BANKITALIA, IL PIL CALABRESE IN CADUTA
PRODUTTIVITÀ E INVESTIMENTI AL PALO

Bankitalia presenta la sua tradizionale relazione sull’economia della Calabria e i dati che emergono creano una seria preoccupazione. In poche parole, la Calabria sta vivendo una fase di sostanziale stagnazione, aggravata dalla crisi del coronavirus. I dati di Istat e Prometeia dello scorso anno indicavano un differenziale di 14 punti sul Pil calabrese rispetto ai livelli del 2007. Non solo non ci sono segnali di miglioramento, ma gli indicatori disponibili indicano per il 2019 un’ulteriore caduta.

Questa inquietante fotografia dell’economia calabrese proviene dal Rapporto annuale della Banca d’Italia dedicato alla regione Calabria: la crisi della pandemia e le misure di contrasto dell’emergenza economica devono, purtroppo, sommare anche fattori strutturali che aggravano ulteriormente la situazione, condizionando produttività e livelli di investimento.

Il sistema produttivo regionale è quello che risente maggiormente delle difficoltà per la ripartenza, anche se sono migliorate, tendenzialmente, le condizioni finanziarie. SI consideri – fa notare il rapporto di Bankitalia – che «nell’ultimo decennio è aumentata la redditività, è calato l’indebitamento e si sono accresciute le disponibilità liquide delle imprese. Il miglioramento delle condizioni finanziarie delle aziende è però avvenuto in parte a scapito dell’attività di investimento, che in questa fase potrebbe ulteriormente risentire del forte rallentamento congiunturale e dell’elevata incertezza che circonda ancora l’evoluzione della pandemia».

Prima dell’emergenza Covid-19, «il tasso di deterioramento del credito si collocava su livelli bassi in prospettiva storica ed in linea con il resto del Paese. Vi ha contribuito il mutamento nell’ultimo decennio della composizione degli affidati verso imprese con bilanci più solidi. Nella fase iniziale della crisi pandemica, l’incremento dei prestiti deteriorati è stato contenuto dalle misure introdotte a sostegno di imprese e famiglie, in particolare dai provvedimenti legislativi sulle moratorie e sulla sospensione delle rate dei mutui per l’acquisto di abitazioni. In prospettiva, le ricadute sulla qualità del credito dipenderanno dalla durata della recessione, dalla rapidità della ripresa e dagli eventuali interventi pubblici di sostegno.

La relazione è stata presentata, in teleconferenza, dal direttore della sede calabrese della Banca d’Italia Sergio Magarelli insieme con i componenti del Nucleo di ricerca dell’Istituto  coordinati da da Giuseppe Albanese, Antonio Covelli e Graziella Mendicino. Il quadro d’insieme è un campanello d’allarme che non va sottovalutato e richiede interventi di spessore per salvaguardare l’economia regionale.

Dal rapporto emerge che «Il deterioramento delle prospettive occupazionali ha colpito un contesto fragile, contraddistinto da tassi di occupazione molto bassi nel confronto nazionale. Anche per la mancanza di occasioni lavorative i livelli di diseguaglianza e povertà sono superiori al resto del Paese. La debolezza dei redditi da lavoro era stata negli anni in parte compensata da trasferimenti pubblici, più intensi della media italiana, da ultimo rafforzati con l’introduzione del Reddito di cittadinanza. Nella prima parte del 2020, tale supporto si è ulteriormente intensificato in connessione all’introduzione di diverse misure di sostegno al reddito delle famiglie volte a contrastare l’emergenza Covid-19».

Le risorse stanziate a livello nazionale per fronteggiare la pandemia hanno riguardato essenzialmente il sistema sanitario che, nella nostra regione, mostrava pericolosi livelli di guardia. In realtà, come si è poi visto, la Calabria ha saputo gestire in maniera eccellente il rischio di contagio e non ci sono state criticità nella disponibilità di posti in terapia intensiva, come si era temuto.

La relazione di Bankitalia mette in evidenza che la Regione Calabria ha dedicato alcune misure specifiche all’emergenza economica destinate a famiglie e imprese, essenzialmente attraverso la riprogrammazione di parte dei fondi comunitari ancora inutilizzati, resa possibile dal quadro straordinario di sostegno posto in essere dall’Unione europea.

C’è da osservare, però, che, «nel contempo, in un contesto già caratterizzato da diffuse fragilità delle condizioni di bilancio, gli effetti dell’emergenza potrebbero riflettersi sensibilmente sulla situazione finanziaria degli enti territoriali, che dovranno fronteggiare i vincoli di liquidità connessi con lo slittamento degli incassi e con le perdite di gettito, a fronte di spese in gran parte incomprimibili». Tale fenomeno – si rileva nella relazione di Bankitalia – potrebbe drenare ulteriormente risorse dagli investimenti in opere pubbliche, che erano ancora in calo prima dello scoppio della pandemia».

L’agricoltura, che in Calabria ha un peso più rilevante rispetto al resto del Paese, pur utilizzando manodopera stagionale, rischia di registrare insostenibili criticità via la carenza di lavoratori creata dalla pandemia.

Né va meglio in ambito industriale, pur registrando sulle imprese con almeno 20 addetti, un risultato positivo (nel 2019) che sarà sicuramente vanificato dalla chiusura obbligata delle attività nei mesi di lockdown.

«In base a nostre elaborazioni su dati Istat, – ha spiegato il direttore Magarelli – la percentuale di produzioni sospese in regione ha riguardato l’equivalente del 24 per cento del valore aggiunto dell’industria (56 per cento in Italia). La minore incidenza rispetto alla media nazionale è da ricondurre alla presenza più significativa di alcuni comparti ritenuti essenziali, in particolare l’industria alimentare, e al peso ridotto di imprese attive nei settori con la maggiore incidenza di chiusure, come il tessile, la metallurgia e i mezzi di trasporto. Tale condizione si è protratta sostanzialmente fino al 4 maggio, quando la quota di attività sospese nel settore industriale si è pressoché azzerata, in connessione con i nuovi provvedimenti del Governo.

