Irto (PD): Via libera in Senato all’autonomia un colpo micidiale ai diritti dei cittadini

Il senatore del Pd, Nicola Irto, ha definito l’approvazione in Senato del ddl sull’autonomia differenziata «il momento più buio di questa legislatura».

«È un colpo micidiale – ha aggiunto il parlamentare dem – ai diritti dei cittadini, che produrrà ingiustizie devastanti perché non sono stati definiti i Livelli essenziali delle prestazioni; perché tra le materie che le Regioni potranno gestire da sole ci sono: tutela della salute, istruzione, tutela e sicurezza del lavoro e perfino trasporto e distribuzione nazionale dell’energia».

Riguardo allo stesso disegno di legge, Irto ha poi spiegato: «Non c’è un solo centesimo per ridurre i divari esistenti tra Sud e Nord e c’è il rischio di creare un Paese dove ci saranno giovani più o meno fortunati sulla base del luogo di nascita. Tutto questo è inaccettabile. Continuiamo a lottare, ma il governo e la sua maggioranza hanno già deciso di spaccare l’Italia».

In Aula, i senatori del Pd hanno esposto cartelli con il Tricolore. Secondo Elly Schlein, segretaria dei dem, «Meloni passerà alla storia per aver spaccato l’Italia» e occorre una «mobilitazione forte anche fuori dal Parlamento».

«Con il Barattelum di Calderoli – ha dichiarato Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato – ci saranno territori e cittadini di serie A e di serie B. Noi lotteremo contro questo disegno disposti ad arrivare fino al referendum». Chiara Braga, capogruppo del Pd a Montecitorio, ha annunciato un’«opposizione durissima alla Camera». (rrm)

NIENTE AUTONOMIA SE NON ATTUANO I LEP
E UNA EQUA DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE

di PIETRO MASSIMO BUSETTADue linee contrapposte si stanno portando avanti in una incoerenza difficile da capire. Da un lato l’autonomia differenziata che va nella linea di un federalismo accentuato. Dall’altro una centralizzazione che sta portando, sembra, buoni risultati. 

L’una e l’altra sono criticate dall’opposizione, come è normale che sia. Ma guardiamo al comportamento della maggioranza per capire qual è il filo rosso che lega alcuni atti di governo. Cominciamo dall’autonomia differenziata. Essa prevede che ogni Regione si faccia Stato. Che ognuno gestisca le risorse che produce senza interrelazioni con le altre regioni, tranne a fornire a un fondo di solidarietà nazionale poche risorse di volta in volta concordate. 

Oggi accade invece che non sia la regione il riferimento al quale guardare per calcolare le risorse che ognuno si deve tenere. Il meccanismo funziona nel senso che ciascun individuo paga in relazione al proprio reddito, con una tassazione proporzionale, allo Stato centrale. E che poi questi distribuisca le risorse in funzione di una spesa pro capite uguale per tutto il Paese. Quindi ognuno paga in funzione della propria capacità contributiva e le risorse vengono destinate indipendentemente dalla residenza di chi contribuisce.

Per esemplificare meglio non è che se il Veneto ha un reddito medio pro capite molto più elevato delle altre Regioni, e quindi un prelievo fiscale più alto, vorrà dire che avrà delle scuole o una sanità migliori di quanto non ne abbiano le altre Regioni.

È il principio per il quale il milionario ha un prelievo fiscale molto più elevato del barbone, che invece non paga nulla, ma ha diritto ad avere una sanità pubblica uguale a quella a cui ha  diritto il barbone. In realtà questo principio garantito dalla Costituzione in Italia non è applicato in modo corretto, perché si è fatto riferimento per la distribuzione delle risorse alla spesa storica, che si è dimensionata nel tempo in modo diverso nelle varie realtà.

Per cui, già adesso e da anni, vi è una differenza di oltre 60 miliardi tra una spesa pro capite uguale e quella effettiva effettuata nel Centro Nord e nel Mezzogiorno. L’altro approccio in contrasto assoluto con il federalismo fiscale richiesto dalla Lega è il centralismo, sul quale si è incamminato in particolare Raffaele Fitto sia per quanto attiene alle Zes, sostituita dalla Zes unica, sia per quanto attiene al fondo di sviluppo e coesione.Si  assiste cioè ad una forma di centralizzazione, opportuna e virtuosa, se l’alternativa dovesse essere quella di perdere le risorse.

Il Ministro si è accorto che se avesse lasciato le cose come stavano, in mano alle Regioni, la spesa si sarebbe fermata e il rischio di non incassare le rate del Pnrr sarebbe stato elevatissimo. In tale logica ha poi guardato alle altre risorse comunitarie per evitare che continuasse ad accadere che venissero spese con molto ritardo o addirittura venissero perse. Certamente vi è uno spostamento di risorse da progetti che avevano difficoltà a essere messi a terra ed altri invece che avevano una possibilità di realizzazione molto più elevata.

In tutto questo attenzione a non abbassare la guardia circa la distribuzione delle risorse nelle diverse parti del Paese, perché la cosa più facile è che il Nord riesca a spendere e il Sud no. Ma questa non può essere una buona ragione per tradire la ratio delle risorse comunitarie, che sta proprio nell’obiettivo di ridurre le differenze tra aree. 

