BANCHE, UNA SPINA PER IL MEZZOGIORNO
FONDI COVID: AIUTI NEGATI ALLE AZIENDE

di SANTO STRATI – Soldi tanti, aiuti pochi. Col contagocce. Gli interventi promessi e stanziati dal Governo per venire incontro alle imprese messe in ginocchio dal Covid sono stati messi nero su bianco, ma la realtà delle erogazioni effettive racconta un’altra storia, soprattutto nel Mezzogiorno. La difficoltà di trovare ed avere credito presso gli istituti bancari in tutto il Sud è una cosa vecchia, indignava prima, indigna di più adesso che gli aiuti ci sono ma non vengono messi a disposizione delle aziende che (ne avevano durante la pandemia di primavera) ne hanno bisogno ora, ne avranno bisogno ancor di più se dovesse precipitare nuovamente la situazione con nuove pericolosissime chiusure.

Partiamo da lontano: le grandi banche non amano evidentemente la Calabria e nell’opera di ristrutturazione, a volte selvaggia, attuata negli ultimi anni hanno mostrato di essere attratte più dalla finanza creativa che dalla missione originaria di qualsiasi istituto di credito: “vendere” denaro a chi ne ha bisogno, lucrandoci sopra. Ma i prestiti per le aziende del Mezzogiorno sono stati sempre una spina, con le dovute eccezioni riservate a un ristretto numero di fortunati da gratificare per compiacere il potente di turno: provate a domandare a un imprenditore onesto (e ce ne sono tantissimi in tutto il Sud e più che mai nella nostra regione) quante tribolazioni ha dovuto subire per avere spiccioli rispetto alle reali esigenze. Quante vessazioni, quanta burocrazia, quanta negligenza. Un atteggiamento che, naturalmente, non colpisce indifferentemente la categoria dei lavoratori bancari che fanno fatica a tenere a bada imprenditori giustamente infuriati, ma che si riscontra a tutte le latitudini. L’amara verità è che lo strumento del credito nel Mezzogiorno ha funzionato a senso unico negli anni passati, non funziona per niente negli ultimi vent’anni: qualsiasi intrapresa, che non abbia mezzi propri a sufficienza per investire è condannata a scontrarsi con una realtà intollerabile: rinvii, dilazioni, perdite di tempo, documentazione inutile per poi vedersi negare anche un piccolo prestito che serve per far crescere l’attività.

Tutto questo in era pre-covid. Con la pandemia in tanti si erano illusi che gli aiuti annunciati in pompa magna e poi deliberati dal Governo avrebbero in qualche modo contribuiti a far emergere dalla crisi, a superare la perdita di ricavi, a poter mantenere in piedi l’occupazione senza mandare a casa nessuno. È stato un sogno durato un attimo: il risveglio è stato dei più amari. Il prestito con il fondo di garanzia statale del per operazioni fino a 25mila euro, poi portati a 30mila euro, non dava quella cifra alle aziende, bensì un importo calcolato sul fatturato dello scorso anno pari al 20%. In poche parole significa che per avere 20mila euro l’artigiano o lo studio professionale nel 2019 dovrebbe aver fatturato 100 mila euro. E sappiamo tutti che il 2019 è stato un anno nefasto per moltissime categorie dell’economia reale: i redditi si sono ridotti spesso di più d’un terzo e per le piccole e medie imprese, tra pressione fiscale e mancati pagamenti dai clienti, in cassa a fine anno in troppi si sono trovati con briciole. Parliamo ovviamente di gente che lavora, paga regolarmente tasse e contributi, denuncia ogni centesimo che incassa e non degli evasori totali che sono una storia a parte che non merita la minima considerazione se non l’attenzione delle procure penali. Un esempio? Il povero artigiano che lavorava artisticamente il ferro ed è rimasto fermo tre mesi per il covid, non solo si è visto dimezzare le ordinazioni e le commesse, ma siccome l’anno scorso ha fatturato “solo” 20mila euro sì è visto offrire col fondo di garanzia al massimo 4.000 euro. Per farci cosa? Non bastano neanche a pagare tasse e contributi, figurarsi se si può rilanciare l’attività.

