NELLA COERENZA DELLE CONTRADDIZIONI
SOLO LA CHIESA HA CAPITO L’AUTONOMIA

di MIMMO NUNNARI – C’è un aspetto non considerato nella polemica che si è accesa sulle conseguenze che comporterà l’introduzione dell’Autonomia differenziata se mai arriverà al traguardo e non riguarda solo la divaricazione Nord Sud che inevitabilmente si accentuerà malgrado le ipocrite rassicurazioni della Lega il movimento nato separatista che ha sempre avuto l’obiettivo di disarticolare l’unità morale sociale e politica del Paese.

Il traguardo sogno della Padania poco più di trent’anni dopo passando da Bossi a Salvini potrebbe ora essere raggiunto, paradossalmente con l’aiuto determinante di FdI: la forza politica erede di movimenti di destra e post fascisti che fino a poco tempo fa innalzavano orgogliosamente la bandiera dell’antiregionalismo e della patria unita.

Senza andare troppo indietro nel tempo, quando Giorgio Almirante, segretario nazionale del Movimento Sociale Italiano, affermava che le Regioni sarebbero state “carrozzoni clientelari e di potere” e votò contro la loro istituzione, insieme a liberali e monarchici, basterebbe adesso ricordare quando nel 2014 l’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni allora esponente di Alleanza Nazionale presentò in Parlamento un progetto di riforma costituzionale – insieme al collega Edmondo Cirielli, l’attuale viceministro degli Esteri – che prevedeva l’abolizione delle Regioni tout court.

È questa l’Italia: il Paese delle conversioni per opportunismo e per convenienza, del trasformismo e degli intrighi. Aveva ragione lo scrittore Guido Morselli: “Negli uomini, non esiste veramente che una sola coerenza: quella delle loro contraddizioni”.

È questa l’Italia alla perenne ricerca di stabilità e identità: Il Paese dove non si è mai riuscito a saldare moralmente e culturalmente – con un visione suprema dello Stato –  territori dalla Sicilia alle Alpi.

Oggi, sembra che tutti in Parlamento abbiamo dimenticato – anche i “45” senatori di centrodestra del Sud che hanno chinato il capo come i sudditi – che il fanatismo e l’egoismo delle leghe nordiste è un veleno che corrode la solidarietà di cui il Mezzogiorno e le aree più deboli hanno bisogno.

Solo la Chiesa sta parlando con chiarezza: “È questo un modo per diventare più solidali, sapendo del grande divario che c’è tra una parte e l’altra d’Italia”? ha commentato il segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin dopo il voto del Senato. E pochi giorni prima un avvertimento pesante era giunto da Matteo Maria Zuppi presidente della CEI: “Attenti i vescovi del Sud sono sul piede di guerra”.

La questione non è solo ciò che un domani potrà accadere ma ciò che sta già accadendo oggi, con uno scenario politico parlamentare terreno di scontro duro, come nell’epoca post risorgimentale e con i giornali nazionali che sulla scia di questa contrapposizione si schierano a favore o contro una causa, a sostegno o contro le forze politiche, tornando a quel vizio d’origine del giornalismo italiano che ha condizionato a lungo la sua funzione e il suo sviluppo, non solo nel ventennio fascista. Si sta facendo un tipo di giornalismo votato alle cause da sostenere, delle parti politiche da assecondare, e poco attratto dall’esigenza di informare con correttezza con il fine precipuo di comunicare notizie e di interpretare i gusti e le esigenze dei lettori e di informare a tutto campo. Anche per questo i giornali nazionali continuano a perdere lettori. Un secolo e mezzo dopo l’Unita’, i mezzi della comunicazione risentono ancora di quel vizio d’origine che malauguratamente si riflette nelle vicende storiche del Paese, anch’esse, per mancanza di visioni, tornate all’epoca dei contrasti e delle fratture politiche che allontanarono e oggi ancora allontanano il Mezzogiorno dall’Italia e dall’Europa, delegittimando i valori etici-politici dello Stato unitario. (mnu)

L’OPINIONE / Giuseppe Sera: Con autonomia si concretizza disprezzo del Governo per il Sud

di GIUSEPPE SERA – Registriamo, con sdegno ed incredulità, la violenza inarrestabile dell’attuale governo verso il sud e i suoi cittadini. Il sì del Senato al ddl sull’autonomia differenziata, approvato in Senato con i voti della maggioranza, sancisce in maniera inequivocabile il disegno, non tanto occulto, delle destre di creare un Italia a due velocità.

La non definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni produrrà per le tante Regioni del Sud Italia ingiustizie marcate e non giustificabili per un paese democratico. Tra le materie che le Regioni potranno gestire da sole ci sono: tutela della salute, l’istruzione, tutela e sicurezza del lavoro e perfino trasporto e distribuzione nazionale dell’energia.

