PONTE, SOLO L’EUROPA LO VUOLE DAVVERO
MENTRE IN ITALIA SI PERDE SOLO TEMPO

di ERCOLE INCALZA – In un Paese industrialmente avanzato, o meglio, in un Paese civile avremmo letto sicuramente, dopo due settimane di mancata ratifica di un Decreto Legge sul Ponte sullo Stretto di Messina, le dichiarazioni che riporto di seguito:

Cgil, Cisl e Uil: «Le Organizzazioni sindacali denunciano la inconcepibile attesa sulla ratifica del Decreto Legge sul Ponte sullo Stretto e non riescono a capire come mai un’opera così essenziale e determinante per la crescita del Mezzogiorno e dell’intero Paese sia ancora schiava delle assurde logiche di potere. Il Governo sa che ogni anno l’assenza di questa opera produce un danno al Prodotto Interno Lordo della Sicilia di oltre 6 miliardi di euro e alla Regione Calabria una quota stimata, sempre sul Pil, pari a circa 2 miliardi di euro. È solo assurdo ed inconcepibile che di fronte a questi dati il Governo perseveri in un comportamento che aveva caratterizzato la intera passata Legislatura».

Confindustria: «La Confindustria dopo una apposita assemblea dell’intero gruppo direttivo denuncia l’assurdo comportamento del Governo nel non dare compiutezza al Decreto Legge sul Ponte. Un comportamento che ancora una volta denuncia una crisi interna all’attuale maggioranza, una crisi che non danneggia due limitate realtà territoriali ma la crescita e lo sviluppo dell’intero Paese. La mancata conclusione dell’iter approvativo della norma mette in crisi il Programma che il Governo ha varato in occasione del suo insediamento».

Le Regioni del Mezzogiorno: «Le Regioni del Mezzogiorno, riunite in Conferenza Stato Regioni, hanno denunciato e definito irresponsabile il comportamento del Governo nella mancata conclusione dell’iter approvativo del Decreto Legge sul Ponte sullo Stretto di Messina. Per questo motivo le Regioni del Mezzogiorno, di intesa con tutte le Regioni del Paese, hanno deciso di non partecipare alle riunioni della Conferenza Stato Regioni fino a quando non sarà portato a compimento l’iter approvativo del Decreto Legge. Questa decisone, precisano le otto Regioni del Sud, mette in crisi l’approvazione del Documento di Economia e Finanza (Def) e di tutti gli atti legati all’attuazione dei Programmi supportati dal Fondo di Sviluppo e Coesione».

Potrei continuare ad elencare i possibili comunicati, le possibili denunce che in un Paese civile avremmo dovuto leggere; potrei continuare ad elencare, ad esempio, i possibili comunicati della Confcommercio, della Conftrasporto, dell’Anci, dell’Upi, dell’Anci, ecc., ma, purtroppo, esclusa la bellissima dichiarazione della Commissaria ai Trasporti della Unione Europea Adina Ioana Valean che ha definito l’infrastruttura un “progetto molto importante non solo per Reggio e Messina, ma per il Nord e il Mediterraneo e che la Commissione Europea sarebbe “onorata” di aiutare concretamente l’Italia nell’avvio del Ponte sullo Stretto”, e le dichiarazioni sia del Presidente della Regione Sicilia Schifani che della Regione Calabria Occhiuto, non ho trovato nulla; in realtà è davvero penoso ma il Ponte, insisto fino alla noia, ormai è voluto solo dalla Unione Europea, è una scelta apprezzata e ritenuta urgente solo, ripeto, dalla Commissaria Adina Ioana Valean.

D’altra parte l’opera fu inserita nelle Reti Trans European Network (Ten – T) solo grazie al convinto riconoscimento da parte del Commissario europeo Karel Van Miert che pronunciò la famosa frase: «Abbiamo collegato Malmö con Copenaghen, abbiamo collegato realtà con 5 milioni di abitanti con realtà con 4 milioni di abitanti e sarebbe assurdo non collegare realtà con 5 milioni di abitanti con una realtà di 55 milioni di abitanti».

E noi italiani, invece, da diretti interessati, continuiamo ormai ad assistere, quanto meno, non a delle tipiche masturbazioni di “tecnici esperti del nulla” ma alla presenza di qualche “manina” ben addestrata che cerca di incrinare ancora una volta una scelta che ormai stava per diventare possibile e concreta.

Il sindacato, la Confindustria, le Regioni se non capiscono questo, se non si rendono conto che il fallimento di una simile decisione produce, automaticamente, un danno all’intero sistema economico e, soprattutto, mettendo in crisi la credibilità del Governo, rende difficile la intera evoluzione programmatica dell’attuale maggioranza.

Lo so noi abbiamo, giustamente, avuto tanta paura della ultima pandemia, forse però abbiamo sottovalutato un’altra pandemia che ha incrinato la nostra intelligenza; l’unica speranza di trovare quanto prima un vaccino capace di evitare che questa grave forma epidemica diventi irreversibile. (ei)

FALSA MODERNIZZAZIONE SENZA SVILUPPO
GLI ATENEI CALABRESI DEVONO FARE RETE

di MIMMO NUNNARI – La notizia di pochi giorni fa che nella prestigiosa “QS World University Ranking by Subject” del 2023 l’Università della Calabria è tra le prime nel mondo per “Computer science” e si riconferma in Fisica, i cui primati internazionali sono già ampiamente riconosciuti, è una di quelle buone nuove che incoraggiano e fanno ben sperare per lo sviluppo futuro della regione ultima in Europa, in tutte le graduatorie. Seppure ignorata dalla stampa nazionale, che notoriamente stenta a  “leggere” le buone notizie sotto Roma, la notizia già ampiamente diffusa con risalto dalla stampa regionale merita di essere amplificata e valorizzata, non per vanagloria inutile, ma perché il “territorio” prenda coscienza che per superare un passato quasi immobile e fare l’ingresso nella contemporaneità, il ruolo di Unical, Magna Grecia e Mediterranea sarà fondamentale e determinante.

Il futuro richiede inventiva e innovazione: caratteristiche che sono parte sostanziale della missione delle università. Uno dei motivi, per cui la Calabria è rimasta arretrata, va invero cercato in quella miopia dello Stato che ha aspettato più di un secolo per istituire l’università in Calabria, una regione dove si reputava non valesse la pena istituirla. Non rispondendo, lo Stato, in questo modo, alla domanda sociale di scienza, cultura, razionalità, organizzazione che invece la Calabria richiedeva, per promuovere i suoi processi di sviluppo. Ora che le Università ci sono e raggiungono traguardi qualificati – non solo l’Unical – è auspicabile che riescano a mettere insieme le loro competenze tecniche scientifiche e le esperienze facendo rete e non guerre di campanile. Il loro ruolo, per lo sviluppo della Calabria è primario considerato che tra i fattori principali, per una crescita armonica, il sapere e l’innovazione sono i primi requisiti.

In passato per l’innovazione sono stati gettati a mare pacchi di milioni o miliardi di lire, per progetti fatti fallire dalla politica famelica; e quelle esperienze non possono essere ripetute. Per evitare errori, tutto ciò che riguarda innovazione e progettazione di sviluppo di tipo tecnologico, capace di creare produzione, deve passare per le università, che hanno una consolidata cultura del risultato. Si possono fare tantissimi esempi, che riguardano l’Unical, ma anche la Mediterranea, con le facoltà tecniche, scientifiche e di Agraria, o la Magna Grecia, con gli studi giuridici.

C’è la necessita di un “Patto per la Calabria”, che coinvolga tutti i soggetti e gli attori sul campo, trasversalmente, fuori delle appartenenze politiche, unendo tutti coloro che hanno interesse e a cuore lo sviluppo della Calabria. Partire con un “patto”, che coinvolga le tre Università calabresi, con la Regione alla guida, significa assumere consapevolezza che la “forza università” è una risorsa su cui contare, che  è indispensabile per svuotare il vecchiume di vecchi sistemi e di una pubblica amministrazione da rottamare e rivitalizzare.

