AUTONOMIA DIFFERENZIATA: VERRÀ MENO
IL PRINCIPIO DI SOLIDARIETÀ NAZIONALE

di FILIPPO VELTRI –  Attualmente esiste in media un divario di almeno mille euro pro capite per abitante tra Mezzogiorno e Centro-Nord nella spesa pubblica». Così i dati dell’Agenzia per la Coesione fotografano il differenziale di spesa per il finanziamento dei servizi tra le due diverse aree del Paese.

Questa fonte smentisce la vulgata del Sud inondato di risorse ma conferma, invece, il contrario. E questi dati si riflettono in una minore spesa sia in conto capitale per investimenti che in spesa corrente. Si tratta di un divario di spesa in comparti essenziali: dall’istruzione alla sanità, ai trasporti pubblici e alla spesa sociale. Quindi, il divario Nord-Sud in termini di servizi che tutti i cittadini vivono quotidianamente è dovuto, in parte, anche a sacche di inefficienza ma prevalentemente anche al fatto che al Sud dal momento che alcuni servizi non esistono, semplicemente non esistono neppure le risorse per erogarli. È il meccanismo della spesa storica: dove non ci sono servizi non c’è neanche la spesa ed è questo che ha comportato il grande divario.

Il disegno di legge sull’autonomia differenziata è stato approvato in Consiglio dei ministri con ulteriori integrazioni rispetto alle prime bozze. Adesso si conferma la necessità di definire i Lep prima di procedere al trasferimento delle competenze dallo Stato alle Regioni. Ma questo sarà un sufficiente strumento di garanzia? Questo rappresenterebbe una reale garanzia se alla definizione dei Lep facesse seguito anche un adeguato finanziamento. Si tratta di una differenza sostanziale dal momento che la norma Calderoli ci dice che è sufficiente definire i Lep ma proprio alla luce del differenziale di servizio non basta stabilirli ma bisogna anche garantire le risorse per il loro finanziamento. Ciò vuol dire risorse aggiuntive prevalentemente per il sud, ma non solo, per erogare il servizio dove attualmente non c’è. In realtà, il problema viene aggirato e difatti rischiamo di avere una applicazione dell’autonomia anche in materie oggetto dei Lep senza che i Lep vengano finanziati.

Cosa potrebbe infatti avvenire nel caso in cui competenze come la sanità o la scuola venissero regionalizzate? Sono molti i rischi. In primo luogo, si rischia una frammentazione del Paese, una frammentazione delle politiche pubbliche ma c’è poi un tema di unità nazionale. Quando si impatta su materie quali l’istruzione che sono parte del nostro sentimento di unità nazionale si rischia di avere anche programmi diversi a livello territoriale. Addirittura nella proposta del Veneto si prevedeva che il personale della scuola fosse trasferito nei ruoli della Regione. Si capisce bene che questo impatterebbe sia sulla mobilità sia sugli stipendi. Uno stesso insegnante in Veneto può guadagnare di più che in Calabria o in Campania facendo lo stesso lavoro. Oltre a ciò si indebolisce il principio di solidarietà nazionale perché con il trasferimento si bloccano le risorse e così avremo tre regioni il cui principale obiettivo è ridurre il loro contributo di solidarietà.

Restiamo in ambito scuola con un esempio. Nel nostro Paese ci sono due bambini, nati lo stesso anno. Una si chiama Carla e vive a Firenze, l’altro Fabio e vive a Napoli. Hanno entrambi dieci anni e frequentano la quinta elementare in una scuola della loro città. Ma mentre la bambina toscana, secondo i dati Svimez, ha avuto garantita dallo stato 1226 ore di formazione; il bambino cresciuto a Napoli non ha avuto a disposizione la stessa offerta educativa, perché nel Mezzogiorno mancano infrastrutture e tempo pieno. Secondo la Svimez, infatti, un bambino di Napoli, o che vive nel Mezzogiorno, frequenta la scuola primaria per una media annua di 200 ore in meno rispetto al suo coetaneo che cresce nel centro-nord che coincide di fatto con un anno di scuola persa per il bambino del sud.

Poi ci sono i freddi numeri: secondo i dati Svimez, nel Mezzogiorno, circa 650 mila alunni delle scuole primarie statali (79% del totale) non beneficiano di alcun servizio mensa. In Campania se ne contano 200 mila (87%), in Sicilia 184 mila (88%), in Puglia 100 mila (65%), in Calabria 60 mila (80%). Nel Centro-Nord, gli studenti senza mensa sono 700 mila, il 46% del totale.

