Giovanna Russo coordinatore nazionale garanti dei detenuti

di PINO NANO – Ci sono incarichi che, per natura, non cercano riflettori. Eppure cambiano la realtà delle cose. Il Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale è uno di questi quando a ricoprirlo ci sono persone che del ruolo ne hanno fatto una missione per senso del dovere. Una funzione di “frontiera”, dove istituzioni, fragilità, sicurezza e dignità umana si prendono per mano e si toccano ogni giorno.

In Calabria, dal 21 gennaio 2025, questo presidio è affidato all’avv. Giovanna Francesca Russo e dal 23 dicembre 2025 è Lei a ricoprire il ruolo di Coordinatore nazionale del Forum dei Garanti regionali in seno alla Conferenza nazionale.

«Leggo questa elezione e ricevo questo incarico con grande senso di responsabilità e spirito di servizio. Sia chiaro, non è un traguardo personale, ma un risultato di squadra. È un impegno collettivo, rappresentare tutti i colleghi regionali ai quali sono grata per la fiducia accordatami. L’impegno che oggi mi sento di assumere è di lavorare ancora di più perché la tutela dei diritti in ogni luogo di privazione della libertà, sia sempre più concreta, uniforme e misurabile per tutti nessuno escluso. Mai come iGiovanna Russo coordinatore nazionale garanti dei detenuti n questo momento posso dire che dignità, salute, legalità, trasparenza e reinserimento dei ristretti devono restare in termini assoluti la bussola di ogni nostra scelta o decisione resa».

Prima volta per una donna. Prima volta per la Calabria.

È questo suo un incarico di particolare rilievo istituzionale, che per la prima volta viene affidato a una donna e, contestualmente, per la prima volta la guida del Forum nazionale è toccata alla Calabria. Dall’elezione del 23 dicembre scorso, l’avvocato Giovanna Russo, succede dunque a Bruno Mellano ex Garante delle persone private della libertà personale della Regione Piemonte.

L’elezione dell’Avv. Russo – questo è il primo commento che cogliamo nei palazzi della politica romana – rappresenta il riconoscimento del lavoro svolto da questa giurista e ricercatrice calabrese, di tutti questi anni nel campo della tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute o comunque private della libertà personale e, più in generale, “del valore di una presenza istituzionale competente, rigorosa e dialogante, capace di coniugare fermezza nella tutela dei diritti e collaborazione leale con le amministrazioni competenti”. C’è chi dice: “l’hanno vista arrivare e non l’hanno potuta fermare”.

La sua leadership è di metodo, benché molto selettiva, ama fare squadra. D’altronde ha un lungo percorso di formazione cattolica e un periodo accanto a un padre gesuita che tanti anni fa l’ha orientata al metodo ignaziano: “Prega come se tutto dipendesse da Dio. Lavora come se tutto dipendesse da te”, azione e fiducia.

Avvocato con un percorso professionale orientato alla protezione dei diritti umani e delle garanzie, Giovanna Francesca Russo, ricordo, è stata eletta Garante regionale in Calabria, all’unanimità dal Consiglio regionale nel gennaio 2025, dopo aver maturato un’esperienza significativa anche a livello territoriale come Garante a Reggio Calabria.

La sua nomina ai vertici del Coordinamento Nazionale del forum dei Garanti regionali dei privati della libertà assume anche un valore altamente simbolico e strategico, perché rafforza la centralità della Calabria nei luoghi di rappresentanza istituzionale nazionale e valorizza la leadership femminile in un ambito molto complesso e delicato, dove «competenza giuridica, capacità di ascolto, credibilità e autorevolezza – dice la stessa giurista reggina – sono decisive per costruire soluzioni, prevenire criticità e promuovere un sistema penitenziario più sicuro e umano nel quale la bussola sia sempre la Costituzione».

La traiettoria professionale di Giovanna Francesca Russo ha una coerenza rara: diritti umani, giustizia riparativa, mediazione dei conflitti, tutela dei vulnerabili non come etichette, ma come strumenti operativi.

Prima dell’incarico regionale, la studiosa ha svolto ruoli di garanzia anche a livello locale come Garante comunale per i diritti delle persone private della libertà personale a Reggio Calabria e Garante per i diritti umani nel Comune di Palmi.

Accanto all’esperienza istituzionale, la sua biografia restituisce una figura “di metodo”. Avvocato, Dottore di ricerca, docente e formatrice, impegnata in reti e organismi che lavorano su mediazione e politiche penitenziarie, con un’attenzione particolare alla dimensione europea e comparata. Nessuno ci crederebbe, ma il suo faro oltre a Falcone e Borsellino oggi è don Pino Puglisi, parroco del quartiere Brancaccio, il sacerdote palermitano ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, in una Palermo segnata da piaghe sociali profonde e dal dominio invisibile, ma onnipresente di Cosa Nostra.

– Se dovessimo chiedere a Giovanna Russo un augurio per questo 2026 appena iniziato cosa ci risponderebbe?

«In questi anni ho incontrato volti, storie, silenzi e attese. Ho visto la forza quotidiana di chi lavora nei reparti, spesso in condizioni difficili e carichi emotivi enormi che badiamo bene non significa debolezza di un Corpo dello Stato, ma peculiarità di una missione non pienamente conosciuta all’esterno. Ho ascoltato l’inquietudine di chi vive la detenzione e si misura ogni giorno con l’assenza, con le distanze, con il peso del tempo, con la paura di non farcela. Ho incrociato lo sguardo di chi cura, di chi educa, di chi orienta, di chi entra da volontario senza clamore e con serietà e un senso alto del servizio. E ho conosciuto anche l’ansia di chi esce: perché uscire non significa automaticamente essere accolti, e la libertà, se non è accompagnata da opportunità e sostegni, rischia di essere solo un’altra forma di solitudine. A tutte e tutti desidero dire: vi vedo. Vi riconosco. E vi ringrazio perché al di là dei ruoli siamo tutti donne e uomini chiamati a fare la nostra piccola parte nel mondo per servire la causa della giustizia».

– Avvocato Russo, la sua funzione è spesso definita “di frontiera”. Cosa significa, concretamente, essere Garante dei detenuti?

«Essere Garante, in Calabria o altrove, significa operare nel punto in cui lo Stato è chiamato a dare prova della sua solidità: nei luoghi della limitazione della libertà, dove diritti, sicurezza e fragilità convivono, anche al limite delle loro tensioni, ogni giorno. È una funzione di presidio della giustizia: ascolto, verifica, intervento, proposta. Non si tratta di “commentare” il carcere, ma di entrarci con competenza, metodo e continuità, dialogando con tutte le istituzioni coinvolte e mantenendo sempre una bussola: la dignità della persona e la legalità delle procedure».

– Lei insiste molto su un concetto, quello di “antimafia penitenziaria”, potremmo dire che da Garante è stata la prima a parlarne con coraggio. Di cosa parla esattamente?

«Parliamo del fatto che il carcere, e ne siamo consapevoli, può diventare terreno fertile per gerarchie e condizionamenti criminali e mafiosi. Antimafia penitenziaria significa impedire che le mafie conservino potere e controllo anche dentro gli istituti o peggio che espongano a sopraffazione criminale/mafiosa i detenuti più fragili. Non possiamo permettercelo. E questo non si fa solo con misure investigative e repressive: si fa con precetti chiari, tracciabilità, trasparenza, tutela effettiva dei più deboli, prevenzione dei soprusi e presidio costante della legalità amministrativa delle procedure».

– C’è chi vede una contrapposizione tra tutela dei diritti e sicurezza. Lei come risponde?

«È una contrapposizione ingannevole. Diritti e sicurezza non sono alternativi. Sono complementari. Un sistema penitenziario che funziona, che rispetta la legalità e garantisce dignità, è un sistema più sicuro anche per gli operatori e per la società tanto interna quanto fuori le mura. Il disordine invece produce tensioni, conflitti, violenze, e crea spazi dove può e si annidano poteri criminali. La sicurezza vera, invece, passa da principi applicati costantemente, procedure trasparenti, sanità efficiente, trattamento rieducativo concreto e cultura del dopo-pena ossia di risposte sociali adeguate a non ricadere nelle maglie della criminalità o per il sol fatto di tornare a delinquere. I numeri di ritrovamenti di oggetti introdotti illecitamente, telefonini, piazze di spaccio all’interno delle carceri, i fatti noti alla cronaca e le relazioni semestrali delle DIA e della DNA parlano chiaro. È l’alterazione di un sistema che vive criticità strutturali e che nelle non scelte operate per tempo hanno creato spazi a una criminalità, quella organizzata in particolare, che comanda sempre di più da dentro, a discapito di chi è più fragile e magari vorrebbe vivere il tempo della pena ripensando al proprio percorso di vita».

– Diventa un inferno anche il carcere?

