Ricorso sul Pnrr del Governo, Nucera: Commissione Europea ha inoltrato il ricorso al Servizio Interno competente

Giuseppe Nucera, presidente de La Calabria che vogliamo, ha reso noto che in merito al ricorso presentato dal Movimento relativo al Pnrr elaborato dal Governo italiano con misure fortemente penalizzanti nei confronti del Sud, la Commissione Europea, attraverso una comunicazione ufficiale, ha reso noto di aver inoltrato il ricorso al Servizio Interno competente.

«Le nostre istanze – ha detto Nucera – sono state comprese e recepite dall’Unione Europea, è un primo riconoscimento che ci permette di essere ottimisti. Le criticità presenti all’interno del Pnrr elaborato dal Governo italiano sono evidenti e penalizzano in modo oggettivo il Mezzogiorno. Dall’Unità d’Italia sino a oggi, il Sud è stato saccheggiato delle proprie risorse, comprese quelle immateriali».

«La Commissione Europea – ha proseguito –  attraverso le linee guida con le quali ha stabilito la distribuzione delle risorse del Recovery Fund, ha evidenziato in modo netto e perentorio la volontà di ridurre la forbice che separa le regioni più arretrate rispetto a quelle più evolute. Per queste ragioni l’Europa ha assegnato all’Italia 209 miliardi del Recovery Fund. Al Mezzogiorno però, in base ai criteri di ripartizione Ue (popolazione, inverso Pil pro capite, tasso di disoccupazione media degli ultimi 5 anni) spetta circa il 68% dei 209 miliardi destinati all’Italia, invece del 40% assegnato».

«Nei prossimi decenni –  ha detto ancora Nucera – è previsto uno sviluppo sostanziale dei mercati e dell’economia del continente africano, in questo scenario il Sud Italia diventa più che mai importante, piattaforma strategica e punto di collegamento con l’Africa. Per rivestire questo ruolo chiave però, il Mezzogiorno ha bisogno di opere e investimenti: Ponte sullo Stretto, Alta Velocità, porti, aeroporti e autostrade, con particolare riferimento alla trasversale di collegamento tra Tirreno e Jonio. Sono questi i pilastri che possono e devono guidare il rilancio del meridione, in una fase storica così unica e irripetibile come quella che stiamo attraversando». 

«Il movimento ‘La Calabria che vogliamo’ – ha concluso – proseguirà la propria battaglia, convinta delle proprie ragioni e ancora più determinata alla luce della risposta ricevuta da parte della Commissione Europea. Forse, grazie alla sensibilità di una Commissione Europea attenta e lungimirante riguardo le potenzialità di avere un Mezzogiorno all’avanguardia, è arrivato il momento per il Sud Italia di ricevere finalmente quanto dovuto». (rrm)

La sottosegretaria Dalila Nesci: Dal Pnrr 11,2 miliardi per alta velocità al Sud

La sottosegretaria per il Sud, Dalila Nesci, ha reso noto che «il Pnrr prevede, nell’ambito della Missione 3 dedicata alle ‘Infrastrutture per una mobilità sostenibile’, un investimento di 11,2 mld complessivi specificamente destinato ai collegamenti ferroviari ad alta velocità verso il Sud per passeggeri e merci a lunga percorrenza, che include interventi sulla Salerno-Reggio Calabria», che «rappresenta una delle infrastrutture più rilevanti per i collegamenti nazionali – nonché europei – e lo strumento indispensabile per lo sviluppo del Sud».

Tali finanziamenti, ha specificato la sottosegretaria Nesci, «sono finalizzati ad assicurare un’alta velocità effettiva e riguardano prioritariamente tre progetti: il tratto Battipaglia-Praia a Mare, che seguirà il tratto autostradale onde evitare un impatto sulla costiera del Cilento e offrendo al contempo uno snodo importante sulle direttrici Nord/Sud ed Est/Ovest; il tratto Praia a Mare-Tarsia, per offrire uno snodo verso Sibari e la tratta Jonica; la nuova galleria ferroviaria tra Paola e Cosenza».

«Da Paola in giù – ha proseguito la Sottosegretaria – è a mio avviso auspicabile investire sulla riqualificazione dell’attuale linea ferrata costiera, adeguandola all’alta velocità, piuttosto che idearne una nuova nell’entroterra. È, inoltre, necessario intervenire sulla dorsale Jonica, attraverso opportuni interventi di elettrificazione nonché di sistemazione idrogeologica di diversi tratti che passano sulla fascia costiera, da finanziare con risorse europee, nazionali e regionali». (rrm)

SUL PONTE CHIESTO DIBATTITO PUBBLICO
NON BASTANO 50 ANNI DI STUDI E PROGETTI

di ROBERTO DI MARIA – Il Ponte sullo Stretto di Messina suscita da sempre discussioni. Un dibattito pubblico che si trascina da oltre 50 anni, ovvero da quando si aprì quel famoso concorso di idee (1969) che portò alla individuazione delle principali soluzioni tecniche per l’attraversamento stabile, dando il via creazione della società concessionaria della sua costruzione, la Stretto di Messina s.p.a. (1981), e quindi alla scelta tipologica, già orientata decisamente verso il ponte a campata unica nel 1988. A decisione presa, come sappiamo, il dibattito non è mai del tutto cessato ed è proseguito anche a progetto preliminare approvato (2003) ed appaltato (2005) con particolare accentuazione durante le frequenti campane elettorali, politiche, amministrative od europee che fossero.

