NEI BORGHI DEL SUD E DELLA CALABRIA
LO SPOPOLAMENTO È «IRREVERSIBILE»

Centinaia di borghi e paesi delle aree interne italiane, in particolare del Mezzogiorno, sono destinati a scomparire. Lo dice esplicitamente il Piano strategico nazionale per le aree interne (Psnai), firmato dal ministro per le Politiche di coesione, Tommaso Foti. Il fenomeno dello spopolamento viene descritto come ormai inarrestabile in molte zone e, per la prima volta, viene previsto un “accompagnamento” nel declino.

«La popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive», si legge nel documento. Dove ciò non è possibile, l’obiettivo è «l’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile».

Un passo indietro rispetto agli intendimenti sempre manifestati dalla destra, che ha sempre proclamato di voler difendere l’identità dei territori, i piccoli comuni, i borghi storici. Foti, invece, chiarisce che per alcuni non c’è nulla da fare.

Aree interne senza prospettiva: la resa del piano Foti

È l’Obiettivo 4 quello più drammatico. In questo segmento di analisi il piano ministeriale prende atto di una realtà già compromessa: «Un numero non trascurabile di aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività», si legge ancora.

Per queste aree, prosegue il testo, «non possono porsi obiettivi di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse» e «hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitosoper chi ancora vi abita».

Il Mezzogiorno paga il prezzo più alto

Il problema riguarda tutto il Paese ma colpisce soprattutto il Sud. Le aree interne del Mezzogiorno, già fragili, risultano le più colpite da emigrazione, crisi dei servizi e mancanza di opportunità. Le conseguenze si ripercuotono ovviamente anche sulla Calabria, dove la rinascita dei borghi è una parola d’ordine da anni (forse decenni) ma, davanti alla cruda realtà dei dati, dovrà tramontare, per lo meno nei piccoli comuni in condizioni più disperate.

«Al Sud quattro comuni su cinque perdono 35mila abitanti», ha detto lo stesso Foti in un’audizione parlamentare, confermando di fatto la geografia dello squilibrio demografico.

Alcuni borghi verranno “salvati”, ma secondo una logica selettiva: solo quelli con concrete possibilità di rilancio riceveranno risorse, con investimenti mirati su trasporti, sanità e servizi essenziali.

Il Pd all’attacco: «Condannati alla resa»

Dall’altro lato della barricata ci sono le opposizioni. E soprattutto il Pd che, negli ultimi anni, ha puntato molte iniziative proprio sulle aree interne. «Il governo getta la spugna e condanna questi territori alla resa. Ringraziamo il ministro Foti per averci dato ragione», ha dichiarato a Domani il deputato del Partito Democratico Marco Sarracino.

Il Pd prepara una proposta di legge per contrastare lo spopolamentoe intende avviare un tour nelle aree a rischio, per rilanciare la questione politica del riequilibrio territoriale.

Tanti fondi, ma strategia al ribasso

Nel documento, che conta 164 pagine, il governo annuncia anche una revisione della governance: sarà istituita una nuova cabina di regia con funzioni di coordinamento e supporto tecnico, sotto la supervisione del Dipartimento guidato da Foti.

Ma la linea di fondo appare rinunciataria. Una scelta sorprendente se si considera la dotazione disponibile: ai 600 milioni previsti dal Pnrr per le aree interne, si sommano altri 400 milioni provenienti da fondi europei già stanziati.

Risorse ampie, dunque, ma le linee guida del Governo vanno verso una gestione che rinuncia a invertire la rotta in ampie porzioni del territorio nazionale. Per molte aree interne, il declino sarà semplicemente “accompagnato”. È un fenomeno «irreversibile». (ppp)

[Courtesy LaCNews24]

MERCATO DEL LAVORO: LA GRANDE CRISI
IN CALABRIA TRA FRAGILITÀ E DIVERGENZE

di FRANCESCO AIELLO Osservare le dinamiche del mercato del lavoro è come comprendere l’evoluzione di un sistema economico. Analizzare la forza lavoro, chi trova occupazione e chi ne resta escluso significa cogliere aspetti cruciali della crescita economica, della coesione sociale e delle aspettative individuali. Nel caso della Calabria, questo esercizio assume un valore ancora più rilevante. Qui, più che altrove, le dinamiche occupazionali hanno riflesso – e in parte alimentato – una stagnazione di lungo periodo. Tra il 1995 e il 2024, mentre l’Italia ha vissuto fasi alterne, con segnali di crescita e di adattamento, i dati della Calabria raccontano una storia di distacco strutturale rispetto al resto del Paese, che non si è colmato nemmeno nelle fasi espansive.

Sebbene molti dei contenuti illustrati in questa nota possano risultare familiari, soprattutto a chi studia o insegna materie economiche, l’osservazione di un periodo esteso consente di cogliere con maggiore chiarezza la direzione delle trasformazioni avvenute. Il confronto trentennale tra Calabria, Mezzogiorno, Centro-Nord e Italia aiuta a leggere in profondità le traiettorie divergenti che hanno caratterizzato il mercato del lavoro regionale.

Tre sono le domande guida: la Calabria ha recuperato o perso terreno? Ha seguito un’evoluzione simile o divergente rispetto al resto del Paese? E soprattutto: cosa ci dicono questi dati sulla possibilità, oggi, di immaginare uno sviluppo diverso?

La dinamica della popolazione in età lavorativa (15-64 anni)

Nel trentennio 1995–2024, la Calabria ha sperimentato una progressiva contrazione della popolazione in età lavorativa (15–64 anni), passando da oltre 1,296 milioni di individui nel 1995 a circa 1,163 milioni nel 2024. Si tratta di una perdita netta di circa 133.000 persone, pari a un calo di oltre il 10%, il più marcato tra tutte le macroaree italiane. Se confrontata con il resto del paese, in Calabria queste dinamiche sono particolarmente severe. Nel 2024 la popolazione in età lavorativa è diminuita del 4,2% in Italia, dell’1,6% nel Centro-Nord, ma dell’8,8% nel Mezzogiorno.

La Calabria, con il suo -10,3%, si conferma come una delle regioni in cui la fragilità demografica si è espressa in modo più netto. Questo dato riflette una duplice fragilità: la prima è legata a dinamiche demografiche (progressivo invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite), mentre la seconda è associata ai saldi migratori negativi, in particolare di giovani e adulti in età da lavoro. Questa combinazione ha ridotto non solo il numero di potenziali partecipanti al mercato del lavoro, ma anche la qualità complessiva della forza lavoro, svuotando la regione di competenze e capitale umano.

La popolazione in età lavorativa comprende i residenti attivi, ossia la forza lavoro (occupati e disoccupati in cerca di lavoro), e gli inattivi, cioè coloro che non lavorano né cercano attivamente un impiego. Nel 2024, la forza lavoro calabrese ammonta a 601.755 persone, mentre gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono 561.170.

In altri termini, nel 2024 circa il 48% della popolazione calabrese in età da lavoro risulta inattiva. Si tratta di una quota molto elevata per un contesto regionale inserito in un’economia avanzata, e che riflette una vulnerabilità del modello economico. Il fenomeno, però, non è nuovo né transitorio. Già nel 1995, la forza lavoro regionale era pari a 656.905 unità, mentre gli inattivi erano 639.138. Su una popolazione complessiva in età lavorativa di circa 1.296.000 persone, quasi il 49,3% risultava inattivo. Si tratta di valori medi che caratterizzano l’intero periodo osservato, anche se non sono mancati momenti di parziale riequilibrio: tra il 1997 e il 2002 si registra una crescita della forza lavoro e una riduzione degli inattivi, mentre dal 2003 in poi le due dinamiche si invertono. Il divario si amplia negli anni successivi, fino a culminare con la crisi del 2008, quando il numero degli inattivi supera stabilmente quello della forza lavoro.

La persistenza di questa dinamica nel corso di trent’anni indica un problema radicato e sistemico, che limita la capacità della Calabria di generare crescita economica, alimenta la dipendenza da trasferimenti pubblici e ostacola la sostenibilità delle finanze pubbliche locali e nazionali. La presenza di centinaia di migliaia di persone in età attiva ma completamente disimpegnate dalla partecipazione economica, rappresenta uno dei principali vincoli allo sviluppo della regione. Per comprendere meglio l’effettiva mobilitazione del capitale umano disponibile, è utile analizzare l’andamento della partecipazione al mercato del lavoro, ovvero il grado di attivazione della popolazione in età lavorativa.

Tendenze del tasso di attività (1995–2024)

L’indicatore che meglio sintetizza la “vitalità” del mercato del lavoro è il tasso di attività. Il tasso di attività della Calabria – ovvero il rapporto tra forza lavoro e popolazione in età 15–64 anni – si è mantenuto su livelli cronicamente inferiori rispetto alla media nazionale, senza alcun segnale di convergenza. Nel 1995 il dato regionale era pari al 50,7%, mentre a livello italiano si registrava un tasso attorno al 59%. Ventinove anni dopo, nel 2024, il tasso di attività in Calabra è rimasto pressoché immobile, oscillando intorno al 51,7%, a fronte di un aumento tendenziale del dato nazionale che ha superato il 66% nei migliori anni pre-pandemici, per poi stabilizzarsi su valori comunque più elevati.