Il divario incolmabile, per entità di spesa, tra le regioni del sud rispetto alle regioni del nord prefigura una situazione nella quale i più colpiti sono i cittadini sfortunati di una parte della Nazione. L’autonomia differenziata, senza prima aver armonizzato e avviato i Lep, può diventare un elemento di rottura della solidarietà di un Paese in ambiti essenziali come la sicurezza e la sanità; un cittadino italiano non può avere un destino diverso a seconda di dove nasce.

Infine risulta inquietante l’assurdo “silenzio assenso” di tutti i presidenti delle regioni del sud amministrate dalla destra i quali anteponendo gli interessi politici al bene dei cittadini dei loro territori partecipano con l’inganno al disegno funesto della Lega e degli alleati del governo.

L’unità d’Italia messa a rischio, non tanto negli aspetti territoriali, ma nei diritti dei cittadini, in contrapposizione a quanto uno Stato Democratico deve garantire nelle sue diverse manifestazioni.  Ed è proprio questa mancanza di responsabilità che impone una seria riflessione sulle azioni che siamo chiamati ad intraprendere per evitare che i nostri figli debbano rimpiangere il fatto di essere nati nel nostro meraviglioso Sud. (gs)

[Giuseppe sera è del gruppo Pd in Consiglio comunale di Reggio Calabria]

L’OPINIONE / Giuseppe Falcomatà: Ci siano restituite le risorse dei Fondi della Coesione

di GIUSEPPE FALCOMATÀ – Vorrei fare i complimenti per come è stato organizzato questo Consiglio comunale aperto, con un approccio costruttivo e concreto, da amministratori. Ho ascoltato con attenzione l’introduzione del sindaco Sandro Repaci, mi ha fatto riflettere sugli errori che spesso gli amministratori pubblici commettono rispetto al dibattito sul Ponte sullo Stretto, ossia non concentrarci su cosa ruota attorno a questa grande opera pubblica.

Un punto di vista ed una discussione che non si limita alla sola infrastruttura o ad un approccio influenzato prettamente dall’ideologia, tra chi è comunque ragionevolmente favorevole e chi allo stesso modo è contrario.

Fra i vari commenti, ho ascoltato quelli di chi, come rappresentanti istituzionali, aveva timore di avviare opere pubbliche per paura delle infiltrazioni mafiose. Non possiamo permettere a nessuno di dire che questo Ponte non unirà due coste, ma due cosche. Chi l’ha detto se ne deve assumere la responsabilità. Noi sappiamo cosa significa fare i sindaci, i consiglieri comunali, al Sud, in Calabria, nella nostra provincia, non servono le statistiche o gli elenchi dei amministratori minacciati per ricordarci quanto sia gravoso il nostro lavoro. Allo stesso tempo noi la criminalità la contrastiamo e faremo sempre di tutto affinché le necessarie opere pubbliche, per il bene collettivo, siano realizzate per i territori.

Oggi la domanda non è più: Ponte sì o Ponte no. Siamo già più avanti rispetto a questa domanda che poteva valere fino a quando il decisore politico non aveva ufficialmente attivato questo processo. Il dubbio che dobbiamo sciogliere ora è che ruolo giocare come Enti pubblici territoriali, decidere se subire la decisione oppure governarlo, da protagonisti, accendendo i fari su tutto quello che saranno le fasi di approvazione del progetto esecutivo, avvio lavori lavori e completamento. Questo è il nostro ruolo.

Per quanto mi riguarda, sul Ponte ci sono anche dei ‘no’ Ponte. Ad esempio diciamo no ai progetti ‘calati dall’alto’, senza il protagonismo dei territori. Diciamo di no ad un progetto che ci priva dei Fondi di Coesione, risorse che la Costituzione stabilisce che siano aggiuntive, e non sostitutive, per far crescere lo sviluppo di aree in difficoltà rispetto alle regioni più ricche. Ad oggi, invece, circa un miliardo di euro di fondi previsti per la Coesione, previsti per le regioni Sicilia e Calabria, stanno dentro il progetto del Ponte. Si tratta di risorse marginali se pensiamo all’investimento generale dell’infrastruttura, ma che risultano invece decisive per i nostri territori.

Non sono d’accordo su quanto dichiarato nei giorni scorsi dal viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, a Reggio Calabria, che quelle risorse sono state prelevate perché le Regioni Calabria e Sicilia non hanno capacità di spesa. Si tratta di un incidente istituzionale poco consono anche nei confronti di chi le governa.

