PNRR, CON IL PRETESTO DELL’EMERGENZA
NON VENGANO DIROTTATI I FONDI DEL SUD

di PIETRO MASSIMO BUSETTAL’attuazione del Pnrr è diventato centrale rispetto alle politiche governative. Raffaele Fitto,  Ministro per gli Affari Europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il Pnrr ha relazionato alla Camera sullo stato di attuazione di esso. Mai il Ministero per il Sud era stato in una posizione cosi strategica. 

Risultato conseguente  al fatto che adesso il Pnrr e la spesa dei fondi relativi sono diventati centrali per i prossimi anni.

Alcuni obiettivi, al di là di quelli previsti nelle varie scadenze delle tranche  dei finanziamenti, il Pnrr li ha già raggiunti. Il primo che il tema dei fondi comunitari si è capito che va trattato a livello centrale. L’errore di aver delegato la gestione di molte risorse alle Regioni ha portato a due criticità: la prima che consiste in  una dispersione di fondi  su centinaia di progetti, molti dei quali di pura assistenza! Quante fontane di paesini sono state riparate con i fondi strutturali é inimmaginabile.      

E tale errore lo si sta correggendo,  ovviamente con grandi proteste degli enti regionali che si vedono sottratte la gestione di fondi importanti. Spesso nel Mezzogiorno, ma non solo, utili ad alimentare il consenso di capi e capetti facenti parte di quella classe dominante estrattiva che si autoalimenta con la distribuzione di mance ai propri clientes. A fianco alla concentrazione a livello centrale si sta capendo anche che non vi può essere una dispersione in mille progetti, che non costituiscono valore aggiunto rispetto allo sviluppo del manifatturiero o dei servizi. 

In realtà territoriali come quelle del Sud, nel quale ancora mancano le infrastrutture fondamentali e la lotta alla criminalità organizzata ha da fare passi importanti, sono necessarie risorse notevoli per ristabilire quelle condizioni di Stato minimo fondamentali   perché si possa pensare a localizzarvi imprese. 

Destinare investimenti importanti per supplire alle esigenze e alle necessità sociali, che devono essere soddisfatte con la spesa ordinaria,  porta all’impossibilità di accelerare,  come è necessario, il progetto di sviluppo.  

Ma anche l’idea di utilizzare le Partecipate per attuare in tempi brevi quegli investimenti che, se lasciati all’iniziativa dei Istituzioni locali,  hanno difficoltà ad essere attuati può rappresentare una via di fuga molto interessante.

Tutto bene quindi? No é necessaria massima attenzione ai rischi che tutto questo può comportare. La centralizzazione, che corrisponde ad una forma di commissariamento può essere risolutiva ma anche estremamente pericolosa. Dipende molto dalla capacità di chi commissaria di perseguire gli obiettivi che il livello sottostante non è riuscito ad ottenere. L’esempio della sanità calabra, commissariato per 10 anni con risultati pessimi,  ci deve far riflettere sui rischi connessi a  tale procedura. 

Anche la concentrazione in pochi progetti presenta dei rischi, perché se la spesa corrente non raggiunge alcuni risultati importanti le povertà delle realtà meno evolute potrebbero aumentare enormemente. 

D’altra parte anche le Partecipate, peraltro quotate in Borsa, potrebbero essere meno interessate alle realtà più povere, dove le possibilità immediate di fare utili potrebbero essere minori. È già accaduto con le Ferrovie dello Stato che hanno dismesso moltissime delle linee meridionali, senza una vera politica proiettata verso lo sviluppo che probabilmente non era nemmeno nella loro mission. O anche con l’Anas che per esempio ha investito meno nelle tratte non a pagamento.  

Così come può essere pericolosa anche la concentrazione delle risorse. Perché, come già avvenuto, quelle che devono essere indirizzate al Mezzogiorno potrebbero servire da bancomat per le emergenze che si vanno manifestando. 

Penso alla ripartizione alle Regioni delle risorse del Fondo sviluppo e Coesione, che dovrebbero andare  per l’80% alle Regioni meridionali. E non si tratta di risorse contenute ma di 22,5 miliardi del ciclo di programmazione 2021-27, che le Regioni del Sud sollecitano, e che ancora devono essere assegnate. Evidentemente il Ministro vuole capire perché la spesa del ciclo precedente 2014-2020 è ancora in forte ritardo.

Non bisogna dimenticare che spesso le risorse non vengono spese perché le classi dominanti non si mettono d’accordo, fino all’ultimo momento utile,  perché preferiscono che non vadano ad alimentare la forza di gruppi opposti e per evitare tale conclusione sono pronti anche a perderli. 

Il bene comune e gli obiettivi per cui le risorse vengono destinate dall’Unione Europea interessano pochi. Tra l’altro il Ministro ha l’esigenza di monitorare la situazione complessiva per poter decidere  quali progetti, che non possono essere finanziati col Pnrr, possono trovare invece altre forme di finanziamento.  In questa operazione ovviamente il rischio che non si rispetti più la destinazione territoriale diventa enorme, considerato anche che la stessa Unione Europea rispetto a una tale impostazione non alza quel  muro che invece sarebbe necessario erigere. 

Preoccupazione che trova conferma nella relazione curata dal ministro Fitto e allegata all’ultimo Def, a proposito delle risorse del Fondo Sviluppo e Coesione  dove si spiega che “le assegnazioni a titolo emergenziale hanno inciso negativamente anche sul rispetto del vincolo di destinazione territoriale». E si tratta di un importo importante visto che é nell’ordine di grandezza di circa 20 miliardi rispetto al totale di 68 miliardi disponibili. Linea che purtroppo si sta attuando ormai da parte di tutti gli ultimi Governi. 

La ripartizione tra le Regioni era già pronta ed era stata preparata dal governo Draghi; con la sfiducia tutto si è fermato.E il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica, cui spetta per legge la materiale erogazione dei fondi, non ha mai proceduto oltre.

Si spera perlomeno che le evidenze sui conti territoriali, quelli che hanno permesso di calcolare uno scippo di 60 miliardi l’anno, se la spesa pro capite fosse stata uguale tra le varie parti del Paese, possano essere continuati. Perché con la rivoluzione in atto non ci sarebbe da stupirsi che questi calcoli, estremamente scomodi, voluti da Carlo Azeglio Ciampi, non vengano più prodotti. 

Bisogna riconoscere che é un compito arduo quello del ministro Fitto, stretto tra le esigenze nazionali e la volontà di non tradire la sua realtà di provenienza, ma la sua lunga esperienza e la capacità di ascolto dovrebbero aiutarlo in un compito arduo. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

È CALABRESE L’AMBASCIATORE IN SUDAN
CHE HA RIPORTATO A CASA GLI ITALIANI

di PINO NANO – «La situazione che abbiamo lasciato in Sudan è critica. So che sono ripresi i combattimenti. Noi siamo servitori dello Stato, abbiamo fatto il nostro dovere. I momenti difficili sono stati tanti davvero, il transito verso l’aeroporto della zona sotto l’occupazione dei paramilitari alla zona controllata dalle forze armate regolari è stato assai delicato. Per fortuna oggi siamo qui”. Così l’ambasciatore italiano in Sudan, Michele Tommasi, appena sceso dall’aereo militare che lo ha riportato in Italia. “

Si è così conclusa felicemente, dunque, la prima fase dell’evacuazione di cittadini italiani dal Sudan, colpito in questi giorni da un violento conflitto armato, e il grande merito di tutto questo spetta all’ambasciatore Michele Tommasi, al suo self control e alla sua straordinaria capacità diplomatica nella fase clou delle operazioni di sgombro.

Chi era in quelle ore in Sudan ci parla di un uomo che più che un diplomatico sembrava un marine americano. Grazie a un’operazione coordinata dall’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri, con assetti della Difesa e il supporto dell’intelligence, sotto la sua guida sono stati messi in sicurezza infatti oltre 100 italiani, fra cui lo stesso personale diplomatico”. Ancora un ex ragazzo di Calabria agli onori della cronaca.

Un uomo efficientissimo, ci riferiscono gli apparati di sicurezza nazionale, nominato Ambasciatore d’Italia nel Sudan, a Khartoum il 12 settembre dello scorso anno in sostituzione dell’ambasciatore Gianluigi Vassallo.

