di PINO NANO – Ci sono incarichi che, per natura, non cercano riflettori. Eppure cambiano la realtà delle cose. Il Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale è uno di questi quando a ricoprirlo ci sono persone che del ruolo ne hanno fatto una missione per senso del dovere. Una funzione di “frontiera”, dove istituzioni, fragilità, sicurezza e dignità umana si prendono per mano e si toccano ogni giorno.
In Calabria, dal 21 gennaio 2025, questo presidio è affidato all’avv. Giovanna Francesca Russo e dal 23 dicembre 2025 è Lei a ricoprire il ruolo di Coordinatore nazionale del Forum dei Garanti regionali in seno alla Conferenza nazionale.
«Leggo questa elezione e ricevo questo incarico con grande senso di responsabilità e spirito di servizio. Sia chiaro, non è un traguardo personale, ma un risultato di squadra. È un impegno collettivo, rappresentare tutti i colleghi regionali ai quali sono grata per la fiducia accordatami. L’impegno che oggi mi sento di assumere è di lavorare ancora di più perché la tutela dei diritti in ogni luogo di privazione della libertà, sia sempre più concreta, uniforme e misurabile per tutti nessuno escluso. Mai come i
Prima volta per una donna. Prima volta per la Calabria.
È questo suo un incarico di particolare rilievo istituzionale, che per la prima volta viene affidato a una donna e, contestualmente, per la prima volta la guida del Forum nazionale è toccata alla Calabria. Dall’elezione del 23 dicembre scorso, l’avvocato Giovanna Russo, succede dunque a Bruno Mellano ex Garante delle persone private della libertà personale della Regione Piemonte.
L’elezione dell’Avv. Russo – questo è il primo commento che cogliamo nei palazzi della politica romana – rappresenta il riconoscimento del lavoro svolto da questa giurista e ricercatrice calabrese, di tutti questi anni nel campo della tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute o comunque private della libertà personale e, più in generale, “del valore di una presenza istituzionale competente, rigorosa e dialogante, capace di coniugare fermezza nella tutela dei diritti e collaborazione leale con le amministrazioni competenti”. C’è chi dice: “l’hanno vista arrivare e non l’hanno potuta fermare”.
La sua leadership è di metodo, benché molto selettiva, ama fare squadra. D’altronde ha un lungo percorso di formazione cattolica e un periodo accanto a un padre gesuita che tanti anni fa l’ha orientata al metodo ignaziano: “Prega come se tutto dipendesse da Dio. Lavora come se tutto dipendesse da te”, azione e fiducia.
Avvocato con un percorso professionale orientato alla protezione dei diritti umani e delle garanzie, Giovanna Francesca Russo, ricordo, è stata eletta Garante regionale in Calabria, all’unanimità dal Consiglio regionale nel gennaio 2025, dopo aver maturato un’esperienza significativa anche a livello territoriale come Garante a Reggio Calabria.
La sua nomina ai vertici del Coordinamento Nazionale del forum dei Garanti regionali dei privati della libertà assume anche un valore altamente simbolico e strategico, perché rafforza la centralità della Calabria nei luoghi di rappresentanza istituzionale nazionale e valorizza la leadership femminile in un ambito molto complesso e delicato, dove «competenza giuridica, capacità di ascolto, credibilità e autorevolezza – dice la stessa giurista reggina – sono decisive per costruire soluzioni, prevenire criticità e promuovere un sistema penitenziario più sicuro e umano nel quale la bussola sia sempre la Costituzione».
La traiettoria professionale di Giovanna Francesca Russo ha una coerenza rara: diritti umani, giustizia riparativa, mediazione dei conflitti, tutela dei vulnerabili non come etichette, ma come strumenti operativi.
Prima dell’incarico regionale, la studiosa ha svolto ruoli di garanzia anche a livello locale come Garante comunale per i diritti delle persone private della libertà personale a Reggio Calabria e Garante per i diritti umani nel Comune di Palmi.
