Occhiuto: Senza finanziamento Lep stop a tutte le intese su autonomia

«Prima definiamo e finanziamo i Lep e poi facciamo le intese su tutto, sulle materie Lep e su quelle non Lep». È quanto ha ribadito il presidente della Regione, RobertoOcchiuto, nel corso del dibattito sull’autonomia differenziata organizzato con alcuni governatori alla festa delle Cgil Basilicata, in corso a Matera, ricordando che aveva chiesto al Governo una moratoria».

Occhiuto, ricordando che «la legge dice che è possibile fare intese solo dopo la definizione dei Lep, ma ci sono nove materie non ‘lepizzabili’ sulle quali si potrebbe invece procedere subito. Io ho chiesto di fermarci e di aspettare. Ho fatto un esempio, poi ripreso dal mio segretario Antonio Tajani, relativo al commercio estero. Cosa succede agli agricoltori o ai produttori di vino calabresi o campani se cinque Regioni si rendono autonome sul commercio estero? Nessuno lo sa. Allora serve prima una valutazione d’impatto. Qualcuno dice che queste nove sono materie minori. E allora perché dobbiamo fare le intese?».

«Per un governatore di centrodestra – ha detto – aprire una discussione all’interno della sua coalizione su un tema cosi importante come l’autonomia differenziata certamente non è conveniente. Il testo originario di Calderoli non prevedeva la possibilità di differire le intese sino alla definizione dei Lep, quelle sono modifiche che ho fatto introdurre dai parlamentari e dai ministri di Forza Italia, e questo lo rivendico come un merito».

«La legge Calderoli era e rimane una legge che ha due vagoni – ha sottolineato – l’autonomia differenziata, che è una possibilità offerta dalla Costituzione; e i diritti sociali e civili da garantire allo stesso modo in tutto il Paese, questo secondo è un obbligo. Non ho mai cambiato opinione, sin dalla prima Conferenza delle Regioni che ha discusso questo tema: se attraverso la legge Calderoli si ottiene il superamento della spesa storica questo è un grande risultato per il Mezzogiorno».

«Al momento, però, è arrivato in stazione solo il vagone dell’autonomia differenziata. Per la definizione e il finanziamento dei Lep siamo ancora a caro amico. Ma nelle ultime settimane, grazie al dibattito che si è aperto anche nel centrodestra, è cambiato il mood nella coalizione e soprattutto all’interno del mio partito in merito all’autonomia differenziata», ha detto Occhiuto, ricordando che «non tempo l’autonomia: vorrei però evitare, e lo dico alla mia coalizione, di dare una bandierina che non risolve i problemi degli italiani né al Sud né al Nord».

«Questa autonomia differenziata sarà contestata anche al Nord– ha concluso – perché il testo Calderoli non prevede il residuo fiscale, e presto se ne accorgeranno anche i cittadini del Nord». (rrm)

L’OPINIONE / Giuseppe Falcomatà: Autonomia norma fascista che mina la democrazia, i diritti e l’uguaglianza tra le persone

di GIUSEPPE FALCOMATÀ – L’autonomia differenziata è una norma fascista come ogni legge che mina la democrazia, i diritti e l’uguaglianza fra le persone. Le cose vanno chiamate col loro nome e dobbiamo continuare a costruire un’alternativa di programma e di colazione ai governi di destra della Regione e del Paese.

È un accordo fra partiti giocato sulla pelle dell’Italia e sul futuro dei cittadini. Su queste cose tiene il Governo e non possiamo accettare che il Presidente della Regione Calabria, dopo aver votato sì all’autonomia differenziata in Conferenza Stato-Regioni, esprima dubbi a legge ormai approvata. Se aveva perplessità poteva e doveva esprimerla nella sede giusta, svolgendo appieno il ruolo istituzionale di difesa del territorio di cui ha l’onore di essere Presidente. Non l’ha fatto. Anzi, si è tirato indietro anche di fronte alla possibilità di impugnare la norma insieme ad altri Presidente di Regione. Non credo che i calabresi possano continuare a farsi prendere in giro. La Regione Calabria ha tanti problemi che il regionalismo differenziato aquirà.

Non può passare inosservato che dentro lo stesso partito ci sia chi esce pavidamente dall’aula per non opporsi ai diktat di fazione oppure, in Senato, che il relatore della legge sia stato un parlamentare calabrese celebrato dallo sventolio di bandiere di chi, a Pontida, invoca la secessione. Su queste basi si fonda questo Governo: lo scambio delle riforme. Stanno insieme così. Nel frattempo, però, in Calabria continuiamo a faticare e a morire, a dover capire in che direzione va il nostro Paese e se è la stessa che ci chiede l’Unione Europea. Perché se l’Ue ci da i finanziamenti per fare gli asili nido, il Governo italiano non li distribuisce per gestirli. Questa è l’autonomia differenziata: affonda le unghie nella carne viva delle famiglie. Oggi la certezza è che ci sia un difetto di nascita, una discriminazione rispetto alle possibilità di chi nasce qui e chi altrove.

