L’OPINIONE / Franco Cimino: Dalla vetrina sbagliata alla cattedra giusta

di FRANCO CIMINO – Conosco la signora Anna Scaturchio da trentacinque anni, or sono da questa estate. La conosco anche se non siamo mai potuti diventare amici. E, però, la stimo molto, come donna e come operatrice economica. E madre. Nell’unica figura che le tre sono in lei, la signora ha dimostrato di essere persona perbene e onesta, corretta ed educata. Imprenditrice intelligente e di successo, una delle prime donne che in Calabria si è affermata nel mondo durissimo, e talvolta aggressivo, dell’imprenditoria “virile”in una regione povera, e perciò sempre in conflitto fra le diverse componenti sociali. L’imprenditrice ha sempre creato negozi di rara finezza ed eleganti, che ha sempre gestito appunto con finezza ed eleganza.

Non solo nella bella cittadina della costa ionica prossima al capoluogo, dove pure ha operato, creando anche lì, per anni, negozi piccoli e belli. Da un po’ di tempo si occupa, e unicamente nella sua città tanto amata, solo di profumi di alta qualità, quasi esclusivi. Di certo, di nicchia, dove ha raggiunto una competenza straordinaria. Con la quale non competerebbe con i migliori in Italia solo perché potrebbe fare loro scuola. Le credo, pertanto, quando difende la sua vetrina dalle accuse e dai sospetti che le sono stati mossi da più parti. Il suo intento era buono, educativo, non “corruttivo”. Dice. E io le credo. Voleva propagandare un nuovo profumo, non quella farina bianca, che somiglia tanto allo zucchero, vedendola, come l’ho sempre vista io, in foto. Questo ha detto, anche alle televisioni, immediatamente rimuovendo quell’allestimento da vero shock, per dirla all’inglese. Francamente, ci starebbe meglio scandalo. Ché di scandalo si tratta. Tante volte si sbaglia nel comunicare. Le persone quasi quotidianamente sbagliano che non sai più quale linguaggio usare e quali argomenti, noi divenuti, come quasi tutti siamo, o permalosi o ignoranti o distratti o superficiali. Sicuramente, molto distratti e indifferenti alle parole. Al loro simbolo e alla sostanze delle stesse.

Invece, le parole hanno sempre un significato e un peso. Enormi. Se accostate a immagini e simboli, ne hanno uno maggiore. Se modulate su toni e su tempi e argomenti particolari, la loro forza é incalcolabile, come i danni che potrebbero creare. Nel commercio questi rischi sono più frequenti. In questo campo la comunicazione è ancora più complessa e difficile. Troppi attori in campo. E troppi gli interessi. C’è, pertanto, un bombardamento continuo e una generalizzazione del messaggio, che si fa fatica a far emergere il proprio. E capita che chi abbia fantasia e intraprendenza ne inventi uno che appaia più efficace. E se l’efficacia non si verifica con quelli, ci si spinge più avanti. E poi avanti, fino a farsi sentire. E se questo deve seguire al rumore che svegli anche i più nottambuli, ben venga. Ché la pubblicità è l’anima del commercio. Come dal detto antico. Il messaggio, di cui allo scandalo, é, al di là della stessa intenzione, sbagliato. Come, a mio avviso lo sono tutti quelli che utilizzano “scandalosamente” i corpi, ora anche maschili, dopo un cinquantennio tutto della procacità femminile. Nella comunicazione generale e in quella commerciale, vale vieppiù quel che io mi sforzo di dire ai ragazzi per quanto riguarda quella interpersonale. Non basta dire bene, essere bravi nell’usare il linguaggio, nella discussione, addirittura non basta neppure avere ragione, se quelle parole, quel linguaggio, quelle espressione feriscono le persone cui sono diretti.

Quella vetrina era sbagliata anche per questo semplice motivo, oltre che per le mille considerazioni esposte, con garbo e dolore insieme, dal Centro Calabrese di Solidarietà, dall’Unicef regionale e dal più noto sindacato di Polizia. La signora Scaturchio ha subito capito, sensibile anch’ella, si è scusata e corretta. Ma la questione non deve esser chiusa così. É mio atteggiamento culturale, derivante dalle tre vocazioni che ho svolto, e ancora svolgo, nella mia vita lavorandovi in esse. E perciò affermo ciò che segue. Da ogni fatto, anche quello più brutto e fastidioso, da ogni incidente, anche il più dannoso e pericoloso, da ogni errore, anche il più grave, da ogni incomprensione, anche la più equivoca, occorre trarre un utile e una lezione. Ambedue insieme. L’utile è anche di carattere morale. Quando ci si accorge che un qualcosa nel nostro piccolo mondo non vada bene o non sia adatto e opportuno quando non dannoso per le persone, occorre intervenire con i miglior mezzi a disposizione. Denuncia sociale, avvertimento culturale, rigore politico. E morale. Sensibilità umana.

La lezione è quella di imparare da tutto. Sempre. Trasformando in positivo ciò che non lo è stato nei fatti consumati. Di positivo, in questo caso, c’è il dialogo tra le parti, e la comprensione di una, in particolare, delle prevalenti perché inoppugnabili, ragioni dell’altra. L’umiltà di riconoscere l’errore e di correggerlo senza furberie e infingimenti. E pubblicamente. C’è, poi, la lezione più grande, che non riguarda solo i giovani, ma quegli adulti che, chiusi nel proprio “perbenismo” e nei salotti della bella vita della piccola provincia, consumano, e a sacchi di farina, proprio quella cocaina di cui si è inopportunamente parlato.

