CATANZARO – Presentata la rassegna del Teatro Politeama

È stata presentata la nuova stagione del Teatro Politeama di Catanzaro. Sono quattro gli appuntamenti tra Opera & Danza che animeranno questa rassegna, ennesima occasione per sottolineare il ruolo del Politeama come polo di riferimento in Calabria per produzioni di qualità e prestigio, tra tradizione e innovazione.

Si partirà il 18 novembre con Baroque Suite, atto unico per la danza contemporanea, le arti performative e la musica classica barocca, una coproduzione di Ramificazioni Festival e Orchestra Sinfonica Brutia, presentata dai rispettivi direttori artistici Filippo Stabile e Francesco Perri: «Un motivo di orgoglio poter calcare per la prima volta il palco del Politeama con questa nuovo spettacolo. Ci saranno in scena 30 musicisti ed un corpo di ballo di 30 elementi, provenienti dalle compagnie Create Danza di Cosenza, Colonna da Firenze e Damnedancers da Roma, tra suggestioni ed evocazioni, danza contemporanea e danze urbane, arti performative aeree ed incursioni elettroniche».

Poi il 25 novembre sarà la volta dell’Opera con Cavalleria Rusticana & Pagliacci, coproduzione di Fondazione Politeama e Sicilia Classica Festival con l’Orchestra Filarmonica della Calabria ed il Coro Lirico Mediterraneo ed un cast di respiro internazionale. Il 22 dicembre Carmen a cura del Balletto di Milano: sarà l’occasione per scoprire le coreografie coinvolgenti, tra tradizione e modernità, nell’originale messinscena di Marco Pesta ispirata all’opera di Georges Bizet. Infine, il 4 gennaio La traviata chiuderà il cartellone con tutte le suggestioni dell’opera verdiana.

«Il ritorno della lirica al Teatro Politeama è un grande segnale per la città perché è il frutto di impegni e sacrifici necessari a superare ristrettezze economiche e difficoltà operative», ha affermato il sindaco di Catanzaro e Presidente della Fondazione Politeama, Nicola Fiorita.

«Il teatro in queste settimane ha scoperto una nuova illuminazione – ha aggiunto – che insieme al rifacimento degli impianti di climatizzazione consentirà un importante risparmio energetico. Il calendario di queste settimane è strapieno di eventi grazie anche a promoter e festival che hanno scelto la location del Politeama. Mi emoziona poter annunciare gli appuntamenti di Opera e danza nel giorno in cui il compianto Mario Foglietti scomparve sette anni fa. La tradizione della lirica rivivrà ancora, nel ricordo dello stretto legame che questa ha avuto con la famiglia Colosimo per la nostra città».

Il direttore generale Aldo Costa ha sottolineato «gli importanti sforzi profusi per mantenere il teatro sempre aperto e preservare la continuità degli eventi anche nei momenti più difficili. Il Politeama vuole confermarsi un polo di produzione che mira alla qualità, senza perdere di vista il rapporto con il pubblico: vogliamo aprirci sempre più ai giovani con biglietti e abbonamenti a prezzi agevolati».

Anche il Sovrintendente Gianvito Casadonte ha ricordato che «per costruire questo cartellone, è stata decisiva la collaborazione avviata con altre realtà artistiche, dalla Calabria alla Sicilia, che condividono la stessa mission e la stessa sensibilità. Lavoriamo insieme affinché l’andare a teatro torni ad essere per tutti una piacevole abitudine».

«Siamo molto felici di debuttare con le nostre produzioni Cavalleria Rusticana – Pagliacci e La Traviata – ha commentato il direttore artistico di Sicilia Classica Festival, Nuccio Anselmo, affiancato dal baritono Giovanni Palminteri – in quello che è il più giovane tra i grandi teatri italiani, la cui architettura e la storia si sposano perfettamente con la classicità dell’Opera. Questa co-produzione con la Fondazione Politeama e la collaborazione con l’Orchestra Filarmonica della Calabria, tutte realtà del Sud Italia, ci fanno guardare con ottimismo alla realizzazione del nostro obiettivo più importante: quello di diffondere la cultura dell’Opera, valorizzando al contempo le più belle location d’Italia, e il talento degli artisti, specie di quelli che abitano il Sud del Paese. Speriamo senz’altro che sia solo l’inizio». (rcz)

LAMEZIA – Il 14 novembre i presenta la nuova stagione del Teatrop

Martedì 14 novembre, a Lamezia Terme, alle 15.30, nel foyer del Teatro Comunale Grandinetti, sarà presentata la nuova stagione del Teatro Ragazzi della Compagnia teatrale Teatrop, con la direzione artistica di Pierpaolo Bonaccurso.

La rassegna “Teatro Ragazzi 2023-2024” è co-finanziata con risorse PSC Piano di Sviluppo e Coesione 6.02.02 erogate ad esito dell’Avviso di Programmi di Distribuzione Teatrale e Programmi di Produzione Teatrale della Regione Calabria – Dipartimento Istruzione Formazione e Pari Opportunità – Settore Cultura.

