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Le edizioni di Calabria.Live del 15 marzo 2026

Dai borghi e dalle aree interne può nascere una nuova economia per il territorio

di FRANCESCO RAO – Negli ultimi anni il dibattito sul futuro delle aree interne italiane ha assunto una centralità crescente nelle scienze sociali e nelle politiche pubbliche. In questo scenario la Calabria rappresenta un caso emblematico: una regione che, pur attraversata da fragilità demografiche ed economiche, custodisce un patrimonio culturale e territoriale di straordinaria densità simbolica e identitaria. Secondo le analisi più recenti del Rapporto Svimez, il Mezzogiorno continua a vivere una profonda contraddizione: da un lato una dinamica di crescita sostenuta anche dagli investimenti pubblici e dal PNRR, dall’altro una persistente perdita di capitale umano.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani hanno lasciato il Sud in cerca di opportunità lavorative, alimentando un fenomeno di mobilità che riguarda in particolare le fasce più qualificate della popolazione. Le proiezioni demografiche indicano inoltre che entro il 2050 la Calabria potrebbe perdere una quota significativa della propria popolazione residente, con effetti evidenti sull’equilibrio sociale ed economico dei territori.

Eppure, proprio in questo scenario apparentemente critico si apre uno spazio di riflessione sociologica e progettuale: quello che potremmo definire il paradosso delle aree interne. Territori segnati da spopolamento e marginalità economica sono, allo stesso tempo, depositari di un capitale culturale, paesaggistico e comunitario capace di generare nuove forme di sviluppo. Nel lessico della sociologia dello sviluppo locale, il patrimonio culturale può essere interpretato come capitale territoriale: un insieme di risorse materiali e immateriali – architetture storiche, tradizioni, paesaggi, identità comunitarie – che costituiscono la base per processi di valorizzazione economica e sociale. La Calabria, con i suoi centri storici medievali, le architetture religiose, i borghi arroccati tra Aspromonte, Serre e Pollino, rappresenta uno degli spazi territoriali più ricchi di questo capitale diffuso. Tali risorse restano spesso frammentate e prive di una strategia sistemica di valorizzazione.

È qui che il concetto di welfare generativo può offrire una chiave interpretativa e operativa. Il welfare generativo, infatti, non si limita a redistribuire risorse, ma mira ad attivare le energie sociali presenti nei territori, trasformando il patrimonio locale in occasione di partecipazione, innovazione e produzione di valore collettivo.

La valorizzazione dei borghi non può essere pensata come una semplice operazione di promozione turistica. Essa richiede la costruzione di una filiera territoriale integrata, capace di connettere competenze, professionalità e infrastrutture. In questo quadro entrano in gioco nuove figure professionali e nuovi modelli di cooperazione territoriale: informatici impegnati nella digitalizzazione dei percorsi culturali, economisti e progettisti dello sviluppo locale capaci di costruire modelli sostenibili di economia territoriale, comunicatori e storyteller in grado di raccontare i territori attraverso linguaggi contemporanei, guide turistiche e operatori culturali chiamati a trasformare la visita in un’esperienza autentica e partecipata. Accanto a queste professionalità si muove la filiera dell’accoglienza diffusa: alberghi, B&B, case vacanze, ristorazione locale e produzioni tipiche, che costituiscono un sistema economico capace di generare occupazione e attrarre nuove presenze. Affinché questo sistema possa esprimere pienamente il proprio potenziale, è necessario intervenire su un nodo strutturale spesso trascurato: la connessione territoriale. Le aree interne necessitano di infrastrutture materiali e immateriali – sistemi di mobilità interzonale, reti digitali, servizi di accessibilità – che consentano ai territori di uscire dall’isolamento e di inserirsi nei flussi economici e culturali contemporanei.

Le ricerche sociologiche mostrano sempre più chiaramente come i territori periferici possano diventare spazi di sperimentazione sociale e istituzionale. In diversi contesti europei i piccoli centri stanno assumendo il ruolo di laboratori di innovazione territoriale, dove la collaborazione tra istituzioni, imprese sociali, università e comunità locali genera modelli di sviluppo più sostenibili e inclusivi. In questa prospettiva i borghi calabresi non rappresentano soltanto un’eredità del passato, ma possono diventare infrastrutture culturali del futuro. Luoghi nei quali il patrimonio storico si intreccia con la creatività contemporanea, la ricerca accademica, le economie culturali e il turismo esperienziale. La Calabria, quando viene realmente attraversata e vissuta, rivela una complessità culturale e paesaggistica che spesso sfugge alle narrazioni semplificate. Recuperare e valorizzare questo patrimonio significa costruire una nuova narrazione territoriale capace di superare la retorica del declino e restituire centralità ai territori interni. Se inserita in un progetto di welfare generativo e di sviluppo territoriale integrato, la valorizzazione del patrimonio culturale può diventare una delle leve più promettenti per contrastare lo spopolamento e generare nuove opportunità per i giovani.

In fondo, la sfida delle aree interne non è soltanto economica o demografica: è soprattutto una sfida culturale e sociale. Una sfida che riguarda la capacità delle comunità di riconoscere il valore dei propri luoghi e di trasformarlo in progetto collettivo. Perché, come insegna la sociologia dei territori, quando una comunità riscopre il proprio capitale culturale non custodisce soltanto la memoria del passato, ma costruisce le condizioni per il futuro. (fra)

(sociologo, professore a contratto Università Roma Tor Vergata)