SUI LIVELLI ESSENZIALI DI PRESTAZIONE
SI GIOCHERÀ LA PARTITA DELL’AUTONOMIA

Sui livelli essenziali di prestazione si gioca la partita dell’autonomia differenziata, anche se – è bene osservarlo – si è buttato un quarto di secolo discutendo male di un problema serio, confondendo spesso il federalismo fiscale con il regionalismo differenziato. Il prof. Ettore Jorio dell’Unical, ripercorre gli ultimi avvenimementi del Comitato Lep (CLEP) e indica luci e ombre di questo fondamentale argomento.

di ETTORE JORIO – Il due agosto, i 56 componenti il Clep – rimasti tali  dopo le dimissioni di Amato, Bassanini, Gallo e Pajno – hanno trasmesso al ministro Calderoli la prima relazione sul lavoro effettuato. Il suo contenuto avrebbe dovuto, in un Paese normale, rianimare il dibattito sul come la Nazione percepirà i diritti civili e fiscali. Invece, no. Si vivacizza quello sul regionalismo differenziato, confondendo spesso i fischi con i fiaschi e non fregandosene su come, per esempio, il calabrese farà propri i diritti che sino ad oggi non ha visto neppure da lontano.

Una idea di fondo, quella messa su carta dal Comitato per i Lep, condivisibile escludendo la conclusione cui è pervenuto il Sottogruppo n. 9 (Coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario). Che è poi l’eccezione che ha riempito per giorni, immediatamente successivi al ferragosto, le “rotative” dell’informazione. Però, solo di quella specializzata.

Nel ripercorrere le anzidette affermazioni, ci si rende conto che i rilievi mossi sembrano essere indirizzati avverso la Costituzione. Meglio, verso l’individuazione metodologica sulla quale poggia il finanziamento del sistema autonomistico, così come novellato il 2001. Un po’ come avviene oggi avverso l’art. 116, comma 3, in tema di regionalismo asimmetrico.

Il riferimento è stato infatti criticamente mosso sugli esiti prospettici del criterio che affida alla compartecipazione al gettito di tributi erariali riferiti ai relativi territori. Un rilievo su come il sistema funziona oggi. Più esattamente, addirittura dal 2000 a seguito del D.lgs. n. 56 attuativo della legge delega n. 133/1999. E stante la lettera costituzionale, è così che dovrà essere, a meno di cambiare l’art. 119, comma 2, della Costituzione.

Non si comprendono pertanto le critiche, persino con riferimenti impropri, atteso che il sistema compartecipativo attuale incide sulla maggiore imposta diretta, l’Iva, e non già su quelle indirette riferibili ai redditi prodotti e godute in alcune regioni, più esattamente in quelle più ricche.

Una imposta indiretta, quella compartecipata e goduta dalle Regioni ad oltre il 70% del gettito nazionale, che nella sua attuale dimensione regola e finanzia la sanità. Lo fa finanziando quel Fondo sanitario nazionale che con il federalismo fiscale applicato non ci sarà più, perché sostituito dal

Fabbisogno standard nazionale che è tutt’altra cosa. Dunque, criticarne il funzionamento futuro, perché a rischio di pericolose sperequazioni, significa criticare il metodo che la Costituzione impone. Se ne proponga quindi la modifica mediante una revisione ex art. 138 della Carta.

Al riguardo, è appena il caso di precisare che la soluzione per rendere a tutti i Lep, in egual misura, non risiede sulle differenze finanziarie in godimento ordinario alle Regioni (tributi ed entrate proprie e quote di compartecipazione). Essa la si realizza accelerando – sempre art. 119, ma comma quarto, alla mano – la costituzione fisica e il funzionamento del fondo perequativo ordinario indispensabile per compensare le differenze tra quanto percepito direttamente dalle autonomie territoriali, al lordo delle quote compartecipative, e quanto sarà loro necessario per garantire i Lea.

Non impegnarsi su questo e pensare ad altro si continuerà a fare quanto oramai dura da 22 anni. Il nulla.

Un altro tema importante, evidenziabile dalla relazione del Clep, è quello della individuazione dei Lep, pre-rendicontati dal medesimo solo in riferimento alle materie oggetto di eventuale differenziazione, ex art. 116, comma 3.

La causa di ciò è certamente risalente alla lettura della legge di bilancio per il 2023. Più esattamente, del comma 793 dell’art. 1, nella parte in cui si riferisce alla determinazione dei Lep.

Ebbene, nello svolgimento di un tale fondamentale compito si è elusa la individuazione dei Lep riferibili alle materie di competenza residuale, supponendo di affidare un tale compito ad un altro sottogruppo. Per l’esattezza, il Sottogruppo nr. 11 del Clep, anticipato dal ministro Calderoli nel corso del question time del 13 luglio, cui sarà affidato il compito di individuare i Lep riconducibili alle materie non differenziabili.

Al di là della lettura parziale del disposto del comma 793 della legge 197/2022, che sembra essere riferibile alla ricognizione principalmente delle normative vigenti, sarebbe stata provvidenziale l’emersione dei Lep riferibili altresì alle materie di competenza esclusiva regionale. Si sarebbero evitate alcune lacune che renderanno difficile l’andare avanti e portare a conclusione il lavoro per fine anno. Solo per fare un esempio, nella relazione del Sottogruppo n. 5 (Tutela della salute, più altro), è mancata l’opportunità al sotto-organismo di riferirsi ai Lep afferenti all’assistenza sociale che è materia residuale. Con questo è venuta a determinarsi una analisi/ricognizione molto parziale, anche perché con il Dpcm del 12 gennaio 2017 i Liveas sono stati “cancellati” perché inseriti nelle 71 pagine ove sono scanditi i Lea.