«Qui andrebbe articolata tutta una riflessione sui circuiti detentivi, che le risparmio. Ma proprio con riguardo all’attuale situazione carceraria che ci tengo a sottolineare come fondamentali siano state le misure dell’attuale Governo di implementare sin da subito gli arruolamenti nel Corpo di Polizia Penitenziaria, il completamento della pianta organica dei funzionari giuridico pedagogici e nuovi concorsi per i Direttori. Procedure ferme da troppo tempo, inaccettabili per la tutela della nostra democrazia. Parlare di sicurezza è l’abc per la tutela della tenuta costituzionale della funzione della pena. Chi ribalta questo concetto strumentalizza o peggio non conosce le realtà quotidiane degli Istituti dove i poliziotti sono in prima linea a garantire quella speranza che è sigillo nel loro motto. Una narrazione distorta è pericolosa!».

– Quante storie…

«Posso dirle questo? Ho conosciuto tante donne e uomini appartenenti all’Amministrazione Penitenziaria, al Corpo di polizia, ed è anche grazie alle loro esperienze che impariamo a leggere meglio il carcere. Questo ruolo non puoi rivestirlo con presunzione, ma devi farlo con l’equilibrio del leggere scientificamente il mondo penitenziario e le sue complessità».

– Il suo mantra, la sua filosofia di vita, la sua mission morale è piena di riferimenti cristiani…

«Non esiste strumento di giustizia più alto al mondo se non la carne viva del Vangelo, a prescindere dalla nostra professione di fede, il Vangelo letto in chiave laica è il portale della Speranza, il codice di relazioni sane, il fondamento della giustizia giusta. Esistono due modi di rappresentare un ruolo: rappresentarlo e basta, oppure farsi carico delle responsabilità che ci vengono affidate senza girarsi dall’altra parte. Noi oggi siamo chiamati ad essere autentici servitori dello Stato e per questo non possiamo mettere a tacere la Parola di Dio, siamo servitori della Parola. L’espressione in parole opere e senza omissioni deve essere per noi l’orpello e il baluardo di un’identità solida e umile che pare essere divenuta mite. Non sono i tempi della mitezza, deve tornare a bruciare dentro di noi il forte vento del cambiamento, quello dello Spirito che guida le nostre quotidiane azioni. Quel vento che per il crimine è tempesta e per noi cattolici impegnati si fa leggera brezza nel cammino che siamo chiamati a percorrere».

– Posso chiederle perché proprio don Puglisi?

«Per mille motivi. Il killer lo attese davanti casa, lo chiamò per nome, gli sparò un colpo alla nuca. Don Pino, come lo chiamavano tutti, morì con un sorriso, quello stesso sorriso mite ma ostinato con cui aveva cercato, per tutta la vita, di scardinare il potere mafioso partendo dal basso, dai volti dei giovani, dalle famiglie dimenticate dallo Stato, dall’educazione come atto rivoluzionario. Oggi la sua morte non è stata vana, non è assenza, ma si fa costante presenza nella vita di ciascun cristiano impegnato. Anzi, ha segnato uno spartiacque: per la prima volta, la mafia assassinava un sacerdote per il suo impegno evangelico e sociale. Una ferita che si trasformò in seme di speranza. Beatificato nel 2013 come martire della fede, oggi don Puglisi rappresenta un simbolo non solo spirituale, ma profondamente civile. E la sua figura continua a porre una domanda scomoda e attualissima: qual è il ruolo delle istituzioni cattoliche di fronte alle sfide della legalità, della povertà educativa e della lotta alle mafie? Falcone e Borsellino, ricordati anche dal Presidente Mattarella nel discorso di auguri di fine anno, e per me figure cardine del mio cammino, entrambi parlarono della necessità di non arrendersi, di lottare nonostante la paura contro l’indifferenza e la corruzione, e di portare avanti il loro lavoro, vedendo nei giovani e nella collaborazione dei cittadini la speranza per un’Italia più giusta. Don Pino Puglisi perché, da cattolica impegnata, sento e credo molto nella costruzione di una coscienza civile, non con le armi, ma con il sorriso e la fede».

– Chi l’avrebbe mai immaginato sentirla raccontare in questo modo don Pino Puglisi…

«Vede, don Pino Puglisi non fu mai un rivoluzionario di piazza, o un urlatore di popolo per consenso. Era un sacerdote che non amava i riflettori, ma che scelse consapevolmente di essere un presbitero di frontiera. Rifiutò la carriera ecclesiastica per servire nelle periferie più abbandonate. A Brancaccio, dove la criminalità organizzata reclutava i giovani già dai banchi di scuola, e la Calabria di oggi non è tanto diversa dalla Sicilia di allora, o, più spesso, direttamente dalla strada — don Pino aprì il Centro “Padre Nostro”, offrendo un’alternativa concreta: doposcuola, teatro, sport, aiuto per le famiglie. Lui non “parlava contro la mafia”, come amava sottolineare, ma predicava il giusto, la narrativa del Vangelo sottraeva potere deviato e malato attraverso la cultura del bene, del bello e del fresco profumo della speranza. In fondo “La speranza vede l’invisibile – diceva Madre Teresa di Calcutta – sente l’intangibile e realizza l’impossibile».

«È bello che lei me ne parli in un giorno così importante per la sua vita professionale…

«Vede, a più di trent’anni dalla sua morte, le istituzioni tutte, le cattoliche ancor di più, credenti e non credenti, laiche e di qualsiasi altra professione, sono chiamate a una scelta di Fede chiara e inequivocabile: essere parte vera del cambiamento o rimanere spettatori. Non possiamo essere testimoni tiepidi delle ingiustizie. Lì dove ancora permettiamo che i diritti di uno siano declinati come favore di qualcun’altro ammettiamo anche involontariamente che la logica mafiosa e mafioide avanzi. Non possiamo permettercelo e non abbiamo tempo».

– Cosa vuol dire?

«Che non si tratta solo di condannare le mafie con parole forti durante le celebrazioni ufficiali, ma di agire nella quotidianità, attraverso scuole, parrocchie, oratori, associazioni, università, fondazioni, carceri, ospedali e ogni comunità dove si compie la vita di ciascuno di noi. Lo dobbiamo alla memoria di chi è stato trucidato per amore di giustizia, lo dobbiamo ai giovani da salvare perché è compito di ciascuno di noi toglierli dalle maglie della criminalità, dalla devastazione creata dall’uso di alcool e stupefacenti. Il business della droga è vendita di morte e devastazione, distruzione di intere famiglie e la borghesia non si senta esonerata. Dobbiamo impegnarci tutti su questo fronte, potrebbe essere il figlio di chiunque quel ragazzo da salvare. Dobbiamo essere più appetibili dei venditori di morte e della criminalità organizzata. Le gambe dei giovani, la loro voglia di crescere, la distorsione del racconto di cosa sia il potere diventa la forza delle mafie, da cosa nostra alla sacra corona unita passando per la dominante ‘ndrangheta, ma noi dobbiamo essere più competitivi di loro e già qualche azione concreta in Calabria in poco tempo l’abbiamo determinata».

– Cosa, per esempio?

«Penso al protocollo lavoro con capofila la Prefettura avviato grazie ai fondi dell’Assessorato alla formazione e lavoro della Regione Calabria, penso allo Sport e al quadrangolare di calcio del dicembre scorso con le squadre di calcio dei magistrati, dell’Agenzia Nazionale per i Beni sequestrati e confiscati, la polizia penitenziaria e i detenuti,  prodromico all’istituzione del tavolo permanente sport e alle tante attività istituzionali in programmazione grazie a una sinergia istituzionale costante con il Consiglio regionale e con la Giunta regionale della Calabria».

– Da questa storia di violenza tutta palermitana cosa trae lei oggi per la sua vita e il suo lavoro?

«Sono tante le domande che mi pongo. In principio quando iniziai ad approfondire questa figura, forte dello studio che conduco da anni sul metodo Falcone- Borsellino, mi chiedevo perché anche don Pino fu lasciato solo, in fondo lui era un sacerdote, un’istituzione ecclesiastica. Perché colpirla? Per chi era davvero scomodo? Perché solo dopo la sua morte è stato avviato un percorso esplicito e coraggioso di condanna delle mafie? Perché molti, ancora oggi, preferiscono il silenzio all’annuncio profetico?

La beatificazione di Puglisi non è solo un atto di riconoscimento spirituale, ma un potente atto d’accusa verso l’omertà e l’inerzia di chi ha storicamente preferito l’ambiguità alla profezia, il compromesso al conflitto, la guerra alla pace. In molti quartieri del Sud, la criminalità organizzata ha goduto per anni e purtroppo ancora gode di una tacita legittimazione sociale, alimentata da inchini, riverenze sociali, da una sfida educativa che si limita a fare il suo senza interconnettersi per incidere sulle strutture della criminalità organizzata scardinandole. Forse trentadue anni dopo, don Pino ce lo chiede ancora e ancora e ancora e il mondo penitenziario non è affatto esente da questa sfida».

– Lei davvero crede che questa storia di don Puglisi possa accompagnarla in futuro e aiutarla nel suo nuovo ruolo?