La stagione del Teatro Ragazzi prevede una rosa di spettacoli realizzati da compagnie teatrali composte da attori professionisti provenienti da tutta Italia. La finalità di un cartellone così ricco di storie e temi pregnanti, è quella di offrire la possibilità ai giovani spettatori di riflettere su tematiche importanti come l’importanza dell’amicizia, della fiducia in se stessi, passando anche dalla conoscenza della lingua inglese e dall’ecologia perché, nei tempi in cui viviamo, non si possono davvero ignorare la cura e il rispetto per l’ambiente
Il sipario del Teatro comunale Grandinetti si alzerà il 22 e 23 novembre prossimo per la pièce “Il gatto con gli stivali” che sarà messa in scena dalla compagnia teatrale “Gran Teatrino di Bari”. Uno spettacolo per trattare la prossimità al mondo degli animali attraverso il teatro professionale dei burattini. Per “Il gatto con gli stivali” è previsto anche uno spettacolo pomeridiano al Chiostro Caffè Letterario, il 24 novembre alle 18.

Il 4 e 5 dicembre alunni e studenti delle scuole saranno deliziati da “Le favole della saggezza” a cura della compagnia teatrale “I Teatrini”. In scena con la musica dal vivo e le maschere alcune delle più famose favole di Esopo. Il 18 e il 19 dicembre La Mansarda -Teatro dell’Orco porterà in scena “Gennarino nel Paese di Babbo Natale”.

Il primo spettacolo del 2024 è in programma per il 24 e 25 gennaio prossimi: la compagnia Crest presenterà “Giovannin senza parole”. In occasione del Carnevale, l’8 e il 9 febbraio si esibirà la compagnia lametina Teatrop con “I musicanti di Brema”, spettacolo di narrazione con musica dal vivo e disegni in sand art. Il 26 marzo 2024 in cartellone è previsto lo spettacolo “Il gatto e la volpe (aspettando Mangiafuoco)”, a cura della compagnia Teatro del Cerchio, lo spettacolo si è aggiudicato il Premio “Padova Amici di Emanuele Luzzati” al 40mo Festival nazionale del teatro per ragazzi in pieno svolgimento a Padova. La rassegna si concluderà l’11 e il 12 aprile con la Compagnia “MatutaTeatro” che porterà in scena “Cappuccetto Red”, uno spettacolo in cui si gioca con la lingua inglese.

I promotori della rassegna tengono a sottolineare che, anche per quest’anno, il costo dei biglietti rimane invariato rispetto all’anno passato; una scelta voluta che vuol essere un invito rivolto soprattutto alle famiglie e alle scuole per invogliare grandi e piccini a scoprire la magia del teatro. (rcz)

CATANZARO – Lo spettacolo di Enzo e Ivan Colacino

Domani sera, a Catanzaro, alle 21, al Teatro Comunale, è in programma lo spettacolo di Enzo e Ivan Colacino.

L’evento è stato organizzato dal Settore Fundraising del Centro Calabrese di solidarietà Ets. Il ricavato, poi, sarà destinato proprio alla ristrutturazione della scala di Villa Samuele, struttura accreditata del Centro Calabrese di Solidarietà Ets che opera con lo scopo di assicurare trattamenti per la disintossicazione e orientamento allo svolgimento di un progetto di recupero personale. (rcz)

 

CORIGLIANO ROSSANO – Venerdì lo spettacolo “Poubelle, Without Words”

Venerdì 10 novembre, a Corigliano Rossano, al Teatro Paolella, in scena lo spettacolo Poubelle, Withouth Words, scritto dal performer napoletano Luca Lombardo insieme all’attore e regista Augusto Fornari.

L’evento rientra nell’ambito della Festa d’Autunno, organizzata dall’Amministrazione comunale. Si tratta di un cartellone ricco di eventi in programma fino a natale.

Lo spettacolo, prodotto dalla Cooperativa “Il Sentiero Sostenibile” ed il Club Lions Rossano Sybaris, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Corigliano Rossano, avrà un importante scopo benefico: parte del ricavato sarà infatti devoluto a supporto della ricerca oncologica pediatrica per tramite della Fondazione LCIF. Uno show che usando il linguaggio tipico della “visual comedy” arriva a trattare temi delicati come la solitudine, la diversità e l’abbandono e che auspica una società inclusiva, dove gli invisibili possono avere una loro ribalta.

Sabato e domenica, invece, sono in programma due eventi gratuiti in piazza.

Sabato 11 novembre dalle ore 19, a Palazzo San Bernardino, si terrà il concerto Accordeon Song, con l’esibizione del fisarmonicista calabrese Luigi Gordano, a cura de La Città della Musica. In piazza Steri seguirà lo spettacolo About Tarantella di Emy Vaccari. Originaria di Sant’Agata d’Esaro, danzatrice, tamburellista e cuore pulsante del gruppo “le muse del mediterraneo” è molto conosciuta in Calabria per le sue tante attività sulle danze coreutiche e sulla ricerca popolare. Collabora ormai da anni con Calabria Sona in tutti i suoi progetti e fa parte anche della Calabria Orchestra diretta da Checco Pallone. Attenta divulgatrice e insegnante di danza in varie sedi calabresi ha lanciato il suo progetto “About Tarantella” che la vede spesso protagonista specialmente in attività con i bambini. Come di costume non saranno dimenticate le famiglie e i più piccoli con lo spettacolo Spyral a cura di Lucignolo e il Fuoco.

