L’Aeroporto di Reggio decolla con nuovi record, ma Ita taglia i voli da e per Roma e Milano

di PINO FALDUTO – Il tema del trasporto aereo a Reggio Calabria va affrontato con equilibrio e serietà, evitando letture parziali.

È un dato di fatto che oggi lo scalo reggino sta vivendo una fase di crescita. I voli sono aumentati, i passeggeri crescono e sono in corso interventi infrastrutturali importanti, a partire dalla nuova sala imbarchi, che migliora concretamente l’esperienza dei viaggiatori.

È altrettanto corretto riconoscere che le compagnie low cost, a partire da Ryanair, hanno avuto e hanno un ruolo fondamentale in questa fase.                                                 Senza queste compagnie, oggi, Reggio sarebbe ancora più isolata. Allo stesso modo, va riconosciuto il lavoro svolto dalla Regione Calabria e il ruolo politico di chi ha sostenuto questa strategia.

È giusto dirlo chiaramente: il presidente Roberto Occhiuto e l’onorevole Francesco Cannizzaro hanno spinto in modo convinto sul rafforzamento del sistema aeroportuale, ottenendo risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Proprio per questo, però, il dibattito va portato un livello più avanti, non riportato indietro.

Quando si critica il modello degli incentivi o si mette in discussione l’attuale fase di crescita, bisognerebbe ricordare da dove veniamo.

Per oltre dodici anni, Reggio Calabria e la Città Metropolitana sono state governate dalla stessa classe politica che oggi solleva dubbi sul sistema.

In quegli anni, però, non è stato rafforzato il ruolo strategico dell’aeroporto di Reggio, né è stata costruita un’alternativa reale.  Un fatto resta evidente: Reggio è stata progressivamente spogliata del ruolo di aeroporto di rete, mentre il baricentro delle attività della compagnia di riferimento nazionale veniva spostato su Lamezia.            

Cosa sta succedendo davvero all’aeroporto

di Reggio Calabria

Il problema dell’Aeroporto di Reggio Calabria non è la mancanza di voli.

Il problema è la perdita del ruolo funzionale dello scalo.                                                                              Dal punto di vista tecnico e infrastrutturale, sta avvenendo una trasformazione precisa:

Reggio viene progressivamente riclassificata, di fatto, da aeroporto di rete a aeroporto leisure, cioè uno scalo basato quasi esclusivamente su traffico turistico e incentivato.

Questo processo avviene quando si verificano tutti i seguenti fattori tecnici: i collegamenti di rete vengono ridotti o resi marginali; gli orari non consentono più l’andata e ritorno in giornata; le frequenze su Roma e Milano non sono più adeguate al traffico professionale.                                                                      Quando questi tre elementi vengono meno, il traffico business smette di utilizzare l’aeroporto, anche se il numero complessivo dei passeggeri può crescere.

Questo è un punto fondamentale: la crescita dei passeggeri non coincide con la crescita del ruolo dello scalo.

Le compagnie low cost non sono il problema. Il problema nasce quando diventano l’unico pilastro del sistema. Dal punto di vista tecnico: le low cost operano su rotte incentivabili; non garantiscono continuità pluriennale; modificano orari e frequenze in base alla redditività.

Questo significa che non possono sostituire i collegamenti di rete, quelli che servono a: imprenditori; professionisti; funzionari; aziende che lavorano fuori regione.

Nel frattempo, il traffico di rete viene concentrato su altri scali, che assumono il ruolo di hub regionale, mentre Reggio viene lasciata a una funzione secondaria.

Il risultato finale è tecnicamente chiaro: l’aeroporto diventa dipendente da incentivi pubblici; perde la funzione economica di infrastruttura di lavoro; non sostiene più le professioni e l’impresa.

In sintesi, quello che sta succedendo a Reggio non è l’assenza di voli, ma l’assenza dei voli giusti.

Il risultato è che oggi la città dipende quasi esclusivamente che legittimamente operano secondo logiche di mercato.

Questo non è un male in sé. Diventa un problema se manca il secondo pilastro.                                                                         Perché senza collegamenti stabili e affidabili su Roma e Milano, con orari compatibili con il lavoro, si indebolisce il traffico professionale; si rende più difficile fare impresa; si scoraggiano le giovani classi professionali.