Non stiamo qui a ripetere che la Calabria ha energie e risorse d’intelligenza significative, e che è un peccato mortale farle fuggire, ma per invertire la tendenza migratoria di queste intelligenze occorre fare il passaggio dalla lamentela all’iniziativa, compiendo uno sforzo aggiuntivo alle cose che già si fanno, per immettere pienamente nel modello dello sviluppo i centri avanzati di studio e ricerca che altrove, dove ci sono da secoli, hanno fatto la differenza in tema di crescita civile e sociale e di sviluppo.

La Calabria non è più la società arretrata di alcuni decenni fa, tuttavia, non è ancora entrata appieno nella modernità, anzi, rimane un esempio di falsa modernizzazione senza sviluppo. Si trova in quel difficile passaggio tra vecchio e nuovo da accelerare, col vantaggio – paradossalmente – che non avendo mai vissuto una fase di industrializzazione, e non avendo dunque niente da riconvertire, è nella migliore condizione di partecipare ai processi di sviluppo moderni, che guardano a sistemi di informatizzazione reti energetiche idriche ambientali, che sono gli unici per i quali le prospettive del mercato globale sono le più promettenti.

Qualcosa già si muove, bisogna prenderne atto: la vicepresidente della Giunta regionale Giusi Princi recentemente ha riunito il mondo della scuola, delle università e delle associazioni rappresentative delle famiglie con bambini affetti da disturbi specifici dell’apprendimento, con l’obiettivo di dar vita a una rete di sostegno tra le stesse famiglie e le scuole, che fornisca supporto sia agli istituti scolastici, sia alle famiglie. E’ un modello che darà risultati. Un modello da “mettere a terra”, per tutti gli altri aspetti legati alla crescita e allo sviluppo della Calabria. (mn)

 

 

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ECONOMIA CALABRESE SEMPRE PIÙ A PICCO
E LE STIME DEL 2023 SONO SCONFORTANTI

di FRANCESCO CANGEMI – L’economia meridionale e, in particolare, quella calabrese non hanno molto da sorridere in questo 2023. Seppur iniziato da pochi mesi l’anno in corso farà registrare dei trend negativi nel Sud Italia. Lo segnalano il rapporto Svimez presentato alla Camera dei deputati e un rapporto di Confartigianato imprese Calabria.

Nel 2023 il Pil meridionale si contrarrebbe fino a -0,4%, mentre quello del Centro Nord, pur rimanendo positivo a +0,8%, segnerebbe un forte rallentamento rispetto al 2022. Il dato medio italiano dovrebbe attestarsi invece intorno al +0,5%. È quanto emerge dal Rapporto Svimez 2022, giunto alla sua 49esima edizione.

In base alle stime Svimez, l’aumento dei prezzi di energia elettrica e gas si traduce in un aumento in bolletta annuale di 42,9 miliardi di euro per le imprese industriali italiane; il 20% circa (8,2 miliardi) grava sull’industria del Mezzogiorno, il cui contributo al valore aggiunto industriale nazionale è tuttavia inferiore al 10%. Le previsioni Svimez segnalano per il 2023 il rischio di una contrazione del PIL nel Mezzogiorno dello 0,4%, un peggioramento della congiuntura determinata soprattutto dalla contrazione della spesa delle famiglie in consumi, a fronte della continuazione del ciclo espansivo, sia pure in forte rallentamento nel Centro-Nord (+0,8%).

Veniamo ora alle stime che fa Confartigianato Calabria per la nostra regione. Nel 2022 il Pil della Calabria segna un +1,8%. Per il 2023 si prevede un rallentamento del trend (-0,9%), con un valore del Pil che resta al di sotto del livello pre-pandemia (-3,8%).

È questo il principale dato emerso dal report dell’Osservatorio Mpi di Confartigianato imprese Calabria in merito alle prospettive e alle criticità per le imprese calabresi nel 2023.

Secondo il report, il raffreddamento della crescita è conseguenza del perpetuarsi del clima di incertezza che scaturisce da diversi fattori di criticità. Uno tra tutti l’inflazione che a gennaio 2023 in Calabria segna un incremento del +9,7%, dinamica che rallenta rispetto a quella del mese precedente (+11,2%) ma che resta ancora sopra di 4,6 punti rispetto ad un anno fa.
Alla crescita dei prezzi sta contribuendo in modo particolare, seppur in misura minore rispetto ai mesi precedenti, la dinamica sostenuta dei prezzi dell’energia: per il caro bollette si stima, nel 2022 rispetto all’anno precedente, una maggiore spesa per le Mpi calabresi di 505 milioni di euro di cui 188 milioni a Cosenza, 128 milioni a Reggio di Calabria, di 102 milioni a Catanzaro, di 45 mln a Vibo Valentia e di 43 milioni a Crotone.

Altra criticità segnalata nel report riguarda l’inasprimento delle condizioni di politica monetaria per contenere l’inflazione, condizione che determina un rialzo del costo del credito con ricadute negative sulla finanza delle imprese.

Tale scenario allarma in particolare le piccole realtà produttive che
sostengono, da sempre, costi del credito più elevati: a giugno 2022 il tasso applicato alle Mpi si attesta al 9,33% sopra di 360 punti base rispetto al tasso del 5,73% applicato alle medio-grandi.

In merito, Confartigianato Calabria rileva che «le ricadute sulle imprese della stretta monetaria sono pesanti – spiegano, infatti, il presidente e il segretario Roberto Matragrano e Silvano Barbalace –. A fronte delle tensioni appena descritte sulla finanza d’impresa lo Stato è chiamato a fare la sua parte sostenendo le imprese in questa delicata fase anche favorendo pagamenti puntuali. I Comuni della nostra regione impiegano in media 54 giorni per effettuare un pagamento, tale risultato posiziona la Calabria al primo posto tra le regioni per tempi più dilatati».

Dall’analisi della demografia delle imprese, comunque, si osserva come, a distanza di due anni, lo shock impresso dalla pandemia sulla natalità e mortalità delle imprese si sia riassorbito. Dopo il brusco stop del 2020 e il rimbalzo del 2021, con il 2022 il bilancio tra aperture e chiusure torna su valori medi degli ultimi quindici anni, attestandosi a mille attività in più tra gennaio e dicembre. A questo saldo corrisponde una crescita dello 0,69% più contenuta rispetto al +1,62% del 2021. A livello provinciale il tasso più elevato si registra per Vibo Valentia (+1,11%).

Per l’artigianato il tasso di crescita 2022 si attesta al +0,60%, con valori più elevati registrati per le province di Vibo Valentia (+1,16%) e Reggio Calabria (+1,05%). Alle ottime performance di crescita del 2022 ha contribuito in misura maggiore il settore delle Costruzioni, che nel nostro territorio ha visto il valore aggiunto registrare il secondo incremento più elevato di +24,5%, rispetto al pre-pandemia.

Ad oggi, infatti, nella regione a causa della situazione delle imprese del settore con crediti fiscali incagliati risultano a rischio 6mila posti di lavoro delle Mpi calabresi delle costruzioni di cui 2.140 a Cosenza, 1.300 a Catanzaro, 1.220 a Reggio Calabria, 500 a Crotone e 480 a Vibo Valentia. (fc)

PONTE, SIAMO DIVENTATI TUTTI INGEGNERI
E COSÌ PREVALE L’INCOMPETENZA TOTALE

di SANTO STRATI –L‘incontinenza verbale, associata a incompetenza e ignoranza (nel senso buono, cioè che si ignorano le cose) prende il sopravvento ogni qualvolta appare un tema che, in un modo o nell’altro, coinvolge l’intera Nazione. Durante i mondiali di calcio l’Italia diventa un Paese dove tutti sono commissari tecnici (e vogliono avere sempre ragione), così come nei grandi processi tutti improvvisamente si scoprono (improbabili) principi del Foro: l’incompetenza al potere è una regola fissa di quest’Italia sempre più divisa in due, ma diventa intollerabile quando sono in gioco interessi vitali per il Paese. E a proposito del Ponte assistiamo ogni giorno a chi la spara più grossa: politici, sindacalisti, (improbabili) costruttori di futuro, governanti e amministratori. Tutti hanno la loro idea e cercano non di contrabbandarla (operazione alla quale potrebbe persino indulgere), bensì di imporla, con la forza dell’ignoranza e delle dichiarazioni a vuoto. Chi parla quasi sempre non capisce niente di geologia, di ponti, di ingegneria, di infrastrutture, eppure, indipendentemente dal proprio status di politici, governanti o amministratori locali o di gente comune, parlano a vanvera, adducendo – a seconda dei punti di vista – le meraviglie che sono da aspettarsi dalla realizzazione del Ponte o le ambasce prevedibili se non si blocca per tempo l’opera.