Danzando l’evocativa e mistica eleganza del Fuoco, miscela di fascino ed energia cinetica, l’abilità nell’utilizzo di strumenti e la qualità del movimento. Il risultato è il trasporto dello spettatore in una dimensione senza più gravità. Tema sviluppato sulla figura della Spirale attraverso il contatto e la manipolazione di fiamme libere. In Spyral va in scena un concetto dal forte senso sia esoterico che geometrico. A chiudere la serata l’avvincente ed entusiasmante empatia del duo composto da Mimmo Palermo e Giancarlo Pagano. Un concerto di due maestri di musica nel reinterpretare cover con la capacità che hanno i grandi intrattenitori di saper divertire con le melodie celebri per tutti.

Domenica 12, invece, si apre con la Guerrilla Gardening dell’Associazione Terra e Popolo in località Piana dei Venti. Mentre alle 17.15, lo spettacolo a cura del Teatro della Libellula, Cico Varietà. Coinvolgente, magico, romantico, Cico unisce l’arte del mimo e del clown di strada alla magia della manipolazione, alla giocoleria, alla comicità! Un sorriso che si cela dietro la malinconia è il modo più intelligente di prendere le avversità della vita alle spalle e costringerle in un angolo.

Grande istrione, giocoliere, mimo, cabarettista, incanterà grandi e piccini con il suo spettacolo che coinvolgerà e incanterà il pubblico trasportandolo in un mondo fantastico e gioioso. A seguire l’appuntamento itinerante con l’associazione Retake Rossano in “Vinedd e cantin: una passeggiata tra storia, profumi e tradizioni”, con partenza da piazza San Bartolomeo.

Nel corso delle due serate saranno allestiti stand enogastronomici con prodotti tipici ed artigianato locale. In particolare la Cia – Confederazione italiana agricoltori e l’Istituto Alberghiero di Corigliano-Rossano che partecipa alla festa d’autunno con degustazione del riso di Sibari al profumo di clementine e pecorino crotonese. Su Corso Garibaldi sia sabato che domenica saranno presenti oltre dieci stand di artigianato per la durata della festa.

«Grazie al bando eventi ed agli indirizzi impartiti dall’Amministrazione, in particolare quelli della destagionalizzazione e della valorizzazione dei centri storici, la città continua ad essere caratterizzata da eventi autunnali che intendiamo storicizzare – ha dichiarato il sindaco Flavio Stasi –. Non solo, quindi, abbiamo chiuso un epoca di evidente discrezionalità con una procedura trasparente ed aperta, ma si iniziano a raccogliere i primi frutti anche in termini di articolazione e qualità degli eventi».

«L’idea che progressivamente si sta consolidando – ha concluso – anche grazie ad una sempre maggiore partecipazione del tessuto sociale cittadino, è quella di avere una programmazione annuale sempre più completa, con tantissimi eventi di qualità ed i grandi eventi, in occasione delle feste storiche e tradizionali della città, organizzati direttamente dall’Amministrazione, come nell’ultima estate. Una formula vincente sulla quale continueremo a puntare». (rcs)

Radio Argo: Una corda di pelle tesa con il pubblico

di FRANCESCA OREFICE – Esistono linguaggi e storie che servono soltanto a chi le scrive, per intenti autobiografici, per vanità, semplificazione, come per ogni altra motivazione anche riferibile alle ragioni della scrittura.

Capita, a volte, tuttavia, che le narrazioni ricerchino un senso collettivo, sgrovigliando il compito filosofico e sociale del racconto, descrivendo prospettive anche gravose che riguardano le questioni umane nella loro complessità e perciò scandalose, spietate, inaccettabili, sovente oscene, precisate da parole acuminate, affidate al resoconto della narrazione che diventa voce esterna ma per la quale ognuno è “un sé narrabile“.

Una narrazione che ci dice qualcosa di noi che non conoscevamo.

Gli abissi umani raccontati nella tragedia, ancorché estremi, gravi, neri come un buco in un albero dal fusto forte e le braccia verdi avvolgenti, votato ai giochi infantili perché sicuro, come un papà, riguardano ogni essere, genere, espressione umana. Ma in quel solco, scuro, viene segnato il limite delle cose umanamente tollerabili, la retta oltre la quale un vero capo, un potente, supera la soglia dell’umano per consolidare una essenza ragguardevole, sovraumana.

E non basta la disapprovazione, lo scandalo, il rimprovero, ad allontanare quel senso di appartenenza ai giochi perversi, per versi, di un sentire comunque comune: mentre ne ascolti il di-spiegarsi, lo spietato svelarsi in parole spasmodiche che rotolano come un macigno dentro le vesti di chi le ascolta, svelano cose tal-mente umane da non poter essere spostate, disconosciute, dette e fatte dall’altro, ma non totalmente “altro” da noi.

