogiorno. Madri e padri svendono i loro beni per accompagnare un figlio a Milano, bussano a una banca per un mutuo o si aggrappano alla Caritas come a un’ ancora di salvezza. Anziani già provati dalla malattia si trascinano in viaggi infiniti per una chemioterapia a Bologna, trasformando ogni chilometro in una prova di resistenza. Giovani senza reparti adeguati finiscono a Roma o Napoli. In Calabria curarsi non è un diritto garantito: è un lusso che può costare la vita.

Le opere che tardano a guarire

I presidi della Piana, di Vibo e della Sibaritide furono previsti dall’Accordo di programma del 2007. Dopo quasi vent’anni, tra rinvii e rifinanziamenti, i cronoprogrammi ufficiali parlano ancora di consegne a partire solo dal 2026. Le situazioni, però, non sono identiche. Il nuovo polo sanitario della Sibaritide è in costruzione: il cantiere è avanzato, con l’involucro esterno quasi completato e le opere strutturali ultimate. Mancano però finiture, attrezzature, infrastrutture e soprattutto personale. Una promessa che prende corpo ma resta incompiuta, sospesa tra progetti e realtà.

Il 14 luglio 2025 è stato ufficialmente avviato il cantiere per il nuovo ospedale della Piana, con la consegna delle aree e i primi interventi preliminari (recinzione, allacci, scavi). Resta incerto se le fasi successive – realizzazione della struttura, collaudi, attrezzature – rispetteranno il cronoprogramma che prevede la consegna entro il 2028. A Vibo Valentia, nonostante l’apertura di alcuni cantieri e le dichiarazioni pubbliche che indicano il 2027 come orizzonte di completamento, persistono incertezze tecniche, burocratiche e finanziarie. Le fonti giornalistiche parlano di una scadenza auspicata entro la fine del 2027, ma gli atti ufficiali mostrano che solo di recente è stato approvato il progetto esecutivo, per un importo complessivo di 239 milioni di euro. Ad oggi, tuttavia, non risultano clausole contrattuali che rendano vincolante tale termine: il 2027 appare più come una previsione di programmazione che come un obbligo giuridico.

Secondo alcuni esponenti del Partito Democratico, gli appalti restano parziali e il quadro dei finanziamenti non è ancora del tutto chiaro. Nel frattempo, il vecchio Jazzolino è spesso descritto dalla stampa come un ospedale in affanno: reparti sguarniti, carenze di personale, un pronto soccorso congestionato dove i pazienti attendono anche per giorni. 

Le visite effettuate da rappresentanti politici e sindacali segnalano inoltre liste d’attesa interminabili, scarsità di posti letto e criticità organizzative che aggravano la fragilità complessiva del sistema sanitario provinciale. Non si tratta soltanto di problemi ingegneristici: quelle opere raccontano la cronica distanza tra progetto e realtà, tra promessa e compimento. Anche i cantieri oggi in corso sono il segno di un tempo istituzionale che non coincide con il tempo della sofferenza dei cittadini.

Le mani sulla salute

Numerose inchieste giudiziarie hanno mostrato come il sistema sanitario regionale sia stato un terreno privilegiato di penetrazione delle cosche. L’indagine Onorata Sanità, nota come procedimento 1272/07 della DDA di Catanzaro, ricostruì relazioni sospette tra apparati pubblici, interessi politici e ‘ndrangheta nell’ambito di gare e assunzioni (procedimento 1272/07, Senato). Nel 2019 il Consiglio dei ministri sciolse l’ASP di Reggio Calabria per gravi anomalie amministrative e possibili interferenze criminali, con decreto del 11 marzo 2019 pubblicato in Gazzetta Ufficiale.  Nel 2021 l’operazione Inter Nos, coordinata dalla DDA di Reggio Calabria, portò all’arresto di 16 persone – 9 in carcere e 7 ai domiciliari – nell’ambito di un’inchiesta sugli appalti della sanificazione in campo sanitario. Vicende diverse, ma segnate da un copione ricorrente: forniture gonfiate, gare sempre agli stessi soggetti, contratti pilotati. Ne emerge un sistema esposto, dove la salute diventa occasione di profitto e leva di potere.