Abbiamo registrato l’ennesima aggressione a personale medico e paramedico del Gom. Questo avviene non solo perché nei nostri ospedali esistono problemi di sicurezza, ma per i limiti dell’organizzazione dell’offerta e delle infrastrutture della rete ospedaliera sul territorio metropolitano. Perché, se sono stati sottratti i fondi del Pnrr per l’ospedale di Locri o il nosocomio della Piana, è del tutto evidente che ogni cosa debba essere gestita dal Gom impossibilitato ad impattare una domanda così forte. Ma, invece, si fanno contratti a 6 e 3 mesi, concorsi ai quali non partecipa nessuno, nonostante siano tanti i medici e gli infermieri che vorrebbero ritornare a costruire un futuro nella loro terra che sia stabile, sicuro e non provvisorio. Sono temi che la Regione, titolare esclusiva della materia sanitaria, non può continuare ad eludere, ancor più se la figura del Governatore coincide con quella del commissario straordinari.

Assistiamo a tutto questo mentre siamo costretti a registrare l’estate peggiore per le coste calabresi con i depuratori che non funzionano, con la gestione centralizzata e l’erogazione dell’idrico fortemente voluta dalla Regione che ha portato numerose crisi nei territori ed i sindaci bersagliati dalla popolazione, con gli incendi dei nostri boschi rispetto a quali non si è fatto nulla. Però, per qualcuno, la buona notizia è che, forse, Uber arriverà anche in Calabria. Ecco, attraverso la battaglia sull’autonomia differenziata, dobbiamo iniziare a costruire un percorso di alternativa a questo governo regionale di influencer e lo dobbiamo fare sui temi, portando all’attenzione dell’opinione pubblica le inefficienze ed i problemi non risolti da chi, a gennaio, sarà al quinto anno di governo della Regione, un centrodestra che è stato alla guida della Calabria per 22 degli ultimi 30 anni. Non crediamo alla favoletta che è da poco che governano.

Questa è la battaglia sulla quale ci dobbiamo concentrare anche in vista del prossimo referendum e della realizzazione di una forza e di un programma politico alternativo, come coalizione, al centrodestra regionale e nazionale. (gf)

[Giuseppe Falcomatà è sindaco di Reggio Calabria]

L’OPINIONE / Franz Caruso: Con attacco ai Vescovi e a mons. Savino la Lega ha superato ogni limite

di FRANZ CARUSO – Con l’attacco frontale ai Vescovi e al Vice Presidente della Conferenza Episcopale, Mons.Francesco Savino, la Lega ha superato ogni limite e scriteriatamente i suoi esponenti, a cominciare dal Vice Premier Matteo Salvini, hanno indirizzato i loro strali e le loro invettive senza controllo nei confronti di chi ha avuto il coraggio di dire la verità su quanto perniciosa sia l’autonomia differenziata per tutto il Paese e per il futuro del Sud e della Calabria.

È dall’inizio di questa amara vicenda che va sotto il nome di autonomia differenziata che siamo impegnati senza tregua a difendere l’unità del Paese da un pericoloso attacco che mina alle fondamenta anche lo sviluppo del Mezzogiorno e della Calabria. Ed è sin dall’inizio che abbiamo, con grande favore e apprezzamento, constatato la comunanza di posizioni tra quel che andiamo sostenendo e quel che la Cei ha, attraverso Mons.Savino, reso pubblico ancora una volta.

L’autonomia differenziata – non ci stancheremo mai di ripeterlo – è fortemente divisiva perché produrrà una sconsiderata frammentazione in 20 piccole repubbliche generando una inaccettabile discriminazione territoriale e creando, come saggiamente rilevato da Mons. Savino, due Italie, “una prospera e l’altra abbandonata a se stessa”. Bene ha fatto il Vice Presidente della Cei a parlare, a proposito della riforma Calderoli, di “pericolo mortale” e del rischio di acuire il divario già esistente tra Nord e Sud che potrebbe dar luogo ad un vero e proprio “far west” tra le regioni più povere di risorse.

Ecco che  è arrivato il momento di reagire con forza alle spinte secessioniste in atto nel Paese e che vanno in tutti i modi allontanate. Non saranno certamente gli attacchi della Lega alla Ceia farci indietreggiare. Siamo al fianco della Cei e di Mons.Savino, che la rappresenta egregiamente, e non tollereremo altre esternazioni che reputiamo alquanto ingenerose e che hanno il solo scopo di nascondere la polvere sotto il tappeto, ammantando di populismo e demagogia una deriva che la Lega ha abbracciato da tempo e dalla quale fa, ormai, molta fatica ad uscire. (fc)

[Franz Caruso è sindaco di Cosenza]

L’OPINIONE / Santo Gioffrè: Il predicatore e il trafficante di manoscritti

di SANTO GIOFFRÈ – Ieri sono accaduti 2 fatti devastanti per la Calabria e la sua tenuta come entità Etnica, mentre la gente vaga, ubriacata dagli ultimi fuochi d’artificio e feste vinicole. Ieri è uscita una violenta nota della Cei, per bocca di Mons. Savino contro l’autonomia differenziata che sarà la «morte per le Regioni Meridionali…».

