Appello a Berlusconi per la pace dell’ex presidente Giuseppe Nisticò

Un appello a Silvio Berlusconi per la pace in Ucraina è stato lanciato dal prof. Giuseppe Nisticò, già presidente della Regione Calabria e parlamentare europeo, nel corso della presentazione in Senato del recentissimo libro di Vittorio Testa dal titolo B, edito da Diabasis. Dopo aver elogiato l’opera del giornalistaTesta e aver ricordato episodi della sua vita politica iniziata nel 1994 con Berlusconi, Nisticò ha inviato un pressante ed accorato appello a Silvio Berlusconi perché intervenga lui direttamente, con la sua autorevolezza, non avendo bisogno di autorizzazioni di parte di nessuno, nelle trattative diplomatiche per porre fine alla guerra in Ucraina. 

«Berlusconi – ha detto Nisticò – avrebbe ottime possibilità di successo: le sue straordinarie doti psicologiche gli permetteranno di penetrare nelle fibre più intime della vita affettiva dei suoi interlocutori e così convincere sia Putin a cessare i bombardamenti e gli attacchi missilistici e Zalenski a trovare un punto di intesa per il cessate il fuoco definitivo. Questa potrebbe essere l’ultima missione di Berlusconi nel mondo e interrompere la spirale tragica di morti, feriti e disastri enormi sotto il profilo economico e sociale. A mio avviso, però, egli dovrà agire lontano dai media, in silenzio e discrezione, con i fatti, portando in tempi brevi alla soluzione del conflitto. Finora l’errore è stato di avere bruciato una sua potenziale candidatura ufficiale perché è stata considerata come espressione politica e di un partito.

Nessuno chiederà a Berlusconi di muoversi ufficialmente in questa direzione perché nonostante gli siano riconosciuti i meriti purtroppo dominano ancora ignobili sentimenti di gelosia e invidia nei suoi confronti. Egli saprà più di ogni altro parlare al cuore di Putin e di Zelenski facendo ritornare alla ragione e facendo loro comprendere l’importanza delle parole e delle preghiere di Papa Francesco che si è dimostrato coerente fin dal primo momento contro le armi e a favore della pace.

Inevitabilmente, continuare a inviare armi in Ucraina vuol dire, come da tutti riconosciuto, aumentare progressivamente il numero dei morti e le sofferenze indicibili della gente ucraina, come pure cronicizzare la situazione bellica fino al rischio di un conflitto nucleare di devastante portata per tutta l’Europa.

«Ma quale Paese al mondo – ha detto Nisticò – non sarebbe felice di essere privo di armi? Uno dei valori fondamentali della civiltà italica, tremila anni prima di Cristo e di quella della Magna Grecia (VI-V secolo a.C.) – come va da anni predicando il filosofo della Magna Grecia Salvatore Mongiardo – è rappresentato dal rispetto della vita sia degli animali sia a maggior ragione dell’uomo. Quindi, un mondo contro le armi e le guerre a favore della pace.. Questi concetti filosofici basati sull’etica dovrebbero tornare a essere dominanti nel mondo.

Attraverso una sorta di Piano Marshall per il quale Berlusconi si è sempre battuto durante tutte le crisi, in cui Europa e Usa ossessionati dall’idea di favorire le lobbies delle armi, invece di spendere soldi in armamenti potrebbero con le loro risorse contribuire alla rinascita, alla ricostruzione delle città e dei monumenti distrutti e polverizzati nelle guerra e dare benessere e risorse per i giovani per un lavoro qualificato e dignitoso! Con la creazione di una fascia di Paesi neutrali, privi di armi, dalla Svezia alla Finlandia, all’Ucraina e alla Moldavia, Paesi da inserire tutti a pieno titolo nell’Unione Europea, si potrebbe arrivare a un immediato cessate il fuoco e a questi Paesi andrebbe la gratitudine di tutto il mondo». (rrm)

 

 

 

BENVENUTO 2022: L’ANNO DEL PRESIDENTE
MATTARELLA BIS, DRAGHI O GIANNI LETTA?