Il privato come terreno fertile

Come osservano magistrati e analisti, il settore privato prolifera dove il pubblico arretra. In Calabria lo squilibrio è netto: alcune cliniche rischiano di trasformarsi non solo in luoghi di cura, ma anche in possibili strumenti di riciclaggio. Non si tratta di accuse puntuali, ma di una vulnerabilità segnalata da più rapporti e monitoraggi antimafia. Lo Stato riversa miliardi nelle casse regionali, i cittadini si indebitano, ma i profitti evaporano nelle tasche sbagliate. Come denuncia l’ex commissario dell’Asp di Reggio Calabria Santo Gioffré, «sono riusciti a farsi pagare la stessa fattura anche quattro volte».

«Questa cosca – sottolinea spesso il medico – deve essere stata molto protetta negli ultimi vent’anni per riuscire a ottenere quattro pagamenti per la stessa prestazione: così siamo entrati nel Piano di rientro. Chi ha beneficiato di quel sistema? Proprietari di grandi strutture private e studi diagnostici, grossi studi di avvocati, alcune multinazionali del farmaco, istituti di factoring e banche».

Una denuncia che racconta meglio di ogni statistica il cortocircuito morale ed economico di una sanità che spende molto ma cura poco: dove i bilanci tornano, ma i pazienti restano in fila.

Una comunità divisa e in esodo

Il sistema di assistenza non genera solo malati: produce migranti. È un doppio flusso: pazienti che partono per farsi curare e medici che abbandonano la regione per carriere più stabili. Chi resta, rimane imprigionato in un sistema impoverito.

Si crea una stratificazione feroce: chi ha risorse parte, prende un treno o un aereo, affitta una stanza vicino a un grande ospedale del Nord; chi non le ha si arrangia con visite in nero, raccomandazioni, favori, e talvolta dorme in macchina, pur di non rinunciare a una cura. Il diritto alla salute si trasforma in privilegio per pochi: il cittadino si riduce a cliente di un meccanismo di favori e intermediazioni. I viaggi della speranza non sono soltanto vicende individuali, ma un rito collettivo al contrario: treni notturni pieni di famiglie, autobus organizzati, pensioni di periferia a Bologna, Roma o Milano trasformate in dormitori della diaspora sanitaria regionale. Una comunità che si ricompone lontano da casa, attorno alla malattia. Sociologicamente, è una cittadinanza dimezzata: quando un diritto universale diventa un lusso, lo Stato perde la sua funzione di garante e la legittimità sociale si sbriciola. In quel vuoto, la ’ndrangheta si insinua, offrendo scorciatoie, posti letto, contatti “utili”. Non solo potere economico, ma potere simbolico: decidere chi può curarsi e chi deve attendere.

Medici cubani, sintomo non soluzione

L’arrivo dei medici cubani, presentato come svolta, è in realtà il segnale di un sistema al collasso. Se una regione non trattiene i suoi giovani professionisti né rende attrattive le proprie strutture, il problema non è numerico, ma di credibilità.

