di SANTO STRATI – Mai come questa volta gli osservatori politici, gli analisti e gli strateghi del voto si sono trovati in grande imbarazzo nell’azzardare l’esito referendario. La politicizzazione (voluta dalla sinistra) del voto referendario come il NO equivalente alla “bocciatura” del Governo Meloni e non della sua proposta di riforma costituzionale ha sicuramente sparigliato le previsioni sui risultati.
E, soprattutto, ha messo in evidenza, senza il minimo dubbio, che sarà l’affluenza a determinare il successo del SÌ o del NO. Ovvero, facile immaginare che una bassa affluenza favorirà il centrosinistra e i fautori del NO, mentre il superamento psicologico del 50% dei votanti dovrebbe avvantaggiare il SÌ.
La spiegazione è abbastanza ovvia: la sinistra ha schierato i suoi elettori precettandoli come fosse una guerra di religione contro la Meloni e il suo Governo: l’elettore di sinistra è abituato ad accettare i “consigli” della sua coalizione (io direi gli ordini di partito) e votare non secondo coscienza, ma seguendo direttive rigide e non discutibili. L’elettore del centrodestra è più irrequieto e “farfallone” e non sempre accetta di ricevere “ordini di scuderia”, al contrario, se non gli garbano le indicazioni del proprio partito, sceglie con molta nonchalance di disertare le urne, lasciando intendere che voterà come “suggerito” dalla sua coalizione.
In altre parole, in questa occasione, chi non va a votare è in gran parte orientato a destra, chi non diserta le urne è di sinistra. Può sembrare un’analisi molto da sociologia da marciapiedi, ma se ci pensate bene, le motivazioni (inesistenti) del NO si poggiano quasi esclusivamente sull’illusoria (ma mica tanto) vittoria che politicamente “boccerebbe” la destra di Governo.
E qui sarebbe opportuno notare che la premier Meloni ha atteso di scendere in campo solo l’ultima settimana per metterci la faccia, pur avendo dichiarato da subito che qualunque risultato non avrebbe prodotto alcun danno al suo Esecutivo, né men che meno provocato le sue dimissioni. Mi permetto di far notare che questa strategia (sbagliata) della non visibilità ha favorito la Schlein, Conte e AVS lasciando il campo libero al festival delle baggianate, nella graniitca certezza che gran parte degli italiani non avesse capito molto delle finalità referendarie.
L’errore del centrodestra è stato aver lasciato spazio e non aver avviato una campagna di comunicazione adeguata, mettendo subito in chiaro, che non si trattava un plebiscito a favore o contro il Governo, bensì di esercitare per i cittadini il diritto costituzionale di dare il via a una legge di revisione o bocciarla.
Il dato dell’affluenza delle ore 19 è stato del 38,90% (nel 2020 alla stessa ora al referendum voluto da Renzi aveva votato soltanto il 29,68%): è un dato da prendere con ottimismo soprattutto perché confermerebbe un risveglio di coscienza “politica” negli elettori che, da tempo, hanno scelto di disertare le urne.
La legge di riforma proposta dalla Meloni (ricordiamolo, senza accogliere richieste di modifica da parte del Parlamento, né dalla maggioranza né dall’opposizione) è semplicemente un piccolo passo verso un ormai non più rinviabile processo di rinnovamento dell’ordinamento giudiziario. La novità riguarda solo la separazione delle carriere tra pubblici ministeri (la pubblica accusa) e magistrati giudicanti e lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, con l’istituzione di una Corte disciplinare per valutare e giudicare eventuali irregolarità o reati penali commessi da magistrati.
Di tutto il resto, quello che la propaganda politica ha spacciato per “danni collaterali”, per la verità non c’è traccia nel quesito referendario che, lapidariamente, chiede di approvare o respingere la legge votata approvata in Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025.
In buona sostanza, votare SÌ significa approvare la legge costituzionale e consentirne la piena entrata in vigore. La riforma inizierà a produrre effetti sull’assetto della magistratura secondo quanto previsto dal testo ma per diventare esecutiva avrà bisogno delle successive leggi di attuazione che dovranno essere predisposte dal Parlamento.
Votare NO, viceversa, comporta il rigetto della riforma: la legge non diventerà operativa e rimarrà in vigore l’assetto costituzionale attuale.
Non si trascuri il fatto che il re-
ferendum non permette di scomporre la riforma in singoli punti. L’elettore si deve esprimere sull’intera architettura normativa, dalle norme sull’ordinamento giudiziario a quelle che istituiscono la Corte disciplinare. E allora bisogna dire che c’è stata scarsa e lacunosa informazione sulla vera valenza del referendum a proposito di una legge che non costituisce una riforma globale del sistema giudiziario italiano, ma traccia un primo percorso per una revisione totale del modo di amministrare la giustizia in Italia.
La vittoria del SÌ non è una promozione del Governo in carica, ma costituirebbe un preciso segnale a quei magistrati che disinvoltamente mandano in galera innocenti pur in assenza di prove concrete e inoppugnabili o, alla stessa maniera, scarcerano pericolosi pregiudicati, basandosi su fumose valutazioni che nessuno – fino a oggi – è mai riuscito a confutare.
Non è una battaglia contro uno sparuto gruppo di magistrati “irresponsabili”, ma è una riforma di civiltà giuridica. (s)