di SANTO STRATI – Comincia un altro difficile anno, con le fosche nubi di un contagio che appare irrefrenabile, anche se, grazie al cielo, i decessi sono limitati rispetto ai numeri che abbiamo patito nel 2020. Ma non sarà la pandemia al centro dell’attenzione e del dibattito politico. È l’anno del nuovo inquilino (o resta il vecchio?) del Quirinale e questo scenario sovrasta su tutto, persino sull’emergenza. Chi sarà il futuro presidente? La particolarità del momento tra pandemia e affannoso impegno per inseguire la ripresa non lascia spazio a grandi colpi di scena e i calabresi, come il resto dell’Italia, che ieri sera aspettavano un segnale di disponibilità da parte del presidente uscente non sono rimasti delusi, bensì si ritrovano ancor più confusi dall’incapacità della politica di trovare un punto d’incontro per una scelta condivisa. La politica, quella che stiamo vivendo in questi anni fa rimpiangere i grandi personaggi che, tra chiaro e scuro, hanno lasciato un segno tangibile di cosa significava autorevolezza, capacità di essere leader, visione ampia e consapevolezza del ruolo. Le tristi ombre degli attuali comprimari della politica sono lontani anni luce dai protagonisti della prima repubblica, ma soprattutto dimostrano l’assoluta incapacità di accettare la sfida della politica, quella nobile che appassiona il popolo e fa crescere il Paese. E sottolinea l’insignificante pochezza di quelli che non sono stati in grado di formarsi, con umiltà, studiando il passato, analizzando il presente, immaginando il futuro. Tutto ciò – è sotto gli occhi di tutti – non c’è, non ci sono protagonisti, salvo piccolissime eccezioni e gli italiani sono sfiduciati e avviliti da questa non-politica.

In questo quadro sconfortante difficile individuare scelte condivise per il nuovo presidente della Repubblica. Già è facile prevedere uno scontro fra le parti (e i partiti) del quale gli italiani farebbero volentieri a meno, visto che le posizioni per una candidatura non divisiva appaiono ingestibili. La soluzione più pratica e più efficace ci sarebbe: un Mattarella-bis che mantenga lo status quo del governo a guida Draghi fino alla naturale fine della legislatura (maggio 2023). Ma è una soluzione talmente semplice che non trova spazio tra i politici che affermano con finta convinzione che Mattarella ha detto chiaramente che non vuole un secondo mandato. Ma secondo voi, ammesso che Mattarella, nel suo ammirevole aplomb, avesse in cuor suo una pur piccolissima idea di accettare un bis in nome della stabilità irrinunciabile visto il momento difficilissimo della pandemia, lo verrebbe a dire a tutti prima della convocazione elettorale per il Quirinale? Conoscendo il personaggio, la sua naturale modestia, neanche sotto tortura direbbe in anticipo «accetto per amor di patria». Nè tanto meno non poteva non dare il suo commiato agli italiani nel messaggio di ieri sera, lasciando intendere che ha già pronte le valigie… Del resto, ricordiamolo bene che al Quirinale non ci si candida, ma si viene candidati.

Il momento, però, è terribile: è a rischio la tenuta del Governo (se Draghi dovesse diventare Capo dello Stato) perché verrebbe meno il collante che l’ex presidente Bce sa esercitare e che ha mostrato di saper utilizzare. Ma Draghi ha chiesto di diventare Presidente della Repubblica? Ad ascoltare bene le sue parole nella conferenza di fine anno, solo i più maliziosi (o in malafede) sono riusciti a leggere questo desiderio che, al momento appare più facilmente procrastinabile a fine mandato, a fine legislatura. Senza contare l’inghippo istituzionale che si andrebbe a verificare con uno spostamento di Palazzo. Draghi sta svolgendo più che egregiamente il suo compito, gode della stima incondizionata di tutto il mondo e ha più “nemici” tra i banchi della sua maggioranza che nel resto dell’opposizione (quella modesta e inoffensiva di Giorgia Meloni e quella quotidiana e perfida di Marco Travaglio). Però, può completare il mandato e aspirare, legittimamente, a chiudere la sua “carriera” al vertice al Paese, senza potere politico, ma con l’onore straordinario del ruolo di Capo dello Stato.

Quindi, la soluzione più naturale sarebbe una preghiera corale (unitaria) delle Camere e dei grandi elettori a Mattarella ad accettare un secondo mandato, che sarebbe comunque a tempo: al rinnovo del Parlamento con le Camere stravolte dal referendum che ha ridotto i loro componenti, sembrerebbe il minimo che il Presidente eletto da una maggioranza ben diversa (anche numericamente) da quella nuova rassegnasse le dimissioni, affidando alle nuove (striminzite) Camere l’onere di eleggere un nuovo Capo dello Stato. E questo suggerimento (o auspicio) vale sia per Mattarella che per chiunque vada al Quirinale. Si dirà: non è la prima volta che il Presidente in carica sia espressione di una maggioranza che magari non c’è più, ma in questo caso c’è una composizione nuova (e decisamente anomala, ma votata per legge) del Parlamento e i numeri non sarebbero più gli stessi in ogni caso.