Un appello: vigilanza reale

Non bastano protocolli di legalità o commissari straordinari a tempo.  Occorre una struttura di controllo permanente, autonoma e competente, capace di vigilare ex ante ed ex post su gare, convenzioni e affidamenti, pubblici e privati. È indispensabile un monitoraggio puntuale sull’uso dei fondi pubblici destinati al privato accreditato, per garantire che le risorse pubbliche finanzino davvero prestazioni erogate e non si disperdano in logiche speculative. Serve una rendicontazione economica e gestionale trasparente, con pubblicazione periodica dei dati di spesa, dei beneficiari e degli esiti sanitari: una vera accountability di sistema, non solo formale. Può sembrare difficile, quasi utopico, ma è ciò che occorre pretendere: un organismo terzo, capace di rompere la catena opaca degli affidamenti e di restituire fiducia ai cittadini. Non è una concessione: è un diritto democratico. Il sistema di cura calabrese è la cartina di tornasole del Paese. Qui si misura se lo Stato è più forte della mafia o se continua a cedere terreno. Non è una sfida di cifre, ma di dignità. Curarsi non è una gentile concessione del potere, è una prova della sua legittimità. E in questa terra quella prova lo Stato continua a non superarla. Finché la Calabria resterà ostaggio di clientele e interessi criminali, il prezzo continueranno a pagarlo i più fragili – malati, poveri, chi non ha voce. (ap)

[Courtesy OpenCalabria]

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Autonomia: dove eravamo rimasti?
E c’è anche chi si ostina a ripresentarla

di MASSIMO MASTRUZZO – L’Autonomia Differenziata è al centro di un dibattito che, tuttavia, non sembra affrontare in maniera adeguata le sue implicazioni economiche e sociali. Nessun dibattito pubblico, infatti, mette in evidenza i rischi che questa riforma potrebbe comportare per il futuro del Paese, in particolare per le regioni meridionali. I temi sollevati da esperti, come i mancati finanziamenti dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep) e l’iniqua ripartizione dei fondi del Pnrr, dovrebbero essere al centro di una discussione seria, che purtroppo è sistematicamente evitata dai media nazionali.

La proposta di autonomia differenziata, voluta dal ministro Calderoli e sostenuta dal governo Meloni-Salvini-Tajani, non fa che consolidare il divario già esistente tra le regioni più ricche del Nord e quelle meno sviluppate del Sud. I rischi economici e sociali per le regioni meridionali sono evidenti, e vari studi lo confermano. Le ricerche condotte dal Cnr, dalla Svimez e dall’OCSE ci avvertono che l’autonomia fiscale potrebbe, sì, portare a un miglioramento per alcune regioni, ma con il pericolo di un’esacerbazione delle disuguaglianze. Le regioni più ricche potrebbero rafforzare la loro posizione, mentre quelle più povere potrebbero trovarsi a dover affrontare carenze di risorse, con un impatto devastante su servizi essenziali come sanità e istruzione.

Gli studi della Svimez parlano chiaro: l’autonomia differenziata potrebbe trasformarsi in una “secessione fiscale” che, se non accompagnata da adeguate politiche di redistribuzione e solidarietà, danneggerebbe irrimediabilmente il Sud. Le stesse previsioni Ocse confermano che una maggiore autonomia regionale rischia di rallentare la crescita complessiva del Paese, in quanto non tutte le regioni sarebbero in grado di sostenere finanziariamente politiche e infrastrutture adeguate.

Ma non si tratta solo di questioni economiche. Il rischio maggiore è che l’Italia, già oggi caratterizzata da disuguaglianze territoriali insostenibili, si avvii verso una divisione ancora più marcata. Un Paese che non riesce a garantire i Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep) a tutti i suoi cittadini, ma li fornisce solo ad una parte di essi, non è in grado di definirsi un “Paese Unito”. La Costituzione Italiana, che stabilisce l’uguaglianza di diritti e opportunità per tutti i cittadini, rischia di essere tradita.

«Un Paese, uno Stato, che garantisce i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) solo ad una parte dei suoi cittadini, disattendendo di fatto la sua stessa Costituzione, come può essere definito tale. Uno Stato dove la disomogeneità territoriale è talmente ampia dall’aver condizionato inequivocabilmente i criteri di ripartizione dei Recovery Fund a proprio favore, ricevendo per questa condizione la quota maggiore salvo poi, in merito alla coesione sociale, agire in controtendenza rispetto alle indicazioni di Bruxelles, che prospettive positive può immaginare rispetto alla proposta sul disegno di legge (DDL) sull’autonomia differenziata, ideato da Calderoli?».