Il prof. Busetta, molto saggiamente, ha parlato nei giorni scorsi di “commentatori della domenica”, solo che qui non siamo al bar Sport e le decisioni che vanno prese non possono risentire o essere frutto dell’umore del politico di turno.

Fino a qualche legislatura fa, l’opinione diffusa in Parlamento era in netto contrasto all’attraversamento stabile dello Stretto mediante un ponte sospeso (si dice “strallato” ci hanno fatto notare), contrari a qualunque soluzione, pur nella consapevolezza che il tempo – in questo caso non galantuomo – era trascorso invano da quando il progetto definitivo era stato approvato e varato fino allo stop (sciagurato?) imposto dal governo Monti. Poi, qualcuno navigato di marketing politico ha suggerito al premier Conte di rispolverare la questione: fa fine e non impegna – direbbero i bene informati – e soprattutto produce consenso, sia tra gli oppositori, sia per quelli che credono nell’Opera che, inutilmente, l’Europa chiede da tempo.

Bene, per rinfrescare la memoria, “Giuseppi” estrasse dal cilindro la domanda magica: e se invece facessimo un tunnel? Ben conoscendo l’impossibilità tecnica (questa reale) della realizzazione. Però, così facendo si potevano riaccendere gli animi dei no-ponte (con grande supporto dei pentastellati contrari per sostenere l’usuale posizione del “no” a tutto) e, allo stesso tempo si andavano a risvegliare le dormienti speranze di chi da anni – senza successo – si batte perché l’opera veda la luce.

Il “miracolo” (mediaticamente perfetto) del ritorno in vita della Società Stretto di Messina, vorace consumatrice di denaro pubblico senza far nulla dal 2013, quando venne decisa la sua cancellazione, ha riacceso il sorriso degli speranzosi “ponte-sì” per poi farlo sfiorire in un attimo con due paroline tecnicamente diaboliche: “salvo intese”. In buona sostanza si ripristina la società che doveva occuparsi della realizzazione come controparte dello Stato nei confronti del general contractor: il vincitore della gara, Impregilo, consorzio Eurolink, oggi diventata Webuid mega società di ingegneria, apprezzatissima in tutto il mondo, guidata dall’ing. Pietro Salini.

Con l’obiettivo di fermare il contenzioso multimilionario (con probabile soccombenza dello Stato) e dare il via alla revisione del progetto.

Operazione mediatica di grande effetto: Salvini s’è rimangiato ogni precedente (e pubblica) posizione contraria e improvvisamente si è trasformato nel paladino senza macchia e senza paura, il cavaliere che “salverà” il Sud. Di sicuro, se l’obiettivo era quello di tornare protagonista dopo ruoli sempre più modesti da opaca controfigura del centrodestra, il risultato è arrivato alla grande. Non passagiorno che il ministro Salvini non abbia un pensiero, una frase a effetto, una elucubrazione fantascientifica e pseudo tecnologica a proposito del Ponte.

Solo che la “riaccensione” dei motori della faraonica intrapresa del Ponte ha anche scatenato gli istinti degli esperti della domenica: improvvisamente in Italia sono diventati tutti tutti ingegneri, abili costruttori di ponti, in grado di calcolare, valutare, stimare quantità di ferro, cemento, manodopera necessari, pur senza avere la minima competenza.

Che la gente comune possa mostrarsi saccente, pur sconoscendo qualsiasi aspetto tecnico-scientifico dell’opera, ci può pure stare, ma è intollerabile ascoltare le “puntuali” osservazioni, deduzioni e controdeduzioni che non solo in Sicilia e in Calabria, ma nell’intero Paese vengono da esponenti politici, ministri, governatori e amministratori locali.

La sensazione, purtroppo per chi come noi crede nella validità dell’Opera, è che si parla tanto per nascondere un’amara verità e cioè che il Ponte difficilmente vedrà la luce. Non per problemi strutturali (i nostri ingegneri, quelli veri, sono apprezzati in tutto il mondo, e hanno capacità e competenza in grado di costruire il Ponte dello (non sullo) Stretto, bensì per l’incapacità della politica di concretizzare un’idea. Non vogliamo spandere pessimismo, ma i precedenti non lasciano speranze, anche se il governo attuale pare solidamente pronto a sostenere l’intrapresa. Ricordate i 50 milioni per nuovi studi stanziati dal ministro Giovannini (e per fortuna mai messi a disposizione)? Iniziativa per prendere e perdere tempo. Sul Ponte saranno in tanti a giocarsi la reputazione, ma in assenza di una solida (veramente solida) volontà politica è quasi certo che ci saranno rinvii su rinvii per ogni tipo di ragione. Salini della Webuild, lo scorso anno a Catania, lanciò una provocazione: i soldi (3,5 miliardi) per il Ponte li mettiamo noi, lo Stato provveda alle opere accessorie (altri 3,5 miliardi). Qualcuno è andato a chiedere se conferma la proposta. Questa sì concreta e davvero rivoluzionaria. (s)

FORESTAZIONE, LA RICCHEZZA CALABRESE
TRE PARCHI E MIGLIAIA DI ETTARI DI BOSCO

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La forestazione è la vera industria calabrese. Una dichiarazione, quella del segretario generale di Fai Cisl Calabria, Michele Sapia, che fa comprendere l’importanza di valorizzare e proteggere un settore che rappresenta la «più grande ricchezza» della Calabria.

La nostra regione, infatti, può vantare tre Parchi nazionali – quello del Pollino, della Sila e dell’Aspromonte – che, insieme al mare, sono un autentico e inestimabile tesoro che il mondo ci invidia. Ma non si tratta solo di tesori, perché questi elementi, messi insieme, sono una carta vincente per il turismo. Basti pensare ai numeri da record che Tropea ha raccolto nel periodo delle feste di Natale e di capodanno, o dei tantissimi turisti che scelgono la Calabria per passare le vacanze estive o invernali.

La forestazione, dunque, può essere, insieme al turismo, il motore di rilancio della Calabria. Ma, prima di tutto, si devono risolvere le tante criticità che questo settore deve affrontare.

«In una regione con migliaia di ettari di bosco, ricca di risorse idriche ma fragile e interessata dal dissesto idrogeologico, è strategico fare attività di manutenzione e prevenzione», ha detto Sapia, nel corso dei lavori del Direttivo della Fai Cisl Catanzaro – Crotone – Vibo Valentia, evidenziando come «serviranno investimenti e strategie regionali che mettano al centro il presidio umano, il lavoro della forestazione e bonifica tramite un immediato ricambio generazionale».

«Non è possibile innestare nuove politiche per una transizione ecologica e sicurezza del territorio se non si mette al centro il tema del lavoro ben retribuito e contrattualizzato – ha proseguito – garanzie finanziarie e immediato turn over in particolare nella forestazione calabrese. È necessario maggiore confronto e partecipazione per coltivare una Forestazione 2.0, innovativa, capace di valorizzare in modo sostenibile le risorse naturali, rendere nuovamente attrattive le aree interne che continuano a spopolarsi di generazioni».

Il segretario, insieme a Onofrio Rota, segretario generale della Fai Cisl, già a dicembre 2022, avevano denunciato la mancanza di attenzione, da parte del Governo, per la forestazione nella legge di bilancio: «il tema dei tagli alla forestazione calabrese purtroppo non è una novità, ma la manovra del Governo è un’opportunità imprescindibile per salvare il comparto: siamo al fianco dei lavoratori e della Regione nel denunciare l’insufficienza delle risorse stanziate, emersa anche all’assemblea nazionale dei delegati Cisl, e ribadiamo che gli investimenti mancati nella cura del suolo e delle foreste si traducono sempre in costi moltiplicati per tutta la collettività».