Ritornando all autonomia differenziata l’approvazione dell’emendamento di Fdi che prevede che, prima di delegare funzioni e risorse alle Regioni si debba prevedere l’attuazione dei Lep, cambia le carte in tavole e le prospettive. 

Tale emendamento non solo é opportuno ma indispensabile, se non si vuole creare o meglio consolidare un rapporto tra una Madre Patria ed un’altra parte che rimane  Colonia, nella quale i diritti dei cittadini non sono equiparati a quelli di coloro che vivono nella realtà più avvantaggiata. Si spera tutto passi  con tale vincolo, che non può essere ovviamente a bilancio invariato, considerato che invece per avere livelli essenziali, non dico uniformi come sarebbe giusto, sono necessarie risorse importanti. 

Ma è anche chiaro che se il vincolo dovesse essere anche quello di avere i Lep attuati prima di qualunque devoluzione la situazione rimarrebbe invariata. Cioè in realtà quella che abbiamo oggi, per la quale le risorse che arrivano nelle parti più ricche sono maggiori, però tale distribuzione è incostituzionale. 

Cambiare la spesa storica, adottando livelli essenziali per tutti, prevederebbe una crescita del Pil molto più consistente di quelle previste. E nel caso in cui si dovesse attuare, invece, con le crescite a cui siamo abituati le regioni ricche dovrebbero cedere quote di welfare a favore di quelle più povere. Redistribuzione impensabile senza sconvolgimenti sociali.

Ma certamente un merito questo affondo della Lega lo ha avuto ed è quello di aver fatto capire e diventare posizione condivisa la reale distribuzione delle risorse. Aver fatto chiarezza su un fatto fondamentale e cioè che quello di un Sud che assorbiva risorse infinite é una favola metropolitana, un mantra di bugie, accreditate per poter giustificare un Nord bulimico che tutto prende e tutto assorbe. 

Un diverso approccio nella distribuzione di risorse tra le diverse parti del Paese non è né semplice né scontato. Abituarsi da parte del Nord a non essere prevalenti in qualunque azione del Governo, che si tratti degli investimenti in infrastrutture, o quelli nella sanità, o quelli nella scuola, o nell’avere il monopolio della localizzazione delle agenzie internazionali, piuttosto che una presenza dominante nella comunicazione della Rai pubblica, non è facile. 

Senza voler dire che il rapporto è di tipo coloniale, non si può non ricordare che laddove le grandi democrazie occidentali hanno perso le loro colonie è stato necessario che i movimenti indipendentisti ricorressero alla mobilitazione non sempre pacifica.

Difficile far alzare qualcuno, che è seduto su una bella poltrona, e farla condividere con mezzi cortesi e affettuosi. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

L’AUTONOMIA TRA CONFUSIONE E DIVISIONI
SI LAVORI PER GARANTIRE I LEP E I DIRITTI

di ETTORE JORIOIl regionalismo differenziato è arrivato in Parlamento il 16 gennaio scorso nel testo del ddl Calderoli così com’è uscito implementato alla prima Commissione permanente-Affari costituzionali del Senato.  A sfavore delle aspettative ci sarà un lavoro lungo e difficile, considerati i poco meno di 330  emendamenti proposti dalle minoranze e il dibattito fuori aula che sta assumendo toni accesi e, invero, sviluppando argomentazioni spesso fuori luogo e tema.

Autonomia differenziata, ma legislativa

La disputa sul regionalismo asimmetrico, in verità fondata su argomentazioni confuse, fa nascere l’esigenza di una più generale chiarezza interpretativa e attuativa della Costituzione, violata da quella propria della più accesa competizione politica, spesso fine a se stessa. Prima fra tutte quella afferente alla sua denominazione  da considerarsi quantomeno impropria, se non addirittura coniata leggendo (forse) una Costituzione che non è la nostra. 

Viene, infatti, sostenuta una definizione per metà contraddittoria e per l’altra ridondante. Come se l’autonomia non lo fosse già sufficientemente di suo per essere definita tale. Supporre di rafforzarla con l’aggettivo qualificativo “differenziata” è come non ritenerla già tale per suo conto, come se il governo degli enti regionali dipendesse da terzi. Non è così. Lo si poteva, tutt’al più, immaginare, ma in modo ardimentoso, prima che intervenisse nel 2001 la riscrittura dell’art. 114 della Costituzione, che ha tradotto gli enti sub-statali di ieri (tali erano considerati tutti quelli territoriali) in enti infra-statali, di pari livello di autonomia decisionale e finanziaria (art. 119), sostenuti dallo Stato con il criterio, ancora attuale, della spesa storica.

La Costituzione impone l’ordine delle cose

In tutta questa confusione, incomprensibile per l’Europa, nasce l’esigenza di chiarire e riaffermare le regole costituzionali. Sono pochi infatti gli interlocutori che le tengono nella dovuta considerazione. Un macello, si discute mettendo insieme indistintamente di Lep, federalismo fisale e regionalismo asimmetrico. 