Il Movimento Equità Territoriale, con convinzione, ritiene che il progetto di Autonomia Differenziata sia una minaccia alla coesione sociale e alla tenuta economica delle regioni del Mezzogiorno. La proposta avanzata da Calderoli è inadeguata rispetto alle reali necessità del Paese è mette pericolosamente a rischio i diritti costituzionali, già debolmente garantiti, dei cittadini del Sud-Italia.

La disomogeneità territoriale è già così ampia da condizionare la distribuzione dei fondi europei a favore delle regioni più ricche, ma non basta: oggi si vuole legittimare una legge che rischia di rendere ancora più evidente la disparità tra Nord e Sud e condurrebbe a un ulteriore svuotamento della capacità del Sud di sostenere il proprio sviluppo.

Per queste ragioni, ci opponiamo fermamente al Disegno di Legge sull’Autonomia Differenziata. Se vogliamo davvero ridurre le disuguaglianze e promuovere la crescita delle regioni del Sud-Italia, è necessario garantire gli investimenti per tutte quelle infrastrutture carenti nelle regioni meridionali: gli investimenti in infrastrutture hanno un impatto economico diretto e documentato. Creano occupazione nel breve periodo, stimolano l’indotto e, nel lungo termine, rafforzano la competitività del Paese intero. Gli economisti parlano di “effetto moltiplicatore”: ogni euro speso in infrastrutture genera una crescita del PIL superiore al valore iniziale dell’investimento. E questo effetto è ancora più forte nei territori che partono da una situazione di carenza

Difatti dimostrare che un’autostrada o una ferrovia è più utile lì dove mancano – e non dove già abbondano – non dovrebbe essere un esercizio difficile.

Così come non lo dovrebbe essere garantire le risorse adeguate per i Lea, Lep, Leps e assicurare che il sistema fiscale e redistributivo italiano funzioni in modo equo per tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro provenienza geografica. (mma)

(Direttivo nazionale MET – Movimento Equità Territoriale)

La rivincita delle periferie riparte da Saverio Strati e Sant’Agata del Bianco

di SANTO STRATI  – Per due giorni il piccolo e incantevole borgo di S. Agata del Bianco, nel cuore dell’Aspromonte, è stato, culturalmente parlando, la Capitale della Calabria. Il successo, clamoroso, al di là di qualsiasi aspettativa, del convegno di chiusura delle celebrazioni del centenario della nascita dello scrittore Saverio Strati, dimostra che è possibile il riscatto delle periferie, la rigenerazione del territorio, la valorizzazione di un patrimonio culturale inestimabile, ma troppo spesso sottovalutato o, peggio, trascurato. 

La celebrazione del centenario chiuso da questa due giorni di incontri intensi e, molto spesso appassionati, nella città natale dello scrittore indica un percorso virtuoso che il futuro assessore alla Cultura della Regione, ma soprattutto il governatore appena rieletto Roberto Occhiuto, dovrebbero prendere a modello per modulare la “rivincita” culturale della Calabria, vera leva di sviluppo e unitamente di contrasto ai pregiudizi e ai preconcetti che per troppo tempo hanno pervaso questa terra. La nuova narrazione della Calabria passa anche per queste iniziative che valorizzano il territorio e i suoi figli più illustri, mostrando la dimensione culturale di una terra che ha un potenziale altissimo nell’ambito del patrimonio di cultura e tradizioni. Questo modello di Sant’Agata del Bianco, che, grazie alla felice intuizione del suo straordinario sindaco Domenico Stranieri, ha saputo “rinascere” scegliendo di valorizzare il suo cittadino più illustre. Una scelta che ha rigenerato il territorio puntando sulla cultura, coinvolgendo l’intera comunità, ma soprattutto giovani e donne che hanno potuto scegliere di restare e non partire. 