Michele Tommasi è nato infatti a Cosenza il 6 luglio 1965. Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza all’Università Luiss di Roma, è entrato nella carriera diplomatica nel 1996. Poi ha prestato servizio alla Direzione Generale per il Personale e l’Amministrazione. Dal 1999 al 2003 ha svolto le funzioni di Secondo segretario commerciale e di Primo segretario commerciale all’ambasciata d’Italia a Rabat. Successivamente, fino al 2006, è stato console a Smirne. Dopo essere rientrato a Roma, ha prestato servizio alla Direzione Generale per i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente e a settembre 2009 è stato incaricato di svolgere le funzioni di Capo dell’Ufficio II della Direzione Generale per i Paesi dell’Europa.

Un curriculum il suo di altissimo profilo internazionale. Dal 2010 al 2011 ha prestato servizio in qualità di consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia alle Nazioni Unite a New York, venendo confermato nella stessa sede con funzioni di primo consigliere fino al 2014. Successivamente, fino al 2018, ha ricoperto l’incarico di primo consigliere all’ambasciata d’Italia a Mosca. Nell’ottobre 2018, rientrato alla Farnesina, ha prestato servizio nella Segreteria Generale – Unità di Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione storica. Ma prima di essere nominato ambasciatore d’Italia a Khartoum, il consigliere d’ambasciata Michele Tommasi ha ricoperto l’incarico di Capo dell’Ufficio VIII della Direzione Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza.

È grazie alla sua capacità manageriale che con un C130 dell’Aeronautica militare, e un secondo volo di un AM400 spagnolo, si è riuscito a trasferire a Gibuti 105 cittadini italiani e 31 stranieri, fra cui cittadini portoghesi, australiani, greci, britannici, svedesi. Un successo non del tutto scontato, almeno dal clima e dalla tensione di quei giorni.

Sin dalle prime notizie degli scontri, il 15 aprile scorso, la Farnesina aveva attivato uno stretto coordinamento con la Presidenza del Consiglio, il Ministero della Difesa e le Agenzie di sicurezza per monitorare le situazione e valutare le opzioni a tutela dei cittadini italiani, che sono stati poi contattati individualmente dall’Unità di Crisi per verificare le loro condizioni. Alle prime ore di domenica 23 aprile, infine i nostri connazionali sono stati fatti convergere presso la residenza dell’Ambasciatore Michele Tommasi, che ha poi personalmente organizzato il convoglio che ha raggiunto l’aeroporto di Wadi Seyydna, situato a circa 30 km a Nord della capitale sudanese, unica via di uscita aerea essendo lo scalo internazionale di Khartoum inagibile perché danneggiato dai combattimenti. “In raccordo con altri Paesi europei e alleati- ci spiegano alla Farnesina- un ponte aereo internazionale ha permesso di raggiungere la base militare di Gibuti, dove i nostri connazionali sono stati ospitati. Il rimpatrio, dunque, lunedì sera con un volo dell’Aeronautica Militare”. Assolutamente giustificato l’entusiasmo del Ministro Tajani ha seguito direttamente la pianificazione e l’operazione di evacuazione in stretto contatto con il Presidente del Consiglio e il Ministro della Difesa, e che è stato il primo a rendere gli onori del Paese all’Ambasciatore Tommasi. Per la storia della Calabria, ancora una medaglia d’oro. (pn)

RALLENTA IL PIL DELLA CALABRIA (+1,8)
LA TENDENZA PER IL 2023 INDICA UN -0,9%

Il Pil calabrese nel 2023 rallenta e diventa negativo. È quanto è emerso dal report dell’Osservatorio Mpi di Confartigianato Imprese Calabria, evidenziando come il Pil quest’anno è di -0,9%, a fronte del +1,8% del 2022.

La previsione della Svimez, fatta a novembre 2022, è diventata realtà. Il Pil della Calabria si è contratto negativamente. Un dato provocato da un «peggioramento della congiuntura determinata soprattutto dalla contrazione della spesa delle famiglie in consumi, a fronte della continuazione del ciclo espansivo, sia pure in forte rallentamento nel Centro-Nord (+0,8%)».

Dati che sono stati ripresi nel corso del webinar di Confartigianato Imprese Calabria, alla presenza della responsabile dell’Osservatorio, Lucia Redolfi, dei presidenti e dei segretari territoriali, dal presidente regionale, Roberto Matragrano, e dal segretario regionale, Silvano Barbalace. Da remoto ha partecipato anche l’assessore regionale allo Sviluppo Economico, Rosario Varì, offrendo ai rappresentanti territoriali di Confartigianato un resoconto dettagliato delle principali misure realizzate dalla Regione negli ultimi mesi per il comparto.

Come ha spiegato Licia Redolfi, illustrando i dati del report, il raffreddamento della crescita è conseguenza del perpetuarsi del clima di incertezza che scaturisce da diversi fattori di criticità. Uno tra tutti l’inflazione che a gennaio 2023 in Calabria segna un incremento del +9,7%, dinamica che rallenta rispetto a quella del mese precedente (+11,2%) ma che resta ancora sopra di 4,6 punti rispetto ad un anno fa.

Alla crescita dei prezzi sta contribuendo in modo particolare, seppur in misura minore rispetto ai mesi precedenti, la dinamica sostenuta dei prezzi dell’energia: per il caro bollette si stima, nel 2022 rispetto all’anno precedente, una maggiore spesa per le MPI calabresi di 505 milioni di euro di cui 188 milioni a Cosenza, 128 milioni a Reggio di Calabria, di 102 milioni a Catanzaro, di 45 mln a Vibo Valentia e di 43 milioni a Crotone.

L’assessore regionale Varì, nel fare il punto delle misure avviate e di quelle in via di realizzazione, ha focalizzato l’attenzione sui provvedimenti relativi al “caro energia” su cui Confartigianato Imprese aveva lanciato l’allarme già sul finire del 2021, anticipando di molto i tempi delle criticità, e i cui vertici dell’associazione calabrese hanno più volte sollecitato la Regione che ne ha accolto le istanze.

«Abbiamo concordato con le associazioni datoriali – ha spiegato Varì – la necessità di intervenire sul settore dell’energia per le piccole e medie imprese e lo abbiamo fatto in particolare con il bando relativo alle Energie rinnovabili: 9,2 milioni di euro per l’installazione di impianti fotovoltaici destinati ad abbattere il costo delle imprese, nella prima settimana di maggio avremo la graduatoria definitiva».

«Da qui a tre mesi – ha concluso – avremo un plafond operativo di 279 milioni per l’efficientamento energetico – ha concluso – una dotazione rilevante che consentirà all’impresa calabrese di migliorare le performance in materia energetica».

I dirigenti territoriali e regionali di Confartigianato hanno sollecitato l’assessore Varì su due argomenti in particolare: l’accesso al credito e il rifinanziamento del Fondo artigiano che viene sollecitato da tempo.

Varì, nell’anticipare le misure su cui il suo dipartimento sta lavorando tra le quali un nuovo bando per investimenti in macchinari ed attrezzature, ha assicurato che la misura di sostegno dedicata agli artigiani sarà rifinanziata e che prima di procedere con la definizione e la pubblicazione delle nuove misure la Regione si attiverà per un confronto con le associazioni di categoria. Massima condivisione garantita anche sulla valutazione e la definizione di proposte relative all’accesso al credito.  (rrm)

SONO INVISIBILI I BAMBINI ABBANDONATI
PERCHÉ NON M’AVETE DATO UNA FAMIGLIA?

di MARIO NASONE – Francesca, nome di fantasia, in un convegno di qualche anno fa è intervenuta  dicendo  “da pochi mesi ho compiuto diciotto anni, sono stata da piccola in un Istituto, in tutti questi anni non ho mai visto un giudice o un assistente sociale”, per concludere  con una domanda inquietante che ha gelato l’assemblea dei partecipanti: “perché non mi avete dato una famiglia”?

Da allora poco o niente è cambiato e sono tantissimi i minori  come Francesca che vivono nei centri residenziali una sorta di limbo in attesa che qualcuno si occupi di loro.

Secondo i dati di Save The Children i tempi di permanenza di un minore in Istituto in Calabria è di quattro anni a fronte di uno a livello nazionale e spesso con l’aumentare dell’età  si passa da un istituto all’altro, ormai difficilmente adottabili, fino ad arrivare a diciotto anni senza potere nemmeno contare sull’assistenza da parte della Regione, praticamente in mezzo alla strada.

Se poi hanno delle patologie non hanno praticamente speranza di avere una famiglia. I minori in Calabria sono doppiamente abbandonati, a livello informativo perché non ci sono dati su quanti sono e sulla loro condizione.

