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Le edizioni di Calabria.Live di domenica 22 febbraio 2026

Disabilità e territori fragili: non è solo un problema sanitario

di FRANCESCO RAO – Una persona con limitazioni motorie o con patologie croniche che vive in un contesto urbano dispone normalmente di trasporti pubblici accessibili, servizi sanitari specialistici, assistenza territoriale strutturata e reti familiari mediamente più prossime. La stessa persona, collocata in un piccolo centro delle aree interne, si trova invece frequentemente ad affrontare lunghe distanze dai poli sanitari, difficoltà nei trasporti pubblici, carenza di specialisti sul territorio e liste d’attesa incompatibili con la necessaria continuità terapeutica. In questo scenario, la disabilità tende ad amplificarsi: non cambia la patologia, cambia l’ambiente sociale.

La sociologia delle politiche territoriali definisce questo fenomeno come effetto contesto, ossia la condizione per cui il medesimo diritto produce esiti differenti in funzione della struttura dei servizi disponibili. Il lavoro, anche per le persone con disabilità, rappresenta una conquista fondamentale in termini di autonomia personale, riconoscimento sociale e costruzione identitaria. Lo Stato italiano dispone, con la Legge 68/1999, di uno strumento normativo rilevante per favorire l’inclusione lavorativa attraverso il sistema del collocamento mirato e delle quote obbligatorie. Sul piano giuridico il modello è consolidato; sul piano territoriale, e in modo particolare nelle aree interne, incontra tuttavia una criticità strutturale rappresentata dalla debolezza del tessuto economico-produttivo. Dove il sistema economico è composto prevalentemente da microimprese, attività familiari e lavoro stagionale, la possibilità reale di inserimento lavorativo si riduce sensibilmente.

Si produce così una contraddizione sociale evidente: il diritto al lavoro esiste formalmente, ma il lavoro disponibile è insufficiente per renderlo effettivo. E quando il lavoro manca, viene meno uno dei principali fattori di autonomia personale, integrazione sociale e partecipazione alla vita comunitaria. Le prestazioni economiche rappresentano certamente una tutela necessaria ma non sempre sufficiente. In presenza di gravi limitazioni interviene il sistema delle provvidenze assistenziali per invalidità civile, che costituisce un presidio fondamentale di protezione sociale. Tuttavia, nelle aree interne tali prestazioni devono spesso coprire costi indiretti che non rientrano nei parametri ufficiali: spese di trasporto per cicli terapeutici, accompagnamento continuativo, ricorso a prestazioni private per evitare attese eccessive, nonché la riduzione del reddito dei familiari caregiver. Il risultato complessivo è che il sostegno economico formale rischia di non coincidere con la protezione sociale reale. Non si tratta dunque soltanto di povertà economica, ma di ciò che può essere definito povertà di accesso ai servizi. Un indicatore particolarmente significativo di questa disuguaglianza è rappresentato dai trattamenti di fisioterapia, indispensabili per garantire una qualità della vita dignitosa. Tra tutte le prestazioni sanitarie, la riabilitazione costituisce probabilmente l’esempio più concreto della distanza tra diritto riconosciuto e diritto effettivamente esercitabile. La fisioterapia non è una prestazione occasionale: richiede continuità, frequenza e programmazione. Quando per ogni seduta occorre percorrere decine di chilometri, organizzare accompagnamenti familiari e attendere mesi per una prenotazione, il sistema non fallisce formalmente, ma fallisce socialmente. È in questo spazio che si manifesta uno dei fenomeni più silenziosi e più gravi delle aree interne: la rinuncia terapeutica invisibile, che non compare nei report sanitari, non genera proteste immediate, ma produce aggravamento delle patologie, perdita di autonomia e aumento dei costi sanitari futuri. Ad essere maggiormente esposti a tali dinamiche sono gli anziani soli, che rappresentano oggi una delle nuove frontiere della fragilità territoriale. A rendere più complesso il quadro contribuisce l’aumento costante dei nuclei monocomponenti anziani presenti in molti territori interni calabresi, nei quali si registra una significativa presenza di persone che vivono sole, spesso con figli residenti fuori regione o all’estero per motivi di studio o lavoro. In questi casi anche una visita specialistica ordinaria può trasformarsi in un ostacolo concreto. La fragilità non deriva esclusivamente dalla condizione sanitaria, ma dalla combinazione tra età, isolamento sociale e distanza dai servizi.

Qui emerge con chiarezza un punto sociologico decisivo: la disabilità territoriale può colpire anche chi non è formalmente disabile. Uno degli strumenti più efficaci per fornire risposte concrete è rappresentato dalla co-progettazione tra Terzo Settore e i 31 Ambiti territoriali sociali della Calabria, anche attraverso l’utilizzo delle risorse del Fondo Sociale Europeo, valorizzando il welfare generativo come politica territoriale operativa. Se la criticità è sistemica, la risposta non può essere episodica. Il paradigma del welfare generativo diventa uno strumento per ripensare l’organizzazione dei servizi nelle aree interne, soprattutto nei contesti di maggiore vulnerabilità sociale. Non significa soltanto aumentare risorse, ma cambiare modello: mobilità sociale di cura programmata, servizi riabilitativi territoriali di prossimità, integrazione stabile tra sanità e servizi sociali comunali, reti comunitarie di accompagnamento. L’obiettivo non è moltiplicare interventi assistenziali, ma ridurre la distanza tra cittadini e diritti. Perché, nelle aree interne, la vera emergenza non è soltanto sanitaria o demografica: è l’accessibilità sociale ai diritti fondamentali. Gli abitanti di questi territori non chiedono privilegi. Chiedono condizioni minime di equità territoriale. Quando una persona rinuncia alla fisioterapia perché troppo lontana, quando un anziano non può raggiungere una visita specialistica, quando una persona con disabilità resta esclusa dal lavoro non per mancanza di competenze ma per debolezza strutturale del sistema produttivo locale, non siamo davanti a problemi individuali. Siamo davanti a un indicatore strutturale di disuguaglianza sociale.  Ed è proprio qui che si misura la capacità di un territorio di trasformare il welfare da strumento compensativo a leva generativa di sviluppo, coesione e dignità.