La lezione che tutti dobbiamo apprendere, educatori e giovani in formazione, è che la lotta alle dipendenze (ogni dipendenza non solo quella dalle droghe) deve essere portata avanti con più forza. E in ogni luogo, dalla casa alla scuola, dalle forze di polizia e giudiziarie, alle cattedre di ogni genere. Contrastando le mafie e i mercanti di morte, che fanno affari con la vita dei nostri ragazzi. E con la sicurezza della società, e dei luoghi in cui si nascondono fragilità e insicurezze, solitudini e abbandoni. Questa brutto incidente, perché non sortisca nuova ipocrisia e non fabbrichi parole già bugiarde, sia l’utile ed educante occasione per dire no alla droga. Anzi, per gridare “la droga fa schifo”. E, poi, “schifo maggiore fa chi la vende, avvelenando il sangue dei nostri figli e fratelli. E bruciando le loro vite. Si chieda da parte dei Comuni e della direzione regionale scolastica, a Isolina Mantelli, la donna immensa, e all’Unicef, come alle associazioni impegnate nel sociale, di impegnare le proprie forze per iniziare il nuovo anno scolastico in tutte le scuole con la loro testimonianza sul valore della vita.

E su come ci si salva dalla droga! Insegnerebbero alla Scuola tanto ancora che, sul tema della vita, ancora non conosce. E quel poco appreso non lo sa insegnare. (fc)

L’OPINIONE / Enzo Comerci: Nicotera, dove la legge è un optional

di ENZO COMERCIDopo le ultime strane elezioni Comunali di giugno, a Nicotera, il sindaco ha provveduto a nominare gli assessori comunali, tre di sesso maschile e uno di sesso femminile, in dispregio della legge. La legge 56/2014, tra l’altro, ha previsto che “nelle Giunte dei comuni con popolazione superiore a 3000 abitanti, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40%”. Pertanto, la legge stabilisce, non il Corriere dei piccoli, che per il comune di Nicotera, la cui Giunta è composta da numero 5 unità – il sindaco e 4 assessori – per come previsto dallo Statuto comunale, essendo il sindaco di sesso maschile la giunta deve essere composta, oltre al sindaco da due assessori di sesso femminile e due assessori di sesso maschile.

Le leggi, che non possono essere applicate a convenienza, sono le norme che devono essere rispettate in un determinato Paese per l’organizzazione della vita in società. Ogni Stato ha le sue leggi che sono emanate dell’organo che detiene il potere legislativo, il Parlamento per la nostra Nazione. 

Il sindaco di Nicotera non è la prima volta che si fa beffa del comma 137 dell’art. 1 della citata legge. Infatti, anche nella consiliatura precedente aveva fatto lo stesso, con l’aggravante della presa per i fondelli agli organi dello Stato, arrivando, addirittura, a fare un avviso pubblico per “trovare” una donna per metterla in giunta. La farsa si era conclusa, con motivazione risibili, senza risultato. Il motivo vero è, così come era in precedenza, che con il rispetto del dettame legislativo si andrebbe a mettere in discussione accordi, interessi, singoli o di cordata, che andrebbero ad alterare equilibri con conseguenze imprevedibili per la strana Amministrazione.

Insomma, per i loro particolari, certamente non nobili, si calpesta la legge dello Stato e, altrettanto grave, si mortificano le donne col tentare di far credere che nel consiglio comunale e nella Comunità Nicoterese non ci siano persone di sesso femminili disponibile e capaci ad essere chiamate a far parte della giunta comunale. La legge va applicata sempre e comunque ma, evidentemente, anche in questa occasione per il sindaco di Nicotera la cosa è solo un optional. La presente viene trasmessa, oltre ai mezzi di informazione anche, a mezzo posta elettronica certificata, al Ministro dell’Interno e al Prefetto di Vibo Valentia. (ec)

[Enzo Comerci è vice coordinatore Provinciale del Movimento Politico Nazionale Indipendenza]

L’OPINIONE / Don Silvio Mesiti: La Varia a Palmi o di Palmi?

di DON SILVIO MESITI – Per la prima volta, dopo decenni, ho vissuto la grande manifestazione della varia, da solo, e da semplice cittadino, lo “spettacolo televisivo”, lontano solo fisicamente, ma insieme alla folla, vera protagonista.

Anche senza responsabilità o ruoli personali diretti nella gestione, psicologicamente e, soprattutto, spiritualmente, ci si può e ci si deve sentire uniti, come ho potuto fare, nella preghiera alla Madonna, insieme a tutto il Popolo, a cui la Festa della Madonna della Lettera e della Varia appartiene in maniera sostanziale ed esclusiva.
Vivendo quest’anno i preparativi, ma anche lo svolgimento, alla luce di una nuova cultura sociale, culturale e soprattutto religiosa, ritengo ci si trovi di fronte ad un serio momento storico di arrivo, ma anche soprattutto di verica, per ripartire insieme, con lo spirito dei nostri padri.
una partenza ricca di speranza, secondo l’invito e l’augurio di Papa Francesco, per il nuovo anno giubilare, fondata sui valori di tutti i palmesi, secondo me, rappresentati dall’animella, dalle bambine che avrebbero voluto coprire questo ruolo, dai bambini e, soprattutto, dai giovani e non, mbuttaturi, che rappresentano nella Varia e nella vita, tutti i cittadini, e tutte le antiche corporazioni,  ma anche le nuove forze  economiche, culturali e sociali.
Sono loro i veri protagonisti, senza dei quali la varia non può Scasare. Insomma ho goduto di sentirmi popolo protagonista ma bisognoso di tutti coloro che con spirito e cultura del volontariato, ogni giorno si impegnino a tirate nella direzione di un mondo più giusto lontano dalle guerre e dalla violenza.
Auguro a rutti ogni bene. (ds)

L’OPINIONE / Santo Gioffré: La circolarizzazione del debito della sanità è tutto meno che una certezza

di SANTO GIOFFRÈ –  Più che annunciare le solite, rituali interrogazioni di fine vacanze estive al Governatore della Calabria attorno alla conduzione della sanità pubblica Calabra, visto il grande potere che ha ed esercita nella sua doppia veste, voi, opposizione al Consiglio Regionale, avete altri obblighi. E gli obblighi, e doveri, verso i Calabresi ignoranti e tenuti dal potere in uno stato di perenne distrazione, sono, ad esempio, il chiedere, in un sistema di contabilità inesistente nei partitari degli uffici economici- finanziari delle Asp fino al 2015 relativi alla assegnazioni non regolarizzate e senza bilanci consolidati da decenni, se è cosa che possa evitare i doppi e i tripli pagamenti di una stessa fattura il fare transazioni, riconoscendo interessi moratori milionari tali da eguagliare la sorte capitale, con multinazionali di factoring o atri soggetti, al fine di saldare i cosiddetti debiti della sanità calabrese, ricorrendo al negotium della circolarizzazione di fatture risalenti, addirittura, al 1996 e seguenti.