Ed è qui che nasce la contraddizione politica.

Dopo dodici anni di governo locale, non è credibile limitarsi a smontare un percorso che, oggi, sta dando risultati, senza indicare una soluzione alternativa immediata e praticabile. Soprattutto quando, in tutto questo tempo, non si è riusciti a risolvere i nodi strutturali noti, come il limite all’operatività della pista 33, a causa del torrino da demolire.

Il punto, quindi, non è “contro” qualcuno.

Il punto è come si completa il lavoro iniziato. Le cose da fare sono chiare: consolidare il ruolo delle low cost senza demonizzarle; affiancare collegamenti stabili per il traffico professionale; vincolare gli incentivi a continuità e orari utili; risolvere definitivamente i limiti strutturali dello scalo – chiarire il ruolo di Reggio come città del lavoro e delle professioni, non solo del turismo.

Quello che si sta facendo va riconosciuto.

Ma proprio perché qualcosa sta funzionando, va rafforzato, non indebolito con critiche prive di alternative. (pfa)

(Imprenditore)

Il vero disavanzo del Comune di Reggio: c’è un debito di oltre 211 milioni

di PINO FALDUTO – Questa nota parte da un fatto: il parere dei Revisori può essere “favorevole” e, allo stesso tempo, descrivere un Ente che vive in una condizione di equilibrio forzato. Il parere favorevole certifica la regolarità contabile e il rispetto delle regole, non la “salute” del Comune né la qualità dei servizi.

Dalla relazione e dai prospetti del bilancio emerge che la situazione è questa: Disavanzo di amministrazione da ripianiare, circa -211.129.737,10 euro; Quota annua di ripiano prevista: circa    18.635.300, 82 euro annui (2025–2027).

Questo significa che ogni anno una quota molto rilevante delle risorse della parte corrente viene “assorbita” prima ancora di poter parlare di servizi, manutenzione, mobilità, decoro, welfare.

Sul lato investimenti, i prospetti mostrano importi importanti, ma decrescenti: Spese in conto capitale previste: 2025 – 283,3 mln – 2026 136,4 mln – 2027 99,5 mln.

La lettura corretta è che una parte molto ampia di questi investimenti è legata a fonti esterne e vincoli (cronoprogrammi, finanziamenti dedicati). Quindi: numeri alti non equivalgono automaticamente a “libertà di governo”.

Un altro punto chiave evidenziato nella relazione è il tema della trasmissione dati e dei vincoli operativi: Avvertenze su obblighi di invio dati (Bdap) e rischi di blocchi/sanzioni operative.

Questo rafforza un concetto: il Comune non vive una normalità gestionale, ma una condizione in cui anche l’operatività amministrativa è condizionata da adempimenti e vincoli.

Infine, nella relazione compaiono gli accantonamenti prudenziali che “chiudono” gli spazi della spesa: FCDE (Fondo crediti di dubbi esigibilità) previsto 2025: circa 35,6 mln di euro. Fondi rischi/contenzioso: – previsioni annue e accantonamenti prudenziali (circa 5 mln/anno); – accantonamenti complessivi presenti nel risultato di amministrazione (ordine di grande 26,5 mln).

Questa è la fotografia: un bilancio formalmente in regola, ma con una quota rilevante di risorse “bloccate” da ripiani e accantonamenti.

Perché si arriva qui (meccanismi strutturali, sempre coerenti con la relazione)

La domanda vera non è “il bilancio è corretto?”, ma: perché, nonostante un bilancio corretto, la città resta senza normalità?

La relazione dei Revisori, letta insieme ai prospetti, porta a una spiegazione semplice: il disavanzo non è un numero statico, è l’effetto di un sistema che si autoalimenta quando le entrate non diventano cassa e le spese restano rigide.

I meccanismi principali sono:

Entrate accertate o inventate che non si trasformano in incassi reali. Quando una parte delle entrate (tributi, sanzioni, canoni, recuperi) non viene riscossa con continuità, la contabilità deve difendersi. FCDE crescente = meno soldi per i servizi.

Il FCDE è l’effetto contabile della debolezza della riscossione. Più l’ente non incassa, più deve accantonare. È un vincolo che “mangia” la spesa utile.