La Calabria non ha mai attivato l’osservatorio regionale sull’infanzia e l’adolescenza previsto dalla legge nazionale n. 451 /97, sappiamo solo che sono circa centomila i minori a rischio povertà, almeno cinquecento quelli che vivono fuori della famiglia (a cui aggiungere i tantissimi che vivono in famiglie multiproblematiche che avrebbero bisogno di un affiancamento come le madri sole)  ma non conosciamo la loro condizione, i servizi che sono stati attivati. Soprattutto sono abbandonati perché manca un piano regionale per l’infanzia in grado di intercettare e dare risposte ai loro bisogni correggendo anche alcuni squilibri che vedono zone con più servizi ed altre come la Locride, la Piana di Gioia Tauro sprovvisti.

Gravissima è la mancata attivazione di una rete di neuropsichiatria infantile e di comunità per minori con disturbi psichiatrici nonostante il grido di allarme che da anni lanciano i Tribunali per i minorenni.

L’attuale Giunta regionale ha varato alcuni interventi settoriali  ma manca un approccio organico, tra politiche sociali e sanitarie, in grado di potere iniziare a sperimentare un modello di Welfare efficace per minori e famiglie. Tra le conseguenze anche un calo vertiginoso delle nascite che vede la Calabria tra le regioni più colpite. Dentro questo scenario una risposta nel panorama dei servizi da attivare potrebbe venire dall’affido almeno per venire incontro ad una parte di questo disagio diffuso.

A quarant’anni dalla legge 184 dell’1983 sul diritto alla famiglia di ogni minore, a 22 anni dalla legge 149 del 2001 che decretava la chiusura definitiva degli istituti per i minori si sta vivendo in tutto il Paese una fase di messa in discussione o comunque di ripensamento del sistema di tutela dei minori in condizioni di disagio che rischia di essere affrontata in modo ideologico e superficiale.

Uno scenario che vede cambiata la domanda di affido che non è scomparsa. Cresce infatti anche in Calabria,  su tutti i fronti, il bisogno di accoglienza e di solidarietà di bambini, ragazzi e famiglie in difficoltà con i  processi di desertificazione delle relazioni di prossimità che lasciano scoperte e prive di sostegno fasce di popolazione sempre più ampie. Aumentano su tutti i fronti le solitudini a cui la nostra società  espone, con grave danno per le persone più deboli: anziani soli, persone con disabilità prive di supporti familiari, madri sole con figli minorenni, bambini e ragazzi con genitori in difficoltà, etc.

Per i  bambini e i ragazzi calabresi che hanno bisogno di accoglienza e di solidarietà non mancano le famiglie disponibili anche per i cosiddetti bambini con bisogni speciali  L’affidamento familiare è una famiglia in più per i bambini e diventa la migliore terapia soprattutto nelle situazioni più gravi.

Quando abbiamo accolto Patrizia, bambina down, soffriva di una grave situazione sanitaria che stava mettendo a rischio la sua stessa esistenza. Ci ha fatto vivere momenti di grande preoccupazione, a grazie alla grande professionalità di amici medici li abbiamo superati. Gli stessi che alla fine hanno commentato che il merito della sua guarigione non era stato tanto quello delle cure ricevute, ma soprattutto della voglia di vivere di Francesca e di tutto l’amore ricevuto dalla famiglia che l’aveva accolta.

Per questo l’esperienza dell’affido, che negli ultimi quaranta anni ha salvato migliaia di bambini dall’abbandono deve continuare in tutto il nostro Paese, soprattutto nelle zone del Mezzogiorno come la Calabria dove le povertà minorili materiali ed educative sono più diffuse. Una straordinaria esperienza di accoglienza da diffondere e proporre alle famiglie italiane anche come antidoto alla cultura imperante della indifferenza e della paura.

Le famiglie potenzialmente disponibili ci sono ma non vanno lasciate sole, vanno formate ed accompagnate da servizi e dalle associazioni. Con un ruolo importante anche delle Chiese locali che si devono interrogare di più anche su queste sfide.

Una nota di speranza per un possibile cambiamento di rotta è venuto dalla decisione alle più importanti associazioni che si occupano di minori di mettersi in rete, quelle le stesse che hanno presentato ai candidati a Governatore della Calabria dei documenti e delle proposte puntuali che riprendono le questioni più importanti su minori e famiglie, impegni che sono state sottoscritte anche dal Presidente Roberto Occhiuto.

Tutti dicono che i fondi ci sono grazie anche al PNRR: ci sarà finalmente  la volontà politica di procedere? Il mondo del terzo settore è in grado di co-progettare con Regione e Comuni ma il tempo è scaduto e i minori e le famiglie che fanno fatica sono stanche di spot elettorali o di scaricabarile tra le varie istituzioni e chiedono segnali concreti di cambiamento. (man)

PER IL PNRR SI PUÒ ANCORA RIMEDIARE,
OCCHIO, PERÒ, AI “FURBETTI” DEL NORD

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Con il sì anche della Camera quello che è stato sempre un invito alla politica italiana di passare dal disimpegno automatico alla sostituzione dei poteri diventa un fatto acquisito. Ci si chiede perché avviene solo adesso e non si è mai avuto lo stesso approccio per i fondi strutturali. La risposta risiede nel fatto che l’approccio alla spesa dei fondi strutturali, contrariamente a quello della Spagna  per esempio, è stato ritenuto un fatto che riguardava le Regioni meridionali più che tutto il Paese. E quindi si è trascurato di intervenire.

Adesso che invece il Pnrr viene ritenuto un progetto che riguarda tutto il Paese si corre ai ripari per evitare di perdere le risorse. Si tratta del terzo decreto legge sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. Tante volte ho auspicato l’accentramento dei poteri presso la Presidenza del Consiglio. E con la ratifica del decreto legge la governance del Pnrr passa ufficialmente a Palazzo Chigi. Anche se siamo ancora a oltre tre anni dalla scadenza del 31/12/2026, data prevista per il completamento delle opere finanziate con il Piano di Ripresa e Resilienza, è sembrato opportuno cambiare le regole e rivedere la cabina di regia, oltre che semplificare per accelerare gli investimenti e raccordare in modo virtuoso il Pnrr con le politiche di coesione.

È un correre ai ripari per evitare quella che sembrava essere la “cronaca di una morte annunciata”. Perché è evidente che le amministrazioni locali, sopratutto nel Mezzogiorno, a corto di risorse umane oltre che di qualifiche adeguate, rischiavano di fallire gli obiettivi. Problema che continua a rimanere e che in questo modo si cerca di superare ma che è facile prevedere non potrà essere totalmente risolto.

In tale logica va anche la norma sulla stabilizzazione del personale. Fatto importantissimo perché spesso le istituzioni meridionali, Regioni e Comuni, hanno avuto professionalità impiegate a tempo determinato per progetti europei. Anche se prevedere un periodo di 24 mesi per accedere a tale beneficio forse è eccessivo, perché in genere gli incarichi sono stati dati da meno tempo. In tale direzione va  la normativa che prevede che i vertici apicali aprano le porte ai pensionati della stessa Pubblica amministrazione, i quali potranno ricoprire incarichi retribuiti di vertice presso Enti e Istituti. 

Vedremo cosa accadrà e cosa ci dirà periodicamente il Met, al quale è rimasto il monitoraggio. Ovviamente si tratta di una rivoluzione che avrà bisogno di tempo per essere attuata, con tutte le incognite della ripartenza. Ci vorrà molta determinazione per non perdere tempo prezioso.

L’altro aspetto che non bisogna perdere di vista e che in questa confusione dovuta al cambiamento, sicuramente  necessario, non si sposti la destinazione dei fondi per cui qualche “furbetto” sottragga risorse al Mezzogiorno per destinarle ad altre aree, che probabilmente avranno anche più capacità di spesa, ma tradendo i principi base per cui tali risorse sono state destinate all’Italia, cioè di ridurre le disuguaglianze.

Alla struttura centralizzata sarà più facile interloquire con la Commissione Europea, che certo, però, dovrà rendersi conto delle maggiori difficoltà che le realtà a sviluppo ritardato possano avere. Se avessero infatti buona capacità di spesa non sarebbero a sviluppo ritardato. Forse bisogna prevedere trattamenti differenti.

Non va certamente utilizzata la scorciatoia, più volte adombrata da Giuseppe Sala piuttosto che da Luca Zaia, di fare spendere a chi é magari più bravo e che é pronto a monopolizzare le risorse.

Nella possibile revisione del Pnrr due suggerimenti: il primo di concentrare le risorse piuttosto che sulla equiparazione dei diritti di cittadinanza, asili nido, scuole, sanità, sulle condizioni per favorire gli investimenti produttivi, cioè nell’attuare le condizioni di stato minimo nella infrastrutturazione e nella lotta alla criminalità e nei vantaggi competitivi rispetto alle aree sviluppate, riguardanti cuneo fiscale e tassazione degli utili di impresa, in particolare nelle Zone Economiche Speciali.