Un altro ‘no’, infine, lo diciamo ad un Ponte che con il progetto scellerato dell’autonomia differenziata, rischia di voler unire un’Italia di fatto divisa, tra chi ha già tutto e avrà ancora di più e chi invece avrà sempre meno. (gf)

[Giuseppe Falcomatà è sindaco di Reggio]

L’OPINIONE / Filippo Veltri: Calderoli, l’ultimo giapponese

di FILIPPO VELTRI «È il maiale di prosciutti di Calderoli, ne ha un allevamento…»: la battuta di Pierluigi Bersani, l’altra sera ad Otto e mezzo di Lilli Gruber, fotografa alla perfezione quello che è successo, e sta succedendo, dopo il voto di martedì al Senato sulla così detta autonomia differenziata.

Rivoluzioni in piazza annunciate (De Luca), vergogne nascoste malissimo (i 45 senatori del Sud, a cominciare da quelli calabresi, che hanno votato a favore del provvedimento e che si sono beccati i secchi rimproveri al fulmicotone dell’Arcivescovo di Cosenza), per ora un vincitore certo. Dall’ampolla con l’acqua del Po raccolta sul Monviso (1996) all’autonomia differenziata del 2024 infatti il passo – politicamente parlando – è assai più breve di quanto non facciano pensare i quasi trent’anni trascorsi. Allora alla regia c’era Roberto Calderoli, e così è anche oggi: il vincitore vero, l’unico dei bossiani a essere sopravvissuto a tutte le stagioni della Lega.

Oggi è lui il grande vecchio che ancora muove le fila dentro una Lega che non è più il Carroccio di Alberto da Giussano, ma un partito che ha cercato di diventare nazionalista, salvo poi essere travolto dai veri nazionalisti di Giorgia Meloni. A Calderoli della «Lega Salvini premier» non è mai fregato nulla.

Lui, l’ultimo giapponese come l’ha definito il Manifesto, porta avanti il programma di sempre, una revisione in chiave economica delle macro-regioni dell’ideologo Gianfranco Miglio. In sostanza: l’autonomia fiscale del Nord, dopo che la secessione è stata superata e affogata dalla storia. «Teniamoci i danè»: il concetto si è dipanato attraverso mille forme in questi tre decenni, dal Parlamento di Mantova fino alla devolution, con i quattro saggi del centrodestra, riuniti nell’agosto del 2003 nella baita di Lorenzago di Cadore, poi bocciata dal referendum costituzionale del 2006.

Venne poi il federalismo fiscale  (2009), con i famosi decreti delegati che tennero prigioniero l’ultimo governo Berlusconi fino al 2011 e finì in un nulla di fatto. La crisi del 2011, l’arrivo del governo tecnico di Monti e dell’austerità (insieme al pareggio di bilancio in Costituzione) fecero infatti carta straccia del federalismo. 

Nel frattempo l’ultimo dei giapponesi si è però fatto più furbo: per l’autonomia niente più riforme costituzionali, meglio una legge ordinaria, dall’apparenza più soft. Zaia lo ha sempre pungolato, forte del referendum del 2017 che vide l’autonomia stravincere in Veneto e Lombardia. Alla fine il core business dei leghisti doc, al netto delle scampagnate di Salvini con Marine Le Pen, è rimasto lo stesso. 

Tornato al governo nel 2001, un Bossi assai più debole rispetto agli anni Novanta e più sottomesso a Berlusconi riuscì comunque a mettere in piedi, complici Tremonti e Aldo Brancher, quel meraviglioso teatrino dei 4 saggi  di Lorenzago (Calderoli, Nania di An, Pastore di Fi e D’Onofrio dell’Udc). Calderoli si presentò in bermuda di jeans e camicia bianca, abbronzatissimo. Fu lui a tentare di incastrare le due riforme, litigando con Nania di An sulla clausola per l’interesse nazionale. Cossiga, in vacanza in Cadore, benedisse i saggi a suo modo: «Mi inchino di fronte a questo concentrato di cultura e conoscenza…».

La montagna partorì il topolino: competenza esclusiva delle Regioni in materia di sanità, scuola e polizia locale. Nel frattempo Calderoli era diventato ministro delle riforme, al posto di Bossi colpito dall’ictus nel 2004. Da allora ha cambiato mille spartiti per suonare sempre la stessa musica: quella dell’autonomia del Nord. Si è fatto più prudente, non grida più «Bergamo nazione tutto il resto è meridione», non porta maiali sui terreni destinati alle moschee (Bersani non dimentica però), non ha perso la pazienza della mediazione, anche con le opposizioni. Ma il filo, in fondo lo ha riconosciuto lui stesso in questi giorni in Senato, è sempre quello verde che parte dal Dio Po. «Il nostro vero obiettivo politico, dai tempi di mio nonno Guido…».