È l’orgoglio, la vendetta, il possesso, il potere, il non potere, il sesso, l’ossessione, la disperazione, l’azione, l’amore, l’odio. La Guerra.

E salgono, quelle parole, come impenna la voce di chi le recita, con sensi di-versi, intonate come tuoni, strillate come sirene, inchiodate a metà gola con punte di sale, sussurrate come serpenti, a volte piume, strisciate sulla pelle come sibili delicati, e dopo isteriche, pesanti, pensanti, deliranti, donne, bambine, uomini o capre, e di nuovo stanche, spiaggiate, stremate.

Buone, o cattive. Vive, oppure morte.

Lo spettacolo Radio Argo, acuta e tragicamente attuale rivisitazione dell’Orestea, scritto dal drammaturgo napoletano Igor Esposito, interpretato dalle mille voci di un implacabile e geniale Peppino Mazzotta, accompagnato da musiche psichedeliche e iconiche di Massimo Cordovani e Mario Di Bonito, è un gesto inaspettato, una corda di pelle tesa con il pubblico, un fatto complesso che dichiara polemica al miraggio della definizione riduzionistica e stereotipata dell’uomo e della donna somministrata dalle determinazioni pseudo sociologiche dei nostri tempi, ed insieme un ripescaggio delle questioni universali che attraversano la storia umana, ahimè riecheggianti una non sempre desiderata attualità.

La tragedia musicale di Radio Argo ha inizio con il racconto di Ifigenia, richiamata dal buco della morte, che ripercorre incredula ed insieme consapevole i momenti della mattanza, consolidando la fiducia in un padre solido e tanto amabile da meritare il sacrificio estremo, perché eroe, capo, combattente, benedetto dagli dei. La voce della bambina, adulterata dall’eco dell’aldilà, precipita dai toni strillanti della fanciullezza a quelli gravi e scuri della morte facendo sprofondare il pubblico, già informato delle vicende della tradizione mitica che prevedono il sacrificio della figlia del re capo dell’esercito per l’inizio della guerra di Troia, nel solco tenebroso delle cose che superano il limite, fino al pianto comune, ingenuo, stridulo e lacerante per la testa della bambina che rotola sull’altare.

Proseguono le ragioni di Clitennestra, la pausa sarcastica e burlesca di Egisto, il proclama di Agamennone, efficacemente inteso alle questioni dell’attualità, la profezia di Cassandra. Intorno il coro, diretto dal microfono di una radio che racconta le gesta, perfeziona le descrizioni, scandisce i tempi, i movimenti, le lettere di ogni parola sparata da ripetitore in ripetitore.

Una sola voce, quella di Mazzotta, che, spiegandosi in visioni molteplici e complesse, strofe ed antistrofe, stridendo tra i denti o esplodendo in coriandoli di suoni, e versioni, si fa espressione collettiva di un pubblico che diventa immediatamente parte della consonanza istintiva alle ragioni di ogni personaggio, e, nello stesso tempo, adattato alle distonie ed incoerenze che guardano, e ri-guardano, le questioni umane complessivamente tessute da un linguaggio che non sbaglia un suono.

Un testo di qualità, denso di immagini luminose e di ricco cromatismo, non conforme, carismatico, spiegato da ritmi mai esausti, convoglianti e coinvolgenti, che lascia motivi di riflessione che succedono allo spettacolo, al momento artistico comune, rendendo onore e devozione alla funzione intellettuale, etica ed estetica del teatro.

In un tempo di guerre ed ostilità, di parole violentate dall’abuso del vuoto a perdere, di rappresentazioni vane e piccole come la parola “cultura” spiazzata e spezzata dalla mediocrità, viene proposto un invito conclusivo – docile come i toni finali di un Peppino Mazzotta che diventa uomo in Oreste, probabilmente non lontano da se stesso, e che distende la voce ai toni della normalità, dopo un percorso di trasfigurazioni gravose ma essenziali alla complessità delle traduzioni del mito al presente –, viene avanzato un vero e proprio appello a lasciare andare le vanità, a preferire l’odore del mare al governare, al maledetto governare, alla maledizione del tutto a costo di tutto, o del niente che, alla fine, sa sempre di niente.

Uno spettacolo prodotto dalla compagnia calabrese RossoSimona, che ha debuttato al cretto di Burri questa estate, contando numerose tappe calabresi, da Polistena a San fili e Tarsia, per arrivare ad inaugurare la stagione teatrale del San Ferdinando di Napoli, in coproduzione col Teatro nazionale di Napoli, e che, speriamo, possa fare il giro dei migliori teatri italiani. (fo)

CROTONE – Cinalci d’autunno, venerdì il film “Cosa dirà la gente”

Venerdì 10 novembre, a Crotone, al Teatro Apollo, alle 10.45, sarà proiettato il film Cosa dirà la gente della regista norvegese-pakistana Iram Haq.

L’evento chiude la rassegna Cinalci d’Autunno promosso dal Circolo Cinalci di Crotone, in stretta partnership con l’Associazione artistico-culturale Compagnia dello Ionio, grazie al contributo della Calabria Film Commission e del Comune di Crotone.