E, difatti, se si scorrono le tabelle riepilogative aggiornate al 18 ottobre del decreto Liquidità sulle operazioni fino a 30mila euro si scopre che il prestito medio, quasi in tutt’Italia, è stato sempre al di sotto dei 20mila euro (contro i 30mila previsti senza alcuna garanzia) e i numeri mettono immediatamente in luce il solito divario che contraddistingue la Calabria dal resto del Paese: a Catanzaro sono stati finanziati poco meno di 100 milioni per “accontentare” 5.561 aziende, a Cosenza oltre 181 milioni per 10.097 aziende, a Crotone quasi 45 milioni per 2.457 aziende, a Reggio quasi 127 milioni per 6.769 aziende e, infine, a Vibo quasi 38 milioni per 2.066 aziende. Il Centro-Nord ha fatto molto meglio, ma con una differenza: le pratiche hanno avuto uno sprint diverso con alcuni istituti di credito che hanno creato vere e proprie task force per gestire, già durante la pandemia, le richieste.

«Ci sono state delle criticità alla partenza – ha detto a Calabria.Live il segretario nazionale della Uilca Massimo Masi – ma mentre al Centro-Nord sono state superate rapidamente, al Sud si sono verificate situazioni a dir poco vessatorie nei confronti delle imprese. Avevamo chiesto come Uil la sospensione della Legge bancaria – che è stato l’alibi di molti ritardi nella gestione delle domande di credito – ma il Governo non ha voluto sentire ragione. Mentre per il fondo di garanzia dei prestiti fino a 30mila euro c’è una sostanziale parità in tutto il Paese, soprattutto come media di finanziamenti erogati), le cose cambiano nei cosiddetti prestiti fino a 800 mila euro. Il divario è evidente: a Reggio Calabria al 18 ottobre sono stati erogati 267 e passa milioni di euro, a Parma la cifra ha superato il miliardo. L’importo medio finanziato a Reggio è di 36mila euro, a Parma di circa 100mila. Come a Pordenone, a Bergamo, Brescia, Mantova o Trento». Numeri che parlano chiaro e i sindacati dei bancari suggeriscono di inviare segnalazioni dove c’è un evidente rifiuto di finanziare un’impresa che ne abbia diritto. «Deve intervenire il Governo – dice ancora Masi –: vanno apportati al più presto correttivi alle norme per le banche, così da sbloccare i tanti paletti e gli ostacoli burocratici alzati nei confronti degli imprenditori soprattutto del Mezzogiorno».

Sui prestiti “importanti” alle imprese (garantiti al 90% dallo Stato) ci sono stati ritardi insopportabili e risulta evidente che la banche non amano finanziare le imprese con queste garanzie. Che succede? Non si fidano dello Stato? Nessuno lo mette per iscritto, ma parrebbe proprio di sì. A fronte di quelli che in termine tecnico si chiamano NPL (Non Performing Loans, ovvero crediti a rischio, che diventeranno deteriorati e produrranno sofferenze bancarie garantite) gli istituti di credito con i loro atteggiamenti di rigetto delle domande mostrano appunto di non fidarsi della garanzia statale. E difatti quasi tutti suggeriscono agli imprenditori di prendere un prestito “tradizionale” «perché la garanzia Sace ha un costo, lo sapete?» – è il ritornello che gli imprenditori calabresi si sentono ripetere ogni qualvolta vanno a bussare a credito. E comunque «serve la fidejussione di tutti i soci», ovvero la garanzia del privato aggiuntiva alla quasi totale garanzia offerta dai provvedimenti del Governo contro la crisi economica da Covid-19, «senza la quale, difficilmente il prestito sarà accordato». Per mesi le banche attendevano istruzioni dalla Sace, una scusante buona per proporre prestiti alternativi (su garanzia reale), oggi quale pretesto tireranno in ballo per continuare a dire no a chi ha diritto di accedere ai prestiti agevolati del Governo per l’emergenza Covid?

