di DOMENICO NUNNARI – A Reggio, città più popolosa della Calabria, dirimpettaia della sicula Messina, con cui forma il cerchio magico dello Stretto, c’è il clima giusto, di rivincita, entusiasmo, per guardare al futuro con la voglia di rinascita, di un nuovo inizio, lasciandosi alle spalle cinquant’anni di solitudine – cominciati con la rivolta del 1970 – e gli ultimi anni di amministrazione comunale senza slancio, visione, che non si farà rimpiangere.
La città della Fata Morgana ha l’urgenza di rimarginare vecchie ferite, inferte, a suo tempo, da un Governo nazionale (presieduto da Emilio Colombo, leader democristiano lucano, ma nato a Reggio) che pasticciò al punto – con la vicenda del capoluogo di regione – di mettere in guerra città consorelle. Ci fu l’aggravante, nella triste faccenda, di una politica cinica e miope della sinistra, guidata dal Pci, che regalò alla destra di Giorgio Almirante una rivolta spontanea, popolare, le cui radici affondavano nel risentimento antico – comune a tutto il Sud – per il non avere lo Stato (la Nazione) offerto le stesse opportunità di vita e di sviluppo abbondantemente concesse invece a città e regioni del Nord. Il Governo non capì, o non volle capire, e non lo capì o non volle capire neppure il Partito Comunista, che all’origine della protesta c’erano – oltre le ragioni sacrosante per il capoluogo regionale strappato – la non più sopportabile doppia andatura dell’Italia: una per il Sud e un’altra per il Nord. Hanno preferito, Governo e Pci, soffiare sul fuoco di una ribellione fatta diventare scontro municipalistico, senza vie d’uscita, senza ragionevoli mediazioni che sarebbero state necessarie. Fu una trappola per Reggio. L’incapacità di agire e di prendere decisioni giuste da parte del Governo e della politica, unite a viltà varie, e a una comoda indifferenza verso le ragioni di Reggio, scatenarono una guerra fra poveri, fra città consorelle. La storia del capoluogo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, già colmo di storiche trascuratezze e di diritti negati. Nello spirito originario della ribellione, c’era sicuramente la rivendicazione del riconoscimento di capoluogo regionale ma anche – implicito – quel mancato intervento-risarcimento dello Stato che sarebbe stato necessario – non solo a Reggio – per eliminare storiche disuguaglianze, ingiustizie, discriminazioni e politiche colonizzatrici. Il capoluogo ha solo acceso la miccia di una bomba che era pronta ad esplodere, nel Sud dimenticato ed escluso. Non vanno dimenticati, più o meno nello stesso periodo, i Fatti di Avola (1968) e di Battipaglia (1969): due dei più gravi episodi di rivolta nel Sud, nati come proteste operaie e contadine e sfociati in tragici scontri con le forze dell’ordine. Una “lettura”, non ideologizzata, delle rivolte di Avola e Battipaglia, e successivamente dei moti di Reggio, permette di intravedere, nell’esplosione della rabbia popolare, un’inedita frattura Sud – Stato, parallela alla frattura Sud – Pci, e Sindacato Cgil , che furono incapaci di capire e gestire le ribellioni meridionali, lasciando via libera – almeno nel caso di Reggio – alla destra, che egemonizzò la rivolta popolare. Queste cose, le disse il leader di Lotta Continua Adriano Sofri – non certo uno di destra – che si trovava a Reggio per seguire da vicino gli eventi: “Il più bel regalo che a Reggio poteva fare il PCI ai fascisti, è stato quello di tenersi in disparte, di non capire la protesta”. C’è da dire, ragionando in termini generali, che meridionalisti del calibro di Gramsci, Salvemini, Fortunato e Dorso, spiegarono – in tempi lontani – che dietro gli scoppi di rabbia nel Sud, c’erano sempre le colpe di una classe dirigente inetta; disagi profondi della popolazione e la trascuratezza dello Stato, sordo di fronte ad abusi e ingiustizie sociali. Più di mezzo secolo dopo la rivolta, non c’è più bisogno di scomodare meridionalisti e intellettuali, per lasciare la rivolta di Reggio alla storia, riconoscendo – con onestà intellettuale – tra le cause di quel moto popolare, vecchie vicende legate al Sud abbandonato, dimenticato. Solo la Chiesa, in quel momento drammatico, capì quale fosse il vero problema di Reggio. In città, c’era un santo vescovo piemontese, Giovanni Ferro [la sua causa di beatificazione procede, con i tempi della Chiesa], che comprese il popolo di Reggio e scelse da che parte stare, senza indugi. In un messaggio ai fedeli, pubblicato su “L’Avvenire di Calabria” del tempo, Ferro, riguardo alle proteste dei reggini scrisse: “Mi è apparso il volto autentico di Reggio, quello che rivela l’animo generoso di un