Accanto all’esperienza istituzionale, la sua biografia restituisce una figura “di metodo”. Avvocato, Dottore di ricerca, docente e formatrice, impegnata in reti e organismi che lavorano su mediazione e politiche penitenziarie, con un’attenzione particolare alla dimensione europea e comparata. Nessuno ci crederebbe, ma il suo faro oltre a Falcone e Borsellino oggi è don Pino Puglisi, parroco del quartiere Brancaccio, il sacerdote palermitano ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, in una Palermo segnata da piaghe sociali profonde e dal dominio invisibile, ma onnipresente di Cosa Nostra.
– Se dovessimo chiedere a Giovanna Russo un augurio per questo 2026 appena iniziato cosa ci risponderebbe?
«In questi anni ho incontrato volti, storie, silenzi e attese. Ho visto la forza quotidiana di chi lavora nei reparti, spesso in condizioni difficili e carichi emotivi enormi che badiamo bene non significa debolezza di un Corpo dello Stato, ma peculiarità di una missione non pienamente conosciuta all’esterno. Ho ascoltato l’inquietudine di chi vive la detenzione e si misura ogni giorno con l’assenza, con le distanze, con il peso del tempo, con la paura di non farcela. Ho incrociato lo sguardo di chi cura, di chi educa, di chi orienta, di chi entra da volontario senza clamore e con serietà e un senso alto del servizio. E ho conosciuto anche l’ansia di chi esce: perché uscire non significa automaticamente essere accolti, e la libertà, se non è accompagnata da opportunità e sostegni, rischia di essere solo un’altra forma di solitudine. A tutte e tutti desidero dire: vi vedo. Vi riconosco. E vi ringrazio perché al di là dei ruoli siamo tutti donne e uomini chiamati a fare la nostra piccola parte nel mondo per servire la causa della giustizia».
– Avvocato Russo, la sua funzione è spesso definita “di frontiera”. Cosa significa, concretamente, essere Garante dei detenuti?
«Essere Garante, in Calabria o altrove, significa operare nel punto in cui lo Stato è chiamato a dare prova della sua solidità: nei luoghi della limitazione della libertà, dove diritti, sicurezza e fragilità convivono, anche al limite delle loro tensioni, ogni giorno. È una funzione di presidio della giustizia: ascolto, verifica, intervento, proposta. Non si tratta di “commentare” il carcere, ma di entrarci con competenza, metodo e continuità, dialogando con tutte le istituzioni coinvolte e mantenendo sempre una bussola: la dignità della persona e la legalità delle procedure».
– Lei insiste molto su un concetto, quello di “antimafia penitenziaria”, potremmo dire che da Garante è stata la prima a parlarne con coraggio. Di cosa parla esattamente?
«Parliamo del fatto che il carcere, e ne siamo consapevoli, può diventare terreno fertile per gerarchie e condizionamenti criminali e mafiosi. Antimafia penitenziaria significa impedire che le mafie conservino potere e controllo anche dentro gli istituti o peggio che espongano a sopraffazione criminale/mafiosa i detenuti più fragili. Non possiamo permettercelo. E questo non si fa solo con misure investigative e repressive: si fa con precetti chiari, tracciabilità, trasparenza, tutela effettiva dei più deboli, prevenzione dei soprusi e presidio costante della legalità amministrativa delle procedure».
– C’è chi vede una contrapposizione tra tutela dei diritti e sicurezza. Lei come risponde?
«È una contrapposizione ingannevole. Diritti e sicurezza non sono alternativi. Sono complementari. Un sistema penitenziario che funziona, che rispetta la legalità e garantisce dignità, è un sistema più sicuro anche per gli operatori e per la società tanto interna quanto fuori le mura. Il disordine invece produce tensioni, conflitti, violenze, e crea spazi dove può e si annidano poteri criminali. La sicurezza vera, invece, passa da principi applicati costantemente, procedure trasparenti, sanità efficiente, trattamento rieducativo concreto e cultura del dopo-pena ossia di risposte sociali adeguate a non ricadere nelle maglie della criminalità o per il sol fatto di tornare a delinquere. I numeri di ritrovamenti di oggetti introdotti illecitamente, telefonini, piazze di spaccio all’interno delle carceri, i fatti noti alla cronaca e le relazioni semestrali delle DIA e della DNA parlano chiaro. È l’alterazione di un sistema che vive criticità strutturali e che nelle non scelte operate per tempo hanno creato spazi a una criminalità, quella organizzata in particolare, che comanda sempre di più da dentro, a discapito di chi è più fragile e magari vorrebbe vivere il tempo della pena ripensando al proprio percorso di vita».