Ancora: per effetto delle carenze infrastrutturali, solo il 18% degli alunni del Mezzogiorno accede al tempo pieno a scuola, rispetto al 48% del Centro-Nord. La Basilicata (48%) è l’unica regione del Sud con valori prossimi a quelli del Nord. Bassi i valori di Umbria (28%) e Marche (30%), molto bassi quelli di Molise (8%) e Sicilia (10%). Gli allievi della scuola primaria nel Mezzogiorno frequentano mediamente 4 ore di scuola in meno a settimana rispetto a quelli del Centro-Nord. La differenza tra le ultime due regioni (Molise e Sicilia) e le prime due (Lazio e Toscana) è, su base annua, di circa 200 ore.

Circa 550 mila allievi delle scuole primarie del Mezzogiorno (66% del totale) non frequentano inoltre scuole dotate di una palestra. Solo la Puglia presenta una buona dotazione di palestre, mentre registrano un netto ritardo la Campania (170 mila allievi privi del servizio, 73% del totale), la Sicilia (170 mila, 81%), la Calabria (65 mila, 83%).

Nel Centro-Nord, gli allievi della primaria senza palestra, invece, raggiungono il 54%. Analogamente, il 57% degli alunni meridionali della scuola secondaria di secondo grado non ha accesso a una palestra; la stessa percentuale che si registra nella scuola secondaria di primo grado.

Parole e ulteriori commenti a questo punto non servono. (fv)

Primarie Pd, il duello nei 189 gazebo calabresi con il paradosso Irto-Bonaccini sull’autonomia

di SERGIO DRAGONELa parola ai gazebo che in Calabria sono 189 (31 in provincia di Catanzaro, 78 in quella di Cosenza, 13 in quella di Crotone, 47 in quella di Reggio Calabria, 24 in quella di Vibo Valentia).

Il Partito Democratico sceglie il suo segretario/segretaria con il sistema delle “primarie aperte”, da più parti criticato perché “apre” a tutti gli elettori del centrosinistra, dimenticando che da Veltroni in poi tutti i segretari dem, salvo i reggenti come Franceschini e Letta, sono stati eletti così. Non è dunque necessario essere iscritti al PD, basta versare 2 euro e presentare la propria tessera elettorale.

Lo scontro è tra i due più votati nella “fase uno” delle primarie. Il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini e la deputata Elly Schlein, peraltro fino a pochi mesi fa vice del suo avversario nella Regione più rossa d’Italia.

Non è solo uno scontro tra personalità, ovviamente molto differenti. È uno scontro tra due visioni del partito e della politica. 

Bonaccini ha 56 anni, è un ottimo governatore della sua Regione e si muove su una linea di sostanziale continuità. Il suo – se vincerà – sarà un PD che guarda verso il centro, alternativo e conflittuale con il Movimento Cinquestelle. Un partito riformista che, secondo i suoi detrattori, è una riproposizione del renzismo.

La Schlein ha 37 anni, gira con uno zainetto e indossa sempre jeans, è femminista, movimentista e ambientalista. Il suo PD – se vincerà – sarà un partito che guarda a sinistra, che tenterà di riappropriarsi dello spazio che gli è stato risucchiato dal movimento guidato da Giuseppe Conte. Secondo i suoi detrattori, porterebbe il PD nell’orbita dei grillini e in una zona minoritaria.

Nella prima fase delle primarie, quella riservata agli iscritti, Bonaccini ha vinto largamente in Calabria, anche perché l’intero gruppo dirigente si è schierato con lui, con in testa il segretario-senatore Nicola Irto. Il governatore dell’Emilia ha ottenuto il 54% (circa 3800 voti) contro il 22% della Schlein (1594), mentre i due competitor minori Paola De Micheli e Gianni Cuperlo hanno totalizzato rispettivamente il 16% (1212) e il 10% (752).

È naturale che Bonaccini parta avvantaggiato anche nella fase due delle primarie in Calabria, non fosse altro che l’intero gruppo consiliare alla Regione, più l’indipendente Amalia Bruni, sono schierati con lui. Ma l’esito dei gazebo è sempre un’incognita. A livello nazionale, si prefigura un testa a testa molto tirato anche per via della diversa provenienza geografica del consenso ai due candidati: Bonaccini è molto forte nei piccoli e medi centri, la Schlein è uscita vittoriosa in tutte le grandi città, da Milano, a Roma, a Napoli.