L’andamento del tasso calabrese evidenzia una stabilità su livelli bassi, con variazioni cicliche contenute e senza rimbalzi significativi neanche nelle fasi espansive del ciclo economico nazionale. A differenza di altre regioni meridionali che hanno conosciuto una moderata crescita della partecipazione dal 2015 in poi, la Calabria ha mantenuto un andamento piatto, con il tasso di attività che raramente ha superato il 53% (massimo toccato nel 1999). La situazione è progressivamente deteriorata nel decennio successivo alla crisi del 2008, con un calo più marcato della forza lavoro a partire dal 2017: tra il 2010 e il 2024, la forza lavoro è calata in valore assoluto, passando da 620.000 a circa 602.000 persone, anche per effetto della riduzione della popolazione residente in età lavorativa.

È evidente il dualismo dell’economia del Paese: l’area centro-settentrionale registra una dinamica crescente del tasso di attività, che nel 2024 si attesta al 72%, e il Mezzogiorno d’Italia, al contrario, mostra timidi segnali di crescita in ristrette fasi temporali, ma che nel complesso registra un ampliamento significativo del divario con resto del paese: nel 1995 la differenza del tasso di attività tra le due  macro-regioni era di 9.6 punti percentuali, passati addirittura a 15.9 nel 2024).

Il confronto con il Centro-Nord – l’area più dinamica dell’economia italiana – conferma il ritardo strutturale della Calabria: nel 2024 il divario nel tasso di attività è di ben 21 punti percentuali. Va, inoltre, sottolineato che la Calabria presenta un tasso di attività inferiore anche rispetto alla media delle altre regioni meridionali.

Questi dati rivelano una debolezza strutturale profonda: in Calabria, una quota consistenze della popolazione in età lavorativa si è progressivamente allontanata dal mercato del lavoro. Si tratta di un fenomeno radicato, che riflette disillusione, scarsità di opportunità e disallineamento tra offerta e domanda di competenze.

Nel confronto con il Centro-Nord, la distanza appare ancora più netta: mentre in quell’area la partecipazione al mercato del lavoro è aumentata, in Calabria la struttura si è cristallizzata in un modello a bassa partecipazione. È una situazione che indebolisce gravemente il potenziale di crescita della regione.

Per approfondire l’andamento della partecipazione, conviene ora esaminare come si è composta nel tempo la forza lavoro, osservando il peso relativo di occupati e disoccupati. Iniziando dal dato complessivo sulla forza lavoro, possiamo osservare le principali tendenze di lungo periodo che hanno caratterizzato la partecipazione economica in Calabria.

Andamento della forza lavoro nel periodo 1995-2024

La forza lavoro in Calabria ha seguito un trend decrescente. Nel 1995, le persone in età 15–64 anni attive nel mercato del lavoro erano circa 657 mila, scese a 602 mila nel 2024. Un calo strutturale dell’offerta di lavoro, già delineato nei paragrafi precedenti, conferma l’erosione della base attiva su cui si regge il sistema economico regionale. Dopo una temporanea espansione nei primi anni 2000, la forza lavoro ha intrapreso un percorso di regolare declino, che riflette la debolezza endemica del sistema economico regionale, incapace di generare opportunità tali da trattenere o attrarre risorse umane.

Nel confronto con le altre aree del Paese, la traiettoria calabrese appare ancora più anomala. Dal 1995 al 2024 la forza lavoro in Italia è cresciuta complessivamente di circa il 10%, con una dinamica più marcata nel Centro-Nord (+13%), più contenuta nel Mezzogiorno (+3%) e nettamente negativa in Calabria (–8%).

Anche nei momenti di ripresa a livello nazionale, la regione evidenzia segnali di debolezza. A partire dal 2004, anno in cui la Calabria registra il suo massimo storico nella partecipazione al mercato del lavoro (circa 700 mila attivi), inizia una fase discendente che si intensifica dopo il 2008. Con una dinamica divergente sia rispetto al Nord che alle medie meridionali, in Calabria il trend si inverte strutturalmente. Ne risultano una perdita secca di capitale umano e una riduzione della base attiva su cui fondare la crescita.

Questi dati indicano che la regione non solo crea meno occupazione, ma coinvolge sempre meno persone nei processi economici e produttivi. Si tratta di un segnale allarmante, perché la riduzione della forza lavoro non è solo effetto dell’invecchiamento demografico o delle dinamiche migratorie, ma è soprattutto il sintomo di un disallineamento profondo tra offerta e domanda di lavoro.

Una tendenza così marcata alla riduzione della partecipazione rischia di trasformarsi in un circolo vizioso, alimentando la stagnazione e impoverendo ulteriormente il tessuto socioeconomico regionale. In un contesto in cui l’offerta di lavoro si contrae, è rilevante analizzare i dati degli occupati. È proprio sul fronte dell’occupazione che si colgono con maggiore evidenza gli effetti della debolezza strutturale del mercato del lavoro calabrese.

Dinamiche dell’occupazione

L’andamento del numero di occupati evidenzia la persistenza di una traiettoria instabile, segnata da fragili progressi e brusche battute d’arresto.

Nel 1995 gli occupati in età 15–64 anni erano 558 mila; nel 2024 sono 521 mila: una riduzione netta di 37 mila unità (–6,6%) che, al netto delle fluttuazioni intermedie, fotografa un’economia incapace di generare occupazione in modo duraturo. Il primo decennio mostra un leggero incremento: dopo un avvio debole nella seconda metà degli anni ’90, si registra una fase espansiva tra il 2000 e il 2004, con un picco di circa 604 mila occupati nel 2004, massimo storico della serie. Questa crescita si rivela effimera: già nel 2005 inizia una fase di declino che, con la crisi finanziaria globale del 2008 e le politiche di austerità successive, determina un progressivo peggioramento. Tra il 2008 e il 2014 la Calabria perde circa 73 mila occupati, passando da 573 mila a 500 mila, con un crollo che riflette i limiti persistenti del contesto produttivo. Nel periodo 2015–2019 si osserva un recupero modesto ma costante, con un incremento di circa 25 mila occupati in cinque anni. Questa fase viene però interrotta dalla pandemia, che nel solo 2020 fa perdere oltre 22 mila posti di lavoro. A partire dal 2021 si assiste a un nuovo parziale recupero, che riporta il numero di occupati sopra le 520 mila unità nel 2024, ma senza superare i livelli del 2019. Nel complesso, nel 2024 il mercato del lavoro calabrese si presenta ancora su livelli inferiori a quelli raggiunti vent’anni prima.

Il dato più rilevante, tuttavia, è la tendenza di lungo periodo: in trent’anni la Calabria ha perso occupazione in valore assoluto, in un contesto nazionale e meridionale che, pur tra molte difficoltà, ha visto una lieve crescita. Dal 1995 al 2024, gli occupati sono aumentati del +18% nel Centro-Nord, del +4% nel Mezzogiorno, mentre in Calabria si è registrato un calo del 7% (Figura 6). Si tratta di una doppia divergenza: verso il Nord, che ha beneficiato di una crescita più stabile, e verso lo stesso Mezzogiorno, che nell’ultimo decennio ha mostrato una maggiore capacità di tenuta. La traiettoria calabrese evidenzia una condizione di progressiva marginalizzazione, in cui le crisi hanno effetti duraturi e una ripresa più lenta, debole e selettiva. Per completare il quadro, esaminiamo ora le dinamiche della disoccupazione, che è l’indicatore di sintesi del disallineamento tra offerta e domanda di lavoro.

Trent’anni di disoccupazione in Calabria: livelli e confronti

Nel trentennio 1995–2024, la disoccupazione in Calabria si è attestata su livelli persistentemente elevati, segnando uno dei tratti più distintivi e problematici dell’economia regionale. Calcolato come rapporto tra disoccupati e forza lavoro, il tasso di disoccupazione mostra tre fasi ben distinte.

Nella prima fase (1995–2007), il tasso cresce inizialmente fino a un picco del 22,2% nel 1999, per poi avviare una lenta discesa fino al 10,8% nel 2007 (Figura 7). L’andamento riflette un contesto economico in lenta ripresa, con un leggero miglioramento della domanda di lavoro, ma anche con dinamiche di scoraggiamento che iniziano a ridurre la forza lavoro. Nella seconda fase (2008–2014), in corrispondenza della crisi economico-finanziaria globale e della successiva recessione europea, la disoccupazione in Calabria aumenta in modo considerevole, passando dal 12,1% nel 2008 al 24,2% nel 2014, valore massimo della serie. Nel 2014 su 100 persone attive sul mercato del lavoro, ben 24 erano prive di una collocazione lavorativa. Questo picco coincide con una drastica perdita di occupati e con l’incapacità del sistema produttivo regionale di assorbire la forza lavoro in eccesso. La terza fase (2015–2024) mostra una riduzione graduale del tasso di disoccupazione: si passa dal 23,2% del 2015 al 13,3% del 2024.