A queste decise dichiarazioni rispondono in due; ladri di manoscritti e maestri di porcellum. Zaia, che vuole la moglie piena e il marito ubriaco e il miracolato di Sant’Antonio di Padova, Santo arruolato, da sempre, dai Controrivoluzionari. E che dice l’inventore di porcellum? Ma come, io la legge l’ho fatta recependo, tutte, le osservazioni del Governatore Roberto Occhiuto e, ora, mi dite che il suddetto mio porcellum porterà alla morte del Sud? Mettetevi d’accordo… Già, mettetevi d’accordo!

Allora, se è così, forse, il potente Governatore delle Calabrie Citra, Ultra I e II, deve spiegarci se sa cosa comporterà per la Calabria, tra le altre bestialità, aver dato via libera a Calderoli d’inserire funzioni non Lep che fanno parte di “materie Lep” (ad esempio contrattazione integrativa e retribuzione nel campo della scuola e sanità) dentro la Legge sull’Autonomia Differenziata, per il futuro delle miserie della Calabria. Forse è sfuggita la cosa. Non solo non avremo, più, Sanità pubblica, ma si tornerà ai Maestri di strada alla Zanotti Bianchi per trovare qualcuno che sappia scrivere qualche Sms, come facevano i Preti ai tempi degli Immigrati Italiani in Brasile subito dopo l’Unità d’Italia: cornuti, derubati e bastonati! (sg)

Irto (PD): Ragioni esposte da Savino vanno raccolte per garantire al Mezzogiorno parità di diritti e servizi

Il senatore del Pd, Nicola Irto, ha evidenziato come «le ragioni di eguaglianza e solidarietà esposte ancora una volta da monsignor Savino devono essere raccolte per fermare l’autonomia differenziata, per invertire la rotta: per annullare, con onestà intellettuale, coscienza e responsabilità politica, i gravi squilibri territoriali; per garantire parità di diritti e servizi al Mezzogiorno d’Italia».

«L’allarme sull’autonomia differenziata lanciato da monsignor Savino non è nuovo», ha ricordato Irto, sottolineando come «da tempo  il vicepresidente della Cei parla dei pericoli della riforma Calderoli, che in una recente intervista ha bollato come “far west”. È un errore clamoroso della Lega e del governo Meloni entrare a gamba tesa nelle posizioni autonome della Cei».

«Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, altera la realtà e non dice parole di verità – ha concluso il senatore dem –. Zaia sa benissimo, infatti, al netto della propaganda cui è abituato, che l’autonomia differenziata va ad aumentare i divari territoriali, a creare diseguaglianze estreme tra le aree del Paese, difficilmente sanabili. Sul tema dell’eguaglianza tra i cittadini, che sono anzitutto persone, non si può giocare né scherzare».

Bevacqua (PD): Inaccettabile e vergognoso scontro Lega-Cei

Il capogruppo Pd in Consiglio regionale, Mimmo Bevacqua, ha definito «vergognoso e inaccettabile» l’attacco della Lega alla Cei sul tema dei migranti.

«Basandosi soltanto su articoli apparsi a mezzo stampa – ha aggiunto – il commissario regionale della Lega Sasso e la senatrice Minasi si sono lasciati andare a speculazioni contro la Chiesa, invitando a utilizzare l’otto per mille per l’accoglienza, come se lo stesso fosse destinato a chissà quali altri fini. Non solo. Provocatoriamente i leghisti si sono spinti a chiedere il numero dei migranti che il Vaticano sarebbe disposto a prendere in carica».

«Pare evidente – ha proseguito – che la Lega abbia perso completamente la bussola e il senso della misura. L’attacco violento nei confronti della Chiesa appare del tutto gratuito e figlio del nervosismo indotto dalla posizione assunta dalla Cei sull’autonomia differenziata con la quale il Carroccio vuole spaccare il Paese. Nonché dalle parole di Monsignor Savino, vescovo della Diocesi di Cassano allo Jonio. Invitiamo la Lega ad abbassare i toni e a moderare la deriva populista e di estrema destra assunta nell’ultimo periodo avaro di consensi alle urne».