O non è cosa esistenziale per non far rimanere la Calabria nel baratro eterno, ricostruire, prima, seguendo la storia della fattura, persino quelle emesse fin dal 1996 e seguenti, il debito e, dopo la totale certezza della evidenza del dovuto, pagare. Perché, capisco l’ostentazione del nulla elevato a marketing televisivo, ma la realtà è che la Calabria è, ormai, senza sanità pubblica, i concorsi per Medici vanno deserti, i pronti soccorsi sono tenuti da 316 ottimi medici cubani che in qualsiasi momenti possono venire a mancare, mentre si continua a pagare alle Regioni del Nord ben 320 milioni l’anno per curare i calabresi.

E tutto ciò è stato causato da quel supposto debito che da 15 anni ci tiene dentro l’inferno del Piano di Rientro e che, probabilmente, è stato pagato tante volte e tantissimi anni fa. Se, negli anni che verranno, visto che nelle deliberazioni la cosa è espressamente prevista, si dovesse scoprire che i moltissimi milioni di euro che si stanno pagando attraverso il negotium della circolarizzazione, non siano dovuti perché frutto di colossali truffe, allora, non saremmo più nel campo delle negligenze o nell’esser stati tratti in inganno, ma ci troveremmo dentro una ben ideata e colossale truffa. E le prescrizioni dei reati da altri commesse o gli alibi dei decreti ingiuntivi o le minacciose istanze degli studi di potenti avvocati non laveranno il tradimento verso i Calabresi e la Repubblica.
No, non lo laveranno! (sg)

L’OPINIONE / Sergio Dragone: Nella guerra sull’autonomia, chi si schiererà Roberto Occhiuto?

di SERGIO DRAGONEE ora che è scoppiata la guerra tra i Governatori sull’autonomia, con chi si schiererà Roberto Occhiuto? La domanda sorge spontanea dopo le ultime mosse compiute dalle Regioni per contrastare (o sostenere, a seconda dei punti di vista) la legge Calderoli che trasferisce all’autonomia regionale importanti materie finora concorrenti con lo Stato. 

E mentre Sardegna, Toscana e Puglia, nelle ultime ore hanno formalizzato il ricorso alla Corte Costituzionale per ottenere la cancellazione, totale o parziale, della legge, il presidente del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che presenterà un controricorso. Si profilo dunque anche un conflitto molto acuto tra le Regioni.

Ho molto apprezzato, per la sua fierezza, il discorso della presidente della Sardegna, Alessandra Todde, che pure avrebbe potuto infischiarsene vista la “specialità” della sua Regione.

Riporto testualmente un passaggio della sua dichiarazione: «Sono orgogliosa che la Sardegna sia capofila in questa battaglia, in difesa di chi ha di meno e contro la volontà di questo governo di aumentare una disparità inaccettabile tra i territori. La Sardegna non può tollerare una legge che favorisce le Regioni più ricche, a discapito dell’equità e della solidarietà nazionale oltre che delle prerogative costituzionali che ci sono state riconosciute attraverso il nostro Statuto. Stiamo lottando per garantire che ogni sardo e ogni cittadino italiano siano trattati con la stessa dignità e avere le stesse opportunità, ed è nostro dovere opporci a scelte politiche che indeboliscono il nostro Paese, vorrebbero silenziare le Regioni più povere e metterci gli uni contro gli altri».

Un manifesto dell’unità nazionale, quello di Todde, che è difficile non condividere. E l’appartenenza politica della presidente sarda non c’entra nulla con l’alto valore, oserei dire “patriottico”, di un richiamo forte a tutti gli italiani.

Diventa ora interessante comprendere l’atteggiamento che vorrà assumere il Governatore calabrese che sembra sospeso tra la fedeltà al centrodestra e le forti preoccupazioni per gli effetti che potrà avere sulla martoriata Calabria una legge che è destinata ad aprire forti disparità soprattutto in materia di sanità e istruzione. Alle dichiarazioni pubbliche, molto critiche verso la Calderoli, non sono seguiti atti concreti in sede istituzionale. Anzi, abbiamo assistito ad una melina che tende a rinviare più che possibile ogni decisione, in attesa degli eventi e degli sviluppi.

Occhiuto capisce bene che se il referendum si terrà (e sarà difficile per la Consulta dire no ad un milione di firme) ci sarà uno tsunami in Calabria e dunque la sua leadership ne uscirebbe molto indebolita. Non vorremmo essere nei suoi panni. Anche perché un atteggiamento “neutrale” gli procurerebbe l’ostilità di entrambi gli schieramenti in campo e le sue pubbliche perplessità sulla legge apparirebbero solo posizioni strumentali. Si capirebbe di più una posizione favorevole all’autonomia che una tattica attendista. Si dice, giustamente, che se pretendi di piacere a tutti (o meglio non scontentare nessuno), finirai per non piacere a nessuno. E qui c’è in gioco non una semplice partita politica, ma il futuro di una terra che – se dovesse andare in porto questa legge iniqua – rischia la desertificazione entro un decennio. (sd)

L’OPINIONE / Claudio Venditti: Posticipare rientro a scuola non risponde a esigenze didattiche degli studenti

di CLAUDIO VENDITTI – La discussione e anche le polemiche si sono accese sul mese di rientro a scuola, ma posticipare l’inizio delle attività didattiche ad ottobre non risponde né ad esigenze didattiche, né al mondo in cui vivono gli studenti di oggi. Da un punto di vista didattico, spostare al 1° ottobre significa rinunciare a quel tempo, in genere di due settimane, che serve per riannodare il percorso con l’anno precedente. Molto spesso, settembre è dedicato ai recuperi per chi è rimasto indietro o alla ripresa di temi e concetti fondamentali per gli anni successivi. Si  tratta di due settimane fondamentali per la socializzazione e, in molti casi, per l’adattamento in classe di bambini e ragazzi che iniziano un nuovo ciclo scolastico.