«Don Pino Puglisi non ha lasciato formalmente un testamento scritto, ma la sua vita è Vangelo incarnato. E quel sorriso, offerto nel momento della morte ai suoi aguzzini, non è solo un mero gesto di fede, ma un atto di resistenza gentile. Il suo martirio interpella ogni cristiano, ogni istituzione, ogni cittadino. E chiede a gran voce che le istituzioni tutte, cattoliche in primis non smettano di desiderare il cambiamento, di formare coscienze per disarmare concretamente il malaffare. Perché? Perché, come lui stesso ricordava, il cambiamento non è solo possibile, ma è dovuto. È necessario. Personalmente credo che anche se ritenuti scomodi e impopolari, siamo tenuti a fare ciascuno la nostra parte nel mondo e che le Istituzioni tutte dobbiamo smetterla di essere tiepide con certe logiche. Non possiamo permetterci l’indifferenza del tanto ci penserà qualcun altro. No! Non è più possibile. Quindi per rispondere alla sua domanda credo fermamente nella capacità rivoluzionaria del quotidiano discernimento, mia nonna lo chiamava “atto di coscienza prima di andare a dormire”. Ma mi creda la logica è tanto semplice quanto potente: e se questo fosse fatto a me? Una domanda capace di ribaltare ogni individualismo e il più becero dei personalismi perché a voler esemplificare, se ci pensiamo, nessuno vorrebbe essere sopraffatto dall’altro».

– Un testamento di straordinaria forza morale anche?

«Vede, don Pino Puglisi oggi continua a parlare. Lo fa con la vita dei ragazzi salvati dalla strada grazie al suo esempio. Lo fa con la scelta di tanti sacerdoti e laici, operatori di giustizia che, ispirandosi a lui, hanno scelto di testimoniare il Vangelo nelle periferie dell’anima e delle città. Lo fa ogni volta che la Chiesa decide di non voltarsi dall’altra parte. Ma guai ad abbassare lo sguardo, la sfida resta aperta. Perché le mafie non sono sparite. Si sono evolute. Hanno affinato linguaggi, si sono infiltrate nelle pieghe della burocrazia, dell’economia, delle istituzioni e persino, purtroppo del linguaggio religioso. Perché la povertà educativa è ancora un’emergenza nazionale e ogni spazio di sicurezza che creiamo è un seme di giustizia che prima o poi germoglierà».

– Avvocato, più che il Coordinatore Nazionale dei Garanti regionali lei sembra molto più una religiosa, posso dirglielo?

Sorride, poi risponde: «Da ragazzina le confesso che ebbi il dubbio, poi compresi che la mia vocazione era diversa. Cercherò di essere più chiara. In un tempo in cui la società e anche la Chiesa è spesso accusata anche ingiustamente di autoreferenzialità, la figura di don Puglisi è un richiamo potente a un ritorno alle origini, all’essenziale: una Chiesa coraggiosa, umile, presente. Una Chiesa che non si limiti a condannare il male, ma che scelga ponti di bene, semi di bellezza che diventa forza dirompente. Azione disarmata e disarmante, dice Papa Leone. Nel ricordo dei 32 anni dal suo martirio, il miglior modo per ricordarlo è raccogliere il suo testimone senza se e senza ma. Ogni scuola che combatte l’abbandono scolastico, ogni oratorio che forma coscienze libere, ogni comunità che si oppone alla cultura dell’illegalità, ogni Chiesa che annuncia il Vangelo senza paura è un pezzo di città, di comunità e di Stato redento, che si salva. È la questione del bene e del male che ritorna costantemente nelle nostre vite e la scelta del da che parte stare. Ecco è questa la misura della mia dimensione istituzionale, per rispondere alla sua domanda».

– Tutto questo cosa c’entra con il mondo del carcere e dei detenuti?

«Più giovani salveremo fuori, meno persone avremo ristrette, più potere sottrarremo alle mafie, supportando concretamente la cultura dell’antimafia e i sacrifici di tutte le forze dell’ordine e della magistratura che non vanno additati per meri “repressori” del male ma sono eroi dei nostri tempi e orpello di sicurezza, più giustizia e più benessere sociale avremo per le nostre comunità.

Mi trovo costantemente a confrontarmi con uomini e donne al comando delle forze dell’ordine: Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Questure, Procure e mi creda in Calabria, perché è la dimensione territoriale che conosco meglio, ma in Italia tutta mi sento di dire, siamo davvero fortunati. Riscontro una grande attenzione alla vita e al benessere dei cittadini. Lavorano indefessamente per proteggerci e per tutelare i nostri diritti e la nostra quotidianità. Anzi, dovremmo avviare una campagna per i giovanissimi nelle scuole sin dai primi anni di istruzione: “adotta un’uniforme anche tu”. Chi lo dice che i bambini che dobbiamo sensibilizzare non possano essere di ristoro ai tanti sacrifici che questi Uomini e queste Donne compiono su strada o nei loro uffici? Invertiamo la rotta, andiamo nelle scuole, parliamo, ma – visto che ci troviamo – responsabilizziamoli alla cultura del potere sano, quello di tutelare la legge e quindi la tenuta della democrazia».

– Torniamo al Forum nazionale dei Garanti regionali dei detenuti?

«Certo. Quello che posso dirle è che è uno degli organismi interni della Conferenza Nazionale che svolge una funzione essenziale di confronto e di coordinamento tra le Autorità di garanzia territoriali in ogni regione italiana. Nei fatti, il Coordinatore ne convoca i lavori e rappresenta il Forum all’interno della Conferenza e nelle relazioni esterne. Come dire. Una sorta di Autority di coordinamento Nazionale a tutela e a difesa dei diritti dei privati della libertà e delle garanzie di legge per espiare in questi luoghi che sono luoghi di silenzio, di solitudine, ma a volte anche di rabbia e di violenza, le proprie colpe, se colpe hanno».

– Da dove si parte?

«Personalmente, prima della mia candidatura al Coordinamento Nazionale, ho condiviso con i miei colleghi delle altre Regioni un documento che ci ha trovati concordi, argomenti che avevamo già affrontato a Roma poche settimane prima: donare una disciplina organica, linee di indirizzo stabili per lavorare meglio, ma soprattutto dialogare con metodo e disciplina, nel merito delle tematiche che seppur da ruoli diversi ci accomunano tutti nell’impegno a tutela dei diritti umani. Non sono tempi in cui possiamo permetterci sterili proclami o peggio scontri divisivi. Le istituzioni tutte hanno l’obbligo morare ed etico di fare fronte comune e dialogare per trovare soluzioni, oggi non è ammissibile una strada diversa. E sinceramente le colleghe e i colleghi sono concordi e al contempo co-promotori di questa visione. Rafforzare la rete in dialogo con il Garante nazionale e l’intero Collegio, con l’Amministrazione penitenziaria e le sue articolazioni per realizzare insieme spazi di giustizia giusta e un reale welfare penitenziario».

– Avvocato, qual è, secondo lei, il “termometro” della civiltà istituzionale dentro un carcere?

«Il termometro è la garanzia dei diritti nella sicurezza del quotidiano. Il tema della sicurezza garantisce i più vulnerabili e chi lavora con e per loro. Se un sistema regge con le persone vulnerabili — chi ha disturbi psichiatrici, dipendenze, disabilità, chi è solo, chi non ha rete familiare — allora significa che regge davvero per tutti. La fragilità non è un tema marginale: è un punto centrale di tenuta del sistema. E quando non viene governata, esplode in eventi critici e di sofferenza, con ricadute su tutti».

– Quali sono le priorità operative che lei avverte come più urgenti?

«Le priorità sono quelle che rendono i diritti “esigibili” e non speculativi».

– A cosa allude?

«Alla tutela della salute in primis. Alla presa in carico sanitaria, alla prevenzione del disagio, all’accesso ai percorsi trattamentali, all’attenzione al rischio suicidario, e al rafforzamento della rete tra istituzioni. Sulla Sanità penitenziaria abbiamo molto da costruire, una tematica ancora più complessa, ma sulla quale in Calabria abbiamo una visione dalla quale ripartire. Nei prossimi giorni una riunione che sia metodo e delinei best practice anche alla luce delle recentissime nuove che giungono da Strasburgo. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) ha messo nero su bianco il nuovo standard per l’assistenza sanitaria dietro le sbarre, un testo che nasce da trentacinque anni di visite ispettive in tutta Europa. Siamo qui e in scienza e coscienza abbiamo trovato molti problemi, ma non ci siamo fatti scoraggiare e unendo le forze e le competenze tecniche intendiamo avviare un nuovo corso».

– E la Regione?

«Ma questo è anche un obiettivo del Presidente Roberto Occhiuto, maggiore trasparenza e legalità delle procedure che concernono il diritto alla salute dei più fragili, e come vede siamo qui per scrivere tutti insieme ciascuno per la sua parte di competenza una storia nuova. Dietro una riunione c’è monitoraggio, confronto sul campo, visite negli istituti, documenti da collazionare, ricostruzione storica degli eventi. Mi creda non è piaggeria, ma è metodo, è ricostruzione, è ripristino della normalità, che anche se lenta produrrà i suoi risultati. Poi esiste sempre lo sciacallaggio mediatico volto a screditare, ma questo approccio evoca metodologie criminali piuttosto che istituzionali».

– Lei si senta soddisfatta di tutto questo?