Se ne è continuato a discutere nel 2011 dopo l’approvazione del progetto definitivo e la “caducazione” voluta dal governo Monti nello stesso anno, nonché negli anni successivi, in piena epoca grillina, fino all’attuale governo Draghi.

Tuttavia, un giorno si e l’altro pure, il Ministro per le infrastrutture e la mobilità sostenibile, Giovannini, ci ricorda occorre urgentemente avviare un dibattito pubblico sull’opera. Non subito, per carità: occorrerà aspettare gli studi sulla soluzione da attuare a seguito della pubblicazione della relazione ministeriale dei 16 esperti, che ci hanno messo 9 mesi a valutare come più conveniente proprio l’ipotesi del ponte, ma con una sorpresa: la riscoperta del ponte a più campate, ipotesi già sonoramente bocciata 30 anni fa (1990). Solo allora si potrà avviare il “dibattito pubblico, così come previsto dalla Legge”.

Lo ha dichiarato in Parlamento, sui giornali, in TV, e, probabilmente, lo farà anche durante le prossime previsioni del tempo. E peccato che sia stato abrogato il segnale orario.

Quindi, mentre ci si augura di non perdere tempo per le indifferibili opere inserite nel PNRR, fra le quali il prolungamento della TAV da Brescia a Padova ed il raddoppio della Savona-Ventimiglia, si delinea un percorso a dir poco accidentato per una delle pochissime opere già appaltate che poteva essere finanziata con i fondi europei del Recovery Fund che, come lo stesso appaltatore (Pietro Salini, CEO di Webuild) ha pubblicamente dichiarato da Barbara Palombelli, poteva benissimo essere completata entro il 2026. Termine che, come tutti i tecnici addentro alla materia sanno, è tutt’altro che perentorio e si può facilmente aggirare: lo è stato fatto mediante le somme aggiuntive già previste nello stesso Piano redatto dal governo, oggi all’esame della UE.

La quale, intanto, ci fa sapere quello che i tecnici di cui sopra (ma anche tanti politici) sanno da tempo: che è pronta a finanziare l’opera, essendo la stessa inserita  all’interno di un corridoio TEN-T, quello scandinavo-mediterraneo.

Curioso questo nostro paese: non solo non si accontenta di 50 anni di discussioni per mandare in esecuzione un’opera essenziale per lo sviluppo del Paese (lo ha ribadito, ultimo di una lunga serie, proprio il Gruppo di Lavoro istituito dalla De Micheli) ma dice “no grazie” all’Europa che vuole finanziarcela.

Chissà perché il ministro continua ad annoiarci con questa richiesta di dibattito pubblico. A differenza di quanto sostenuto, non è assolutamente vero che lo preveda la Legge: il codice dei Contratti, infatti, prescrive il dibattito pubblico solo nella fase dello studio di fattibilità che, come ricordavamo sopra, si è conclusa nei primi anni Duemila. Né è pensabile che debba essere fatta per valutare la scelta tipologica, che è già stata fatta nel 1990.

Conta poco che la stessa sia stata incredibilmente rimessa in discussione dal Gruppo di Lavoro ministeriale, proprio per la pochezza di argomenti che hanno supportato l’ipotesi alternativa del ponte a più campate. Sperando che la stessa, sciaguratamente (per gli italiani, non per chi emetterà parcella…) non dia luogo ad altri lunghi anni di indagini e studi aggiuntivi, per i quali sono previsti, proprio da chi predica parsimonia, ben 50 milioni di euro, a cosa servirebbe un dibattito pubblico? A che titolo la casalinga di Voghera o il pescivendolo di Portopalo si potrebbero esprimere sul numero di campate del Ponte? Con quali strumenti potrebbero valutare il progetto esistente, che prende 10 metri cubi di spazio, oltre alle carte ulteriormente prodotte?

Ma chi ci spaventa non sono i comuni cittadini, ma alcuni dei loro più fantasiosi rappresentanti: i fanatici dell’ambiente da salotto, ad esempio, capaci di mettere in dubbio persino la relazione ministeriale appena pubblicata perché, di fatto, ha ribadito la necessità dell’opera. O i sismologi televisivi, che, non avendo più armi al loro arco, terrorizzano la gente parlando di cimiteri sulle due sponde. O, ancora, quelli che parlano di ponte che unisce due cosche, offendendo non soltanto l’intelligenza di chi ascolta certe scemenze, ma anche la dignità di milioni di siciliani e calabresi.

Se è  costoro che vuole tranquillizzare il Ministro, pensiamo che stia facendo male il suo mestiere. Che non è quello di accontentare tutti: in un Paese con 60 milioni di persone, sarebbe impossibile prendere decisioni senza scontentare qualcuno. Chi governa ha, però, il dovere di farlo, anche a costo di perdere per strada qualche sostenitore, pur di conseguire il superiore interesse della Nazione.