Semmai, sarebbe opportuno variare le attività didattiche del primo periodo, pensando ad attività sul territorio o ad uscite didattiche. Puntare sul qualificare le relazioni tra gli studenti e quelle tra scuola e territorio. Poi c’è il fattore sociale: il mondo in cui vivono i bambini e i ragazzi oggi non è più come una volta. Da decenni la scuola, giustamente, è l’attività principale dei bambini e dei ragazzi. È il loro “lavoro”. Garantire luoghi sicuri e accoglienti non è una questione di clima o di mesi, ma di visione: se la formazione integrale della persona, così come prevista dalle Indicazioni nazionali, è la priorità per il Paese, bisogna intervenire sui problemi strutturali degli edifici, sugli spazi, sull’articolazione delle attività, ma i ragazzi, soprattutto i più fragili, hanno il diritto di vedersi garantito un periodo scolastico congruo, che, in Italia, non può avere durata inferiore ai 200 giorni di attività didattica.

Ciò che preoccupa in questo periodo dell’anno oltre all’irrisolto tema dei costi per le famiglie riguarda, ci auguriamo che non avvenga, l’imbarazzante avvio a singhiozzo delle attività didattiche: i supplenti vengono nominati sempre in ritardo, provocando disagi agli studenti e alle scuole. Già con l’inizio della scuola a settembre, non si riesce, molto spesso, ad avere orario completo e definitivo prima di novembre. Con un inizio ad ottobre, significherebbe non riuscire a cominciare seriamente prima di Natale.

Le famiglie perciò chiedono che la formazione e l’istruzione debbano essere sempre di più centrali nella formazione della persone. Personale giusto, pronto ad avviare la scuola fin dal primo giorno ed edifici a norma, sicuri ed accoglienti capaci di permettere lo sviluppo dell’anno scolastico in un arco di tempo più dilazionato rispetto ad oggi. (cv)

[Claudio Venditti è presidente del Forum Associazioni Familiari Calabria]

L’OPINIONE/ Giovanni Papasso: Recuperiamo il progetto di creare un’area vasta della Sibaritide e del Pollino

di GIOVANNI PAPASSO – Prendo atto con grande piacere che si è tornati a parlare di riassetto istituzionale della Sibaritide. Da tempo, infatti, sto proponendo la creazione di un’area vasta della Sibaritide e del Pollino.

Parto nella mia analisi ricordando a tutti come questa proposta non sia nuova. Diversi anni fa ci fu un grande dibattito serio e serrato sul tema, nella Sibaritide e nel Pollino, quando si discusse della possibilità di creare la provincia di Rossano o di Castrovillari. Chi ci ha proceduto lavorò molto sulla questione arrivando anche ad una sintesi tra le due proposte. In tal senso, infatti, ricordo anche una riunione congiunta di trenta consigli comunali in cui si lavorò a questa sintesi confluita in uno studio approfondito.

Poi in Parlamento non si ebbe fortuna perché fu molto più facile elevare a provincia Vibo e Crotone che avevano molti più rappresentanti alla Camera e al Senato. Quello studio, quel lavoro, però, non deve perire, non deve essere abbandonato, lo dobbiamo utilizzare implementare, emendare e aggiornare, rinnovarlo per molti aspetti ma non deve andar perduto perché è stato frutto di impegno e sacrificio di tanti rappresentanti istituzionali che di fronte a questa proposta si trovarono di comune accordo lavorando insieme. Proprio oggi che se ne è tornato a parlare si può tirare fuori quel lavoro e aggiornarlo rendendolo attuale per farlo diventare la base di un discorso ancora più ampio e condiviso.

Di riassetto istituzionale ho parlato diverse volte ma, purtroppo, questa mia proposta viene fatta puntualmente cadere nel vuoto. Abbiamo anche condotto una campagna elettorale per le scorse Politiche, mi sono candidato e tentai proprio di alzare il livello del dibattito proponendo la creazione di questa area vasta (prevista dalla cosiddetta Legge Delrio 56 del 2014) che comprendesse sia la Sibaritide che il Pollino e che si estendesse fino al Crotonese (e comprendente chiaramente l’Alto Ionio) per proporre soluzioni ai grandi problemi, come quello dei trasporti, che attanagliano tutto questo territorio ma, soprattutto, problemi legati allo sviluppo e al futuro per evitare che i nostri giovani possano continuare a scappare.

Purtroppo, fino ad ora, spiace notare come la discussione sia stata piuttosto scarna. Ho ricevuto anche i componenti del Comitato Magna Graecia, che propongono l’istituzione della nuova provincia della Sibaritide e del Crotonese, e nel corso dell’incontro, ho suggerito come un riassetto istituzionale sulla Fascia jonica cosentina, nell’Alta Calabria, deve avere dentro necessariamente l’area del Pollino atteso che il comprensorio Pollino-Sibaritide può dare ampio respiro dal punto di vista sociale, culturale, ambientale, naturalistico, e, premesso che, per quanto mi riguarda, il Pollino e la Sibaritide rappresentano il grande tradito di tutti i governi che sono succeduti nel Paese perché non c’è mai stata grande attenzione per quest’area. Basti pensare a quello che sta succedendo per l’alta velocità: c’era stato garantito (ed era stato anche indicato nelle prime ipotesi progettuali) che sarebbe arrivata a Tarsia ma poi non se ne è fatto più niente. Questa parte della Calabria, dunque, la si vuole lasciare sempre nella precarietà oltre che istituzionale ed economica anche dal punto di vista dei trasporti.