«No, perché vogliamo fare di più e meglio, ma consapevoli da dove siamo partiti e dalle resistenze eso-endo penitenziarie che questo percorso incontra anche per interessi illegittimi che una sanità mal funzionante potrebbe determinare in ambito penitenziario.  Per il futuro, ed è quello che faremo, serve un lavoro strutturale, che vuol dire rete dei servizi, linee guida chiare, procedure standard, protocolli, strumenti di monitoraggio, indicatori, perché l’azione pubblica deve essere misurabile e migliorabile, norme chiare per le quali sono certa che lavoreremo senza sosta».

– Lei parla spesso di giustizia più efficiente, questo le costa spesso l’appellativo di essere un Garante rigido. Le ha creato inimicizie? Che legame c’è tra efficienza e legalità?

«Qualcuna sì, ma non abbiamo tempo per pensare agli odiatori seriali. L’efficienza è una forma di giustizia sostanziale. Una giustizia efficiente non è quella più dura, è quella che funziona, che decide in tempi congrui, che garantisce procedure corrette, che rende attuabili i diritti e non li lascia sulla carta. Quando lo Stato funziona bene, riduce spazi di arbitrarietà e disuguaglianze. E in territori complessi come il nostro, questo ha un impatto diretto anche sul contrasto alla criminalità organizzata. Non sono rigida, forse sono troppo rigorosa, ma con me stessa in primis. Sono solo consapevole che nel campo dei diritti umani e nel caso di specie delle tutele dei privati della libertà ruotano troppi interessi e serve riacquisire autorevolezza. Tutto ciò può essere affrontato e raggiunto con metodo, disciplina e tanto lavoro. Il Garante opera a favore dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà, istituti penitenziari, esecuzione penale esterna, REMS, comunità terapeutiche, strutture assimilate, strutture sanitarie per TSO, e in qualunque altro luogo di restrizione della libertà, RSA; CPR e camere di sicurezza delle Forze dell’Ordine (Polizia, Carabinieri, GdF) luoghi di trattenimento temporaneo per arrestati e fermati. Siamo consapevoli che dobbiamo avanzare anche una riforma normativa congrua ed efficiente altrimenti rischiamo di vanificare le tutele dei diritti e non possiamo permettercelo».

– Qual è il messaggio che vuole dare a chi lavora ogni giorno negli istituti: polizia penitenziaria, direzioni, sanità, volontariato?

«Il messaggio è di rispetto e di vicinanza istituzionale, dialogo e confronto. La garanzia dei diritti non è mai “contro qualcuno”, è un lavoro che deve migliorare la qualità del sistema per tutti, anche e soprattutto con sguardo attento per chi opera in condizioni difficili. Sicurezza e giustizia, dignità e legalità devono camminare insieme. E quando si costruisce un clima professionale, ordinato e trasparente tra le parti si proteggono non solo i detenuti, ma anche gli operatori. Siamo e saremo sempre in dialogo rispettoso con l’Amministrazione nelle sue varie articolazioni, con la Polizia Penitenziaria, i medici e con chi esercita funzioni sanitarie, perché sono il baluardo primo di legalità all’interno degli istituti e un Garante non deve mai rinunciare all’etica del rispetto istituzionale che ci si deve reciprocamente riservare. Anzi questo valore va recuperato. Solo così si costruiscono veri percorsi di tutela, soprattutto per i detenuti più fragili, in fondo Don Pino con un sorriso ha prodotto molta più bellezza di quanto potesse immaginare».

– Per lei il ruolo ha un peso nella sua vita personale?

«Alcuni ruoli ti cambiano inevitabilmente il quotidiano e comprimono a volte la qualità del tempo per le cose semplici che vorresti donare alla tua famiglia o anche solo a te stessa. Da credente le dico che i ruoli passano, mentre resta la credibilità delle opere che riusciamo a realizzare. C’è una frase di Paolo Borsellino che ho inserito nella mia tesi di ricerca del dottorato: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”.

Ecco, descrive il coraggio di restare, e di restare in Calabria, il desiderio di farcela anche per chi è dovuto andare via, la voglia di cambiare davvero le cose per i giovani e con i giovani che sono straordinari, il sogno di vedere sempre meno adolescenti rovinati dalle droghe, dall’alcool, dalla criminalità quindi da strade spesso senza ritorno. Quindi, per rispondere alla sua domanda, le dirò che il ruolo determina inevitabilmente rinunce che spesso nessuno vede, e di cui ci si fa carico per un fine comune più alto. Fa parte del cammino anche questo aspetto».

– Che cosa si sente di dire ai cittadini che guardano dall’esterno al carcere solo come “punizione”?

«Condividerei un punto semplice: la stragrande maggioranza delle persone detenute tornerà in società. Il modo in cui il carcere funziona incide sulla sicurezza di tutti. Se la detenzione è solo sofferenza e abbandono, aumentano i problemi e la recidiva. Se invece è sicurezza, legalità, cura, responsabilità e percorsi trattamentali, diminuisce la recidiva e quella persona anche se ha sbagliato potrà grazie a un percorso realmente trattamentale tornare ad una vita nuova. La giustizia migliore è quella che riduce le vittime future».

– Allora, avvocato Russo, tanti auguri a lei per il suo nuovo incarico…

«Li accetto molto volentieri, e mi consenta di ricambiarli. Anche voi fate una vita non sempre facile, e svolgete un ruolo di grande responsabilità come il mio. Comunicare con e per le persone. Anche questo ha rischi e difficoltà. Auguri infiniti anche a voi e grazie».

Cover story: Giovanna Russo garante detenuti Comune di Reggio

«Se dovessi usare il testo di una canzone per raccontarmi, oggi sarebbe: la geografia del mio cammino, di Laura Pausini. Sono una persona molto semplice, sicuramente. Oggi sono una donna consapevole, forte, determinata, serena, con un suo equilibrio e con le complessità tipiche del mondo femminile. Sono una donna a cui la vita non ha regalato nulla anzi, ho sempre dovuto combattere il doppio per raggiungere risultati che altri raggiungevano più facilmente. Ho provato cosa sia la cattiveria delle donne contro le donne. So che la strada è ancora tutta in salita, ma non temo il percorso, né le arrampicate. Sicuramente sono consapevole di essere una persona che non calpesta gli altri per crescere, perché è capitato che lo facessero con me. Quando qualcosa ti fa soffrire hai due possibilità nella vita: comportarti come loro, oppure rimanere te stessa e permettere al dolore di migliorarti. Nei difetti umani che abitano anche il mio carattere scelgo la seconda strada. C’è una domanda che cerco sempre di pormi quando entro in relazione con le persone: e se questo fosse fatto a te? Ecco questa domanda ci eviterebbe la sofferenza che spesso anche involontariamente infliggiamo gli altri. Ci eviterebbe quel malessere diffuso che oggi domina la nostra società, quel malessere che fonda la sua origine nell’egoismo del raggiungere necessariamente un obiettivo» (Giovanna Russo).

di PINO NANO – Da quattro anni esatti, 4 agosto del 2020 il giorno della sua nomina, l’Avvocato Giovanna Francesca Russo è il Garante dei diritti delle persone private della Libertà Personale del Comune di Reggio Calabria. Un’autorità indipendente nominata dal sindaco per le tutele e i problemi legati alle garanzie dei diritti nelle carceri e dei detenuti che le occupano. Un vero e proprio rappresentante istituzionale all’interno del grande pianeta penitenziario di questa città così bella che rimane però, purtroppo ancora oggi, al centro dei grandi riflettori della cronaca nazionale.

È istintivo chiedersi “Ma cosa fa in realtà il Garante dei diritti dei detenuti? È solo un lavoro di inutile rappresentanza istituzionale o è qualcosa di diverso e di più importante? E guardando le tante foto di questa giurista reggina che ci sono in rete diventa altrettanto naturale domandarsi: ma non sarà troppo per una donna, in una terra come la Calabria, un ruolo così complesso e delicato come quello che si vive all’interno di un carcere?”.

Decido allora di cercarla, e ne ricevo in cambio il regalo di un incontro tra i più affascinanti di questi mesi.

«Forse – mi dice – aveva proprio ragione la mia maestra della scuola materna, Clara: smettila di giustificare chi sei! Oggi non giustifico più la mia naturale tendenza di mettere la squadra, le amiche, le persone che valgono al centro della mia vita. Non credo di dover render conto se sto bene con me stessa, se mi fa piacere investire, aiutare e supportare le giovani generazioni e le donne in particolare, se vivo nella testarda convinzione che certi tetti di cristallo vadano forzati, scoperchiati, nella certezza che il meglio debba ancora venire. Sono amica e sorella delle donne che sanno tenersi senza temersi. Ho sempre creduto nella forza delle donne che sanno fare squadra. Ho sempre creduto fermamente che le donne, il giorno che decideranno di unirsi con lealtà fiducia, sincerità, coerenza, nel dialogo e lontane dal chiacchiericcio, cambieranno davvero il mondo.

L’altra sera, proprio al compleanno di una cara amica, Lucia, ho approfondito la conoscenza con una collega. Sorridevamo all’idea che molto spesso, dalle nostre parti le donne siano legate dal pregiudizio di chi sia l’altra. Poi conoscendoci scopriamo e allarghiamo questa cerchia di “sorellanza”. Il futuro che ci attende è donna, ma al contempo mi sia consentito dirlo, leggendo la complessità dei tempi, reputo sia fondamentale che le donne non sminuiscano mai il valore della complementarietà degli uomini. Non è una sfida. Non siamo rivali, ma è la bellezza della diversità che darà alle nuove generazioni un futuro migliore, più autentico, di ritorno ai valori che contano».