popolo assetato di giustizia, ma paziente e forte, perché una grande fede ne illumina perennemente il cammino”. A Ferro, la cui causa di canonizzazione si sta svolgendo davanti al Dicastero per le Cause dei Santi in Vaticano, è stato recentemente assegnato alla memoria dall’Associazione per il Giardino dei Giusti di Milano, il titolo di “Giusto per l’Umanità. Prima di essere nominato arcivescovo di Reggio, Ferro, nella qualità di rettore del Collegio cattolico Gallio di Como, durante le persecuzioni razziali, salvò la vita, nascondendolo all’interno dell’istituto educativo, a un ragazzino ebreo di 14 anni, Roberto Furcht. Reggio, adesso, dopo cinquant’anni di solitudine, con un ultimo decennio che è difficile da raccontare, e sul quale sarà meglio stendere un velo pietoso, deve prepararsi a voltare definitivamente pagina. La rinascita di Reggio sarà un bene per la Calabria intera, regione che ha bisogno di armonia, riconciliazione, e non di conflitti. Bisogna avere – trasversalmente – fiducia nel nuovo sindaco, Francesco Cannizzaro, politici che come deputato ha lavorato bene, con passione, determinazione, intelligenza. Bisogna sostenerlo, spronarlo, incoraggiarlo; criticarlo, se necessario, evitando però bizantinismi, personalismi, ipocrisie, ideologismi, polemiche povere, senza significato.
A Reggio, non manca niente, per diventare una metropoli mediterranea, in grado di proiettarsi nel futuro, di guardare a nuovi orizzonti. Ha bellezza, storia, fede, sapere; ha un patrimonio culturale notevole, un eccellente stabilimento meccanico (Hitachi Rail Italy ex Omeca) di livello internazionale, specializzato nella realizzazione di treni per le ferrovie e le linee metropolitane che tutto il mondo conosce, per la loro qualità. Facciamo un elenco, breve delle potenzialità di Reggio.
Bellezza
Il leggendario paesaggista e scrittore inglese Edward Lear la definì “uno dei più bei posti visti sulla terra”. E non fu solo lui, ad esprimersi con tanta ammirazione ed entusiasmo. Altri, lo imitarono: viaggiatori e scrittori, più o meno famosi; e non sbagliavano certo nell’esprimere i loro giudizi, e neppure esageravano. Louis Courier, libellista e militare francese, in una lettera inviata alla sorella , in Francia, scriveva: “Siamo in fondo allo stivale, nel più bel paese del mondo”.
Patrimonio culturale e archeologico
Il museo nazionale archeologico, che ospita i famosi bronzi di Riace, è tra i più importanti del Mediterraneo e dell’Europa nel suo genere; a parere di alcuni autorevoli esperti viene ancor prima di quello di Atene, che è tra i più importanti al mondo. La rete dei siti archeologici, dove s’intrecciano insediamenti greci, romani e medioevali, ha un’estensione anche maggiore di Pompei. Il Piccolo Museo San Paolo, La Pinacoteca Comunale, il Museo diocesano e il Teatro Cilea completano la rete dei siti culturali.
Rete del Sapere: Università Mediterranea, Accademia di Belle arti, Conservatorio Musicale, Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA), Università per Stranieri (che bisognerebbe riportare alla missione originaria immaginata dal fondatore, onorevole Giuseppe Reale.
Mediterraneo
Adagiata sullo Stretto, dirimpetto a Messina, Reggio si trova al centro geometrico esatto del Mediterraneo (una posizione geopolitica strategica) e si affaccia su uno tra i più importanti crocevia marittimi del mondo: lo Stretto, ricco di storia, cultura e biodiversità.
Reggio, è una perla del Liberty italiano; è rinata, con questo stile dopo il devastante terremoto del 1908. Architetti famosi: Ernesto Basile, Camillo Autore e Gino Zani ne hanno ridisegnato il volto, fondendo l’Art Nouveau con le necessità della ricostruzione.
Il Lungomare intitolato a Italo Falcomatà, sindaco della primavera reggina, è il simbolo dell’anima della città. Secondo una vecchia leggenda, Gabriele D’Annunzio lo definì “il chilometro più bello d’Italia”. Anche se D’Annunzio non l’ha mai scritto o detto, è veramente il chilometro più bello, non solo d’Italia. È comunque il luogo dove la storia millenaria, la bellezza naturale e la voce dei poeti dell’area magica dello Stretto s’intrecciano, in un abbraccio unico al mondo. Derek Walcott, il poeta Nobel per la letteratura 1992, a Reggio nel 1996, per ricevere il premio internazionale Città dello Stretto del Rhegium Julii, dopo un’intervista al Tg1, sulla terrazza del Miramare, guardando incantato lo Stretto, disse che il mare di Reggio era bello come il suo dei Caraibi: “Da scrittore cresciuto nell’arcipelago caraibico dico che elemento comune con questo paesaggio, e quello della Grecia antica, è la presenza del mare”.