Tuttavia, oltre alle disposizioni che hanno comportato un esplicito blocco delle attività, sul settore industriale hanno pesato gli ostacoli nell’approvvigionamento di beni e servizi intermedi sui mercati interni e internazionali, nonché le limitazioni imposte alle aziende nell’impiego della manodopera e nella conduzione delle attività, dovute principalmente alle limitazioni alla mobilità. Queste difficoltà hanno spinto molte aziende, anche non direttamente interessate dai provvedimenti di sospensione, a rimanere chiuse o a limitare significativamente l’attività».

Il settore delle costruzioni, che nel 2019, aveva segnato lievi percentuali in aumento pur restando al di sotto dei livelli antecedenti il 2008, lascia prefigurare un forte calo nel valore della produzione.

Come avevamo indicato qualche giorno fa (calabria.live del 18 giugno) tutto il segmento dell’export registra forti contrazioni, ad eccezione del comparto agro-alimentare. Eppure c’era un trend positivo che da quattro anni faceva sperare in un forte miglioramento delle esportazioni. Come faceva notare il prof. Francesco Aiello su calabria.live l’assenza di aziende ad alta specializzazione non aiuta l’incremento dell’export, per cui sarà necessario aumentare la densità di imprese del campo tecnologico, utilizzando le opportunità offerte dalla Zes. la Zona economica speciale di Gioia Tauro che, a tre anni dalla sua istituzione – faceva notare il docente di Unical – «è ancora un progetto vuoto di contenuti».

Ciononostante, da registrare che l’andamento del primo trimestre 2020 del Porto di Gioia Tauro «rimane nettamente positivo se raffrontato allo stesso periodo dell’anno precedente. Ciò risulta in linea con la fase di rilancio dell’infrastruttura portuale avviata nella seconda metà del 2019, in coincidenza con il cambio nella governance della Medcenter Container Terminal Spa. Rispetto alle attese di inizi 2020, lo scalo ha comunque risentito degli effetti del blocco delle attività occorso durante la fase più acuta della pandemia».

«E l’occupazione? «Tra il 2001 e il 2007, prima della crisi globale, la dinamica dell’occupazione in Calabria aveva riflesso prevalentemente la nascita di nuove imprese.

Tra il 2007 e il 2017 (ultimo anno per cui è possibile condurre l’analisi), la crescita dell’occupazione in regione è stata invece frenata sia dalla maggiore uscita di imprese dal mercato sia dal minore contributo delle nuove imprese. Nell’intero periodo 2001-2017, il contributo del margine intensivo in Calabria è risultato minore che nel resto del Paese. Anche in connessione a ciò, la dimensione media delle aziende calabresi è rimasta invariata nell’arco di tempo considerato, a fronte di una crescita nella media nazionale.

Nel periodo 2001-2017 la crescita dell’occupazione dipendente nel settore privato è stata interamente riconducibile al comparto dei servizi, in prevalenza quelli a intensità di conoscenza medio-bassa (tra cui pesano soprattutto i comparti del commercio, alberghi e ristorazione).

Un aspetto non meno importante della crisi che la nostra regione sta vivendo riguarda la mancata nascita di nuove imprese. «La creazione di nuove imprese rappresenta uno tra i principali fattori che spiegano la dinamica dell’occupazione e il cambiamento strutturale di un’economia – si legge nel Rapporto che cita la Review of Economics and Statistics –. Mediante l’impiego congiunto della base dati Infocamere e dei dati di bilancio Cerved Group è stato possibile descrivere il fenomeno della natalità delle imprese in Calabria dal periodo pre-crisi fino agli anni più recenti, al fine di esaminare quanto tale processo abbia modificato la capacità produttiva e le caratteristiche del sistema economico regionale.

Dal 2005 (primo anno di disponibilità dei dati) al 2017, la natalità di impresa in regione è progressivamente diminuita, passando da 6 a 4 imprese nate ogni mille abitanti (figura, pannello a). La Calabria, pur seguendo un andamento simile al resto del Paese, ha registrato tassi di natalità inferiori alla media nazionale su tutto l’arco di tempo analizzato. La riduzione del numero delle nuove imprese create in regione è attribuibile alla componente delle ditte individuali, mentre il numero di nuove società ha gradualmente recuperato fino a superare i livelli pre-crisi. Tale ultima dinamica è stata sostanzialmente

influenzata dalle modifiche al diritto societario intervenute successivamente al 2012, come ad esempio la riduzione dei requisiti di capitale minimo in sede di costituzione delle società a responsabilità limitata, che hanno incentivato il ricorso a tale forma giuridica. Dal punto di vista settoriale, nel corso del periodo considerato è progressivamente

cresciuta la quota di nuove imprese calabresi che ha scelto di operare nel settore dei servizi (circa il 70 per cento nell’ultimo triennio considerato, 10 punti percentuali in più rispetto agli anni pre-crisi; aumentando ulteriormente la già ampia quota di attività regionale realizzata nel terziario. Tale incremento si è concentrato nel comparto dei servizi a basso contenuto di conoscenza (che include in particolare commercio, alberghi e ristorazione), mentre rimane modesta l’incidenza di quelli ad alto contenuto di conoscenza sul totale dell’attività del terziario. Il settore manifatturiero e quello delle costruzioni, che hanno maggiormente risentito della crisi, presentano anche una minore percentuale di imprese nate negli anni più recenti; la quota di imprese calabresi create nel settore agricolo è leggermente scesa, ma rimane nettamente superiore a quella registrata in Italia».