A parlarmi tantissimo di lei, e tantissimo bene, era stata nelle settimane scorse Maria Joel Conocchiella, la “pasionaria di Libera in Calabria”, la ragazza a cui don Luigi Ciotti ha affidato la cura di uno dei territori più difficili della regione, la provincia di Vibo Valentia. Già questo l’avevo trovato molto interessante e intrigante, e mi era bastato per cercarla. Solo l’idea che una donna di 39 anni avesse scelto di offrire la sua professionalità al servizio dei diritti delle persone detenute mi poneva mille interrogativi e mille curiosità professionali.

Ecco allora che alla fine riesco ad avere le notizie che mi servono.

Scopro così che “Il Garante dei diritti detenuti”, opera prima di tutto per migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale delle persone private della libertà personale mediante la promozione di iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani e dell’umanizzazione delle pene delle persone comunque private della libertà personale. Non solo questo, ma il Garante “svolge le sue funzioni anche attraverso intese ed accordi con le Amministrazioni interessate volte a consentire una migliore conoscenza delle condizioni delle persone private della libertà personale, mediante visite ai luoghi ove esse stesse si trovino, nonché con associazioni ed organismi operanti per la tutela dei diritti della persona, stipulando a tal fine anche convenzioni specifiche”.

Non è certamente un lavoro di tutti i giorni, e non è un ruolo per nulla semplice da svolgere. Anzi, immagino sia un compito di una delicatezza estrema, ma anche pieno di rischi personali per chi lo esercita, se non altro per le criticità negative che governano il pianeta carcere.

Provo a scavare di più nella decisione del sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà e scopro che per statuto comunale “Il Garante promuove, inoltre, l’esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile e di fruizione dei servizi comunali delle persone comunque private della libertà personale ovvero limitate nella libertà di movimento domiciliare, residenti o dimoranti nel territorio del comune di Reggio Calabria. E tutto questo con particolare riferimento ai diritti fondamentali, al lavoro, alla formazione, alla cultura, all’assistenza, alla tutela della salute, allo sport, per quanto nelle attribuzioni e nelle competenze del Comune medesimo, tenendo altresì conto della loro condizione di restrizione”.

– Avvocato Russo, ma è un incarico adatto ad una donna questo che svolge da quattro anni a questa parte? Non sarebbe stato più semplice per lei fare l’avvocato penalista o civilista nel suo studio privato? Posso chiederle come è arrivata a questa scelta? Una scelta ricercata, desiderata, obbligata, imposta?

«È certamente un incarico delicatissimo. Non è stata una scelta ricercata, desiderata, tanto meno obbligata o imposta. Noi avvocati quando giuriamo pronunciamo la seguente formula: “Consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale, mi impegno ad osservare con lealtà, onore e diligenza i doveri della professione di avvocato per i fini della giustizia e a tutela dell’assistito nelle forme e secondo i principi del nostro ordinamento”. Si può essere avvocati in varie forme purché non si tradisca mai l’alta funzione per la quale abbiamo prestato giuramento. Promuovere e difendere la dignità della persona umana, e i suoi diritti inalienabili, vuol dire farsi carico e farsi voce di tutti i poveri, gli esclusi, gli emarginati, gli abbandonati – i veri e propri “ultimi” delle periferie recluse, che però sono i destinatari privilegiati dell’annuncio evangelico. Difficile o adatto per una donna? Una donna è adatta tanto quanto un uomo. Non è una questione di genere, quanto la capacità umana di saper andare oltre, superare le proprie chiusure egoiche e l’indifferenza».

Ricapitoliamo. 39 anni, Giovanna Francesca Russo è oggi Garante per i diritti delle Persone Private della Libertà Personale del Comune di Reggio Calabria, ma è anche Presidente della Federazione Italiana Diritti Umani – Comitato città Metropolitana di Reggio Calabria, ed è Mediatore Penale e Penale Minorile, Mediatore Scolastico con perfezionamento in gestione delle devianze e delle situazioni a rischio, nonché nella gestione dei conflitti e procedure di de-escalation. Ma è anche Vicepresidente Nazionale dell’Associazione Italiana dei Mediatori Penali e Minorili. Nell’alveo di una collaborazione istituzionale finalizzata alla massima diffusione della tutela dei diritti delle persone private della libertà personale ha svolto attività di concerto con il Comando Provinciale dell’Arma dei Carabinieri di Reggio Calabria nell’ambito della quale sono stati organizzati seminari formativi che la stessa ha rivolto ai militari dipendenti. Poco tempo fa ha anche ricevuto un riconoscimento per la qualità del suo operato dalla Vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno. Un curriculum davvero invidiabile sotto questo profilo.

– Avvocato, le rifaccio la domanda: ma che ci fa una come lei con tutta questa sua esperienza professionale nel chiuso di un carcere come quello di Reggio Calabria, dove credo che il profumo della criminalità organizzata non sia solo una favola per i rotocalchi d’estate?

«Ci sto per combattere qualsiasi forma di sopraffazione mafiosa che soffoca la funzione del trattamento, nega il diritto al reinserimento, che viola il dettato costituzionale, che tradisce la funzione della pena e vanifica i diritti umani. L’incontro, il primo di una serie “Giustizia dentro e fuori le mura” partendo dalla lettura de “il Grifone”, di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, dove hanno dialogato con la città il Procuratore Capo di Napoli Dott. Nicola Gratteri, il Procuratore Capo di Reggio Calabria Dott. Giovanni Bombardieri, il Procuratore Aggiunto di Catania Sebastiano Ardita voleva e vuole essere l’avvio di un percorso per parlare con la collettività sul tema e di come sia necessario oggi più che mai investire seriamente in cultura della legalità tra i giovani e con i giovani dentro e fuori le mura. La criminalità organizzata è un cancro e raccontare come stanno le cose è il primo coraggioso passo per non subirle. Lo dobbiamo ai nostri giovani».

Dietro questo piglio caratteriale tutto meravigliosamente femminile c’è in realtà una vita di studio vero, di analisi, di ricerca, di approfondimento, di viaggi e di esperienze le più variegate nel mondo del volontariato e della chiesa moderna che oggi fanno di questa donna, un esempio di costruzione per una giustizia giusta.

– Avvocato, ma non teme il rischio che un giorno uno dei “suoi” detenuti le chieda di portare fuori dal carcere una lettera o un messaggio diretto magari alla famiglia? Non teme che una sua risposta negativa potrebbe comportare un rischio per lei e per la sua famiglia?

«Alla domanda provocatoria che mi fa le rispondo su come ho reagito, e su come si è lavorato in questi anni. Un Garante tutela diritti e non singole richieste personali o, peggio, posizioni giuridiche. Per la difesa ci sono gli avvocati. La garanzia dei diritti è una questione molto seria. Il rischio delle “richieste” improprie è un fatto ovvio per chi conosce il carcere e la pedagogia della devianza. L’importante è come si risponde. Quando imposti la tua comunicazione sulla certezza del diritto, sulla osservanza delle regole per tutti nessuno escluso, sulla trasparenza operativa, il messaggio dentro arriva forte e chiaro. Se temo in rischi? I rischi sono sempre dietro l’angolo. L’importante è come reagiamo noi, senza mai flettere di un millimetro. Reggio è stato il primo Ufficio del Garante dei diritti dei delle persone private della libertà personale, che ha siglato in Calabria con la Procura di Reggio Calabria un protocollo anche a tutela dei diritti e delle garanzie delle persone private della libertà personale. È di pochi giorni fa il rinnovo del Protocollo con il quale si è registrato l’allargamento all’amministrazione penitenziaria reggina, a firma del Direttore reggente, la Dottoressa Roberta Velletri, e avvenuta con tanto di autorizzazione da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria».

Dentro questa risposta c’è per intero il carattere e la fermezza di questa donna reggina, che – -pensate – è ricercatrice universitaria alla Mediterranea di Reggio Calabria presso il Dipartimento Di.Gi.Es. con un progetto dottorale in corso, in co-tutela con la Francia ICT di Tolosa, nel quale sta studiando sul tema della funzione della pena incardinato nella cattedra di Filosofia del Diritto di cui è titolare l’Ordinario Prof. Daniele Cananzi. Così come è componente del Consiglio Direttivo del Centro Europeo di Studi Penitenziari, collabora da diversi anni con l’ISESP “Istituto Superiore Europeo di Studi Politici” CDE, Centro di documentazione Europea accreditato alla Commissione Europea nell’ambito di ricerca e studi politici e sulla cultura politica. Sul suo curriculum postato dal Comune di Reggio Calabria si precisa che siamo in presenza di una Giurista esperta in diritti umani e sviluppo umano integrale e della persona, che ha collaborato con l’Osservatorio sul Federalismo fiscale e collabora con il Laboratorio di Filosofia Politica e Giuridica presso la Cattedra di Filosofia del Diritto Estetica del diritto ed ermeneutica giuridica del Di.Gi.Es.