Oggi si parla della Provincia della Sibaritide: una proposta importante che riaccende la questione del riassetto istituzionale in quest’area soprattutto dopo la nascita del Comune unico di Corigliano-Rossano che, voglio ribadirlo, è un fatto importantissimo perché ha creato la terza città della Calabria però se questa città non si apre al territorio, non prevede un coinvolgimento dei comuni viciniori rischia di isolarsi rispetto a tutto il resto ed è un rischio che non si deve assolutamente correre.

In questa fase è d’obbligo rilanciare la proposta della Provincia della Sibaritide e del Pollino: lo studio a cui mi riferivo poche righe sopra corrispondeva anche ai dettami di quella che era l’allora Legge 142. Tanti consigli comunali si espressero favorevolmente rispetto al lavorare insieme all’interno di questo comprensorio importante e io credo che nuovamente, se proprio vogliamo ri-parlare di questo riassetto istituzionale nell’Alta Calabria, non possiamo non mettere insieme il Pollino e la Sibaritide.

Sono tante le cose che ci uniscono: il Parco archeologico di Sibari, al Museo archeologico nazionale della Sibaritide, alle Riserve naturalistiche del Crati, al Parco del Pollino, con tutta la sua flora e la sua fauna, il mare, l’ambiente dove nidificano, peraltro, la cicogna bianca e la caretta caretta, io credo che debbono rappresentare un tutt’uno e rivendicare maggiore attenzione nei confronti di chi ci governa sia a livello regionale che nazionale perché le nostre comunità si stanno spopolando, i ragazzi, i giovani, i nostri talenti vanno via e non tornano più. Allora il riassetto istituzionale deve significare mettere in campo un nuovo modello di sviluppo economico concreto, uno sviluppo sia a livello sociale, culturale, imprenditoriale per far sì che i nostri figli non debbano più partire e questo comprensorio possa guardare al futuro con più fiducia e con una nuova speranza.

Io credo che ci siano le condizioni per mettere insieme la Sibaritide e il Pollino. Il mio comune sta in una posizione baricentrica tra le due aree e, senza arroganza o primogeniture che sarebbero inutili e improduttive, si candida a lavorare per metterle insieme. Questa che propongo e lancio è soltanto una attività istituzionale mirata a far sì che i due comprensori possano parlarsi tra di loro, organizzarsi e, soprattutto, chiedere il riassetto istituzionale attraverso la creazione della Provincia della Sibaritide e del Pollino ma, soprattutto, nuove e maggiori attenzioni in generale a chi li ha sempre traditi. Mai un intervento serio, mai un intervento concreto di sviluppo, mai un intervento di rilancio. Ci sono problemi, oltre che di trasporti, di sanità. Il fatto che siamo esclusi dall’alta velocità significa che più di metà regione è esclusa da quello che dovrebbe essere un diritto imprescindibile e cioè quello della mobilità.

Facciamo bene a parlare di riassetto istituzionale, facciamo bene a parlare di nuova provincia sperando che ci siano le condizioni, forse, nell’ambito della nuova legge che si sta discutendo in Parlamento e che prevede nuovamente le elezioni dirette del presidente della Provincia e del consiglio provinciale dopo la bocciatura della soppressione delle Province operata dagli italiani con il referendum. In questa fase noi dobbiamo essere puntuali, non dobbiamo essere arroganti ed esercitare il bene della comunità e se vogliamo farlo dobbiamo lavorare per mettere insieme questi due comprensori che, di fatto, sono già un tutt’uno, per dargli speranze e prospettive future. Non lo dobbiamo fare per ottenere un vuoto pennacchio ma per ottenere fondi, investimenti e quel riconoscimento che quest’area ormai attende da troppo tempo.

Gli slogan servono ma ora serve lavorare concretamente nuovo entusiasmo che oggi manca ed è il motivo per cui anche i nostri giovani ci lasciano e vanno via. (gp)

[Giovanni Papasso è sindaco di Cassano allo Ionio]

L’OPINIONE / Anna Pittelli: È urgente approvare la proposta di legge per il Reddito di Dignità

di ANNA PITTELLIL’approvazione della proposta di legge regionale per l’istituzione del “Reddito di dignità” elaborata dal consigliere Raffaele Mammoliti, d’intesa con il gruppo consiliare regionale e condivisa dalla segreteria regionale del Partito Democratico della Calabria, diventa sempre più urgente ed opportuna, anche alla luce degli ultimi dati diffusi dall’Istat sulla povertà assoluta e relativa delle famiglie e delle persone nella nostra regione.

Il tema del diritto al reddito e delle politiche attive del lavoro ad esso connesse, infatti, rappresentano un tema cruciale per la vita economica e sociale della Calabria. Lo smantellamento del reddito di cittadinanza ad opera del Governo nazionale ha, infatti, sguarnito le politiche sociali a tutela e a difesa delle persone più fragili, emarginate e bisognose di attenzione e protezione.

L’approccio punitivo e vendicativo del Governo nazionale che ha privato migliaia di calabresi non solo del reddito, ma anche di politiche attive per il lavoro efficaci ed in grado di incidere in positivo sui livelli di occupazione, ha disseminato e continua a disseminare povertà e disperazione, senza riuscire al contempo a mettere in campo diverse ed altre misure di sostegno al reddito ed all’occupazione. La guerra scatenata dal governo Meloni non alla povertà, ma ai “poveri” di questo Paese, sta producendo, infatti, guasti sociali enormi e sacche di vera e propria emarginazione sociale che stanno minando la coesione sociale oltre che i principi costituzionali di solidarietà ed uguaglianza. Anche la distinzione fra “occupabili” e “non occupabili” è risultata essere uno strumento retorico vuoto ed odioso dal momento che l’occupabilità va misurata sull’offerta reale di lavoro e non sul concetto di idoneità al lavoro.