Infine, un altro aspetto che merita attenzione riguarda il benessere dei calabresi. Anche qui la situazione richiede una serie riflessione einterventi di settore proprio per migliorare la qualità della vita delle persone con reddito basso o addirittura senza reddito: «I dati più recenti per la Calabria, riferiti al 2018, descrivono un profilo di benessere inferiore alla media italiana in tutte le aree tematiche considerate, fatta eccezione per l’incidenza dei reati predatori (furti in abitazione, borseggi e rapine) e per l’Ambiente (utilizzo fonti rinnovabili, presenza di aree protette e coste balneabili, condizioni ambientali). I divari più significativi si riscontrano negli ambiti dell’Istruzione e formazione, della Ricerca e innovazione, della Qualità dei servizi e del Paesaggio e patrimonio culturale, oltre che negli indicatori relativi alla situazione economica (in particolare Occupazione, Qualità del lavoro e Reddito e disuguaglianza).

«In particolare, nei profili relativi a Istruzione e formazione si evidenzia una situazione debole e in generale peggioramento: meno della metà dei diplomati si iscrivono per la prima volta all’università nello stesso anno di conseguimento del diploma ed è in riduzione la percentuale di persone di 30-34 anni che hanno conseguito una laurea. Ulteriori carenze si riscontrano sia nella partecipazione alle attività di formazione continua tra le persone con un’età compresa tra i 25-64 anni sia nei tassi di uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione. Gli studenti calabresi inoltre sono tra quelli che mostrano maggiori difficoltà nel raggiungere un livello sufficiente di competenze in italiano e matematica.

«Il livello di Innovazione, ricerca e creatività è significativamente inferiore alla media nazionale: la percentuale di spesa in ricerca e sviluppo in rapporto al PIL è la più bassa d’Italia (0,5 rispetto ad una media nazionale di 1,4). La regione rimane ai primi posti per consistenza della fuoriuscita di giovani laureati (25-39 anni), con un tasso migratorio pari al 31,1 per mille (il dato medio italiano è pari al 4 per mille).

Peggiori rispetto alla media sia nazionale sia del Mezzogiorno, sono anche i dati relativi alla Qualità dei servizi per tutti gli indicatori considerati: le famiglie calabresi registrano le maggiori difficoltà di accesso ai servizi essenziali (12,8 per cento, a fronte della media italiana del 7,3) e sono quelle che denunciano più irregolarità nell’erogazione dell’acqua, con un livello tre volte più elevato rispetto alla media nazionale. Si confermano

ampi divari anche con riferimento al numero di posti letto nelle strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie ogni 1.000 abitanti, alla percentuale di bambini di 0-2 anni che usufruiscono dei servizi comunali e all’offerta di trasporto pubblico locale rispetto al numero di abitanti (la misura utilizzata è quella dei posti-km offerti).

Un giudizio negativo è confermato infine dagli indicatori del dominio Paesaggio e patrimonio culturale, per il quale l’abusivismo edilizio si attesta su livelli tra i più alti d’Italia, con un valore di oltre tre volte superiore a quello medio nazionale. La Calabria è inoltre una delle regioni più colpite dagli incendi boschivi». (rrm)          

La relazione completa della Banca d’Italia / Calabria 2020

Investimenti zero, Mezzogiorno dimenticato. Indignano le desolanti cifre della Banca d’Italia

di SANTO STRATI – La parola d’ordine è una sola: investimenti. Non dove, perché è chiaro dove vanno fatti, ma soprattutto come farli. Non serve proporre incentivi per le assunzioni, quanto agire sulla struttura dei costi per abbassarli: è questa la lettura che dà sugli investimenti la dettagliata relazione sul mancato sviluppo del Mezzogiorno del Direttore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta. Una precisa fotografia del dramma del Mezzogiorno dove svetta la Calabria, ancora una volta ultima tra gli ultimi, e la cui emergenza è fin troppo evidente. Numeri e dati che indignano chiunque abbia a cuore il destino del Mezzogiorno sempre più abbandonato dal Governo centrale, anche se, in prospettiva, s’intravede finalmente qualcosa di nuovo, quantomeno un po’ in termini di buone intenzioni. Il premier Conte è un uomo del Sud, come il nuovo ministro per il Sud, Peppe Provenzano, che ha il bagaglio di competenze necessarie che gli derivano dalla Svimez: da loro possiamo aspettarci finalmente un piano per il Mezzogiorno degno di tale nome. La Calabria non vuole assistenzialismo ma strumenti per avviare crescita e sviluppo, ovvero investimenti e risorse. E soprattutto progettualità e pianificazione che dovranno essere in grado superare gli assurdi ostacoli burocratici ancora attivi.

È come fare gli investimenti la chiave di volta del problema, perché essi producano un prima-durante-dopo che generi occupazione continua e faccia scomparire il precariato imperante. Occupazione che significa sviluppo e utilizzo delle migliori risorse umane che la Calabria è in grado di prestare (oltre quelle già prodotte e mai utilizzate): progettazione, realizzazione e quindi attività che si traducono in opportunità di lavoro per laureati, diplomati, disoccupati, operai, ingegneri, imprenditori. Il volano della crescita funziona coinvolgendo tutti gli attori in campo, a qualsiasi livello: costruire una strada significa dare lavoro ai progettisti, equivale a occupare manovali e operai, creare opportunità per chi si occupa di logistica, di ricettività, ristorazione: ricordiamoci che chi lavora “consuma” nel produrre. Insomma, per fare un esempio banale, ce ne sarebbe per tutti, anche per il chioschetto che va a vendere panini e salsiccia vicino al cantiere.