– Diventa un inferno anche il carcere?
«Qui andrebbe articolata tutta una riflessione sui circuiti detentivi, che le risparmio. Ma proprio con riguardo all’attuale situazione carceraria che ci tengo a sottolineare come fondamentali siano state le misure dell’attuale Governo di implementare sin da subito gli arruolamenti nel Corpo di Polizia Penitenziaria, il completamento della pianta organica dei funzionari giuridico pedagogici e nuovi concorsi per i Direttori. Procedure ferme da troppo tempo, inaccettabili per la tutela della nostra democrazia. Parlare di sicurezza è l’abc per la tutela della tenuta costituzionale della funzione della pena. Chi ribalta questo concetto strumentalizza o peggio non conosce le realtà quotidiane degli Istituti dove i poliziotti sono in prima linea a garantire quella speranza che è sigillo nel loro motto. Una narrazione distorta è pericolosa!».
– Quante storie…
«Posso dirle questo? Ho conosciuto tante donne e uomini appartenenti all’Amministrazione Penitenziaria, al Corpo di polizia, ed è anche grazie alle loro esperienze che impariamo a leggere meglio il carcere. Questo ruolo non puoi rivestirlo con presunzione, ma devi farlo con l’equilibrio del leggere scientificamente il mondo penitenziario e le sue complessità».
– Il suo mantra, la sua filosofia di vita, la sua mission morale è piena di riferimenti cristiani…
«Non esiste strumento di giustizia più alto al mondo se non la carne viva del Vangelo, a prescindere dalla nostra professione di fede, il Vangelo letto in chiave laica è il portale della Speranza, il codice di relazioni sane, il fondamento della giustizia giusta. Esistono due modi di rappresentare un ruolo: rappresentarlo e basta, oppure farsi carico delle responsabilità che ci vengono affidate senza girarsi dall’altra parte. Noi oggi siamo chiamati ad essere autentici servitori dello Stato e per questo non possiamo mettere a tacere la Parola di Dio, siamo servitori della Parola. L’espressione in parole opere e senza omissioni deve essere per noi l’orpello e il baluardo di un’identità solida e umile che pare essere divenuta mite. Non sono i tempi della mitezza, deve tornare a bruciare dentro di noi il forte vento del cambiamento, quello dello Spirito che guida le nostre quotidiane azioni. Quel vento che per il crimine è tempesta e per noi cattolici impegnati si fa leggera brezza nel cammino che siamo chiamati a percorrere».
– Posso chiederle perché proprio don Puglisi?
«Per mille motivi. Il killer lo attese davanti casa, lo chiamò per nome, gli sparò un colpo alla nuca. Don Pino, come lo chiamavano tutti, morì con un sorriso, quello stesso sorriso mite ma ostinato con cui aveva cercato, per tutta la vita, di scardinare il potere mafioso partendo dal basso, dai volti dei giovani, dalle famiglie dimenticate dallo Stato, dall’educazione come atto rivoluzionario. Oggi la sua morte non è stata vana, non è assenza, ma si fa costante presenza nella vita di ciascun cristiano impegnato. Anzi, ha segnato uno spartiacque: per la prima volta, la mafia assassinava un sacerdote per il suo impegno evangelico e sociale. Una ferita che si trasformò in seme di speranza. Beatificato nel 2013 come martire della fede, oggi don Puglisi rappresenta un simbolo non solo spirituale, ma profondamente civile. E la sua figura continua a porre una domanda scomoda e attualissima: qual è il ruolo delle istituzioni cattoliche di fronte alle sfide della legalità, della povertà educativa e della lotta alle mafie? Falcone e Borsellino, ricordati anche dal Presidente Mattarella nel discorso di auguri di fine anno, e per me figure cardine del mio cammino, entrambi parlarono della necessità di non arrendersi, di lottare nonostante la paura contro l’indifferenza e la corruzione, e di portare avanti il loro lavoro, vedendo nei giovani e nella collaborazione dei cittadini la speranza per un’Italia più giusta. Don Pino Puglisi perché, da cattolica impegnata, sento e credo molto nella costruzione di una coscienza civile, non con le armi, ma con il sorriso e la fede».