Si chiama senso dello Stato: sappiamo che è fuori moda, ultimamente, ma sappiamo anche che, in tempi cosi difficili, certe antiche abitudini andrebbero riscoperte… Anche se non rientrano tra i parametri del carrierismo politico. (rdm)

Nucera scrive alla Commissione Europea: Sia respinto il Pnrr presentato dal Governo

Respingere il Pnrr presentato dal Governo italiano. È quanto è stato richiesto dal movimento La Calabria che vogliamo, con un documento indirizzato alla Commissione Europea a firma del presidente Giuseppe Nucera.

«Le linee guida stabilite dall’Unione Europea per la ripartizione delle risorse – ha spiegato Nucera – sono stabilite in modo chiaro e perentorio. La spesa pro capite e il tasso di disoccupazione sono gli elementi fondamentali da tenere in considerazione, con una buona parte degli investimenti che deve essere destinato alle regioni più arretrate da un punto di vista socio-economico d’Europa. Per queste ragioni l’Europa ha assegnato all’Italia 209 miliardi del Recovery Fund, di questi il 70% deve essere destinato al Mezzogiorno per il riequilibrio con il nord. Significa che sul piano occupazionale questi fondi devono creare circa 3 milioni di nuovi occupati. Il piano inviato a Bruxelles dal Governo è fuori dagli obiettivi e per queste ragioni lo riteniamo irricevibile da parte dell’Unione Europea».

«La straordinaria ed irripetibile quantità di risorse messe a disposizione del Recovery Fund – ha aggiunto – può e deve essere destinata ed utilizzata al fine precipuo di realizzare, dopo decenni di obiettivi mancati, quella coesione sociale, economica e territoriale che renda finalmente il nostro Paese degno dell’Unità che la storia ha voluto consegnarci. Il Pnrr, secondo le intenzioni dell’Ue, dovrebbe consentire di invertire il trend che, tra il 2008 e il 2018, ha visto scendere la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno da 21 miliardi a poco piu di 10. Il Piano di rilancio presentato dal Governo italiano alla Commissione Europea prevede per il Sud circa 82 miliardi, cioè il 40% delle risorse territorializzabili. Al Mezzogiorno però, in base ai criteri di ripartizione Ue (popolazione, inverso Pil pro capite, tasso di disoccupazione media degli ultimi 5 anni) spetta circa il 68% dei 209 miliardi destinati all’Italia, invece del 40% assegnato».

«Si tratta – ha proseguito – di un vero e proprio furto che danneggia enormemente il Sud e riduce in maniera drastica le possibilità di rilancio e sviluppo in questa delicata fase storica ricca di problematiche ma anche di opportunità derivanti dalle risorse messe in campo dall’Unione Europea. Pertanto, alla luce di queste considerazioni, abbiamo inviato richiesta ufficiale alla Commissione Europea di respingere il Pnrr  del Governo Draghi, in attesa che lo stesso apporti le dovute modifiche conformemente alle linee di indirizzo che sono alla base dell’ammontare delle risorse destinate all’Italia». 

«Alla nostra stessa richiesta – ha concluso Nucera – si sono uniti numerosi sindaci del Mezzogiorno. Il Recovery Fund rappresenta per il Sud e la Calabria in particolare un’opportunità di rilancio e sviluppo irripetibile. Daremo battaglia in tutte le sedi affinchè i diritti delle regioni meridionali vengano riconosciuti». (rrm)

Mario Spanò (Confindustria Crotone): Aprire al confronto su progetti e criticità con Regione e Governo

Mario Spanò, presidente di Confindustria Crotone, ha sollecitato «le amministrazioni locali ad aprire una fase di confronto operativo sui cantieri da aprire a breve e su tutte le criticità da affrontare per il nostro territorio con la Regione e con il Governo».

«Con la presentazione del Pnrr alla Commissione europea ed il successivo esame da parte del Consiglio europeo – ha detto – si apre la fase più impegnativa per il nostro paese ed i nostri territori. È necessario, infatti, costruire le precondizioni, attraverso le riforme di contesto e settoriali ma soprattutto quelle abilitanti, utili a garantire la spesa entro il 2026 delle risorse che saranno assegnate. Non dimentichiamo che il Piano di resilienza ed i fondi ad essa connessi non sono l’unico strumento di programmazione e spesa su cui lavorare per le future generazioni. Abbiamo la nuova programmazione regionale dei Fondi strutturali 2021/2027, il Fondo di sviluppo e coesione ma soprattutto già ora abbiamo nel nostro territorio interventi già programmati, risorse già assegnate da mettere in cantiere e un articolato impegno da continuare a portare avanti sul fronte delle infrastrutture e della loro messa in rete».

Per Confindustria Crotone, una attenta ed integrata strategia di investimento per ammodernare e mettere in rete le infrastrutture esistenti è indispensabile per dare slancio allo sviluppo dell’area orientale della Calabria, che nel settore agro- alimentare, vitivinicolo e turistico- culturale vanta operatori di primo piano nello scenario nazionale ed internazionale e siti culturali e naturalistici di grande pregio legati all’epopea della Magna Grecia, da Sibari a Crotone, da Locri Epizefiri a Reggio Calabria.

Il Porto e l’aeroporto di Crotone, il porto di Corigliano, incluse nella Zes Calabria con le adiacenti aree industriali, sono infrastrutture che se adeguatamente raccordate e collegate ad un moderno sistema stradale e ferroviario possono attrarre nuove iniziative. Confindustria, a livello nazionale, ha fortemente investito in termini di proposta sulle opportunità legate all’economia del mare e sulla messa in rete dei sistemi portuali del Sud, tra di loro e con il Centro-Nord.