È necessario verificare da cosa siano determinate le variazioni del tasso di disoccupazione, ossia se sono attribuibili alla contrazione della forza lavoro o a creazione di nuova occupazione. I dati in valore assoluto aiutano a interpretare meglio l’evoluzione del fenomeno.

La riduzione del tasso di disoccupazione riflette più un ritiro dal mercato che una ripresa occupazionale (Figura 4). I disoccupati erano poco meno di 100.000 nel 1995, raggiungono un picco di oltre 135.000 nel 2014, e calano a circa 80.000 nel 2024. Tuttavia, questo calo della disoccupazione non riflette un’espansione occupazionale: tra il 2014 e il 2024, infatti, gli occupati aumentano di appena 11.000 unità, mentre la forza lavoro si riduce di oltre 40.000. In altri termini, una parte della popolazione attiva ha cessato di cercare lavoro, determinando una flessione del tasso di disoccupazione solo apparente. Il calo del tasso di disoccupazione, quindi, non è segno di un miglioramento strutturale, ma il risultato combinato di debole dinamica occupazionale e ritiro dal mercato del lavoro, un fenomeno che impoverisce ulteriormente il tessuto produttivo e limita le prospettive di crescita regionale.

Il confronto con il resto del Paese conferma l’anomalia del mercato del lavoro calabrese. Nel 1995, la disoccupazione in Calabria era al 15%, contro l’11% dell’Italia e l’8% del Centro-Nord. Il divario si è mantenuto stabile nei decenni successivi, ampliandosi nei momenti di crisi: nel 2014, la Calabria ha toccato il 24,2%, mentre il tasso italiano era fermo al 13% e quello del Centro-Nord al 10%. Anche il confronto più recente restituisce una dinamica divergente: nel 2024, la disoccupazione in Calabria è ancora al 13,3%, contro l’8% della media nazionale, il 4% del Centro-Nord e il 12% del Mezzogiorno. La distanza dal Nord è oggi di quasi 10 punti, segno di una persistente fragilità strutturale. Come già osservato per la forza lavoro e l’occupazione, anche in questo ambito, la regione si conferma tra le più vulnerabili del Sud.

Sintesi finale: una lettura combinata degli indicatori

L’analisi congiunta dei principali indicatori del mercato del lavoro calabrese nel trentennio 1995–2024 restituisce un quadro di persistente fragilità strutturale. Nel 2024, la Calabria presenta un tasso di attività del 51,7% e un tasso di occupazione del 43,7%, valori che segnalano una scarsa inclusione della popolazione in età lavorativa nel circuito produttivo. Ciò implica che quasi la metà degli adulti tra i 15 e i 64 anni è inattiva, mentre tra chi è attivo, i disoccupati sono il 13,3%. Nel confronto nazionale, le distanze sono ampie e crescenti: nel Centro-Nord, il tasso di attività raggiunge il 73,1% e quello di occupazione il 69,1%, con un’incidenza dell’inattività decisamente inferiore. Questo divario non è solo quantitativo, ma qualitativo, e riflette una diversa capacità dei territori di attrarre, valorizzare e trattenere risorse umane. Particolarmente significativo è il dato relativo alla disoccupazione: il calo del tasso osservato tra il 2014 e il 2024 (dal 24,2% al 13,3%) è in larga parte dovuto alla contrazione della forza lavoro, più che alla creazione di nuovi posti di lavoro. In dieci anni, a fronte di appena 11.000 occupati in più, la forza lavoro si è ridotta di oltre 40.000 unità. È probabile, quindi, che parte dei disoccupati abbia abbandonato il mercato, determinando una riduzione del tasso senza che corrisponda un miglioramento delle condizioni economiche.

In estrema sintesi, la dinamica occupazionale calabrese segnala una fragilità strutturale del mercato del lavoro, incapace di assorbire la forza lavoro disponibile e soggetto a continui fenomeni di scoraggiamento degli “occupabili”. Il confronto con le altre aree del Paese conferma che non si tratta di una crisi ciclica, ma di una divergenza strutturale. In assenza di politiche mirate a rafforzare la base produttiva, creare nuove opportunità occupazionali, ridurre l’inattività e migliorare la qualità della domanda di lavoro, la Calabria rischia di consolidare ulteriormente il proprio ritardo. È necessario promuovere un cambiamento strutturale che favorisca lo sviluppo di settori ad elevata produttività, capaci di competere sui mercati globali delle merci e dei servizi. Solo una trasformazione profonda del modello di sviluppo potrà evitare che in Calabria si consolidi uno squilibrio territoriale persistente, con effetti cumulativi su crescita, coesione e sostenibilità sociale. (fa)

LA CRISI PROFONDA DEI PICCOLI CENTRI
NELL’APPARENTE NORMALITÀ DEL VOTO

Il turno delle elezioni amministrative 2025 si è chiuso, ma senza clamori e senza nemmeno tante aspettative. Ma dietro l’apparente normalità delle urne si nasconde una delle più gravi crisi strutturali che attraversano l’Italia: quella dei Comuni, in particolare quelli del Sud e della Calabria, sempre più poveri, svuotati e soli. Non si tratta solo di un problema di risorse. È in crisi l’intera architettura istituzionale e organizzativa degli enti locali, ridotti spesso a gusci vuoti, senza personale qualificato, senza strategia nazionale, senza voce.

Secondo l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), oltre il 70% dei Comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti. E molti di questi, soprattutto al Sud, sono in una condizione definita tecnicamente “strutturale di squilibrio”. Non riescono a chiudere i bilanci, sono sotto piani di rientro pluriennali, hanno difficoltà perfino a compilare le relazioni obbligatorie sui conti pubblici.

L’assenza cronica di personale – in particolare dirigenti amministrativi e tecnici – ha reso in molti casi impossibile anche partecipare ai bandi del Pnrr o gestire i fondi europei. In alcune realtà calabresi, lucane e siciliane, interi settori degli uffici comunali risultano scoperti. Senza un ingegnere, un ragioniere, un tecnico dell’ambiente, è impossibile progettare o anche solo far partire opere pubbliche.

Il caso della Calabria è emblematico. Secondo stime dell’Istat e dell’Università della Calabria, la regione potrebbe perdere tra i 390.000 e i 500.000 abitanti nei prossimi trent’anni. Si tratta di una vera e propria emorragia demografica che rischia di desertificare intere aree interne.

Borghi storici si stanno spegnendo nel silenzio generale, le scuole chiudono per mancanza di alunni, le attività economiche scompaiono. L’età media si alza, mentre i giovani che restano sono spesso disoccupati o inoccupabili, e quelli che vanno via non tornano.

Senza parlare della sanità ormai al collasso, mentre i pronto soccorso sono spesso al collasso e la medicina d’urgenza non garantisce certezze. Ma la questione sanità riguarda tutto il paese, tanto che il Ssn è vicino al collasso. La privatizzazione della sanità è già nei fatti, in violazione di Costituzione, considerato che lo Stato deve garantire le cure a tutti, nessuno escluso. Ma questo sta diventando sempre una favola, mentre i governi di turno passano da un trionfalismo all’altro, negando la verità ai cittadini, occultando le gravissime difficoltà che sta scontando il sistema sanitario nazionale.

Questa “fuga dal Sud” non è solo un fenomeno sociologico. È un fattore di dissesto politico, economico e amministrativo. Un Comune senza cittadini, senza risorse, senza personale, semplicemente non funziona. Ma il problema, per ora, resta periferico anche nel dibattito politico nazionale.

Il Pnrr avrebbe potuto essere una leva per invertire la rotta. Ma senza una cabina di regia dedicata ai Comuni e senza un massiccio piano straordinario per il reclutamento del personale negli enti locali, molte risorse rischiano di andare sprecate o di non essere nemmeno richieste.

Nel 2023 il governo ha varato un “Piano per la coesione”, destinando fondi ai Comuni in difficoltà. Ma si è trattato per lo più di interventi a pioggia, privi di un coordinamento reale, e incapaci di incidere sulle cause strutturali del problema. L’Anci stessa denuncia da anni l’assenza di una visione strategica sul ruolo dei Comuni nel governo del Paese.

Il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie ha annunciato tempo fa nuove misure per incentivare l’assunzione di giovani funzionari negli enti locali del Mezzogiorno, ma i bandi vanno deserti, e nei piccoli centri mancano spesso perfino le condizioni minime per accogliere i nuovi dipendenti pubblici.

