di SANTO STRATI – Oggi dalle 7 alle 23 e domani fino alle 15, gli italiani sono chiamati a esprimere un SÌ o un NO al quesito referendario sulla giustizia. È un referendum confermativo di una legge costituzionale e non richiede il quorum (al contrario di quelli abrogativi), quindi vince chi prende più voti.
È un referendum che la sinistra (sbagliando) ha trasformato in lotta politica: votare NO – sostengono la Schlein e compagnia di giro – significa bocciare il Governo Meloni. Governo guidato da una premier che è stata democraticamente eletta (con un mare di voti) e alla quale il Presidente della Repubblica ha conferito l’incarico. La lotta politica si fa in Parlamento, non a colpi di slogan divisivi che confondono l’elettorato che, a questo punto, – diciamoci la verità – già ha poca voglia di recarsi alle urne e sul tema referendario in questione ha le idee alquanto confuse. E poca voglia di partecipare a un plebiscito positivo o negativo sulla Meloni (come sostenuto dall’opposizione).
Allora, sarebbe opportuno spiegare qualche cosa in più sul referendum di oggi: ovvero, che non cambia molto sull’ordinamento giudiziario, salvo lo sdoppiamento del CSM e di un organo di valutazione aggiuntivo sulla condotta dei magistrati inquirenti o giudicanti che siano. Sono tutte fandonie le chiacchiere diffuse (ahimè, in gran parte da Pd, 5 Stelle e AVS) sulla “rivoluzione” che subirebbero i cittadini qualora prevalesse il SI. Per contro, bisogna, correttamente, osservare che la premier Meloni, soprattutto negli ultimi giorni, si è spesa per negare la valenza politica di questa consultazione popolare.
In buona sostanza, non cambia nulla, salvo la separazione delle carriere tra pm e giudici, ma certamente questo primo abbozzo di riforma servirà – se venisse approvata dal popolo – ad avviare una seria revisione dell’ordinamento giudiziario.
La malagiustizia ha, purtroppo, un contenzioso molto alto nei confronti di centinaia (migliaia?) di cittadini ingiustamente detenuti senza prove concrete (la famosa “pistola fumante» (smoking gun) dell›ordinamento anglosassone e americano) che significa avere elementi probatori di incontrovertibile colpevolezza. Senza i quali nessuno dovrebbe venire sbattuto in prima pagina (spregevole abitudine della stampa italiana, dove l›avviso di garanzia è sinonimo di condanna, per via mediatica), con tutte le conseguenze del caso. Sono danni irreparabili che nessun risarcimento potrà mai lenire: vite distrutte, famiglie allo sfascio, minori sotto choc con padri (o madri) in manette in ore antelucane, quasi che si trattasse del mafioso più pericoloso del momento.
Attenzione, questo referendum non abolisce la malagiustizia ma lancia un severo monito alla magistratura, lasciando intravvedere un “demansionamento” del potere del magistrato inquirente o giudicante, che non significa assolutamente mettere in discussione il ruolo fondamentale (e costituzionalmente tutelato) della magistratura, che al 99,9% è terza e indipendente. È a quello zerovirgolauno che va questa sorta di avviso: questa riforma è solo il primo gradino di una sostanziale riscrittura dell’ordinamento giudiziario, proprio perché si possano evitare scarcerazioni facili o arresti e custodie cautelari immotivate, di cui, a partire da Enzo Tortora, si sono viste le catastrofiche conseguenze. Non che prima di Tortora non ci fossero “errori” giudiziari, ma l’accanimento dei giudici inquirenti (poi moltiplicato infinite altre volte e smentito quasi regolarmente da una sentenza che dichiara “il fatto non sussiste”) in quel caso lì – a distanza di anni – sembra un assurdo giuridico, un mostro di non-giustizia che non può più essere tollerato.
Il cittadino (ove sia indagato) non deve dimostrare di essere innocente, ma tocca all’inquirente trovare gli elementi a sostegno dell’accusa che serviranno a determinare poi, in giudizio, la sentenza. Ma non è tollerabile che si arrivi a giudizio senza prove massicce e inconfutabili della commissione del reato.
Il referendum non risolve quest’aspetto, ma potrà dare il via a una riforma totale. Di fatto, il quesito referendario chiede al popolo di approvare o bocciare un testo di legge di modifica costituzionale. Se vince il NO significa che la legge è bocciata, se vince il SÌ occorrerà provvedere ai provvedimenti di attuazione che permettano la sua corretta esecuzione.
In altre parole, la modifica proposta, di per sé, non contiene le norme di attuazione, che andranno poi predisposte, in caso di approvazione da parte degli elettori. È semplicemente un primo passo di una riforma dell’ordinamento giuridico non più procrastinabile. Il referendum non è sulla malagiustizia o sull’azione di governo, ma implica una scelta dei cittadini su un progetto di riforma che parte proprio dalle modifiche costituzionali proposte.
Aver trasformato questo appuntamento elettorale in un’arma impropria per chi non ama il governo Meloni, è un grave errore politico della sinistra che sconfessa se stessa (alcune delle proposte dell’esecutivo, in passato, erano state avanzate da governi di centro-sinistra) e alimenta, ahimè, uno scontro maggioranza-opposizione di cui l’Italia, in questo momento, farebbe volentieri a meno.
Le ragioni del NO e del SÌ sono state stravolte con interpretazioni spesso fantasiose degli effetti del risultato e la conseguenza sarà, come si teme, una forte astensione di votanti. I delusi della politica hanno un pretesto in più per disertare le urne, l’opposizione, invece, farà una “chiamata alle armi” di portata storica per far prevalere il NO.
Ma siamo sicuri che è questo che la maggioranza degli italiani veramente vuole?