Sant’Agata del Bianco, non ha celebrato solo Saverio Strati, come scrittore orgoglioso delle sue origini calabresi, ma anche mostrato come la sia stato possibile realizzare un’impresa che poteva apparire impossibile: parlare della Calabria partendo da un borgo, mostrare al Paese quanto sia rilevante il contributo di questa terra alla storia della letteratura italiana del Novecento e come non sia difficile coinvolgere scuole, insegnanti e studenti, anche scolari delle elementari, in un progetto di rinascita urbana non soltanto culturale, ma di rivitalizzazione del l’intero territorio.

Sant’Agata con i suoi murales, le sue avvincenti sculture in ferro che ormai segnano l’intero centro storico, è diventato un paese che avvince e si fa amare a prima vista: conquista il visitatore e lo pervade di cultura, tradizione, misteri e curiosità del mondo contadino, rivelando un fascino irresistibile, che avvince i suoi ospiti e li rende parte integrante della comunità. Che è viva, accogliente e generosa.

Saverio Strati, un autentico autore moderno che ha saputo, attraverso la sua lettura del passato contadino e agreste, guardare al futuro, non ha avuto, da vivo, la fortuna e il successo che avrebbe meritato. Aveva conquistato il Premio Campiello ed era tra i protagonisti del Novecento letterario italiano, poi, improvvisamente, alla fine degli anni Novanta, si è trovato isolato, dimenticato e visti rifiutare i suoi nuovi libri dal suo editore storico, la Mondadori, mica una piccola editrice. Una discesa all’inferno, culminata nella accorata richiesta di applicazione della Legge Bacchelli per poter vivere e sopravvivere. Una proposta lanciata dall’allora direttore del Quotidiano della Calabria Matteo Cosenza, che venne subito accolta dopo una mobilitazione del mondo della cultura. Era quella manifesta conferma della sua fragilità del vivere quotidiano, che avrebbe dovuto suggerire la necessità di creare le condizioni per rivalutare e valorizzare il lavoro letterario di Saverio Strati, ma per anni, fino alla morte, su di lui è calata una vergognosa trascuranza. 

Dopo la sua scomparsa, l’editore Florindo Rubbettino ha ripreso il vecchio progetto del generoso e visionario padre Rosario, che vedeva nella cultura il perno principale dello sviluppo del territorio calabrese, ed è riuscito – acquisendo i diritti dal figlio Giampaolo – a ripubblicare quasi tutta l’opera edita di Saverio Strati, ma l’obiettivo è quello di recuperare le oltre 5.000 pagine tra diario e manoscritti inediti per continuare a proporre ai lettori l’opera di uno straordinario scrittore.

Il segnale che viene da Sant’Agata è dunque chiaro: attraverso la cultura si possono e si devono rigenerare i borghi per fermare lo spopolamento. E, mirabilmente, frenare la fuga con biglietto di sola andata di tanti giovani cervelli, laureati, ricercatori e diplomati) che non trovano speranze di futuro nella propria terra. Provate a immaginare di replicare il modello di Sant’Agata per i tanti paesi che hanno dato i natali ai protagonisti della cultura di origine calabrese (scrittori, poeti, giornalisti, operatori culturali): cosa potrebbe accadere? Vedremmo la rigenerazione di Palmi (Leonida Repaci), Bovalino (Mario La Cava), Maropati (Fortunato Seminara), Melicuccà (Lorenzo Calogero), Careri Francesco Perri), Bova (Pasquino Crupi) e tanti altri ancora, partendo da San Luca dove nacque Corrado Alvaro (di cui ricorrono un altr’anno i 70 anni della morte). Lo scrittore di Gente in Aspromonte pur essendo adeguatamente citato tra i protagonisti del Novecento letterario italiano meriterebbe attenzione maggiore, a partire dalla sua terra, che dovrebbe propore San Luca come Capitale della Cultura insieme con la Locride, terra di giganti della cultura, mai valorizzati, trascurati, di frequente dimenticati.