In particolare nel crotonese, l’ammodernamento del sistema infrastrutturale è fondamentale per accompagnare e rafforzare importanti investimenti , programmati e già finanziati, primi fra tutti la bonifica del SIN, con il recupero produttivo dell’ex area industriale sui temi ad esempio dell’economia circolare, e la realizzazione del Progetto per la valorizzazione dell’Antica Kroton.

È, però, indispensabile concludere gli interventi in corso per la elettrificazione della Linea ferroviaria Jonica, che proprio nel crotonese da mesi è in una fase di empasse, e realizzare il nuovo tracciato della SS 106, da Sibari a Crotone, tracciato che rientra nella Rete globale europea ed è già dotato di una sua progettazione preliminare.

Non una semplice messa in sicurezza ma un reale intervento di ammodernamento consentirebbe il raccordo a Nord con il corridoio del Megalotto 3, già finanziato, ed a Sud con l’itinerario in variante Simeri – Crotone, di cui Anas ha già redatto una proposta di studio di fattibilità.

Porti ed Aeroporto, collegamento ferroviario e stradale consentirebbero così di definire un sistema infrastrutturale integrato in raccordo con il versante tirrenico ed il corridoio europeo ed a servizio dello sviluppo produttivo della Zes oltre che turistico della Calabria Jonica. Su questi temi è indispensabile che le autorità competenti si adoperino con l’adozione degli atti necessari a consentirne lo sviluppo.

«L’impegno per le future generazioni – ha detto ancora Spanò – non può essere legato solo al Pnrr ma deve essere il faro da cui tutti gli interlocutori istituzionali ed il sistema economico e sociale del territorio devono farsi guidare per giocare una partita seria ed efficace sui temi dello sviluppo. Gli storici ritardi di questo territorio combinati con gli effetti della pandemia ci preoccupano fortemente. Confindustria Crotone è pronta come sempre a svolgere il suo ruolo di proposta». (rkr)

Spirlì: Su Alta Velocità Salerno-Reggio Governo ci ha dato ascolto

Il presidente f.f. della Regione Calabria, Nino Spirlì, ha commentato, con soddisfazione, le dichiarazioni del ministro alle Infrastrutture, Enrico Giovannini, in merito al completamento, nel 2030, «della Salerno-Reggio Calabria, ad alta velocità e alta capacità, sui 10 miliardi di finanziamenti aggiuntivi destinati alla stessa opera e sull’investimento complessivo per il Sud, che supera il 50% in tema di infrastrutture e trasporti».

«La presenza nel Pnrr dell’Alta velocità per l’intera tratta ferroviaria Salerno-Reggio Calabria – ha detto Spirlì – con particolare attenzione anche al comparto merci legato all’attività del porto di Gioia Tauro, non solo mi rincuora, ma mi rassicura sulla capacità di ascolto e di considerazione che questo Governo sta dimostrando verso la Calabria e verso questa presidenza, che più e più volte ha chiesto a gran voce una attenzione maggiore per l’intera regione».

«Le interlocuzioni con i ministri competenti – ha concluso Spirlì – hanno, infine, dato l’esito che ci aspettavamo: interventi concreti sui treni veloci, sullo scalo della Piana e su tutta una serie di altri progetti per i quali continueremo a interfacciarci con il Governo nelle prossime settimane. È questa la Calabria che ci piace, la Calabria propositiva, la Calabria che ha voglia di essere Italia ed Europa, la Calabria che si lascia definitivamente alla spalle le ombre nere della “malagente”». (rcz)

Il sindaco Sergio Abramo: Nel piano del Pnrr della Regione nessun accenno all’occupazione

Il sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo, ha rilevato che il presidente f.f. della Regione, Nino Spirlì, nell’illustrare i fondi richiesti per il Piano nazionale di ripresa e resilienza, manca un accenno diretto all’occupazione.

«La cifra complessiva, superiore ai 9 miliardi di euro, e i temi su cui la Regione ha focalizzato le sei “missioni” del Piano costituiscono un programma ambizioso» ha detto Abramo, aggiungendo che «mi sarei aspettato, tuttavia, che in una delle sei linee di finanziamento ci fosse un più forte richiamo a una delle due grandi priorità della nostra regione: l’occupazione. L’altra è ovviamente la sanità, per cui se da un lato posso accogliere con soddisfazione la redazione di proposte per un importo di circa un miliardo e 750 milioni, dall’altro devo ribadire, come ho già avuto modo di chiedere all’ex premier Giuseppe Conte quando ha ricevuto me e una delegazione di sindaci calabresi a Palazzo Chigi, che il passo avanti più importante arriverà quando il Governo azzererà il debito contratto in questo comparto».

«Inoltre, se è certamente stato indispensabile spiegare le richieste a Palazzo Campanella – ha aggiunto – ugualmente importante sarebbe stato farlo con il partenariato economico e sociale, i sindacati, le associazioni di categoria, ma anche i sindaci e i presidenti della Provincia, anche per ascoltare legittime preoccupazioni e istanze. Se si esclude l’intervento, in sede di conferenza dell’Upi, dell’assessore Sergio De Caprio per le materie ambientali, di sua competenza, niente di tutto ciò è stato fatto. Ed è un peccato».