Tante le contraddizioni di chi ha scritto le regole costituzionali nel 2001. Lo stesso che critica oggi, l’estensione alle Regioni della loro potestas legislativa al di là dalle competenze comuni riconosciute loro dall’art. 117, commi 2 e 3, della Costituzione con possibili estensioni a quelle elencate dall’art. 116, comma 3, della Costituzione. 

Ciononostante che il medesimo abbia:  a) aderito, durante il governo Gentiloni, per il tramite del presidente Bonaccini, richiedendo escludendo dalle tutte le 23 materie differenziabili le “norme generali sull’istruzione”; b) elaborato un ddl attuativo del regionalismo differenziato (art. 116, comma 3, della Costituzione) a firma dell’allora ministro Boccia del governo Conte II poi ripreso dalla ministra Gelmini del successivo governo Draghi entrambi molto simili al ddl Calderoli. 

Sulla base di queste considerazioni, ascoltando le dichiarazioni rese in aula nel corso dell’appena iniziato iter parlamentare del ddl Calderoli, sembra di assistere ad una partita ove sono messi a confronto due giocatori che piuttosto che confrontarsi secondo le regole, le scrivono nel mentre. 

Confusione e divisioni pericolosissime

Così facendo non si compete per mettere in piedi il migliore finanziamento per il Paese e per garantire la esigibilità dei Lep della Nazione nella sua interezza, funzionale ad assicurare uniformemente i diritti e la perequazione della quale in pochi, pochissimi parlano. 

Non solo si stimola una eccessiva conflittualità intesa a dividere di più la Nazione. Si privilegia l’accentuazione delle differenze tra nord e sud, si sottolinea la non sufficienza dei finanziamenti concessi al Mezzogiorno negando che, invece, lo stesso non sia mai stato capace di spenderli bene, si difende lo stato di governo attuale finanziato con la spesa storica che ha reso una popolosa metà del Paese senza sanità, senza assistenza sociale, senza trasporti pubblici, senza una scuola accogliente, senza quasi nulla. Si sottace sul miliardo che il nord incamera dalla emigrazione sanitaria che depaupera, di pari entità, le regioni meridionali. 

Insomma, non si comprende come il muro contro muro evita che il nord e un sud si avvicinino attraverso Lep uguali per tutti. Allo stesso modo non si comprende che il maggiore gap per il Mezzogiorno è rappresentato dalla sua classe dirigente, confermata acriticamente dai meridionali in un cinquantennio di pene sociali.

Il momento è cruciale. Occorre stare attenti, a tutela dell’unità sostanziale del Paese e della Nazione, a non tradurre la competizione politica in strumento di divisione, che può costituire una ulteriore causa di alterazione della convivenza sociale, di abbandoni delle residenze tradizionali sino a raggiungere lo spopolamento del sud del Paese. 

Concludo. In situazioni, come quella attuale, funzionali a cambiare radicalmente il sistema della finanza pubblica, allontanandola da quel criterio monstre della spesa storica, che ha distrutto dalle radici l’esigibilità della griglia dei diritti civili e sociali necessita che si eviti di rincorrere “trofei politici” a discapito dei “trofei dei diritti goduti”. 

Non si può, dopo 22 anni di colpevoli ritardi nell’attuare un propria regola costituzionale e non solo (legge 42/2009 e d.lgs. 168/2011), fare battaglie politiche ispirate non si comprende a neppure a cosa, non accorgendosi che il linguaggio esasperato al quale si sta facendo ricorso rappresentano “parolacce” indirizzate a se stessi.

Si pensi pertanto, piuttosto che aizzare gli uni contro gli altri, andando a sbandierare quei titoli di libri generati allo scopo di fare cassetta, a sollecitare la definizione dei Lep che sta andando a rilento. E ancora a determinare i costi standard per Lep e i fabbisogni standard individuati correttamente sulle diverse esigenze delle Regioni. Il tutto da assicurare con la perequazione per quelle più povere. Ma tutto questo è altra cosa dall’autonomia legislativa differenziata, e sarà compito dei governi che si avvicenderanno a finanziare un siffatto percorso. Magari privilegiando la sanità rispetto alle armi in Ucraina e al perdono degli extraprofitti delle banche. (ej)

(L’articolo nel suo testo integrale è sul domenicale)

Bevacqua (PD): Minasi attacca il Pd mentre l’autonomia calpesterà i diritti dei calabresi

Il consigliere regionale e capogruppo del Pd, Mimmo Bevacqua, per capendo «la polemica e il clima elettorale», ritiene che «attaccare il Pd, mentre l’autonomia differenziata del ministro Calderoli rischia di spaccare il Paese è davvero inaccettabile».

«La senatrice Minasi dice che il Pd ha introdotto l’autonomia – ha detto – e vuole soltanto prendere in giro i cittadini. Se fosse già introdotta perché la Lega vorrebbe cambiarla? Ed in ogni caso la posizione del partito è chiara e non è per il no all’autonomia in generale, ma all’autonomia voluta dal ministro Calderoli. Un progetto che non tiene in alcuna considerazione i Lep, come ha sottolineato più volte il governatore Occhiuto, che appartiene al centrodestra e come ha evidenziato, da ultimo, anche la fondazione Gimbe con il suo ultimo report sulla migrazione sanitaria, descrivendo una situazione drammatica che certifica la sperequazione esistente tra il Nord e il Sud del Paese e che l’autonomia differenziata finirà con l’aumentare ancora».