«Servono modifiche e correzioni – hanno denunciato Rota e Sapia – attraverso il confronto e la concertazione con il Governo nazionale, la Regione, i gruppi parlamentari, e va messa in campo una visione riformatrice del settore coinvolgendo gli enti strumentali e le strutture competenti. In Calabria si contano ormai poco più di quattromila lavoratori forestali, gran parte monoreddito e con un’età media di circa 60 anni, conseguenza della legge del 4 agosto 1984, n. 442, un vero e proprio unicum che, nella sola Calabria, impedisce il necessario ricambio generazionale. Servono investimenti in prevenzione, cura del territorio e attività di rimboschimento da governare tramite il confronto e la buona contrattazione, mentre invece continuiamo a constatare l’abbandono delle aree interne, l’eccessiva cementificazione e il conseguente incremento del dissesto idrogeologico».

Un appello che non è stato ascoltato. Le risorse, infatti, sono insufficienti. Le risorse finanziarie sono pari a 50 milioni, «una cifra preoccupante – hanno detto Russo e Sapia, a dicembre – la più bassa degli ultimi anni, che non potrà garantire sia quelle attività di forestazione annuali che quelle finalità di sostegno all’occupazione stabilite nel decreto del 1993 in cui era previsto anche il finanziamento per i forestali calabresi. Pertanto, per l’anno 2023 le risorse statali e regionali attualmente messe a bilancio non potranno assicurare la normale tenuta del settore».

Ad unirsi al coro di indignazione, per il trattamento riservato alla forestazione calabrese, sono anche i segretari generali di Flai Cgil e Uila Uil, Caterina Vaiti e Pasquale Barbalaco: «440 milioni di euro per quattro anni sono insufficienti per il settore della forestazione».

È il 28 gennaio 2023. «Per l’anno 2023 sono previsti solo 60 milioni di euro totali da parte dello Stato», hanno rilevato i sindacalisti, evidenziando come «nonostante  l’impegno e le risorse messe a bilancio dalla Regione – hanno spiegato – pari 56 milioni di euro, non sarà possibile né garantire il normale svolgimento delle attività di prevenzione, in una regione perennemente interessata dal rischio del dissesto idrogeologico come la Calabria, né le coperture finanziarie per garantire le retribuzioni degli stipendi degli stessi lavoratori».

«Tutto questo – hanno aggiunto – in un contesto contraddistinto da una debolezza strutturale del comparto idraulico-forestale calabrese, composto per lo più da una forza lavoro monoreddito, con una età media avanzata e prossima al pensionamento, dovuta alla legge n. 442 del lontano 1984 che, per la sola Calabria, impedisce nuove assunzioni in questo comparto».

«L’attuale disposizione finanziaria, che ci preoccupa molto, mortifica un intero settore e la dignità degli addetti, non tenendo conto del valore del presidio umano e del lavoro forestale e sicurezza del territorio», hanno concluso i sindacalisti.

A confermare la gravità della situazione, il presidente di Confapi Calabria, Francesco Napoli: «il comparto della forestazione rischia il default».

«Alcune centrali a biomassa legnosa in Calabria hanno interrotto la produzione, e la chiusura riguarderà a cascata tutti gli impianti anche di altre regioni, compromettendo seriamente la tenuta dell’intero indotto dell’industria boschiva» ha spiegato Napoli, sottolineando come questo avrà impatto in Calabria, «che è la prima in Italia per estensione forestale con i suoi 700.000 ettari di patrimonio boschivo».

«L’assenza di un monitoraggio costante delle risorse forestali – ha proseguito – alimenterà il rischio concreto di incendi con conseguenti dissesti idrogeologi e gravi danni all’ambiente. Occorre un intervento immediato del governo per garantire la continuità produttiva e i benefici a essa connessi».

Una situazione che non è più sostenibile, che rappresenta un vero e proprio delitto nei confronti non solo della forestazione, ma anche nei confronti della Calabria, che continua a essere messa da parte o completamente dimenticata. (rrm)

 

«E VOGLIONO PURE IL PONTE»: PREVALGONO
INCOMPETENZA, IGNORANZA E MALAFEDE

di PIETRO MASSIMO BUSETTAPuò essere che Gentiloni non abbia una visione d’insieme? Può essere che dal suo osservatorio privilegi alcuni indirizzi e perda di vista la proiezione di sviluppo complessiva? La sua affermazione circa l’esigenza di concentrarsi sul Pnrr piuttosto che sul ponte sullo stretto di Messina o sulla flax tax dà la sensazione di una mancanza di visione globale.

«In Italia riusciamo a dare enorme attenzione a molti problemi che talvolta non sono dietro l’angolo, come il Ponte sullo Stretto e la flat tax, ma c’è un tema di enorme importanza come il Pnrr, che non mi sembra sufficientemente al centro delle attenzioni», sono state le sue parole. A parte la considerazione che il ponte sullo stretto è diventato ormai la pietra di paragone di qualunque affermazione, stupisce che anche un commissario europeo, che di visione ampia dovrebbe vivere, si muova come un qualunque e improvvisato commentatore, che di fronte ad ogni problematica non sa fare altro che dire: “e vogliono il ponte sullo stretto”. 

Se c’è un terremoto, dopo qualche secondo che la notizie viene diffusa dalle agenzie, il commento sui social di dichiarazioni avvertite dicono: “e vogliono il ponte sullo stretto”. 

Se c’è un’alluvione o le case a Ischia o nel messinese vengono sommerse da una  frana,  dopo qualche minuto, la frase di rito è sempre la stessa. 

E che tutto questo possa essere patrimonio dei commentatori della domenica ci può stare, ma che è un Commissario all’economia dell’Unione, rispetto ai ritardi che si stanno accumulando sul PNRR, ma che arrivano da lontano dalle impostazioni generali del piano di ripresa e resilienza che la stessa Unione Europea ha approvato, possa dire “e volete la flax tax o volete il ponte” dimostra o un’insufficienza ed una inadeguatezza non sospettabile oppure che da commissario super partes il nostro, già Presidente del Consiglio, si sia iscritto al partito del no  e abbia perso un’occasione di stare zitto. 

Era facile rispettare i termini che l’Unione aveva dato per incassare le prime tranches del Pnrr, ma mano che il tempo passa e che le scadenze si cumulano ovviamente sarà sempre più difficile rispettare la tempificazione voluta dall’Unione, soprattutto in considerazione del fatto che molte delle amministrazioni locali, che devono essere il motore per la richiesta e la spesa delle risorse messe a disposizione, soprattutto nel Sud, sono assolutamente inadeguate, poiché da anni continuano per problemi di risorse disponibili a depauperare il proprio patrimonio di capitale umano a disposizione, per cui spesso non esiste nemmeno un ufficio tecnico ma un ingegnere capo che presta la sua attività, contemporaneamente, per più comuni. Nel frattempo a mò di corvi, molti da Sala a Toti si dichiarano disponibili ad utilizzare le risorse che il Sud non riesce a spendere, come era ampiamente prevedibile. 

Invece di offrirsi in aiuto ai sistemi più periferici e che si dimostrano inadeguati all’effettuazione degli investimenti necessari si candidano a lanciarsi sui cadaveri accumulati per sbranare le carni già deboli. 

Il coro si amplia con lo stesso De Benedetti che, dalla sua residenza Svizzera e forte del suo quotidiano, fondato recentemente seguendo la strada di quella impresa provinciale italiana che pretende di avere una sua voce, che poi spaccia come indipendente ed autonoma, dichiara: «D’altra parte, abbiamo un ministro delle Infrastrutture che vagheggia le mirabolanti potenzialità del ponte sullo Stretto di Messina, mentre non abbiamo i soldi per farlo e non serve a nessuno, se non alle mafie per arricchirsi sugli appalti. Le cosiddette «grandi opere» sono fumo negli occhi, un insulto all’intelligenza del popolo che si pretende di impressionare con sfoggi di presunta potenza edificatrice»,  dimostrando di non aver capito nulla della geopolitica dei prossimi anni che vede nell’Africa e nei rapporti con l’Estremo e il Medioriente la chiave di volta per diventare quella piattaforma logistica che naturalmente siamo, ma che la miopia di una classe dirigente nazionale si è fatta sfuggire di mano, regalandola agli improbabili frugali olandesi piuttosto che a Tangermed o al Pireo. 