Ma il largo consenso ottenuto in Calabria da Bonaccini al primo turno apre una riflessione politica di non poco conto su quello che non è un azzardo definire un colossale paradosso. Il governatore dell’Emilia Romagna è stato di fatto il battistrada dell’autonomia differenziata delle Regioni più ricche (Lombardia, Veneto e appunto Emilia Romagna) con un processo che portò alla firma di un protocollo d’intesa con il Governo centrale. La strada aperta da Bonaccini fu utilizzata anche dai Governatori leghisti di Lombardia e Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia, che addirittura promossero un referendum nelle loro Regioni.

La Regione Emilia Romagna chiedeva di ottenere maggiore autonomia legislativa e amministrativa per gestire direttamente e con risorse certe materie fondamentali come lavoro, istruzione tecnica e professionale, ricerca scientifica e tecnologica, sanità, ambiente e infrastrutture. In pratica quello che c’è scritto oggi nella bozza Calderoli che vede la fiera risposta di tutte le Regioni meridionali, compresa la Calabria.

All’epoca ci fu una forte reazione al punto che il Consiglio regionale della Calabria, presieduto proprio da Nicola Irto oggi maggiore sponsor di Bonaccini, approvò una risoluzione il 30 gennaio del 2019 che affermava, tra le altre cose, che ”tale processo di rafforzamento dell’autonomia di tre fra le Regioni più ricche d’Italia, nell’attuale momento storico del Paese, contrassegnato dall’incremento delle sacche di povertà e disagio sociale, manifesta profili allarmanti sul versante della potenziale lesione di principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale, tra i quali l’uguaglianza di tutti i cittadini e l’unità e indivisibilità della Repubblica”.

Nella stessa risoluzione, il Consiglio regionale, che era a maggioranza PD-centrosinistra, diffidava

il Governo nazionale a predisporre atti che prevedano trasferimento di poteri e risorse ad altre Regioni sino alla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (art. 117, lettera m della Costituzione)”.

Insomma, Irto e Oliverio contro Bonaccini, Zaia e Maroni. Cosa è cambiato? Il paradosso politico resta tutto: la Calabria, una delle Regioni più ostili all’autonomia differenziata aperta dall’iniziativa Emilia Romagna-Lombardia-Veneto, si schiera apertamente, senza se e senza ma, per uno dei paladini di quel disegno autonomista. Misteri della politica e soprattutto misteri del Partito Democratico. Che non a caso nella nostra Regione colleziona sconfitte seriali. (sd)

M5S: Faremo tour con Roberto Fico per spiegare insidie e pericoli di autonomia differenziata

I parlamentari del M5S in Calabria, hanno annunciato una serie di incontri, insieme a Roberto Fico, sul tema dell’autonomia differenziata per «discuterne le conseguenze in termini pratici e quanto influirà sulle nostre vite».

«Abbiamo chiamato questo piccolo tour che si articolerà in due fasi – hanno spiegato – Verso sud, la strada per crescere non è l’autonomia differenziata, poiché riteniamo che il percorso intrapreso dal governo Meloni con la forzatura di una riforma così complessa e così poco condivisa possa condurre verso condizioni di svantaggio per il meridione e non sia positiva per la coesione del Paese».

«Ne parleremo con il presidente del Comitato di Garanzia del M5S ed ex presidente della Camera Roberto Fico – prosegue la nota – in modo da analizzare le dinamiche di quella che ai più appare come una secessione camuffata delle regioni settentrionali dal mezzogiorno. E ci confronteremo con cittadini, associazioni, sindacati, forze produttive e amministratori che vogliano dare un contributo di idee per rilanciare una controproposta rispetto al disegno di legge voluto dal ministro Calderoli e dalla sua maggioranza».

«Il primo ciclo di appuntamenti – annuncia la nota –, cui parteciperanno anche tutti gli eletti del Movimento 5 stelle in Calabria e gli attivisti, si terrà il 3 e 4 marzo e toccherà Cosenza, Vibo Valentia e Roccella Jonica; il secondo, invece, arriverà a Corigliano Rossano, Crotone e Catanzaro il 14 ed il 15 aprile»

«Siamo, quindi, certi che – hanno concluso – l’iniziativa sarà utile per approfondire adeguatamente i rischi e le insidie di un’autonomia differenziata che questo governo ha pensato bene di affrontare con un salto nel buio». (rrm)

L’OPINIONE / Giovanni Giordano: La Calabria “Straordinaria” alla Bit e l’ombra dell’autonomia

di GIOVANNI GIORDANO – Conclusa la Borsa Internazionale del Turismo di Milano, oltre l’apprezzamento per l’immagine della Calabria con il suo eco-stand e per i confortanti dati sui flussi turistici del 2022, ci domandiamo come inciderà sul futuro turistico della regione il Disegno di Legge sull’Autonomia Differenziata, approvato il 2 febbraio dal Consiglio dei Ministri.