«Lo stesso Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – ha ricordato – ha definito al limite del grottesco la posizione dei Presidenti delle Regioni meridionali governate dal centrodestra, favorevoli all’autonomia differenziata. ‘Una posizione autolesionistica che dimostra come gli accordi di coalizione partitica prevalgano sugli interessi della popolazione’ le parole di Cartabellotta».

«La posizione del Pd – ha concluso Bevacqua – dunque non è certo strumentale, ma assai critica nei confronti di un provvedimento che, nel merito, finisce con l’affossare ogni speranza di sviluppo per il Sud. Ma, evidentemente, la senatrice Minasi non avendo argomenti per rispondere nel merito si attacca alla sterile polemica». (rcz)

 

Autonomia differenziata, Bevacqua (Pd): «E’ la secessione dei ricchi, dobbiamo fermarla»

«L’autonomia differenziata è la secessione dei ricchi, faremo di tutto per bloccarla». È quanto ha detto Mimmo Bevacqua, consigliere regionale del Pd, in una intervista rilasciata a the Globalist.

«Stiamo per entrare nella fase cruciale per l’approvazione del Ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Ora finalmente capiremo quale è anche la vera posizione del presidente della giunta regionale calabrese Roberto Occhiuto – dice il capogruppo del Pd in consiglio regionale – Dopo la sua ennesima dichiarazione rilasciata durante un’iniziativa di Forza Italia di qualche giorno fa a Napoli abbiamo appreso che si è accorto (meglio tardi che mai) dell’inaffidabilità del ministro Calderoli. Si è accorto anche, pure qui meglio tardi che mai, che l’autonomia differenziata è frutto esclusivo di egoismo socioeconomico, opera solo per tutelare gli interessi della Padania. Il ministro leghista ha sempre lavorato per la divisione socioeconomica del Paese. Solo oggi Occhiuto scopre che verrà prima approvata l’autonomia differenziata e poi, ma senza fretta e non è detto che accadrà, si discuterà dei Lep e del fondo perequativo a garanzia delle Regioni economicamente più deboli, come la Calabria».

Sempre riferendosi ad Occhiuto, Bevacqua dice che «Ci verrebbe da chiedergli come ha fatto solo ora a scoprire chi è Calderoli e di cosa si occupa la Lega. Come ha fatto a fidarsi di loro. E soprattutto ci verrebbe da chiedergli perché in Conferenza delle Regioni ha votato per l’autonomia differenziata a scatola chiusa, confidando nella lealtà politica della Lega… Siamo pronti ad abbonargli tutto. In politica e quando in mezzo c’è solo l’interesse dei cittadini si deve essere concreti e realisti. Basterebbe ora difendere gli interessi del Sud e della Calabria e non quelli della coalizione di governo nazionale. Chiediamo tanto? Il presidente di tutti i calabresi dovrebbe farlo… Senza più ipocrisie adesso è necessario unire tutte le forze politiche della Calabria per fermare la scellerata riforma che metterebbe in discussione diritti fondamentali dei cittadini, finendo con lo spaccare in due definitivamente il Paese».

Continua Bevacqua spiegando che «Ridurre più povero il già povero perimetro del Paese sembra una esagerazione? Il pericolo è in tutti i settori a partire, manco a dirlo, dalla sanità. Le conseguenze per i calabresi sarebbero devastanti. I dati forniti dall’ultimo report della Fondazione Gimbe in ordine alla migrazione sanitaria per l’anno 2021 destano profondo allarme in tal senso. Secondo l’analisi di Gimbe la mobilità sanitaria interregionale in Italia nel 2021 ha raggiunto un valore di 4,25 miliardi, cifra nettamente superiore a quella del 2020 (3,33 miliardi), con saldi assai variabili tra le Regioni del Nord e quelle del Sud. Il saldo è la differenza tra mobilità attiva, ovvero l’attrazione di pazienti provenienti da altre Regioni, e quella passiva, cioè la “migrazione” dei pazienti dalla Regione di residenza. Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, regioni capofila dell’autonomia differenziata, raccolgono il 93,3% del saldo attivo, mentre il 76,9% del saldo passivo si concentra in Calabria, Campania, Sicilia, Lazio, Puglia e Abruzzo. Lo capisce anche un bambino che la partita è falsata. Si sa già chi vince… Una situazione drammatica che certifica la sperequazione esistente tra il Nord e il Sud del Paese e che l’autonomia differenziata finirà con l’aumentare ancora. Altro elemento che contribuisce ad aumentare la preoccupazione è il rischio per cittadini meridionali di vedere calpestato il proprio diritto alla salute. Lo stesso Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ha definito al limite del grottesco la posizione dei presidenti delle Regioni meridionali governate dal centrodestraestra, favorevoli all’autonomia differenziata. Una posizione autolesionistica che dimostra come gli accordi di coalizione partitica prevalgano sugli interessi della popolazione».