A Gentiloni risponde a muso duro Matteo Salvini: «Da un commissario europeo mi aspetto aiuti e proposte, non polemiche. Oltretutto rivolte al suo Paese, dichiara il leader leghista. Perché tagliare le tasse e fare piccole e grandi opere è quello per cui mi pagano ed è il futuro del Paese. Da un commissario europeo mi aspetto consigli, suggerimenti su come non perdere neanche un euro di questo Pnrr, magari rivedendo tempi e modalità di spesa».  

Per fortuna al di là delle esternazioni di un commissario europeo che scivola su un’affermazione che riguarda il Sud, ma anche il Paese, tanto con i parenti poveri ci si può consentire di tutto anche di dar loro qualche schiaffo ogni tanto, vi sono a supporto di un Matteo Salvini, dichiarazioni di altri componenti la maggioranza. 

Egli intanto sta spendendo sul ponte tutta la sua credibilità, per cui dobbiamo assolutamente supportare questa sua determinazione, perché gli alberi si riconoscono dai frutti che danno e se il frutto è quello del ponte sullo stretto è certamente un frutto buono per il Mezzogiorno e per il Paese. Arriva infatti un assist della senatrice Ronzulli che riprendendo l’idea sempre sostenuta da Berlusconi che in verità aveva fatto partire l’opera afferma che  «il Ponte sullo stretto rappresenta un’infrastruttura fondamentale per il futuro dell’Italia, per unire il Mediterraneo all’Europa» e quindi «ora è opportuno adottare procedure, se necessario commissariali, che superino i vincoli burocratici e la stratificazione normativa che rallentano o bloccano la realizzazione delle opere pubbliche».       

Purtroppo quello che è incomprensibile e che viene in qualche modo sostenuto da molti e l’idea che ci debba essere una presa di posizione da parte di tutti su quello che risulta soltanto un collegamento necessario per consentire che l’alta velocità arrivi da Milano a Palermo, che vi sia una sana competizione tra aria e ferro in maniera da evitare lo scandalo dei prezzi dei biglietti da pagare per arrivare a Roma, equivalente  il Palermo Roma ormai a quello che serve per fare il Roma New York. 

Pensi il nostro Commissario Europeo a far si che parte delle opere necessarie per il ponte, perlomeno quelle a terra si possano finanziare col Pnrr, invece di abbandonarsi a dichiarazioni fuori tempo e fuori luogo.Sperando che il Governo non torni indietro sulle sue decisioni utilizzando quel “salvo intese” molto pericoloso, e che le voci delle correzioni del DL, circolate, riguardino soltanto piccoli aggiustamenti. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

GIOIA TAURO E CALABRIA: MEDITERRANEO
LA CARTA STRATEGICA PER LO SVILUPPO

di FRANCESCO CANGEMIIl ruolo del Mediterraneo va consolidandosi sempre di più nonostante le diversità che caratterizzano i vari Paesi bagnati da questo mare. La Calabria, in questo contesto, ha una enorme possibilità: quella di assumere un importante ruolo strategico con le sue coste e, in particolare, con il porto di Gioia Tauro che sembra essere in perenne rampa di lancio verso lo sviluppo definitivo.

Sarà il porto di Gioia Tauro, ma non solo, al centro del dibattito internazionale che si terrà da domani a Gizzeria Lido per analizzare le prospettive che il Mediterraneo può sviluppare e quali sinergie possono essere utili per lo sviluppo della Calabria sia da un punto di vista economico che turistico, aspetto su cui la regione può puntare molto.

Dal 24 al 26 marzo, a Gizzeria Lido appunto, si terrà la seconda edizione degli Stati generali del Mediterraneo organizzati dall’Ufficio del Commissario straordinario di Governo della Zes Calabria, Giosy Romano, in collaborazione con la Regione Calabria, Unindustria Calabria e la Confederazione italiana per lo sviluppo economico (Cise).

Il primo giorno, alle ore 10, è previsto l’intervento introduttivo del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto e un indirizzo di saluto del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi e del Ministro Adolfo Urso.

Un incontro che vede insieme istituzioni e imprenditori perché mira proprio a capire quanti e quali prospettive di sviluppo ci possono essere per questa area e le zone che la compongono. Un’occasione imperdibile per la Calabria, e per il porto di Gioia Tauro in particolare, che vuole e deve essere protagonista dell’area del Mediterraneo.

Tante sono le possibilità di sviluppo che si analizzeranno a Gizzeria Lido, molte le possibilità di finanziamento che si possono intercettare e realizzare progetti che possono fare della regione Calabria un faro per il Mediterraneo.

Sul porto di Gioia Tauro possono, infatti, convergere le intenzioni del mondo industriale non solo italiano ma di tutta l’area che sarà al centro del dibattito. Sviluppo è la parola d’ordine, è quasi un dovere quello di ampliare il raggio d’azione del grande porto calabrese al fine di portare nuove opportunità economiche in un territorio che ha fame di nuovi mercati.

Calabria centro del Mediterraneo, quindi, non solo come vuoto spot da ripetere nelle varie campagne elettorali ma un impegno concreto da realizzare da qui ai prossimi anni.

Nella tre giorni sono previste sessioni di lavoro tra esponenti istituzionali italiani e dei paesi ospiti (Egitto, Tunisia, Libia, Algeria, Iraq), imprenditori italiani ed esteri, rappresentanti del sistema bancario.

Prevista la presenza del vice presidente di Confindustria, Vito Grassi, del sottosegretario all’Interno, Wanda Ferro, e di Maria Tripodi sottosegretario agli Esteri, dell’assessore allo Sviluppo economico della Regione Calabria, Rosario Varì, del presidente di Confapi Calabria, Francesco Napoli, del responsabile del marketing strategico internazionale di Leonardo Spa, Corrado Falco, del responsabile Sud di Unicredit, Ferdinando Natali.

Dai paesi ospiti arrivano: Ramadan Aboujanah, vicepresidente del Consiglio e Ministro della Sanità (Libia), Reham Mohamed Fahmy Abdelgawwad, Presidente del Consiglio delle donne d’affari egiziane (Egitto), Moustafa Ali Moussa, Ceo Connect International, Walid Gamal Al Din, Charmain General Authority Economic Zone Suez Canal (Egitto), Ibrahim Ashmawy, Viceministro per le forniture e il commercio (Egitto), Mohamed Badi Klibi, Ceo Bizerta Free Zone (Tunisia), Nejia Ben Hella Presidente Associazione UNFT (Tunisia), di Nuri Ali Mohamed Gatati, Viceministro dell’Economia e Commercio (Libia), Waleid Gamal El Dien, Charmain of Suez Canal (Egitto), Emad Khalil, membro del Parlamento (Egitto), Laura Mazza, Segretario Generale del Parlamento del Mediterraneo, Nermin Sharif, Responsabile Porti Bengasi e Tripoli (Libia), Mohamed Salah, Ministro governo locale con delega allo sviluppo (Libia), Ahmed Samir, Ministro del Commercio e dell’Industria (Egitto), Ibrahim Taha, CEO Express Porto di Alessandria d’Egitto, Fawzi Hmed Saad Wadi, Sottosegretario Ministro Economia (Libia)

L’obiettivo è creare un ponte di dialogo, in un momento cruciale ma strategico per l’area del Mediterraneo, tra decisori pubblici e mondo delle imprese per facilitare i rapporti imprenditoriali in corso e incentivarne di nuovi.