La verità è che i prestiti Covid per liquidità e rilancio e investimenti fino a 800mila euro alle banche non piacciono: chiedono una montagna di documenti inutili e basterebbe guardarsi la lunghissima sequela di lamentele arrivate alla Commissione parlamentare sulla banche presieduta dalla pentastellata Carla Ruocco per capire che la situazione è al limite del collasso. La Commissione non ha poteri sanzionatori, ma serve a raccogliere documentazione utile per migliorare il servizio e risolvere le tante criticità, l’Associazione Bancaria Italiana, alla stessa maniera, non ha poteri sanzionatori verso gli istituti che respingono a priori qualsiasi tentativo di richiesta di accesso al credito del Fondo di Garanzia. Chi ci rimette, ovviamente, è il povero imprenditore che rischia di chiudere l’azienda per l’ignavia e l’inettitudine di funzionari che non hanno ancora capito che siamo in piena crisi. Chiedere una tonnellata da carte per stressare ulteriormente la categoria dei commercialisti e dei consulenti, quando le norme parlano di “snellimento burocratico” appare davvero una cosa assurda. E ci sono state persino aggressioni a incolpevoli sportellisti e impiegati bancari presi di mira da imprenditori esasperati. Verso i quali c’è un grande pericolo, appena dietro l’angolo: se lo Stato non c’è, a dare i soldi ci pensa la ‘ndrangheta che non mira ad avere restituito capitale e interesse (stratosferico, naturalmente) ma ad impossessarsi di aziende avviate buone da trasformare in insospettabili “lavanderie” per il riciclo dei denaro sporco. È un allarme più volte lanciato anche dal Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e da altri magistrati impegnati nella lotta al malaffare: mafie e ‘ndrangheta hanno capitali immensi e offrono aiuto agli imprenditori messi alla porta dalle banche, con evidenti obiettivi non certo nobili.

Ma perché non si riesce a individuare strumenti che permettano alle aziende di poter contare sul credito per stare sul mercato, crescere, investire, creare nuova occupazione?

«La situazione del credito in Calabria è critica – dice il segretario regionale del First Cisl Calabria Giovanni Gattuso –. Il primo problema viene dalla “desertificazione” intesa come chiusura di filiali e quindi mancato presidio del territorio. I grandi gruppi bancari, che utilizzano il credito al Sud principalmente come raccolta, sono sempre meno presenti, ovviamente per scelta, a questo si aggiungono le fusioni che portano a riduzione del personale con l’utilizzo del fondo di accompagno, per fortuna che c’è, e a sovrapposizioni di filiali che inevitabilmente saranno chiuse. Poi ci sono le gestioni “creative” vedi la vicenda Popolare di Bari. A tal proposito mi preme dire che la First Cisl si è costituita parte civile contro il management di quella banca,. L’ultimo baluardo sono le Banche di Credito Cooperativo che, grazie anche al lavoro dei sindacati, sono scampate alla scellerata riforma Renzi. Per quanto concerne i decreti liquidità, per quanto ci risulta sono stati concessi con alte percentuali, soprattutto quelli fino a 30 mila. Va ricordato che il problema di eventuali mancate erogazioni dei prestiti potrebbe essere anche dovuto all’impostazione data dal legislatore che non esonera le banche dalla valutazione del merito creditizio inteso come rilevazione di eventuali elementi pregiudizievoli (ipoteche, sofferenze, protesti, antiriciclaggio, etc)».