Al tempo stesso la mancanza di programmazione economica e di politiche industriali di medio e lungo periodo non consentono di attivare politiche attive del lavoro capaci di orientare la domanda e metterla in sintonia con le richieste del mercato.

Questo circolo vizioso e sterile va spezzato ora, prima che le famiglie calabresi vengano del tutto travolte da questa spirale di desertificazione reddituale e lavorativa. 

Per questo motivo, chiediamo alle forze politiche presenti in Consiglio regionale di procedere con passo spedito alla approvazione della proposta di legge regionale in materia di reddito di dignità, elaborata dal Partito democratico. E’ necessario e non più procrastinabile dare reddito alle famiglie calabresi più fragili ed attivare percorsi di formazione ed orientamento al lavoro efficaci ed in grado di sostenere l’incrocio tra domanda ed offerta di lavoro, favorendo l’acquisizione di nuove competenze e professionalità che sono già richieste per l’attuazione dei due grandi pilastri europei quali la transizione verde e digitale.

Non abbiamo altro tempo da perdere. Il centrodestra calabrese, guidato dal Presidente Occhiuto, ha l’ennesima occasione di mettere al centro del proprio agire politico l’interesse dei calabresi e non quello della propria coalizione politica. Visti i precedenti in materie fondamentali, come la sanità e l’autonomia differenziata, in cui la destra ha preferito la propria parte politica all’interesse della Calabria, non ci facciamo illusioni e siamo ben consapevoli della sfida che ci attende, insieme a tutte le forze politiche, sociali e sindacali di questa regione, anche sul tema del reddito di dignità e del lavoro.

Tuttavia, di fronte ad emergenze sociali di questa portata non possiamo esimerci dal richiamare le forze della maggioranza all’assolvimento dei propri doveri politici ed istituzionali, dichiarandoci pronti, in quanto forza politica matura e responsabile al servizio esclusivo dei calabresi, a voler collaborare con tutti e tutte su temi di interesse generale, a cominciare dall’approvazione della proposta di legge regionale su reddito di dignità. (ap)

[Anna Pittelli è responsabile Lavoro e Welfare della Segreteria regionale del PD]

L’OPINIONE / Franz Caruso: L’emergenza sanitaria è anche questione di ordine pubblico

di FRANZ CARUSO – Non c’era certo bisogno della classifica  di you trend per sapere che il sistema sanitario calabrese è all’ultimo posto per servizi erogati. Il dato ormai intollerabile è quello che non vengono garantiti i Livelli essenziali di assistenza. Un dato drammatico, emergenziale, che non si riesce  ad invertire, aggravato dal notevole aumento  delle criticità che mettono a rischio la sicurezza nei presidi sanitari territoriali ed ospedalieri. Una situazione a dir poco allarmante.

Sebbene un Sindaco non abbia competenza per  intervenire direttamente, nella mia responsabilità ritengo doveroso e necessario lanciare un forte grido d’ allarme, che auspico possa essere ascoltato ad ogni livello istituzionale. Avverto il dovere di difendere il diritto alla salute dei miei concittadini e, per quanto mi riguarda, non intendo arretrare di un millimetro nel vigilare e monitorare  una condizione di assoluta disumanità, che nega il diritto alla salute soprattutto ai più deboli e crea forte allarme sociale. Difronte al fallimento della gestione commissariale governativa, interpretata dal presidente della Regione, on. Roberto Occhiuto, chiedo, pertanto, al prefetto di Cosenza di farsi carico di indire un vertice straordinario delle forze preposte a garantire i livelli minimi di sicurezza e di assistenza sanitaria nel territorio di propria competenza.

Oltretutto, non sfugge a nessuno che in Calabria la questione sanitaria sia divenuta ormai anche una questione di ordine pubblico. Siamo in presenza di una situazione emergenziale che non può più essere sottovalutata. Le nostre comunità non possono più aspettare. (fc)

[Franz Caruso è sindaco di Cosenza]

L’OPINIONE / Franco Cimino: Di Massimo Nisticò, di “Nemeless” e un po’ di me, da Soverato

di FRANCO CIMINO – L’oceano! Cos’è l’oceano? Il dizionario dice essere “le più vaste distese acquee del globo”.

Un oceano, invece, è un mare nel quale tutto si perde per essere ritrovato. Ci si perde per ritrovarsi. Ieri sera (martedì 20 agosto ndr), a Soverato, nella bella cornice di un piccolo e ancor più stretto vicolo del breve e ancor più stretto Corso, sotto l’egida della piccola e graziosa libreria “Non ci resta che leggere”, elegantemente gestita da due giovani donne, che i libri li vendono ma anche li leggono, si è tenuta una nuova presentazione di Nameless, il libro di Massimo Nisticó, ormai divenuto record di vendite, ma, assai di più, di partecipazione della gente. Sempre letteralmente una folla, quando circola notizia che in quel dato luogo e giorno e ora, vi sarà Massimo Nisticó a parlarne che se non arriverai un po’ prima neppure in piedi te lo puoi gustare. Ieri a Soverato, tanta altra gente.