Ovviamente l’equiparazione é un obiettivo da raggiungere ma con le risorse ordinarie. Il secondo di concentrare le risorse su pochi grandi progetti,  come l’alta velocità ferroviaria, il completamento delle autostrade mancanti, anche se é chiaro che i tempi potrebbero essere insufficienti per tali grandi opere.

Certo l’ultima opzione, di rinunciare alle risorse a debito, concesse a tassi particolarmente favorevoli che, in una condizione di inflazione non più  zero virgola, sono a tassi negativi, mi pare quella proprio da scartare.

L’occasione del Pnrr può essere utile per il Paese per una riflessione di come gestire le risorse messe a disposizione dall’Unione. Che forse andava fatta prima e che porterà a semplificazioni ed all’ammodernamento di tante procedure. Il processo che stiamo vivendo forse sarà utile a tutto il Paese. Dai momenti di crisi possono venire le spinte giuste per una ripartenza complessiva. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

 

LA GIORNATA DEL LIBRO, IN CALABRIA È
EMERGENZA CULTURALE: SI LEGGE POCO

di GUIDO LEONEStudiare tutti e leggere tutti. Dal più anziano al più giovane. Dal Nord al Sud.  È quanto si auspica, ogni anno, dal 1996, per la Giornata mondiale Unesco del Libro e del diritto d’autore finalizzata a celebrare i molteplici ruoli del libro nella vita della società umana e per proporre una riflessione seria sulle politiche culturali, dove centrale resta l’educazione alla lettura e l’importanza delle biblioteche intese non solo come luogo di conservazione e di accumulazione, ma come centri vivi di rielaborazione e di produzione di cultura.

Ma per tradizione l’Italia è un paese dove si legge poco e finiamo in fondo alla classifica. Non a caso le nazioni europee più evolute e civilizzate, con una migliore qualità della vita e un’efficienza diffusa nei diversi settori, sono proprio quelle in cui la percentuale dei lettori è nettamente superiore.

Il Cepell – Centro per il libro e la lettura – in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori rileva come l’indice di lettura si attesti al 61% nel nostro Paese, nettamente al di sotto di altri stati europei (Spagna 68%, Regno Unito 86%, Francia 92%). Mentre in termini di tempo medio giornaliero dedicato alla lettura, i paesi presi in esame da una delle ultime indagini di Eurostat oscillano tra un massimo di 13 minuti (Estonia) e un minimo di 2 (Francia). L’Italia si colloca al penultimo posto (5 minuti), insieme a Romania e Austria.

Le cause di questa condizione sono diverse e vanno dalle scadenti competenze alfabetiche degli italiani, ovvero da quell’insieme di strumenti che consentono capacità autonome di lettura comprensione e interpretazione del testo alla concorrenza del web per i giovani, abituati ad un tipo di fruizione diversa e ad essere sempre connessi, il che non aiuta la concentrazione che richiede la lettura di un libro.

I bassi livelli di lettura sono dovuti anche ad un analfabetismo di ritorno. 

Il libro, dunque, oggetto silenzioso ,insostituibile strumento di cultura, in Italia muore di freddo.

Ma quanti sono gli italiani che leggono?

Secondo le ultime rilevazioni Istat, pubblicate a dicembre scorso, i  lettori italiani  sono ancora in calo , passati dal 44,1% della popolazione di 6 anni e più del 2006 al 41% nel 2017 e al 40,8% del 2021. 

La quota dei lettori resta pressoché stabile rispetto all’anno precedente: nel 2021, il 40,8% delle persone dai 6 anni in su ha letto nell’ultimo anno almeno un libro per motivi non strettamente scolastici o professionali.

Come accade da anni, il divario di genere nella lettura di libri è evidente: nel 2021, la percentuale delle lettrici è del 45,7%, mentre quella dei lettori è del 35,8%. In assoluto, il pubblico più affezionato alla lettura è rappresentato dalle ragazze di 11-24 anni, tra le quali oltre il 60% ha letto almeno un libro nell’anno, con un picco tra i 18 e 19 anni (62,6%). La quota di lettrici scende sotto la media nazionale dopo i 65 anni, mentre per gli uomini è sempre inferiore al 45% tranne che per i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni (49,4%).Oltre all’età e al genere, influiscono sulla lettura anche il livello di istruzione e il territorio.

A leggere libri sono il 71,5% dei laureati, il 46,8% dei diplomati e solo il 26,3% di chi possiede al massimo la licenza elementare. L’abitudine alla lettura continua a essere più diffusa nelle regioni del Centro-Nord: ha letto almeno un libro il 48,0% delle persone residenti nel Nord-Ovest, il 46,3% di quelle del Nord-Est e il 44,4% di chi vive al Centro. Al Sud la quota di lettori si ferma al 29,5%, mentre nelle Isole la realtà è molto differenziata tra Sicilia con il 27,4% e Sardegna con una percentuale di 42,6%.

Anche nel 2021 i dati confermano che la lettura è fortemente influenzata dall’ambiente familiare: è più probabile che i bambini e i ragazzi leggano se anche i genitori lo fanno abitualmente. Tra i ragazzi sotto i 18 anni la quota di lettori è pari al 73,5% se leggono entrambi i genitori, ma scende al 34,4% se questi ultimi non sono lettori.

Quale la situazione nella nostra Regione?

Terzultima nella classifica delle regioni (dopo di noi  Campania e Sicilia) la Calabria col 28,3% di lettori che ha letto in un anno almeno un libro, a fronte di  una media italiana  del 40,8%. Sale al 54,0 la percentuale di chi ne ha letti almeno tre in un anno, mentre scende al 10,3 la percentuale di chi ne ha letti più di dodici.

I libri cartacei, poi, nella nostra regione sono letti dal 24,3% di persone dai 6 anni in su, gli e-book dal 7,1%. Gli audiolibri sono usati appena dallo 0,9% delle persone.

La Calabria, poi, è la prima regione italiana ad avere la percentuale più bassa di famiglie che non ha libri in casa, il 17% ne possiede da uno a dieci, il 15% da undici a venticinque, il 4,5% più di quattrocento.

Anche questo dato è praticamente costante da quasi un ventennio. Di fronte a questa evidenza, si pone il tema di garantire un’offerta pubblica adeguata, atteso che la non lettura è sempre più connotata come una condizione correlata al livello socioeconomico, culturale e geografico:le fasce più deboli (basso titolo di studio, basso livello tecnologico, area geografica di residenza, ecc.) e chi vive nel Sud legge sempre meno libri.

Squilibri che si sono accentuati anche con la recente pandemia.

A fronte, dunque, di quella che possiamo definire una vera e propria emergenza culturale, anche la scuola, dove manca spesso e volentieri l’abitudine al leggere, è chiamata a costruire un rapporto  tra il giovane allievo ed il libro come momento positivo e di crescita spirituale e culturale.

Non basta studiare testi, bisogna leggerli, commentarli, discuterli. I libri vanno “vissuti” nell’ambito scolastico perché lettori si diventa. (gl)

[Guido Leone è già dirigente tecnico Usr Calabria]

PONTE: I VERI TEMPI DI PERCORRENZA
DEI TRAGHETTI PER PASSARE LO STRETTO

di ROBERTO DI MARIA – In un recente intervento sul Quotidiano di Sicilia i professori Massimo Di Gangi, dell’ateneo di Messina, e Francesco Russo, di Reggio Calabria hanno spiegato come ottenere drastiche riduzione dei tempi di percorrenza negli spostamenti in treno tra la Sicilia ed il Continente, senza realizzare il Ponte sullo Stretto. Il tutto si realizzerebbe semplicemente riducendo i tempi di traghettamento, considerando che Il tempo minimo per portare a bordo dei traghetti un treno e farlo ripartire da Villa San Giovanni è, secondo gli orari attuali, di 1 ora e 55 minuti, ma si può arrivare a superare le tre ore.

Come hanno dichiarato i docenti universitari «L’adozione di materiale rotabile della serie ETR400 … in composizione a 4 carrozze … permette di poter circolare sia sulla rete tradizionale che su quella riservata all’alta velocità e presenta una lunghezza compatibile per essere trasportato per intero su un binario delle navi traghetto attualmente in servizio».

Con questa soluzione, quindi, si userebbero treni “a composizione bloccata” e non sarebbe necessario smontarli per poter effettuare il viaggio in traghetto e rimontarli a terra, dove occorre effettuare le relative verifiche di frenatura; secondo i docenti il tempo di attraversamento dello Stretto si ridurrebbe in tal modo a 55 minuti.