Una strada che porta alla rovina delle aziende, al crescere di nuova disoccupazione, a far morire sul nascere le imprese dei giovani e delle donne: con quale faccia si chiede una fidejussione personale  («anche dei genitori, di un parente…») a giovani laureati che vogliono fare impresa in Calabria? Con quale faccia si continua a rifiutare il credito alle imprese indipendentemente dalla reale fattibilità, motivando questione di rating, ovvero di valutazione bancaria. Ma si sono resi conti in banca che siamo in emergenza da marzo e se le imprese chiudono e l’economia reale va al diavolo, anche agli istituti di credito non andrà Meglio. Ma i nostri governanti hanno provato a sentire gli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, i professionisti: il cuore pulsante del Paese? Tartassati da una pressione fiscale inaudita, abbandonati a un destino senza futuro. E se del mezzogiorno ancor più abbandonati e dimenticati. (s)

BANCHE, SOSTEGNO NEGATO ALLE IMPRESE
IN CALABRIA APPENA IL 25% DI RISPOSTE OK

di SANTO STRATI — I numeri sono impietosi e fotografano l’assoluta indifferenza degli istituti bancari nei confronti degli imprenditori. Non basta la garanzia totale dello Stato per i prestiti di liquidità (o per investimenti) che servono a far ripartire l’economia reale, no serve ugualmente una montagna di carte, bilanci, autodichiarazioni, prospetti contabili e quant’altro per far passare la voglia al più “disperato” operatore che pensa a salvare l’azienda, il lavoro, l’occupazione dei suoi dipendenti.

Bastano le cifre per far indignare anche il più tollerante dei cittadini: appena un quarto dei richiedenti i prestiti ha avuto risposta per i finanziamenti fino a 25mila euro (oggi diventati 30mila), mentre va peggio per le aziende che puntano ai prestiti fino a 800mila euro. Il Mezzogiorno e, in particolare, la Calabria, hanno trovato un incredibile muro di ingiustificata indisponibilità da parte delle banche, che portano avanti qualsiasi pretesto per negare gli aiuti finanziari che servono a far ripartire le aziende. Mentre la media nazionale delle mancate risposte è del 62%, al Sud la percentuale sale al 75%.

La burocrazia degli istituti di credito non conosce stop e la discrezionalità concessa ai responsabili della banche per l’accettazione della domanda complica ulteriormente la situazione. In poche parole, le banche non scuciono quattrini (su cui lo Stato garantisce al 100%) e trattano le richieste con una lentezza che fa davvero rabbia. Per dirla in breve, gran parte degli istituti di credito porta avanti le istruttorie dei richiedenti un aiuto finanziario nella stessa maniera con cui operavano in condizioni normali: tre-quattro settimane di istruttoria (a pagamento nell’era pre-covid) per poi concludere con una “semplice” richiesta della firmetta a garanzia, una fidejussione, a totale copertura del finanziamento, anche in presenza di garanzie Confidi, per esempio.

Stanno facendo la stessa cosa e qualcuno si è persino azzardato a suggerire che una garanzia personale (di tutti i soci) avrebbe accelerato l’iter burocratico preliminare alla concessione del prestito.

Siamo impazziti? La commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche, presieduta dalla deputata grillina Carla Ruocco, è stata subissata da migliaia di messaggi – a volte disperati – di imprenditori ed esercenti che non riescono nemmeno a parlare col proprio istituto di credito. Tra liquidità e ritardi, il responsabile della Vigilanza della Banca d’Italia, Paolo Angelini, ha presentato alla Commissione un corposo dossier che mette in luce le criticità del sistema utilizzato per gestire i due decreti “liquidità” e “Cura Italia”. Viene fuori che gli incredibili e ingiustificati ritardi messi in evidenza dalla Commissione nell’erogazione dei prestiti non avrebbero ragione di esistere. Ma soprattutto emergono tempi di attesa incredibili perché gli istituti di credito devono comunque “valutare” il cosiddetto rating creditizio del richiedente. Secondo Angelini «la norma del decreto non esonera in modo esplicito dall’effettuare controlli», così che le istruttorie seguono un iter pressochè identico a quello pre-covid. Sembra corretto il controllo del profilo del richiedente per evitare situazioni di riciclaggio o di stretta vicinanza a organizzazioni mafiose, ma il merito del prestito – superate queste oggettive valutazioni – non può e non dovrebbe essere messo in discussione per quel che riguarda la “solvibilità” del richiedente. È troppo facile dare i soldi a chi non ne ha bisogno e negarli a chi è rimasto a secco e non può ripartire senza l’aiuto finanziario (si tratta sempre di prestiti, ricordiamolo) che lo Stato si è impegnato a offrire.