Spesa corrente rigida

Ci sono costi che non puoi tagliare senza bloccare l’ente: personale, rifiuti, energia, contratti essenziali, manutenzioni minime, servizi sociali essenziali, rate e oneri. Se le entrate reali non crescono, la rigidità aumenta.

Contenzioso e fondi di rischi                

La prudenza impone accantonamenti e previsioni: anche qui, risorse sottratte all’ordinario per coprire rischi già maturati o potenziali.

Ripiano annuale del disavanzo = sistema in equilibrio forzato                                                                     

Il ripiano (ordine di grandezza 18–19 mln/anno) è una “tassa interna” che precede ogni scelta politica.

La conseguenza è questa: il bilancio può chiudere in equilibrio, ma la città resta in sofferenza perché l’equilibrio si ottiene comprimendo spesa utile e aumentando vincoli.

Cosa significa “Cosa lascia” (responsabilità politico-amministrative, ma ancorate ai meccanismi)                                                                      

Detto questo, è corretto anche dire che il quadro non è fatto solo di eredità: negli anni alcune scelte possono avere inciso non tanto “aumentando la spesa”, quanto riducendo la capacità dell’ente e della città di generare entrate sane e gettito stabile.

Qui va scritto con un criterio: non slogan, ma collegamento diretto “scelta → effetto economico”.

Piano Strutturale Comunale : meno trasformazione urbana = meno oneri e costo di costruzione.   Se lo sviluppo immobiliare e la rigenerazione non si attivano, il Comune perde una componente di entrate che in un ente vincolato fa differenza.

Piano Spiaggia/demanio: meno concessioni = meno canoni e meno indotto.

Se si blocca (o non si facilita) lo sviluppo turistico-balneare e nautico, non perdi solo canoni: perdi anche indotto, imposte locali collegate, economia.

Tari e contenzioso: meno incassi = più FCDE = meno servizi.

Un sistema che spinge una quota rilevante verso evasione/ricorsi indebolisce l’incasso reale e aumenta l’accantonamento: quindi peggiora la qualità dei servizi e irrigidisce il bilancio.

Costi strutturali neanche immaginati (Palazzo di Giustizia, Museo del Mare): oneri di gestione certi in un bilancio già bloccato. In un Ente che ripiana 18–19 mln/anno, ogni nuovo contenitore che genera costi stabili deve avere un piano economico credibile: altrimenti aumenta la rigidità.

Costo della politica e staff/consulenze: scelte di coerenza in un Ente in sofferenza.

Qui la questione non è morale: è di coerenza finanziaria. In equilibrio forzato, le risorse discrezionali devono essere ridotte al minimo e orientate ai servizi.        

La questione delle circoscrizioni e dei costi della politica

Dalla lettura della relazione dei Revisori e dai prospetti di bilancio emerge con chiarezza che la spesa corrente del Comune di Reggio Calabria è la componente più rigida e più fragile dell’intero sistema finanziario.

In questo contesto, caratterizzato da: – ripiano annuale del disavanzo per circa 18-19 milioni di euro; – accantonamenti obbligatori crescenti (FCDE, fondi rischi); – margini ridottissimi per i servizi.

Non può essere considerata neutra la scelta di incrementare il costo complessivo della rappresentanza politica.

Il tema delle Circoscrizioni va quindi affrontato non in astratto, ma alla luce della sostenibilità finanziaria reale.

Il ripristino o il rafforzamento delle Circoscrizioni comporta infatti:

– nuovi organi,

– nuove indennità,

– nuovi costi di funzionamento, tutti certi e ricorrenti, che gravano direttamente sulla spesa corrente.

La domanda che discende dai conti – e non da una posizione ideologica – è quindi semplice:

come può un bilancio in equilibrio forzato sostenere un aumento dei costi della politica se non si interviene contestualmente sulle indennità degli organi già esistenti?

In assenza di: – una riduzione delle indennità del sindaco – una riduzione delle indennità degli assessori – una riduzione del compenso del presidente del Consiglio comunale – una revisione delle indennità dei consiglieri comunali, l’introduzione di ulteriori livelli di rappresentanza produce un aggravio netto, sottraendo risorse ai servizi e aumentando le rigidità strutturali del bilancio.