I passeggiatori si fermavano e vi restavano, bloccati nel passaggio da quegli spettatori che allungavano la fila fin dopo l’inizio del vicolo. Sul Corso del passeggio e degli acquisti nei bei negozi. E degli sguardi nelle luminose eleganti vetrine. Io ne sono un diretto testimone, avendone, di questi incontri “nisticoiani”, perso soltanto uno. E, ieri che per impegni personali intrasferibili, ci sarei dovuto restare non oltre i primi minuti, mi sono incollato alla sedia e non l’ho lasciata più tra le mille foto che ho fatto a lui e le veloci dita della mano a pigiare sui tasti del mio telefono per trattenere qualche pensiero dei tanti che l’autore dispensava. A sollecitarlo o a “solleticarlo” c’era quel marpione di intellettuale e dirigente della Rubbettino, Antonio Cavallaro, che, sapientemente, tra il “non dirvi del libro perché dovete leggerlo”, e lo stupore di quella bella vista( quasi un corpo unico, scrittore e il suo pubblico) centellinava “domandine” danzanti tra quelle del parroco di campagna e quelle del professore di letteratura all’Universita di Harvard. Pane buono per i denti di Massino, che già parla a vederlo, con l’eleganza del suo vestire e la bellezza della sua persona. Due domande in una. Queste me le faccio io. La prima: «perché io partecipo sempre alle presentazioni di Nameless? Oh bella questa – direbbe taluno – é amico tuo!».

Sì, è un mio amico. Grande e vero. Come pochi ne ho avuti nella vita, visto i risultati, diciamo, complessivamente relazionali. Quelli pratici nell’amicizia. Il piacere di dare reciproco, cioè. E senza interessi e condizioni. Amare é donare. Con gioia. Ma non divaghiamo. Sì, l’autore di Nameless è un mio amico. Ma non quello che si incontra tra i banchi di scuola o nello spazio del gruppo dei pari. O nel lavoro o in quanto lungamente vicini di casa. Massimo mi é amico in conseguenza del suo essere ciò che ho conosciuto. Da pochi anni. L’uomo di fede sincera, che ho visto cantare e pregare, ovvero cantando pregando, nella Chiesa della mia parrocchia. Dal fondo della navata mi attirava una voce graffiata e quello strano carezzare con forza straordinaria una chitarra, che emergevano dalle altre voci e chitarre. Mi colpivano di curiosità e piacere immediato, quei canti-canzoni un po’ Te Deum e un po’ rock acceso, molto Beatles e parecchio Rolling Stone.

Avvicinatomi, l’ho visto. Tornato al mio posto, ho atteso che uscisse a Messa finita. Mi intenerisce un’immagine che è rimasta sempre uguale negli anni a seguire. Cammina mano nella mano con una donna bellissima. Come lui. É Barbara, la moglie, che gli sta sempre accanto e non gli ritira mai lo sguardo dai suoi occhi. Si siede in prima fila, e non lascerebbe quel posto forse neppure al Papa. Se lo deve guardare tutto, quel suo uomo, per proteggersi e per proteggerlo. E per prendere ciò che ogni volta quell’anima di oceano ne tira fuori una più delle parole che crea. Più bella del pensiero più bello del convegno precedente.

Anche ieri è stato così! Che bello, l’Amore che si materializza anche con una fotografia e poi si muove fin dentro le profondità luminose dell’immenso mare. Ma chi è questo qui, che veste sempre in abito elegante, preferibilmente “spezzato” e con originalità ancora più straordinaria quando fonde stili diversi, che poi confonde nel tutto nuovo di colori che neppure il più fantasioso stilista contemporaneo impiegherebbe nelle sue proposte? Quell’uomo bello, che,sotto quegli abiti indossa camicie belle e stiratissime, e al collo, non poche volte, la cravatta farfalla, chi era? Lui era ciò che ha iniziato a essere probabilmente dai primi anni scolatici e che è rimasto sempre. Un medico di valore. Un chirurgo capacissimo. Un curatore dei mali fisici. Un salvatore di vite umane. Un uomo di scienza. Ho iniziato così il mio cammino verso l’amicizia sua. Che si arricchisce in me della sua profonda vasta cultura.

Che già si può saggiare quando ti spiega una malattia o una cura, come più volte ha fatto in altre convegnistiche di tipo scientifico, o come riportano molti suoi pazienti. Spiega il fenomeno o il fatto, umanizzandoli con profili culturali umanistici che vanno dalle citazione dei filosofi alle brevi frasi di poeti e scrittori. Senza mancare un qualche riferimento ai musicisti più grandi, perché non c’è un pensiero di Massimo che non si accompagni alla musica. Anzi, se non è un pensiero musicale. Ché il lui ogni armonia, probabilmente da quella celeste, é suono. Musica. Canto. Ed è poesia, quando quell’armonia disegna le sue parole. Non ci vuole la zingara della canzone napoletana, per indovinare che quell’uomo è una rara figura di scienziato e umanista insieme. Studioso delle leggi ferree delle provvisorie certezze e, nel contempo, inventore di verità effimere in cerca della Verità che non raggiungerai mai dal reale. Massimo Nisticó, l’intellettuale intenso e il ricercatore di laboratorio. Un maestro del pensiero globale nella libertà di produrne di molteplici e diversi, talvolta contrastanti. E anche contraddittorio nella fase che precede la sintesi, come nel filosofo che amerà molto. O nella Trinità, cui per fede egli è molto legato da un convincimento inossidabile. E incorruttibile. Ecco, io partecipo alle presentazioni dei suoi libri e a queste numerose di Nameless per ritrovare ogni volta quest’uomo bello. Questa personalità alta. Quest’intellettuale intenso. Questo maestro che parla e fa lezione su tutto. E non perché sappia tutto, che è certezza bugiarda degli stupidi e dei presuntuosi. Ma perché in questi incontri lui cerca le domande sospese per interrogarsi con le domande dei convenuti.