Ora l’ultimo miglio alla Camera e poi si vedrà, in attesa che dal Sud parta davvero una mobilitazione che fin qui però nessuno ha visto. (fv)

SANITÀ, L’AUTONOMIA RIMANE INCOMPIUTA
SE NON SI GARANTISCONO LEP E FABBISOGNI

di ETTORE JORIO – Ovunque la gente muore di mala sanità o quantomeno passa le pene dell’inferno nel rintracciare un medico di famiglia che non ha più ovvero, ancora, ad “acchiappare” un esame diagnostico vitale, altrimenti programmabile a distanza di anni, spesso post mortem.

Ovunque gli anziani sono più soli che mai, e nella loro moltitudine maggioritaria nella nazione non hanno servizi adeguati e non trovano alcuno che garantisca loro l’assistenza sociale. Idem, con somma vergogna, per i disabili. Per non parlare di trasporti pubblici, latitanti e angusti a tutti i livelli; di una scuola che non lo è più; di rifiuti che rientrano per volume nelle abitazioni poste ai primi piani perché incontenibili sui marciapiedi; dell’ambiente degradato; del dissesto idrogeologico; del mare pieno di escherichia coli; di una sicurezza tanto in deficit sociale da far portare a casa qualche coltellata.

Per non parlare della condizione delle infrastrutture con ponti in pericolo e strade con voragini che conducono all’inferno. Ebbene, a fronte di tutto questo, pur di dimostrare di esserci, si fa il tifo perché le cose continuino così, con una spesa storica incapace di rendere servizi, buona solo a farci la cresta sopra. Insomma, invece di affrontare la mamma di problemi, la finanza pubblica, come meglio renderla strumentale a rendere i diritti fondamentali, ci si reinventa.

Con questo si prende a schiaffi la Costituzione, quella voluta di forza nel 2001 dal centrosinistra alla quale ha dato un ampio consenso referendario il Paese il 7 ottobre di quell’anno. Ma non ci si accontenta di ciò. Il centrosinistra maltratta il ddl predisposto e approvato dal governo Prodi il 3 agosto 2007 di attuazione del federalismo fiscale, un po’ prima che fosse mandato a casa. Dal quale testo uscì poi, con qualche miglioramento, quello di Calderoli che si tradusse nella legge 42/2009 con una votazione positiva di tutto il Parlamento, fatta eccezione dell’Udc.

A questa seguirono undici decreti delegati condivisi da tutto l’arco parlamentare, tra i quali quello (n. 168/2011) che affidava ai costi e fabbisogni standard, collaborati dal fondo perequativo in soccorso delle Regioni povere, la sostenibilità dei Lep. A proposito di questi ultimi, fatta eccezione per i malconci e inadeguati Lea venuti fuori a fine 2001 e rivisti a gennaio 2017, a nessuno è importato più dello zero (nel senso matematico).

A ricordarsene, con un mero ma confuso accenno perché messo in una relazione errata, Boccia nel suo Ddl del 2020 (Conte II) poi ripreso dalla Gelmini nel governo Draghi che, di fatto, hanno svolto lo stesso ruolo di Prodi. Testi gregari per Calderoli, che ne ha copiato tanto e migliorato parecchio portando così a casa il voto favorevole dal Senato il 23 gennaio scorso.

C’è da essere soddisfatti? Affatto. L’impianto legislativo è appena passabile ma positivamente condizionato alla definizione dei LEP e alla determinazione degli strumenti finanziari per sostenerli.

Il tutto, avvenuto nella confusione totale, nella totale inconsapevolezza di cosa si stesse facendo a partire dall’insediamento dell’attuale Governo: – Legge 197/2022, di bilancio per il 2023. Un obiettivo temporale per definire i LEP con scadenze ballerine, prima entro la fine del 2023, oggi del 2024 e chissà per arrivare fin dove; – L’affidamento ad una Cabina di regia politica con il mandato di determinarli al Clep. Un’invenzione che non va bene per raggiungere la mission di definizione dei Lep. Un organo pletorico che sta dimostrando la sua lentezza e la non adeguatezza a raggiungere velocemente lo scopo istituzionale. Individuare i Lep per materia non è roba da affidare, esclusivamente ad accademici, ai quali manca la duttilità della materia. I Lep sono materiale d’uso, in quanto tale non da racchiudere in schede che nel leggerle si ricava una grande lontananza dal pervenire a ciò che occorre al Paese per usufruire nel concreto dei diritti civili e sociali. I Lep costituiscono l’elemento basico attraverso i quali gli anzidetti diritti prendono forma esigibile e non già assumano circoscrizioni teoriche fini a se stesse; – Il tema nella sua completezza. Un disorientamento totale nel comprendere cosa occorra fare per finanziare il buon esito della partita. Meglio quanti soldi occorrono, una volta individuati, per renderli esigibili alla popolazione intera. E qui si apre il sipario delle fantasie che si leggono e si ascoltano. A proposito, si assiste al dramma della inconsapevolezza di chi pretende il costo delle dipintura dei muri senza neppure avere costruita la casa. Diventa, infatti, ridicolo ascoltare previsioni sia nefaste che stupefacenti.