«Ritornando alle altre “missioni” del piano regionale – ha proseguito il primo cittadino – saranno sicuramente importanti gli interventi per la digitalizzazione e l’innovazione, sul verde e sulla transizione ecologica, sulle infrastrutture e l’istruzione così come sull’equità sociale, di genere e territoriale, sperando che finalmente venga ridotto il gap fra nord e sud. E mi auguro che Roma ne finanzi il più possibile».

«Però – ha concluso – sarebbe stato anche più importante inserire all’interno di questo ambizioso progetto un’indicazione chiara per la creazione di politiche occupazionali serie e stabili – chiaramente in linea con il Pnrr – per provare a cogliere questa grande opportunità». (rcz)

DRAGHI, LA MISSIONE È RILANCIO DEL SUD
OBIETTIVO: STOP ALL’INCAPACITÀ DI SPESA

di SANTO STRATI – C’è un positivo risultato dalla due giorni promossa dalla ministra Mara Carfagna sulle idee per far ripartire il Sud: il Mezzogiorno è stato al centro del dibattito politico, con un’evidente assunzione di responsabilità del Presidente del Consiglio Mario Draghi (in apertura dei lavori) e del ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco (in chiusura). Il Governo, in buona sostanza, è cosciente che “esiste” un problema Mezzogiorno, che esiste un divario che si allarga ogni giorno di più tra Nord e Sud e che, obiettivamente, non è più tollerabile.

Non era, né voleva essere, un’operazione mediatica (peraltro riuscita anche in questo senso), bensì un progetto di ascolto e raccolta di idee dal territorio (oltre 500 le proposte inviate via web) e la formale assunzione di impegni istituzionali per cambiare il presente. La parola magica è rinnovamento, là dove il Paese riuscirà ad offrire uguali opportunità a ciascuno dei suoi abitanti, indipendentemente dal suo luogo di residenza o, peggio, di provenienza. Non è più accettabile che la spesa dello Stato corrisponda a circa 320 euro per un cittadino del centro Nord e di malcontati venti euro per un cittadino del Mezzogiorno. Occorre partire da questa considerazione, fatta propria dal presidente Draghi, se si vogliono davvero creare i presupposti sociali per una nuova stagione di inclusione e coesione: senza il Sud il Paese non riparte e, d’altra parte, il Nord non va avanti se vengono a mancare i consumi del Mezzogiorno. Quindi è necessario un impegno comune che travalichi posizioni antistoriche tra Nord e Sud e pensi unicamente al bene del Paese, un Paese unito, coeso, solidale.

Soprattutto emerge da queste assise di riscossa del Sud l’elemento chiave che spiega la causa del divario e di un apparente abbandono delle aree meridionali: l’incapacità, fin qui dimostrata, di saper spendere (sia nel Mezzogiorno sia in tutto il Paese). È un punto anticipato da Draghi nel suo discorso di apertura, ma ripreso dai tanti autorevoli oratori che si sono susseguiti e ribadito infine dalla ministra Carfagna: « I soldi ci sono – ha detto –, bisogna trasformarli in opere. Noi abbiamo un modello di efficacia: il ponte Morandi. Ha rappresentato una grande tragedia nazionale. Però ha rappresentato anche un modello di efficienza. All’indomani del crollo, le istituzioni hanno saputo fare squadra, rete, hanno messo da parte contrapposizione e lavorato in un’unica direzione e anche le imprese hanno accelerato ogni procedura. Nessuno si perse in ricorsi e cavilli. Dopo un anno, Genova piangeva ancora i suoi morti e la ferita profonda, però aveva il suo ponte. Oggi, davanti a un’emergenza così larga, che riguarda circa 20 milioni di cittadini meridionali, il loro benessere, futuro, speranze e diritti. Il nostro dovere di classe dirigente è individuare i modi e gli strumenti per replicare su scala nazionale e meridionale quel modello di efficienza. Il governo è già all’opera per individuare questi strumenti».

Teniamo a mente quest’ultima affermazione. L’impressione è che, stavolta, il Governo abbia la volontà politica di fare e non di perdersi in chiacchiere, secondo tradizione. Il Mezzogiorno ha bisogno di interventi, il ministro dell’Economia Franco lo ha detto senza girarci intorno: serve un impegno corale che deve vedere tutti remare nella stesa direzione. Le risorse ci sono – questo è chiaro, fin troppo evidente – serve però la volontà politica per un grande rilancio del Paese che passi attraverso un obiettivo trasversale di rinascita di tutto il Meridione.

È quello che viene fuori da queste singolari assise che hanno visto una grande partecipazione e una grande voglia di contribuire, ognuno con le proprie competenze, a delineare un disegno strategico che servirà a far decollare il Sud. Anche perché è l’ultima spiaggia. Quando ricapita una situazione che richiama, per certi versi, il dopoguerra con il Piano Marshall? L’Italia venne ricostruita in breve tempo, conquistando un ruolo di primo piano in Europa: oggi siamo alle soglie di un nuovo Piano Marshall che deve far ripartire il Paese e bisogna esser pronti appena la pandemia cesserà di essere un nemico insidioso e invisibile, avversario della socialità e dello sviluppo, artefice di morti e sventure economico-finanziarie, ma non un nemico imbattibile.

