di EMILIO ERRIGO – C’è un elemento che più di altri merita oggi un’analisi attenta e non superficiale: il rapporto tra giovani e partecipazione democratica nel Mezzogiorno, e in particolare nella Città Metropolitana di Reggio Calabria.
Non si tratta soltanto di leggere i risultati elettorali, ma di comprendere ciò che si muove sotto la superficie dei numeri, dentro una società che da troppo tempo viene descritta per le sue fragilità e troppo poco per le sue energie.
Il recente esito referendario nella provincia di Reggio Calabria ha visto prevalere il “Sì”, in controtendenza rispetto a molte altre aree del Paese. Un dato che non può essere ignorato e che merita di essere interpretato senza schematismi. Non è necessariamente il segnale di una distanza dei giovani dai valori costituzionali, né tantomeno una scelta uniforme e consapevole di tutte le fasce sociali. Piuttosto, riflette una complessità territoriale in cui incidono fattori molteplici: il livello di informazione, il rapporto con le istituzioni, la percezione della giustizia e, non da ultimo, il grado effettivo di partecipazione.
Ed è proprio qui che si innesta la questione centrale. Più che il risultato in sé, ciò che deve interrogare è il peso specifico della partecipazione giovanile. Nel Mezzogiorno, e in Calabria in particolare, il voto dei giovani non è ancora, in termini quantitativi, il fattore decisivo che invece potrebbe essere. Non perché manchi consapevolezza, ma perché troppo spesso manca il coinvolgimento reale, la percezione che quel gesto (una cabina chiusa e una matita su una scheda) possa incidere concretamente sul proprio destino.
Eppure, proprio in territori come Reggio Calabria, questa percezione potrebbe trasformarsi in una leva potente di cambiamento.
Qui, dove il mare dello Stretto si apre ogni giorno come un confine che unisce più che dividere, guardando verso la Sicilia, e dove l’Aspromonte veglia silenzioso alle spalle della città, la bellezza del paesaggio convive con una domanda profonda di riscatto sociale.
Sul lungomare, quello celebrato da Gabriele D’Annunzio come il chilometro più bello d’Italia, si incontrano generazioni (forse inconsapevoli) che portano con sé aspettative diverse ma una stessa esigenza: vivere in una comunità più equilibrata, giusta, più stabile, capace di offrire concrete opportunità.
Le prossime amministrative di maggio rappresentano, in questo contesto, un passaggio cruciale. Non tanto per decretare la vittoria dell’una o dell’altra parte politica, quanto per misurare la capacità del sistema democratico locale di riattivare la partecipazione, soprattutto tra i più giovani.
Se da quelle parti il dato referendario ha mostrato un orientamento preciso dell’elettorato attivo, resta aperta la domanda su quanti giovani abbiano effettivamente partecipato e, soprattutto, su quanti potrebbero farlo se adeguatamente coinvolti.
È qui che si gioca il vero equilibrio: non nella contrapposizione tra un “Sì” e un “No”, o tra “quel candidato” o “quell’altro candidato”, ma nella capacità di allargare la base democratica.
Lo stesso ragionamento si proietta inevitabilmente verso le elezioni politiche del 2027, quando una nuova generazione di neo-diciottenni entrerà nel corpo elettorale.
In quel momento, il tema non sarà soltanto quale scelta c.òompiranno, ma se e quanto sceglieranno di partecipare. La differenza, ancora una volta, non sarà determinata esclusivamente dagli orientamenti politici, ma dal numero di giovani che decideranno di esercitare il proprio diritto di voto.
Una matita tra le dita, in questo senso, diventa molto più di uno strumento: è il simbolo di una cittadinanza che si attiva, di una responsabilità che si assume, di una possibilità concreta di incidere sul proprio futuro.
Nella Città Metropolitana di Reggio Calabria, dove le contraddizioni sono evidenti ma è nascosta la vera forza delle comunità, l’auspicio è che proprio i giovani possano diventare il vero “piatto pieno della bilancia” della democrazia. Non tanto orientandola in una direzione precostituita, ma rafforzandola nella sua essenza più autentica: la partecipazione.
Un aumento esponenziale della presenza alle urne, soprattutto da parte delle nuove generazioni, rappresenterebbe di per sé un risultato straordinario, capace di restituire senso e vitalità al processo democratico.
In fondo, la democrazia non si misura soltanto nei risultati, ma nella qualità e nella quantità della partecipazione che riesce a generare.
Come ricordava Norberto Bobbio, “La democrazia è un insieme di regole, ma ha bisogno di cittadini che le prendano sul serio”.
Ma forse è proprio da una domanda, semplice solo in apparenza, che bisogna partire: quanti adulti sapranno davvero mettersi in ascolto, trovare parole sincere e uno sguardo autentico capace di incontrare quello dei giovani, entrando nel loro tempo senza giudicarlo, per accompagnarli con rispetto e fiducia a sentirsi parte viva di una comunità che ha ancora bisogno di loro?
(Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, ufficiale generale della Guardia di Finanza in riserva, docente universitario e attualmente insegna presso l’Università degli Studi della Tuscia, “Diritto Internazionale e del Mare” e “Management delle Attività Portuali”, al Corso di laurea magistrale di Economia Circolare)