«Non si può perdere ulteriore tempo – conclude Bevacqua nella sua intervista – e serve avviare una battaglia nazionale per bloccare il progetto di secessione dei ricchi avviato dalla Lega. In tal senso, anche come gruppo del Pd, supporteremo con iniziative pubbliche l’azione di contrasto che oggi sarà avviata dai senatori dem e dal segretario regionale Nicola Irto». (rrc)

Autonomia, Irto (PD) contro Lega e Governo: Scaricate il Sud e date ai giovani un messaggio terribile

Ministro Calderoli, lei e il governo state lanciando un messaggio alle nuove generazioni, cioè che chi nasce al Sud è meno fortunato di chi nasce in altre parti d’Italia». È quanto ha denunciato il senatore del Pd, Nicola Irto, contestando in Senato il ddl del ministro Roberto Calderoli dedicato all’autonomia differenziata.

«Negli ultimi 16 anni, 900mila giovani – ha ricordato il parlamentare dem – hanno lasciato il Mezzogiorno, un quarto dei quali laureati. Che cosa vogliamo fare, voltarci dall’altra parte, oppure agire con la coscienza e la responsabilità del nostro ruolo?». «Stia attenta la Lega a scherzare con il fuoco: la smetta – ha ammonito Irto nel suo intervento – di trascinare il governo sulla strada delle diseguaglianze irrecuperabili, delle disparità territoriali che annientano i diritti, la democrazia e la civiltà. È giunto il momento della verità: non è più possibile che l’Esecutivo la nasconda. Con l’autonomia differenziata, il governo di centrodestra, allergico alla storia e all’unità nazionale, impone uno strumento per depredare il Sud, facendolo passare per inferiore, arretrato e perduto».

«Il grande presidente Sandro Pertini – ha poi rammentato il senatore del Pd – affermò che “il problema del Mezzogiorno non può essere considerato soltanto un problema di quelle regioni, ma deve essere considerato un problema nazionale, se lo si vuole risolvere”. Ecco, il governo sta facendo il contrario: scarica il Sud e lo stacca dall’Italia. Questo perché il partito del ministro Salvini non ha mai dimenticato le proprie origini. Si sappia ovunque che noi siamo contrari all’autonomia differenziata, che difendiamo l’unità nazionale e – ha concluso Irto – l’eguaglianza dei cittadini». (rrm)

Bianchi (Svimez): Autonomia indebolisce anche il Nord

«’Autonomia differenziata non solo penalizzerà i cittadini del Sud ma indebolirà anche le regioni del Settentrione». È quanto ha dichiarato Luca Bianchi, direttore della Svimez in una intervista su La Repubblica Napoli a cura di Antonio Di Costanzo.

Per il direttore dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, infatti, l’autonomia «creerà un ampliamento dei divari tra il Nord e il Sud, soprattutto, in termini di divario della cittadinanza: tra un cittadino del Sud e uno del Nord. Vuol dire minori servizi pubblici erogati in ambiti essenziali della vita come sanità, istruzione assistenza. Questo è il rischio prevalente e aggiungo che complessivamente farà male al Sud senza creare nessun beneficio al Nord perché la conseguenza sarebbe un indebolimento complessivo delle politiche pubbliche (energetiche, industriali e infrastrutturali), con una frammentazione degli interventi rendendo anche le economie del Centronord più deboli rispetto alla competizione internazionale».

Un disegno di legge, dunque, che «riduce la competitività del Paese – ha detto Bianchi –. È una riforma che, strizzando l’occhio ad alcuni egoismi territoriali per assecondarli, finisce per ridurre la competitività complessiva del sistema Italia e in particolare di quello produttivo. Lo dimostra la progressiva freddezza dal mondo imprenditoriale, anche dalle Confindustrie del Nord perché l’effetto, al di là del peggioramento del Sud, è proprio quello di un di indebolimento di tutto il Paese. La dimensione delle politiche viene schiacciata sul livello locale quando, invece, il contesto internazionale ci indica che servono politiche a dimensione nazionale o addirittura europea. Mentre si va verso il coordinamento delle politiche a livello globale noi ci chiudiamo negli egoismi territoriali?».

Per quanto riguarda i Lep, Bianchi ha parlato di «punto particolarmente critico»: «La riforma Calderoli da un lato assume il principio generale che non si può attuare l’Autonomia differenziata senza i Lep e dall’altro, nel concreto, non stanzia neanche un euro per coprire i divari e di fatto derubrica i Lep a puro passaggio burocratico di identificazione senza finanziamento. Di fatto si aggira il principio che i livelli essenziali di prestazione vanno garantiti con risorse adeguate. Con questa proposta di autonomia non c’è alcuna garanzia che ci sia un allineamento delle prestazioni garantite a tutti i cittadini, anzi si cristallizzano definitivamente i divari di cittadinanza tra i territori».

Il direttore della Svimez, poi, basandosi sulle simulazioni fatte, ha evidenziato come «se si attua l’Autonomia differenziata così come proposta con le materie previste, ci sarà oggettivamente una riduzione delle risorse per le regioni prevalentemente del Sud».