Quali sono gli impedimenti? La risposta va cercata nell’insipienza e nell’incapacità della classe politica di dare concrete – e sottolineo concrete – soluzioni all’esigenza di investire, utilizzando fondi comunitari che, regolarmente, vengono restituiti al mittente per mancato utilizzo e pianificando adeguatamente le risorse che dovrebbero venire dallo Stato. Ma nulla è cambiato in questi ultimi vent’anni, indipendentemente da chi stava al governo centrale o in quello regionale. Oltre, ovviamente al mostro “burocrazia” regionale (e nazionale) che soffoca nel nascere molte nuove iniziative imprenditoriali, anche e soprattutto di giovani, e scoraggia gli investimenti privati dei pochi temerari che scommettono sulla Calabria. Investimenti al minimo, dunque, nel Mezzogiorno e troppe “dimenticanze” nei confronti delle regioni meridionali, trascurate, abbandonate a se stesse, lasciate a precipitare nella decrescita infelice che è l’esatto contrario dello sviluppo possibile.

Parole, promesse e mancate realizzazioni: è questa la sintesi che emerge dalla relazione del Direttore generale di Bankitalia, ed è l’amara constatazione a cui i calabresi ormai hanno fatto l’abitudine. Non sarà possibile cambiare? Se in Calabria il 55% degli aventi diritto al voto, nelle passate elezioni regionali del 2014, ha deciso di disertare le urne ci sarà pure una ragione. Il rischio è che quel 55% cresca ancora alla prossima tornata e invece occorre che i calabresi tornino alle urne a esprimere a pieno la loro indignazione e dire basta a un sistema che, appare evidente, è guasto, totalmente guasto. La lettura della lunga relazione di Panetta non è noiosa, anzi fornisce chiari elementi di valutazione su quello che è stato fatto fino ad oggi (a partire dagli anni Cinquanta) e soprattuto su quello che andrà fatto.

I calabresi, cittadini di un Mezzogiorno che non riesce ad esprimere il suo grande potenziale, devono far tesoro di queste indicazioni perché possano essere attori protagonisti di un rilancio, di una crescita non più rinviabile. Occorre, da un lato, ripristinare la reputazione della Calabria nei confronti degli investitori (ovvero sradicare, come dice Panetta, il “triangolo illegale”, evasione fiscale, corruzione, criminalità), ma dall’altro serve che i calabresi stessi siano artefici del proprio destino, consapevoli che la rassegnazione non appartiene al loro dna. Siamo un popolo che dell’indignazione ha fatto il pane quotidiano, ma i calabresi non si sono mai arresi. La storia, la millenaria storia della Calabria, insegna che la fierezza e l’orgoglio ha reso in molte occasioni questa gente protagonista di vittorie impossibili. È una “guerra” contro l’auspicata rassegnazione (che vorrebbero gli altri) quella che ci aspetta, non una semplice battaglia con vuote scaramucce verbali, per pretendere che la “questione Calabria” sia in primo piano nell’agenda del Governo sul Mezzogiorno. Bisogna insistere con i propri rappresentanti in Parlamento, nella Regione, nelle Province, nei Comuni, per esigere non più promesse, ma fatti concreti. Lo diciamo da tempo su queste colonne, lo ha ribadito il premier Giuseppe Conte: se riparte il Mezzogiorno, riparte l’Italia. Rimbocchiamoci le maniche e alziamo la voce: non servono rivolte di piazza né iniziative con pericolose derive antidemocratiche, ma la convinzione che lo sviluppo è possibile e va chiesto, senza se e senza ma. Per i nostri figli e per quelli che verranno. (s)

Un sottosviluppo ultradecennale

Il dg di Bankitalia Panetta (pronto alla chiamata da Bruxelles per un prestigioso incarico alla BCE) ha parlato a Foggia dello «sviluppo del Mezzogiorno, che rappresenta il problema irrisolto dell’economia italiana». Panetta ha sottolineato che «Per debellare un sottosviluppo ultradecennale occorre una strategia complessiva e coerente volta ad ampliare la base produttiva e a rendere competitivo il contesto economico locale. La spinta deve essere forte, duratura e basata su un’ampia gamma di strumenti; per essere credibile ed efficace deve contare su un volume di risorse adeguato, nel rispetto dei vincoli di bilancio. Puntare su un’unica strada sarebbe errato: gli interventi devono agire sia sull’offerta, rafforzando la competitività del settore produttivo e l’efficienza delle amministrazioni pubbliche, sia sulla domanda, sostenendo i redditi familiari. Assume centralità il rilancio degli investimenti pubblici, che può favorire la creazione di lavoro; ma poi occorre sostenere la dotazione tecnologica, la capacità innovativa, l’accumulazione di capitale fisico e umano».

Prima di affrontare il tema degli investimenti pubblici, il dg di Bankitalia ha “fotografato” e storicizzato l’attuale situazione: «Nelle regioni meridionali – ha detto il dott. Panetta – il PIL pro capite è la metà di quello del Centro Nord; la disoccupazione è prossima al 20 per cento, il doppio di quella del resto del Paese. Le disuguaglianze e l’incidenza della povertà sono ampie. La dotazione infrastrutturale e la qualità dei servizi pubblici essenziali sono insoddisfacenti. Se non riusciremo a portare il Mezzogiorno su un sentiero di crescita robusto, duraturo non ci potrà essere vero progresso per l’Italia. È un obbligo verso un terzo dei cittadini italiani, cui vanno garantiti servizi adeguati, diritti, opportunità. Ma è anche un problema per tutta l’economia nazionale: un Mezzogiorno stagnante comprime il mercato domestico, a danno anche dell’economia del Centro Nord».