In questo contesto la regione Calabria, per la sua posizione, gioca un ruolo fondamentale. Nell’ambito delle facilitazioni previste per le Zone franche e per la Zes, saranno attivati percorsi di intervento e valorizzazione del sistema delle imprese delle due sponde del bacino dell’area Sud con appositi protocolli, con un focus sulle risorse destinate al sostegno industriale, alle infrastrutture, al rapporto finanza/impresa, alle opportunità dell’intermodalità logistica, per accrescere il valore di un Mediterraneo allargato. (fc)

TORNANO LE PROVE INVALSI NELLE SCUOLE
E VIENE FUORI LA DISUGUAGLIANZA AL SUD

di GUIDO LEONECon il  mese di marzo sono  ritornati nella normalità  nelle scuole italiane i test Invalsi, croce e delizia degli studenti e non solo, che monitorano il livello di apprendimento di circa 2,6 milioni di studenti italiani. Le prove standardizzate  proseguiranno fino al 31 maggio interessando tutti gli ordini di scuola, dalla primaria, alle medie  di primo e secondo grado.

Va sottolineato che quest’anno lo svolgimento delle prove Invalsi costituisce requisito di ammissione all’esame di Stato conclusivo del primo e del secondo ciclo d’istruzione ma non incideranno sul voto. Un ritorno al passato, al periodo pre-pandemia, quando appunto Invalsi costituiva requisito di ammissione agli esami.

In questa prima fase, saranno impegnati quasi mezzo milione di studenti delle classi quinte della scuola superiore. In Calabria saranno circa 600. Per le classi campione le prove Invalsi 2023 di Italiano, Matematica e Inglese (lettura e ascolto) si sono svolte nei giorni scorsi 

Per le classi non campione, le medesime  prove sono previste fino al venerdì 31 marzo. La sessione suppletiva è fissata dal 22 maggio al 5 giugno. Poi, dal 3 al 28 aprile sarà il turno degli alunni di terza media sia di quelli impegnati con le classi campione e non, anche loro alla prese con prove al computer di italiano, matematica, inglese.

Infine a maggio dal 5 al 9 toccherà agli allievi di II e V primaria affrontare le prove cartacee di italiano, di lettura, e matematica e inglese.

Infine, chiuderà la II secondaria di secondo grado ( prova al computer –CTB) tra l’11 e il 31 maggio con i test di italiano e matematica. In Calabria il campione complessivo sarà rappresentato presumibiLmente da circa 3800 studenti della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado. 

Non c’è dubbio che la pandemia ha causato non pochi problemi alla scuola italiana, soprattutto per quegli alunni che, per via delle chiusure dovute al Covid 19, hanno dovuto affrontare lunghi periodi di DaD.

Le prove Invalsi continuano di anno in anno a restituire il volto di un Paese diviso in due con differenze territoriali in italiano e matematica sempre marcate. Anche gli esiti delle ultime prove 2022 hanno evidenziato che l’istruzione al Sud resta un’emergenza, con una situazione incredibile, diremmo quasi drammatica in particolare per la Calabria.

Dopo due anni di pandemia, ciò che maggiormente emerge, è un livello di apprendimento degli studenti italiani comunque stabile, ma non riesce a raggiungere gli standard pre-Covid.

Si allargano, invece, i divari territoriali, con il Nord e il Sud Italia che viaggiano a due velocità già a partire dalla scuola media, soprattutto in Calabria, Sicilia e Campania.

Per la scuola primaria, i risultati sono rimasti sostanzialmente invariati rispetto al 2019, ma con segnali di preoccupazione soprattutto per la matematica. Se in italiano l’80% degli studenti dell’ultimo anno raggiunge almeno il livello base, in matematica arriva al livello base solo il 66% degli allievi, con la Calabria, sotto la media nazionale.

I divari territoriali non migliorano e rimangono molto ampi anche nella scuola media di primo grado. In alcune regioni come Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna uno studente si due ottiene risultati molto bassi, insufficienti, in Italiano; percentuale che sale al 55-60% per la Matematica e scende al 35-40% per l’Inglese (reading).

Emergono forti evidenze di disuguaglianza educativa al Sud: le scuole riescono a fatica ad attenuare l’effetto delle differenze socio culturali del contesto famigliare e le disparità ci sono sia tra scuole che tra classi.

Per quanto riguarda le superiori l’anno scorso ,si sono registrati oltre 15 punti di distacco tra le regioni del Nord e alcune regioni del Sud. Gli allievi che non hanno raggiunto il livello base in Italiano hanno superato la soglia del 60% in Campania, Calabria e Sicilia. In Matematica chi è rimasto insufficiente alla fine delle superiori è arrivato  al 70% in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna.

Una battuta, infine, sulla dispersione implicita  che misura la quota di studenti che termina il percorso scolastico senza avere acquisito le competenze fondamentali. Nel 2019 la dispersione scolastica implicita si attestava al 7,5% per salire al 9,8% nel 2021, molto probabilmente per via della sospensione delle lezioni in presenza.

L’anno scorso la tendenza si è fermata al 9,7%. In termini comparativi, il calo maggiore della dispersione si registra in Puglia e in Calabria con -3,8 punti percentuali. Tuttavia le differenze assolute a livello territoriale rimangono molto elevate. Per esempio Campania col 19,8% e Calabria, 18%.

Dunque, è una Italia che procede a due velocità e che speriamo gli esiti Invalsi 2023 smentiscano. Riemerge, però, in tutta la sua drammatica evidenza l’urgenza di rimettere al centro dell’attenzione politica e dei nostri governanti l’istruzione e la formazione come emergenza sociale per il Sud e la Calabria in particolare. C’è una questione meridionale all’interno del sistema scolastico nazionale che va attenzionata.

Sicuramente la crisi economica, che ha invaso gli ultimi lustri, e accentuata dalla emergenza pandemica, sta portando ancor più i nodi al pettine e dove la povertà è più densa lo scarso rendimento scolastico è più intenso, e non c’è bisogno di essere sociologi per affermarlo, mentre la riprova è data puntualmente ogni anno  dall’altro dato dell’Invalsi e cioè che al Sud ci sono pure differenze tra scuole e scuole, tra quelle delle zone residenziali e quelle altre delle periferia.

Stupisce, tuttavia, come l’opinione pubblica di fronte alla costante diseguaglianza così forte che si registra ogni anno non reagisca con il dovuto vigore e perché  la classe politica e amministratrice, ma anche il sistema scolastico calabrese non intraprenda azioni più significative che vadano nella direzione di colmarla.

Assumere allora il tema dell’elevamento del grado di istruzione  dei nostri giovani e dei nostri ragazzi credo che sia una questione che ha molto a che fare con i programmi di sviluppo di una  regione che vuole superare il proprio ritardo, che vuole fare i conti con le proprie risorse e che vuole mettersi alle spalle  la dimensione assistita dello sviluppo. Credo, quindi, che questa non possa che diventare una priorità fondamentale per la Regione Calabria e degli altri enti territoriali a cascata(gl)

L’ESEMPIO DI MONGIANA: UN ‘SACCHEGGIO’
POST UNITARIO CHE AVVIÒ IL DIVARIO A SUD

di PAOLO BOLANO – Mongiana è una località situata nell’appennino calabrese. Qui prima dell’Unità d’Italia circa duemila tra operai, tecnici, ingegneri e dirigenti lavoravano a un grande polo siderurgico che produceva armi. Era il fiore all’occhiello di tutto il Regno. Dopo l’Unità le ferriere di Mongiana sono state trasferite a Terni senza alcuna giustificazione.

Oppure, diciamo cosi, invece di rimodernare la fabbrica, renderla competitiva, si è deciso di chiuderla e trasferirla altrove con grande danno per i calabresi. La domanda a questo punto sorge spontanea: così la nuova Italia cominciava a recuperare i ritardi Nord-Sud? Dei duemila operai rimasti a spasso una parte emigrò e l’altra andò a ingrossare le file dei briganti in montagna. Come vedete la politica, dopo l’Unità, non fece nulla per questa prima operazione di rapina perpetrata ai danni della Calabria.

Una politica che enfatizzava la “questione meridionale” per avere risorse, non per lo sviluppo, ma per alimentare le clientele. Ne sappiamo qualcosa anche oggi. La chiusura del centro siderurgico di Mongiana contribuì a creare insanabili difficoltà politiche al nascente Stato Unitario e portò dritto dritto alla terribile “guerra sociale” o mancata rivoluzione agraria etichettata col nome di “brigantaggio meridionale”, che insanguinò per anni le nostre contrade meridionali e calabresi.