Nel silenzio dei riflettori e con una partecipazione elettorale sempre più bassa, i Comuni italiani stanno affrontando una crisi esistenziale. In particolare quelli del Sud, come in Calabria, stanno vivendo una lenta agonia che rischia di portare con sé l’intera tenuta democratica del Paese. Perché la Repubblica, lo dice la Costituzione, è fondata sui Comuni. Ma quando i Comuni muoiono, che ne è della Repubblica?

Serve una nuova stagione di riforme, coraggiosa e concreta, che metta al centro il presidio locale come garanzia di diritti, servizi, cittadinanza. Altrimenti, tra trent’anni, l’Italia rischia di svegliarsi con intere province fantasma, senza scuole, senza ospedali, senza democrazia(Con il contributo esterno di Francesco Vilotta, Ernesto Mastroianni, Bruno Mirante)

[CourtesyLaCNews24]

LO SPOPOLAMENTO DELL’AREA GRECANICA
IL GRIDO DI DOLORE ARRIVA DA ROGHUDI

di SILVIO CACCIATORE  – Il territorio dell’Area Grecanica sta vivendo un progressivo e costante calo demografico. In 13 anni, dal 2011 al 2024, la popolazione residente è scesa da 49 mila a circa 43.500 abitanti, con una riduzione del 10,9%. Una vera e propria emorragia che colpisce in modo trasversale tutti i comuni della zona, aggravata da mancanza di lavoro, servizi essenziali carenti e infrastrutture inadeguate.

Analizzando i dati nel dettaglio, emerge che il calo demografico riguarda tutti i 16 comuni dell’Area Grecanica, con variazioni che vanno da una perdita contenuta fino a situazioni più critiche. Roccaforte del Greco è tra i centri più colpiti, con una diminuzione della popolazione del 41,8% dal 2011 al 2024, passando da 518 abitanti a soli 301. San Lorenzo ha perso 558 residenti, riducendosi da 2.829 abitanti a 2.271, mentre Melito di Porto Salvo, il centro più popoloso dell’area, è sceso di oltre 1.100 abitanti, stabilizzandosi oggi intorno ai 10.091 residenti.

A pesare su questo calo è un insieme di fattori strutturali e sociali che hanno reso sempre più difficile per le famiglie e i giovani restare in questi territori. La difficoltà di accesso ai servizi sanitari, la scarsità di opportunità lavorative e una rete viaria inadeguata hanno spinto molti a emigrare in cerca di condizioni migliori.

Problemi atavici

Durante il telegiornale di LaC News 24, il sindaco di Roghudi Pierpaolo Zavettieri, nonché presidente dell’Associazione dei Comuni dell’Area Grecanica, ha evidenziato in diretta le gravi difficoltà che affliggono il territorio.

«Si tratta di problemi storici – ha sottolineato – che riguardano trasporti, sanità, lavoro. Pensiamo alla statale 106, un’arteria fondamentale per lo sviluppo economico e sociale della zona, che ancora oggi versa in condizioni inaccettabili».

Il primo cittadino ha inoltre ribadito che l’assenza di collegamenti adeguati rende ancora più difficile lo sviluppo economico e la permanenza della popolazione nei comuni dell’area.

Un altro fattore determinante nel progressivo spopolamento è la crisi occupazionale. Secondo i dati, tra il 2015 e il 2018, si sono persi 7.000 posti di lavoro solo nel settore edilizio nella provincia di Reggio Calabria, molti dei quali ricadenti nell’Area Grecanica. La mancanza di opportunità ha spinto centinaia di giovani e famiglie a cercare fortuna altrove, contribuendo al progressivo svuotamento dei piccoli comuni. La questione del lavoro si lega inevitabilmente anche alle difficoltà per chi vorrebbe avviare un’attività economica sul territorio.

Le aree interne

Per contrastare questa tendenza, l’Area Grecanica è stata inserita nella Strategia Nazionale per le Aree Interne, un piano di intervento che punta a incentivare investimenti per il miglioramento dei servizi sanitari, infrastrutturali e scolastici.

Tuttavia, i sindaci chiedono misure più incisive e tempi di attuazione rapidi per evitare che la situazione diventi irreversibile. Tra le possibili soluzioni che si potrebbero proporre, vi sono incentivi per le imprese, sgravi fiscali per chi decide di investire nell’area e il potenziamento delle strutture scolastiche per garantire un’istruzione di qualità ai giovani senza costringerli a spostarsi nei centri più grandi. Inoltre, si potrebbe puntare ad una maggiore valorizzare del patrimonio culturale e turistico della zona, un settore che potrebbe rappresentare un’opportunità di rilancio economico se adeguatamente supportato.

Un trend preoccupante

Le proiezioni future non fanno ben sperare: se il trend di calo demografico continuerà con gli stessi ritmi, entro il 2029 l’Area Grecanica potrebbe scendere sotto la soglia dei 42.000 abitanti, e nel 2034 rischia di scendere sotto i 40.000 residenti. Questi dati delineano un quadro allarmante, che necessita di interventi urgenti.

Senza azioni strutturali e politiche di sviluppo concrete, il rischio è che nei prossimi anni la popolazione continui a diminuire, trasformando questo angolo di Calabria in un’area sempre più fragile e meno abitata. Le istituzioni lanciano un appello chiaro: bloccare il declino demografico e garantire un futuro ai territori dell’Area Grecanica è una priorità non più rimandabile. (sc)

[Courtesy LaCNews24]

IL SUD SI SVUOTA, IL NORD RESISTE: ECCO
LE DUE ITALIE DELLA CRISI DEMOGRAFICA

di FRANCESCO AIELLO – L’Italia affronta una crisi demografica profonda, con dinamiche differenti tra Nord e Sud. Mentre il Mezzogiorno perde popolazione a ritmi preoccupanti, il Nord mostra una maggiore tenuta.

Attraverso un’analisi descrittiva dei dati 2019-2024, questa nota conferma tendenze già note: il calo demografico non è solo una questione di numeri, ma anche di un profondo cambiamento nella composizione della popolazione. Comprendere queste dinamiche è essenziale per cogliere la frattura territoriale e le sue implicazioni economiche.

Italia: un declino demografico senza segnali di inversione

Dal 2019 al 2024, la popolazione italiana si è ridotta di 845 mila unità, attestandosi a 58.971.230 abitanti nel 2024. In cinque anni, il Paese ha perso l’1,4% dei residenti. Lo spopolamento è un fenomeno che inizia a mostrare caratteri di persistenza, ma è impressionante la dimensione che sta recentemente assumendo. Basti pensare che, in soli cinque anni, l’Italia ha perso l’equivalente dell’intera popolazione di città come Torino o (quasi) Napoli o di due città come Bologna e Firenze. Analogamente, è come se due regioni come Molise e Basilicata fossero diventate, ipoteticamente, completamente disabitate in così poco tempo.

Spopolamento e invecchiamento: il Mezzogiorno in crisi

Il dato medio nazionale riflette dinamiche molto differenziate a livello regionale. Per evidenziare un’eventuale relazione tra la dimensione della regione e lo spopolamento, sull’asse delle ascisse è riportata la quota della popolazione regionale nel 2019, mentre sull’asse delle ordinate è indicato il contributo di ciascuna regione alla perdita complessiva di popolazione a livello nazionale osservato negli anni 2019-2024. Delle 20 regioni italiane, 18 registrano un calo demografico, mentre solo la Lombardia e il Trentino-Alto Adige mostrano una crescita, seppur marginale, contribuendo, quindi, “negativamente” al fenomeno dello spopolamento complessivo.

Un elemento particolarmente significativo è la forte concentrazione del fenomeno nel Mezzogiorno: quattro sole regioni meridionali – Campania, Sicilia, Puglia e Calabria – spiegano quasi il 50% dello spopolamento osservato in Italia. Se si includono le altre quattro regioni del Sud, il Mezzogiorno arriva a rappresentare il 66% della perdita complessiva di popolazione a livello nazionale.

È possibile osservare la maggiore vulnerabilità del Mezzogiorno alle dinamiche demografiche guardando il tasso di spopolamento in ciascuna regione. Rispetto al 2019, le variazioni più elevate della popolazione si hanno in Molise (-4,8%), Basilicata (-4,5%) e in Calabria (-3,8%), seguite dalla Sardegna (-3,2%) e dalla Campania (-2,5%). Nel Centro-Nord, il calo è meno accentuato, con la Liguria (-1,6%) e il Piemonte (-1,8%) tra le regioni più colpite. Al contrario, l’Emilia-Romagna (-0,2%) e il Veneto (-0,7%) mostrano variazioni contenute. Complessivamente il fenomeno si manifesta con intensità diverse, penalizzando in particolare il Sud e alcune aree del Centro-Nord.

Di per sé, la riduzione della popolazione non è necessariamente un fenomeno negativo: esistono infatti economie nazionali e regionali di piccole dimensioni, ma con elevati livelli di reddito pro capite. Ciò che preoccupa nelle recenti dinamiche demografiche italiane è la distribuzione dello spopolamento tra le diverse fasce di età.