L’irrisolta questione meridionale

«Di questione meridionale – ha detto Panetta – si parlava già al tempo dell’unificazione del Paese come problema economico e sociale. Le prime politiche per il Sud furono avviate all’inizio del Novecento dal governo Giolitti, per poi essere messe da parte durante il fascismo. Alla fine della seconda guerra mondiale il divario economico tra Sud e Centro Nord toccò il massimo storico. L’attenzione si riaccese dopo la Liberazione, grazie a meridionalisti quali Saraceno, Giordani, e il Governatore Menichella. Nei primi anni Cinquanta gli interventi per il Mezzogiorno si concentrarono sulle infrastrutture e sull’industria. Negli anni Sessanta assunsero importanza le imprese a partecipazione statale, con impianti nell’industria pesante. Fu questo il periodo di massima convergenza tra le due aree del Paese. Il PIL pro capite del Mezzogiorno in rapporto a quello del Centro Nord aumentò dal 55 per cento degli anni Cinquanta al 65 di metà anni Settanta. Da allora la convergenza si è interrotta. Gli interventi di industrializzazione, gravati da un uso politico delle partecipazioni statali, persero incisività. Con il primo shock petrolifero più settori dell’industria pesante entrarono in crisi; gli investimenti pubblici si ridussero; le svalutazioni della lira sostennero soprattutto le imprese esportatrici del Centro Nord. Negli anni Ottanta la politica per il Mezzogiorno perse visione strategica. Anche per la mancanza di un sistema imprenditoriale privato, il sostegno venne da politiche assistenziali che favorirono il clientelismo. Nel 1992 fu soppresso l’intervento straordinario e smantellata la Cassa per il Mezzogiorno. Gli sgravi fiscali sul costo del lavoro, introdotti nel 1968 in connessione con l’abolizione delle gabbie salariali, vennero ridimensionati e poi aboliti. Solo più tardi iniziò un ripensamento delle politiche per il Sud, che vennero basate sul coordinamento tra Commissione europea, Stato e Regioni. Nel 1998 prese avvio la cosiddetta “nuova programmazione”, incentrata sulla legge 488/92, volta a stimolare investimenti e occupazione, e su misure – la “programmazione negoziata” – miranti a incentivare la partecipazione delle amministrazioni locali al disegno delle politiche. I risultati furono modesti, anche per la riduzione delle risorse disponibili e per il loro frequente utilizzo per investimenti pubblici ordinari invece che aggiuntivi. Con la crisi finanziaria, nel 2008, la politica economica si è concentrata sulle difficoltà dell’intero Paese. Dopo decenni di interventi, il ritardo del Mezzogiorno rispetto al Centro Nord in termini di PIL pro capite è oggi maggiore rispetto agli anni Settanta.

Si può tornare su un sentiero di crescita stabile? Secondo Panetta «L’economia meridionale non è uniforme. Essa presenta esempi di successo che dimostrano che la convergenza è un obiettivo possibile. Vi sono aree industriali vitali sia in comparti tradizionali come l’abbigliamento e l’alimentare, sia in settori avanzati quali l’aerospaziale, le apparecchiature elettroniche e della misurazione. Nel turismo si sono affermate aree che, anche grazie allo sviluppo di voli a basso costo, hanno accresciuto la capacità di intercettare la domanda internazionale. Ma questi esempi non bastano». Servono gli investimenti: «L’Italia – ha affermato il dg Panetta – necessita di un ammodernamento delle sue infrastrutture, materiali e immateriali. La spesa pubblica per tale finalità si è fortemente ridotta negli anni della crisi: tra il 2008 e il 2018 gli investimenti fissi lordi della pubblica amministrazione sono diminuiti di oltre 10 miliardi di euro, a 37 miliardi, con un calo di un quinto in termini nominali. Si sono quindi ridotte le risorse destinate all’ampliamento e alla manutenzione delle infrastrutture, aggravando il ritardo rispetto ad altri paesi europei. Nel Mezzogiorno gli investimenti pubblici in rapporto alla popolazione sono risultati sistematicamente inferiori rispetto al Centro Nord. Tra il 2008 e il 2016 il calo degli investimenti al Sud è stato del 3,6 per cento all’anno; più debole e in maggiore flessione rispetto al resto del Paese è stata anche l’attività di progettazione di opere pubbliche. La dotazione di infrastrutture al Sud è inferiore a quella del Centro Nord in termini sia quantitativi sia qualitativi. Il divario è ampio in settori cruciali per l’attività economica. Nel campo dei trasporti le regioni meridionali presentano un’estensione della rete autostradale e ferroviaria, in rapporto alla popolazione, assai inferiore a quella del resto del Paese. Il divario si accentua se si considera la velocità dei collegamenti. Il potenziamento delle infrastrutture è essenziale per accrescere l’interconnessione con le altre regioni italiane, con l’Europa, con il Mediterraneo, per aumentare il potenziale di mercato del Mezzogiorno, rendendolo attraente per i capitali privati, l’attività di impresa, i flussi turistici. A tal fine è necessario un forte impegno pubblico da attuare tenendo conto, oltre che dei vincoli di bilancio, della sostenibilità ambientale e della sfida della digitalizzazione. In base a un nostro lavoro, un incremento degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno pari all’1 per cento del suo PIL per un decennio, ossia 4 miliardi annui, avrebbe effetti espansivi significativi per l’intera economia italiana».