Ammettendo che l’idea venga realizzata e comporti le riduzioni, in termini di tempo stimate dai professori, i tempi di percorrenza tra la Sicilia ed il continente sarebbero i seguenti:

  • Palermo-Roma: 7 ore e 56 minuti (a fronte delle attuali 11h 38’).
  • Catania-Roma: 6 ore e 21 minuti  (a fronte delle attuali 9h 53’)
  • Messina-Roma: 5 ore e 26 minuti(contro le attuali 8h 24’).

Riduzioni dei tempi di percorrenza indubbiamente rilevanti, ma molto meno decisive per la mobilità passeggeri di quanto si vorrebbe far credere. Il rilancio del vettore ferroviario, infatti, non deve essere considerato come un obiettivo fine a se stesso, ma inserito in un contesto di riequilibrio dei vettori in concorrenza sulla relazione Sicilia-Continente. E, in tal senso, occorre renderlo competitivo con l’altro vettore che il mercato mette a disposizione dell’utente siciliano: l’aereo.

In tal modo si risolverebbero due problemi:

  • L’attuale condizione di sostanziale monopolio del trasporto aereo dei passeggeri tra la Sicilia ed il continente che costringe i siciliani ad accettare le tariffe imposte dalle poche compagnie operanti su queste tratte.
  • Le emissioni di gas climalteranti, che nel caso del vettore aereo, sono le più alte prodotte per passeggero trasportato, peraltro ad alta quota.

In un articolo che abbiamo scritto qualche tempo fa sul sito www.siciliainprogress.com (nel novembre 2019), considerando anche le perdite di tempo tipiche del viaggio aereo, avevamo stimato i tempi reali di viaggio da centro città a centro città per le relazioni aeree Palermo-Roma e Catania-Roma: rispettivamente 4 h 38’e 4h13’.

Tempi ancora troppo più bassi rispetto alle ipotesi dei proff. Di Gangi e Russo per rendere il trasporto ferroviario una valida alternativa al trasporto aereo.

Nello stesso articolo, sostenevamo che questo sarebbe potuto avvenire soltanto con la realizzazione del Ponte sullo Stretto. Infatti, per quanto concerne il viaggio in treno, ipotizzando la realizzazione del Ponte, e considerando gli interventi di velocizzazione della linea costiera previsti al tempo, eravamo riusciti a stimare tempi del viaggio in treno più che competitivi, con due sole fermate intermedie, Messina e Napoli: 3h40’ sulla Messina-Roma,  5h 30’ sulla Palermo-Roma,  4h20’ sulla Catania-Roma

In quest’ultimo caso, un treno dalla città etnea alla capitale impiegherebbe praticamente lo stesso tempo del corrispondente spostamento in aereo, a meno di 7 minuti soltanto.

Da Palermo alla capitale e viceversa, i tempi in treno Av sarebbero più lunghi di 52 minuti esatti. Neanche un’ora in più, ma rimanendo sempre sullo stesso mezzo di trasporto per tutto il tragitto, senza lo stress delle code e dei continui spostamenti, bagagli al seguito, che caratterizzano ogni spostamento in aereo.

In sintesi, la realizzazione del Ponte sullo Stretto, insieme ad alcuni, indispensabili interventi sulla rete esistente, realizzabili nello stesso tempo di esecuzione dei lavori alla struttura di collegamento stabile, comporterebbe benefici ben più alti rispetto al semplice riammodernamento delle modalità di traghettamento.

Perché insieme alla rottura del monopolio dell’aereo, ed alla riduzione dell’impatto dei trasporti sull’ambiente, a cui accennavamo prima, si porrebbero le basi per concretizzare, anche nel profondo sud, gli effetti dell’introduzione dell’Alta Velocitàsull’asse Napoli-Roma-Milano-Torino: maggiore interconnessione tra le aree servite con conseguente, più che accertato, rilancio dell’economia in questi territori.

Qualcosa che consentirebbe di limitare, quanto meno, il sempre crescente divario nord-sud.  Impossibile da ottenere con una percorrenza ferroviaria, ad esempio tra Palermo e Roma, che, ancorché ridotta, si attesterebbe intorno alle 8 ore: quasi il doppio dello spostamento in aereo, perditempo compresi. (rdm)

VIVA LE ZES, ZONE ECONOMICHE SPECIALI
MA QUELLA CALABRESE È ANCORA FERMA

di PIETRO MASSIMO BUSETTAQualcuno vorrebbe farne un programma per Chi l’ha visto. Qualcun altro, nella rimodulazione dei fondi del Pnrr, vorrebbe recuperare i 630 milioni che sono statI destinati ad esse. Parlo delle cosiddette Zone Economiche Speciali che, varate nel 2018, sembrava che stessero decollando. 

In realtà sembra invece che vi siano da parte di alcuni molti dubbi sulla loro utilità, come periodicamente avviene in Italia.  Infatti anche se le Zes sembrano comincino a dare i risultati le perplessità sembrano sempre più diffuse. 

Ma  d’altra parte l’alternativa, nel caso di fallimento delle stesse, sarebbe quella che il Mezzogiorno abbandonasse la sua vocazione manifatturiera, cosa assolutamente inopportuna se si vuole che si creino quei posti di lavoro indispensabili per far si che il tasso di occupazione di tutto il Paese possa avvicinarsi a quel 50% necessario e opportuno delle realtà a sviluppo compiuto.

 E certamente il recupero del tasso di occupazione non può che avvenire laddove i margini di recupero sono più elevati, cioè al Sud. Ma recentemente delle zone economiche speciali si è sentito parlarle sempre meno, sembra che la determinazione con la quale venivano seguite dal precedente Governo stia in qualche modo diminuendo. Ricordare che è  necessario creare nel Sud un numero di posti di lavoro pari a circa 3 – 4 milioni, se si vuole che il rapporto tra popolazione ed occupati sia di uno o due, non è inutile. 

Perché confrontarsi sempre con la dimensione quantitativa porta a capire meglio quali sforzi sono necessari, per riuscire ad avere un indirizzo ed una rotta chiara e precisa. La vulgata, adesso prevalente, sembra essere quella che in realtà manchino i lavoratori piuttosto che i posti di lavoro e ci si chiede come fare ad occupare quelle posizioni che rimangono non servite. Se devono essere gli italiani che bisogna far alzare dalle loro poltrone, sulle quali qualcuno è convinto sono ormai adagiati grazie a un welfare eccessivo, oppure se dobbiamo far arrivare flussi consistenti di extracomunitari per coprire le esigenze occupazionali delle nostre imprese. 

A me sembra che si stia distorcendo la realtà e che l’esigenza di creare nuova occupazione sia sempre cogente. Ed è evidente che i numeri di cui parliamo possano essere creati solo se vi sarà un manifatturiero adeguato. Tale evoluzione non potrà avvenire che con l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area, cosa possibile soltanto se vi saranno delle aree nelle quali le condizioni di insediamento possano essere più favorevoli. 

Questa, però, che sembrava essere una posizione condivisa sembra avere sempre meno sostenitori e che si stia tornando ai generici aiuti a pioggia, favoriti anche dal Pnrr, che sembra possa dare aiuto a tutti. L’esempio della diminuzione del cuneo fiscale, adottato per tutto il Paese, dimostra come in realtà si sia tornato alla finzione che il Paese è uno e che il dualismo prevalente possa essere dimenticato. 

I vincoli esistenti per il Mezzogiorno evidentemente a qualcuno stanno troppo stretti ed allora il tema di smantellare quello che si è costruito fino ad adesso sembra essere un obiettivo primario, con piccoli passaggi che in realtà spesso non hanno alcuna evidenza nell’opinione pubblica, ma che alla fine portano a distruggere la sistematicità di un intervento che non può portare che al fallimento di esso. 

 Il manifatturiero del Mezzogiorno ormai da oltre 10 anni non cresce, perché quello che riusciva ad esprimere l’imprenditoria meridionale si vede che ha raggiunto il suo massimo e non può avere che incrementi limitati. D’altra parte come è stato dimostrato da tutte le realtà a sviluppo ritardato, compresa quella Germania dell’Est, che sta raggiungendo livelli di sviluppo interessanti e sta diminuendo il gap con la Germania dell’Ovest, il corpo fondamentale della crescita occupazionale non può che venire che dal settore manifatturiero. 

Per questo le Zes diventano fondamentali per offrire quelle condizioni minime necessarie per attrarre investimenti, come una realtà infrastrutturata e con criminalità contenuta e messa all’angolo, oltreché le condizioni di vantaggio, come un cuneo fiscale che faccia competere il costo del lavoro con quello che altre Zes europee possono praticare e la possibilità di poter avere una tassazione sull’utile d’impresa più contenuta. 