Entrambe sono impossibili e incredibili sino a quando non si verifichino più cose: a) che vengano definiti i Lep per materie o gruppi di esse, al lordo delle trasversalità necessarie; b) che vengano per ogni materia individuati i fabbisogni delle singole regioni, con una chiara evidenziazione delle differenze negative che le distinguono sul piano delle povertà del gettito; c) che vengano determinati i costi standard per Lep o gruppi di essi; d) che sulla base degli anzidetti rilievi differenziati vengano determinati per Lep i fabbisogni standard cui dare certezza di copertura anche attraverso la perequazione verticale che occorre disciplinare e rendere praticabile previa la costituzione del Fondo. Un’esigenza irresponsabilmente silente in tutto il percorso pre-legislativo.

Solo così potrà farsi ciò che occorre, altrimenti continueranno competizioni sull’acqua calda. Ciò in quanto il regionalismo differenziato, per potervi accedere, è subordinato a tutto quanto evidenziato. Insomma, no Lep, costi e fabbisogni standard? No party! (ej)

[Courtesy Sanità24]

L’OPINIONE / Pietro Massimo Busetta: Lo schiaffo dal Senato al Sud un vulnus pesante all’unità del Paese

di PIETRO MASSIMO BUSETTAUn pugile suonato che non reagisce più. Ormai da anni, abituato a prenderle senza alcuna capacità di rispondere in modo adeguato, il nostro Sud non sa far altro che leccarsi le ferite. L’opposizione all’autonomia differenziata, approvata martedì in Senato, viene descritta come una battaglia di retroguardia, di chi non vuole cambiare per continuare ad essere assistito. 

Attaccato il Sud dai grandi quotidiani nazionali, l’autonomia si veste di una cornice di legittimità data da opinionisti che facilmente si schierano con il vincitore, e purtroppo anche i grandi maestri non hanno resistito al fascino  del potere, mentre i propri rappresentanti per non essere messi da parte, aderenti a partiti nazionali, non possono far altro che far buon viso a  cattivo gioco e sostenere a pappagallo la litania che così il Sud ci guadagna.

Una situazione irrecuperabile, vaso di coccio tra vasi di ferro in un Paese duale, nel quale conta come asso di picche quando la briscola è a denari, si dibatte nella sua incapacità di reagire, pestando l’acqua nel mortaio, con una popolazione che ha la sensazione che le problematiche non la riguardano,  tranne poi a scagliarsi contro l’ultimo degli infermieri in un pronto soccorso perché il servizio è da terzo mondo. Il che fare è una domanda complicata, confusi tra continuare a giocare a un tavolo che lo vede sempre perdente o  allontanarsi e andare fuori gioco. 

La cronaca di questi giorni ha le sue radici negli anni e nei mesi passati. Quando si è consentito alla Lega (sempre Nord) di essere l’unica forza territoriale. Guardando i notiziari televisivi ci si accorge che i principali ministeri sono nelle loro mani. E ci si deve sentire rappresentati da Giancarlo Giorgetti al Ministero dell’economia e delle finanze, o da un Roberto Calderoli al Ministero per gli Affari Regionali e le Autonomie. 

Dovrebbero essere i Ministri di tutti, invece giocano a favore di una sola parte e i goal che fanno non sono per l’Italia ma solo per il Nord. Il  tema di contare così poco, in un Paese così grande ed economicamente potente, di non avere il diritto ad un progetto di futuro nella propria terra, di dovere pensare solo all’aereo nel caso in cui ci siano delle patologie importanti, di convincere molti giovani che per risolvere il problema personale l’unico modo sia di emigrare, alla ricerca dei diritti, e come dar loro torto, è centrale. 

Che poi è quello che vuole la struttura produttiva del Paese, cioè di spostare le professionalità laddove la loro bulimia continua a creare posti di lavoro e opportunità interessanti, per  sentirsi cittadini con tutti i doveri ma anche i diritti. Pronta a strapparsi le vesti quando si dà  un’alternativa all’emigrazione, con un reddito di cittadinanza, di sopravvivenza. Pericolosa china quella sulla quale si sta adagiando il nostro Paese.

La possibilità che primo o poi la corda eccessivamente tirata  possa spezzarsi è molto alta. E in assenza di statisti, ma in presenza soltanto di gestori di una situazione complicata, la possibilità che alla fine invece di indirizzare il Paese verso traguardi importanti, come ha fatto Helmut Kohl in Germania,  ma che si gestiscano le forze in campo, é alta. In tale situazione le forze rappresentanti  del Sud sono estremamente deboli e quindi hanno poca rilevanza. 

Il lavoro di ricostruzione della consapevolezza di una popolazione sulla quale si è abbattuta la problematica della dispersione scolastica, la mancanza di lavoro, una criminalità dilagante, è molto complicato e richiede tempi lunghi. Tanto lunghi da consentire nel frattempo la desertificazione di una realtà importante per il Paese.