La sequenza coerente, dal punto di vista finanziario, dovrebbe essere l’opposto: prima ridurre il costo della politica esistente, poi, eventualmente, valutare nuovi organismi di rappresentanza.

Fare diversamente significa spostare risorse dalla città alla politica, in un momento in cui i conti, come certificato dai Revisori, non lo consentono. Chi chiede di governare deve partire da questi vincoli e dire cosa farà su riscossione reale, riduzione contenzioso, priorità di spesa e sostenibilità dei costi futuri. (pf)

(Imprenditore)

Il disastro di Reggio nella gestione dei Pinqua: tra revoche e risorse irrimediabilmente perdute

di PINO FALDUTO – Il fallimento dei PINQuA a Reggio Calabria non è un episodio isolato né un incidente amministrativo: è la prova materiale di un impianto nazionale profondamente sbagliato, costruito dai Governi Conte II e Draghi che, invece di approvare una Legge Obiettivo capace di centralizzare la progettazione e l’esecuzione delle opere strategiche, hanno scelto di scaricare sui Comuni italiani miliardi di euro del Pnrr, sapendo perfettamente che molte amministrazioni – soprattutto nel Sud – non avevano personale, competenze, strumenti e stabilità per gestire un piano così complesso e così vincolato nei tempi.

Questa impostazione ha prodotto ciò che chiunque conosce la macchina pubblica poteva prevedere: fallimenti, ritardi, revoche, perdita di risorse, con un danno enorme per territori che avrebbero avuto più bisogno degli investimenti previsti.

Reggio Calabria è diventata il simbolo di questo disastro annunciato.

I decreti di revoca dei PINQuA sono chiarissimi: assenza di obbligazioni giuridicamente vincolanti, nessun avanzamento, ritardi ormai irreversibili.

E soprattutto dimostrano quali quartieri e quali cifre sono state realmente perse.

Il primo progetto revocato è la Proposta PINQuA ID 399, che riguardava interventi di rigenerazione nelle aree urbane degradate (in particolare Arghillà). Finanziamento totale: 14.998.599,50 €.

Revocati i Lotti A e C: 4.999.533,17 €. Restituzione anticipazioni: 1.499.859,95 €. Il secondo progetto revocato è la Proposta PINQuA ID 496, che interessava Modena – San Sperato – Ciccarello – Gebbione – Ravagnese.

Finanziamento totale 10.000.000 €. Revocati i Lotti A e C: 6.666.666,66 €. Restituzione anticipata: 3.000.000 €. In totale, tra i due decreti, Reggio Calabria perde 11.666.199,83 € di finanziamenti, 4.499.859,95 € da restituire subito, più gli interessi passivi previsti dalla normativa.

È una perdita certificata, pesantissima e senza precedenti. Ma la responsabilità non è solo dei Governi che hanno costruito un modello destinato a fallire: è anche – e soprattutto – di un’amministrazione comunale che non ha mai avuto il coraggio di dire la verità.

Invece di ammettere che non esistevano le condizioni minime per rispettare i tempi del Pnrr, si è preferito andare avanti con una narrazione autoreferenziale fatta di annunci, rendering, conferenze stampa e post celebrativi, mentre da Roma arrivavano le prime segnalazioni di criticità.

La verità è che gli uffici non avevano personale, non avevano competenze specialistiche, non avevano una struttura stabile, e non avevano alcuna possibilità di reggere il ritmo imposto dall’Unione Europea.

Eppure è stato fatto credere ai cittadini che “andava tutto bene”, che Reggio Calabria stava correndo insieme al resto d’Italia.

Non era così. Non lo è mai stato.

Nel frattempo, in città si assisteva a un teatrino imbarazzante: Vice Sindaci sostituiti più volte, Assessori che entravano e uscivano a cadenza regolare, Dirigenti ruotati senza continuità, come se una macchina amministrativa potesse funzionare senza stabilità.

Gli unici dirigenti che non cambiano mai sono quelli del Contenzioso.

Un Comune che cambia continuamente la sua catena di comando non può gestire neppure l’ordinario: figuriamoci il Pnrr.