Per cui è necessario che, laddove le condizioni complessive del Paese diventano più vantaggiose, quelle relative alle Zes del Mezzogiorno lo diventino ancor di più, altrimenti le localizzazioni avverranno dove le condizioni complessive sono più favorevoli e la presenza di altre aziende farà sì che ci siano dei vantaggi competitivi che nelle realtà più periferiche non ci sarebbero.

Alcune volte sembra che questa visione complessiva si perda. Mentre l’esigenza è quella che questo sistema di vantaggio possa essere trasferito anche nel settore dell’accoglienza turistica idea che finalmente pare stia diventando patrimonio comune se è vero che 

 il direttore di Unicredit Sud, Ferdinando Natali, afferma che si potrebbe pensare anche a vere e proprie Zone Economiche Speciali a vocazione turistica. Quindi altro che abbandonare il sistema ma piuttosto estenderlo anche ad altre branche oltre che al manifatturiero. 

Quindi la struttura delle Zes va ulteriormente potenziata. Come dice Giusy Romano, commissario per la Zes campana e calabra I comuni meridionali, che stanno dimostrando in molti casi di non riuscire a utilizzare i fondi del Piano Nazionale Ripresa possono chiederci di fungere da stazioni appaltanti». 

 Le Zes «si basano su due pilastri. Una logica premiale per le aziende già insediate e che vogliano ampliarsi. E poi una logica di attrazione per gli investimenti di chi intenda allocarsi nell’area. L’obiettivo che ci preme maggiormente è la ricaduta sul territorio, in termini di Pii e di indotto». 

E continua rispetto alle strategie dell’attrazione che cominciamo ad essere patrimonio condiviso:”Andare noi a convincere gli investitori esteri che hanno tutta la convenienza a venire qui, da un lato, e poi portare gli stranieri in visita qui da noi, così da poter toccare con mano la qualità del prodotto che gli offriamo». Forti anche del fatto che una Zona Economica Speciale può durare 21 anni, e che l’Authority di gestione non è a tempo, come avviene anche nelle altre parti del mondo dove le Zes già esistono da decenni. Insomma sarebbe un peccato tornare indietro ora che sembra comincino ad andare a regime. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

 

MIGRANTI, UMANITÀ MA ANCHE SGUARDO
ALLE IMPRESE CHE DANNO LORO LAVORO

di MARIO OCCHIUTO – Ho molto apprezzato l’impostazione data sin dall’inizio dal Presidente del Consiglio Meloni sulle politiche migratorie. C’è finalmente un progetto complessivo, e un comportamento corretto e responsabile. Che parte dai diritti delle persone.

Il primo diritto è quello di non essere costretto ad emigrare prima ancora che quello ad emigrare. “Nella storia quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, ma i poveri ad andare dove c’è il pane”.  Eppure c’è lo sforzo di portare competenze e risorse in quei Paesi: di dare avvio ad un Piano Mattei per l’Africa, garantendo a queste nazioni la maggior parte degli introiti dalla produzione di energia. Un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione Europea e nazioni africane che recupera allo stesso tempo un nostro ruolo strategico nel Mediterraneo.

Lo dimostrano i recenti viaggi in Algeria e in Etiopia del nostro Presidente del Consiglio e in Tunisia del Ministro degli Esteri Tajani.

Lo dimostra l’insistenza con l’Europa per affrontare in modo unitario e strategico un tema così importante riguardo al quale l’Italia non può certamente essere lasciata da sola. Una richiesta di coinvolgimento attivo dell’Europa che sta finalmente ottenendo la dovuta attenzione e di cui noi di Forza Italia siamo stati i primi fautori.

Inoltre con il Governo Meloni si incrementano i flussi regolari in entrata come mai era successo negli ultimi anni, aumentano i rapporti di collaborazione con gli stati di provenienza e di transito dei migranti, si colpiscono i trafficanti di uomini per ridurre i naufragi e le tragedie in mare, le tante morti di persone in difficoltà e di bambini.

Lo stato di emergenza adottato poi consentirà a tutte le strutture dello Stato di velocizzare l’iter di alcune procedure necessarie per avere a disposizione gli strumenti indispensabili a garantire sempre e in modo strutturale -e più umano e solidale- la prima accoglienza, così come ha spiegato molto bene in prima commissione il sottosegretario Molteni.

Mi fanno sorridere coloro i quali gridano allo scandalo per l’adozione dello strumento della emergenza. E sarebbe anche giusto in qualche modo parlare di uno strumento inappropriato per una problematica che è ormai conosciuta, se non fosse che in Italia ormai tutto deve essere affrontato con gli strumenti dell’emergenza. Figuriamoci la questione dei migranti che arrivano oggi a decine di migliaia sulle nostre coste, soprattutto in Calabria e in Sicilia. Dopo decenni di politiche di complicazione frutto della cultura del sospetto, che è propria della sinistra, non riusciamo più a realizzare un’opera pubblica, a spendere le risorse del PNNR e neanche ad assumere dipendenti e tecnici necessari nella pubblica amministrazione senza ricorrere a commissari e a norme straordinarie che ormai stiamo recependo come ordinarie nel nostro ordinamento.

Un’altra azione meritoria e positiva del Governo Meloni (che è anche in relazione questo tema) è il rafforzamento della identità italiana. In tutti i settori: da quello del comparto agricolo a quello della scuola, alla cultura e a tutto il resto.

I confini infatti non sono dei muri senza pietre ma neanche delle linee prive di significato: racchiudono idealmente un popolo che è poi una comunità in continua evoluzione, con valori e cultura e tradizione comune, che si è data delle regole.

Il nostro è un Paese straordinario, con un patrimonio di città storiche e bellissime. Siamo eredi (forse un po’ indegni) del mondo classico. E i tratti caratteristici degli italiani sono proprio quelli di una affinità elettiva verso la cultura artistica e popolare, la raffinatezza dei comportamenti e del pensiero, il carattere passionale e l’inclinazione verso il bello; siamo più accoglienti e aperti rispetto ad altri, siamo stati un popolo di navigatori e mercanti incline agli scambi commerciali e sociali. Sappiamo trasmettere calore umano: così ci descrivono i turisti che vengono in Italia.

C’è un mito nel resto del mondo degli italiani brava gente: un pregiudizio positivo sul popolo, uno scudo di bonarietà, di giovialità, di naturale inclinazione alla mitezza e alla socialità cordiale che ci contraddistingue.

Nella nostra identità c’è insito insomma il tratto distintivo e positivo dello spirito dell’accoglienza, che non dobbiamo perdere.  Nelle nostre città ci deve essere un posto per chi arriva da noi, perché sfugge alla miseria o alle guerre, e non deve essere un posto qualsiasi ma direi quasi un posto d’onore in modo che chi arriva si riconosca nei nostri valori e si senta nello stesso tempo a casa. Sono questi i temi dell’integrazione e dell’inclusione, sui quali è necessario fare cospicui investimenti se si ha cuore la crescita sociale ed economica del nostro Paese.

Noi siamo cittadini del presente, con alle spalle un passato che -più di altri popoli europei- è il risultato di migrazioni e incroci di tante genti e culture, grazie alla posizione geografica, alla conformazione fisica del nostro Paese e al continuo movimento di popolazioni in entrata e uscita. Io stesso provengo da una regione, la Calabria, il cui territorio è stato abitato da una serie vastissima di popoli quali Bruzi Greci Romani Bizantini Normanni Angioini e Aragonesi e tanti altri.

E davanti abbiamo un futuro che sta in questa solida identità e nella capacità di integrare il nuovo, non solo di contenerlo spazialmente dentro i confini. Un Paese chiuso è un Paese morto. Non è solo un affare di buon cuore e di buon sentimento ma una esigenza di produzione di ricchezza, materiale e ideale, che è utile alle nostre imprese e alla società più in generale. La sfida è quella di riuscire a creare le condizioni per costruire una possibilità di integrazione effettiva tra cittadini “antichi” e cittadini “nuovi”, una prospettiva di radicamento in modo che tutti si sentano a casa. Il nostro Paese e le nostre città come un’opera collettiva che si rinnova continuamente secondo una cultura di interscambio produttivo tra tradizione e innovazione.

Abbiamo già assistito nella storia a questi processi. Ricordo che davanti alle invasioni barbariche (migrazioni) sullo sfondo della decadenza dell’Impero Romano ci fu l’azione di Sant’Agostino che suggerì l’unico modo di preservare l’identità e le radici cristiane: quello di conquistare quei popoli con la cultura.