Di questo alcune forze non tengono conto. Non capiscono che lo schiaffo che è stato dato martedì al Sud non è uno shock elettrico dato   a chi non vuole caricarsi delle proprie responsabilità, quanto un vulnus molto pesante all’unità del Paese.

Bene hanno fatto i partiti della minoranza a sbandierare il tricolore in Senato, perché in realtà non è solo quello che viene strappato, ma anche la possibilità di essere il Paese un protagonista nell’Unione.

Perché lasciare nel freezer, congelato, il 33% della popolazione e il 40% del territorio e pensare di poter concentrare tutto nelle lande nebbiose bergamasche, bresciane o emiliane romagnole,  é da masochisti. Nulla di simile rispetto a quello che  ha  fatto la Germania per esempio. Che si é impegnata  per finalmente mettere a regime la ex Ddr. Diventando la locomotiva  d’Europa, ritornando ad avere ruolo di capofila nell’Unione.

Un Nord ricco che ha fatto prevalere con l’approvazione della legge sulla autonomia la teoria che il Sud é una palla al  piede, della quale bisogna liberarsi, lasciando affondare lo stivale da solo, sicuri che in questo modo la parte forte si salverà.  

Ma non capire che il venir meno di un mercato importante, instillare gocce di odio e di indipendentismo in un organismo fragile, é una operazione pericolosa, con risultati imprevedibili. L’effetto dirompente di una scuola con livelli diversi di apprendimento, dovute alla possibilità di pagare meglio gli insegnanti, il permanere di una sanità di qualità migliore che continui ad alimentare i viaggi della speranza, in sintesi la possibilità di dominare e fare le leggi che servono al Nord bulimico, grazie ad una possibilità di ricatto data da una forza territoriale senza la quale il Centro Destra non può governare il Paese, diventa pericoloso. 

Non si fermeranno qui, adesso cercheranno di far passare le gabbie salariali, forti di un supposto diverso costo della vita, che tiene presente gli affitti ma non il costo della mancanza di servizi. La domanda di che fare rimane insoluta, oltre alla denuncia e a lavorare per la crescita della consapevolezza c’è poco da fare. 

«Guai ai vinti» dice Brenno di fronte alle rimostranze di un senatore romano che si accorge che la bilancia che deve pesare l’oro é truccata. E i nuovi Galli non sono diversi da quelli del 390 a.c.  E a breve i loro centri studi, dimostreranno  con abbondanza di dati, come tutto questo avvantaggia il Sud. 

Ma é incomprensibile come un Sud sempre avvantaggiato, che utilizza le risorse del Nord, poi abbia un reddito procapite che è la metà di quello del Nord. Misteri della fede. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

L’OPINIONE / Paolo Bolano: Commissariare la Calabria?

di PAOLO BOLANO – Ho un’idea: commissariare la Calabria. Con l’approvazione dell’Autonomia differenziata possiamo chiudere baracca. Io non me ne intendo, sono uomo di periferia. Ma non avevano detto che prima venivano i Lep e poi l’Autonomia? Cioè, che per noi reggini, per esempio, prima si dovevano costruivano 62 asili, oggi ce ne sono tre, per pareggiare il numero di 65 asili, di Reggio Emilia, e poi, poi si passava all’Autonomia che oggi favorisce solo il Nord? Avete capito bene? Sempre in sintesi, lo Stato continuerà a finanziare per tenere in vita i 65 asili con, non so, 300 dipendenti e tutto il resto che voi avete capito, a Reggio Emilia, mentre nella nostra Reggio finanzierà tre asili con 10 dipendenti.

Avete capito bene come si combatte il divario? A questo punto io chiamo in causa tutta la classe politica calabrese e meridionale. Di tutti i partiti. E non solo quella di oggi. Alziamo il tiro. Capiamoci meglio. Dopo l’Unita’ d’Italia vi ricordate le industrie siderurgiche di Mongiana, Stilo? Lavoravano circa duemila operai prima dell’Unità fu chiusa in un batter d’occhio e trasferita a Terni. Quella classe politica corrotta non alzò un dito per fermare quell’operazione sporca. Ci fu il finimondo. Poi l’emigrazione dei nostri nonni verso le Americhe, altri presero la via della montagna ingrossando il numero di briganti.

Il divario economico creò grosse e insanabili difficoltà allo Stato Unitario. Vi ricordo che portò  alla guerra sociale “mancata rivoluzione agraria”, etichettata come “brigantaggio meridionale” che insanguinò tutto il Sud e scritto la pagina più vergognosa della nostra storia. Vi ricordo, infine, che il governo unitario rispose alla reazione popolare (brigantaggio) con leggi speciali (legge Pica).