A proposito dell’importante e difficile mission affidata al Clep, basta immaginare quanto sia importante l’individuazione dei Lep – solo per far due esempi –  afferenti alla assistenza sociale e al turismo di competenza residuale delle Regione, così come molti altri di quelli riferibili alle restanti 18 materie di competenza esclusiva regionale.

Omettere di fare ciò – a proposito del quale se si dovesse ritenere una incompletezza della norma della legge n. 197/2022 ne occorrerebbe una nuova pensata a sua integrazione e non già supporre di correggere con un atto amministrativo – sarebbe grave, ed ogni ritardo nel risultato determinerebbe danni enormi per l’utenza che attende la soluzione a ciò dal 2001.

Ebbene sul tema, poche le considerazioni della politica fondate su una reale consapevolezza del problema. Anche il sistema universitario, al di là di qualche isolato intervento, sta facendo poco o nulla nell’affrontare l’applicazione sul federalismo fiscale e il tema dell’autonomia differenziata, ma legislativa. Di certo molto meno di quanto abbia fatto a seguito della revisione costituzionale del 2012, introduttiva del “pareggio di bilancio”.

Si diceva, male i partiti e i sindacati impegnati più in una disputa politica che nel confronto necessario ad un provvedimento attuativo della Costituzione.

Del resto, si sapeva che era comprensibilmente difficile mantenere la barra dritta sull’argomento. Ciò perché per affrontarlo con la dovuta consapevolezza significava avere ben digerito, in combine, gli artt. 117, 118 e 119 della Costituzione, la legge delega 42/2009, almeno cinque dei nove decreti delegati, il Dpcm del 12 gennaio 2017, la legge di bilancio per il 2022, nella parte in cui introduce i Leps. Non ultime, per tenere in conto le diversità ideologiche che però non apparivano, le due ipotesi di attuazione dell’art. 116, comma 3, della Costituzione elaborate dai già ministri Boccia e Gelmini. Non solo. Occorre mettere in linea con il Ddl Calderoli, quanto deciso ai commi 791/804 della legge di bilancio per il 2023 che, invero, qualche guaio interpretativo lo stanno determinando.

Si è buttato via un quarto di secolo, discutendo male di un problema serio, confondendo spesso il federalismo fiscale con il regionalismo differenziato.

Non solo nelle discussioni “di strada” ma anche negli ambienti di studio e riflessione politica. Ciò certamente a causa di un Paese che ha trascorso 22 anni senza interessarsi di come risolvere il problema generato dalla

revisione costituzionale del 2001, cui è stata data attuazione dal 2009 al 2011 per poi ricadere in un irresponsabile silenzio.

E dire che in mezzo c’erano i Lep, cui la Costituzione ha affidato – all’art. 117, comma 2, lett. m) – l’esigibilità egualitaria in tema di diritti civili e sociali.

Il risultato di tutto questo grave immobilismo del legislatore e della mancata iniziativa stimolante di partiti e sindacati in tal senso si è tradotto nella colpevole persistenza, per inerzia beninteso, della spesa storica a governare l’economia pubblica e finanziare i fabbisogni territoriali. Quei fabbisogni che incrementano progressivamente mantenendo in coda alla classifica dell’esigibilità dei diritti gli abitanti del Mezzogiorno nell’esigibilità dei diritti fondamentali. Maglia nera, la Calabria.

La lettura della anzidetta complessa e copiosa relazione a firma del prof. Cassese, soprattutto del “Quadro sinottico delle materie Lep”, ha generato tuttavia una perplessità di troppo, atteso che sono in esso rappresentate le materie, fatta eccezione di quelle residuali regionali, con a fianco un sì ovvero un no, rispettivamente riconducibili o meno a Lep. Ciò è accaduto a causa della lettera legislativa di fine 2022 (comma 793, lett. c), che sotto certi aspetti offre una incertezza su cosa siano i Lep, dal momento che li cerca ne “le materie o ambiti di materie che sono riferibili ai Lep”, quasi a volerli individuare per ogni materia ovvero per frammenti di esse.

I Lep hanno una unica certezza in termini di corretta esigibilità, devono rintracciare la loro esistenza nella trasversalità delle materie: tra quelle di competenza dello Stato (32), quelle concorrenti (20) e quelle che sono residuali (ben oltre 20). Da qui la ineludibilità di estendere, diversamente da come ha fatto sinora il Clip, alle materie di competenza esclusiva regionale.

Tutto questo perché non si può, infatti, neppure pensare a ripetere la stessa sottovalutazione che si fece con i Lea con il Dpcm 29 novembre del 2001 (senza prevedere in esso i Liveas) e che si è continuato a fare con le 71 pagine allegate a quello del 12 gennaio 2017. Assicurare i livelli di assistenza alla salute significa individuare lo standard erogativo nel massimo della indissolubile trasversalità. Altrimenti che welfare sarebbe?

Cioè senza escludere i Leo compositi riferibili anche: alla assistenza sociale, ai trasporti pubblici locali, alla agricoltura, all’alimentazione e all’urbanistica di competenza regionale, ovviamente includendo l’ambiente, produttore di salubrità e non di fattori inquinanti, e l’istruzione, magari prevedendo l’insediamento dell’educazione sanitaria come materia curricolare nella scuola dell’obbligo. Tutte materie e dunque ambiti di esse, ma da leggersi in senso non affatto restrittivo, tutt’altro. (ej)

IL TERMINE È AUTONOMIA DIFFERENZIATA
MA SIGNIFICA “SECESSIONE DEI PIÙ RICCHI”

di DAMIANO SILIPO – È molto probabile che tra pochi mesi l’autonomia differenziata di Calderoli diventi realtà, dando la possibilità alle tre regioni che nel 2017 hanno già sottoscritto le pre-intese con il governo (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna)  di attuare subito la secessione. Perché si scrive autonomia differenziata e si legge secessione dei ricchi. Infatti, il DDL Calderoli prevede che le regioni possono chiedere l’autonomia in 23 materie fondamentali per la vita dei cittadini (dalla sanità alla scuola e università, da infrastrutture e trasporti a energia e ambiente, etc.).