Era matematico arrivare a questo punto.

E mentre si perdevano fondi, mentre i decreti di revoca diventavano pubblici, mentre il Ministero chiedeva indietro milioni, la città si ritrovava un albero di Natale da 18 metri acquistato per 180.000 euro, trasformato nell’ennesimo grande evento mediatico, accompagnato da dichiarazioni trionfali, spettacoli, neve artificiale, mascotte e musica.

Lo scorso anno, gli atti ufficiali parlano chiaro: il Comune ha speso oltre 700.000 euro per “Reggio Città Natale”.

E anche quest’anno, per il Natale 2025, l’Amministrazione ha già programmato una spesa certa di 550.000 euro tra luminarie, eventi nei quartieri, attività nel centro storico e accensione dell’albero.

Tutto questo mentre Reggio Calabria viene collocata all’ultimo posto in Italia per qualità della vita, e mentre la città perde fondi strutturali, è costretta a restituire milioni, paga interessi e fallisce i progetti strategici del Pnrr.

In più, il Comune sta utilizzando somme consistenti di fondi comunitari e nazionali per finanziare feste, festini, luminarie e animazioni natalizie, iniziative effimere che non producono alcun risultato duraturo di crescita economica e turistica, come certificato dalla collocazione di Reggio Calabria all’ultimo posto nelle graduatorie nazionali sulla qualità della vita.

È un paradosso intollerabile: perdiamo fondi strutturali, restituiamo milioni, paghiamo interessi,

falliamo progetti chiave, mentre si celebrano “successi” perché viene acceso un albero di Natale.

Ma la scena più grave deve ancora arrivare.

Mentre l’amministrazione procede con enorme lentezza nell’utilizzo dei fondi europei e del Pnrr, quando si tratta di richiedere pagamenti ai cittadini diventa improvvisamente rapidissima ed efficientissima.

La Tari, tra le più elevate d’Italia, continua a crescere senza alcun miglioramento del servizio, e qualsiasi contestazione del contribuente si inserisce in un meccanismo regolato da norme che – per come sono strutturate – finiscono per creare uno squilibrio evidente a favore dell’Ente, rendendo molto complesso per il cittadino far valere le proprie ragioni.

Il risultato è chiaro:

lentezza totale quando si tratta di realizzare opere pubbliche, massima tempestività quando si tratta di applicare tariffe, notificare atti o attivare procedure di recupero.

È una dinamica che pesa sulle famiglie e sulle imprese, aggiungendo difficoltà a una città già schiacciata da inefficienze e fallimenti amministrativi.

E come se non bastasse, il Sole24Ore ha collocato Reggio Calabria all’ultimo posto in Italia per qualità della vita, confermando ciò che i cittadini sperimentano ogni giorno: inefficienza, immobilismo, incapacità di gestire il presente e progettare il futuro.

Il Consiglio Comunale è rimasto in silenzio, incapace di un’assunzione di responsabilità collettiva,

e la Prefettura non ha ritenuto necessario intervenire, nonostante un disastro amministrativo certificato da atti formali del Ministero.

Nessuna indignazione. Nessuna reazione. Nessun sussulto istituzionale.

E il problema, purtroppo, è che questo è solo l’inizio.

Se non si cambia immediatamente rotta, tutti gli altri interventi del Pnrr – scuole, rigenerazione urbana, mobilità, impiantistica sportiva, digitalizzazione – sono destinati a seguire lo stesso identico percorso, perché presentano gli stessi sintomi: ritardi, fragilità procedurali, assenza di progettazioni esecutive, mancanza di personale, uffici allo stremo.

L’Europa non valuta i post su Facebook. L’Europa valuta le opere eseguite.

E qui, di opere eseguite, non c’è praticamente nulla.

Il fallimento dei PINQuA non è un episodio tecnico: è la fotografia crudele di un modello istituzionale sbagliato e di un’amministrazione comunale impreparata, inefficiente e incapace, da anni impegnata a negare la realtà anziché affrontarla.

Lo Stato ha sbagliato nel metodo. Il Comune ha fallito nell’attuazione. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città ferma, ultima in Italia, priva di investimenti, obbligata a restituire risorse e a pagare gli interessi degli errori altrui.