La proiezione, a cui prenderanno parte diversi studenti di istituti scolastici crotonesi, sarà occasione di riflessione e dibattito, introdotto dall’avv. Antonio Laino, presidente del Circolo Cinalci di Crotone.

La storia dell’adolescente protagonista, Nisha, la cui doppia vita da pakistana obbediente alle tradizioni da un lato e da norvegese contemporanea dall’altro lato finisce per scatenare l’ira della famiglia tradizionalista che la costringerà a fare ritorno nel suo Paese natale, dove sarà privata dei suoi diritti, si intreccia inevitabilmente con l’attualità della sottomissione femminile nella cultura orientale.

«Si conclude così il ciclo di eventi estivi-autunnali targato Cinalci giunto ormai alla sesta edizione, che ha registrato numeri importanti sia in termini di partecipazione che di apprezzamento per le diverse attività collaterali, tra cui laboratori, masterclass e incontri di approfondimento, che hanno ampliato l’offerta culturale fornendo a ragazzi e adulti gli strumenti per una conoscenza più consapevole dell’affascinante mondo del cinema», ha commentato Laino, dando appuntamento all’ormai storica rassegna cinematografica di pellicole d’autore, a breve in partenza. (rkr)

MENDICINO (CS) – Il 12 novembre in scena “Antigone – Una donna di Calabria”

Domenica 12 novembre, a Mendicino, alle 18, al Teatro Comunale, in scena Antigone – Una donna di Calabria, firmata da Franco Dionesalvi e Massimo Costabile, l’interpretazione di Antonella Carbone, la traduzione in lingua calabrese e le musiche originali curate da Mario Artese, la scenografia di Gino Veneruso, il disegno luci di Matteo Costabile e il progetto regia di Massimo Costabile.

L’evento rientra nell’ambito della rassegna Sguardi al Sud della compagnia Porta Cenere, con la direzione di Mario Massaro, con il patrocinio del Comune di Mendicino e il sostegno della Fondazione Carical.

Nel cuore delle tenebre, Antigone si risveglia nella realtà del presente, rinchiusa e confinata nella sua prigione. La sua voce è un grido che emerge dal mare e continua a risuonare nel tempo trascinandoci in un mondo di sofferenza e disperazione. Una tragedia che raffigura l’eco straziante dei giorni nostri. Una narrazione che ha inizio tra i resti di migliaia di vite naufragate e disperse nel Mar Mediterraneo, un tempo considerato culla della civiltà, ora trasformato in un orribile cimitero all’aperto.

In un mondo che spesso ignora le voci degli invisibili, “Antigone- una donna di Calabria” emerge come una rivisitazione teatrale che scava profondamente nella realtà dei migranti, portando alla luce storie ignorate e sofferenze taciute. Questa rappresentazione non è una semplice riscrittura della tragedia di Sofocle, ma un viaggio che ci costringe a confrontarci con la crudele verità del nostro tempo.

La narrazione che si dipana sul palco è al tempo stesso tragica ed epica, un’opera di straordinaria potenza emotiva. La tragedia emerge quotidianamente, incarnandosi nei naufragi, nei respingimenti e nelle tragedie umane che sfuggono alle parole. Le storie di coloro che cercano una via d’uscita, spingendosi verso orizzonti incerti, sono spesso raccontate solo attraverso cifre e statistiche. Questo spettacolo dà voce alle storie umane che si nascondono dietro le notizie di cronaca. Ma c’è anche l’elemento epico: è l’epopea degli uomini e delle donne che, pur affrontando la morte, lottano per cambiare il loro destino da “ultimi del mondo”. Armati di resilienza, determinazione e speranza, sfidano le avversità intraprendendo il pericoloso viaggio attraverso il Mediterraneo in cerca di speranza e libertà e ci ricordano la straordinaria forza dell’animo umano.

In questa potente pièce, Antigone emerge come simbolo eloquente di coloro il cui grido è stato soffocato, ma le cui suppliche continuano a risuonare tra le onde implacabili dell’immensità marina. “Antigone- una donna di Calabria” è uno specchio che riflette le sfide e le contraddizioni del nostro tempo, spingendoci a riflettere sulla nostra responsabilità collettiva nei confronti di coloro che sono alla ricerca di un futuro migliore.

Un altro aspetto di questo spettacolo che non può essere trascurato è l’impegno a preservare il dialetto calabrese, riconoscendo il suo valore intrinseco e il suo ruolo nel mantenere vive le radici culturali. Lavorare per la salvaguardia del dialetto calabrese è una chiara dimostrazione d’amore per la storia, le tradizioni e l’identità della nostra Regione e delle persone che la abitano.

Il regista Massimo Costabile spiega che: «Questo testo è stato scritto 10 anni prima della tragedia di Cutro insieme all’amico Franco Dionesalvi con cui ho condiviso un lavoro artistico di scrittura teatrale dal 1992. In ricordo di Franco ho voluto riscriverlo in forma di monologo».