Prendendo le opportune distanze dal fare speculazione politica, in ogni caso, non possiamo non essere preoccupati. L’Autonomia Differenziata, a nostro avviso potrebbe rivelarsi l’ennesimo danno per le popolazioni del Mezzogiorno, se non addirittura il colpo di grazia.  L’espressione “autonomia differenziata”, di per sé, potrebbe apparire accattivante perché chi non vorrebbe essere un soggetto autonomo secondo una propria peculiare specificità? L’essere autonomo però è una medaglia che possiede il proprio rovescio.

 Alle imprese turistiche calabresi che valore aggiunto porterà – così come congegnato – questo Disegno di Legge? Se partiamo dal contesto generale in cui versa il Sud, potrebbe essere un grande rischio che ricadrebbe pure sulle imprese turistiche del territorio. Al di là di slogan “straordinari”, di foto patinate e video super pagati, il Turismo si fa – innanzitutto – con la programmazione concertata tra operatori e associazioni di settore, e poi – contestualmente – rimettendo a nuovo quella che resta ancora una terra di emigrazione con ampie frange di sottosviluppo e, per certi aspetti, disperata sul proprio futuro.

Il peso di questa arretratezza, di cui il settore turistico ne risente, lo si trova nei servizi, nelle infrastrutture, nei mezzi di trasporto pubblico, nel decoro dei nostri centri urbani. Per non parlare della sanità ospedaliera, del perenne rischio di dissesto idrogeologico del territorio, dell’inquinamento di ampi tratti di mare, dell’erosione delle nostre coste; del patrimonio boschivo lasciato in pasto ogni estate ai piromani affaristi del “business del fuoco”. Aggiungiamo la mancanza di personale adeguato per numero e qualità da poter essere impiegato nel turismo, la burocrazia asfissiante, il peso di tasse e tributi per le imprese, l’assenza di una tempestiva programmazione di voli da e per la Calabria.

Finita l’euforia milanese, dunque, attendiamo che la politica calabrese e meridionale, con coraggio e responsabilità, faccia quadrato affermando con chiarezza e ad alta voce che urgono ingenti e straordinarie risorse per uniformare il Sud al Nord rispetto ai Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP). È giunta l’ora, a questo punto, di far funzionare il Fondo Perequativo previsto dalla legge, badando bene e con rigore affinché le risorse non siano distratte o dirottate verso altri fini. Se ci sarà tutto ciò allora forse potremmo anche parlare di Autonomia Differenziata, al contrario, si rischia che di “straordinario” ci resti soltanto l’illusione. (gg)

[Giovanni Giordano è imprenditore turistico e Vicepresidente Nazionale Confapi Turismo e Cultura  e Presidente Confapi Turismo Calabria]

L’OPINIONE / Giovanna D’Ingianna: Presidente Occhiuto, faccia realmente chiarezza su autonomia

di GIOVANNA D’INGIANNASeppur le recenti dichiarazioni del Presidente Roberto Occhiuto sul Ddl Calderoli tendono alla via della diplomazia, restano aperti alcuni interrogativi che destano forti preoccupazioni in larga parte del Paese, dalla società civile alle istituzioni, passando dai corpi intermedi e tra questi, ovviamente, vi è l’Italia del Meridione.

In primis, fanno eco le parole del ministro Roberto Calderoli quando afferma che al Sud il primo vero sostenitore della riforma è proprio il Presidente della Regione Calabria, nonostante l’apparente prudenza del governatore stesso. D’altronde, in secundis, se è vero che l’autonomia può essere un’opportunità anche per il Sud, a patto che i diritti sociali e civili vengano garantiti ovunque e che ci sia perequazione, come si può immaginare che ciò che non è stato attuato per oltre un decennio, ossia i Lep, i costi dei fabbisogni standard e l’abolizione della Spesa Storica, e cioè quegli stessi strumenti che hanno consentito alla Lega, seppur con connivenze trasversali, di curare gli interessi esclusivi del Nord, possa essere attuato nel giro di un anno, così com’è stato annunciato dal Governo?

Sono questi i parametri sui quali verranno elargite le risorse in una futura ristrutturazione delle competenze istituzionali. Ergo: non trattandosi di questioni secondarie, sembra di vivere in una fase di annunciate nel mentre si consumeranno le ennesime sperequazioni ai danni dei cittadini del Sud, evidentemente figli di un dio minore per color signori.