Lombardia e Veneto hanno chiesto l’autonomia in tutte le 23 materie, l’Emilia Romagna in 15 delle 23.
Unitamente al trasferimento delle funzioni, vengono trasferite alle regioni le relative risorse umane, strumentali e finanziarie, necessarie per attuare l’autonomia nelle materie richieste.
In particolare, il DDL Calderoli prevede che le regioni possono trattenere gran parte delle tasse, che oggi vengono trasferite allo stato centrale, anche oltre quelle necessarie per finanziare le funzioni aggiuntive richieste.
Se si pensa che le sole tre regioni che hanno chiesto l’autonomia differenziata hanno un reddito complessivo di più di 700 miliardi all’anno (più del 40% del reddito complessivo dell’Italia), l’autonomia differenziata non è il riconoscimento formale della macro-regione Padania sognata da Bossi e co. ma certamente corrisponde alla secessione dei redditi delle regioni più ricche del Nord.
Tra l’altro, queste regioni disporranno di enormi risorse aggiuntive e saranno in grado di pagare, ad esempio, stipendi più alti ad insegnanti e personale sanitario rispetto alle altre regioni, anche per far fronte alla già forte carenza di medici ed altro personale sanitario. La secessione dei ricchi sarà quindi un impulso potente per medici, paramedici, insegnanti, ecc. della Calabria e delle altre regioni meridionali a trasferirsi nelle regioni più ricche, con il duplice effetto di affossare ancora di più il sistema sanitario calabrese e rendere impossibile la realizzazione dei livelli essenziali di assistenza, anche qualora venissero realizzati i nuovi ospedali. Senza contare che l’ulteriore depauperamento del capitale umano avrà effetti drammatici sulla qualità dell’istruzione e sulle prospettive di sviluppo della regione. Pertanto, la tesi degli autonomisti che trattenere nei propri territori una parte cospicua del “residuo fiscale” induce le regioni meno produttive a “darsi una mossa” è ipocrita, perché induce i cittadini di queste regioni a darsi una mossa a raggiungere le regioni più ricche, che offrirebbero salari più alti.
Come fa il Presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto a non rendersi conto di questi effetti, o a svendere le sorti di una regione per puro tornaconto personale o di partito?

È merito della Segretaria Elly Schlein aver attestato, senza se e senza ma, il Partito Democratico contro l’autonomia differenziata. Una posizione chiara e coraggiosa, tenendo conto che anche nel PD ci sono simpatie e spinte autonomiste. Il passo successivo è come contrastare questo disegno eversivo di Calderoli e del governo Meloni, e quale assetto istituzionale alternativo proporre per l’Italia.

Molti degli emendamenti proposti dai gruppi parlamentari del PD suggeriscono di ridurre a poche e non strategiche le materie su cui concedere l’autonomia.

Seppur importante, ritengo che il punto centrale non sia il numero di materie ma la realizzazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) su tutto il territorio nazionale, come pre-requisito per l’attuazione di qualunque forma di autonomia differenziata.

Nel DDL Calderoli la definizione dei LEP costituisce un puro requisito formale per la concessione dell’autonomia differenziata in alcune materie e non è contemplata alcuna realizzazione. Se già oggi la Calabria non rispetta i livelli essenziali di assistenza (LEA) in tutte le aree (prevenzione, distrettuale e ospedaliera), come si può pensare che quando il meccanismo della secessione si metterà in moto e genererà gli effetti appena descritti,  i LEP (che comporteranno una spesa ancora maggiore rispetto ai LEA) verranno mai realizzati nelle regioni meno ricche? 

Si potrebbe obiettare che vincolare la concessione dell’autonomia differenziata alla realizzazione dei LEP su tutto il territorio nazionale sarebbe come rinviare sine die l’attuazione di qualche forma di autonomia alle regioni. Come ha stabilito un tempo entro cui definire i LEP, il Governo Meloni potrebbe anche assegnare alle regioni le risorse sulla base dei fabbisogni standard e un termine entro cui attuare i LEP, con tappe intermedie per la loro realizzazione, che se non rispettate dovrebbero prevedere la decadenza dei Presidenti di Regione e poteri sostitutivi del governo.

Questo sì che darebbe luogo al più importante processo di attuazione della Costituzione Repubblicana e renderebbe l’Italia un paese migliore, perché ridurrebbe le diseguaglianze e aiuterebbe la crescita.

Viceversa, la secessione non solo allontanerà definitivamente la Calabria e il Mezzogiorno dal resto del Paese, ma farà più piccola l’Italia, perché quanto volete che conti in Europa e nel mondo anche un Presidente eletto dal popolo, quando il potere economico e politico appartiene a poche regioni ricche? (dsi)

Sarracino (PD): Serve battaglia popolare contro Governo ideologicamente contro il Sud

«La sfida sull’autonomia differenziata è la principale sfida che il Pd deve vincere in questo momento, anche perché il disegno della Lega ha un carattere irreversibile per come Calderoli lo ha congegnato». È quanto ha dichiarato il deputato del Pd Marco Sarracino, a cui Elly Schlein ha assegnato anche la delega per il Sud e la coesione territoriale, nel corso della Festa dell’Unità di Vibo Valentia.

