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I Vattienti di Nocera Terinese

Tornano i Vattienti di Nocera Terinese

di PINO NANOIl sabato Santo, a Nocera Terinese riprende vita una delle tradizioni più antiche e più seguite della pietà popolare in Calabria, la processione dei Vattienti, un rito secolare che per tre anni consecutivi, colpa anche della pandemia, si era improvvisamente fermato e interrotto.

Il rito dei Vattienti di Nocera Terinese ha portato negli anni in Calabria, siamo a due passi dallo scalo aereo di Lamezia Terme, antropologi teologi e studiosi di tutto il mondo alla ricerca di una spiegazione plausibile al rito del sangue. C’è un libro molto bello che racconta dall’inizio fino alla fine l’affascinante rito dei Vattienti di Nocera Terinese: lo ha scritto un intellettuale calabrese che è nato e che vive ancora oggi a Nocera, il prof. Franco Ferlaino, un antropologo dell’ultima generazione, amico personale ma anche allievo prediletto di Vito Teti, uno studioso illuminato che proprio grazie a Vito Teti ha trovato il modo per «emergere» in una società, quella calabrese, che sembra invece votata alla conservazione e alla negazione assoluta dei nuovi «idoli».

Il libro che Franco Ferlaino ha scritto per la Jaca Book-Qualecultura, «Vattienti» è diventato testo di analisi antropologica in tantissime Università italiane e straniere e rappresenta, nel giudizio della critica più accreditata e più severa, il solo strumento di comprensione oggi esistente in letteratura per ricostruire e per meglio interpretare il «caso» dei flagellanti di Nocera Terinese.

Cosa è cambiato oggi rispetto al passato?

«I flagellanti di oggi – ci spiega il prof. Franco Ferlaino– non esprimono più, come nel Medioevo, la sofferenza, il dolore fisico, l’atroce e penosa mortificazione della carne.Essi promuovono un frenetico spargimento di sangue, essenza e linfa vitale, che esprime e trasmette l’eccitazione per la vita.Spargere il sangue significa affrontare il rischio di dissipare l’essenza della vita.Compiere il rito del sangue è come affrontare un viaggio all’interno di se stesso e della propria esistenza. Saperlo compiere e portarlo equilibratamente a termine significa sentirsi forte, sentirsi vivo, cercare rischiosità dell’esistenza».

Dentro questo concetto c’è la vita di intere generazioni, di interi paesi e di popoli anche lontani e diversi dal nostro.

«La prima vera motivazione di fondo che spinge un giovane a «battersi a sangue» – aggiunge Franco Ferlaino – va ricercata nell’intimo di ogni Vattiente: si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di motivi intimi, individuali di ogni protagonista. Tra questi, indubbiamente, il fattore preponderante che sta alla base della decisione di molti, come la goccia che fa traboccare il vaso, è un «voto» che induce a impetrare una grazia per la salute o per la propria vita, o la vita dei propri cari. L’assunzione dell’impegno votivo scaturisce dalla convinzione che il dar corso alla liturgia di effondere il proprio sangue sia un’offerta gradita alla divinità implorata. Tale convinzione è generata dalla forza rassicurante che esercita la presenza plurisecolare di una tale consuetudine e convinzione».

Ma ci sono molti di loro che lo fanno anche per continuare un’antica tradizione di famiglia, per ripetere quelle che furono le gesta dei propri avi, per ricordare a se stessi che Vattienti si nasce e non si diventa. Assistere a questo rito è come partecipare ad una «sacra corrida», le immagini che scorrono sotto gli occhi di ognuno sono immagini rituali che ripropongono la presenza del sangue in una società come quella calabrese dove il sangue è simbolo di vita, come diceva l’indimenticabile prof. Luigi Maria Lombardi Satriani, ma è simbolo anche di morte e di violenze reiterate”.

Ma chi sono in realtà i Vattienti di Nocera Terinese? 

«Sono giovani del luogo –risponde Franco Ferlaino – impiegati, operai, da qualche anno a questa parte anche giovani professionisti, che la mattina del Sabato Santo si battono il corpo fino a farlo sanguinare».

Il momento della preparazione, o meglio della vestizione, è forse il momento più atteso dal Vattiente. Il tutto si svolge nello scantinato della propria casa, sotto lo sguardo ammiccante degli amici più cari, davanti ad un grande pentolone con dentro una mistura bollente di acqua e rosmarino.

Finita la vestizione, dopo aver indossato un pantaloncino nero ben tirato sulle natiche, e dopo essersi sistemata sul capo una corona di spine, il Vattiente immerge le mani nell’infuso di rosmarino e si riscalda i polpacci delle gambe e delle cosce. Alcuni preferiscono scaldarseli col solo contatto del tiepido infuso, altri, la maggior parte, usano schiaffeggiarseli più o meno velocemente con le mani bagnate e sistemate concave in modo che ad ogni colpo possano fungere da ventose. Questo consente di fare affiorare più rapidamente il sangue nei capillari epidermici. A questo punto il Vattiente si percuote con la “rosa”.

La rosa è un disco di sughero del diametro di 9/10 centimetri che il vattiente usa come una spazzola, colpendosi i polpacci dall’alto verso il basso, in modo da favorire in questa zona una migliore circolazione del sangue, quando i polpacci sono diventati rosei il Vattiente incomincia allora a battersi con il «cardo», è un disco di sughero su cui sono state ben fissate tredici schegge di vetro, le tradizionali «lenze», provocandosi così le prime lacerazioni. Inizia così la sua «via crucis», ed inizia proprio davanti alla sua casa, dove il Vattiente lascia colare le prime gocce di sangue. Poi, seguito dall’Ecce Homo e dall’amico che porta in mano la tanica del vino, si dirige verso il centro del paese, alla ricerca della processione dell’Addolorata.

Ha ragione il prof. Franco Ferlaino che affida a noi il suo appello personale: «Venite oggi a Nocera, perché il rito del sangue che vedrete è un rito di gloria e di liberazione, non di violenza come qualcuno tenterebbe di far passare». (pn)