Per questo, bisogna essere pronti. La prima bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – come Calabria.Live aveva indicato subito, lanciando l’allarme – non aveva preso in alcuna considerazione la Calabria, oggi, nella riscrittura della bozza che dovrà essere presentata tra 40 giorni a Bruxelles, la Carfagna ha detto che vuole far emergere il “peso” del Sud in ogni capitolo del PNRR: il Sud – ha annunciato la ministra – intercetterà circa il 50 % degli investimenti.

«Abbiamo scelto – ha detto la ministra Carfagna – di legare insieme le principali priorità per lo sviluppo: assistenza contro la povertà educativa, lotta alle mafie, irrobustimento delle infrastrutture sociali e materiali per le aree interne, attrattività delle aree portuali, stimolo alla creatività e all’innovazione. Nello specifico, intendiamo puntare sul rilancio delle ZES, le Zone Economiche Speciali, con una riforma che le renda davvero operative e attrattive per gli investitori e con 600 milioni di opere infrastrutturali dedicate».

Ce n’è di che ragionare e pianificare. Adesso bisogna aspettare i fatti. I meridionali, i calabresi, in particolare, vogliono concretezza. C’è un voluminoso dossier messo insieme in questi due giorni e c’è da attendersi un impegno non più fatto di annunci, ma di realizzazioni e di realtà. Occorre, però, essere vigili, pur sostanzialmente e ottimisticamente fiduciosi. La Carfagna e la Nesci, due donne contro il divario: abbiamo la sensazione che lasceranno il segno. (s)

 

Ponte sullo Stretto, la Vono in Commissione: se ne parli nel parere sul PNRR

La senatrice Silvia Vono (Italia Viva) crede molto nel Ponte sullo Stretto , come infrastruttura strategica per il mezzogiorno ed è convinta che sia necessario un grande lavoro di squadra. «Con mille difficoltà di superare i pregiudizi ideologici di chi non vuole nemmeno sentir nominare il Ponte sullo Stretto di Messina – ha dichiarato –, sono riuscita, in Commissione a far inserire nel parere al PNRR, approvato nel pomeriggio, qualche nota che apre la strada alla necessità di realizzazione di questa grande opera. Il Governo dovrà valutare un’ accelerazione dei piani di avanzamento lavori delle opere prioritarie, con particolare attenzione alle linee che si inseriscono nei Corridoi TEN-T … con particolare riferimento alla velocizzazione della tratta Salerno-Reggio Calabria” senza però trascurare di “verificare la fattibilità di un nuovo tracciato della linea Salerno-Reggio Calabria, finalizzato alla realizzazione dell’Alta Velocità”. Ho ribadito la necessità di “valorizzare il ruolo dei Porti italiani, in particolare quelli del Mezzogiorno, rafforzandone la capacità di intercettare i traffici merci intercontinentali prevedendo, inoltre, interventi specifici per l’intermodalità e la logistica integrata nei porti di Augusta, Gioia Tauro, Taranto e Napoli, al fine di potenziare in particolare il ramo occidentale del Corridoio scandinavo mediterraneo».
La senatrice ha aggiunto: «Mi piace a sottolineare come, per la prima volta, è stato possibile evidenziare la necessità di trasformare gli scali del Meridione – cioè i meglio posizionati strategicamente e prossimi ai grandi flussi mercantili che solcano il Mediterraneo – in Gateway per la Nuova Via della Seta, superando il pregiudizio che vedeva gli scali dell’Arco ligure e dell’Alto Adriatico come gli unici terminali per le merci provenienti oggi dall’Estremo Oriente e domani dal continente africano.
C’è ancora moltissimo lavoro da fare, sia a livello di affinamento e diffusione di una concezione del Sud parte attiva della ripresa del Paese, coeso e sinergico all’industria manifatturiera settentrionale che tanto merito ha avuto nel tenere in piedi l’Italia in questi anni difficili, sia ai fini di trasformazione dei grandi Assi della Rete TEN-T in armature infrastrutturali in grado di irradiare sviluppo nei territori attraversati, ma oggi è stato compiuto un primo importante passo». (rp).

Draghi sposa l’impegno per il Sud: oggi un primo passo per interrompere il divario

di SANTO STRATI – La giornata di oggi è un primo passo contro il divario – esordisce il presidente del Consiglio Mario Draghi collegato in streaming con la ministra Carfagna e gli altri ospiti del Confronto per il Sud –: occorre rafforzare la coesione territoriale in Europa e far ripartire il processo di convergenza tra Mezzogiorno e centro-Nord che è fermo da decenni. Ha un quadro di riferimento tristemente preciso il premier: tra il 2008 e il 2018 la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno si è più che dimezzata, passando da 21 a poco più di 10 miliardi. Ovvero, ammette Draghi che il problema esiste ed è ben più vasto di quanto si possa immaginare.