La prima giornata, infatti, si è conclusa col dibattito su Autonomia differenziata. Il governo contro il Sud. Per affrontare la complessa questione sul palco si sono alternati gli interventi di Stefano Soriano, Elisabeth Sacco, Pino Capalbo, Domenico Lo Polito, Luigi Muraca, Salvatore Monaco, Mariateresa Fragomeni, Franz Caruso e Damiano Silipo.

«Si tratta di una modifica che va nella direzione opposta a quella che dovrebbe essere intrapresa e cioè di maggiore attenzione per il Sud. Già oggi senza autonomia – ha ricordato Sarracino – un cittadino a Milano costa allo stato 18mila euro all’anno, mentre un cittadino di Vibo 13.500. Siamo davanti a quello che è un “diritto differenziato” in base al luogo di nascita ed è profondamente ingiusto. Serve adesso una battaglia popolare per smascherare le bugie del centrodestra e tutelare la stessa unità nazionale. E dovrebbero parteciparvi anche i governatori di centrodestra del Sud come Occhiuto che avallando l’autonomia tradiscono il mandato affidato loro dagli elettori».

«Le stesse audizioni in Senato – ha concluso Sarracino – anche quella di Confindustria hanno evidenziato come con un Sud che resta indietro ci sarebbero difficoltà importanti per tutto il Paese. Ecco perché il no all’autonomia differenziata rappresenta un punto fondamentale della nostra estate  militante per ribellarsi a un governo che è ideologicamente contro il Mezzogiorno perché tenuto sotto scacco della Lega. Ed il percorso intrapreso dal Pd calabrese guidato da Nicola Irto va proprio nella direzione che ci auspichiamo per dare un reale rinnovamento alla nostra azione politica». (rvv)

Il presidente Occhiuto: Solo a parità di Lep si può dire di sì all’autonomia

«Solo a parità di Lep posso dire di sì all’autonomia differenziata». È quanto ha dichiarato il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, in una intervista a Il Giornale.

«Non ho una posizione dogmatica sull’autonomia differenziata – ha spiegato –. Si tratta di una possibilità contemplata dall’articolo 116 della Costituzione (sezione peraltro riformata quando era al governo il centrosinistra). Gli articoli successivi parlano di obblighi e non di possibilità. Come l’obbligo di garantire tutti i diritti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale, sia che un cittadino viva a Crotone sia che viva a Sondrio. Come anche l’obbligo della perequazione. In verità sia la possibilità dell’autonomia differenziata, sia la garanzia dei diritti sociali e civili e l’obbligo della perequazione non mi sembra siano stati attuati come prescrive il titolo quinto della Costituzione».

«Ho detto più volte – ha ricordato – che il disegno di legge di Calderoli è come un treno che ha tre vagoni: quello dell’autonomia differenziata, quello dei diritti sociali e civili non più quantificati secondo il criterio ingiusto della spesa storica ma secondo i fabbisogni, e quello della perequazione».

«Se spinto dall’autonomia differenziata – ha concluso – il treno arriva in stazione e porta con sé anche gli altri due vagoni, credo sia un grande risultato anche per le regioni del nostro Meridione dove oggi i diritti sociali e civili non sono garantiti nello stesso modo di altre regioni. E per arrivare a un punto di parità servirebbero risorse importanti». (rrm)

NON SERVE MAPPARE LA SPESA STORICA
HA GIÀ LEVATO I 61,5 MLD DOVUTI AL SUD

di MASSIMO MASTRUZZOL’ultima uscita di Calderoli ha dell’incredibile sia per quanto riguarda la “mappatura di come in passato sono state spese le risorse che lo Stato ha erogato” ovvero la spesa storica, sia per l’assurda dichiarazione riguardante il timore di finire assassinato. 

Su quest’ultima, se fosse vera, non è comprensibile come non sia stata presentata una denuncia o come questa, visto che a fare la dichiarazione di un potenziale reato è un ministro in carica, acquisita la notizia del possibile reato, il pubblico ministero non abbia incaricato la polizia giudiziaria di effettuare tutte le investigazioni necessarie per verificare la fondatezza del presunto crimine.

Se non fosse vera… ça va sans dire.

Per quanto riguarda la dichiarazione sul lavoro di mappatura per capire come in passato sono state spese le risorse che lo Stato ha erogato, territorio per territorio, un lavoro che secondo il ministro smentirà “la balla che al Sud arrivino meno soldi rispetto al Nord“, probabilmente Calderoli si è dimenticato, o fa finta di farlo, che la “mappa” è già stata fatta. 

Nel 2009, quando i leghisti andarono al governo con Berlusconi, fecero passare la legge, nota proprio come legge Calderoli, sul federalismo fiscale, convinti che il “Sud fannullone” derubasse il Nord, “Roma ladrona”, etc… Analizzando i dati si scoprì che non era così, anzi, le regioni del Nord, nella redistribuzione, ricevevano molti più soldi procapite.

Nello specifico fu Giorgetti a scoprirlo, che dal 2013 al 2018 fu presidente della commissione per il Federalismo Fiscale. Su sua richiesta, ricevette i dati sulla redistribuzione dei fondi dal ministero dell’Economia e alla fine insabbiò tutto (i dati fornitigli ufficialmente non risultano infatti agli atti).

Chiese anche di fare una seduta segreta come in antimafia, la cosa risulta dagli atti, dando come motivazione che: “i dati sarebbero potuti essere scioccanti“. E in effetti i dati erano scioccanti, aveva scoperto, analizzando la spesa storica, che ogni anno al Sud arrivano miliardi in meno per la spesa pubblica.