Il direttore artistico di Sguardi a Sud Mario Massaro: «Antigone rappresenta una voce che risuona nella lotta per la dignità umana e la compassione in un mondo segnato da tragedie senza fine. La sua storia e il suo messaggio sono un richiamo a riflettere sulle sfide dell’immigrazione e sulle speranze di un futuro più luminoso». (rcs)

IL RACCONTO / Franco Cimino: La magia della vita e del teatro in quel gesto di Francesco Colella verso il padre

di FRANCO CIMINO – Non ancora, ieri, aveva finito di recitare, e oggi di prendere il treno delle quattordici per Roma, che la eco della sua grande prestazione al Politeama si è fatta largo tra il breve passeggio domenicale e l’uscita delle chiese, fino all’ affollatissimo Centro Commerciale, e sul lungomare.

In alcuni di questi luoghi ho sentito dire di persona, degli altri mi è stato riferito. Francesco Colella, la “sorpresa” già nota, ma oggi più sorprendente, è al centro dell’attenzione della Città. Ha rubato un po’ di spazio anche a quella per il Catanzaro, la cui amarezza per la seconda immeritata sconfitta, era assai diffusa.

Altro spazio, purtroppo, non ne ha rubato, perché di dibattiti e di tematiche profonde sul versante della politica, qui, proprio non se ne vede l’ombra. I giornali, carta e rete, sono pieni di quelle emozioni che il “grandattomattatore” ci ha regalato con il suo Apuleio. Io ne ho scritto pure molto, spinto da un’ondata di emozioni e di pensieri che ho avuto difficoltà a fermare nella scrittura che scorreva a fiumi. Oggi vi ritorno solo per un momento. Che è quello che di più mi è rimasto della splendida serata. Anzi, due. Sono due momenti di grande teatro. Di quelli di cui ho detto quando ho affermato che Francesco Colella fa spettacolo anche senza testo e racconta anche senza trama. Perché lui è racconto, lui è la scrittura, lui è la parola. Lui è la maschera. Lui è il movimento del corpo. Lui è teatro e teatrante, insieme. Finito “ Le Metamorfosi”, a sipario aperto ancora, “l’autore” inizia a raccontare di sé, ché il Teatro è la vita normale che sale sul palcoscenico. Non a caso, gli spettatori sono protagonisti attivi, anche se fermi sulle poltrone. Sanno che lì sopra si dice, apparentemente fingendo, di come sono loro.

Lucio diventa Francesco, e riprende lo spettacolo. Così, come gli viene. Tra il comico, che commuove, e l’uomo pensoso, che inquieta, Francesco gioca con il premio che gli si vorrebbe consegnare. Finge di sorprendersi, lo prende dalle mani dell’hostess, ma lo riconsegna perché è il sindaco con l’assessore e con Tonia, che glielo devono porgere. Sei mani, «ma quantu pisa?» sembrava volesse dire. Poi, come un bambino, si inginocchia per ringraziare o pregare che gli venisse finalmente dato. Un tocco di teatralità straordinario. Il pubblico ad applaudire, a ridere. A domandare. Poi, dopo qualche secondo di interminabile silenzio, il colpo di teatro più grande. Francesco dismette i panni anche di quest’altro suo essere attore, e si riprende con fierezza il cognome.

E ridiventa Francesco Colella. Il catanzarese autentico, ragazzo semplice e umile. Uomo che ama. Il figlio devoto. Gira su se stesso quel corpo lungo e magro, che si assottiglia ancor di più mentre si abbassa di altezza, fa due passi in avanti verso il bordo del palco, guarda in prima fila in quei due due posti, che sul lato destro la iniziano. E, rivolto al pubblico, chiede un applauso fortissimo per i genitori, senza i quali non sarebbe giunto fin lì. In particolare, per il padre. Quel padre, già timido e schivo, oggi pure appesantito dalla fatica di una sofferenza fisica impegnativa, si alza in piedi di scatto e saluta lui gli spettatori. È stato, quello, uno dei momenti più emozionanti che si siano visti, improvvisati, qui da noi. Una scena teatrale indimenticabile. Qui, l’attore è il figlio. Poi, con un rapido cambio di scena, artista e figlio si scambiano i ruoli. Il regista ufficiale dell’opera in scena si allontana, al suo posto Dino Colella, il papà dell’attore. Il suo silenzio. E quelle fragili braccia alzate, come una preghiera, la volontà di battersi ancora, un abbraccio promesso. Se avesse potuto, Francesco sarebbe sceso a prenderlo tra le braccia, e, fatto salire sulle sue spalle, lo avrebbe condotto in cima al monte più bello.

Quello dal quale, come i nostri di Catanzaro, si guarda il mare. E con il suo sguardo di fanciullo incollato a quello mai spento del suo vecchio, avrebbe sussurrato: «Pa’, u vidi u mara? Domani ci iamu, e tu ‘mparami e novu a notare, ca on mu ‘mparavi ancora». Dall’Iliade ad Alvaro, da Enea per Anchise, ai figli di questa terra aspra e bagnata dai suoi mari, dall’antico Grecia alla vecchia Calabria, è passata, in quei minuti, tutta la bellezza del mondo. E la cultura continuativa di due grandi civiltà. Che non sia questa, la riproposizione cioè di un sentimento antico, che, attraverso l’amore, quale anche donazione, gratitudine, rispetto, fedeltà, ripristini anche il valore dell’autorità, da una parte, e quello dei “vecchi”, in quanto valore in sé, dall’altra, la strada più sicura per realizzare la Pace, partendo da noi, dai nostri piccoli spazi? Sì, che lo è. Che bello spettacolo, ieri, al Politeama e che lezione! (fc)

IL RACCONTO / Franco Cimino: Dialogo tra un acculturato latino e un ignorante catanzarese

di FRANCO CIMINO – «Sei andato al Politeama stasera?».