Emerge che il calo demografico in Italia non è uniforme, ma colpisce maggiormente alcune fasce rispetto ad altre. In particolare, si osserva una riduzione significativa nella popolazione più giovane: in Italia i bambini e ragazzi tra 1 e 14 anni diminuiscono dell’8,7%, mentre la fascia 15-24 anni registra una lieve flessione dello 0,6%. Ancora più marcata è la contrazione della popolazione tra i 25 e i 34 anni (-4,2%) e, soprattutto, tra i 35 e i 49 anni (-10,9%), segnalando un netto declino della popolazione in età lavorativa. Al contrario, le fasce di età più avanzate mostrano un andamento opposto. Gli individui in età lavorativa tra i 50 e i 64 anni aumentano del 6,1%, mentre la popolazione tra i 65 e i 74 anni cresce del 3,6%. Ancora più accentuata è la crescita della popolazione over 75 (+5,6%), con un incremento particolarmente elevato tra gli ultranovantenni (+10,1%).

Il divario Nord-Sud si amplia

L’analisi dei dati regionali evidenzia come lo spopolamento sia un fenomeno eterogeneo sia all’interno delle singole regioni che nel confronto tra di esse. In tutte le aree del Paese si osserva una riduzione della popolazione più giovane e in età lavorativa, accompagnata da un aumento della popolazione anziana, sebbene con differenze nei tassi che, evidentemente, riflettono differenze nelle cause di queste dinamiche.

Ad esempio, in Calabria e Sardegna il calo della popolazione tra i 25 e i 34 anni è particolarmente marcato (-15,2% e -13,9% rispettivamente), evidenziando una forte emigrazione giovanile. Al contrario, in regioni come l’Emilia-Romagna (+3,4%) e la Lombardia (+1,9%) la popolazione ricadente in questa fascia d’età è in crescita, segnalando una maggiore capacità di attrazione legata alle opportunità lavorative. Lo spopolamento del Sud risulta strettamente legato ai flussi migratori che sono in costante ripresa nel periodo 2019-2024.

L’invecchiamento della popolazione è un fenomeno comune a tutte le regioni, ma con tassi di incremento diversi. In Lombardia, Lazio, Toscana, Trentino-Alto Adige e Veneto la popolazione over 90 cresce in modo significativo, in linea con la tendenza nazionale. Tuttavia, nelle otto regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna), l’aumento degli ultranovantenni è ancora più marcato, con una crescita superiore al 30% nell’ultimo decennio. Parallelamente, in queste stesse regioni si registra una riduzione sistematica della popolazione in tutte le fasce d’età fino ai 50 anni, un dato che contribuisce a un incremento preoccupante dell’indice di dipendenza, ossia il rapporto tra popolazione non attiva e popolazione in età lavorativa (in questo caso fino a 50 anni). Il forte squilibrio demografico del Sud solleva interrogativi sulla sostenibilità del welfare e sulle prospettive di crescita economica di questa parte del paese.

Osservando le tendenze su scala nazionale, emerge un quadro chiaro: mentre nel Mezzogiorno la perdita di popolazione riguarda in modo sistematico tutte le fasce d’età fino ai 50 anni, nel Nord molte regioni mostrano una maggiore stabilità demografica o addirittura una crescita in alcuni segmenti della popolazione.

Ad esempio, il Molise perde il 9% della popolazione tra i 15 e i 24 anni e l’11,8% tra i 35 e i 49 anni, mentre in Calabria il calo tra i 25 e i 34 anni è superiore al 15%. Questa dinamica, che colpisce in modo trasversale le generazioni più giovani e attive, aggrava il declino demografico del Sud, riducendo progressivamente la base produttiva su cui costruire il futuro delle economie regionali. Al contrario, in regioni come Lombardia, Trentino-Alto Adige ed Emilia-Romagna, la popolazione giovane e lavorativa risulta più resiliente, con incrementi in alcune fasce d’età. Tuttavia, non tutte le regioni settentrionali seguono la stessa tendenza: in Liguria e Friuli-Venezia Giulia, ad esempio, si registrano cali demografici significativi, sebbene con caratteristiche diverse rispetto al Mezzogiorno. (fa)

[Francesco Aiello è prof. ordinario di Politica Economica al Dipartimento di  Economia, Statistica e Finanza “Giovanni Anania”

dell’Università della Calabria]

[Courtesy OpenCalabria]

LA CALABRIA HA LE CARTE IN REGOLA PER
CREARE UNA SILICON VALLEY DEL SOCIALE

di FRANCESCO RAOLa regione Calabria, nel compiere il complesso percorso di crescita strutturale, porta con sé, oltre ai segni di una economica fragile un marcato invecchiamento della popolazione.

Osservando la piramide dell’età (figura n. 1), si rileva ad occhio nudo l’importante sfida da affrontare per poter garantire un sistema di welfare in grado di rispondere in modo adeguato alle crescenti esigenze assistenziali di anziani e bambini. In tal senso, il ruolo svolto dai Piani di Zona e tutte le politiche sociali messe in campo dalla regione Calabria, incontrano oggi il ritardo accumulato a seguito del mancato recepimento dell’allora Legge 328/2000, ma potranno rappresentare una importantissima svolta e recuperare strada grazie al supporto fornito dalla sentenza n. 130/2020 della Corte Costituzionale attraverso la quale si è aperta la procedura di co-progettazione tra Enti Locali e Terzo Settore per l’erogazione di servizi sociali avanzati e di prossimità.

Il contesto demografico ed economico della Calabria gioca un ruolo fondamentale, anche perché, nel corso degli ultimi decenni, la regione ha vissuto il progressivo invecchiamento della popolazione, accompagnato tra l’altro da un declino del tasso di natalità e da un fenomeno migratorio che ha portato alla dispersione dei giovani verso aree economicamente più dinamiche dell’Europa e del mondo. I recenti dati Istat evidenziano che la percentuale di anziani nella regione supera quella della media nazionale, incidendo significativamente sulla capacità del sistema assistenziale nel fornire servizi adeguati.

Questa situazione è rilevata in un contesto sociale nel quale le persistenti difficoltà occupazionali determinano un reddito pro capite per i Calabresi che è pari ad un terzo dei residenti in Lombardia. Già questo dato dovrebbe far riflettere molto quanti pensano che sia semplice risolvere nel brevissimo periodo le evidenti criticità afferenti alla sanità e alle politiche sociali. Da un punto di vista storico, il nostro modello di solidarietà sociale, consolidato nel dopoguerra e ulteriormente sviluppato attraverso normative quali lo Statuto dei Lavoratori del 1970, si fondava su principi di solidarietà e protezione universale, attraverso un sistema nazionale.

Successivamente, con la modifica del Titolo V della Costituzione, le competenze sono state trasferite alle regioni e in ognuna di esse vi è stata la possibilità di rilevare nel tempo i punti di forza e punti di debolezza per i quali oggi, nel Meridione, grazie al Pnrr, si sta lavorando con l’intento di ridurre il divario dei servizi tra Nord e Sud. Ulrich Beck, noto sociologo che ha teorizzato la “società del rischio”, ha più volte sottolineato come il mondo contemporaneo sia dominato da rischi diffusi e incertezze strutturali, richiedendo come azione solutiva risposte collettive e sistemiche. In tal senso, la cooperazione tra Enti Locali e Terzo settore, rappresenta il superamento praticabile al tradizionale modello assistenziale non più sostenibile in quanto le necessità bisogna affrontarle nei rispettivi territori e non in pochi centri destinati ad essere iper-affollati e non funzionali.

Inoltre, per affrontare in modo strutturale la necessità presenti sui territori della Calabria, occorrono competenze e processi occupazionali veloci. Nel rispetto delle vigenti leggi ed in particolare della Legge “Madia”, sappiamo benissimo che l’accesso alla Pubblica Amministrazione avviene solo tramite concorso pubblico e non per chiamata diretta. Considerato come prioritario il fabbisogno e il divario tra le aspettative di una società in rapido invecchiamento e le risorse effettivamente disponibili nelle regioni economicamente deboli come la Calabria, l’unica strada percorribile è quella di superare i modelli ingessati e aprire alla co-progettazione, interessando il segmento sano e competente del Terzo Settore presente in Calabria e grazie ad esso generare immediate risposte in tutti i 404 comuni della regione.

In tal senso, nella criticità ci sarà una opportunità straordinaria che consentirà il perseguimento del bene sociale. Ecco perché la Calabria, con la sua realtà complessa, può dar vita ad una “Silcon Valley del sociale”, attraverso la creazione di una cabina di regia operativa nella quale le competenze potranno essere fornite dall’apporto delle Università, dal sistema del Welfare regionale e dal Terzo Settore. 

Gli ambiti ai quali rivolgere la massima attenzione dovrebbero essere innanzitutto gli asili nido e le strutture residenziali per anziani e l’avvio delle procedure dovrebbe interessare inizialmente le aree interne per giungere poi all’uniformità regionale del servizio.