Si scoprì, ad esempio, che se vai in due comuni italiani che hanno lo stesso nome e lo stesso numero di abitanti, come ad esempio Reggio Emilia e Reggio Calabria, dato appunto che i Lep non ci sono, e i fabbisogni continuano ad essere stabiliti principalmente sulla base della spesa storica: “tanto avevi speso tanto ti do”, sembra di trovarti in due nazioni diverse, addirittura in epoche diverse.

A Reggio Emilia, che offre più servizi, viene riconosciuto un fabbisogno standard di 139 milioni; Reggio Calabria, che di servizi ne ha molti meno, 104 milioni: 35 milioni di euro in meno, pur avendo quasi 10 mila abitanti in più. Un neonato di Reggio Calabria ha diritto a 570 euro di spesa pubblica pro capite; Un neonato di Reggio Emilia a 700.

E questo accade ogni anno, con dati visibili dal 2009, perché prima avveniva senza avere contezza, anzi pensando che avvenisse esattamente il contrario, il che moltiplicato per ogni comune del sud porta, ripeto almeno dal 2009, ad una mancata assegnazione di circa 60 miliardi di euro ogni anno.

Ovvero, il Sud con una popolazione pari al 34,3% di quella nazionale, riceve il 28,3% della spesa pubblica complessiva, mentre il Centro-Nord con il 65,7% della popolazione italiana percepisce il 71,7% del totale di denaro pubblico. In altre parole, al Sud viene tolto il 6% di quello che secondo la Costituzione gli spetta, per essere elargito al Centro-Nord. Un 6% che equivale a 61,5 miliardi di euro illegittimamente sottratti ogni anno al Meridione.

Quindi, ministro Calderoli nell’esprimerle la mia solidarietà per le eventuali minacce ricevute e al contempo invitarla a presentare denuncia, le suggerisco di chiedere al suo collega di partito, Giancarlo Giorgetti, lumi in merito ai dati sulla redistribuzione dei fondi ricevuti dal ministero dell’Economia, e visto che si trova chieda anche chiarimenti sui motivi che lo indussero a farseli inviare “in modo riservato o facciamo una seduta segreta come avviene in commissione antimafia” . (mm)

[Massimo Mastruzzo è del direttivo nazionale Movimento Equità Territoriale]

AUTONOMIA E DISTRIBUZIONE DI RISORSE
VA UNIFORMATA LA SPESA PRO-CAPITE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Bisogna superare la spesa storica. Credo che l’esigenza che la distribuzione delle risorse avvenga sulla base di una equità sostanziale non può essere messa in dubbio se non con argomentazioni molto discutibili. Per essere più precisi il tema riguarda l’esigenza che in un Paese, che voglia restare unito, ogni cittadino abbia diritto, al di là delle sue capacità reddituali, di una quota di spesa pubblica complessivamente uguale.

Poi essa sarà distribuita in modo diverso perché coloro che hanno più bisogno avranno una quota maggiore di welfare, per cui alcuni avranno moltissimo ed altri, meno bisognosi, non avranno nulla, ma come principio generale ogni individuo, nella distribuzione complessiva della spesa pubblica dovrebbe avere una quota uguale.

Sarebbe invece assurdo il contrario, cioè che si destini di più alle aree più sviluppate e più ricche. Sembra impossibile ma è quello che da anni avviene in Italia.

La somma sottratta rispetto ad una teorica equidistribuzione, contestata nella cifra ma non nel principio, sarebbe se includiamo gli oneri pensionistici, visto che per anni sono state retributivi e non contributivi, e gli investimenti del settore pubblico allargato, molto contestati perché si afferma che le società relative sono quotate in borsa e quindi in parte proprietà di azionisti privati, sarebbe di oltre 60 miliardi.

In tale  somma non sono compresi quei 20 miliardi che ogni anno vengono regalati, in parte, al netto delle emigrazioni all’estero,  al nord del Paese,  con il processo migratorio dei  100.000, che formati abbandonano il Sud.

Né la somma che le singole Regioni versano a quelle del Nord per i servizi sanitari, che da queste ultime vengono forniti a cittadini meridionali, né la sottrazione di risorse che avviene per un patrimonio immobiliare che ogni anno perde di valore per l’effetto spopolamento e che invece provoca un aumento del valore di esso  nelle aree che incrementano la popolazione.

Non serve ripetere che la spesa pro-capite di ogni cittadino riguarda quello che viene destinato all’infrastrutturazione, all’istruzione, alla sanità, al welfare, a tutti i servizi che fornisce lo Stato, compresi quello per la sicurezza, per la difesa, per il funzionamento della macchina pubblica.

In realtà vi è chi vorrebbe semplicemente superare la problematica posta statuendo costituzionalmente, con l’autonomia differenziata, che le risorse rimangano alle Regioni che le producono, modificando il soggetto, previsto dalla Costituzione, che è l’individuo e sostituendolo, per il calcolo, con la Regione, che avrebbe diritto a trattenere le risorse che vengono prodotte sul territorio, sottratte piccole compensazioni da versare alla Stato centrale per le realtà meno sviluppate.

Quindi l’esigenza delle regioni meridionali è di quelle legittime e l’indignazione, che sale dai Presidenti delle Regioni del Sud, opportuna rispetto a una distribuzione delle risorse per la sanità che non rispetta il principio dell’equidistribuzione.

Ma bisogna essere realisti: se Reggio Emilia ha 66 asili nido e Reggio Calabria, con una popolazione superiore, ne ha tre pensare che le risorse non vengano date in base alla spesa storica significa chiedere a Reggio Emilia di chiuderne la metà.