Dunque, sarebbe auspicabile che il nostro governatore tenesse aggiornati i calabresi su quanto accadrà in merito alla riduzione dei divari e che lo stesso richiami all’appello i parlamentari calabresi eletti nelle file della Lega e della coalizione di centrodestra nell’astenersi eventualmente a votare una riforma che non vedrà prima la risoluzione delle questioni sopra citate. Solo allora potrà prendere vita l’attuazione di una delle riforme previste dalla Costituzione, alla quale come IdM non siamo ostili o contrari per posizioni partitiche o di bandiera.

Semplicemente chiediamo ed oggi pretendiamo che il Meridione d’Italia non diventi, come qualcuno dice, ancora di più “il Sud del Sud”. Siamo giunti al capolinea, non è più consentito barattare i diritti, così come sanciti, dei cittadini italiani, da nord a sud con le mance elettorali dei partiti che tutelano gli interessi corporativi di una sola parte del Paese.

Idm è schierata sì e dice No a questa Autonomia differenziata ma in nome di un Paese più equo, più giusto, più Unito! (gdi)

[Giovanna D’Ingianna è vicesegretaria Federale di Italia del Meridione]

L’OPINIONE / Santo Gioffrè: Costruiamo Comitati contro autonomia e per difendere sanità pubblica

di SANTO GIOFFRÈ – Questo Governo e questa opposizione da baraccone, espressioni del complesso masso-mafioso-bancario- confindustriale del Nord, vuole trasformare l’Italia in una nicchia selvaggia dove, quei pochi che posseggono, da soli, il 70% della ricchezza nazionale, diventino Stato per Costituzione. Noi, solennemente, non riconosceremo, più, alcuna compagine politica, né, alcuna classe politica.

Dopo la sconfitta del fascismo, ci vogliono ridurre, nuovamente, schiavi. Vogliono ricondurci dentro un recinto e trasformarci,ad esaurimento, esclusivi consumatori di tutto ciò che il mercato bancario-sanitario-industriale e delle nuove tecnologie, già produce. Ci toglieranno ogni libertà d’espressione mass-mediale, le scuole, i servizi, la vita senza sanità pubblica.

E che nessuno pensi, avendo soldi in tasca o grandi patrimoni, che si salverà perché la mercanzia inattrattiva in terre inutili, non la faranno valere nulla. Nè il cosiddetto turismo, senza anima perché nessuno verrà in una terra senza sanità e servizi. Gli unici che trionferanno e non patiranno, saranno i ladri, le organizzazioni criminali, a quali verrà affidato il controllo del territorio e le guardie, le Istituzioni repressive dello Stato che svolgeranno la funzione di contrastare le forme di Proteste politico-sociali che non accetteranno tale infame modello e organizzeranno la Resistenza. (sg)

L’OPINIONE / Ernesto Alecci: Autonomia differenziata umilia la nostra storia

di ERNESTO ALECCI – Ho partecipato con piacere al convegno organizzato dall’Ande (Associazione Nazionale Donne Elettrici) presso la Camera di Commercio di Catanzaro.

L’incontro, dal titolo Dal regionalismo all’autonomia differenziata: ieri, oggi, domani, si è focalizzato su uno dei temi più caldi del momento, ovvero l’autonomia differenziata e in particolare il Disegno di Legge redatto dal ministro Roberto Calderoli e approvato recentemente all’interno del Consiglio dei Ministri. Durante la mia relazione ho voluto esprimere tutte le mie perplessità riguardo i dettami di questo testo e le prospettive alle quali questo testo, qualora diventasse vigente, condannerebbe il nostro Paese e, in particolare, le regioni meridionali.

Al di là dei vizi formali presenti all’interno del disegno di legge, ho voluto esprimere innanzitutto le mie perplessità sull’origine di questo testo e sul suo promotore.  Questa proposta di autonomia differenziata proviene da quel partito, la Lega Nord che da oltre 25 anni ha fatto della secessione delle regioni meridionali uno dei propri cavalli di battaglia, che non si è mai dimostrata vicina ai valori fondanti dell’Unità d’Italia, alle istituzioni nazionali e al Tricolore.

Partito che affida questa proposta ad un personaggio che non ha esitato a chiamare “orango” un Ministro della nostra Repubblica perché di colore. Ho espresso le mie perplessità anche sui tempi di questa proposta, che, guarda caso, ha visto una prepotente accelerazione proprio alla vigilia delle elezioni regionali, in particolare quelle della Lombardia, nel tentativo di racimolare qualche voto in più.