Il moltiplicatore degli investimenti

Non è utopia: «Al Sud – secondo l’approfondita relazione del dg di Bankitalia – il moltiplicatore degli investimenti pubblici potrebbe raggiungere un valore di circa 2 nel medio-lungo termine, beneficiando della complementarità tra capitale pubblico e privato e dei guadagni di produttività connessi con la maggiore dotazione di infrastrutture. L’economia del Centro Nord ne beneficerebbe per via della maggiore domanda nel Mezzogiorno e dell’integrazione commerciale e produttiva tra le due aree. Sebbene lo stimolo pubblico ipotizzato abbia dimensioni ridotte rispetto all’economia del Centro Nord, le simulazioni indicano che il PIL di quest’area potrebbe aumentare fino allo 0,3 per cento. Ma spendere soldi non basta, occorre spenderli bene. I risultati appena descritti non considerano i frequenti casi di sprechi e inefficienze, che comprimono il moltiplicatore della spesa. Per creare sviluppo, gli investimenti pubblici vanno adeguatamente selezionati, dotati delle risorse necessarie e completati in tempi brevi. Ciò richiede un innalzamento dell’efficienza delle stesse amministrazioni meridionali: in Italia i tempi di realizzazione delle opere pubbliche sono lunghi ovunque, ma lo sono ancor più nel Mezzogiorno a causa di attività accessorie, quali iter autorizzativi e burocratici, di pertinenza delle Amministrazioni locali. Le opere incompiute, più numerose al Sud che al Centro Nord, riguardano in gran parte infrastrutture sociali – plessi scolastici, centri sportivi, strutture ospedaliere – di pertinenza degli Enti locali. Il fenomeno è di dimensioni rilevanti: dei 647 progetti che nel 2017 risultavano avviati e non completati, il 70 per cento è localizzato al Sud, per un valore totale di 2 miliardi. In più casi lo stallo è dovuto alla mancanza di fondi».

Non meno rilevante per il mancato sviluppo è la bassa occupazione che si rileva nella differenza tra domanda e offerta di lavoro: «Nel Mezzogiorno – ha fatto notare Panetta – la piaga della disoccupazione coinvolge 1.400.000 persone, il 18,4 per cento delle forze di lavoro; il divario rispetto al Centro Nord è ampio – 11 punti percentuali – e, rispetto al 2010, è aumentato. Ma il sottoutilizzo del lavoro affligge una platea ben più numerosa: al Sud vi sono 2 milioni di persone disponibili a entrare nel mercato a condizioni più favorevoli e 880.000 che vorrebbero poter lavorare più ore. Questa situazione assume risvolti drammatici per i giovani. Tra quelli con meno di 35 anni il tasso di disoccupazione è del 33,8 per cento, 19 punti percentuali in più che al Centro Nord. Circa 1.700.000 giovani meridionali non lavorano né accumulano conoscenze (partecipando a un percorso scolastico o formativo): si tratta del 36,6 per cento del totale, un valore tra i più elevati d’Europa e persistente nel tempo, con effetti che condizionano negativamente l’intera vita lavorativa delle persone. La bassa occupazione è una delle principali fonti di diseguaglianza tra i redditi familiari nel Mezzogiorno. Mentre al Nord gran parte dei nuclei familiari può contare sul reddito da lavoro di due o più componenti, al Sud prevalgono le famiglie con un solo occupato o senza alcun occupato stabile. A questa differenza è dovuta larga parte della maggiore diseguaglianza che si registra al Sud rispetto al Centro Nord, dove i valori sono allineati alla media europea. Un recente studio mostra che se l’occupazione nel Mezzogiorno salisse ai livelli del Centro-Nord, la diseguaglianza tra le famiglie meridionali scenderebbe sui valori osservati nell’Italia centro-settentrionale; l’Italia nel suo complesso si allineerebbe ai valori medi europei».

Le soluzioni e le misure di welfare

Come si può intervenire? «La presenza di strumenti di welfare volti a contrastare la povertà e la disuguaglianza, fornendo assistenza e sostegno alle famiglie in difficoltà, è doverosa e l’Italia vi ha provveduto in ritardo. Ma una riduzione duratura della povertà e delle disuguaglianze, la creazione di opportunità di progresso economico e civile possono derivare soltanto dalla crescita dell’economia e dall’aumento dei posti di lavoro. La via maestra per sostenere l’occupazione è una riduzione del costo del lavoro da attuare nel rispetto degli equilibri delle finanze pubbliche. Una riforma fiscale organica che porti a una ricomposizione del gettito a favore dei fattori della produzione e in particolare del lavoro è una priorità per l’intero Paese; nel Mezzogiorno essa assume connotati di urgenza. È possibile prevedere duraturi sgravi fiscali e contributivi per le categorie di lavoratori deboli e marginalizzate, come giovani e donne, e per i salari bassi, diffusi al Sud. Condizioni economiche favorevoli per gli investimenti privati sono già previste nelle Zone Economiche Speciali. Tuttavia, nel caso del Mezzogiorno pare necessario modificare la convenienza del fare impresa abbassando l’intera struttura dei costi invece di operare con misure che incentivino soltanto nuove assunzioni. Date le condizioni di estrema difficoltà economica del Sud, va attentamente valutata la possibilità di riaprire in sede europea la discussione sulla fiscalità di vantaggio per le regioni in forte ritardo di sviluppo».