Il lavoro del Comitato “100 Strati” guidato da un instancabile Luigi Franco (direttore editoriale di Rubbettino) ha lavorato bene, pur avendo contro gli ostacoli di una burocrazia regionale insopportabile, ma il suo obiettivo di allargare l’interesse sulle opere di Saverio Strati anche al di fuori del territorio calabrese (che ugualmente continua a conoscerlo poco e quindi non lo può apprezzare in modo adeguato) non credo sia stato adeguatamente raggiunto: per il futuro occorrerà coinvolgere i media nazionali, ospitando inviati e giornalisti, per dare il giusto risalto a qualsiasi evento regionale di grande rilevanza. Purtroppo, anche in questo caso, il piano di comunicazione non ha avuto adeguata applicazione, eppure c’era una corposa dotazione finanziaria per le celebrazioni del centenario di Saverio Strati. 

Importante è stata la partecipazione al convegno dell’assessore regionale alla Cultura uscente Caterina Capponi che aveva “ereditato” dalla vicepresidente Giusi Princi il progetto 100Strati e che ha confermato quanto la Regione punti sulla Cultura per lo sviluppo del territorio, ma, allo stesso tempo, non si può non evidenziare l’assenza della Città Metropolitana, ingiustificabile e non accettabile. La MetroCity ha mancato un appuntamento importante che poteva essere l’occasione per valutare (e apprezzare) il modello qui proposto e rilanciarlo in tutto il territorio della provincia reggina, insieme a un auspicabile progetto regionale di valorizzazione delle risorse culturali passate, presenti e future.

Da ultimo, da direttore di Calabria.Live ma anche da componente del Comitato 100Strati, mi sono permesso di lanciare l’idea di fissare una giornata Stratiana da celebrarsi ogni anno a Sant’Agata del Bianco (magari nella ricorrenza della morte, 9 aprile) con il coinvolgimento delle scuole e l’istituzione di un Premio Letterario nazionale intitolato a Saverio Strati. Due iniziative che manterrebbero viva la figura dello scrittore e sarebbero la giusta prosecuzione di questi due giorni di celebrazione di cui i calabresi possono andare fieri. 

Ne prendano nota, in Regione, a cominciare dal Presidente Occhiuto.  

La Calabria e la fragilità persistente dell’occupazione

di MARIAELENA SENESESecondo i dati Istat l’incidenza complessiva della povertà assoluta tra le famiglie nel Mezzogiorno si attesta al 12,1%, marcando un divario sensibilissimo rispetto al Nord, dove i valori si aggirano attorno all’8‑9%. 

La UIL Calabria esprime forte preoccupazione anche alla luce dei dati emersi dalla presentazione del Rendiconto Sociale INPS Calabria 2024, che offrono una fotografia reale delle condizioni economiche e occupazionali della nostra Regione.

Nonostante il leggero incremento del Pil registrato nel triennio 2021-2023, la Calabria si conferma ultima in Italia per PIL pro-capite (21.000 euro contro i 59.800 della Provincia autonoma di Bolzano) e per reddito disponibile per abitante. Un divario strutturale che si riflette direttamente sul mondo del lavoro. Il 2024 ha registrato un saldo positivo tra assunzioni e cessazioni nel settore privato (161.640 contro 156.226), ma la qualità dell’occupazione resta estremamente fragile. Calano i contratti a tempo indeterminato, mentre crescono quelli a termine (da 82.678 a 87.032) e aumentano i contratti part-time, oggi pari al 44,2% dei lavoratori dipendenti, con un picco tra i 30 e i 50 anni (43,5%). Le retribuzioni giornaliere medie sono tra le più basse del Paese: 77,9 euro per gli uomini e appena 58 euro per le donne, contro una media nazionale rispettivamente di 107,5 e 79,8 euro.

Si tratta di lavoro povero, sottopagato e spesso privo di reali prospettive. Anche se si registra un lieve calo del tasso di disoccupazione giovanile (dal 35,5% al 31,4%), la Calabria resta maglia nera per i NEET, ovvero giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano: sono il 26,2%, quasi il doppio della media nazionale (15,2%). Un dato allarmante, che indica una generazione senza futuro.