– Avvocato, ma non sarebbe stato più facile per lei, e forse anche più comodo dedicarsi all’insegnamento universitario che comunque coltiva mi pare con grande entusiasmo?

«Il progetto di ricerca che sto conducendo da anni è frutto di analisi scientifica e metodologia guidate dal mio maestro che dirige lo studio sul quale mi sto specializzando: un ripensamento della funzione della pena nell’ambito della filosofia del Diritto a partire da Foucault per approdare e valutare se possibile lavorare sulla giustizia degli affetti di cui tanto ha scritto uno dei massimi teologi Italiani: Monsignor Pierangelo Sequeri. Sa, nella cattedra della quale faccio parte, la serietà della ricerca universitaria è la più alta forma di compartecipazione responsabile che l’accademia deve donare alla società civile, ai giovani in particolare. È un servizio reso al diritto e alla costruzione di una giustizia giusta. L’entusiasmo per la ricerca, di cui Lei parla, è massimo anche perché sono consapevole che l’opportunità offerta dalla Mediterranea non può essere sprecata. Fare ricerca scientifica da un osservatorio: il Garante, che legge la crisi del sistema penitenziario e apre in chiave giuridico-filosofica a nuove prospettive. Per risponderle, non è comodo, ma necessario bilanciare la passione per la ricerca al rigore del ruolo. Il percorso universitario di studio, nel suo progetto di ricerca originale, non nasce slegato dalla funzione».

Giovanna Russo nasce a Reggio Calabria il 16 marzo 1985, dove oggi vive e lavora. Dopo la maturità scientifica conseguita presso il Liceo Scientifico “Alessandro Volta” di Reggio Calabria, consegue la Laurea di Dottore in Giurisprudenza presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Frequenta per anni la scuola politica monsignor Lanza e partecipa alla formazione della scuola politica del CVX, con i gesuiti, di Calascio nel 2011. Si specializza poi presso la Scuola di Specializzazione per le professioni legali, e subito dopo consegue il Master Universitario di Secondo Livello in «Management Politico. Esperti in Cultura Politica e Studi Europei e del Mediterraneo», presso il Dipartimento DiGieS dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria con lode e pubblicazione della tesi. Percorso che le ha consentito di acquisire competenze tecniche e manageriali necessarie e fondamentali per lo svolgimento delle professioni interne al sistema sociopolitico e all’amministrazione pubblica a tutti i livelli, Nazionale ed Europeo, nonché di affinare funzioni dirigenziali già ricoperte presso enti privati. Consegue poi un secondo Master di II livello per le Dirigenze superiori “Il dirigente nel settore scolastico. Competenze gestionali ed organizzative”. Quanto basta per immaginare nel suo futuro anche un ruolo apicale ai vertici del sistema giudiziario italiano.

– Avvocato, mi dica la verità: so che non ama rilasciare delle interviste…

«Sì, effettivamente ho posto delle resistenze, non sono abituata a parlare di me. Riconosco che è la prima volta che rispondo a qualche domanda personale».

– Cos’è, ritrosia personale o è lei che si è data una regola di comportamento per via del lavoro delicatissimo che fa?

«Sono una donna, una professionista consapevole che la riservatezza nel mio settore sia fondamentale. Lavoro tanto, studio per passione, parlo il giusto e amo tenere riservatissima la mia vita tanto per una questione di stile quanto di tutela delle persone che amo».

– Le prometto che eviterò di entrare nella sua vita privata…

«Mi chieda pure, oggi faccio un’eccezione, perché c’è il tempo del tacere e si svela quello del parlare. Sempre il giusto e per quanto mi è possibile, rispondo con un sorriso».

– Allora mi spieghi perché lo fa?

«Lo faccio perché, se tieni tutto dentro di te rischi che le risonanze verso l’esterno vengano vanificate da assenza di narrativa. La narrativa della vita, quella a cui il mondo moderno ha smesso di credere per mancanza di coraggio. Lo faccio per dire come stanno le cose, senza flettere di un millimetro e con la schiena dritta. Oggi più che mai bisogna avere la capacità, la moralità, e l’onestà di guardarsi dentro e condividere con altri il proprio modo di operare nel mondo».

– Come arriva ad occuparsi di carcere e di detenuti?

«Arrivo ad occuparmi di carcere e detenuti mentre facevo altro nella vita, ma un fil rouge già teneva tutto insieme. Venivo dall’Avvocatura regionale, ero già avvocato, avevo vissuto un periodo professionale e di formazione in uno degli studi più seri della città accanto a colleghi di altissimo profilo con i quali sono ancora oggi in ottimi rapporti e contemporaneamente mi occupavo di procedure giuridiche e progetti europei di tutela e reinserimento dei soggetti deboli. Aggiungo che il destino forse era già a lavoro per me».

– Cosa intende dire?

«Sin da ragazzina ho vissuto l’associazionismo e gli ambienti cattolici nei quali forte è sempre stata l’attenzione verso i soggetti a cui deve essere data una seconda chance. Il giorno della domanda: mi telefona un’amica e mi dice: “hai visto che al Comune di Reggio Calabria hanno pubblicato il bando per Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, se non lo fai tu, chi deve farlo?”. Le rispondo: “credo sia molto impegnativo perché il sistema è complicato!”. Quattro anni fa non ero la donna che sono oggi.  Mi blocca e aggiunge: ma ti rendi conto che le cose devono cambiare? Serve certezza delle regole e sguardi umani. Presi quella telefonata come un segno. Sa, prego molto sulle scelte che sono chiamata a compiere e feci discernimento prima di inviare quella pec.  Il 4 agosto 2020 era destino che diventassi la Garante. Una scelta coraggiosa quella del Comune di Reggio: la prima donna in Calabria ad essere nominata Garante in una delle città più difficili e complicate della regione se non d’Italia assieme ad altre realtà del Sud».

– La sua prima esperienza in carcere? “Da avvocato”. Ha qualche ricordo non propriamente felice?

«Si, il primo suicidio in carcere, lo ricordo ancora oggi, era piena estate. Alcune cose te le porti per sempre dentro di te: la chiamata istituzionale con la quale venivo avvisata, lo sgomento tanto delle persone detenute quanto degli uomini dello Stato dinnanzi alla sconfitta della vita e del sopravvento della morte. Un suicidio è sempre una sconfitta, uno strappo per tutti. Il carcere solo chi lo conosce veramente può capirlo, e potrà riordinarlo, sistemarlo».

– Se tornasse indietro rifarebbe questa strada?

«Assolutamente sì, c’è un mondo sul quale lavorare ancora moltissimo per mettere ordine».

– Come vive questa sua condizione istituzionale una volta rientrata a casa?

«Ho imparato a gestire le emozioni, addestrandomi al discernimento quotidiano. Ho metabolizzato quanto la passione sia nulla senza la disciplina e il controllo. In questo mi hanno particolarmente aiutata gli esercizi spirituali ignaziani i primi nel 2011. Ricordo con affetto l’importante periodo estivo vissuto a Calascio accanto a Padre Vincenzo Sibilio, un gesuita tutto d’un pezzo, faccio memoria delle confessioni della sera e soprattutto delle sue fortissime parole che ancora tuonano tra mente e cuore: Amare è servire, Servire è Amare».

– Non deve essere facile tornare la sera a casa dopo un’intera giornata in carcere?

«Quando rientro a casa e chiudo il portone cerco di non portare dentro la sofferenza di quei luoghi. È una sofferenza di tutti, servirebbero pagine per narrarla, servirebbe partire da una politica descrittiva degli sguardi, ma di tutti nessuno escluso. Mi sento responsabile per la tutela dei diritti dei detenuti, ma contemporaneamente sento e scelgo di voler esternare in opere e senza omissioni vicinanza istituzionale al personale di polizia penitenziaria e all’amministrazione tutta perché sono consapevole, conoscendo il mondo carcere, che non si tratta di posizioni contrapposte, ma di ruoli diversi nei quali ciascuno concorre alla garanzia dei diritti».

– Posso scrivere che il suo è un ruolo di immensa mediazione?

«Più che di mediazione parlerei di equilibrio. Un Garante deve leggere con equilibrio e senza contrapposizioni sterili le realtà carcerarie. Siamo in un momento storico difficilissimo, e un Garante attento sa bene che, se la Polizia Penitenziaria soffre e sta male, questa sofferenza inevitabilmente si ripercuote sulla popolazione detenuta contraendone i diritti. Dicevo lascio fuori casa le emozioni, ma porto dentro le mozioni e il lavoro, quello sì. L’Ufficio del Garante è impegnativo, faticoso, di grandi responsabilità, e delicatissimo per le ragioni che ben si possono comprendere. La vita però, so che è fatta di scelte, e io ho scelto da che parte stare: quella di tutelare i diritti di tutti combattendo la criminalità dal di dentro. Mi spiego: Sono ben consapevole che il disordine di questi anni ha determinato caos e che il caos genera spazi e maglie in cui la sopraffazione mafiosa si annida e invade la vita di quelle persone recluse che vorrebbero ritrovare la via della libertà scontando la propria pena secondo i principi costituzionali. Dobbiamo lavorare uniti più che mai».