La Calabria, in tal senso, potrebbe configurarsi come un esempio nazionale concreto attraverso il quale le difficoltà che caratterizzano gli odierni contesti marginali potrebbero generare contemporaneamente occupazione di personale specializzato e superamento della povertà sociale vissuta in prima persona da anziani e bambini e riflessa nella conciliazione dei tempi liberi e di lavoro soprattutto di tante donne calabresi, dedite ancora ad assistere in casa genitori e figli per mancanza di strutture pubbliche. Inoltre, si potrebbe immediatamente rilevare una riduzione di presenze presso gli ospedali, in quanto a regime si potrebbe immaginare l’estensione di molti protocolli di cura da praticare a domicilio attraverso una medicina di prossimità.

La regione Calabria, per molto tempo, ha sofferto di una carenza cronica di investimenti pubblici ma tutto ciò. Non dovrà essere il prosieguo di una narrazione negativa. Da tale causa, senza voler dare colpa alcuna ai privati, abbiamo assistito alla costante obsolescenza delle infrastrutture sociosanitarie e dei rispettivi servizi resi, spesso dislocate in maniera disomogenea sul territorio e oggi, recuperare quel divario, è una autentica sfida titanica al quale bisogna guardare l’obiettivo con fiducia e con un metodo ben preciso.

I rapporti Svimez, nel corso degli anni, hanno puntualmente sottolineato l’incidenza della disoccupazione rispetto al Centro-Nord, evidenziando di volta in volta un divario sostanziale nella capacità di offrire servizi assistenziali di qualità. Inoltre, il fenomeno della “fuga di cervelli”, come documentato dal Censis, ha ulteriormente impoverito il capitale umano locale, indebolendo le potenzialità di innovazione e rigenerazione del sistema di welfare.

In un simile contesto, il ruolo della famiglia e delle reti comunitarie, in passato fondamentali per la coesione sociale, risulta spesso insufficiente a compensare le lacune del sistema pubblico. Alla luce delle evidenti criticità, è imprescindibile un intervento multilivello finalizzato a rinnovare il modello di welfare in Calabria. Perciò è necessaria una revisione degli investimenti nel settore sanitario e nei servizi sociali, con particolare attenzione alle aree rurali e alle periferie. L’integrazione di tecnologie digitali, quali la telemedicina e l’assistenza domiciliare, potrebbe migliorare significativamente l’efficienza e la capillarità dei servizi, riducendo i costi e garantendo una maggiore accessibilità.

L’esperienza di altri Paesi europei, i quali dopo aver adottato modelli di welfare integrato e partecipativo, rappresentano oggi un punto di riferimento importante. È altresì fondamentale promuovere politiche di decentralizzazione e maggior autonomia gestionale per le amministrazioni locali, in modo da personalizzare gli interventi in base alle specificità territoriali.

Richiamando quanto scrisse Anthony Giddens in “Modernity and Self-Identity”, proprio da quel testo si potrebbe intravedere il metodo da applicare alla realtà calabrese per superare le criticità evidenti e, come già detto, creare importanti occasioni occupazionali. In questa ottica, le politiche di welfare dovranno essere concepite non solo come strumenti di protezione, ma anche come leve per rafforzare il tessuto sociale e promuovere la partecipazione attiva dei cittadini.

La grande trasformazione in atto richiede un intervento strutturale che integri investimenti mirati, innovazione tecnologica, competenze e una rinnovata partecipazione civile. Solo attraverso un approccio integrato e multidimensionale sarà possibile superare le attuali criticità e garantire, anche nei territori più deboli, un welfare state sostenibile, inclusivo e capace di tutelare la dignità di ogni cittadino.

Ripartire dagli Uffici di Piano, attraverso una valorizzazione dell’importantissimo lavoro svolto sino ad ora e prevedendo una maggiore sinergia formativa potrà sicuramente segnare l’avvio di un percorso virtuoso attraverso il quale la co-progettazione potrà esprimere qualità, professionalità e soprattutto restituirà la dignità a moltissime persone, ricordandoci che tra essi ci sono anche i nostri genitori. (fr)

[Francesco Rao è docente a contratto cattedra di sociologia generale – Università “Tor Vergata” Roma]

SPOPOLAMENTO: TRA 25 ANNI LA CALABRIA
AVRÀ OLTRE 300MILA ABITANTI IN MENO

di PABLO PETRASSO – Deserto 2050. Dalla Calabria scomparirà un numero di cittadini pari alla somma degli abitanti di Reggio Calabria, di Catanzaro e della nuova città unica di Cosenza.

In poco più di un quarto di secolo la regione scenderà sotto il milione e mezzo di abitanti (1 milione 478mila), 368mila in meno rispetto al 2023. I dati Istat rielaborati nel rapporto Svimez rilanciano il tema del gelo demografico, decrescita destinata ad abbattersi (soprattutto) sul Sud.

Il dato nazionale fa impressione: l’Italia dovrebbe perdere 4,5 milioni di abitanti al 2050. Meno popolata, più vecchia, meno attrattiva. Con casi limite nel Mezzogiorno: l’82% della perdita secca di popolazione nazionale interesserà infatti le regioni meridionali: 3,6 milioni.

Svimez spiega che «alla forte riduzione della popolazione meridionale dovrebbe contribuire un continuo calo delle nascite, dalle 137mila del 2023 alle 101mila del 2050, per la forte contrazione prevista per le donne in età feconda».

La struttura demografica sarà sempre più invecchiata: «In questo scenario, infatti, il Mezzogiorno perderebbe 813mila giovani under 15, quasi un terzo di quelli attuali (-32,1%); la popolazione di 15-64 anni dovrebbe ridursi di 4,1 milioni (-32,1%); gli anziani con 65 anni e più aumenterebbero di 1,3 milioni (+29%)».

Gli indicatori demografici sono una mazzata per le prospettive della Calabria: il rapporto tra la popolazione non attiva (0-15 e oltre 64 anni) e occupati (15-64 anni) sarà il più alto d’Italia nelle proiezioni che guardano al 2050. Uno squilibrio ingestibile tra popolazione da sostenere e componente attiva.

Il guaio è che i problemi sono estesi a tutto il Paese. Anche per il Centro si prevede una decrescita demografica di una certa consistenza:-761mila residenti al 2050 (-6,5% rispetto al 2023). E il Nord-Ovest perderebbe 110mila residenti al 2050, mentre la popolazione del Nord-Est resterebbe sostanzialmente stazionaria. La popolazione dovrebbe crescere in Lombardia (+3,3%), in Emilia Romagna (+2,9%) e in Trentino Alto Adige (+7,4%) grazie al consistente afflusso di immigrati, dal Sud e dall’estero.

L’analisi è drammatica e tocca ovviamente aspetti economici: «Ipotizzando che restino invariati nel periodo il tasso di occupazione e la produttività del lavoro, nel 2050 il Pil nazionale si ridurrebbe del 20,9%; nel Mezzogiorno, anche in ragione della più veloce riduzione della popolazione attiva, la diminuzione sarebbe del -32,1%, il doppio del Centro-Nord (-15,1%). Il Pil pro capite si ridurrebbe nel Sud del 18% e del 13% nel Nord: aumenterebbe così il divario economico tra le due aree».

Svimez va oltre i numeri di un declino che pare inesorabile e prova a indicare qualche traccia per contrastare il gelo demografico. Innanzitutto «consistenti aumenti del tasso di occupazione e della produttività del sistema: una vera sfida in un contesto dominato da una popolazione in età avanzata meno incline a percorrere i sentieri dell’innovazione e delle sfide tecnologiche che rappresentano invece il terreno ideale per le giovani generazioni sempre più sguarnite e meno tutelate».

E poi «un ampio programma di rafforzamento del welfare familiare territoriale, degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita-lavoro, dell’offerta dei servizi per l’infanzia, dei sostegni effettivi ai redditi e alla genitorialità, superando la frammentarietà degli interventi».

Altro aspetto centrale è il ribaltamento della «percezione di un pericolo immigrazione, inserendo a pieno titolo le politiche di cittadinanza e integrazione economica e sociale, a partire dai minori, in un progetto che favorisce l’attrazione in Italia di nuove famiglie».

Una sfida nella sfida che, finora, il clima di caccia alle streghe non ha incardinato nella direzione suggerita dagli esperti. (pp)

[Courtesy LaCNews24]

SENZA LAVORO E SERVIZI LA CALABRIA SI
SPOPOLA: FERMARE L’ESODO DEI GIOVANI

di VITTORIO DANIELE – Nonostante il tasso di natalità tra i più bassi in Europa, tra il 2001 e il 2022, la popolazione italiana è aumentata di circa due milioni. La crescita demografica ha, però, riguardato solo il Nord del paese. La popolazione del Mezzogiorno è, di contro, diminuita di 698.000 abitanti. Queste differenti dinamiche demografiche sono spiegate soprattutto dall’emigrazione. Pur registrando una significativa emigrazione di giovani verso l’estero, le regioni settentrionali hanno attratto gran parte dei flussi migratori in ingresso nel nostro paese e, soprattutto, quelli interni, provenienti dal Sud.