Entrando poi nel merito della questione, ho voluto esprimere tutto il mio dissenso verso quella che, ad oggi, si presenta come un vero e proprio salto nel buio. Infatti, sebbene la base da cui partire per questa riforma, sia la parificazione dei Lep (Livelli Essenziali delle Prestazioni) a livello regionale, è evidente come questo nuovo assetto, qualora introdotto, tenda a penalizzare in maniera sempre più gravosa le regioni meridionali. Garantire i Lep, infatti, vuol dire garantire la sopravvivenza di una comunità, con il minimo che risulti accettabile, ma non prevede in alcun modo una crescita o uno sviluppo di un territorio.

Dopo aver garantito i Lep all’interno delle “regioni più povere”, le altre potranno comunque investire il surplus generato dalla loro fiscalità, aumentando la qualità di tutti i loro servizi in maniera sempre più crescente, divenendo sempre più attrattive. Di conseguenza, nel giro di qualche anno il divario tra Nord e Sud, tra regioni più ricche e regioni più povere andrà sempre e comunque ad aumentare. Senza considerare come ancora sia tutta da valutare l’incidenza per lo Stato del costo dei Lep.

Come abbiamo visto in Germania, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, la realizzazione di un vero e proprio Stato federale deve passare necessariamente da un intervento massiccio e una regia del Governo centrale che possa veramente rendere paritario il “punto di partenza” da cui tutte le regioni devono poi “gestirsi” alla vigilia dell’autonomia.

Questo testo di legge, così come lo conosciamo oggi, umilia la nostra storia. Mi batterò con tutte le mie forze affinché ciò non avvenga. Se il Nord è, oggi, la locomotiva d’Italia lo è anche grazie a tante braccia, gambe, menti meridionali che hanno fortificato e impreziosito il tessuto socio-economico settentrionale. Sono sempre più convinto che non possa esistere un’Italia forte senza un Sud forte. (ea)

[Ernesto Alecci è consigliere regionale]

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Autonomia è opportunità, problema calabrese sono i “buoni e validi” amministratori

di GIACOMO SACCOMANNO – Tanto clamore per nulla. Tanta ignoranza e polemiche inutili. L’autonomia differenziata è una possibile grande opportunità per i buoni e validi amministratori. Cioè, per coloro che hanno e dimostrano una corretta gestione amministrativa ed hanno la vista lunga per operare delle corrette strategie.

Chi si lamenta vuol dire che non ha compreso o non vuole comprendere la fondamentale portata della norma. D’altro canto, sarebbe folle pensare che si sta operando in danno del Sud. La verità, e dobbiamo dirla tutta, è che il Sud si è fatto male da solo per tanta incapacità politica ed amministrativa. Basta ricordare le tante risorse restituite per insufficienza di spesa! E, quindi, peggio di oggi non si può andare!

Ed, allora, veniamo alla questione. Il Sud ha tutte le caratteristiche e potenzialità per poter crescere, ma ha bisogno di amministratori capaci e di una politica chiara e costruttiva. Il gap esistente poteva essere già colmato se fossero state adoperate adeguatamente tutte le risorse messe a disposizione del Meridione. Ma queste non si sono convenientemente utilizzate.

Ora è possibile, se i nostri amministratori comprendono che deve annullarsi la parola “annunci” e si deve passare ad una amministrazione concreta,  condivisa e con una strategia manageriale. Ed, ecco, che invece di inutili polemiche bisogna impegnarsi affinchè si proceda immediatamente alla determinazione dei Livelli Essenziali di Prestazione (Lep), che stabiliranno il fabbisogno minimo di spesa per assicurare i servizi imprescindibili per i cittadini. Se tali livelli saranno realizzati concretamente il Sud potrà risorgere. L’importante è che si riveda la spesa storica e si proceda, invece, alla indispensabile perequazione. Ed, allora, bisogna solo stare attenti sulla attività della Commissione paritetica Stato-Regione e chiedere uomini esperti e parità di partecipazione tra Nord e Sud.

È veramente assurdo seguire molti giornali che affermano, inverosimilmente, che l’autonomia verrà a creare un sistema sanitario buono solo per i ricchi! A parte che la sanità è un disastro in Calabria senza che ci sia l’autonomia, non si comprende su quali basi concrete i giornalisti possano affermare ciò! A parte la forte spinta nazionalista presente nel Governo, la partita vera si gioca sulla perequazione. Se questa avviene correttamente non vi sarà alcun problema per il Sud, ma anzi si potrà risalire e ripartire quasi con le stesse condizioni delle altre regioni.