– La sua famiglia ha condiviso con lei questa scelta?

«La mia famiglia mi ha sempre accompagnata in ogni scelta della vita personale e professionale. Il loro amore, il loro senso del dovere e del rispetto, l’impegno per e con gli altri sono i valori con i quali sono cresciuta e che accompagnano da sempre i miei passi. Sono sicura che non sempre siano sereni, ma scelgono di accompagnarmi con grande attenzione, amore e comprensione anche quando la preoccupazione, mai palesata, soprattutto di mia madre prende il sopravvento. Ricordo ancora il giorno della nomina, quando rientrata a casa mio padre affrontò l’argomento con la solita serenità delle poche parole che usa trasmetterci, mia madre mi pose le domande che tutte le mamme preoccupate rivolgono ai figli».

– Ma lei davvero crede che sua madre non si renda conto della difficoltà del suo lavoro e dei rischi connessi?

«Io sono convinta che per amore, anche quando non condivide soprattutto i ritmi, finga bene per supportarmi e garantirmi libertà nelle scelte. Il cuore di una madre sa! Oggi credo che in parte sia più tranquilla, è consapevole che non sono sola. Oltre all’affetto della mia famiglia di origine, ho una squadra, una famiglia allargata che è una impenetrabile muraglia di rapporti solidi fatta di donne e uomini che lavorano con lealtà per la garanzia della legge e la tutela dei diritti. Quando scegli di tutelare diritti delicatissimi, in ambienti come il carcere fai una scelta di vita ne accetti i pro ed in contro».

– Avrebbe potuto diventare un avvocato di successo, non crede? E invece trascorre molte giornate in carcere.

«Il successo è una conseguenza, non un obiettivo. Dopo averne viste tante, dopo aver ricevuto colpi bassi e non poche subdole prevaricazioni mai a volto scoperto, ma sempre dietro le spalle, pensa che il successo mi riguardi? Io tengo particolarmente al lavoro della mia squadra. Aggiungo, una persona importante un giorno mi disse: Il tuo successo è che tu non fai mai finta di niente. Il far finta di niente sono consapevole che uccida la società. Io sono quello che il Signore ha voluto per me. C’è un canto ecclesiastico al quale sono legata: come Tu mi vuoi».

– È una risposta evangelica mi pare?

“Si, lo è. La fede è uno dei miei tre pilastri. Ho avuto la fortuna nella vita di incontrare guide che mi hanno educata al senso evangelico della gestione delle responsabilità. Quando ti viene affidato un ruolo, sai che il successo non solo è una conseguenza della costanza, ma deve essere con e tra le persone che sono al tuo fianco e che devi valorizzare. Da soli non si va da nessuna parte. Sono vissuta e cresciuta a Salice, periferia a nord della città, a pane e parrocchia. Trascorrevo interi pomeriggi con gli amici del catechismo e i nostri ambienti erano gli spazi parrocchiali. Quell’ambiente è stato determinante per la mia formazione. Sono diventata catechista a soli tredici anni, ricordo ancora quando Don Giuseppe Abramo ci accompagnò dall’allora Arcivescovo Vittorio Mondello il quale esordì: ma hanno bisogno del catechismo o faranno catechismo? Fu un’avventura umana e spirituale che durò ben dieci anni, la più formativa della mia vita, quella che mi aiuta ancora all’equilibrio e alla riflessione. Don Abramo fu il mio primo padre spirituale, sono certa che accompagni ancora oggi i miei passi. Le confesso che andando al cimitero per commemorare i miei nonni un fiore per lui c’è sempre».

– E il suo obiettivo più ambizioso?

«Investire per la costruzione di un reale welfare penitenziario che si fondi su un pensiero primo: ripartire da quella che chiamo la realizzazione di una casa di vetro. Creare così sane e solide relazioni tra persone che concorrono quotidianamente alla realizzazione del bene, della giustizia giusta nel mondo penitenziario. Oggi siamo al collasso. Non a caso giorni fa alla presenza dei Procuratori Gratteri, Bombardieri e Ardita portai l’esempio delle aquile e dei corvi».

– Se posso dirle quello che penso è che lei è una donna di grande carattere…

«La ringrazio per il riconoscimento, sicuramente è anche un pregio che riconosco a molte donne. Ma come tale aggiungo che ogni pro, ha anche i suoi contro. Nella società odierna facciamo fatica, viene spesso additato come difetto soprattutto quando si vuole che le cose non cambino. Io, invece, credo che il futuro sia donna, non sono una femminista, precisiamolo. Sono una donna di carattere che crede nella bellezza della complementarietà dei ruoli uomo-donna».

– Qual è il rischio più reale per chi vive il carcere come lei dall’esterno ma lo vive poi nei fatti anche all’interno?

«Quando conosci il mondo carcere sai che per garantire realmente diritti devi essere disposta a scontrarti contro poteri forti che sul carcere hanno interessi. Una volta un servitore dello Stato mi disse: quando ti occupi di poveri, detenuti, immigrati devi essere disposta agli attacchi dei poteri che su queste persone speculano per interessi personali. La storia ne è testimone. La sovraesposizione la metti in conto, ma scegli comunque da che parte stare: “Ci sono loro, ma ci siamo anche noi”».

– Non capisco, mi aiuti a capire per favore….

«Oggi il mondo carcere è un problema più ampio di quello che percepiamo, e soprattutto la narrativa a volte è troppo feroce, altre arriva in maniera falsata e a risentirne è la società tutta. Il sistema penitenziario esige tanto interventi in urgenza, quanto azioni di programmazione nel medio lungo periodo. Penso al sovraffollamento, ai suicidi, alle strutture, alle criticità dei soggetti psichiatrici e non solo, al tema del trattamento, al reinserimento, al lavoro, ma non trascuro assolutamente i numeri della polizia penitenziaria, le specificità dei ruoli, al necessario supporto che meritano, alla formazione da ripensare in ragione di una pedagogia criminale sempre più mutata».

– Cosa le hanno insegnato i tanti colloqui in carcere con i detenuti?

«Che il settore penitenziario va ripensato. Che dobbiamo essere tanto rigorosi quanto umani. Garantire il trattamento nell’inderogabile osservanza delle regole. Più ambiziosi fuori nel promuovere una giustizia giusta, e meno individualisti al fine di realizzarla concretamente. Lavorare sodo sulla prevenzione, sulla cultura della legalità, sulla possibilità da dare ai giovani di scegliere da che parte stare. Investire sulle politiche del lavoro e rendere lo Stato e la legge più appetibile del potere mafioso. Dobbiamo investire con credibilità nei confronti delle giovani generazioni. Serve però un’assunzione di coscienza di gente perbene, che riesca a tenere fuori gli ambienti grigi. Sarà difficile, ma non impossibile».

– Tantissima roba, mi pare…

«Servirà lavorare con grande abnegazione, con spirito di squadra, con la competenza di chi il carcere lo conosce davvero e soprattutto in sinergia, con trasparenza e lealtà. Sintetizzo. Sono sempre più convinta che la fermezza delle regole e il dialogo responsabile con la popolazione detenuta sia lo strumento efficace, in questo momento più che mai per fermare o quantomeno arginare le importanti criticità che si vivono all’interno. Il detenuto è persona. Il confronto che tendenzialmente per chi conosce il carcere sa che può palesarsi strumentale nelle richieste deve essere gestito nella fermezza dei ruoli, e nell’inderogabile umanità costituzionale. Ribadisco, dal mio ruolo e con il grande rispetto che nutro per l’Amministrazione penitenziaria tutta, in questo preciso momento storico, il dialogo e la programmazione interistituzionale ciascuno dal proprio ruolo serviranno a garantire la sicurezza, l’ordine, i diritti, la speranza, la legalità e il necessario contrasto alla criminalità e alle mafie che ancora oggi da dentro comandano».

– Si porta dietro un ricordo forte di questa sua esperienza?

«Mi porto dentro il dolore dell’umanità reclusa. Gli occhi di chi non è stato fortunato nel nascere in una famiglia sana. La frattura di chi vorrebbe uscire dalla rete della criminalità ma per paura non ci riesce, il rischio di chi esce peggio di come è entrato. Mi porto dentro gli attacchi ricevuti ogni volta che si è lavorato a tutela dei diritti, toccando settori quali la sanità, per esempio. Ci sono interessi poco limpidi sul carcere, e dobbiamo avere il coraggio di scardinarli. Ho per fortuna anche ricordi belli di attestazione di lealtà, rispetto, solidità dei rapporti umani, indipendenza dei ruoli e solidarietà nel fare squadra contro il male, mi riferisco ad esempio alla Magistratura di Sorveglianza, alla Presidente Daniela Tortorella a cui va tutta la mia stima personale e professionale. Ho iniziato a leggere il non detto del carcere accanto a lei e alla Direttrice Patrizia Delfino. Mi porto dietro di questi anni l’importante ruolo della Polizia penitenziaria tutta, a cui i detenuti sono per legge affidati, delle Comandanti che hanno retto i difficilissimi e gravosi compiti di ordine e sicurezza in questi anni, Giuseppina Crea, Maria Luisa Alessi, Gabriella Mercurio, Giada Graziano, cito loro per rappresentanza, ma tanti sono i volti e i nomi che scorrono nella mia mente. Mi porto dentro la complessità dell’umano».

