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Le edizioni di Calabria.Live dell'8 marzo 2026

Donne violate e abusate: l’8 marzo è ancora una chimera

di ANNA COMI 

L’8 marzo dovrebbe essere il giorno della consapevolezza e delle conquiste. Quest’anno, invece, porta con sé il peso di una battaglia che non possiamo permetterci di considerare conclusa. Le piazze che tornano a riempirsi al grido “solo sì è sì” raccontano molto più di una protesta: raccontano una richiesta di civiltà. Perché il cuore della libertà è il consenso. Non l’assenza di un rifiuto, non la dimostrazione di una resistenza, ma l’espressione chiara e libera di una volontà.

Il dibattito che si è acceso attorno al disegno di legge Bongiorno dimostra quanto questo passaggio culturale e giuridico sia ancora necessario. Per troppo tempo la giustizia ha chiesto alle donne di dimostrare il dissenso, quasi che la responsabilità della violenza dovesse essere provata da chi la subisce. Spostare il baricentro sul consenso espresso significa cambiare radicalmente prospettiva: riconoscere l’autodeterminazione sessuale come un diritto pieno e inviolabile, allineare finalmente l’Italia agli standard europei e allo spirito della Convenzione di Istanbul, ma soprattutto ridurre quella dolorosa vittimizzazione secondaria che troppe donne continuano a vivere nei tribunali.

Dire con chiarezza che senza consenso è violenza non è uno slogan ideologico. È un principio di civiltà giuridica e culturale. Significa affermare una cultura delle relazioni fondata sul rispetto reciproco, sulla responsabilità e sulla libertà. Significa dire alle nuove generazioni che il corpo e la volontà delle donne non sono mai un territorio ambiguo da interpretare, ma una libertà da riconoscere e tutelare.

Eppure la libertà delle donne non si difende soltanto nelle aule di giustizia. Si difende nella vita quotidiana, nella possibilità di costruire un progetto di vita autonomo, nel diritto a un lavoro stabile e dignitoso, nella possibilità di diventare madri senza essere penalizzate.

Da questo punto di vista l’Italia continua a mostrare ritardi profondi. Il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese resta tra i più bassi d’Europa: poco più del 52 per cento delle donne lavora, a fronte di una media europea che supera il 65 per cento. Dietro questo divario ci sono storie concrete: carriere interrotte dopo la maternità, dimissioni forzate, part-time involontari accettati per necessità. Ogni anno migliaia di donne lasciano il lavoro dopo la nascita di un figlio, spesso perché il sistema dei servizi e delle tutele non consente una reale conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.

Non è solo un problema economico. È una questione di libertà e di democrazia. L’autonomia economica rappresenta uno degli strumenti più forti di emancipazione femminile e uno dei principali argini contro la violenza e la dipendenza. Una donna che lavora e che può contare su diritti certi è una donna più libera di scegliere, più libera di dire sì e più libera di dire no.

Anche sul piano normativo, tuttavia, il cammino è ancora incompleto. Il congedo parentale e quello di paternità non sono ancora vissuti come diritti realmente paritari. Le recenti pronunce della Corte costituzionale hanno ampliato alcune tutele, riconoscendo ad esempio nuove possibilità di accesso ai congedi in situazioni familiari prima escluse, ma il quadro complessivo resta segnato da una distanza evidente tra principi e realtà. In Italia il congedo di paternità resta ancora troppo breve e culturalmente poco utilizzato, mentre il congedo parentale continua a essere fruito in larga maggioranza dalle madri.

Finché la cura dei figli e della famiglia continuerà a essere percepita come una responsabilità quasi esclusivamente femminile, l’uguaglianza nel lavoro resterà incompiuta. E con essa resterà incompiuta anche la piena libertà delle donne.

Per questo la battaglia sul consenso e quella per l’occupazione femminile non sono temi separati. Sono due facce della stessa richiesta di dignità. Entrambe chiedono alla società di riconoscere fino in fondo la libertà delle donne: la libertà di autodeterminarsi, la libertà di lavorare senza essere penalizzate, la libertà di costruire relazioni fondate sul rispetto.

Le piazze di questo 8 marzo ci ricordano che la strada da percorrere è ancora lunga. Ma ci ricordano anche che ogni conquista nella storia delle donne è nata da una presa di parola collettiva. E oggi quella parola è chiara e non può essere ignorata: il consenso non si interpreta, si ascolta. E la libertà delle donne non può più aspettare. (ac)

(Presidente dell’associazione Quote Rosa)