Una città che non pretende competenza, verità e responsabilità continuerà a essere trattata come se non le meritasse.

Ma una città che apre gli occhi e inizia a dire le cose come stanno può ancora tornare a costruire il proprio futuro, senza inseguire illusioni e senza nascondere i fallimenti dietro un albero di Natale o un post celebrativo. (pf)

(Imprenditore, exassessore della prima Giunta di Italo Falcomatà)

Qualità della vita: Reggio di nuovo ultima nella classifica del Sole 24 ore

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Reggio è ultima, per il secondo anno consecutivo, per la qualità della vita. È quanto emerso dalla 36esima edizione del Rapporto Qualità della Vita 2025 de Il Sole24Ore, dove si registra per la Città dello Stretto (in 107esima posizione) un peggioramento anche degli indicatori: nel 2024 la provincia era oltre la 100ª posizione in 16 indicatori su 90, nel 2025 è oltre la posizione 100 in 27 dei 90 indicatori.

Un dato desolante, considerando che, recentemente, Reggio si collocava all’ultimo posto (105) nel dossier di Legambiente realizzato in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore, per performance ambientali e qualità dei servizi, con trasporto pubblico, piste ciclabili, uso efficiente del suolo e gestione dei rifiuti tra i dati peggiori d’Italia.

E i dati del quotidiano fotografano una Reggio “ultima degli ultimi”, in cui la posizione  107 della graduatoria generale è la somma del 107° posto per «Affari e lavoro», del 107° per «Ambiente e servizi» e del 101° per «Ricchezza e consumi».

«Un territorio a basso reddito – spiega il quotidiano economico – in cui le famiglie con Isee sotto i settemila euro sono il 40,6% del totale, il reddito medio pro capite è poco più alto di 15mila euro, più basso della pensione di vecchiaia (21mila euro), ma l’inflazione (2%) è il doppio di quella nazionale. Ancora: Reggio Calabria è nelle ultime 15 posizioni in quasi tutti gli indicatori di «Affari e lavoro». È trentesima per start up innovative e 22ª per pensioni di vecchiaia che sul territorio rappresentano una misura di welfare non convenzionale per molte famiglie. Infatti, anche se per quoziente di natalità Reggio Calabria è 7ª in classifica, i giovani, e non solo, scappano. Il saldo migratorio totale è meno 2,5 (Reggio è 106ª, penultima in classifica) frutto anche di un fenomeno segnalato dall’Istat nel 2025 e qui ben presente: emigrano anche i pensionati che vanno al Nord a raggiungere i figli, precedentemente emigrati, per fare da baby sitter ai nipoti e cercare una sanità più efficiente di quella reggina (la provincia è 102ª nell’emigrazione ospedaliera)».

Una Città di forti contrasti, dove alla bellezza dello Stretto «fanno da contraltare periferie in cui il degrado è visibile a occhio nudo: strade dissestate, incuria diffusa, auto vecchie e rumorose. Una situazione simile a quella della provincia, dei tre territori che la compongono: la Locride sullo Jonio, la Piana di Gioia Tauro sul Tirreno, l’Aspromonte che li divide appoggiandosi su Reggio Calabria».

Ma non è solo Reggio ad aver registrato delle criticità: Vibo Valentia (102esima posizione) è ultima per retribuzione dei lavoratori dipendenti (13.300 euro contro i 34.300 di Milano, 21mila euro di differenza) e per durata media dei procedimenti civili (121 giorni a Gorizia contro più di mille; la media in Italia è 345).

Malissimo Crotone (105esima posizione) per l’offerta culturale (a Pescara 103 spettacoli ogni mille abitanti, nel capoluogo pitagorico soltanto 5) e Cosenza per quota di export sul Pil (ultima a distanza siderale da Arezzo che guida la classifica) e valore aggiunto pro capite.

Crotone è ultima in classifica per qualità della vita delle donne, altro parametro per il quale Vibo è messa molto male. La qualità della vita degli anziani è pessima ancora a Vibo Valentia e Reggio Calabria (105esima). Crotone è terz’ultima in Italia per qualità della vita dei bambini, mentre è ultima per mortalità evitabile. Riguardo all’emigrazione ospedaliera, invece, la peggiore tra le calabresi è Cosenza (103esimo posto). Cosenza si posiziona 100esima, mentre Catanzaro, tra le cinque province, è quella più in alto: è al 92esimo posto.