«Esprimiamo, al contempo – ha concluso – piena vicinanza alla Cei ringraziandola dell’opera meritoria svolta quotidianamente al fianco dei più deboli e a sostegno dell’unità del Paese e dei diritti del Sud. Come Pd proseguiremo senza sosta a sostegno delle battaglie per la giustizia e l’equità». (rcz)

La riforma dell’Autonomia è diventato un terreno minato

di P.P.P.La riforma dell’autonomia è diventato un terreno minato: materia di scontro tra maggioranza e opposizione, fonte di divisioni tra gli alleati di governo, attaccata dalle Regioni del Sud, contestata dalla Cei. E partendo da qui, forse non è un caso che all’indomani dell’affondo del vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana Francesco Savino, la Lega vada all’attacco dei vescovi. «Sparano a zero contro l’autonomia, approvata in Parlamento e riconosciuta in Costituzione. Con tutto il rispetto, non sono assolutamente d’accordo», punta il dito Matteo Salvini. Ispirando il sarcasmo di Enrico Borghi, capogruppo di Italia Viva al Senato: «È singolare che il segretario della Lega sia passato dall’ostensione plateale del rosario ad una rincorsa al modello religioso russo, dove la religione è instrumentum regni».

Se il leader leghista fronteggia la conferenza dei vescovi italiani con chiarezza in precedenza i parlamentari leghisti avevano iniziato a bombardare la Cei sul fronte dei migranti. I vescovi invitano all’accoglienza? «Dovrebbero essere chiari con i fedeli e dire loro quanti migranti intendono ospitare in Vaticano», «intendono utilizzare così i soldi dell’8×1000?». E ancora: si rilancia «la notizia» secondo cui «alcune missioni delle Ong, vicine ad ambienti dei centri sociali, sarebbero state finanziate anche con risorse provenienti dalle offerte dei fedeli», circostanza che «pone degli interrogativi sull’atteggiamento della Cei».

Autonomia, il retroscena: Occhiuto ha chiesto una moratoria a Meloni

Un retroscena dell’Ansa riscrive anche la cronaca dell’incontro di mercoledì mattina tra il presidente della Calabria Roberto Occhiuto e la premier Giorgia Meloni. Se le veline arrivate da fonti di Palazzo Chigi parlavano di un faccia a faccia su temi regionali, secondo altre fonti citate dall’agenzia Occhiuto – che da tempo guida il fronte degli scettici sull’applicazione del ddl Calderoli – avrebbe chiesto una moratoria: evitare intese con le Regioni, anche su materie non Lep, fino a quando non sarà superata la spesa storica. E la risposta di Meloni sarebbe suonata più o meno così: l’autonomia è un tema nazionale, mi assumo io la responsabilità di verificare passo dopo passo, non ci saranno fughe in avanti.

Esattamente la richiesta di Forza Italia, che dopo il via libera al provvedimento in Parlamento, si è assestata sulla linea di una maggiore prudenza: probabilmente anche per il pressing interno del fronte del Sud che ha perorato la linea della cautela per non perdere voti nel Meridione.

Tajani: «Vogliamo che la riforma sia fatta bene»

In linea con questa lettura anche l’intervento del vicepremier, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia Antonio Tajani: «Non voteremo il referendum della sinistra sull’Autonomia differenziata», ha detto a “Zona bianca”. «Non abbiamo messo dei paletti sull’Autonomia differenziata – ha spiegato ancora Tajani –, noi abbiamo detto che è giusto andare avanti perché l’abbiamo approvata, ma vogliamo che l’applicazione della riforma sia preceduta da una fotografia della situazione, i Lep, quindi avere un’analisi per capire come attuare nel modo migliore l’Autonomia differenziata. Lo facciamo perché non vogliamo discrepanze tra i cittadini del Nord e quelli del Sud. Non voteremo, né raccoglieremo firme per il referendum proposto dalla sinistra, però vogliamo che la riforma sia fatta bene. Non capisco perché la sinistra raccolga le firme visto che questa riforma è stata inserita nella Costituzione proprio da loro e la regione Emilia-Romagna esultava quando venne approvata questa riforma». (ppp)

[Courtesy LaCNews24]

AUTONOMIA, L’ATTUAZIONE NON È VICINA
IL NODO PER TROVARE LE RISORSE PER I LEP

di ERCOLE INCALZA – La Legge sull’Autonomia differenziata delle Regioni penso sia una “Legge bandiera”, cioè uno strumento voluto da uno schieramento politico come la Lega, uno schieramento che da sempre ha inseguito un preciso obiettivo: dare ruolo e funzione alla identità regionale. Un obiettivo che, oltre ad essere divisivo, genera, automaticamente linee strategiche completamente diverse da quelle che gli schieramenti politici storici del nostro Paese avevano sostenuto sin dall’inizio nel varo della Carta costituzionale.