– Chi l’avrebbe mai immaginato sentirla raccontare in questo modo don Pino Puglisi…
«Vede, don Pino Puglisi non fu mai un rivoluzionario di piazza, o un urlatore di popolo per consenso. Era un sacerdote che non amava i riflettori, ma che scelse consapevolmente di essere un presbitero di frontiera. Rifiutò la carriera ecclesiastica per servire nelle periferie più abbandonate. A Brancaccio, dove la criminalità organizzata reclutava i giovani già dai banchi di scuola, e la Calabria di oggi non è tanto diversa dalla Sicilia di allora, o, più spesso, direttamente dalla strada — don Pino aprì il Centro “Padre Nostro”, offrendo un’alternativa concreta: doposcuola, teatro, sport, aiuto per le famiglie. Lui non “parlava contro la mafia”, come amava sottolineare, ma predicava il giusto, la narrativa del Vangelo sottraeva potere deviato e malato attraverso la cultura del bene, del bello e del fresco profumo della speranza. In fondo “La speranza vede l’invisibile – diceva Madre Teresa di Calcutta – sente l’intangibile e realizza l’impossibile».
«È bello che lei me ne parli in un giorno così importante per la sua vita professionale…
«Vede, a più di trent’anni dalla sua morte, le istituzioni tutte, le cattoliche ancor di più, credenti e non credenti, laiche e di qualsiasi altra professione, sono chiamate a una scelta di Fede chiara e inequivocabile: essere parte vera del cambiamento o rimanere spettatori. Non possiamo essere testimoni tiepidi delle ingiustizie. Lì dove ancora permettiamo che i diritti di uno siano declinati come favore di qualcun’altro ammettiamo anche involontariamente che la logica mafiosa e mafioide avanzi. Non possiamo permettercelo e non abbiamo tempo».
– Cosa vuol dire?
«Che non si tratta solo di condannare le mafie con parole forti durante le celebrazioni ufficiali, ma di agire nella quotidianità, attraverso scuole, parrocchie, oratori, associazioni, università, fondazioni, carceri, ospedali e ogni comunità dove si compie la vita di ciascuno di noi. Lo dobbiamo alla memoria di chi è stato trucidato per amore di giustizia, lo dobbiamo ai giovani da salvare perché è compito di ciascuno di noi toglierli dalle maglie della criminalità, dalla devastazione creata dall’uso di alcool e stupefacenti. Il business della droga è vendita di morte e devastazione, distruzione di intere famiglie e la borghesia non si senta esonerata. Dobbiamo impegnarci tutti su questo fronte, potrebbe essere il figlio di chiunque quel ragazzo da salvare. Dobbiamo essere più appetibili dei venditori di morte e della criminalità organizzata. Le gambe dei giovani, la loro voglia di crescere, la distorsione del racconto di cosa sia il potere diventa la forza delle mafie, da cosa nostra alla sacra corona unita passando per la dominante ‘ndrangheta, ma noi dobbiamo essere più competitivi di loro e già qualche azione concreta in Calabria in poco tempo l’abbiamo determinata».
– Cosa, per esempio?
«Penso al protocollo lavoro con capofila la Prefettura avviato grazie ai fondi dell’Assessorato alla formazione e lavoro della Regione Calabria, penso allo Sport e al quadrangolare di calcio del dicembre scorso con le squadre di calcio dei magistrati, dell’Agenzia Nazionale per i Beni sequestrati e confiscati, la polizia penitenziaria e i detenuti, prodromico all’istituzione del tavolo permanente sport e alle tante attività istituzionali in programmazione grazie a una sinergia istituzionale costante con il Consiglio regionale e con la Giunta regionale della Calabria».
– Da questa storia di violenza tutta palermitana cosa trae lei oggi per la sua vita e il suo lavoro?