E fin qui abbiamo parlato di status quo, ma c’è l’incognita Berlusconi che spareggia la “soluzione semplice” del bis. L’ex cavaliere sogna di diventare presidente e i suoi non fanno altro che sostenere l’impossibile desiderio, facendo i conti sui franchi tiratori (a favore) ma trascurando quelli del fuoco amico. Berlusconi è un personaggio che, al di là delle ingiustificabili e inappropriate “attività personali” (per le quali non c’è assoluzione alcuna, moralmente parlando), ha lasciato un segno profondo negli ultimi trent’anni. Voler percorrere a tutti i costi l’elezione quirinalizia nasconde un rischio gigantesco che, a ben vedere, Berlusconi dovrebbe evitare di correre. Una bocciatura alla quarta votazione (dove basta la maggioranza semplice, che comunque non avrebbe) decreterebbe non solo la sua fine politica ma soprattutto cancellerebbe completamente anche quel poco, pochissimo?, di buono che ha seminato durante i suoi governi. Una bocciatura equivarrebbe a una macchia insopportabile per un uomo di 85 anni che ha sempre mostrato di avere il vizio di vincere (pur con qualche indigesta sconfitta). E allora? Dovrebbe dare ascolto ai suoi veri amici (pochi per la verità) e rinunciare facendo però la mossa vincente che lo riconsegnerebbe agli altari della gloria (?) politica. La sua rinuncia in cambio di una designazione che nessuno potrebbe mai contestare e che Berlusconi potrebbe agevolmente intestarsi. Chi è, nell’attuale scenario della politica italiana, il personaggio che trasversalmente gode dell’incondizionata stima di destra, sinistra, centro? È Gianni Letta, il Richelieu della politica italiana, gran conoscitore della macchina dello Stato, personalità di specchiata onestà, figura emblematica e rappresentativa, al meglio, del popolo italiano.

Berlusconi avrebbe delle ottime motivazioni per rinunciare, a partire dall’età e dalla salute da qualche tempo alquanto precaria, quindi una rinuncia per “motivi di salute” non sarebbe una resa. Anzi lo aiuterebbe a ricostruirsi (si fa per dire) la reputazione perduta per la scappatelle sessuali. E la designazione del suo “delfino” potrebbe trovare una convergenza unitaria già alla prima “chiama” del voto quirinalizio. Anche Letta ha un’età (86 anni) e il suo mandato non a termine, troverebbe comunque una corretta fine dopo l’elezione del nuovo Parlamento “ridotto” che potrebbe eleggere il nuovo Presidente (Draghi?). All’attuale premier converrebbe completare il mandato fino a fine legislatura. Ne guadagnerebbero gli italiani, gli sarebbe grato il Paese. E sarebbe il candidato insostituibile per la Presidenza del dopo elezioni del 2023. Non è fantascienza politica, ma un semplice ragionamento che molti italiani, crediamo, potrebbero condividere. Ma in Italia, si sa, le soluzioni pratiche sono evitate come la peste e l’«ufficio complicazione affari semplici» (Ucas) non va mai in ferie. Buon anno a tutti. (s)

TRIPODI (FI): A SAN LUCA I CARABINIERI PRESIDIO DI LEGALITÀ

In qualità di capogruppo di Forza Italia in Commissione Difesa di Montecitorio l’on. Maria Tripodi ha fatto visita nel cuore dell’Aspromonte a San Luca, al Presidio anti ‘ndrangheta dei Carabinieri attiguo al Santuario di Polsi, in provincia di Reggio Calabria.
L’on. Tripodi accolta dal Capitano Soriano e dai militari presenti in loco, ha manifestato vivo compiacimento per l’istituzione del Presidio emblema dello Stato e della legalità, e ha espresso rinnovata vicinanza delle Istituzioni all’Arma. La visita si è conclusa con la tappa al santuario della Madonna di Polsi, meta di migliaia di fedeli.
«Credo – ha detto l’on. Tripodi – di ottemperare con la mia costante presenza sul territorio, all’impegno assunto in campagna elettorale con gli elettori che mi hanno scelto quale loro rappresentante. Il legame con la mia terra è solido e sono convinta sia necessario, lavorare, lavorare e ancora lavorare, con grande umiltà, per essere interlocutore credibile dei calabresi. Se vogliamo colmare il gap tra politica e cittadini disgustati dalla cattiva gestione della cosa pubblica dobbiamo essere per primi noi eletti a dare l’esempio. In Calabria ci attendono grandi sfide elettorali. Con i colleghi Cannizzaro e Siclari, siamo in prima linea e continueremo ad esserlo, per ridare una speranza a questa terra vilipesa da gestioni fallimentari. I vertici nazionali del nostro Movimento dal Presidente Berlusconi ad Antonio Tajani hanno già avuto modo di testare il lavoro portato avanti, il coordinamento provinciale reggino, infatti ha da poco registrato sotto la regia del collega Cannizzaro, l’adesione di 150 validi e preparati amministratori locali, che si riconoscono nel nostro di Forza Italia. E’ un risultato che ci spinge a fare sempre meglio, a queste latitudini chiosa il cielo è più che mai azzurro». (rp)