Per quanto riguarda la flessibilità in uscita dal mondo del lavoro, calano rispetto agli anni precedenti i numeri, emblematico è la riduzione dell’anticipazione pensionistica “Opzione donna”. Dalle 523 domande del 2022 si è passati alle 90 domande del 2024, segnale evidente di una misura non più appetibile e rispondente alle esigenze di flessibilità in uscita delle lavoratrici donna. 

Sul fronte del welfare e degli ammortizzatori sociali, calano i beneficiari per sospensione del lavoro (da 13.342 a 12.134); aumentano le ore autorizzate di Cassa Integrazione Guadagni (da 2 a 2,34 milioni); crescono le domande di disoccupazione accolte (161.492).

L’Assegno di Inclusione ha raggiunto 59.377 famiglie. L’Assegno Unico 210.622 nuclei. Il Supporto per la Formazione e il Lavoro ha registrato 11.236 richieste accolte.

Sul piano della legalità, il rendiconto INPS evidenzia un’attività ispettiva intensa: 493 ispezioni effettuate; 10 milioni di euro di evasione contributiva accertata; 2.993 lavoratori irregolari scoperti. 

Alla luce dei dati emersi dal Rendiconto Sociale INPS, che confermano quanto la UIL sostiene da tempo, appare necessario intervenire con decisione per: Rafforzare e consolidare gli strumenti del PADEL, il programma regionale pensato per creare occupazione di qualità.  Il Padel deve favorire inserimento, reinserimento e formazione dei lavoratori, con un’attenzione particolare a giovani, NEET, donne e soggetti svantaggiati; Migliorare la capacità di welfare locale, soprattutto nelle aree interne, considerando non solo la dimensione economica ma anche infrastrutturale (servizi sociali, abitativi, educativi); Valutare incrementi significativi e mirati degli importi delle prestazioni sociali come l’ADI, specie per famiglie numerose, con carichi di cura o con componenti vulnerabili; Favorire politiche per ridurre il divario territoriale: investimenti infrastrutturali, incentivi per l’occupazione femminile, contrasto alla precarietà, al lavoro povero e al lavoro sommerso.

Continuiamo a dare e registrare numeri, ma occorre tradurre questi numeri in azioni concrete per invertire questa tendenza e puntare verso una crescita duratura e strutturale. È fondamentale capire cosa ha effettivamente trainato – o potrebbe trainare – l’economia regionale. Per promuovere una crescita economica solida e sostenibile in Calabria, è fondamentale adottare un approccio strategico che valorizzi i settori più vocati del territorio. La regione possiede potenzialità ancora inespresse che, se adeguatamente sfruttate, possono incidere significativamente sulla produttività, sull’occupazione e sul benessere collettivo.  È fondamentale promuovere investimenti mirati nel comparto industriale, favorendo la crescita di settori ad alto contenuto tecnologico e l’innovazione produttiva. Tale strategia consente di creare occupazione qualificata, capace di trattenere giovani talenti e professionalità nel territorio, e di attrarre nuovi investimenti nazionali e internazionali. In questo processo, è essenziale valorizzare le competenze e le attività di ricerca degli atenei calabresi nel campo dell’intelligenza artificiale, in modo da costruire un ecosistema integrato tra università, imprese e istituzioni, capace di generare sviluppo sostenibile e competitività. Concentrare risorse, politiche e investimenti nei settori a maggiore vocazione territoriale è la strada per attivare uno sviluppo duraturo in Calabria. Serve una visione strategica condivisa tra istituzioni, imprese, università e cittadini, basata sulla valorizzazione delle risorse locali, sull’innovazione e sulla sostenibilità. Solo così la Calabria potrà colmare i divari esistenti e diventare protagonista di un nuovo modello di crescita. (ms)

(Segretaria generale Uil Calabria)