E tutto questo non vuol dire assecondare la filosofia no border (apertura indiscriminata dei confini) perché vanificherebbe in un colpo le idee che sono alla base di quel processo di inclusione sociale che mi è tanto caro.

Neanche nella narrazione biblica di Babele ha funzionato perché le genti non si comprendevano vicendevolmente e furono costretti a disperdersi.

Proprio per questi motivi noi di Forza Italia abbiamo proposto degli emendamenti per incrementare i flussi regolari in entrata e per venire incontro alle richieste dell’Alto commissariato delle nazioni unite, a quelle di Confindustria in modo da assicurare alle imprese lavoratori, e riguardo all’accoglienza per i minori stranieri non accompagnati e per le persone con disabilità.

Umanità e sguardo alle esigenze delle nostre imprese. Il presidente Berlusconi in questo stesso edificio proponeva addirittura di mettere a disposizione le case sfitte per coloro che arrivano nelle nostre città

Io devo confessare, alla luce delle considerazioni che ho finora esposto, che ho  preferito non sottoscrivere personalmente l’emendamento che riguarda la protezione speciale perché pur essendo sicuro dei buoni intenti e della buona fede di chi lo propone, che è quella di ridurre i pretesti per l’immigrazione clandestina, avevo e ho dei dubbi riguardo ad alcuni effetti che potrebbero involontariamente generarsi nei confronti di chi si è già integrato, di chi lavora e ha creato una famiglia nel nostro Paese.

Purtroppo non è stato possibile un confronto sereno con l’opposizione perché sono stati presentati (in Prima Commissione) in modo strumentale e pretestuoso circa 400 emendamenti che hanno creato un teatrino per esigenze di propaganda elettorale e di fatto impedito la discussione nel merito rispetto a questo punto così importante.

Affido queste mie riflessioni al Governo e al Presidente del Consiglio Meloni nella consapevolezza che sapranno tenerle nel giusto conto e -nel caso di possibili distorsioni- correggere con il buon senso e con l’umanità che li contraddistingue, le problematicità che eventualmente potrebbero verificarsi.

Perché (nonostante le buone intenzioni e il buon lavoro svolto dal Governo) nessuno in questo caso può dire di avere una ricetta perfetta per la soluzione di un problema epocale e così complesso. ν

(Mario Occhiuto è senatore di Forza Italia)

MISSIONE «AUTONOMIA DIFFERENZIATA»
COSÌ IL NORD “RUBERÀ” RISORSE AL SUD

di DAMIANO BRUNO SILIPO – Il DDL sull’autonomia differenziata prevede che le regioni a statuto ordinario possono chiedere «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» in 23 materie, tra cui istruzione, salute, ambiente, infrastrutture e trasporti, produzione di energia, internalizzazione delle imprese, tutela e sicurezza del lavoro.

Unitamente al trasferimento delle funzioni, vengono trasferite alle regioni le relative risorse umane, strumentali e finanziarie, necessarie per attuare l’autonoma nelle materie richieste. Per la gestione delle materie oggetto di autonomia, le regioni possono trattenere i tributi equivalenti. Il trasferimento delle funzioni attinenti alla realizzazione dei diritti civili e sociali (scuola, lavoro, previdenza, etc.) è legato alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) e dei relativi costi e fabbisogni standard, comunque da definire entro un anno. Altre materie però (infrastrutture, porti, aeroporti, zone economiche speciali, ferrovie, protezione civile, energia) che sono il piatto forte, possono essere trasferite senza aspettare la definizione dei LEP.

Il meccanismo previsto dal DDL Calderoli è simile a quello delle regioni a statuto speciale.

Il punto sostanziale che caratterizza queste regioni è quello di trattenere per sé gran parte delle imposte: la Valle d’Aosta si tiene il 100% di Irpef, Ires (imposta sulle società), Iva e accise sui carburanti; le Province autonome di Trento e Bolzano il 90% e l’80% di Iva; il Friuli-Venezia Giulia il 59% e il 30% delle accise; la Sicilia il 71% dell’Irpef, il 100% dell’Ires e il 36% di Iva; e  la Sardegna il 70% su tutto e il 90% di Iva. Con questi soldi si pagano: sanità, assistenza sociale, trasporti e viabilità locali (che però si pagano in proprio anche Regioni come Lombardia, Toscana e Lazio), manutenzione del territorio, infrastrutture per l’attrazione turistica. La Valle d’Aosta e le due province del Trentino si finanziano anche l’istruzione, ovvero gli stipendi degli insegnanti.

Lo Stato paga tutto il resto: le spese per la giustizia (procure e tribunali), le forze dell’ordine, le infrastrutture di carattere nazionale (come la rete ferroviaria, i trafori, pezzi di autostrada, a partire da quella del Brennero), i servizi Inps, oltre alla macchina politica e amministrativa statale. Tutte spese che sono finanziate dalla fiscalità generale, alle quali queste regioni non partecipano, o lo fanno in piccola parte.

La similitudine fra le regioni a statuto speciale e il DDL Calderoli consiste nel principio che ogni Regione possa negoziare con lo Stato i settori che intende gestire in proprio, trattenendo i tributi equivalenti.

Per capire cosa cambia con il DDL Calderoli, basta considerare l’esempio della sanità. Con l’avvento del Sistema Sanitario Nazionale ad ogni regione fu assegnata nella spesa sanitaria una cifra pro-capite eguale, corretta con indici di bisogno sanitario, sulla base del principio che a tutti i cittadini devono essere garantiti i livelli essenziali di assistenza. Il fabbisogno standard fu quindi identificato con la spesa media nazionale, introducendo così la regola di un gioco a somma zero: le regioni con una spesa sanitaria storicamente superiori alla media dovevano cedere risorse alle regioni più svantaggiate. Difatti al Lazio, che partiva da 33% di spesa sanitaria superiore alla media, fu ridotto lo scarto all’11% e alla Calabria, che partiva da -21%, fu ridotto lo scarto a -12%. Per avere la stessa spesa pro-capite in sanità, oggi sette regioni del Sud ricevono fondi perequativi da quelle del Nord, per un ammontare di 5-6 miliardi all’anno. Con il DDL Calderoli tutto questo non sarà più possibile, perché, se tutte le regioni del Nord chiederanno l’autonomia in sanità, non dovranno più contribuire ad alcun fondo perequativo. Le regioni del Mezzogiorno potranno contare solo sulle proprie entrate fiscali o sul contributo di uno Stato indebolito nelle proprie capacità fiscali e d’indebitamento.

Se si aggiunge che secondo la riforma del Titolo 5, le regioni potrebbero realizzare intese tra di loro per costituire organi comuni per la gestione di infrastrutture o altro, la realizzazione della Macroregione del Nord diventerebbe lo Stato sostanziale dentro uno Stato formale che sarà svuotato di poteri e contenuti.

Nella discussione sul provvedimento grande rilievo è stato dato alla definizione dei LEP. Quand’anche fosse vero che i LEP verranno definiti in tempi brevi, cosa cambia per il Mezzogiorno? L’autonomia differenziata di Calderoli non è subordinata alla realizzazione dei LEP. Anzi, essa comporterà che i LEP non verranno mai realizzati su tutto il territorio nazionale.

In passato lo Stato è intervenuto con la regola della golden share per impedire che settori strategici come l’energia, l’acqua, le reti di comunicazione e mobilità venissero acquisite da imprese straniere o private. Con il trasferimento di questi settori alle regioni viene meno anche il concetto di  interesse nazionale, perché ogni regione può decidere cosa fare di queste risorse. Cosi come, di fronte ad una futura crisi energetica, invece di avere  Draghi o Meloni che vanno a trattare con altri Stati per avere più gas o petrolio, potremmo avere 20 presidenti di staterelli sovrani che vanno a contrattare la stessa cosa. Per non parlare dell’istruzione o della ricerca, dove ogni regione potrà perseguire obiettivi diversi, comunque su una scala ridotta. Così, l’Italia, che già sconta un deficit nella ricerca, sarà definitivamente condannata a rimanere ancora più indietro, perché le dimensioni di scala nella ricerca sono fondamentali. Le maggiori spese in ricerca e sviluppo di alcune regioni non potranno mai compensare la perdita nella capacità di progettare il futuro di un intero sistema universitario e produttivo nazionale nella ricerca.

Comunque, il DDL Calderoli non motiva mai perché spostare questi poteri dallo Stato alle regioni potrebbe migliorare la situazione per i cittadini italiani, e come le stesse regioni potrebbero far fronte ai nuovi poteri, del tutto simili a quelli di uno stato sovrano. Efficienza vuol dire che con le stesse risorse le regioni sarebbero in grado di produrre di più dello Stato, non significa che produce di più chi ha più risorse. E non c’è molta evidenza al riguardo.