È chiaro che tale prospettiva è assolutamente irrealizzabile, a meno di prospettive non auspicabili.

E allora bisogna aver chiaro che l’unico modo, perché gradualmente possa realizzarsi un processo di convergenza tra aree ricche e povere, è quello di avere crescite consistenti e risorse aggiuntive, come quelle del PNRR, ma anche una politica che metta veramente al centro il Mezzogiorno e che preveda un processo continuo che porti le due parti ad un percorso  di avvicinamento progressivo.

Come si sta vedendo nella preparazione della prossima finanziaria le risorse sono sempre estremamente limitate, la coperta è stretta ed è facile che non tutte le esigenze possano essere soddisfatte.

La richiesta che deve provenire dalle Regioni meridionali è che vi sia un piano di rientro che porti nel giro di qualche anno ad avere una spesa pro capite uguale per tutto il Paese. Richiesta che è in completa contraddizione e contrapposizione rispetto al percorso che si sta intraprendendo con l’autonomia differenziata, che prevede il trucco dei Lep, che presto sarà chiaro a tutti, che per i motivi detti, non potranno essere realizzati come peraltro è avvenuto nella sanità con i Lea (livelli essenziali di assistenza del SSN).

Ma ovviamente il tema non è tecnico, come si vorrebbe far credere, con il gruppo costituito da Calderoli per individuare i Lep, ma esclusivamente politico. I partiti nazionali, che devono dare risposte ai loro più esigenti elettori del Nord, avranno difficoltà, come si è visto anche con la distribuzione delle risorse del PNRR, a far accettare un riparto meno sbilanciato della spesa pubblica.

Le regioni settentrionali vogliono, giustamente, tenere il passo con le aree più sviluppate dell’Unione Europea e per questo hanno bisogno di spesa pubblica abbondante, per infrastrutturare il territorio con la quarta e quinta corsia per avere servizi adeguati mentre l’impresa privata, ma anche quella partecipata,  pressa per aiuti che riguardino la possibilità di innovare per essere competitivi sui mercati internazionali.

Per questo l’unica strada possibile è quella di una crescita che non sia dello zero virgola ma che metta in funzione quella che viene chiamata la seconda locomotiva e che per ora è rimasta ferma nei depositi delle ferrovie.

Pensare di far crescere un paese puntando su una sola gamba se non fosse ridicolo sarebbe da ingenui. Lasciare il 40% del territorio non utilizzato e il 33% della popolazione a un tasso di occupazione di una persona su quattro significa non capire le potenzialità possedute.

Il cambio di passo è proprio quello che serve ma non sembra ancora che tutti se ne siano resi conto, se ancora PD e Cinque Stelle si allertano per manifestazioni contro il ponte sullo stretto di Messina. Non capendo che la logistica è uno dei tre pilastri sui quali deve fondarsi il New Deal del Mezzogiorno, insieme al manifatturiero e al turismo. Mentre la proiezione euro-mediterranea, ormai indispensabile per l’Europa, è un altro degli elementi su cui si può fondare il Rinascimento del nostro Paese, partenendo da Sud. (pmb)

(courtesy Il Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia)

L’OPINIONE / Gregorio Corigliano: L’autonomia accresce la povertà, dice l’arcivescovo di Napoli

di GREGORIO CORIGLIANO – «L’autonomia differenziata, per quanto la si voglia edulcorare con nuovo innesti terminologici (che la gente non comprende) rompe il concetto di unità, lacera il senso di solidarietà che è proprio della nostra gente, divide il Paese, accresce la povertà già troppo estesa ed estrema per milioni di italiani».

Sono parole queste, dell’Arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, calabrese di Satriano, che guida, con impegno e vigore, la curia più importante del Mezzogiorno. Forte del suo impegno in terra calabra, alla guida del centro calabrese di solidarietà, del quale ha parlato con nostalgia ed entusiasmo, abbastanza recentemente a Catanzaro, non poteva rimanere in silenzio di fronte al disegno Calderoli.

E con una lettera aperta che mi ha inviato per mail, memore di un antico rapporto, negli anni del mio impegno professionale, sempre vivo, in Rai, titolata “Il Vangelo e la Costituzione” si sofferma sul tema dell’autonomia differenziata, che, si spera non diventi mai operativa. Perché? «Cancella d’un colpo quel bagaglio ricchissimo di conquiste democratiche, realizzato dalle lotte popolari, dal Risorgimento ad oggi». Com’è costume dell’alto prelato, con grazia ma anche con fermezza, aggiunge che i promotori del ddl, con in testa il ministro Calderoli, dimenticano che non si tratta dell’attuazione della Costituzione ma, ma che la nostra Magna Charta parla dell’eguaglianza autentica fra tutti i cittadini e prescrive che sia lo Stato a garantirne l’effettiva parità.

E mons. Battaglia arriva a parlare della bellezza della nostra Costituzione che prevede una inscindibile unità tra autonomie e solidarietà, tra libertà individuale ed azione sociale, tra ricchezza individuale e ricchezza complessiva, tra singoli territori ed unità territoriale. Ed ancora: tra Regioni e Paese, tra Comuni e Stato, tra pluralismo e compattezza. Chi ha preparato quel disegno di legge che soprattutto al Sud, in particolare a Napoli e a Reggio Calabria, hanno contestato e criticano aspramente dimenticano che al centro di ogni divenire sociale c’è la persona non il singolo individuo privo del corredo umano che fa l’uomo un essere speciale. Naturalmente, il mio amico Arcivescovo rileva che «da soli non si va da nessuna parte, che anche le zone ricche subiscono il rischio di diventare povere e di incontrare la sofferenza ed il dolore». Ed arriva, mons. Battaglia alla bruciante attualità.