Massimo è un cercatore di cose vere. E belle. Perché verità e bellezza esistono anche qui. In ogni verità che è bellezza. E in ogni bellezza risultante del vero. Quel maestro insegna cose ogni volta nuove e io ascolto e apprendo. Ecco perché ci vado sempre. Per ascoltare di un libro che ho letto quando era ancora fresco d’inchiostro e non lo ricordo. E non per difetto di memoria, che tra l’altro c’è, pur se in questo caso lo annullerei recitando, distante dal testo, parola per parola. Non lo ricordo perché a ogni presentazione, a ogni suo raccontare, a ogni commento e lettura di chi ne dice, c’è un altro Nameless. Non diverso o contrastante, ma nuovo e altro rispetto al precedente. «Ma perché c’è sempre più tanta gente ai suoi incontri sul suo libro? ». É la seconda domanda. Molti ci vanno perché conoscono Massimo, poco o molto. Altri, perché gli sono amici più di quanto lo sia io. Altri ci vanno perché hanno sentito parlare delle sue lezioni. Altri perché hanno sentito parlare di Nameless.

Non pochi vi accorrono perché hanno letto il libro e ne vogliono sentire e parlare. Altri ancora perché, se ne saranno convinti, faranno ciò che non è facile di questi tempi magri per chiunque, acquistare un libro. Pertanto, quel libro. Infine, io credo che tutti, in quella folla, ci andiamo per lo stesso motivo, navigare nell’oceano. E chi ne ha più capacità e forza, immergersi in esso. Navigarlo, entrare nelle sue profondità, sperando di perlustrarlo tutto e consapevoli che non potremo che farlo se non per una sola goccia, sia pure un milione di volte diversa. E, tuttavia, navigarlo, nuotarlo, fino a quando non ci saremo fermati per stanchezza. Perché quel navigare è il futuro che abbiamo dimenticato nel ritorno continuo a un passato che ci rattrista. Mentre ci intimorisce nell’oggi che non lo richiama se non nelle diverse forme di violenza che, a partire da quell’undici settembre duemilauno, si materializzano ovunque. In particolare, nelle guerre che non hanno tregua. Il nostro oceano è il futuro che inizia adesso e che sarà più sereno se oggi affronteremo con sensibilità nuova il dovere della genitorialità, superando l’angosciosa ricerca di paternità nel meccanismo biologico del generare. Ché questo mondo, parimenti ai figli che lo continueranno, ha bisogno di padri che lo salveranno. Oggi. Anche dalle proprie colpe.

Una, quella di aver “gettato” nell’arena, che loro stessi hanno lasciato alle nuove belve di perbenismo mascherato, lasciandogli credere (ai figli) che il mondo sarebbe stato quello che loro(i genitori), hanno sognato. La nuova genitorialità è nel generare oltre la corposità in ciò che crediamo di aver creato. Noi creati “a immagine e somiglianza di Dio”, come dice il Catechismo che abbiamo imparato da piccoli. Creato, noi, con l’idea che sia nostro, il figlio. E nostro di possesso, che ci appartenga per sempre. Quell’angoscia di procreare, per sentirci forti. Per lasciare tracce di noi sulla terra. Per prolungare, errando, la nostra vita oltre il tempo che sia finita. Invece, la genitorialità, specialmente nella paternità, è responsabilità. Verso il mondo. E verso noi stessi, che abbiamo il dono di creare cose nuove. Nuove sensibilità. Nuova coscienza. Nuovo senso di appartenenza alla sola “razza” che ci sia, quella umana. Nuova presenza oblativa nel presente, che tragga dal passato le migliore testimonianze per il migliore avvenire. E del presente usi la forza stessa dell’energia che diviene. Come il giorno dalla notte. La luce dalla non luce. Per costruire il futuro dal presente. Un futuro buono. Quello in cui noi non ci saremo, ma i nostri infiniti figli vivranno. Nella Pace, che è il leggero approdo dell’ inquieto esaltante navigare.

E la Donna? La Donna, per quanto talvolta si trovi sofferente sul tema, non ha bisogno di generare quando non può biologicamente anche se la scienza ormai ha raggiunto livelli di “creatività”sorprendenti. Talvolta, spaventevoli. Lei è Donna. É bellezza e forza. Sempre. É madre. Sempre. E figlia sempre della propria madre. É conservazione del passato e, insieme , promessa non ingannevole del futuro. Il futuro che dobbiamo tutti cercare. E cercare pensandolo, dopo averlo sognato. E progettandolo, carta e penna alla mano, se vogliamo che arrivi piano e amichevole. E non come un incidente della storia umana. Ma andare verso di lui, significa mettersi in viaggio. E quale viaggio si possa desiderare più avvincente se non quello per l’oceano mare? É il viaggio che tutti desidereremmo fare, senza punto di partenza. Senza quello d’arrivo. Anche senza meta. Un viaggio alla ricerca dell’Io che abbiamo lasciato per strada. In quel percorso sconosciuto che ci ha reso tutti anonimi. Anche quando ci siamo ritrovati accanto agli altri, come noi.

Che invece di comunità pensosa di sé, pensante il pianeta e ciò che lo copre, si lascia trasformare, da un potere ancora più anonimo, in folla priva di un qualche riferimento identitario. Folla allo stadio. Folla nei comizi senza contenuti. Folla dispersiva nelle piazze virtuali della rete. Il viaggio verso l’oceano nostro personale, è l’incontro con noi stessi e con l’altro da noi, diverso e simile a noi. Anche questo mare profondo non ha porti e nessuna sicurezza, perché all’Io riscoperto resta il dovere di continuare a viaggiare. A cambiare restando sé stesso. Per cambiare il mondo senza privarlo della sua natura e delle sue ragioni. Tutto questo è il libro. Un oceano da navigare.

Il proprio di chi legge. Più di tutto questo è Nisticó, che, infatti, si stupisce sempre ogni volta che, ripensandolo o rileggendolo con gli occhi degli, ne scopre nuovi significati. E nuove domande. Alla fine di non so quante pagine oltre le duecento, il lettore alla domanda finalmente postasi “ io chi sono? Qual è il mio nome?” si risponde ad alta voce: «Io sono ciò da cui provengo, il luogo in cui vivo. Sono la direzione del mio andare. Il mio nome è…». Nemelles non ti regala nulla. E non inventa. Non crea da ciò che non è. Ti fa soltanto ritrovare. (fc)