Tra il 2002 e il 2021 hanno lasciato il Mezzogiorno oltre 2,5 milioni di persone, in prevalenza verso il Centro-Nord (81%). Al netto dei rientri, il Mezzogiorno ha perso 1,1 milioni di residenti, di questi 808.000 con meno di 35 anni, di cui 263.000 laureati.

Più di altre regioni, la Calabria soffre di queste dinamiche. Nel periodo 2001- 2022, la popolazione calabrese è diminuita di quasi 165.000 residenti. Per avere un termine di paragone è come se la regione avesse perso, all’incirca, gli abitanti delle città di Catanzaro e di Lamezia Terme sommati. Nell’ultimo ventennio, il saldo migratorio della Calabria verso le altre regioni è stato mediamente del -5,2 per mille abitanti. Un valore nettamente maggiore di quello del Mezzogiorno (-2,7 per mille), che la modesta immigrazione da altri paesi – soprattutto della sponda sud del Mediterraneo – non può compensare. A partire sono, ovviamente, i giovani. La Calabria, insieme con la Basilicata, è la regione con più elevato tasso migratorio.

È quasi superfluo ricordarlo: il fattore di spinta di questa dinamica migratoria è la carenza di opportunità di lavoro qualificato. La domanda di lavoro da parte delle imprese è insufficiente; spesso i lavori disponibili sono precari, stagionali e sottopagati. Come risultato, molti giovani, soprattutto quelli più qualificati, giustamente, fuggono.

La marginalità delle aree interne

Le aree interne sono quelle che più soffrono delle dinamiche demografiche avverse, perché più acuti si presentano i problemi economici e sociali che caratterizzano la regione, cui si sommano le carenze nei servizi pubblici.

La Calabria è una penisola montuosa. Secondo le classificazioni statistiche, ben il 22% della popolazione vive in aree di montagna, una percentuale nettamente maggiore di quella media italiana (12%). Il 66% della popolazione è, poi, residente in aree collinari, mentre solo il 15% dei calabresi vive in aree di pianura, a fronte del 49% dell’Italia.

Tra il 2001 e il 2022, i comuni della montagna calabrese hanno perso quasi 58.000 abitanti. Si tratta di un calo del 12,3%. Nello stesso periodo, la popolazione nelle aree collinari calabresi è diminuita del 7,7%. Sono percentuali nettamente maggiori di quelle, pur elevate, che caratterizzano il Mezzogiorno. Le aree interne della Calabria si spopolano. Con lo spopolamento, vengono meno attività economiche e vengono soppressi servizi pubblici e privati (come asili, scuole, uffici postali, sportelli bancari) per mancanza di utenti e per ragioni di convenienza economica.

Quali politiche?

La Strategia per le Aree Interne (Snai), avviata a livello nazionale nell’ambito della programmazione 2014-2020, ha l’obiettivo di intervenire sui comuni “interni” con difficoltà di accesso ai servizi essenziali e, pertanto, a forte rischio di spopolamento. La Sna della Calabria cui si affianca una Strategia regionale, dovrebbe intervenire attraverso azioni sui servizi (mobilità, sanità, istruzione) e per lo sviluppo locale in sette aree: Reventino-Savuto; Grecanica; Sila-Presila crotonese e cosentina; Versante ionico Serre; Alto Jonio Cosentino; Versante Tirrenico Aspromonte; Alto Tirreno-Pollino. Si affianca una Strategia regionale che dovrebbe intervenire nelle altre porzioni del territorio regionale, ovvero in altri 266 comuni, inclusi, paradossalmente, quelli che ricadono in aree costiere.

Le risorse complessive destinate ai programmi ammontano a 136.696.000 euro. I soggetti attuatori (Comuni, Gal, Asp… e in alcuni casi direttamente la Regione) hanno l’onere di realizzare gli interventi. La Regione svolge comunque un compito di coordinamento.

Al momento, l’attuazione dei programmi delle Strategie per le aree interne scontano notevoli ritardi. Dal portale Open Coesione della Presidenza del Consiglio, per la Snai Calabria risulta, alla data attuale, un costo pubblico monitorato di appena 4,1 milioni, per 7 progetti monitorati, con zero progetti conclusi, il 13% dei progetti in corso e l’87% dei progetti non avviati. Per confronto, nello stesso portale, per la Basilicata risultano 88,1 milioni di costo pubblico monitorato, il 27% dei progetti conclusi, il 62% dei progetti in corso e il 9% non avviati. Non è dato sapere se tali informazioni siano aggiornate.

Servizi pubblici e prospettive occupazionali

Le strategie citate – se compiutamente attuate – potrebbero avere utili ricadute per i comuni interessati. Come altri interventi finanziati da fondi europei o nazionali non sono, però, in grado di contrastare la dinamica strutturale che investe le aree interne e il resto del territorio calabrese (e meridionale). Dinamiche che, come accennato, sono alimentate dalle forze della demografia e dell’economia e che, all’origine, hanno come causa l’ineguale distribuzione dello sviluppo economico nel territorio nazionale e, dunque, delle opportunità di lavoro che si offrono alle giovani generazioni.

Per contrastare lo spopolamento delle aree interne è certamente necessario assicurare – o potenziare ove carenti – i servizi essenziali: sanità, mobilità, istruzione. I vincoli di bilancio – e i continui tagli alla spesa pubblica – rendono estremamente difficile, però, che, nei prossimi anni, in aree in corso di spopolamento si possano potenziare i servizi pubblici, anche se ciò dovrebbe essere un obiettivo politico da perseguire, fosse anche solo per evitare disuguaglianze e sperequazioni tra cittadini e territori. È, poi, necessario e fattibile rendere più efficienti i servizi esistenti e accelerare i tempi di realizzazione delle opere pubbliche. Non sono pochi i casi, infatti, in cui le risorse disponibili rimangono parzialmente inutilizzate o vengono spese in progetti di dubbia utilità.

Assicurare i servizi essenziali è indispensabile, ma non sufficiente. Può apparire banale sottolinearlo, ma il contrasto allo spopolamento, alla desertificazione demografica ed economica consiste principalmente – direi fondamentalmente – nella creazione di opportunità di lavoro. Il finanziamento di attività imprenditoriali avviate da giovani nell’agricoltura, nell’agroindustria, nell’artigianato, nel turismo può aiutare. Come pure la realizzazione di un piano straordinario di forestazione, in linea con gli obiettivi europei e nazionali per lo sviluppo sostenibile e che compensi il disboscamento che riguarda parte del territorio regionale; come pure misure di riqualificazione e messa in sicurezza del territorio.

Sarebbe assurdo – e, se fosse possibile, sarebbe anche ingiusto – pensare di far rimanere i giovani in territori in cui mancano prospettive occupazionali. (vd)

[Courtesy OpenCalabria]

DOSSIER IMMIGRAZIONE: È INARRESTABILE
LO SPOPOLAMENTO DELLA NOSTRA TERRA

di ROBERTA SALADINOIl Dossier Statistico Immigrazione giunge alla sua 34ª edizione, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Idos in collaborazione con il Centro Studi Confronti e l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”.

Il dossier è stato presentato presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro, ad introdurre il Convegno è stato il professore Domenico Bilotti (docente di Diritto ecclesiastico e di Storia del diritto canonico).

Secondo i dati provvisori Istat è emerso che, superati gli effetti contrattivi della pandemia, le persone straniere residenti in Italia sono tornate a crescere: sono 5,3 milioni a fine 2023 secondo il dato provvisorio dell’Istat (+166mila in un anno), il 9,0% della popolazione complessiva.

Anche nel 2023, gli stranieri risiedono prevalentemente nelle regioni del Nord-Ovest, del Nord-Est e del Centro, nelle cui ripartizioni l’incidenza percentuale sulla popolazione totale supera l’11%, mentre nel Sud e nelle Isole si registrano percentuali inferiori al 5%. 

L’Italia è diventata un Paese di immigrazione da circa 50 anni e, negli ultimi 30 anni, uno dei principali in Europa. Attualmente si colloca al quarto posto dopo Germania, Spagna e Francia.

La popolazione straniera residenti in Calabria al 31 dicembre 2023 sono 102.408, in aumento di più di 5mila unità rispetto al 2022. La geografia della presenza straniera segue un modello ormai strutturato: Se le province di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Crotone rappresentano una porta di ingresso europea, è la provincia di Cosenza che gli stranieri eleggono soprattutto come loro residenza (infatti, al 31 dicembre 2023, vi risiedono in più di 36mila), seguita da quelle di Reggio Calabria (30.556), Catanzaro (18.252), Crotone (9.050) e Vibo Valentia (7.684).