«Sono tante le domande che mi pongo. In principio quando iniziai ad approfondire questa figura, forte dello studio che conduco da anni sul metodo Falcone- Borsellino, mi chiedevo perché anche don Pino fu lasciato solo, in fondo lui era un sacerdote, un’istituzione ecclesiastica. Perché colpirla? Per chi era davvero scomodo? Perché solo dopo la sua morte è stato avviato un percorso esplicito e coraggioso di condanna delle mafie? Perché molti, ancora oggi, preferiscono il silenzio all’annuncio profetico?
La beatificazione di Puglisi non è solo un atto di riconoscimento spirituale, ma un potente atto d’accusa verso l’omertà e l’inerzia di chi ha storicamente preferito l’ambiguità alla profezia, il compromesso al conflitto, la guerra alla pace. In molti quartieri del Sud, la criminalità organizzata ha goduto per anni e purtroppo ancora gode di una tacita legittimazione sociale, alimentata da inchini, riverenze sociali, da una sfida educativa che si limita a fare il suo senza interconnettersi per incidere sulle strutture della criminalità organizzata scardinandole. Forse trentadue anni dopo, don Pino ce lo chiede ancora e ancora e ancora e il mondo penitenziario non è affatto esente da questa sfida».
– Lei davvero crede che questa storia di don Puglisi possa accompagnarla in futuro e aiutarla nel suo nuovo ruolo?
«Don Pino Puglisi non ha lasciato formalmente un testamento scritto, ma la sua vita è Vangelo incarnato. E quel sorriso, offerto nel momento della morte ai suoi aguzzini, non è solo un mero gesto di fede, ma un atto di resistenza gentile. Il suo martirio interpella ogni cristiano, ogni istituzione, ogni cittadino. E chiede a gran voce che le istituzioni tutte, cattoliche in primis non smettano di desiderare il cambiamento, di formare coscienze per disarmare concretamente il malaffare. Perché? Perché, come lui stesso ricordava, il cambiamento non è solo possibile, ma è dovuto. È necessario. Personalmente credo che anche se ritenuti scomodi e impopolari, siamo tenuti a fare ciascuno la nostra parte nel mondo e che le Istituzioni tutte dobbiamo smetterla di essere tiepide con certe logiche. Non possiamo permetterci l’indifferenza del tanto ci penserà qualcun altro. No! Non è più possibile. Quindi per rispondere alla sua domanda credo fermamente nella capacità rivoluzionaria del quotidiano discernimento, mia nonna lo chiamava “atto di coscienza prima di andare a dormire”. Ma mi creda la logica è tanto semplice quanto potente: e se questo fosse fatto a me? Una domanda capace di ribaltare ogni individualismo e il più becero dei personalismi perché a voler esemplificare, se ci pensiamo, nessuno vorrebbe essere sopraffatto dall’altro».
– Un testamento di straordinaria forza morale anche?
«Vede, don Pino Puglisi oggi continua a parlare. Lo fa con la vita dei ragazzi salvati dalla strada grazie al suo esempio. Lo fa con la scelta di tanti sacerdoti e laici, operatori di giustizia che, ispirandosi a lui, hanno scelto di testimoniare il Vangelo nelle periferie dell’anima e delle città. Lo fa ogni volta che la Chiesa decide di non voltarsi dall’altra parte. Ma guai ad abbassare lo sguardo, la sfida resta aperta. Perché le mafie non sono sparite. Si sono evolute. Hanno affinato linguaggi, si sono infiltrate nelle pieghe della burocrazia, dell’economia, delle istituzioni e persino, purtroppo del linguaggio religioso. Perché la povertà educativa è ancora un’emergenza nazionale e ogni spazio di sicurezza che creiamo è un seme di giustizia che prima o poi germoglierà».
– Avvocato, più che il Coordinatore Nazionale dei Garanti regionali lei sembra molto più una religiosa, posso dirglielo?