«Sì, ci sono andato. Non manco mai, stasera poi non vi avrei rinunciato neppure morto».
«Hai visto Apuleio?»
«Apuleio chi?»
«Apuleio! Era con Lucio, ha rappresentato la sua Metamorfosi».

«Ma quale Apuleio e quale Lucio? E cos’è questa metamorfosi».

«Ma l’ha detto la Santacroce. È nel suo Festival d’Autunno!».
Ma quale Santacroce e quale autunno e quale festival! E quale Apuleio, o Lucio, come lo chiami tu. Io stasera ho visto solo un grande uomo sul palcoscenico. Per lui sono andato e di lui mi sono deliziato.
È entrato in scena dal buio, una valigia di cartone e due robe di pezza addosso, capelli folti lunghi e bianchi e quello sguardo di eterno bambino che ha conosciuto il mondo e con quella voce melodiosa te lo vuole raccontare. Settanta minuti di dominio assoluto, non di monologo, si badi, ma di dominanza del palco e della platea sulla quale ha incollato quel suo sguardo profondo e ipnotizzante.
Infatti, il suo non è stato un monologo anche per quella sua capacità di far parlare insieme più personaggi e un asino, che a sua volta parla con sé stesso e con gli altri. E ammonisce, attraverso la metamorfosi subita, a non farsi dominare dalle passioni e dal principio di forza. Passioni e forza fisica, che annullano la ragione e lo spirito, e l’anima schiavizzano. Ma che, invece, sono le energie vitali che portano l’uomo a percorrere le fasi diverse della vita, fino a quella maturità che è sede di sapienza e coscienza.
Una lezione di diciotto secoli fa che si rivela oggi come la più attuale. Attuale, perché sullo scenario planetario e sulla collettivizzazione delle emozioni, stasera viene portato alla ribalta la necessità di una “metamorfosi” profonda che cambi l’uomo, nella sua individualità, dall’interno. Perché, probabilmente. è solo questa “ metamorfosi-rinnovamento” che può cambiare il mondo e fermarlo in tempo prima che definitivamente rovini. Stasera ho visto tutto questo attraverso la fatica di un gigante.
Un vero gigante. Del teatro. Un artista autentico. Uomo di spettacolo straordinario. Che spettacolo farebbe anche senza un testo molto bello come quello che dalle mani dell’antico autore, al Politeama, è passato alle sue, diventando un racconto snello e veloce nei passaggi da una situazione a un’altra, da un personaggio a un altro, dall’asino alla persona e viceversa.
Francesco Colella è questa grandezza. Lui, a me personalmente, ricorda l’indimenticabile Pino Michienzi, personalità artistica completa e versatile, capace di fare, come Francesco, spettacolo anche leggendo il menù di una trattoria o l’elenco telefonico di una volta. Stasera, il “grand’attore”, è stato un autentico mattatore, lo spettacolo nello spettacolo. Lui Apuleio e Colella. Lui Teatro e letteratura. Lui la commedia e la novella.
L’ironia e la drammaturgia. Poesia e filosofia. A Francesco riesce tutto questo perché è teatrante nato. Perché se non avesse fatto l’attore avrebbe fatto l’attore. Se non avesse fatto teatro, si sarebbe trasformato in una tavola del palcoscenico. Francesco è un attore colto, perché ha studiato e studia. Ama la parola e la parola conosce. Conosce le parole e tante ne dice in quel meccanismo dell’affabulazione che solo i grandissimi, come Vittorio Gassman, possedevano.
E con la quale facevano teatro senza il Teatro. Rappresentazione scenica senza un testo organico e organizzato. L’attore e le sua parole, spesso improvvisate. Solo le luci sul volto. E la magia si muove fino all’ultimo posto in sala.Tutto questo è Francesco. O meglio anche questo è Francesco. Perché in lui c’è di più. È catanzarese fino al midollo, orgoglioso di esserlo, in quella sua catanzaresità che commuove per la fanciullezza che si porta dietro, con i vicoli e le scuole, il cortile e i campetti di pallone, le ginocchia sbucciate e le liti tra amici. E quella ragazza lì che non si è accorta del nostro amore segreto. E quell’amico che ce l’ha rubata senza conoscere il nostro mai svelato. Quella catanzaresità che è il dialetto e il Morzeddru. È i Coculi. La Grecia. Lo stadio. La sua curva e la piazzetta antistante, sempre vuota se non è domenica delle partite in casa.
È Marina, il porto che non c’è ancora e le pinete che dominavano il territorio. Gli studenti che, marinata la scuola, e asciutti del corteggiamento non riuscito, aspettavano, nelle lunghe mattinate di sole, i “marinari” che tornavano, spesso a reti vuote. O i vecchi del mare non più “ navigato, che, con le mani ruvide e gli occhi della nostalgia, sulla spiagge riparavano “a rizza”, come le nonne di allora facevano con gli abiti sdruciti dei bambini e le camicie con collo e polsini consumati dei nostri padri. Catanzaresità, che è memoria della Città, nostalgia, rimpianto anche, sogno che ritorna e speranza che combatte la rabbia e il senso di abbandono.
Catanzaresità, che è amore vero. Quello per i figli, per il luogo, per gli amici, per i giallorossi, per le nostre estati. L’amore per la propria donna o il proprio uomo. Amore per gli ideali vissuti e nuovamente accesi. È amore del figlio per il padre e per la madre. Un amore grato. E, perciò, doppiamente infinito. Francesco Colella, il ragazzo buono e umile, generoso e profondo, è grande anche di questo. E stasera lo ha nuovamente dimostrato.
La metamorfosi, che ci trasmette come sollecitazione, è quella di cambiare dal profondo, per tornare, o diventare, catanzaresi veri, uomini e donne che amano la Città. Tutti i giorni. E la servono anche da un posto lontano. Perché Catanzaro non è un punto geografico.
È l’anima del nostro mondo. Grazie Francesco. Resta bello, come sei. (fc)