Ed, allora, invece di lamentarci costruiamo assieme un sistema che possa parificare le differenze e garantire i servizi fondamentali ed essenziali a tutti i cittadini. Finora il Sud non è stato capace, forse ora qualcosa potrà migliorare. Ma, il problema è sempre lo stesso: avere amministratori capaci, competenti e concreti.  (gs)

AUTONOMIA E REGIONALISMO, CI SI CHIEDE:
DOVE SONO I SOLDI PER FINANZIARE I LEP?

di SANTO BIONDO – Cosa si farà del residuo fiscale è il “non detto” di una riforma che la politica per scarsa conoscenza, oppure per convenienza, non vede o fa finta di non vedere. È, infatti, dietro queste due parole che si nasconde la trappola del disegno di legge Calderoli.

È sulla partita economica che, nell’indifferenza di buona parte del ceto politico nazionale e locale, si giocherà il destino di una norma di bandiera che rischia di spaccare il Paese definitivamente in due, di allargare quei divari di cittadinanza già insopportabili allo stato dei fatti.

Tutto il ragionamento sull’autonomia differenziata ruota attorno a due domande a cui questo documento sfugge e lo fa in malafede, sottintendendo l’imbarazzo del ministro che mente sul tema del regionalismo differenziato sapendo di mentire, consapevole di doverlo fare per appartenenza partitica, per dare una risposta partitica ad un tema che, da troppo tempo, la sua parte politica tenta di imporre alla Nazione.

Al ministro Calderoli, però, noi quelle domande le vogliamo rivolgere. Intanto, vorremmo sapere: come si finanziano i Lep delle Regioni che scelgono l’autonomia differenziata ma anche i Lep delle regioni che non fanno richiesta o di quelle che pur facendo richiesta non hanno un entrata fiscale diretta e sufficiente a sostenere economicamente i Livelli essenziali delle prestazioni.

E, poi, nel rispetto dell’articolo 119 della Costituzione, che è l’unico limite all’attuazione del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, vorremmo sapere come, con la riforma in esame, si realizzala solidarietà nazionale nel rispetto dell’articolo 119.

Non può bastarci, infatti, il riferimento del tutto generico che si fa allo Stato, al quale sarebbe demandato il compito di trovare le risorse da mettere per il finanziamento dei Lep, senza specificare dove sono queste risorse ma, soprattutto, senza chiarire con completezza come sia possibile finanziarie completamente territori, i cui divari nei diritti civili e sociali sono profondi, attraverso le risorse dello Stato se lo stesso Stato sarò costretto a sostenere e sostentare le regioni che faranno richiesta di autonomia differenziata.

Peraltro, il testo ed il suo estensore non chiarisce come lo Stato darà risposte sul tema della solidarietà nazionale, fra gli articoli del disegno di legge non si riscontra nessuna indicazione su come si realizza questa solidarietà nazionale, caricandola in maniera generica allo Stato, mentre siamo convinti che sia necessario individuare chi ha di più e chi ha di meno, con i primi che saranno chiamati a sostenere la crescita dei territori più in difficoltà.

Ed è proprio qui che il ministro mente sapendo di dover mentire, nascondendo questo tema cruciale al dibattito e sfruttando la distrazione del ceto politico affannato in una campagna elettorale senza fine, perché le risposte a queste due domande si trovano fra gli articoli della legge 42/09, quella sul federalismo fiscale, che dice subito che i Lep si finanziano attraverso la partecipazione a pezzi di fiscalità di chi fa richiesta e dice anche come si finanziano anche i territori che non hanno capacità fiscali adeguate, stabilendo l’utilizzo del fondo perequativo.

Le risposte alle nostre domande sono insite nel primo articolo della legge 42/09. Per questo siamo convinti che, prima di parlare di autonomia differenziata nei termini pretestuosi imposti dal ministro, sia di fondamentale importanza correggere e dare attuazione alla 42/09 che è la legge che contiene i criteri per dare attuazione al regionalismo differenziato per come è disegnato dalla Costituzione.

Invece, non si vuole mettere sul tavolo il tema del residuo fiscale, tanto caro ad alcuni presidenti di regione del nord Italia, e della sua regolazione attraverso il fondo perequativo. Mentre si spinge sul pedale del gas per ottenere una riforma che, mette ai margini i territori, e chiama il Governo e le regioni ad una trattativa diretta sulle decisioni di attuare sul residuo fiscale.