– Posso chiederle cosa sognava, da bambina, di fare da grande?

«Da bambina sognavo di fare il medico. La cura dell’altro è qualcosa che ti abita dentro sin dalla nascita. Poi invece ho studiato per diventare avvocato e da avvocato non credo di aver tradito il mio sogno originario, seppur declinato in una forma diversa di cura».

– In che senso avvocato?

«È l’aver cura dei diritti e delle tutele fuori e dentro le mure per una giustizia più giusta. Aggiungo che l’educazione, il contesto, le relazioni abbiano inciso molto. Credo che si nasca con dei “talenti” nel senso cristiano del termine e che essi vadano messi a frutto per il prossimo. Penso che serva una nuova dimensione di pensare e concepire il diritto. Dobbiamo realizzare un umanesimo giuridico che si impone alle porte delle nostre coscienze. Serve ripartire dalla Deontologia del Fondamento».

– Le materie che più l’appassionavano a scuola?

«Tendenzialmente tutte, sono una curiosa. Mi piace molto leggere, e mi piace analizzare e verificare ciò che apprendo tanto nello studio quanto nella vita. Se dovessi fare una cernita, le direi matematica, religione, italiano, storia e filosofia. Scrivere è stata sempre la mia passione, è un modo di trasmettere sui fogli bianchi della vita una narrazione che resti per sempre. Ricordo ancora quando vinsi nel ’95 il primo premio letterario alla memoria del Prof. Richichi quale martire della libertà, per un componimento sul tema appunto della Libertà. Vede che era forse tutto scritto?».

– Che futuro immagina per la sua vita professionale? Ancora carcere?

«Lei ha parlato prima di risposta evangelica. Credo sia tutto scritto, e il caso non esiste. Sicuramente l’auspicio è continuare a dedicarmi al settore penitenziario per cui ho studiato tanto e mi sono specializzata, sono consaORI DEIciascuno chi può e chi deve è chiamato a fare la sua parte».

– Che famiglia ha alle spalle? Intendo dire sorelle? Fratelli?

«Ho una famiglia solida. Ho la fortuna di essere nata in una famiglia sana che mi ha trasmesso valori forti, ma soprattutto mi ha dato l’opportunità di realizzarmi. Mia madre e mio padre mi hanno educata al senso del dovere e del rispetto degli altri. Sono valori che oggigiorno vengono puntualmente traditi in nome del raggiungimento di qualche fine egoistico. Di tutte le domande questa, mi creda, è la più difficile. Tendo a non parlare mai di loro, è il mio senso di protezione che scatta immediato. Da mio padre ho ereditato il rumore degli sguardi, è un uomo molto buono ma fermo. Non parliamo molto, non è mai stato necessario. Mia madre è il mio riferimento di donna. Una forza e una tenacia determinanti per la mia crescita. Una donna profondamente cristiana, un’insegnante, una mamma in ogni circostanza, mi ha trasmesso il fortissimo senso del dovere e dell’impegno. Non è stata una madre permissiva, ci siamo sempre dovuti guadagnare tutto io e i miei fratelli. Un giocattolo andava meritato, prima dovevi portare buoni voti a casa e ha sempre tenuto moltissimo alla condotta a scuola e nella vita. Siamo tre figli e i miei fratelli sono le mie ali. Siamo molto uniti. Mio fratello è la roccia nella quale faccio molto affidamento, un uomo di poche parole, ma giuste: una sua solita frase è ricordati di affrontare le difficoltà con il sorriso e persevera. Mia sorella è la più piccola di casa, la bellezza del rapporto tra sorelle te lo godi nella fase adulta. Una complice, una confidente, una consigliera fidata. Ha una spiccata sensibilità ben celata da risolutezza e rigore. Entrambe siamo impegnate nel mondo della giustizia. Mio fratello è sposato, a discapito di credenze popolari, ho un ottimo rapporto con la mamma dei miei nipoti. Loro, infine, ma mai per ultimi sono il sorriso quando rientro a casa, il ristoro da ogni fatica, la domanda a ogni sacrificio: non per cosa, ma per chi?».

– E i nonni?

«I nonni sono stati determinanti nella mia crescita. Ho accennato dell’importanza della trasmissione dei valori forti. Una non l’ho mai conosciuta ed è la nonna da cui ho ereditato il primo nome per volontà di mia madre che la perse troppo giovane. Gli altri tre ho avuto la fortuna di godermeli fino all’età adulta. Mi mancano, ma li ricordo con il sorriso sempre. So di essere stata fortunata perché mi hanno trasmesso valori che contano e che spesso purtroppo non ritrovo più, o raramente. Dovessi raccontarle una frase che spesso mi viene in mente della nonna che mi cresciuta: ricordati quando esci da casa mani e capelli sempre in ordine. La penso e sorrido era il suo senso di compostezza e di dignità, oggi banalizzeremmo sull’apparenza».

– Avvocato, come e dove trova lo spazio per una sua vita privata?

«Su questo sono poco diligente nel senso che ho poco spazio per me. Da quattro anni non riesco a dedicarmi molto tempo. Garantire i diritti è tra i valori più alti del nostro Stato, io ho sentito di volermi dedicare nelle modalità e con i tempi necessari, lo rifarei. Questo inevitabilmente mi ha portata a sottrarre tempo alla mia vita privata. Un richiamo che rivolgo a me stessa. Per contro, il mio senso del dovere prevale su tutto e non mi pesa affatto quello che faccio o le scelte che ho preso. Sarà che sono cresciuta con il forte esempio di papà che mi ha educata al lavoro, al silenzio a fare bene il bene, alla serietà nel fare le cose. Oggi sono una donna che non si pone il problema della vita privata se questa era la sua domanda. Ciò che è pensato per noi troverà il modo di raggiungerci».

Sorride e con simpatia mi risponde come Giorgia al festival di Sanremo: “non ti conviene, ho un carattere difficile”.

– Mi dice qual è l’ultimo libro che ha letto e che non parla di detenuti?

«Mi fa sorridere questa domanda. Appaio forse una donna monotematica? Le confesso che divoro qualsiasi libro. Negli ultimi anni ho dato maggiore spazio a quelli delle grandi tradizioni spirituali. L’ultimo libro che ho letto è Dare cuore a ciò che conta. Il Buddha e la meditazione di consapevolezza. Anzi mi consenta di condividerle una frase: “METTÀ, LA GENTILEZZA AMOREVOLE”. C’è una grande domanda che attraversa le nostre esistenze, che ne svviamo consapevoli o meno: qual è lo scopo della nostra vita? Io penso sia quello di realizzare la felicità. […] Dal più profondo del nostro essere noi desideriamo essere felici. […] Una buona condizione materiale non è sufficiente. Nessun oggetto, per quanto bello e prezioso, ci appaga completamente. Abbiamo bisogno di qualcosa di più profondo, che mi piace definire affetto umano. […] Così, quando prendiamo in esame le nostre origini e la nostra natura, scopriamo che nessuno nasce libero dal bisogno di amore. In ultima analisi, il motivo per cui l’amore e la compassione portano la felicità più grande risiede semplicemente nel fatto che la nostra natura li preferisce a ogni altra cosa”».

– E l’ultimo concerto di musica che è andata a sentire?

«Fuori città confesso sia passato troppo tempo effettivamente. Sono stata al concerto dei Coldplay a Milano, San Siro luglio 2017; a Reggio l’ultimissimo quello tenuto dalla orchestra del Conservatorio Cilea in occasione dei festeggiamenti per il 210° anniversario della fondazione dell’Arma nella riqualificata piazzetta dell’Integrazione dei Popoli ad Arghillà. Voglio in questa occasione però ricordare, perché ho particolarmente gradito la scelta delle musiche e la direzione di Beatrice Venezi, del concerto di Natale dell’Università Mediterranea. Mi ha chiesto l’ultimo ma non il primo. Glielo racconto io: il primo concerto avevo 4 mesi, 14 luglio 1985 Claudio Baglioni a Reggio Calabria comodamente dal passeggino. È e rimane il mio cantante italiano preferito. Il prossimo concerto Ultimo: vorrei andarci con mia sorella, ne parlavamo proprio qualche giorno fa».

– E l’ultima scampagnata con vecchi amici e amiche del cuore?

«Scampagnata molti anni fa, credo nel 2011, con gli amici di sempre quelli con i quali sono cresciuta. Abbiamo tutti preso poi direzioni diverse, ma sappiamo di esserci sempre, gli uni per gli altri. Sono pur sempre quella bambina cresciuta a pane e parrocchia, e non lo dimentico perché è a quella bambina che tengo fede ogni giorno. Non frequento molte persone, esco poco. Il tempo però per le amiche cerco però di trovarlo sempre, anche se anche loro sono molto impegnate».

– Posso dirle grazie, Avvocato?

«Per che cosa, scusi?»

– Per le cose che mi ha raccontato, e soprattutto per il modo come me le ha raccontate. Grazie davvero.