POLISTENA (RC) – Domenica 5 torna in scena Ramificazioni

È partita ufficialmente nella scorsa settimana la nuova edizione di Ramificazioni Festival, il primo festival della danza d’autore in Calabria. Un calendario itinerante, ricco di appuntamenti distribuiti lungo oltre 60 giorni di programmazione che vedono protagonisti nomi di primo piano e giovani emergenti del panorama nazionale e internazionale delle arti coreutiche: dalla Compagnia Zappalà Danza a Spellbound Contemporary Ballet, da Equilibrio Dinamico a Create Danza, passando per i francesi della Cie Mfe per le coreografie del talento belga Brendon Lagaert, e tanto altro ancora.

Domenica 5 novembre all’Auditorium Comunale di Polistena (Rc) va in scena il secondo appuntamento della rassegna: “Rer + Manbuhsa Double Bill”, una produzione di House of Ivona, per la regia e le coreografie di Pablo Girolami. Due spettacoli diversi portati in scena seguendo un unico flusso: “Manbuhsa” è stato creato immaginando due ragazzini che giocano in una risaia. Forgiata sui ritmi della musica, una relazione si crea tra i danzatori. Attraverso i movimenti, uno spinge l’altro alla scoperta del suo istinto naturale, un cammino vibrante di inconsapevoli emozioni, innocenza e giocosità. I performer si trasformano in gru, ragni, pavoni, per uno studio e una trasposizione sul corpo di peculiari danze animali. In “Rer” invece, drammaturgia di Karen Stenico per la regia di Girolami, un organismo si scompone per poi ritrovare l’unità. I performers si muovono in un esoscheletro di pizzo, ricercando il contatto ancestrale con la natura: sono fossili, foglie, animali, esseri primordiali.

Nei prossimi giorni inoltre Ramificazioni è anche partner del progetto Freak Out, a cura dell’associazione Collettivo Lagaam: un progetto dedicato all’accessibilità e all’inclusione nel mondo delle arti partendo dal linguaggio del corpo, che ha già fatto tappa in altre 5 regioni italiane, Lombardia, Abruzzo, Campania, Puglia, Sardegna.

Da sabato 4 novembre, in collaborazione con il Comune di Palmi e l’assessorato alle politiche sociali e alle disabilità e con Dracma – Centro sperimentale d’arti sceniche, 5 appuntamenti toccheranno la città di Palmi, tra spettacoli, laboratori, conferenze, in programma 4, 5, 6, 11 e 18 novembre. Un altro appuntamento, programmato per il 7 novembre, andrà invece in scena nella città di Lamezia Terme con il Liceo Statale Tommaso Campanella.
Tra il Teatro Comunale Manfroce e la Casa della Cultura Leonida Repaci andranno in scena talk, come quello dedicato alle professionalità anti-abiliste e non esclusive nel mondo del teatro e della danza, e laboratori esperienziali, che l’11 novembre coinvolgeranno come tutor anche Filippo Stabile, direttore artistico di Ramificazioni Festival.

Alle 17:30 di domenica 5 novembre – e in replica lunedì 6 novembre alle 9:30 – sul palcoscenico del Teatro Manfroce spazio allo spettacolo teatrale che costituisce il cuore del progetto, “Freak Out”, con Diana Anselmo, Monica Barone, Giorgio Bernini, Alessandra Cinque e Riccardo Olivier, 5 artisti con 5 corpi differenti tra loro esposti allo sguardo del pubblico per sfidare una tendenza, ormai consolidata, di giudicare un corpo con disabilità partendo da una presunta diagnosi medica e non dalla conoscenza e dalla relazione con la persona stessa. Uno spettacolo interattivo che prova ad essere accessibile a tutti, per distruggere la base degli stereotipi legati alla disabilità. (rrc)