«Il terremoto e la devastante alluvione che subito la nobile e fiera Emilia Romagna hanno visto la straordinaria grandezza del popolo italiano: infatti è partita subito la solidarietà”. Specialmente dal Sud, il cuore della generosità è volato su quelle terre così duramente colpite. nessuno ha fatto i conti della spesa,  sostiene ancora don Mimmo, come ama essere chiamato. «Al Sud si è pregato e tifato, e soprattutto si è gioito quando il governo ha elargito somme considerevoli».

Quelle somme che anche noi consideriamo insufficienti per far rinascere quella parte di Paese. È infatti il territorio la prima ricchezza che hanno i poveri, indebolirglielo è colpa grave, non solo politica e le ferite ai territori in qualsiasi modo inferte, sono ferite sulle carni già aperte dei poveri. Battaglia si dice convinto che ai responsabili della cosa pubblica sfugga il significato della parola gente, della parola popolo, della parola comunità: cioè la persone con tutto il suo carico di diritti inalienabili. Non manca di scrivere che Lui è soltanto un prete che ha toccato con mano – eccome se lo ha fatto – la sofferenza, ogni giorno. Bisogna essere solidali con gli ultimo: lo ha sempre detto ed in questo caso lo ribadisce. 

«Di fronte alle enormi sofferenze di famiglie intere che non riescono a fronteggiare il più piccolo dei bisogni, nessuno osi – nessuno osi- tirarsi indietro. Certamente, com’è noto, la Chiesa non lo farà – basta ascoltare quotidianamente Papa Francesco». La chiosa: non tema alcuno di essere accusato di politicismo: Siamo con i poveri ed i bisognosi. Com’è giusto che sia, grazie Don Mimmo. (gc)

L’OPINIONE / Orlandino Greco: Il ministro Calderoli si fermi. L’autonomia non piace a nessuno

di ORLANDINO GRECO – Si allarga sempre più il fronte del no al DDL Calderoli sull’autonomia differenziata.

Questo non può che compiacere chi come me ed il partito che ho contribuito a fondare, l’Italia del Meridione, si è da subito espresso negativamente sulla bozza del decreto. Da Bankitalia alla Corte dei conti, dalla Cei a Confindustria e al servizio Bilancio del Senato: ormai il coro è quasi unanime sugli effetti nefasti che questa riforma comporterebbe ad un paese già di per se fragile e minato nella sua interezza da politiche miopi che in questi anni hanno fatto aumentare i divari da un’estremità all’altra dello stivale.
Le perplessità erano e restano sempre quelle: il mancato superamento della Spesa Storica e la mancata istituzione di un fondo perequativo per i comuni; l’inattuata omogeneità dei Livelli Essenziali delle Prestazioni su tutto il territorio nazionale; l’effettiva capacità di ogni regione di esercitare in modo efficiente le attuali funzioni dello Stato nella prospettiva di soddisfare al meglio le esigenze dei cittadini, atteso che vi sono regioni con minori entrature erariali maturate a causa del contesto storico ed economico avverso; l’assenza di un fondo per riequilibrare il sistema sanitario del Sud con quello del Nord, scongiurando l’aumento della mobilità passiva per il Sud e la fuga degli operatori sanitari, attirati dagli stipendi più alti al Nord.
Restano, inoltre, le perplessità sulla eventuale regionalizzazione di alcune materie le quali, senza la gestione diretta dello Stato, rischiano di segmentare ulteriormente il Paese. Penso all’istruzione che potrebbe causare, con l’attuazione di questa autonomia, diversificazione di programmi, strumenti e risorse: l’opposto del principio universalistico pensato da Calamandrei per garantire l’unità della Repubblica. Penso all’eventuale regionalizzazione dell’export che minerebbe alle fondamenta la forza del brand Made in Italy e quindi la credibilità di un sistema di mercato non più a dimensione nazionale.
Sulla sanità, sull’istruzione e sull’export, noi dell’Italia del Meridione rilanciamo l’idea di una governance esclusiva dello Stato.
Va ricordato che nei giorni addietro, al Senato, sono state presentate le firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per fermare l’autonomia differenziata. Estensore della proposta è stato il costituzionalista Massimo Villone e l’Italia del Meridione, attraverso una forte opera di sensibilizzazione sul tema nelle piazze del Sud, ha dato un contributo decisivo nel raggiungimento del numero di firme sufficienti alla presentazione della proposta di legge.
D’altronde non solo questa è una vicenda che esautora il Parlamento, rimandando i temi ad una discussione ristretta tra il Ministro delle Autonomie ed i presidenti delle regioni e quindi creando un pericoloso precedente, ma che necessita di un confronto plurale e aperto. Vi è la necessità, a fronte dell’allora pasticciata riforma del Titolo V della Costituzione ad opera del Governo D’Alema e delle pre intese firmate dal Governo Gentiloni, di modificare gli articoli 116 e 117 della Costituzione in modo tale che venga bandita dalla stessa Carta ogni forma di autonomia che leda i diritti dei cittadini ed il principio dell’unità nazionale.
Insomma, di quali ulteriori pareri ha bisogno il Governo per capire che un simile procedimento, in questa fase, lederebbe ulteriormente i diritti dei cittadini del Sud?
Il Presidente Meloni, finora, ha dimostrato grande equilibrio nel governo del Paese ma ora è tempo di rompere ogni indugio e di bandire gli egoismi non solo leghisti ma di tutte quelle forze trasversali, partito democratico in primis, che, più o meno velatamente, fanno gli interessi solo di una parte del Paese. Diversamente, saremo pronti a scendere nuovamente nelle piazze e, se necessario, ad indire forme di protesta forti seppur pacifiche, bloccando le autostrade ed i mezzi che trasportano le merci dal Nord ai nostri territori. Noi siamo i figli di Pitagora ma anche gli studiosi del patriottismo degasperiano che ci ha insegnato come l’unica speranza di riscatto del sistema Paese sia quella della rinascita del Sud.
Vengano lor signori a spiegarci il perché non dovremmo assumere un atteggiamento radicale a fronte del largo consenso che le nostre perplessità hanno ricevuto nel Paese. Un consenso che fonda le sue radici non nel conflitto ideologico o di bottega ma nella consapevolezza che abbiamo il dovere morale di difendere i diritti di tutti gli italiani ed il futuro dei nostri figli, desiderosi di restare nella propria terra. Le battaglie in difesa delle vocazioni territoriali mirano alla risoluzione della complessità dei problemi, convinti del fatto che non si possa tornare ad essere un grande Paese se si viaggia divisi e a velocità diverse.
Noi vogliamo che non ci siano più cittadini figli di un Dio minore ma che tutti insieme, a parità di condizioni, potremo contribuire ad uno sviluppo sostenibile e armonico del Paese. (og)
[Orlandino Greco è Segretario Federale de L’Italia del Meridione]