Sorride, poi risponde: «Da ragazzina le confesso che ebbi il dubbio, poi compresi che la mia vocazione era diversa. Cercherò di essere più chiara. In un tempo in cui la società e anche la Chiesa è spesso accusata anche ingiustamente di autoreferenzialità, la figura di don Puglisi è un richiamo potente a un ritorno alle origini, all’essenziale: una Chiesa coraggiosa, umile, presente. Una Chiesa che non si limiti a condannare il male, ma che scelga ponti di bene, semi di bellezza che diventa forza dirompente. Azione disarmata e disarmante, dice Papa Leone. Nel ricordo dei 32 anni dal suo martirio, il miglior modo per ricordarlo è raccogliere il suo testimone senza se e senza ma. Ogni scuola che combatte l’abbandono scolastico, ogni oratorio che forma coscienze libere, ogni comunità che si oppone alla cultura dell’illegalità, ogni Chiesa che annuncia il Vangelo senza paura è un pezzo di città, di comunità e di Stato redento, che si salva. È la questione del bene e del male che ritorna costantemente nelle nostre vite e la scelta del da che parte stare. Ecco è questa la misura della mia dimensione istituzionale, per rispondere alla sua domanda».
– Tutto questo cosa c’entra con il mondo del carcere e dei detenuti?
«Più giovani salveremo fuori, meno persone avremo ristrette, più potere sottrarremo alle mafie, supportando concretamente la cultura dell’antimafia e i sacrifici di tutte le forze dell’ordine e della magistratura che non vanno additati per meri “repressori” del male ma sono eroi dei nostri tempi e orpello di sicurezza, più giustizia e più benessere sociale avremo per le nostre comunità.
Mi trovo costantemente a confrontarmi con uomini e donne al comando delle forze dell’ordine: Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Questure, Procure e mi creda in Calabria, perché è la dimensione territoriale che conosco meglio, ma in Italia tutta mi sento di dire, siamo davvero fortunati. Riscontro una grande attenzione alla vita e al benessere dei cittadini. Lavorano indefessamente per proteggerci e per tutelare i nostri diritti e la nostra quotidianità. Anzi, dovremmo avviare una campagna per i giovanissimi nelle scuole sin dai primi anni di istruzione: “adotta un’uniforme anche tu”. Chi lo dice che i bambini che dobbiamo sensibilizzare non possano essere di ristoro ai tanti sacrifici che questi Uomini e queste Donne compiono su strada o nei loro uffici? Invertiamo la rotta, andiamo nelle scuole, parliamo, ma – visto che ci troviamo – responsabilizziamoli alla cultura del potere sano, quello di tutelare la legge e quindi la tenuta della democrazia».
– Torniamo al Forum nazionale dei Garanti regionali dei detenuti?
«Certo. Quello che posso dirle è che è uno degli organismi interni della Conferenza Nazionale che svolge una funzione essenziale di confronto e di coordinamento tra le Autorità di garanzia territoriali in ogni regione italiana. Nei fatti, il Coordinatore ne convoca i lavori e rappresenta il Forum all’interno della Conferenza e nelle relazioni esterne. Come dire. Una sorta di Autority di coordinamento Nazionale a tutela e a difesa dei diritti dei privati della libertà e delle garanzie di legge per espiare in questi luoghi che sono luoghi di silenzio, di solitudine, ma a volte anche di rabbia e di violenza, le proprie colpe, se colpe hanno».
– Da dove si parte?
«Personalmente, prima della mia candidatura al Coordinamento Nazionale, ho condiviso con i miei colleghi delle altre Regioni un documento che ci ha trovati concordi, argomenti che avevamo già affrontato a Roma poche settimane prima: donare una disciplina organica, linee di indirizzo stabili per lavorare meglio, ma soprattutto dialogare con metodo e disciplina, nel merito delle tematiche che seppur da ruoli diversi ci accomunano tutti nell’impegno a tutela dei diritti umani. Non sono tempi in cui possiamo permetterci sterili proclami o peggio scontri divisivi. Le istituzioni tutte hanno l’obbligo morare ed etico di fare fronte comune e dialogare per trovare soluzioni, oggi non è ammissibile una strada diversa. E sinceramente le colleghe e i colleghi sono concordi e al contempo co-promotori di questa visione. Rafforzare la rete in dialogo con il Garante nazionale e l’intero Collegio, con l’Amministrazione penitenziaria e le sue articolazioni per realizzare insieme spazi di giustizia giusta e un reale welfare penitenziario».