Madonna della Consolazione in questo nome sacro c’è la storia di una devozione singolare, forse unica in tutto il Mezzogiorno. La Madonna della Consolazione, ha da sempre un ruolo speciale nella vita spirituale di Reggio. È stata invocata nei momenti di calamità e difficoltà: guerre, carestie e pestilenze; portata in processione nei giorni della ribellione per il capoluogo. È, per tutti – non solo i credenti – un faro di pace e protezione, il simbolo di una città che in Lei si unisce, invocando conforto e speranza. Il suo titolo, “Consolazione”, esprime l’essenza della sua presenza: una Madre vicina che accompagna i fedeli nelle prove della vita quotidiana. Detto ciò, e prendendo coscienza di tanta ricchezza, per i reggini – in testa il nuovo sindaco Francesco Cannizzaro – è giunto il momento di produrre uno scatto di orgoglio, per superare un passato triste e grigio, che è meglio dimenticare. Un nuovo inizio, con un futuro che dipende da ciò che si comincerà a fare con la nuova amministrazione, può spronare la città ad invertire la rotta, a riconciliarsi con se stessa, con il resto della regione e del Paese, avviando anche un dialogo concreto e indispensabile con la dirimpettaia Messina. Immaginiamo una grande metropoli euro-mediterranea (Messina e Reggio insieme) che si possa chiamare “Città del Mediterraneo”? Sognare, non è proibito. Intanto è l’ora di uscire dalla solitudine, di lasciare quella che per molto tempo (e forse lo è ancora) è stata un’isola di infelicità: una città incompresa, malamministrata – salvo brevi primavere –, asfissiata da un sistema mafioso che condiziona la libertà dei cittadini e lo sviluppo; un sistema di cui bisogna liberarsi, con l’aiuto di uno Stato che dev’essere più governante, anziché inutilmente vigile con provvedimenti spesso più di facciata, che di sostanza. Quello che serve lo Stato faccia, per Reggio, la Calabria, non è solo l’intervento repressivo. Quel che realmente serve, lo ha suggerito qualche tempo fa in un articolato documento un gruppo di magistrati: “La lotta alla criminalità organizzata passa attraverso la rieducazione dei cittadini ad “abitare”, pienamente e liberamente, i territori […] Speriamo che nell’agenda del governo ci sia anche una riflessione […]. Ci auguriamo che siano previsti interventi incisivi che, accanto alla tradizionale logica securitaria, in sé insufficiente, aiutino i cittadini a ricreare luoghi dove realizzarsi, per ricominciare a pensare a Sud e verso Sud i loro progetti”. Non sono riflessioni sociologiche o filosofiche ma parole sagge pronunciate da chi spesso è lasciato solo a combattere la mafia, in avamposti sperduti e dimenticati. Reggio, in un futuro che può cominciare domani, potrà svolgere un ruolo fondamentale nel processo di sviluppo euro-mediterraneo; diventare testa di ponte dell’Italia e dell’Europa nel bacino mediterraneo. Serve solo che scocchi la scintilla collettiva capace di promuovere l’impresa della rinascita. Saranno determinanti l’università Mediterranea e gli altri centri del sapere nel futuro di Reggio. La sfida principale sarà formare i giovani all’eccellenza, mettendo in campo anche iniziative per trattenerli, valorizzando capacità e competenze. Un ruolo – trasversale – può svolgerlo la politica, che insieme alla comunità civile e sociale, ha la responsabilità di affrontare le sfide del nostro tempo confuso e disorientato, pieno di insidie. Tutti i parlamentari reggini – indipendentemente dallo schieramento cui appartengono –, Giusi Princi (unanimamente apprezzata a Bruxelles per le sue grandi capacità e risorse) in prima fila, dovrebbero sentirsi impegnati a contribuire – con una visione di vita democratica e civile comune – ad un cambiamento che comporti modificazioni strutturali profonde, e anche il gusto di una vita migliore per tutti. Dopo anni di sudditanza, Reggio, con una corresponsabilità coraggiosa, ha l’opportunità di diventare laboratorio politico nazionale. Le tensioni e le differenze, non devono intimorire, anzi possono – come dice il papa nella sua lettera enciclica, Magnifica humanitas – diventare energie creative, se orientate ad una responsabilità condivisa. È questa la sfida di Reggio, in un Paese ammalato di “polarizzazione”, virus deleterio che trasforma la politica in un’arena di scontro in cui spesso primeggiamo protagonisti insensati il cui cervello è turbato e offuscato dai neri vapori della bile.







