SANITÀ, DA 20 ANNI NEL RIPARTO DEI FONDI
ALLA CALABRIA TOCCANO SEMPRE DI MENO

di GIACINTO NANCII politici calabresi si stanno accapigliando perché ognuno vuole nella propria provincia la facoltà di medicina e chirurgia perdendo ancora una volta di vista i veri problemi della sanità calabrese che continua ad andare al macello.

Dopo 13 anni di piano di rientro infatti i conti della sanità calabrese continuano ad essere bocciati dalla Corte dei Conti, e siamo ultimi in Italia per applicazione dei Lea, ma la cosa più grave è che a parità di patologia, specialmente tumorale, in Calabria si muore prima che non nelle altre regioni.

Invece di accapigliarsi per avere ognuno la facoltà di medicina nella propria provincia che al massimo sforna laureati che poi emigrano, i politici calabresi dovrebbero battersi per modificare i criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni perché la Calabria è la regione che riceve pro capite, da più di 20 anni a questa parte, meno fondi per la sua sanità pur avendo tra i suoi circa due milioni di abitanti ben 287000 mila malati cronici in più che non in altri due milioni di altri italiani per come certificato anche dall’ormai lontano Dca N. 103 dell’ex commissario al piano di rientro sanitario calabrese Scura del 30/09/2015. Dca vidimato sia dal ministero dell’Economia che da quello della Salute, quindi tutti sanno.

A favorire questa necessaria battaglia dei politici calabresi per una migliore sanità è avvenuto che il governatore della regione Campania l’estate scorsa ha fatto un ricorso al TAR per contestare proprio i criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni che a suo dire penalizzano la Campania. Il ricorso ha una totale validità, tanto che prima che il Tar si sia pronunciato, la Conferenza Stato Regioni e il Governo hanno promesso e programmato per il prossimo anno la modifica dei criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni, comprendendo che il ricorso verrà sicuramente accolto. I politici calabresi avrebbero dovuto già da molto tempo fare loro il ricorso al Tar prima della regione Campania proprio perché la Calabria è molto più penalizzata non solo rispetto alla regione Campania ma rispetto a tutte le altre regioni.

Per rendere l’idea di quanto la Calabria e le regioni del sud sono penalizzate dall’attuale criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni basti dire che nel 2017 è stata fatta una modifica “parziale” (per come specificato dall’allora presidente delle Conferenza Stato-Regioni on. Bonaccini) dei criteri di riparto basati sulla “deprivazione” e non su quelli “demografici” correnti. Ebbene in base a questa parziale modifica (non riproposta ne tantomeno ampliata negli anni successivi e da qui il ricorso al Tar) alle regioni meridionali sono stati assegnati in più nel 2017 rispetto al 2016 ben 408 milioni di euro e se si considera che la modifica era solo parziale si potrebbe moltiplicare la cifra almeno per 4 e se questo riparto fosse stato fatto da 20 anni a questa parte in cui il riparto è stato fatto invece  con il criterio “demografico” la sanità del sud e quella calabrese, che è quella più penalizzata da questo criterio di riparto, avrebbero avuto molte più opportunità.

La sanità calabrese oltre a questo handicap del criterio di riparto è penalizzata anche dal piano di rientro stesso cui è sottoposta da oltre 13 anni perché esso fa ulteriori tagli alla sua spesa sanitaria, già insufficiente, proprio per ripianare il presunto deficit, e impone una maggiorazione delle tasse (Irap, Irpef, Accise etc..) ai calabresi, peggiorando oltre alla salute anche l’economia calabrese. Che fare allora?

Invece di litigare per la facoltà di medicina la Calabria si deve mettere alla testa delle regioni meridionali (così si ha più forza) perché il criterio di riparto dei fondi sanitari venga realmente e giustamente fatto non solo in base ai criteri della “deprivazione”, come vuole fare il governo e che ci darebbe certamente più fondi, ma  anche in base alla numerosità delle malattie presenti nella varie regioni in quanto essendo la regione con più  malattie croniche ci assegnerebbe i fondi giusti per poterle curare.

Con i fondi in più potremmo, invece di fare campanilismo per la facoltà di medicina nella propria provincia, pensare di creare dei centri di eccellenza per le varie patologie perché uno dei fenomeni che peggiorano i conti della sanità calabrese sono proprio le spese per le nostre cure fuori regione nei centri di eccellenza del nord, che nel 2021 sono giunte alla stratosferica cifra di 329 milioni di euro. Un esempio per capire.

La Calabria con una prevalenza di diabete mellito del 12% non ha un centro per la cura del piede diabetico, la regione Lombardia con una prevalenza di diabete del solo 4% ha più centri per la cura del piede diabetico, per cui i calabresi poi devono andare in questi centri al nord solo per l’amputazione del piede e non per la sua cura. Lo stesso vale per altre patologie.

E se si considera che la creazione di un centro di eccellenza costa pochissime decine di milioni di euro, con i fondi in più che dovremmo ricevere con la modifica dei criteri riparto, potremmo permetterci, oltre ai centri di eccellenza per le malattie croniche, perfino un centro di eccellenza “sullo studio della neurofisiopatolgia del canto del grillo”. Se vogliono fare un favore ai calabresi i nostri politici devono da subito iniziare la battaglia per la modifica del riparto dei fondi sanitari e oggi c’è l’opportunità di farlo visto sia il ricorso al Tar della regione Campania e sia gli ultimi gravi rilievi fatti dal Tavolo Adduce (organo ministeriale che ogni anno monitora le regioni in piano di rientro) al commissariamento della sanità calabrese, al commissario Occhiuto e al piano di rientro calabrese.

Altrimenti come i polli di Renzo, i nostri politici, faranno continuare a finire al macello i malati calabresi (che continueranno a morire prima degli altri italiani a parità di patologia). (gn)