«Abbiamo elaborato una stima – ha spiegato a Repubblica – secondo cui se l’autonomia fosse stata attuata nel momento in cui è stata proposta nel 2017 negli anni successivi Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna avrebbero avuto un surplus di risorse di circa nove miliardi e mezzo che sarebbero stati sottratti a tutte le altre regioni. Questo per effetto del meccanismo di finanziamento basato sulla compartecipazione al gettito fiscale territoriale. In concreto quando si dice che non cambia nulla è vero solo per l’anno in cui si stipula l’accordo, ma negli anni successivi si introduce un meccanismo che porta a divaricare i finanziamenti sfavorendo le regioni più deboli. Un extra-finanziamento non legato a maggiore efficienza ma la traduzione in pratica della richiesta mai sopita delle regioni del Nord di trattenere più gettito».

Bianchi, poi, ha ribadito come l’autonomia «non può essere materia di schieramento politico né di contrapposizione territoriale perché c’è un tema di interesse nazionale che investe la qualità delle politiche pubbliche e la possibilità di offrire pari condizioni di diritti di cittadinanza nel Paese. Questo è un tema che non appartiene a uno schieramento ma dovrebbe appartenere alla sensibilità dei singoli parlamentari rispetto a questi temi». (rrm)

I sindaci del Sud contro l’autonomia differenziata

Centosessanta sindaci del Sud fanno sentire la loro voce contro l’autonomia differenziata. E lo fanno attraverso un documento, dal titolo Recovery Sud, rivolto ai senatori, in cui chiedono ai senatori dei territori di «riflettere sulle loro responsabilità», ha spiegato il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita, tra i primi firmatari del documento.

«Le difficoltà socio-economiche e le carenze amministrative del Mezzogiorno sono reali e tangibili – ha spiegato –. Ogni sindaco che amministra queste terre conosce la lotta quotidiana per garantire servizi adeguati ai cittadini e un futuro sostenibile per le generazioni future».

«Con il regionalismo spinto non si creerebbe quella maggiore efficienza che il ministro Roberto Calderoli sbandiera per giustificare la sua proposta, il cui unico scopo, in realtà, è ridare peso alla Lega. Si determinerebbe, invece, un peggioramento delle condizioni dei municipi del Sud – hanno spiegato i sindaci – Si calcola che la proposta di revisione del Pnrr ottenuta dal ministro Raffaele Fitto colpirà soprattutto le regioni del Sud, che subiranno un taglio di 7,6 miliardi, la metà dei 15,9 che si prevede di ridurre. Per non parlare dell’eliminazione delle Zes e dei 4,4 miliardi distratti dal fondo perequativo infrastrutturale in una nazione che sul piano delle ferrovie e delle strade è letteralmente tagliata in due, l’alta velocità al Nord, la grande lentezza al Sud». (rrm)

Migrazione sanitaria, Pd Calabria: Serve battaglia nazionale per bloccare autonomia

Il Partito Democratico Calabria ha denunciato come «i dati forniti dall’ultimo report della Fondazione Gimbe in ordine alla migrazione sanitaria per l’anno 2021 destano profondo allarme anche in vista della discussione in Senato sull’autonomia differenziata elaborata dal ministro Roberto Calderoli e dalla Lega».

«Secondo l’analisi di Gimbe – prosegue la nota dei consiglieri dem – la mobilità sanitaria interregionale in Italia nel 2021 ha raggiunto un valore di 4,25 miliardi, cifra nettamente superiore a quella del 2020 ( 3,33 miliardi), con saldi assai variabili tra le Regioni del Nord e quelle del Sud. Il saldo è la differenza tra mobilità attiva, ovvero l’attrazione di pazienti provenienti da altre Regioni, e quella passiva, cioè la “migrazione” dei pazienti dalla Regione di residenza. Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, Regioni capofila dell’autonomia differenziata, raccolgono il 93,3% del saldo attivo, mentre il 76,9% del saldo passivo si concentra in Calabria, Campania, Sicilia, Lazio, Puglia e Abruzzo».

«Una situazione drammatica che certifica la sperequazione esistente tra il Nord e il Sud del Paese – hanno detto i consiglieri del Pd – e che l’autonomia differenziata finirà con l’aumentare ancora, né alcuna garanzia è stata fornita dal governo nazionale in ordine ai Lep. Altro elemento che contribuisce ad aumentare la preoccupazione e il rischio per cittadini meridionali di vedere calpestato il proprio diritto alla salute. Sono poi le parole di Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, a confermare quanto stiamo dicendo da mesi senza che il governo regionale presti alcuna attenzione alle problematiche da noi sollevate, né alla tutela degli interessi della Comunità che è chiamato a rappresentare. ‘In tal senso – afferma Cartabellotta commentando il report sulla migrazione sanitaria  – risulta ai limiti del grottesco la posizione dei Presidenti delle Regioni meridionali governate dal Centro-Destra, favorevoli all’autonomia differenziata. Una posizione autolesionistica che dimostra come gli accordi di coalizione partitica prevalgano sugli interessi della popolazione’».

«Non si può dunque perdere ulteriore tempo – conclude la nota stampa del gruppo del Pd – e serve avviare una battaglia nazionale per bloccare il progetto di secessione dei ricchi avviato dalla Lega. In tal senso supporteremo con iniziative pubbliche l’azione di contrasto che oggi sarà avviata dai senatori dem e dal segretario regionale Nicola Irto». (rcz)

IN SENATO IL FUNERALE DELLA RAGIONE
SI VOTA SULL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

di PINO APRILE – Parteciperemo a un funerale, oggi a Roma, al Senato: con il varo dell’Autonomia differenziata si celebra l’inizio della fine di questo Paese mai davvero unito e della decenza, dell’equità, della Costituzione che, sia pure solo a chiacchiere, riconosce pari diritti a tutti gli italiani (non avendoli mai avuti, nello stato a parole unitario, i terroni non sono evidentemente ritenuti italiani.