«Secondo nostre simulazioni – ha fatto notare Panetta – un taglio del cuneo fiscale al Sud pari all’1 per cento del suo PIL – una riduzione di circa 2 punti percentuali dell’aliquota fiscale e contributiva pagata dalle imprese – favorendo l’aumento della domanda di lavoro, avrebbe effetti espansivi sulle ore lavorate totali, pari all’1,4 per cento al picco; l’attività economica beneficerebbe, soprattutto nel medio termine, del rafforzamento dei consumi, dell’accumulazione di capitale, dell’accresciuta competitività. Il PIL del Mezzogiorno potrebbe aumentare fino all’1,2 per cento. Le nostre stime indicano inoltre che un aumento degli investimenti pubblici accompagnato da misure volte a ridurre il costo del lavoro rafforzerebbe l’aumento dell’occupazione rispetto a quanto ottenibile agendo sui soli investimenti. Il sostegno alla domanda di lavoro non è però sufficiente in un contesto in cui a causa dell’invecchiamento demografico la popolazione in età di lavoro è destinata a ridursi nel tempo, comprimendo il potenziale di crescita dell’economia. Secondo l’Istat, la riduzione è già in atto al Sud, mentre nel Centro Nord si avvierà nel 2040. Occorre quindi incentivare la partecipazione al mercato del lavoro, bassa in Italia nel confronto internazionale ma ancor più al Sud, dove il tasso di partecipazione femminile sconta un ritardo rispetto al Centro Nord di ben 22 punti percentuali. Iniziative in tale direzione possono consistere nella riduzione della tassazione sul secondo percettore familiare e nel rafforzamento dell’offerta di servizi pubblici per l’infanzia».

La bassa crescita nella produttività

«L’Italia tutta e il Sud in particolare – ha detto Panetta – soffrono di una bassa crescita della produttività. Per contrastare questa tendenza occorre rafforzare la capacità innovativa e tecnologica, anche accrescendo e valorizzando il capitale umano. Nel Mezzogiorno la quota dei giovani con età tra i 20 e i 24 anni che hanno completato le scuole superiori è del 76,8 per cento, contro l’83,5 nel Centro Nord; è minore la quota di adulti che partecipano ad attività formative e di istruzione. Gli atenei del Mezzogiorno, che soffrono di una limitata capacità contributiva delle famiglie e di una bassa disponibilità di finanziamenti privati sul territorio, negli ultimi anni hanno registrato un calo del numero di studenti; al dato demografico negativo si è aggiunta una accentuazione dei flussi migratori verso il Centro Nord: un quarto dei diplomati del Mezzogiorno sceglie di studiare altrove, anche alla ricerca di migliori possibilità di lavoro una volta laureati. È cruciale agire per colmare questi ritardi. Nella scuola primaria e secondaria le valutazioni dell’Invalsi possono essere utilizzate per interventi rivolti alle scuole in difficoltà, che nel Mezzogiorno sono più frequenti. Vanno rafforzate le strutture di ricerca e la qualità del sistema universitario, a beneficio dell’intero sistema sociale e produttivo meridionale. Una politica che investa sul sistema universitario nazionale, sotto finanziato rispetto al resto d’Europa, potrebbe prevedere una specifica dotazione per gli atenei del Sud senza rinunciare a qualità ed efficienza ma ripartendo i fondi secondo i criteri dei costi standard e premiali già in parte in uso. Interventi dal lato dell’offerta di istruzione sono efficaci se associati a una maggiore richiesta di lavoratori istruiti da parte delle imprese. Va in tale direzione la creazione di poli che, secondo lo spirito dei competence center inclusi nel piano Impresa 4.0, favoriscano l’aggregazione e l’interazione tra le principali iniziative imprenditoriali locali e le infrastrutture di ricerca universitarie, stimolando il trasferimento tecnologico. Anche la nascita di imprese può concorrere a creare lavoro. Dal 2012 sono state varate misure in favore delle nuove aziende innovative. Esse si sono rivelate efficaci sia al Sud sia nel Centro Nord: delle 10.000 start up innovative iscritte nell’apposito registro del Ministero dello sviluppo economico e attive alla fine dell’anno scorso, un quarto era localizzato nel Mezzogiorno ed era concentrato nella manifattura, nell’informatica, nella ricerca. Queste imprese hanno registrato incrementi di fatturato e investimenti in linea con quelli delle analoghe aziende del Centro-Nord. La legge di bilancio per il 2019 ha introdotto ulteriori incentivi fiscali per chi investe in start-up innovative. Lo sforzo profuso va nella giusta direzione: serve ora garantire risorse adeguate e continuità di azione, in particolare al Sud. Misure credibili, di ampia portata possono limitare il drenaggio di capitale umano dal Sud verso il Nord e l’estero. Come mostra un recente lavoro, ne discenderebbero effetti positivi sull’imprenditorialità, soprattutto nei settori tecnologicamente avanzati».

Come finanziare le imprese?

«Un nodo da sciogliere per stimolare lo sviluppo del Mezzogiorno – ha sottolineato Panetta – riguarda il finanziamento delle imprese. Le aziende meridionali sono altamente indebitate e dipendenti dal credito: la loro quota di prestiti bancari sul totale delle passività finanziarie è del 70 per cento, a fronte del 50 nel Centro Nord. Queste caratteristiche limitano la capacità di crescere, investire, creare occupazione. Per le imprese del Sud l’accesso al mercato creditizio è meno agevole che nelle altre aree del Paese: la quota delle aziende che dichiarano di non ottenere i finanziamenti richiesti è più alta rispetto al Centro Nord. Anche il costo del credito è più elevato al Sud: il divario medio è di 1,6 punti percentuali, con valori più alti per le aziende minori. La fragilità finanziaria, la dipendenza dalle banche, la difficoltà di accesso al credito riflettono caratteristiche sia delle singole imprese sia del sistema economico meridionale. Tra le prime rilevano la minore dimensione e la limitata dotazione patrimoniale; quanto al contesto locale, pesano le inefficienze delle istituzioni – quali la giustizia civile – che tutelano il rispetto dei contratti. L’insieme di questi fattori riduce anche l’accesso al finanziamento diretto degli investimenti. Negli anni scorsi l’indisponibilità di risorse alternative al credito ha aggravato la recessione e frenato la successiva ripresa dell’economia meridionale: quando la crisi ha provocato una restrizione dell’offerta di prestiti bancari, le imprese del Sud – al contrario di quelle del Centro Nord – non sono state in grado di far ricorso al mercato dei capitali. Per favorire l’accesso ai finanziamenti esterni occorre ridurre il grado di rischio cui gli operatori devono far fronte quando investono nel Mezzogiorno. Ciò richiede l’impegno degli stessi imprenditori al fine di conferire trasparenza ai bilanci, di aprirsi al vaglio da parte di soggetti esterni. Va rafforzata la base patrimoniale, segnalando per questa via la fiducia dello stesso imprenditore nella solidità dell’azienda. Un impulso rilevante è stato fornito dagli incentivi fiscali all’aumento dei mezzi propri – la cosiddetta ACE. La legge di bilancio sul 2019 ha cambiato le modalità di incentivazione, legando i benefici agli utili non distribuiti. Il nuovo schema è meno vantaggioso per le imprese del Mezzogiorno, caratterizzate da bassa redditività. L’efficacia al Sud delle misure che legano il beneficio fiscale al rafforzamento del capitale di rischio potrebbe essere migliorata prevedendo maggiori vantaggi fiscali per le aziende più piccole».