– Avvocato, qual è, secondo lei, il “termometro” della civiltà istituzionale dentro un carcere?
«Il termometro è la garanzia dei diritti nella sicurezza del quotidiano. Il tema della sicurezza garantisce i più vulnerabili e chi lavora con e per loro. Se un sistema regge con le persone vulnerabili — chi ha disturbi psichiatrici, dipendenze, disabilità, chi è solo, chi non ha rete familiare — allora significa che regge davvero per tutti. La fragilità non è un tema marginale: è un punto centrale di tenuta del sistema. E quando non viene governata, esplode in eventi critici e di sofferenza, con ricadute su tutti».
– Quali sono le priorità operative che lei avverte come più urgenti?
«Le priorità sono quelle che rendono i diritti “esigibili” e non speculativi».
– A cosa allude?
«Alla tutela della salute in primis. Alla presa in carico sanitaria, alla prevenzione del disagio, all’accesso ai percorsi trattamentali, all’attenzione al rischio suicidario, e al rafforzamento della rete tra istituzioni. Sulla Sanità penitenziaria abbiamo molto da costruire, una tematica ancora più complessa, ma sulla quale in Calabria abbiamo una visione dalla quale ripartire. Nei prossimi giorni una riunione che sia metodo e delinei best practice anche alla luce delle recentissime nuove che giungono da Strasburgo. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) ha messo nero su bianco il nuovo standard per l’assistenza sanitaria dietro le sbarre, un testo che nasce da trentacinque anni di visite ispettive in tutta Europa. Siamo qui e in scienza e coscienza abbiamo trovato molti problemi, ma non ci siamo fatti scoraggiare e unendo le forze e le competenze tecniche intendiamo avviare un nuovo corso».
– E la Regione?
«Ma questo è anche un obiettivo del Presidente Roberto Occhiuto, maggiore trasparenza e legalità delle procedure che concernono il diritto alla salute dei più fragili, e come vede siamo qui per scrivere tutti insieme ciascuno per la sua parte di competenza una storia nuova. Dietro una riunione c’è monitoraggio, confronto sul campo, visite negli istituti, documenti da collazionare, ricostruzione storica degli eventi. Mi creda non è piaggeria, ma è metodo, è ricostruzione, è ripristino della normalità, che anche se lenta produrrà i suoi risultati. Poi esiste sempre lo sciacallaggio mediatico volto a screditare, ma questo approccio evoca metodologie criminali piuttosto che istituzionali».
– Lei si senta soddisfatta di tutto questo?
«No, perché vogliamo fare di più e meglio, ma consapevoli da dove siamo partiti e dalle resistenze eso-endo penitenziarie che questo percorso incontra anche per interessi illegittimi che una sanità mal funzionante potrebbe determinare in ambito penitenziario. Per il futuro, ed è quello che faremo, serve un lavoro strutturale, che vuol dire rete dei servizi, linee guida chiare, procedure standard, protocolli, strumenti di monitoraggio, indicatori, perché l’azione pubblica deve essere misurabile e migliorabile, norme chiare per le quali sono certa che lavoreremo senza sosta».
– Lei parla spesso di giustizia più efficiente, questo le costa spesso l’appellativo di essere un Garante rigido. Le ha creato inimicizie? Che legame c’è tra efficienza e legalità?