È un successo questo “Confronto per il Sud” che la ministra Mara Carfagna ha voluto concentrare in due giorni chiamando a raccolta personalità del mondo istituzionali, membri del governo, presidenti di regione, amministratori locali. E lanciato un appello ai cittadini del Mezzogiorno di inviare idee e proposte operative attraverso il web: l’appello non è rimasto inascoltato, già nel pomeriggio c’erano più di 400 messaggi propositivi da parte di ogni categoria: semplici cittadini, imprenditori, artisti, intellettuali. La questione meridionale che deve diventare questione mediterranea, con al centro il Porto di Gioia Tauro e il rilancio di tantissime iniziative che dovranno fare capo ad esso, è più che sentita non solo dalle popolazioni del Mezzogiorno, ma dall’intero Paese, non foss’altro perché con i flussi migratori degli ultimi anni le migliori risorse intellettuali e tecniche (quelle che farebbero la fortuna della Calabria) sono andate via, al Nord, al Centro, dove non solo ci sono maggiori opportunità, ma esistono serie probabilità di poter mostrare il proprio talento e far apprezzare competenza e capacità. È la solita vecchia storia: prepariamo ottimi studenti che diventano eccellenti laureati in tre Atenei che sono il fiore all’occhiello di una regione troppo spesso dimenticata e trascurata, poi, però, ce li facciamo “soffiare” da furbastri (meglio dire, però, intelligenti) del centro-nord che ne intuiscono il valore e lo mettono a profitto del loro territorio. Basta farsi un giro per i migliori ospedali di Roma o di Milano, la parlata calabrese è una costante: sono finiti lì i nostri ragazzi, medici, ricercatori, specialisti, diventati professionisti apprezzati, ammirati, ma soprattutto valorizzati. Che se fossero rimasti in Calabria sarebbero diventati disoccupati o professionalità sfruttate con stipendi da fame, senza il minimo di prospettiva per il futuro.

E la partecipazione del premier Draghi a queste assise elettroniche (impossibile fare convegni in presenza) assume – come ha giustamente sottolineato la ministra Carfagna – un significato netto, di adesione e di impegno. «Ci sono due problemi – ha detto Draghi –: uno nell’utilizzo dei fondi europei, l’altro nella capacità di completamento delle opere pubbliche. A fronte di 47,3 miliardi di euro programmati nel Fondo per lo Sviluppo e la Coesione dal 2014 al 2020, alla fine dello scorso anno erano stati spesi poco più di 3 miliardi, il 6,7%. Nel 2017, in Italia erano state avviate ma non completate 647 opere pubbliche.  In oltre due terzi dei casi, non si era nemmeno arrivati alla metà. Il 70% di queste opere non completate era localizzato al Sud, per un valore di 2 miliardi. Divenire capaci di spendere questi fondi, e di farlo bene, è obiettivo primario di questo governo. Vogliamo fermare l’allargamento del divario e dirigere questi fondi in particolare verso le donne e i giovani. Il nostro, il vostro successo in questo compito può essere anche un passo verso il recupero della fiducia nella legalità e nelle istituzioni, siano esse la scuola, la sanità o la giustizia». È un messaggio forte, rivolto al Paese: «Un vero rilancio richiede la partecipazione attiva di tutti i cittadini».

E la partecipazione non è mancata, in questa prima giornata del Confronto per il Sud: l’Italia ha potuto ascoltare non le solite litanie del Sud dimenticato e depresso, ma numeri e cifre della crisi che possono essere determinanti per costruire un progetto di sviluppo. I dati indicati dalla Banca d’Italia o dall’Istat o dalla Ragioneria generale dello Stato non sono fredde indicazioni dello sviluppo mancato, ma esprimono il percorso virtuoso che occorre seguire se – veramente – si intende colmare l’odioso divario tra Nord e Sud e offrire pari opportunità agli italiani, indipendentemente dal luogo di nascita o di residenza.

Il merito di questa due giorni, che domani si chiuderà con un intervento del ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco, è soprattutto questo: di aver attirato l’attenzione del Paese sull’incapacità di spesa (non solo del Mezzogiorno) e sulla possibilità di recupero, nei confronti della popolazione meridionale, di un gap che i nostri giovani non potranno mai perdonare se non verrà colmato. È stato rubato il futuro a tanti giovani, adesso si deve dire basta: il Governo Draghi ha detto, per voce del suo capo, che l’obiettivo è migliorare la capacità di spendere. E il Sud non può più attendere. (s)

L’intervento del presidente del Consiglio Mario Draghi

Il video della mattinata (interventi istituzionali)

il video della sessione pomeridiana (presidenti delle Regioni meridionali e sindaci) 

GLI INTERVENTI CALABRESI AL CONFRONTO PER IL SUD

Sud progetti per ripartireAll’evento di ascolto e confronto per il Sud sono stati invitati per la Calabria il presidente della Regione pro-tempore Nino Spirlì, il sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatà e la sindaca di un borgo bellissimo quanto suggestivo del Cosentino Rosanna Mazzia, primo cittadino di Roseto Capo Spulico.

Spirlì ha ribadito la sua richiesta di azzeramento del debito della sanità calabrese, vincolo per una qualsiasi idea di ripartenza: «Consentiamo a tutte le Regioni la possibilità di ripartire da zero. Ripartiamo dall’Italia. Ho chiesto un’operazione di risanamento del debito nel settore sanitario, perché mai come oggi è possibile farlo. Nessun commissario di governo sarà mai in grado di ripianare un debito che supera i due miliardi e molti calabresi sono costretti ad andare fuori regione per le cure. In questo governo sono rappresentati tutti i partiti, e chi è fuori ha dato disponibilità ad appoggiare azioni necessarie perché le cose buone vengano fatte. Se questo governo non salva il figlio più debole, come farebbe un buon padre ed una buona madre, allora non ha più diritto di dire che quel figlio è suo».