Le conseguenze per il Mezzogiorno

Ipotizziamo che le regioni del Nord chiedano l’autonomia in tutte le 23 materie previste. Esse quindi potranno trattenere gran parte o tutte le entrate fiscali e, come avviene già oggi nelle regioni a statuto speciale, potranno garantire stipendi più alti ai propri lavoratori o favorire ancora di più le imprese, o migliorare ulteriormente i servizi sanitari. Oggi nelle regioni a statuto speciale la spesa pro-capite per i propri cittadini è di 7.096 euro, contro i 3.688 delle altre regioni.

Per converso, ipotizziamo che nessuna delle regioni meridionali chieda l’autonomia. Non avendo sufficienti entrate fiscali proprie, continueranno a chiede il sostegno dello Stato, per garantire i servizi essenziali o altro. Però lo Stato potrà contare solo sulle entrate fiscali delle regioni meno ricche e si ridurrà anche la propria capacità d’indebitamento. Tra l’altro, il processo di riduzione del divario nei servizi sanitari tra regioni s’interromperebbe.

I cittadini meridionali, attratti da opportunità di lavoro e servizi migliori, salari più alti avranno ancora di più l’incentivo a trasferirsi al Nord, per lavorare, studiare o curarsi.

Il Meridione perderebbe attrattiva anche come mercato di sbocco delle merci prodotte al Nord, perché si ridurrebbe la capacità di spesa delle regioni meridionali. Se si considerano gli effetti dell’ulteriore perdita di capitale umano che subirà il Meridione, è facile prevedere le conseguenze di questo DDL sull’ulteriore allargamento del divario Nord-Sud. È prevedibile anche che una ulteriore divaricazione tra regioni più ricche e regioni più povere creerà tensioni tra i cittadini del Sud e del Nord, ed andrà a lacerare l’unità nazionale.

Le conseguenze per l’Italia

La conseguenza più devastante del DDL Calderoli non è però l’allargamento del divario Nord-Sud, ma il fatto che lo Stato perde gran parte della propria ragion d’essere, ovvero la capacità d’imporre tasse e di spendere. La politica economica nazionale e la legge di bilancio diventerebbero poco rilevanti per la vita dei cittadini.

Se la burocrazia statale perde potere, tutte le rimanenti quindici regioni a statuto ordinario potranno trasformarsi in piccoli stati sovrani, ciascuno con leggi, funzioni e risorse differenziate. La complessità amministrativa crescerebbe esponenzialmente, questa volta su tutto il territorio nazionale, con il rischio di rendere la vita a imprese e cittadini assai difficile, dovendo confrontarsi con 20 legislazioni regionali differenti sulle stesse funzioni. Esattamente l’opposto di quanto chiede l’Unione Europea per l’erogazione dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Un governo responsabile non farebbe nulla per peggiorare la situazione burocratica del Paese, almeno fino al 2026, entro cui bisogna realizzare i progetti del PNRR.

Quello che è più preoccupante è che il DDL aumenterà la possibilità di default dello Stato italiano. Al riguardo, si può dire che il DDL Calderoli si configura come un atto eversivo. Il difficile equilibrio tra elevato debito pubblico e capacita’ di vendere il debito sui mercati si basa sulla fiducia che lo Stato, con le sue entrate fiscali, sarà in grado di ripagare il debito. E’ utile ricordare che il governo Berlusconi è stato costretto a dimettersi proprio per la necessità di ristabilire questa fiducia. L’autonomia differenziata mina dalle fondamenta questa fiducia, perché toglie al governo centrale gran parte del potere reale di coprire eventuali buchi di bilancio con nuove tasse o tagli di spese, essendo questi poteri in gran parte trasferiti alle regioni. D’altra parte, riproporre, come si fa adesso con le regioni a statuto speciale, un meccanismo con cui lo Stato prima attribuisce generose compartecipazioni ai tributi alle regioni per poi toglierle in parte per finalità di solidarietà nazionale o per ripagare il debito, appare quanto meno singolare. Al riguardo, non può essere certamente il presidenzialismo il contro-bilanciamento all’autonomia differenziata.

Questa legge è frutto della vittoria del centro-destra, ma anche degli errori del centro-sinistra. Infatti, è stato un governo di centrosinistra che nel 2001, con l’illusione di sterilizzare le spinte federaliste del Nord, che ha attuato la riforma del Titolo V della Costituzione. Inoltre, fu un governo di centrosinistra che nel 2018 sottoscrisse le pre-intese con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per il trasferimento di funzioni alle regioni,  ed in entrambi i casi non evitò al centrosinistra di perdere le elezioni.

Tra l’altro, il DDL dà il via libera alla realizzazione delle pre-intese con le tre regioni per la realizzazione dell’autonomia differenziata.

L’autonomia differenziata nasce da spinte secessioniste delle regioni ricche, ma viene giustificata con la necessità di dare una scossa al Mezzogiorno, che sarebbe costretto ad usare in modo più efficiente le risorse. Ma il principio di Pareto sostiene che una nazione sta meglio quando una parte dei propri cittadini migliora la propria condizione senza peggiorare quella degli altri. L’autonomia differenziata di Calderoli determinerà il miglioramento della condizione di alcuni a discapito di altri.

Non c’è dubbio che le classi dirigenti meridionali, con il loro ascarismo e gattopardismo, abbiano alimentato questo disegno. Non c’è dubbio che la sinistra quando è stata al governo nazionale o alla guida delle regioni meridionali non ha saputo mettere in campo un programma di sviluppo per il Mezzogiorno in grado di ridurre il divario. Ma il DDL Calderoli, più che contro il Meridione, si configura come un atto eversivo contro la Nazione, contro i governi nazionali, che non sarebbero più in grado di fare politiche nazionali,

Nel breve periodo le regioni del Nord trarranno vantaggi dall’autonomia differenziata. Ma siamo sicuri che, in una dimensione globalizzata, ridurre il potere del governo di fare politiche globali e nazionali sia vantaggioso per le stesse regioni del Nord? Comunque, questo DDL mina alla base la possibilità di ridurre il divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord, acuirà le tensioni ed aumenterà la povertà nel Mezzogiorno. Per non distruggere anche il sogno di costruire un’Italia e un Mezzogiorno migliori di come sono oggi occorre reagire, essere capaci di fare proposte alternative, su cui creare una mobilitazione popolare. Qui le strade possono essere due.

Riproporre, come ha fatto il presidente Giorgia Meloni nel 2014, anche provocatoriamente, di abolire le regioni, oppure, più realisticamente, fare una controproposta in cui una qualche forma di autonomia viene garantita alle regioni, salvaguardando però le competenze e il ruolo dello Stato nella realizzazione degli obiettivi macroeconomici, tra cui quella della riduzione del divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord, e la sua capacità di ripagare il debito pubblico. Il che comporta l’impossibilità per le regioni di trattenere interamente o quasi le tasse nei propri territori. Questo però è possibile solo se si riuscirà ad impedire al DDL Calderoli di andare avanti.

(Courtesy OpenCalabria)

Damiano Bruno Silipo è professore di Banking and Finance all’Università della Calabria. Ha conseguito il Ph.D. in Economics alla University of York (UK) ed ha insegnato in varie università straniere, tra cui Queen Mary University of London e la University of Connecticut (USA). I suoi principali interessi di ricerca riguardano l’economia dell’innovazione, il comportamento bancario e lo sviluppo territoriale.

 


Il disegno di legge Calderoli sull’autonomia differenziata, approvato il 2 febbraio scorso, è l’atto più importante dall’avvento della Repubblica, che cambierà l’Italia come la conosciamo oggi ed avrà conseguenze decisive sul futuro della nazione e sulla vita dei cittadini. Mette in discussione la stessa natura dello Stato. Eppure è passato quasi in silenzio, come se fosse una qualsiasi legge: scarsissimo dibattito e scarsa opposizione nel Paese. Certamente ha pesato la scarsa consapevolezza degli italiani, che presi dalle difficoltà quotidiane, non hanno percepito la portata e le conseguenze di questo provvedimento, Ma ha contribuito anche la modalità di approvazione del DDL, che ha esautorato il parlamento dall’intero processo. Che cosa cambia con il DDL Calderoli? Si potrebbe dire che non cambia nulla per cambiare tutto. Non cambia nulla, nel senso che tutto viene realizzato a legislazione vigente. Cambia tutto, perché le conseguenze nel lungo periodo saranno la fine dello stato unitario come lo conosciamo oggi. (OpenCalabria)