«Qualcuna sì, ma non abbiamo tempo per pensare agli odiatori seriali. L’efficienza è una forma di giustizia sostanziale. Una giustizia efficiente non è quella più dura, è quella che funziona, che decide in tempi congrui, che garantisce procedure corrette, che rende attuabili i diritti e non li lascia sulla carta. Quando lo Stato funziona bene, riduce spazi di arbitrarietà e disuguaglianze. E in territori complessi come il nostro, questo ha un impatto diretto anche sul contrasto alla criminalità organizzata. Non sono rigida, forse sono troppo rigorosa, ma con me stessa in primis. Sono solo consapevole che nel campo dei diritti umani e nel caso di specie delle tutele dei privati della libertà ruotano troppi interessi e serve riacquisire autorevolezza. Tutto ciò può essere affrontato e raggiunto con metodo, disciplina e tanto lavoro. Il Garante opera a favore dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà, istituti penitenziari, esecuzione penale esterna, REMS, comunità terapeutiche, strutture assimilate, strutture sanitarie per TSO, e in qualunque altro luogo di restrizione della libertà, RSA; CPR e camere di sicurezza delle Forze dell’Ordine (Polizia, Carabinieri, GdF) luoghi di trattenimento temporaneo per arrestati e fermati. Siamo consapevoli che dobbiamo avanzare anche una riforma normativa congrua ed efficiente altrimenti rischiamo di vanificare le tutele dei diritti e non possiamo permettercelo».
– Qual è il messaggio che vuole dare a chi lavora ogni giorno negli istituti: polizia penitenziaria, direzioni, sanità, volontariato?
«Il messaggio è di rispetto e di vicinanza istituzionale, dialogo e confronto. La garanzia dei diritti non è mai “contro qualcuno”, è un lavoro che deve migliorare la qualità del sistema per tutti, anche e soprattutto con sguardo attento per chi opera in condizioni difficili. Sicurezza e giustizia, dignità e legalità devono camminare insieme. E quando si costruisce un clima professionale, ordinato e trasparente tra le parti si proteggono non solo i detenuti, ma anche gli operatori. Siamo e saremo sempre in dialogo rispettoso con l’Amministrazione nelle sue varie articolazioni, con la Polizia Penitenziaria, i medici e con chi esercita funzioni sanitarie, perché sono il baluardo primo di legalità all’interno degli istituti e un Garante non deve mai rinunciare all’etica del rispetto istituzionale che ci si deve reciprocamente riservare. Anzi questo valore va recuperato. Solo così si costruiscono veri percorsi di tutela, soprattutto per i detenuti più fragili, in fondo Don Pino con un sorriso ha prodotto molta più bellezza di quanto potesse immaginare».
– Per lei il ruolo ha un peso nella sua vita personale?
«Alcuni ruoli ti cambiano inevitabilmente il quotidiano e comprimono a volte la qualità del tempo per le cose semplici che vorresti donare alla tua famiglia o anche solo a te stessa. Da credente le dico che i ruoli passano, mentre resta la credibilità delle opere che riusciamo a realizzare. C’è una frase di Paolo Borsellino che ho inserito nella mia tesi di ricerca del dottorato: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”.
Ecco, descrive il coraggio di restare, e di restare in Calabria, il desiderio di farcela anche per chi è dovuto andare via, la voglia di cambiare davvero le cose per i giovani e con i giovani che sono straordinari, il sogno di vedere sempre meno adolescenti rovinati dalle droghe, dall’alcool, dalla criminalità quindi da strade spesso senza ritorno. Quindi, per rispondere alla sua domanda, le dirò che il ruolo determina inevitabilmente rinunce che spesso nessuno vede, e di cui ci si fa carico per un fine comune più alto. Fa parte del cammino anche questo aspetto».
– Che cosa si sente di dire ai cittadini che guardano dall’esterno al carcere solo come “punizione”?
«Condividerei un punto semplice: la stragrande maggioranza delle persone detenute tornerà in società. Il modo in cui il carcere funziona incide sulla sicurezza di tutti. Se la detenzione è solo sofferenza e abbandono, aumentano i problemi e la recidiva. Se invece è sicurezza, legalità, cura, responsabilità e percorsi trattamentali, diminuisce la recidiva e quella persona anche se ha sbagliato potrà grazie a un percorso realmente trattamentale tornare ad una vita nuova. La giustizia migliore è quella che riduce le vittime future».
– Allora, avvocato Russo, tanti auguri a lei per il suo nuovo incarico…
«Li accetto molto volentieri, e mi consenta di ricambiarli. Anche voi fate una vita non sempre facile, e svolgete un ruolo di grande responsabilità come il mio. Comunicare con e per le persone. Anche questo ha rischi e difficoltà. Auguri infiniti anche a voi e grazie».