Nel 2023 la dinamica naturale e migratoria internazionale della popolazione straniera è ampiamente positiva (rispettivamente +557 e +12.625) in Calabria, mentre il saldo migratorio interno è risultato negativo (-2.154). La mobilità residenziale interessa anche la popolazione autoctona, che fa registrare nel 2023 un saldo migratorio interno pari a -7.653 unità.

Quest’ultima perde nel 2023 il suo patrimonio demografico non solo a causa della mobilità interna, ma anche per il saldo naturale e per il saldo migratorio con l’estero, entrambi negativi (rispettivamente -8.886 e -2.949), facendo registrare un decremento pari a -13.806 residenti (come se avessimo perso il comune di Amantea che al 1° gennaio 2023 aveva 13.844 abitanti).

Se si considera la popolazione complessivamente residente (italiani più stranieri), il decremento è pari a -8.460 (come se si fosse perso il comune di Soverato 8.548), in tal modo la popolazione straniera si conferma importante nel contesto demografico calabrese (e nazionale) poiché aiuta a rallentare l’emorragia demografica in atto su tutto il territorio italiano.

Questa dinamica di progressivo declino demografico pone un’ipoteca sul futuro della Calabria. La regione registra da anni una popolazione in costante invecchiamento: al 1° gennaio 2024 l’indice di vecchiaia è pari a 189,0%. Ciò significa che in regione ogni 100 giovani di età inferiore ai 15 anni si contano 189 anziani sopra i 65 anni; nel 2001 il rapporto era quasi equo, gli anziani erano 102, mentre nel 2030, secondo le stime Istat, l’indice di vecchiaia sarà pari a 233%, a fronte del 248% a livello nazionale.

Il calo demografico della popolazione in Calabria si riflette non solo sulla dimensione crescente della popolazione anziana, ma determina effetti anche nell’ambito scolastico, dal momento che una popolazione che fa sempre meno figli innesca dinamiche che, protratte nel tempo, interrompono il ciclo del ricambio generazionale. Nell’a.s. 2022/2023 erano presenti nelle scuole calabresi 266.915 studenti, nell’arco di 11 anni sono “spariti” più di 48mila studenti. (rs)

[Roberta Saladino è dottore di ricerca in “Storia Economica, Demografia, Istituzioni e Società nei Paesi del Mediterraneo” e Referente regionale in Calabria per il Centro Studi e Ricerche Iddos]

SPOPOLAMENTO E INVERNO DEMOGRAFICO
LA CALABRIA STA PERDENDO LA SUA GENTE

di FRANCESCO AIELLO – Nel periodo compreso tra il 2010 e il 2020, il tasso annuo di crescita composto della popolazione italiana è stato pari a -0,59%. Questo significa che, nei 7.908 comuni analizzati, la popolazione residente è diminuita complessivamente del 5,9%, passando da 60,58 milioni nel 2010 a 59,23 milioni di abitanti nel 2020. Lo spopolamento ha continuato a manifestarsi anche negli anni successivi: al 1° gennaio 2024, la popolazione italiana si è ulteriormente ridotta a 58,99 milioni di residenti.

L’analisi delle statistiche comunali permette di esaminare le dinamiche demografiche per specifici gruppi di comuni, aggregando i dati per localizzazione, dimensione e zona altimetrica. Questo approccio consente di verificare regolarità empiriche sullo spopolamento, offrendo una descrizione più chiara di come il fenomeno possa essere più pronunciato in determinate categorie di comuni o aree geografiche. Per esempio, se da un lato osserviamo che nel periodo 2010-2020 lo spopolamento è diffuso in tutta Italia, le variazioni dei residenti sono diverse a seconda dell’area geografica considerata. Il Sud e le Isole risultano le aree più colpite, con un calo medio annuo dello 0,88%, seguite dal Centro (-0,67%) e dal Nord (-0,42%). Nei dieci anni considerati, la popolazione residente nei comuni del Sud è diminuita complessivamente dell”8,8%, quella del Centro del 6.7% e quella del Nord del 4,2%.

Differenze molto marcate si osservano anche quando i comuni si raggruppano in due categorie, a seconda se ricadono o meno in un’area interna. In media, si ottiene che i comuni di aree interne registrano una riduzione demografica più elevata dei residenti (-0,85% all’anno) rispetto allo spopolamento delle aree urbane (-0,24% all’anno). Analoghe differenze dei valori medi nazionali si ottengono aggregando i comuni per zona altimetrica. In tale ambito, le zone montane registrano una contrazione della popolazione dello 0,83% annuo, mentre nelle zone collinari il calo è dello 0,63%. Per i comuni localizzati in pianura lo spopolamento esiste sì, ma è più contenuto, con una riduzione demografica dello 0,26% annuo. Un ultimo elemento che è utile considerare è la dimensione dei comuni. I comuni più piccoli sono quelli che soffrono maggiormente il fenomeno, registrando un tasso di spopolamento dell’1,35% annuo nel caso dei 998 nano comuni italiani (13% del totale), ossia quelli con una popolazione inferiore nel 2020 a 500 abitanti. In questi comuni, la popolazione è complessivamente diminuita del 13,5%. Man mano che cresce la dimensione dei comuni, il tasso di decrescita si attenua; i comuni con oltre 10.000 abitanti, infatti, presentano tassi di diminuzione molto più contenuti.

Questi dati mostrano chiaramente che il declino demografico è, in media, più accentuato nelle aree interne, montane e nei piccoli comuni, rispetto a quelli urbani, pianeggianti e di maggiori dimensioni. Tuttavia, nonostante questa analisi evidenzi importanti tendenze generali, non permette di distinguere le dinamiche demografiche tra diverse tipologie di comuni, come quelle delle aree interne del Sud rispetto al Centro-Nord. Classificazioni più granulari dei comuni consentirebbero di ottenere informazioni utile per verificare, per esempio, se i piccoli comuni delle aree interne del Sud si spopolano più rapidamente rispetto ai piccoli comuni del Centro-Nord. Oppure se le aree interne del Nord presentano andamenti diversi da quelle del Sud al variare della popolazione comunale. La figura 2 riporta alcuni risultati che aiutano a comprendere meglio la “geografia” dello spopolamento dei comuni italiani.  La figura mostra il tasso annuo di crescita composto della popolazione nei comuni italiani tra il 2010 e il 2020, suddiviso per area geografica (Centro, Nord, Sud-Isole), dimensione (classi di popolazione residente) e classificazione Snai (Poli e Comuni Cintura rispetto alle Aree Interne).

Emerge, chiaramente, che sia la collocazione geografica sia la dimensione dei comuni influenzano il fenomeno dello spopolamento. Tuttavia, l’effetto dimensione sembra prevalere. Infatti, in tutti i contesti geografici e territoriali, i comuni più piccoli subiscono le perdite demografiche più consistenti, con tassi di declino che superano l’1% annuo. È un fenomeno che è più accentuato nel Mezzogiorno d’Italia rispetto al resto del paese. Al contrario, i comuni più grandi (oltre 10.000 abitanti) registrano tassi di spopolamento molto più contenuti e, in alcuni casi, stabili, qualsiasi sia l’aggregazione territoriale che si considera. Le Aree Interne mostrano una maggiore vulnerabilità, con i piccoli comuni che soffrono le perdite più significative, mentre i poli urbani e i comuni cintura tendono a subire un calo più moderato (Figura 2). Tuttavia, anche all’interno delle Aree Interne, la dimensione del comune resta un fattore determinante: i piccoli centri sono i più colpiti, mentre i comuni più grandi riescono a mitigare gli effetti dello spopolamento.

L’analisi esplorativa dei dati sulla popolazione comunale evidenzia come la dimensione dei comuni sia un elemento cruciale per rappresentare meglio la distribuzione dello spopolamento. I maggiori tassi di riduzione della popolazione si registrano, infatti, nei comuni più piccoli, indipendentemente dalla loro posizione geografica, mentre quelli di maggiori dimensioni mostrano una maggiore resilienza. Una prima implicazione di questa analisi è la necessità di ripensare la tradizionale suddivisione tra aree interne e non interne come criterio per spiegare la distribuzione dello spopolamento in Italia.

L’approccio dicotomico “aree interne-aree non interne” potrebbe non essere del tutto adeguato per comprendere la complessità del fenomeno. Piuttosto, sembra che la dimensione del comune svolga un ruolo importante nel determinare la vulnerabilità allo spopolamento. Di conseguenza, la seconda implicazione è che l’attenzione dovrebbe essere rivolta ai vincoli e ai costi gestionali ed organizzativi che emergono nell’offerta di servizi pubblici nei piccoli comuni. Questi vincoli di inefficienza derivano proprio dalla loro ridotta dimensione e possono essere affrontati attraverso una riforma della governance territoriale, ridefinendo gli assetti istituzionali dei piccoli comuni. Indipendentemente se ricadono in aree interne. (fa)

[Francesco Aiello è professore ordinario di Politica Economica all’Unical]

(Courtesy OpenCalabria)