Infatti, all’università, a proposito del cosiddetto Risorgimento, distinguono fra “italiani” e “borbonici”, ovvero gli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie, la cui lingua ufficiale era l’italiano, mentre Cavour, Vittorio Emanuele II e gli altri parlavano francese). Il capolavoro razzista della Lega, infatti, il disegno di legge sull’Autonomia differenziata per rendere costituzionale il riconoscimento di ulteriori privilegi al Nord (a spese di tutti) e la negazione di diritti fondamentali ai colonizzati del Sud, esordisce martedì 16 al Senato.

I parlamentari meridionali della maggioranza, a quanto si sa, sono pronti a votare questa porcheria, per conservare al proprio culo il pagatissimo seggio, un po’ come i neri che aiutavano i negrieri a fare schiava la propria gente, perché ci guadagnavano, vendendo loro le catene.
C’è poco da sperare dagli onorevoli terroni, considerando che hanno già approvato l’ordine del giorno della Lega, per chiedere una legge in base alla quale pagare di meno gli insegnanti del Sud; hanno fatto passare il furto di quasi quattro miliardi dal fondo di perequazione destinato ai Comuni più poveri del Sud; hanno condiviso lo svuotamento del Pnrr di progetti per il Sud da finanziare con i fondi europei e la proposta di usare le risorse Coesione-e-Sviluppo, che pur essendo all’80 per cento per il Sud, verrebbero dirottate altrove; hanno assistito silenti e complici alla sottrazione, finora, di circa 20 miliardi di euro destinati al Sud e alla cancellazione del Mezzogiorno dall’agenda di governo, sino alla folle idea della Zes (Zona economica speciale) unica per tutto il Sud, misura ingannevole che intanto ha bloccato quelle già esistenti e funzionanti, e che accentra il “sì” per ogni iniziativa nel Mezzogiorno, fosse pure una sorta di B&B, nelle mani di un potere politico centrale, romano: di fatto, la dichiarazione ufficiale dello stato di colonia interna.
Addirittura, uno dei due relatori dell’infame disegno di legge dell’Autonomia differenziata è molisano, Costanzo Della Porta!
Vi ricordo che l’autore dell’immondo disegno di legge è quel Roberto Calderoli che solo astuzie e lungaggini processuali salvano da una probabilissima sentenza definitiva per razzismo, essendo stato condannato già in primo e in secondo grado e, dopo il passaggio in Cassazione, di nuovo in primo grado. Quel Calderoli che vanta di aver avuto dal padre l’educazione umana e politica riassunta nella frase: “Bergamo nazione, tutto il resto è meridione”.

E che, rubando a Goebbles il concetto con cui giustificava lo sterminio degli ebrei (animali, non esseri umani), definì i napoletani “Topi da derattizzare”. E uno così, in Italia, diviene ministro!, e gli danno da stuprare la Costituzione. Ed è lui il parlamentare più influente del partito che ha, come segretario nazionale, un tale che ha dovuto patteggiare una condanna per razzismo contro i napoletani, Matteo Salvini (uno così, Italia, diviene nientemeno che vice capo del governo, con la complicità del partito che si dice “della Nazione”, FdI, e nel 2018, dei cinquestelle). Partito che, incredibilmente, ha parlamentari e dirigenti meridionali. Del resto, ad amministrare le colonie nell’interesse della potenza colonizzatrice, sono dirigenti locali “al servizio”.
Chissà a cosa pensava Fabrizio de André, quando scrisse che “lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano/quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano”.
Con l’Autonomia differenziata, nel patto indecente siglato il 28 febbraio 2018 da governo Gentiloni (Pd) e Regione Veneto (Zaia, Lega), si prevede che, con il trasferimento di competenze dall’amministrazione centrale a quelle regionali, si consenta a queste di trattenere sino al 90 per cento delle tasse statali (sulla percentuale si discute); si pretende che divengano di proprietà regionale i beni demaniali di Stato e opere pubbliche costruite con soldi di tutti gli italiani (che verrebbero derubati di quanto loro appartiene); si chiede addirittura che se il Paese dovesse sprofondare, a loro, e solo a loro, si dovrebbe garantire un flusso di risorse non inferiore alla spesa storica (quindi, uno Stato fallito dovrebbe svenarsi per mantenere il loro attuale livello di vita). E altre bestialità del genere.
Vi diranno che alcune di queste cose sono state attenuate nelle versioni successive. Fumo negli occhi, visto che quel testo rivela le ragioni e i fini per cui si è dato in via a un tale scempio.
Tutte queste schifezze (su cui la politica nord-centrica, dalla Lega al Pd è sempre stata unanime contro il Sud, vedi l’intesa perfetta fra i presidenti leghisti Fontana, della Lombardia, Zaia, del Veneto e il piddino presidente dell’Emilia Romagna, Bonaccini) son possibili in seguito allo stupro della Costituzione compiuto nel 2001, con la devastazione del Titolo V, da un altro governo di centrosinistra. La foglia di fico per far passare il mostro sono i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni da garantire in egual misura e qualità a tutti i cittadini (salute, istruzione, trasporti, eccetera). Di fatto, in 23 anni, i Lep non sono stati varati. Ora, in pochi mesi, la pagliacciata calderoliana con uso di ministero e pletora di alti nomi in acconciata Commissione ai desideri del leghista ordinante, ha buttato giù una indicazione dei Lep.
Ma, per legge, il passaggio di competenze dal governo alle Regioni deve avvenire senza aggravio di spesa e solo per tre di quei poteri (ufficialmente 23, di fatto, quasi 500), sanità, istruzione e trasporti, servirebbero da 80 a 100 miliardi, calcolò il precedente ministro alle Regioni, Francesco Boccia, Pd. Ed ecco che il ministro contro il Mezzogiorno, quel Raffaele (Buio) Fitto, salentino di Maglie, propone di stornare i FSC (fondi per lo sviluppo e la coesione), all’80 per cento del Sud, e usarli per far contenta la Lega.
Molti parlamentari meridionali del centrodestra, per non ammettere la vergogna del sostegno a un’azione contro il Sud di portata storica, forse definitiva (su questo, il Paese può spaccarsi. E chissà se sarebbe davvero un male), ripetono a cantilena le patacche che i loro capibastone spacciano come vere: l’Autonomia servirà anche al Sud, il Sud diventerà più responsabile, le Regioni meridionali potranno sfruttare le loro specificità… Palle, colossali palle: o sono talmente ignoranti da non capirlo o tanto falsi da fingere di crederci.