Ci fu sgomento a Mongiana e dintorni, incredulità, risentimento, proteste, saccheggi, vandalismi ai danni della ferriera. I lavoratori e le loro famiglie si ribellarono al nuovo potere politico che portava via il polo siderurgico che dava pane a migliaia di famiglie nel cuore dell’appennino calabrese. Era la prima dimostrazione lampante che la destra e la sinistra che governavano in quel periodo non erano in grado di affrontare e risolvere la “questione meridionale”, che come esigenza primaria aveva la questione sociale. Fu questa la molla che scatenò appunto l’esplosione del vastissimo fenomeno noto come “brigantaggio meridionale”, che per anni ha impegnato mezzo esercito per combatterlo.

La “legge Pica” ha permesso lo “stato d’assedio” in molti paesi del sud , dove le rappresaglie nei villaggi furono violente e sanguinose. Ci furono fucilazioni di massa di contadini poveri considerati fiancheggiatori dei briganti. Era povera gente che protestava per avere un tozzo di pane, un pezzo di terra da coltivare, l’unica speranza per ricavare un piatto caldo per se e per la famiglia. Era un tempo difficile, la borghesia agraria purtroppo acquisiva i modelli feudali, comprava terre dall’aristocrazia, quelle terre che lor signori avevano arraffato dal demanio pubblico. Si stava riorganizzando il vecchio teatrino che per secoli aveva inchiodato i contadini alla miseria più assoluta.

Nessuno voleva capire che il mondo stava cambiando e bisognava girare pagina per scrivere una nuova storia che contemplasse al posto di comando anche i contadini poveri. Per questo comunque si intuisce che servirà ancora un secolo di lotte dure per fare capire alla nuova classe dirigente che gli interessi della Calabria e del mezzogiorno venivano prima dei propri interessi. Certamente anche Mongiana ci fa capire che l’Unità d’Italia non ha risolto il problema meridionale ma congiunse due diverse formazioni economiche e sociali caratterizzate da un differente grado di sviluppo.

I ritardi non furono superati, ancora oggi sono li che aspettano soluzioni, mentre l’intreccio di allora tra liberismo e autoritarismo aggravò il problema mettendo in campo lo stato d’assedio e le leggi eccezionali non per combattere i delinquenti comuni, il mezzogiorno era pieno, ma per colpire le masse contadine povere che non ce la faceva più a pagare tasse e a essere sfruttate. Come si fa a considerare questi poveri contadini nullatenenti “briganti”? Una vergogna che la storia deve cancellare! Al Sud serviva più attenzione, non più tasse, leva obbligatoria che costringeva i contadini meridionali a lasciare le terre e combattere accanto all’odiato esercito piemontese. Il trasferimento dell’industria siderurgica di Mongiana era la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Bisognava analizzare meglio, studiare a fondo i problemi meridionali e calabresi in quel lontano 1880 quando gran parte del patrimonio industriale del tempo era stato spazzato via mettendo sulla strada migliaia di famiglie povere.

C’è da aggiungere la voracità fiscale dei nuovi governanti, gli interessi commerciali delle nuove potenze industriali come l’Inghilterra che facevano da contorno. Il capitalismo liberale ha usato ragioni di mercato e libero scambio per nascondere le politiche di sfruttamento e di sottrazione di risorse al sud. È semplicistico indicare il mezzogiorno come “palla al piede” senza fare un’analisi accurata del territorio, senza capire che chi ha governato per secoli lo ha fatto solo per fini personali. Sia chiaro a tutti, anche ai polentoni responsabili dei ritardi del sud rispetto al Nord.

Lor signori hanno affossato una grande industria siderurgica in Calabria che dava lavoro a moltissimi calabresi. Mongiana è stata sacrificata sull’altare dell’Unità. L’annessione forzata al nord poteva essere una bella cosa, anzi lo è stato. Ma il sud in quel momento non poteva sopportare tutte quelle tasse. Dopo l’Unità si erano aggiunte altre 24 balzelli d’importazione piemontese compresa la tassa sul macinato. I poveri contadini non ce la facevano più a pagare. Un sud afflitto dunque non poteva reggere. Dal 50 per cento di tasse si era arrivati all’87 per cento. Una vera follia. Meglio “briganti” che morti di fame.

È stata una tragedia. Anche agli opifici mancarono i capitali e per la metalmeccanica fu un colpo mortale. Più tasse e poco commesse dal nascente Stato Unitario sono stati l’anticamera della chiusura degli stabilimenti siderurgici di Mongiana. Una Calabria che ha pagato un alto prezzo per entrare nella grande famiglia italiana. Mongiana è un esempio da non dimenticare. Nessuno ha mai parlato di questo dramma calabrese. Nessun ricercatore, giornalista, professore ecc. Si comincia a parlare solo dopo cento anni circa, nel 1973, quando parte l’indagine sulle ferriere di Mongiana.

L’obiettivo della ricerca era quello di scoprire le prime fasi dell’industrializzazione in Calabria. Disciplina nata in Inghilterra e nota come archeologia industriale. Studiare, capire, catalogare il patrimonio di fabbriche e attrezzature siderurgiche sparse sul territorio calabrese. Certo, il profitto ha cancellato in questi ultimi 250 anni il passato industriale calabrese senza riflettere e senza assegnare le colpe che non sono quelle di una generica Calabria fannullona e incapace di produrre e spendere i denari per lo sviluppo. Le ferriere di Mongiana sono una esaltante impresa industriale meridionale. Si affianca alle seterie di San Leucio, alla manifattura d’armi di Torre Annunziata, ai cantieri navali di Castellammare di Stabia, alle Officine Ferroviarie di Pietrarsa e altre realtà meno note. Possiamo qui dire senza essere contraddetti che il passaggio delle ferriere di Mongiana dall’Amministrazione borbonica a quella sabauda è stata una vera tragedia. Mongiana si spopola di tutte le molteplici attività legate alla ferriera sotto l’indifferenza totale della corona. 

Bisogna ricordare che la fatica degli operai era dura e i fattori ambientali pesavano su tecnici e maestranze che dalla ferriera traevano lavoro e sostentamento. Le categorie più numerose e meno qualificate protestavano ripetutamente per i bassi salari e le dure condizioni di lavoro. Comunque nel cuore dell’appennino i calabresi in tempi difficili facevano funzionare la più grande industria siderurgica del Regno legata alle materie prime locali. Eppure non si capisce perché il tempo poi e la mano dell’uomo hanno cancellato questa importante realtà. Certo questa ferriera ha procurato enormi danni ambientali, i boschi sparivano dentro gli altiforni.

Quando l’area boschiva mancava l’altoforno si spostava fino a mangiarsi tutta la foresta vicina. Comunque, i liberisti del tempo non erano contenti perché sostenevano che la ferriera non era efficiente al massimo, che i costi erano altissimi e i finanziamenti dello Stato si bruciavano con pochissimi risultati. In 15 anni di Unità il capitolo siderurgico calabrese ebbe fine, non reggeva al mercato era la motivazione. Invece, secondo me, la responsabilità era di una gestione incapace. La gente che prestava la propria opera coinvolta in un sistema politico chiuso, aveva comunque espresso, ottime capacità sul terreno del lavoro industriale. Altro che “palla al piede”. L’incapacità del governo della Corona non si poteva riversare sugli operai. 

Purtroppo si è giunti alla fine. Il 25 Giugno 1874 lo Stato Sabaudo, a Catanzaro, per mezzo dell’Amministrazione del demanio e delle tasse vendette lo stabilimento di Mongiana all’asta. 50 alloggi civici, una caserma, diversi altiforni e forni di seconda fusione, segherie, boschi, terreni e miniere nel territorio tra Mongiana, Ferdinandea e Pazzano di Reggio Calabria. All’asta acquistò un ex garibaldino, Achille Fazzari, già deputato al parlamento Regio d’Italia. Compra a un milione di lire.