Ma io non voglio e non posso cimentarmi su un argomento, quello strettamente legato alla nostra Costituzione, perché non sono affatto preparato e non riuscirei, in alcun modo, a vagliare le positività e le negatività del provvedimento. Voglio invece affidarmi alle dichiarazioni di due esponenti di due schieramenti politici diversi: uno di Fratelli d’Italia nella persona dell’Onorevole Tommaso Foti, capogruppo alla Camera dei Deputati e l’altro del Patito Democratico nella persona di Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia Romagna.

L’onorevole Foti alla domanda di un giornalista se ci sono le risorse per dare attuazione ai Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep) ha risposto: «Se non ci sono le risorse non si faranno le intese. C’è una Commissione presieduta da Sabino Cassese che ha due anni di tempo per definire i Lep. La Legge introduce un vincolo che prima non c’era: sulle materie che prevedono i Lep, se non ci saranno le risorse, non si faranno le intese».

Il Presidente Bonaccini invece ha fatto presente: «In molte materie si pensa addirittura di procedere senza alcun criterio perequativo e senza aver stabilito i Lep. Noi puntavamo sulla efficienza dei servizi, qui invece ci si prepara a dividere i destini delle aree del Paese, come se l’Italia non fosse già profondamente divisa. Prima di procedere avevamo chiesto che fossero stabiliti e garantiti i Lep in tutto il territorio nazionale e che fosse assicurato il coinvolgimento del Parlamento».

Dopo queste due dichiarazioni nasce spontanea una domanda: quali sono le distanze attuali nella offerta delle prestazioni essenziali? La risposta è immediata: per quanto concerne la offerta di servizi socio – assistenziali si passa da 22 euro pro capite in Calabria ai 540 euro nella Provincia di Bolzano inoltre la spesa sociale del Sud è di 58 euro pro capite, mentre la media nazionale è di 124 euro e questo tragico indicatore ne genera automaticamente un altro: il Pil pro capite nelle otto Regioni del Mezzogiorno non supera la soglia dei 22 mila euro e addirittura in alcune, sempre delle otto Regioni, si attesta su un valore di 17 mila euro; al Nord si parte da una soglia di 36 mila euro per arrivare addirittura a 40 mila euro.

Non metto in dubbio la buona volontà nel traguardare un obiettivo così strategico e determinante per la crescita e lo sviluppo del Sud e di vaste aree del Paese non solo meridionali, mi preoccupa però che la copertura per traguardare un simile obiettivo non sia possibile trovarla in un arco temporale limitato e, soprattutto a mio avviso, non è solo un problema legato alla copertura finanziaria ma anche procedurale e gestionale. Faccio solo un esempio quello relativo al trasporto pubblico locale; ebbene in questo comparto lo Stato annualmente assicura una disponibilità di 5 – 6 miliardi di euro per il ripiano dei disavanzi delle società preposte alla gestione della mobilità; una cifra già limitata ma che se si volesse rendere comparabile la offerta del Mezzogiorno ed in questo caso anche del Centro del Paese con quella del Nord occorrerebbe, per almeno dodici anni, assicurare annualmente non 5 – 6 miliardi di euro ma 13 miliardi di euro. Non mi dilungo su altri comparti come la “sanità” o “la scuola”. In realtà non si tratta di assegnare per un arco temporale limitato un determinato volano di risorse ma immettere nelle prossime leggi di stabilità delle assegnazioni obbligate per un arco temporale non identificabile. Cioè significa stravolgere il nostro bilancio pubblico ordinario.

Il Governo e la Presidente Meloni sanno bene questo e penso utilizzeranno il “fattore tempo” per smorzare gli effetti di una norma, ripeto, utile solo come effetto mediatico. (ei)

L’OPINIONE / Sergio Dragone: Nella guerra sull’autonomia, chi si schiererà Roberto Occhiuto?

di SERGIO DRAGONEE ora che è scoppiata la guerra tra i Governatori sull’autonomia, con chi si schiererà Roberto Occhiuto? La domanda sorge spontanea dopo le ultime mosse compiute dalle Regioni per contrastare (o sostenere, a seconda dei punti di vista) la legge Calderoli che trasferisce all’autonomia regionale importanti materie finora concorrenti con lo Stato. 

E mentre Sardegna, Toscana e Puglia, nelle ultime ore hanno formalizzato il ricorso alla Corte Costituzionale per ottenere la cancellazione, totale o parziale, della legge, il presidente del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che presenterà un controricorso. Si profilo dunque anche un conflitto molto acuto tra le Regioni.

Ho molto apprezzato, per la sua fierezza, il discorso della presidente della Sardegna, Alessandra Todde, che pure avrebbe potuto infischiarsene vista la “specialità” della sua Regione.