Le risorse sono quelle che sappiamo e sono in calo, se le Regioni più ricche ne trattengono ancora di più, non resterà nulla nemmeno per il poco che c’è adesso, a Sud.
Ma per finanziare i Lep, anche le Regioni del Sud potrebbero trattenere parte delle tasse statali, obiettano. Vero, ma un conto è trattenere una certa percentuale di molto e un conto trattenere la stessa percentuale, ma di poco, visto che al Sud il reddito medio è circa metà di quello del Nord. Ci prendono in giro. Già adesso, con questo sistema, non ancora portato alle stelle dall’Autonomia differenziata, i Comuni del Mezzogiorno devono imporre, per necessità, tasse locali più alte che al Nord, ma ne ricavano così poco, che non riescono comunque a garantire quello cui i cittadini avrebbero diritto. Gli italiani che pagano di più sono quelli di Reggio Calabria, per avere molto meno di altri.
Altra foglia di fico con cui tanti parlamentari terroni cercano di nascondere la loro cattiva coscienza è dire che ormai “qualcosa bisogna dare”, magari competenze che non prevedono il calcolo dei Lep, così la Lega può gridare alla vittoria prima delle elezioni europee, e di fatto non si cede quasi nulla. Non è vero: una volta aperta la strada, passerebbe tutto. Ma se Fratelli d’Italia non converge sull’Autonomia differenziata (AD), la Lega blocca la riforma del Premierato per dare più forza al capo del governo. Un’altra bestialità: per avere più poteri al centro, Giorgia Meloni trasferisce i poteri dal centro alle Regioni. Ma ci fanno o ci sono? La verità è che hanno trasformato questi temi in bandiere di partito e devono andare avanti anche se sanno che sono incompatibili.
Ovviamente, se passasse questa schifezza dell’Autonomia differenziata (che comunque deve avere l’ok del Senato, poi della Camera dei deputati, poi un nuovo “sì” di entrambe le aule), le disuguaglianze fra Nord e Sud in Italia, già adesso le più grandi del mondo sviluppato, esploderebbero. E il Paese (come dimostrato storicamente, quando il livello di disparità supera una certa quota-limite) potrebbe spezzarsi. Paradossalmente, forse sarebbe la salvezza del Sud, dopo una fase iniziale durissima.
Quasi quasi, riesce difficile scegliere cosa augurarsi, se l’estremo atto di uno Stato razzista con il varo dell’AD o il rinsavimento dell’ultimo minuto di un Paese che ha perso la testa, e finalmente una botta di coraggio e orgoglio dei parlamentari terroni stufi di un blocco politico economico nord-centrico che, superando le distinzioni di partito (vedi proprio l’AD), da oltre un secolo e mezzo concentra risorse e investimenti pubblici solo in una parte del Paese (grandi eventi, autostrade, aeroporti, centri di ricerca, rete ferroviaria, alta velocità, sedi di Authority europee, diritti di scalo portuali…).
Noi oggi staremo al funerale che si terrà al Senato, e con l’elenco dei senatori meridionali. I quali speriamo ci sorprendano felicemente. Altrimenti, non dovrebbero stupirsi se, votando proni ai comandi dei loro partiti-padrone, ricevessero dai propri elettori messaggi tipo: “Ci indica, per favore, l’indirizzo a cui dobbiamo inviarLe i trenta denari che si è guadagnati per averci venduto? Grazie”. (pna)