Ci fu una vergognosa repressione, fucilazioni di massa senza processi ecc. ecc. Ergo, oggi io dico con questi risultati che sono sotto gli occhi di tutti noi, io dico: Commissariamo la Calabria. Forse anche il Sud. Il ceto politico e dirigente non ha retto secondo me alla prova di questi anni dell’autonomia regionale. Ha fatto poco o nulla per ridurre il divario col Nord.

Lo Stato ha la sua responsabilità, ma le regioni hanno la vera responsabilità del mancato sviluppo del sud. Con l’Autonomia siamo caduti dalla padella alla brace. Ancora oggi servono nuove forze politiche serie e oneste per affrontare la prova difficile dell’autogoverno regionale e la partecipazione al governo del Paese.

Io credo che per fare questo, alla prova dei fatti, bisogna commissariare la Calabria per una generazione, per consentire che si formi un ceto dirigente nuovo. I nostri eroi ce la faranno ? Ai posteri, per noi la storia si ripete e si ripeterà sempre senza un classe politica di serie A. (pb)

L’OPINIONE / Mimmo Nunnari: Sud, l’occasione perduta del Governo Meloni

di MIMMO NUNNARI – Condividere il progetto di Calderoli (Lega) sull’Autonomia differenziata senza che prima siano stati adeguatamente “risarciti” i territori meridionali per i secolari saccheggi subiti a favore del Nord significa obiettivamente schierarsi contro il Sud, cioè contro quel terzo abbondante del Paese storicamente lasciato ai margini della vita nazionale da tutti i Governi di tutti i colori politici.

Significa mettere il sigillo con la parola fine su una questione antica e mai risolta come quella meridionale risalente ai tempi ormai lontani del processo di unità nazionale. Perché questo sta accadendo e pochi se ne stanno rendendo conto. La questione del Sud passata senza che le sia stata prestata alcuna attenzione nel ventennio del regime fascista durante il quale il presidente del Consiglio Benito Mussolini preferì investire ingenti risorse pubbliche per colonizzare e modernizzare l’Africa sottraendole al Sud è continuata dopo anche nell’Italia libera nell’indifferenza dei Governi della Repubblica nonostante la Costituzione si ispiri ai principi di democrazia, di libertà, di eguaglianza e di pluralismo.

Ancora oggi di conseguenza il Paese con il più grande patrimonio culturale del mondo e una grande tradizione umanistica da nord a sud continua a essere considerato lesempio più tipico quanto incomprensibile di due Stati in uno. Un’anomalia, in tutto l’Occidente democratico. Che questo ambiguo capitolo di storia italiana si stia ora chiudendo definitivamente, e nel peggiore dei modi, cioè senza un sostanziale tentativo di riequilibrio economico e sociale tra i territori, prima che diventi realtà la mascherata secessione del Nord, è un punto di non ritorno, forse non compreso nella sua importanza storica dalla politica, dai media e dagli intellettuali. Il Governo Meloni si sta cucendo addosso la pagina di storia della disintegrazione del Paese: quella che riporta l’Italia all’epoca preunitaria degli staterelli.

Chi vivrà vedrà cosa ci sarà scritto nei libri di storia fra cinquant’anni o cent’anni. Magari ci sarà scritto che ha vinto un leader che si chiamava Umberto Bossi l’uomo che sognava la secessione del Nord. Aveva la la grande occasione di passare alla storia riavvicinando il Sud al Nord, Giorgia Meloni, e l’ha persa. Accettando i disegni leghisti ha finito con l’accettare l’idea che la questione del Sud è qualcosa di immodificabile, come immodificabili di conseguenza sono le diseguaglianze territoriali. Va detto per onestà intellettuale che non è che il primo Governo di destra della storia repubblicana stia facendo peggio dei Governi del passato, rispetto al Sud; anzi, c’è chi a sinistra ha fatto molto più male inseguendo il Nord per tattica politica allo scopo di scavalcare la Lega e prendersi il merito di una rivoluzione istituzionale in senso federale: vedi lapprovazione infausta del titolo V della Costituzione che ha dato allo Stato una fisionomia più federalista. 

Ma adesso, con l’Autonomia differenziata in dirittura d’arrivo, ci sarà una svolta sulla questione meridionale che farà definitivamente la differenza col passato. Si sancirà , in sostanza, con l’Autonomia non preceduta da un giusto riequilibrio territoriale, che l’annosa questione del Sud diventa irrisolvibile, e perciò è come se fosse inesistente. Tutto ciò sta per accadere paradossalmente con una presidente del Consiglio come Giorgia Meloni interprete di una destra nazionalista che tenderebbe nel suo progetto politico a teneri uniti gli italiani poggiando sull’idea del binomio patria e nazione.