Il sindaco metropolitano di Reggio Falcomatà si è detto convinto della bontà dell’iniziativa della ministra Carfagna, in vista dell’elaborazione definitiva del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e della definizione dell’accordo di partenariato e ha definito «molto importante» l’incontro per affrontare il quale «non si può non ragionare sul tema dell’attuazione dei Livelli essenziale delle prestazioni» che, per l’inquilino di Palazzo Alvaro, rappresenta «la più netta e decisiva discriminazione di residenza fra Nord e Sud d’Italia».

«Qualche giorno fa – ha detto Falcomatà – sono stati declinati i dieci punti principali che determinano questa differenza: la gestione e la costruzione degli asili nido, la costruzione asili nido, il tempo pieno a scuola, l’erogazione dei servizi sociali, i ristori per i Comuni a causa del Covid, il trasporto pubblico locale, il turnover universitario, i posti letto negli ospedali, il fondo sanitario. Fare fronte comune per risolvere questi gap, credo sia il presupposto per imbastire ogni ragionamento, discussione o programma di crescita Mezzogiorno».

«Accanto a questo – ha aggiunto il sindaco – bisogna risolvere la clausola del 34% quale tetto per l’utilizzo dei fondi per il Sud previsti dal Recovery Fund. Questa percentuale, purtroppo, tiene conto anche di quella che è la programmazione ordinaria dell’Fsc 2021/2027 facendo venir meno l’aspetto di carattere aggiuntivo del piano di finanziamento straordinario deciso dall’Europa. Come ha correttamente osservato la Svimez, invece, per un giusto equilibrio nella ripartizione delle risorse del Recovery fund e del Next Generation Ue, al Meridione spetterebbe il 60% dei fondi, ovvero quasi il doppio degli investimenti fissati da quei parametri».

Quindi, il primo cittadino della Città Metropolitana di Reggio Calabria si è concentrato sulle proposte, partendo dalle politiche infrastrutturali con l’idea che «questo Paese non possa più andare a due velocità». Fra le priorità indicate da Falcomatà ci sono «l’alta velocità a 300 km/h fino alla Sicilia, l’ammodernamento della Strada Statale 106 ed un piano d’investimenti massiccio non soltanto sui porti del Sud, come Gioia Tauro, ma anche sul retroporto con l’avvio, finalmente, delle Zes».

«Queste idee – ha spiegato Falcomatà durante il collegamento telematico – sono frutto dei dibattiti con gli altri sindaci delle Città Metropolitane del Sud e con quella che è stata definita la rete dei sindaci del “Recovery Sud” che, nei prossimi giorni, presenterà un proprio dettagliato documento di sviluppo direttamente al primo ministro Mario Draghi».

Falcomatà ha puntato l’attenzione anche sulla gestione dei beni confiscati alle mafie rispetto ai quali «il Governo deve fare un forte investimento rivedendo la legge per l’utilizzo delle risorse derivanti dalla sottrazione dei patrimoni ai mafiosi».

Poi, il tema dei temi: l’occupazione. «Segnalo – ha affermato l’inquilino di Palazzo Alvaro – un progetto straordinario dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria, già posto all’attenzione del Governo ed inserito all’interno dei Contratti istituzionali di sviluppo, per la realizzazione di un Campus Agapi all’interno dell’ex area dismessa di Saline Joniche».

«Il progetto – ha spiegato Giuseppe Falcomatà – intende realizzare una sorta di San Giovani a Teduccio nel profondo sud ed all’interno di 54 mila metri quadri di terreno. Esiste già un preliminare, che potrebbe diventare un progetto definitivo d’interventi per circa 90 milioni indispensabili alla costruzione di un distretto dell’innovazione».

«L’Università – ha aggiunto – in questi anni ha preso contatti con importanti players internazionali e partner istituzionali per la realizzazione, in quest’area, di laboratori di start-up ed incubatori di imprese utili ad arginare il problema della disoccupazione, soprattutto, giovanile. I giovani neo laureanti, infatti, non hanno la possibilità di tradurre in produttività le conoscenze acquisite all’interno dei nostri atenei. Parliamo di una previsione di circa 400 nuovi posti di lavoro».

La sindaca di Roseto Capo Spulico Rosanna Mazzia ha puntato, nel suo intervento, sulla necessaria attenzione da riservare ai borghi «quel pezzo di Italia autentica che ha bisogno di rimettere in pista tutte le energie ancora inespresse. I piccoli comuni  – ha detto la Mazzia –  devono assumere un ruolo baricentrico in vista della elaborazione definitiva del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e della definizione dell’accordo di partenariato. «È una grande soddisfazione per Roseto Capo Spulico essere al tavolo dei lavori di questo importante incontro istituzionale, insieme ai Comuni di Salvitelle e Sulmona e delle Città Metropolitane del Sud, da Bari a Palermo. C’è tanto da fare e questa occasione di confronto ha dato la possibilità ai territori di avere una importante interlocuzione con il governo». (rrm)