Peccato che le buone intenzioni del Governo, nell’ottica di aiutare l’economia reale, si siano scontrate con pressapochismo e totale superficialità. Ma il premier Conte e il suo ministro dell’Economia non hanno ascoltato i rappresentanti dell’Associazione Bancaria italiana prima di decidere di affidare agli istituti di credito la gestione dei crediti garantiti? E se sono stati “auditi” i responsabili, perché poi proprio dall’Abi sono state avanzate obiezioni sulla mancata tutela penale degli istituti che potrebbe derivare da prestiti andati a male?

La verità – sottolineata da Angelini – è che la mancata indicazione nei decreti della eventuale salvaguardia e tutela delle banche nelle operazioni creditizie, ha fatto sì che di fatto si autorizzassero le banche a seguire criteri autonomi di scelta su quali prestiti erogare e quali no. Con buona pace di imprenditori che si sono visti negare il prestito perché magari avevano avuto qualche “acceso” scontro verbale col direttore della propria filiale.

Altro tema di non minore importanza è quello dei tassi imposti al credito erogato: in alcuni casi si è arrivati a chiedere il 2,4%, valore che la presidente Ruocco ha definito troppo alto, per sentirsi ribattere dal capo della Vigilanza di Bankitalia che «i tassi sono già ai minimi storici e, a volte, insufficienti anche a recuperare il costo del rischio».

La verità è che i soldi non arrivano alle aziende, soprattutto alle più deboli (e la fragilità delle imprese nel Mezzogiorno è decisamente molto più alta rispetto al Centro-Nord) e la situazione sta innescando un allarme sociale di grandissima entità. Si presume che almeno un quarto di attività operative prima dell’epidemia non potranno riaprire o sceglieranno di non ripartire per le impossibili condizioni di mercato. Il rischio usura è altissimo, con il velenoso sguardo ammiccante del mafioso pronto con i suoi prestiti – impossibili da restituire con percentuali di interesse elevatissime e ovviamente insostenibili. Il risultato, spesso, come è già capitato altre volte, è che la mafia e la delinquenza organizzata mirano a impossessarsi di attività commerciali e industriali “sane”, per farle diventare ottime “lavanderie” di contante.

Cosa si deve e si può fare? La Commissione Ruocco sta facendo un’ottimo lavoro, ma è evidente che non è sufficiente mettere in risalto criticità e incongruenze nella concessione e nell’erogazione dei prestiti alle aziende. Occorre un atto di umità da parte di chi sta al Governo per ammettere di “non aver capito niente” e mettersi seriamente a trovare le soluzioni funzionali perché l’economia del Paese possa ripartire.

Alle banche – a quanto pare – non è servita la circolare dell’Abi del 6 giugno scorso che illustrava le novità introdotte dalla conversione  del decreto, ovvero la possibilità di erogare i finanziamenti senza necessità di ulteriori istruttorie, eccezion fatta per i controlli antimafia e antiriciclaggio. Basta un’autocertificazione per accedere ai prestiti. Qualcuno, forse, farà bene a spiegarlo ai funzionari di banca che s’impegnano a complicare la vita a chi crede nella possibilità di riaprire, ripartire, rimettere in moto l’economia. Quella della sua azienda che è poi quella del Paese. (s)