Il tema, invece, in un Paese che già corre a due velocità è fra chi ha di più e chi ha di meno e stabilire come si possa realizzare il disegno di una nazione solidale. Per questo la materia del residuo fiscale deve entrare nella discussione, perché è questo lo strumento che dovrà contribuire a finanziarie, attraverso altre risorse dello Stato, il fondo perequativo.

Insieme al capitolo residuo fiscale, poi, vanno definiti fabbisogno e costi standard, al fine di determinare quanto serve a ogni regione per poter finanziarie i propri Lep. Se non si fa questa operazione, il divario si amplierà perché regioni che hanno le potenzialità di attrarre investimenti privati andranno ad ampliare le proprie entrate fiscali e, quindi, anche i propri fabbisogni e i propri servizi, e avranno la possibilità, per esempio, di aprire nuovi asili nido o di migliorare ancora di più le proprie politiche sociali ed occupazionali.

Questo a discapito di quelle regioni che, come la Calabria, che sono svantaggiate per una questione di contesto e non riusciranno ad attrarre investimenti privati o addirittura perderanno investimenti e dunque perderanno capacità fiscale e, quindi, avranno meno servizi, non potranno far crescere gli interventi per migliorare il sistema scolastico o quello sanitario, e finiranno per vedere sempre più allargarsi il proprio divario rispetto al resto del Paese.

Sarebbe inaccettabile, infatti, che queste risorse non vengano socializzate con lo Stato e indirizzate a colmare i gap esistenti fra le due parti del Paese, nella convinzione che i territori più forti, in grado di attrarre investimenti produttivi, avranno sempre più risorse a disposizione per migliorare i propri servizi, mentre le regioni più deboli – con carenze strutturali e ritardi atavici – rischieranno di rimanere sempre più ai margini. (sb)

(Santo Biondo è il segretario generale di Uil Calabria)

Istruzione e Autonomia, Giusi Princi: Regione impegnata a evitare diseguaglianze col resto d’Italia

La vicepresidente della Regione, Giusi Princi, in merito all’autonomia differenziata, ha reso noto che la Regione «attraverso una serie di misure mirate, è già impegnata a colmare il divario territoriale legato all’istruzione, puntando ad accorciare le distanze non solo con le altre regioni italiane ma anche quelle territoriali all’interno della stessa Regione».

«Il nostro impegno quotidiano – ha evidenziato – è di garantire un sistema Istruzione che accorci le diseguaglianze e che garantisca gli stessi diritti, formativi, sociali, civili per tutti gli studenti, gli insegnanti e i dirigenti scolastici, sia che vivano in Calabria che in altre regioni d’Italia. Per questo credo fortemente in un sistema scolastico nazionale e pubblico. La scuola, mai come in questo difficile momento che il mondo sta vivendo, rappresenta una forte speranza di salvezza e di garanzia dei diritti costituzionali».

La vicepresidente, inoltre, nel corso della visita del ministro Calderoli in Calabria, ha rivendicato l’unitarietà del sistema nazionale di istruzione e la necessità di scongiurare ulteriori diseguaglianze tra regioni.

«Sono, infatti, ingenti le risorse stanziate e previste con la nuova programmazione – ha proseguito – attraverso cui si vogliono garantire pari opportunità di sviluppo e di superamento delle disuguaglianze e delle barriere territoriali, sociali, culturali ed economiche. Obiettivo strategico è quello di promuovere il diritto allo studio elevando la qualità della scuola calabrese e garantendo pari opportunità di successo formativo a tutti gli studenti, nello specifico: potenziamento dei servizi educativi dell’infanzia (asili nido, sezioni primavera), miglioramento del trasporto scolastico, ausili didattici ed attrezzature per l’inserimento degli alunni disabili, tempo pieno, servizio mensa».

«Le nostre azioni, condivise con l’Ufficio scolastico regionale e con il mondo sindacale – ha rimarcato Princi – sono orientate all’elaborazione delle nuove linee guida regionali sul dimensionamento scolastico e su una nuova legge del diritto allo studio che vede quella della Regione Calabria ferma al 1985. La nostra mission principale sarà, infatti, quella di fronteggiare la povertà educativa, salvaguardare le aree marginali per evitare la dispersione scolastica».

«In un momento così delicato – ha concluso la vicepresidente Princi – occorre pertanto evitare, di determinare ulteriori differenze di qualità dell’istruzione tra studenti e scuole dello stesso territorio, tra studenti e scuole calabresi e tra studenti e scuole italiane». (rcz)