I dati emersi da Il Sole24Ore devono far riflettere, soprattutto se, nelle prime 30 posizioni, ci sono solo regioni settentrionali. Bisogna arrivare alla 39esima posizione per trovare una regione del Sud, ovvero Cagliari.

«Il dato conferma – scrive il quotidiano – una spaccatura che, in 36 edizioni della Qualità della vita, non ha accennato a sanarsi, nonostante i punti di forza del Sud nella demografia, nel clima, nel costo della vita decisamente più accessibile e i fondi (inclusi quelli del Pnrr) che, negli anni, hanno contribuito a dare una spinta alle imprese e al Pil del territorio in questione: le ultime 22 classificate, infatti, continuano a essere province meridionali».

Dati, quelli del quotidiano economico, che andrebbero presi con le pinze, in quanto – come scritto proprio sulle sue pagine – il costo della vita al Sud è decisamente più accessibile nel Mezzogiorno che al Nord. Ovviamente, questo non significa che le criticità non ci siano anzi, quanto emerso dalla classifica de Il Sole24Ore dovrebbe essere la bussola per la Regione per individuare le criticità e cercare di porvi rimedio attraverso veri interventi e piani capaci di migliorare la qualità della vita non solo a Reggio, ma in tutta la Calabria. Leggere di Crotone, per esempio, che “fallisce” per quanto riguarda l’offerta culturale è desolante, considerando che la città di Pitagora era un centro di riferimento politico, religioso e culturale per l’intero territorio della Magna Grecia. E stesso discorso vale anche per il fallimento per quanto riguarda la qualità del lavoro delle donne, della qualità della vita per i bambini. Dati, questi, che dovrebbero suggerire alla politica di prestare più attenzione alla città pitagorica. Anzi, l’attenzione e l’impegno dovrebbe essere equo e uguale per tutte le province, per per aree interne e qualsiasi angolo della Calabria.

Tornando alla classifica del quotidiano, in prima posizione troviamo la provincia di Trento, già incoronata regina dell’Indice di Sportività 2025 e di Ecosistema Urbano, Trento svetta in un podio tutto alpino di teste di serie dell’indagine: Bolzano è al secondo posto e Udine al terzo.

La top 10 della classifica quest’anno è popolata da territori del Nord Italia, in un mix tra grandi città come Bologna,4 ª, e Milano, 8 ª, e province di piccola taglia come Bergamo (5 ª, vincitrice nel 2024), Treviso (6 ª, con il record di posizioni risalite: +18), Verona (7 ª), Padova (9 ª, che ritorna tra le prime 10 dopo 30 anni di assenza: era nona nel 1994) e Parma (10 ª). A trionfare, come già in passato, è in particolare il versante Nord-Orientale della penisola.

Le città metropolitane registrano un miglioramento diffuso rispetto all’edizione 2024: solo due su 14, Bari e Catania, calano di posizione rispetto all’indagine dell’anno scorso, mentre altre due (Firenze, 36ª, e Messina, 91ª) risultano stabili. La competitività di questi territori sul piano degli affari e del lavoro, ma anche l’attrattività su quello degli studi e dell’offerta culturale, contribuiscono dunque a mitigare la presenza di disuguaglianze accentuate che rende queste aree più esposte alla polarizzazione interna. A guidare la risalita con un avanzamento di 13 posizioni è Roma, che si piazza 46ª, mentre Genova sale di 11 gradini arrivando al 43° posto. In miglioramento anche le già citate Bologna, che rimane tra le prime dieci ma a +5 sul 2024, e Milano (+4), che torna in top 10 piazzandosi all’8° posto. Torino sale di una posizione (57ª).  La prima area metropolitana del Mezzogiorno, inteso nella sua accezione più ampia che comprende anche le isole, è Cagliari, che sale di cinque posizioni e si piazza 39ª, seguita da Bari (67ª, ma in calo di due posizioni), Messina (91ª), Catania (96ª, in calo però di 13 posizioni), Palermo (97ª) e Napoli (104ª). (ams)