Riporto testualmente un passaggio della sua dichiarazione: «Sono orgogliosa che la Sardegna sia capofila in questa battaglia, in difesa di chi ha di meno e contro la volontà di questo governo di aumentare una disparità inaccettabile tra i territori. La Sardegna non può tollerare una legge che favorisce le Regioni più ricche, a discapito dell’equità e della solidarietà nazionale oltre che delle prerogative costituzionali che ci sono state riconosciute attraverso il nostro Statuto. Stiamo lottando per garantire che ogni sardo e ogni cittadino italiano siano trattati con la stessa dignità e avere le stesse opportunità, ed è nostro dovere opporci a scelte politiche che indeboliscono il nostro Paese, vorrebbero silenziare le Regioni più povere e metterci gli uni contro gli altri».

Un manifesto dell’unità nazionale, quello di Todde, che è difficile non condividere. E l’appartenenza politica della presidente sarda non c’entra nulla con l’alto valore, oserei dire “patriottico”, di un richiamo forte a tutti gli italiani.

Diventa ora interessante comprendere l’atteggiamento che vorrà assumere il Governatore calabrese che sembra sospeso tra la fedeltà al centrodestra e le forti preoccupazioni per gli effetti che potrà avere sulla martoriata Calabria una legge che è destinata ad aprire forti disparità soprattutto in materia di sanità e istruzione. Alle dichiarazioni pubbliche, molto critiche verso la Calderoli, non sono seguiti atti concreti in sede istituzionale. Anzi, abbiamo assistito ad una melina che tende a rinviare più che possibile ogni decisione, in attesa degli eventi e degli sviluppi.

Occhiuto capisce bene che se il referendum si terrà (e sarà difficile per la Consulta dire no ad un milione di firme) ci sarà uno tsunami in Calabria e dunque la sua leadership ne uscirebbe molto indebolita. Non vorremmo essere nei suoi panni. Anche perché un atteggiamento “neutrale” gli procurerebbe l’ostilità di entrambi gli schieramenti in campo e le sue pubbliche perplessità sulla legge apparirebbero solo posizioni strumentali. Si capirebbe di più una posizione favorevole all’autonomia che una tattica attendista. Si dice, giustamente, che se pretendi di piacere a tutti (o meglio non scontentare nessuno), finirai per non piacere a nessuno. E qui c’è in gioco non una semplice partita politica, ma il futuro di una terra che – se dovesse andare in porto questa legge iniqua – rischia la desertificazione entro un decennio. (sd)

REFERENDUM, SUPERATE LE 500MILA FIRME
PUR CON ALCUNE CRITICITÀ AI BANCHETTI

di ERNESTO MANCINI – Si sta svolgendo in tutta Italia la raccolta delle firme per chiedere il referendum totalmente abrogativo della legge Calderoli, detta anche legge “sull’autonomia differenziata” oppure, in modo più significativo, legge “spacca Italia”. La raccolta è cominciata il 20 luglio scorso e terminerà con la consegna delle firme il 30 settembre prossimo.

I Comitati No AD (No a qualsiasi autonomia differenziata), i partiti promotori, i sindacati rappresentativi (Cgil, Uil) ed altre formazioni sociali (tra cui Anpi, Arci, Wwf, Libertà e Giustizia, Actionaid, Democrazia Costituzionale, ecc.) stanno facendo un ottimo lavoro sulle piazze. Peraltro, alla raccolta cartacea si è affiancata la raccolta elettronica da remoto attraverso lo strumento informatico dello “spid” che consente la firma on line con grande effetto sul risultato complessivo della richiesta referendaria.

Nonostante sia lontana la scadenza, proprio oggi si è raggiunto, con le sole richieste spid, l’obbiettivo delle 500mila firme come certifica il sito informatico realizzato ad hoc. A queste vanno aggiunte alcune centinaia di migliaia (dato ancora non conosciuto nel dettaglio) delle firme già acquisite ai “banchetti” sui moduli cartacei. È già certo, perciò, che il quorum verrà ampiamente superato ma i promotori ritengono politicamente importante che venga superato doppiando il quorum (un milione di firme).

Accade tuttavia che al momento della certificazione della raccolta dei moduli cartacei, gli ufficiali elettorali di molti comuni si limitano a certificare solo i moduli delle firme dei residenti accedendo alle liste elettorali della propria anagrafe comunale. Per i non residenti, anziché accertare direttamente ed in tempo reale il requisito attraverso l’Anpr (sistema web anagrafe nazionale popolazione residente), gli ufficiali elettorali ritengono di poter certificare solo le firme presentate insieme al certificato cartaceo di iscrizione alle liste elettorali di ciascun cittadino. Pertanto, ai comitati referendari viene richiesto di procurarsi via pec dai singoli comuni di provenienza dei non residenti, il certificato elettorale del cittadino interessato per poi presentarlo, attraverso ulteriore autenticazione, al Comune nel quale il cittadino non residente ha firmato.