Si aprì una speranza tra la popolazione del luogo che presto svanì. Il garibaldino non riuscì più ad avere commesse dalla Stato, il mezzogiorno era ormai segnato, abbandonato al suo destino, restava soltanto  la via dell’emigrazione, unica speranza per cercare lavoro. Così tristemente finì la grande storia dell’industria siderurgica in Calabria. Le considerazioni fateli voi. Bisogna riprendere il cammino lasciato allora. Ancora oggi la  “questione meridionale” è li davanti agli occhi di tutti, la classe politica è in testa alle responsabilità. Sappiamo tutti che in Calabria servono centomila posti di lavoro per fermare l’emorragia dell’emigrazione iniziata da allora e mai fermata da nessun governo.

Anzi, nel dopoguerra lo stesso De Gasperi capo del governo invitava i calabresi e i meridionali a studiare le lingue ed emigrare. Nessuno fino a oggi è stato in grado di programmare il domani. Mettiamoci tutti assieme noi calabresi, approfittiamo che sul palco manca la politica , saliamo noi e recitiamo a memoria quello che da secoli recitano i nostri avi: pane e lavoro per tutti a casa nostra. Non vogliamo più emigrare per arricchire altri popoli e fare morire i nostri borghi.

Questa volta siamo decisi. Ce la faremo tutti assieme. Serve una nuova classe dirigente però che guardi al nuovo Mediterraneo, che assuma la guida di questo obbligato motore di crescita che analizzi bene il passato con tutti gli errori fatti e pensi seriamente a rilanciare il domani della Calabria che con un occhio deve guardare all’Europa e l’altro al mediterraneo e l’Africa, il nostro futuro. (pab)

IL DOPO CUTRO: MODELLO DI SOLIDARIETÀ
LA CALABRIA VUOLE RIPENSARE IL FUTURO

di MIMMO NUNNARI –Bontà loro, giornali e televisioni nazionali, storicamente indifferenti o pieni di pregiudizi verso la Calabria e i calabresi, si sono spesi in elogi generosi, sulla bella pagina di Steccato di Cutro, dove, nella tragedia del mare, è emersa l’umanità, la pietà e la capacità di accoglienza di un popolo che ha saputo compensare errori e balbettii di un Governo che ancora dobbiamo capire perché è sceso a tenere un consiglio dei ministri in quel di Cutro, ignorando il dolore dei superstiti e senza neppure un saluto alle salme dei naufraghi. Cutro ha impartito una lezione di umanità all’Italia e all’Europa, a cui bisognerebbe chiedere quanti naufragi e quanti morti ancora ci vorranno, per smuoverla e farle tendere la mano alla gente del Mediterraneo in fuga da guerre, violenze e povertà.

Cutro, con l’essenzialità della gente umile, ha spiegato che per poterci salvare in questo nostro mondo egoista e smarrito, abbiamo bisogno di salvare l’altro. Cutro è come una lente attraverso la quale riflettere sul presente, che scarseggia di speranza e dove qualcuno come il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi definisce “carico residuale” una porzione di disperata umanità.

Abbiamo definito pagina di Vangelo quel che è accaduto sulle spiagge dello Jonio: una pagina, che ha pure mostrato come in un Paese come l’Italia sempre più scristianizzato, in Calabria, invece, permane un sentimento antico di umanità e religiosità popolare, simboleggiata in quella povera croce realizzata coi legni della barca naufragata a solo poche decine di metri dalla spiaggia salvifica.

Quello che i giornali e le televisioni nazionali non hanno colto, o saputo cogliere, è che Steccato di Cutro è una pagina “normale” di Calabria: non è un’eccezione. È nella consuetudine e nella tradizione dei calabresi l’accoglienza. Fa parte di quel senso di comunità che privilegia l’ospitalità all’ostilità, l’apertura delle braccia al respingimento, le porte aperte alle porte chiuse. Giustamente, il presidente della Giunta regionale Roberto Occhiuto ha fatto notare: «La Calabria si sta confermando, ancora una volta, la regione della solidarietà. Abbiamo accolto 18 mila migranti nel 2022, e lo abbiamo fatto sempre, senza polemiche, e senza mai parlare alla pancia dei cittadini: abbiamo fatto dell’accoglienza un nostro carattere distintivo». Belle parole, ma c’è la necessità di fare rete, di organizzare l’umanità e la speranza della Calabria, e Occhiuto potrebbe guidare questo processo. Con Cutro, dobbiamo ricordare la quotidianità degli sforzi generosi di Roccella Jonica, di Reggio e di altri centri, mai indifferenti, di fronte allo “straniero”, ma pronti ad accogliere.

Ovviamente, si fa da altre parti, nel Sud, quel che si è fatto a Cutro: con l’eroica Lampedusa prima di tutti. Sono tutti luoghi in cui l’altro è visto come qualcuno da ospitare e non come ostacolo, come muro, come qualcosa che sottrae qualcosa alla nostra vita. Di questo modello di umanità di Cutro – ma è giusto non dimenticare Riace, modello che lo Stato ha smantellato –  dovrebbero prendere esempio in Europa e nel resto del Paese, e imparare a guardare alla Calabria per i suoi aspetti positivi: “normali”.

Da Cutro, la Calabria ha l’occasione per ripartire, per ritrovare le motivazioni e le energie per scriversi da sola il proprio futuro, cominciando col recuperare quel patrimonio immenso di sapere popolare e di faticosa vita vissuta che i calabresi hanno impresso nell’anima. Scrivere il proprio futuro, significa prendere atto che niente o poco è stato buono di quel che finora è arrivato da fuori, spesso come elemosina, o interessata elargizione, per ottenere consensi elettorali. Quel poco di sviluppo promosso da fuori che c’è stato, è stato uno sviluppo distorto: un modello che non ha tenuto conto della storia, dell’identità culturale, dei valori, ma è stato imposto secondo logiche ed esigenze decise altrove. Il passato – ma anche un certo presente –  è fatto di finti buoni propositi e di promesse e ricette che sono come l’acqua fresca. Sappiamo, per esperienza, che spesso si tratta di promesse fasulle, di discorsi fatti a vanvera, di chiacchiere al vento, anche irritanti. Nel dopo Cutro, serve immaginare un “patto per la Calabria”, ampio, inclusivo, apartitico. Occorre evocare un momento di unità reale, riunendo Chiesa, segmenti intermedi della società, università, sindacati, categorie imprenditoriali e sindaci. Dovrebbe farsene carico il presidente della Giunta regionale Roberto Occhiuto, un politico che ha maturato esperienza a livello nazionale e sembra avere l’ambizione di svoltare in Regione, rispetto al vivacchiare deleterio del passato. Quali sono i problemi della Calabria li conosciamo e sappiamo che per superare gli ostacoli occorre un’azione corale, che coinvolga tutti, e non lasci fuori nessuno. Si può scrivere un futuro diverso per la Calabria cominciando anche col fare l’elenco delle cose che funzionano: delle imprese, dei servizi, dei centri educativi, degli enti locali virtuosi. Bisogna attingere a questi esempi. Occorrono nuove regole del gioco, cominciando col valutare l’efficienza della burocrazia regionale, il cui ruolo è determinante per il cambiamento e la modernizzazione della regione. Servono, accanto ai buoni propostiti, azioni complesse su più fronti trasversali e uniti, per creare un combinazione tra politica imprese, sindacato, cultura. Servono anche dignità e schiena dritta, e non più quel vendersi per un piatto di lenticchie a interessati e fasulli “benefattori” che cercano consensi rivolgendosi a sudditi ubbidienti accaparratori di potere. Per voltare pagina servono segnali distensivi, parole costruttive, posizioni non ideologiche, amministrazioni trasparenti, opposizioni all’altezza, e coinvolgimento degli “invisibili” del volontariato, che è una risorsa strategica per la crescita della Calabria. Cutro, nella tragedia e nel dolore, rappresenta un’opportunità. Occorre però far presto, a squarciare il velo sull’abbandono della Calabria e sui suoi mali, che mettono a nudo una situazione di vuoto in territori dove lo Stato non c’è e l’insidia maggiore è quella mafiosa, che si propone di colmare i vuoti sociali ed economici della regione. Il patto rappresenta la rivoluzione attesa per aiutare i calabresi onesti a riprendersi la loro terra, purché sino disposti a metterci le mani per ripulirla. ν