Irto (PD): L’autonomia aumenterà i divari già esistenti tra Nord e Sud

L’autonomia differenziata aumenterebbe ancora di più le distanze e le divisioni che ci sono tra il Nord e il Sud del Paese», ha tuonato il senatore del Partito Democratico, Nicola Irto, all’iniziativa di Napoli “Una e indivisibile” organizzata dal partito per denunciare i gravi pericoli dell’autonomia differenziata.

«Noi continueremo a contrastare l’autonomia differenziata e – ha sottolineato Irto – a preoccuparci per il futuro. È inaccettabile che chi verrà in questo Paese potrà avere la fortuna di nascere al Nord o la sfortuna di nascere al Sud. Nel centrodestra vogliono più Italie, eppure si riempiono la bocca parlando di nazione. Noi vogliamo solo un’Italia una e indivisibile e questo solo il Partito democratico può garantirlo». «Questa iniziativa – ha precisato il segretario dei dem calabresi, ringraziando la segretaria Elly Schlein, la segreteria del partito nazionale e i tanti militanti arrivati in pullman dalla Calabria – dà il senso dell’autonomia differenziata, che spaccherebbe il Paese e aumenterebbe la migrazione sanitaria. Io vengo da una regione commissariata da 13 anni per la sanità, che ancora oggi continua a produrre inefficienza e risultati drammatici. Per non parlare delle infrastrutture, tant’è che noi in Parlamento abbiamo proposto anche una perequazione infrastrutturale. È inaccettabile che nel Nord del Paese ci siano collegamenti efficienti e connessioni tra grandi città e invece nel Sud – ha rimarcato Irto – manchi l’Alta velocità ferroviaria ed esistano collegamenti disumani; penso tra Catania e Messina e tra Catania e Palermo, penso all’isolamento della costa ionica calabrese, penso alle infrastrutture inesistenti nel Mezzogiorno». (rrm)

L’OPINIONE / Santo Biondo: Serve opposizione politica e istituzionale contro autonomia

di SANTO BIONDO – Realizzare alleanze propositive allargate, che non siano semplici cartelli elettorali, per rivendicare attenzione verso la Calabria, su alcune priorità come la Statale 106, l’Alta velocità, la Zes, la Sanità, per evitare che il corto circuito attuale con Roma possa mettere a rischio le potenzialità ancora inespresse del Pnrr ed evitare che questo Governo, il più disattento della storia verso il Mezzogiorno, limiti la crescita del nostro territorio.

Contro questo progetto è necessaria una ferma opposizione politica ed istituzionale. Il progetto Calderoli è antistorico, decontestualizzato rispetto a quello che si sta realizzando in Europa e in netto contrasto con gli indirizzi dell’Unione europea per quanto riguarda la riduzione delle diseguaglianze.

La proposta del ministro leghista, questo non lo si deve mai dimenticare, cozza con le previsioni della nostra Carta costituzionale che, senza tema di smentite, fissa il criterio insopprimibile della perequazione fiscale, senza vincoli di destinazione, nell’interesse dei territori non minore capacità per abitante.

Quando il decreto Calderoli fissa il principio che i Lep verranno finanziati con legge di bilancio si pone in netto contrasto con le previsioni dei legislatori costituenti. Al ministro, quindi, andrebbe chiesto non come si determinano i Lep ma come gli stessi saranno finanziati.

La verità sta nel fatto  questa una delle critiche di Santo Biondo che questo progetto Calderoli ha come vero obiettivo non dichiarato la gestione del residuo fiscale in favore delle regioni del Nord e non l’attuazione dell’articolo 116 della Costituzione che predispone i passaggi di legge determinanti per arrivare al regionalismo differenziato.

Così costituita la norma proposta dalla Lega e dal ministro Calderoli, nel bypassare il dibattito in Parlamento, finirà per produrre degli squilibri territoriali, economici e sociali tali da intaccare il principio dell’unità nazionale che, sancito dall’articolo 5 della Costituzione, rappresenta uno dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale.

Il rispetto di questo principio fondante deve far valutare al Governo e alle istituzioni di questo Paese se il regionalismo asimmetrico, come concepito dal ministro Calderoli, sia coerente con una sostenibilità finanziaria dello Stato che sia in grado di garantire la solidarietà nazionale verso quei territori, in primis quelli meridionali, che sono più in difficoltà. (sb)

[Santo Biondo è segretario regionale di Uil Calabria]