Va detto che la situazione è molto variegata in tutta Italia perché alcuni comuni pretendono tale certificazione cartacea (per esempio: Roma), altri (per esempio: Genova, Voghera) non la richiedono e certificano i moduli ottenendo lo stesso dato in tempo reale accedendo all’Anpr ed avendo così la certezza giuridica che il firmatario è in possesso del diritto elettorale e quindi del diritto di firmare la richiesta di referendum.

La prassi dei comuni renitenti ad utilizzare essi stessi l’Anpr per certificare i non residenti è illegittima oltre che vessatoria per i comitati e dannosa per il risultato della campagna referendaria. Essa va respinta per i seguenti motivi.

1) Violazione di legge per mancato utilizzo dell’Anpr (anagrafe nazionale della popolazione residente)

L’Anpr è stata istituita con l’art. 2 del decreto-legge 179/2012 attraverso la rete digitale delle anagrafi comunali di tutta Italia. Tra le diverse funzioni l’Anpr consente agli Ufficiali Elettorali di ottenere in tempo reale dati rilevanti per i cittadini “non residenti”. Ciò ai fini dell’esercizio dei loro diritti politici, come quello in questione, di richiedere un referendum pur trovandosi per lavoro, per studio, per turismo o per altra causa in città diversa da quella di residenza. Trattasi di mobilità diffusissima in Italia, ancor di più in questo periodo di ferie estive.

Il mancato utilizzo di tale anagrafe per i non residenti da parte dei funzionari impedisce la validazione della richiesta e, di conseguenza, la certificazione dell’avvenuta volontà referendaria. Con l’ulteriore illegittima conseguenza dell’esclusione di tali cittadini dal conteggio dei richiedenti il referendum, la violazione del loro diritto politico di cittadino-elettore e la non meno grave conseguenza, politicamente significativa, di un numero complessivo minore, anche per centinaia di migliaia, di cittadini non residenti che hanno sottoscritto il modulo per il referendum abrogativo.

2) Violazione dell’art. 1 comma 2 e 2 bis della legge 241/90 che pone il divieto alla Pubblica Amministrazione di aggravare il procedimento amministrativo a carico dei cittadini

La violazione di questa norma consiste nel richiedere ai gruppi referendari ulteriori adempimenti rispetto a quelli effettivamente previsti a loro carico nei moduli di raccolta firme (numero documento di identificazione, generalità e residenza). Inoltre, pretendere che questi gruppi spediscano migliaia e migliaia di pec e ne attendano le risposte (che potrebbero non arrivare od arrivare tardivamente) è una palese violazione del principio per cui le amministrazioni non possono aggravare gli adempimenti del cittadino per questioni cui esse stesse possono agevolmente farvi fronte. Violato, per lo stesso motivo, è anche l’art. 2-bis della legge 241/90 secondo cui l’Amministrazione deve improntare i rapporti col cittadino a princìpi di collaborazione e buona fede.

3) Violazione della normativa sulla documentazione amministrativa (art. 43 Dpr 445/2000)

L’art. 43 del Dpr.28/12/2000, n. 445 (Disposizioni legislative in materia di documentazione amministrativa), stabilisce che la Pubblica amministrazione non può richiedere atti o certificati riguardanti stati, qualità personali e fatti i cui contenuti siano già in suo possesso, ma deve acquisirli d’ufficio.

L’acquisizione ed il possesso, in questo caso, derivano dall’accesso al sistema anagrafico digitale che, come si è detto, è stato realizzato proprio per avere in qualsiasi momento e da qualsiasi comune la disponibilità dei dati.

Tutto ciò, a tacer d’altro, comporta la violazione del principio di derivazione europea del c.d. “once only” perché ogni Amministrazione, una volta per tutte, mette a disposizione delle altre attraverso il sistema digitale i dati costantemente aggiornati di propria competenza. Ed è proprio la disponibilità dei dati che consente di utilizzarli ai fini del controllo dello status di elettore del cittadino firmatario. Il non utilizzarli comporta la violazione dell’art. 43 d.p.r. 445/2000 qui evidenziato.

4) Eccesso di potere per irrazionalità ed illogicità manifesta, violazione dell’art. 97 della Costituzione per contrasto col principio di buon andamento degli uffici della Pubblica Amministrazione

Ma, a guardar bene, le Amministrazioni, appesantendo le incombenze dei promotori referendari per i non residenti, appesantiscono anche se stesse perché ogni Comune, a seconda delle dimensioni, dovrà rispondere a centinaia o migliaia di pec impegnando così non poco i propri uffici ed i relativi protocolli con maggiore spendita di tempo per la redazione e l’inutile scambio di corrispondenza visto che lo status di elettore è già acquisibile on line con assoluta certezza.

Insomma, un meccanismo perverso che rende più gravoso il compito sia per i comitati referendari che per la pubblica amministrazione. Siamo pertanto nel pieno della fattispecie di irrazionalità ed illogicità manifesta espressione dell’eccesso di potere quale vizio di illegittimità dell’agire amministrativo pubblico (art. 21 octies legge 241/90).