Che nel retroscena di tutto ciò ci sia un neppure tanto nascosto patto di scambio tra reciproche convenienze [autonomia per la Lega e premierato per FdI] è la conferma che siamo sempre nell’Italia Paese dell’identità malcerta, dell’unità incompiuta, dell’astuzia machiavellica e di quel realismo politico un po’ provinciale che porta a fare ciò che conviene al di là della morale, delletica o del bene comune. 

Comunque vadano a finire i progetti di riforma dell’Autonomia e del premierato – e non è detto che vadano in porto – resta il fatto che il Governo Meloni perde l’occasione che sarebbe stata storica di riequilibrare  i rapporti disarmonici tra le aree arretrate e le aree avanzate del Paese e in più non tiene conto delle ragioni che avevano convinto l’Europa a concedere all’Italia l’importo più elevato del Recovery Fund tra i Paesi Ue, proprio per  riportare il Sud dell’Italia ai livelli di autosufficienza e di sviluppo degli altri territori della nazione. (mnu)

Il Pd Calabria: faremo battaglia senza sosta per bloccare la secessione della Lega

«Siamo davanti all’attacco più grave e subdolo lanciato all’unità del Paese e al Meridione d’Italia», ha denunciato il gruppo Pd in Consiglio regionale, a seguito dell’approvazione, in Senato, dell’autonomia differenziata elaborata dal ministro Roberto Calderoli.

«Il centrodestra, pilotato dalla Lega di Matteo Salvini, ha ottenuto il via libera al Senato al progetto di autonomia differenziata che scava un solco incolmabile fra le Regioni del Nord e quelle del Sud, creando cittadini di seria e di serie b», hanno continuato i dem, evidenziato come «con un tentativo maldestro di confondere le carte, affermando che l’autonomia in Costituzione l’avrebbe inserita il centrosinistra, il governo Meloni paga la sua cambiale alla Lega per avere in cambio il sì alla riforma del premierato e potere affrontare le elezioni europee con trofei da esibire sui palchi dei comizi».

«Sulla pelle degli italiani e dei cittadini del Sud il governo Meloni – hanno proseguito i dem – il più antimeridionalista della storia d’Italia, continua dunque a perseguire esclusivamente i propri interessi calpestando diritti fondamentali e aumentando le disparità. L’ultimo report di Gimbe sulla migrazione sanitaria ha mostrato, numeri alla mano, gli effetti devastanti dell’autonomia differenziata sulla sanità nelle Regioni del Sud. E il presidente Cartabellotta ha espresso il suo apprezzamento per il lavoro del gruppo del Pd sul tema».

«Eppure il governo continua a fare orecchie da mercante – hanno detto ancora – con la complicità inaccettabile dei governatori delle Regioni meridionali e dei parlamentari di centrodestra del Sud che stanno svendendo i diritti dei loro elettori. Il Pd come dimostrato dall’opposizione esercitata a palazzo Madama, e dall’intervento del senatore Nicola Irto, darà battaglia fino in fondo, coinvolgendo tutte le forze sane della società, per bloccare una riforma dannosa, classista, divisiva che potrebbe segnare il punto di non ritorno per il Meridione e per il futuro del Paese». (rrc)

Irto (PD): Via libera in Senato all’autonomia un colpo micidiale ai diritti dei cittadini

Il senatore del Pd, Nicola Irto, ha definito l’approvazione in Senato del ddl sull’autonomia differenziata «il momento più buio di questa legislatura».

«È un colpo micidiale – ha aggiunto il parlamentare dem – ai diritti dei cittadini, che produrrà ingiustizie devastanti perché non sono stati definiti i Livelli essenziali delle prestazioni; perché tra le materie che le Regioni potranno gestire da sole ci sono: tutela della salute, istruzione, tutela e sicurezza del lavoro e perfino trasporto e distribuzione nazionale dell’energia».

Riguardo allo stesso disegno di legge, Irto ha poi spiegato: «Non c’è un solo centesimo per ridurre i divari esistenti tra Sud e Nord e c’è il rischio di creare un Paese dove ci saranno giovani più o meno fortunati sulla base del luogo di nascita. Tutto questo è inaccettabile. Continuiamo a lottare, ma il governo e la sua maggioranza hanno già deciso di spaccare l’Italia».

In Aula, i senatori del Pd hanno esposto cartelli con il Tricolore. Secondo Elly Schlein, segretaria dei dem, «Meloni passerà alla storia per aver spaccato l’Italia» e occorre una «mobilitazione forte anche fuori dal Parlamento».

«Con il Barattelum di Calderoli – ha dichiarato Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato – ci saranno territori e cittadini di serie A e di serie B. Noi lotteremo contro questo disegno disposti ad arrivare fino al referendum». Chiara Braga, capogruppo del Pd a Montecitorio, ha annunciato un’«opposizione durissima alla Camera». (rrm)