Il credito “impossibile”

Per quel che riguarda il mercato creditizio, secondo Panetta «L’obiettivo non deve essere quello di ricreare “banche del territorio”, i cui limiti sono apparsi evidenti con la crisi. La sfida è dar vita a intermediari coinvolti nelle sorti dell’economia meridionale ma operanti alla frontiera dell’efficienza, in grado di far ricorso alla tecnologia e di fornire alle imprese del Sud – in concorrenza con altre banche – una adeguata assistenza creditizia e finanziaria».

Da tutto ciò emerge un ritardo economico del Mezzogiorno che è – sostiene Panetta – «al tempo stesso inaccettabile e ingiustificabile. Inaccettabile perché non consente a un terzo della popolazione italiana di godere appieno di diritti, opportunità, prospettive che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini. La mancanza di lavoro sta inducendo persone giovani e preparate a emigrare, con costi economici e sociali che condizionano le prospettive di crescita e di progresso. Ingiustificabile perché le ricchezze culturali, ambientali, di capacità produttive inespresse presenti nel Mezzogiorno possono e devono essere utilizzate per il rilancio dell’economia dell’intero Paese. Lo sviluppo dell’economia meridionale offrirebbe un mercato di sbocco, un volano di crescita anche per le produzioni di altre aree, avviando un circolo virtuoso di investimenti e crescita sia al Sud sia al Centro Nord».

La conclusione, ottimistica, del direttore generale di Bankitalia induce a pensare positivo: «Il raggiungimento di questi obiettivi è possibile. Vi sono azioni di politica economica – incentrate sugli investimenti pubblici, sulla fiscalità e sul costo del lavoro, sull’innovazione, sul potenziamento del capitale umano, sulla valorizzazione dell’ambiente – in grado di collocare il Mezzogiorno su un più elevato sentiero di sviluppo. Queste azioni richiedono il buon funzionamento delle amministrazioni pubbliche, a ogni livello di governo. Soprattutto, richiedono che sia sradicato l’inaccettabile “triangolo illegale”, evasione, corruzione, criminalità: la sicurezza e il rispetto delle norme – civili, penali, fiscali – sono prerequisiti irrinunciabili per la crescita e il progresso sociale, sui quali non è possibile transigere». (rrm)

COSENZA – L’iniziativa “Impresa e Territori”

10 dicembre 2018 – Oggi a Cosenza, alle 15.00, presso la sede di Confindustria, l’iniziativa Impresa e Territori – Uno scenario in movimento, organizzato da Unindustria Calabria e dalla Filiale di Catanzaro della Banca d’Italia.

Intervengono Natale Mazzuca , presidente di Unindustria Calabria, Sergio Magarelli, direttore della Filiale di Catanzaro della Banca d’Italia, gli economisti Giuseppe AlbaneseRosanna Nisticò. Coordina Rosario Branda, direttore di Unindustria Calabria. Conclude Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria.

Il convegno sarà l’occasione per approfondire le analisi sulla congiuntura economica e regionale, con uno sguardo agli scenari nazionali ed internazionali in continua evoluzione, provando a prefigurare i trend che caratterizzeranno i prossimi anni.

«Stanno cambiando i contesti di riferimento – ha anticipato Natale Mazzuca, presidente degli industriali calabresi  – e si sta modificando la società, oltre al sistema imprenditoriale. Saper cogliere con efficacia le trasformazioni in atto significa attrezzarsi ed esser pronti a svolgere al meglio il proprio compito, ciascuno per l’ambito di competenza: gli imprenditori per rimodulare i programmi di investimento, gli stakeholder e gli amministratori per capire le problematiche che dovranno affrontare per governarne i processi».

In Calabria, secondo i dati elaborati dalla Banca d’Italia nel primo semestre del 2018, c’è una debole ripresa che, tuttavia, non è sufficiente a recuperare i livelli precrisi.  La ripresa dell’attività economica si è consolidata, la produzione nel settore industriale ha continuato a espandersi moderatamente, il processo di accumulazione del capitale si è intensificato, l’attività nei servizi ha mostrato segnali di miglioramento mentre per il settore delle costruzioni la fase negativa non si è ancora interrotta. Si è rafforzata la ripresa dell’occupazione già osservata nel precedente biennio, però il tasso di disoccupazione è rimasto pressoché stabile, perché nel frattempo sono anche aumentate le persone che hanno ripreso a cercare un impiego.

«Su questa base – ha proseguito il presidente Mazzuca – ancora fragile e non omogenea, si innestano le incertezze legati ai mercati in movimento e alle misure di finanza pubblica di iniziativa del Governo e di prossima discussione in movimento. Provare ad individuare le giuste chiavi di lettura è l’obiettivo della giornata». (rcs)