5) Violazione dell’art. 97 della Costituzione suol buon andamento della pubblica amministrazione

Non meno evidente, per i motivi anzidetti, è la violazione dell’art. 97 della Costituzione che impone il “buon andamento” della Pubblica Amministrazione inteso come canone di rapidità, efficacia, semplificazione dell’attività amministrativa. Tale attività è invece gravata da adempimenti inutili a carico dei gruppi referendari costituitisi dappertutto nel territorio nazionale.

6) Raccolta Cartacea e Spid (Sistema pubblico di identità digitale)

Ma all’ affermazione di illegittimità per irrazionalità ed illogicità manifeste si giunge anche per altra via. Se, infatti, si può firmare la richiesta di referendum attraverso lo Spid senza l’onere di dimostrare il proprio elettorato attivo perché è già insito nel sistema di controllo informatico, non si vede perché analoga modalità non possa attuarsi col sistema della certificazione utilizzando la medesima base-dati dell’ANPR a cura dei funzionari comunali delegati a controllare e certificare i moduli.

7) Violazione per errata interpretazione ed applicazione della normativa sui certificati elettorali

Se è pur vero che la normativa prevede il sistema delle pec con allegata certificazione, è anche vero che il progressivo subentro dei Comuni nell’ANPR consente di applicare tale sistema solo per quei comuni (invero ormai minoritari) che ancora non hanno l’accesso all’Anagrafe digitale mentre per tutti gli altri l’obbligo è implicito proprio grazie a tale accesso. Ne è ulteriore riprova il fatto che nel corso del 2022 è stato emanato il Decreto Ministeriale 17.10.22 che stabilisce le modalità di integrazione proprio delle liste elettorali dell’Anpr e che all’allegato 2 punto 4 stabilisce che il comune può rilasciare i certificati ai cittadini a prescindere dal comune di residenza dell’elettore, “ai fini di garantire e agevolare l’esercizio dell’elettorato attivo e dell’elettorato passivo costituzionalmente tutelati”.

Insomma, si tratta di una risorsa, quella dell’Anpr, creata per le finalità anzidette e che invece rimane inutilizzata nonostante gli sforzi notevoli dello Stato e dei Comuni per costruirla nel duplice interesse dell’Amministrazione (il cui lavoro viene semplificato e velocizzato) e degli stessi comitati dei cittadini referendari chiamati invece ad adempimenti inutili e, per come si è detto, vessatori.

8) Violazione dei princìpi del Codice di Amministrazione digitale

Vengono anche violati i princìpi del codice dell’Amministrazione digitale di cui al decreto legislativo 07/03/2005 n.82 e successive modificazioni e integrazioni. Tra questi basta citare l’art. 2 secondo cui la Pubblica Amministrazione “si organizza ed agisce per garantire agli utenti (ma anche a se stessa – ndr) la fruibilità delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione”, oppure l’art.3 sul diritto all’uso delle tecnologie nei rapporti con la Pubblica Amministrazione cui corrisponde il dovere di questa di agire in modo da garantire tale diritto.

9) Maggiori carichi di lavoro e minore efficienza

Nessun pregio hanno le tesi di alcuni Comuni secondo cui aumenta il carico di lavoro dei propri uffici elettorali; intanto perché altri Comuni dovranno certificare dati che il Comune richiedente ha già in rete e, reciprocamente, questo dovrà verificare i dati di quelli (!!!) . Inoltre, perché sarebbe espressione di buona organizzazione rafforzare, se proprio ce n’è bisogno, attraverso comandi interni del tutto provvisori (due mesi) il personale da dedicare a questa importante funzione di democrazia senza sacrificarla in nome di non più ammissibili prassi.

10) Omissione dei doveri d’Ufficio da parte del Ministro dell’Interno

È molto grave che il Ministero dell’Interno, in una situazione nella quale si riscontra diversità di comportamento tra i comuni sulla medesima fattispecie, non sia intervenuto con apposita circolare esplicativa ai fini di un indirizzo uniforme e legittimo. Il risultato è la violazione diffusa di tutti princìpi di diritto sopra richiamati e la lesione del diritto al referendum con conseguenze sulla quota complessiva da raggiungere per il prosieguo del procedimento; quota che nel minimo (500 mila firme) non sarà compromessa, ma nel massimo certamente sì.

Conclusioni

Violare i princìpi di diritto pubblico come quelli sopra esposti in materia di referendum è un grave vulnus per la democrazia. Scaricare sui comitati promotori da parte di molti Comuni oneri che sono propri è illegittimo ed influisce assai negativamente sul risultato complessivo. Non consola il fatto che il quorum è stato già raggiunto e sarà comunque superato ampiamente: uno Stato di diritto non può permettersi questi assurdi comportamenti da parte degli organi pubblici che ad esso fanno capo. (em)