La manutenzione è un’infrastruttura strategica, non un residuale

di DOMENICO MAZZA – La Calabria si colloca oggi in una fase cruciale della propria evoluzione socio-territoriale. Per decenni, la gestione del territorio è stata improntata a un paradigma eminentemente reattivo. Si è puntato sulla risposta post-evento anziché sulla mitigazione preventiva. Tale approccio, riconducibile alla cosiddetta cultura dell’emergenza, ha prodotto un duplice effetto distorsivo. Da un lato, ha consolidato una dipendenza strutturale da interventi straordinari e frammentati. Dall’altro, ha occultato la natura sistemica e prevedibile dei fenomeni idrogeomorfologici che interessano la Regione.

​In un contesto caratterizzato da elevata fragilità fisica e da una crescente esposizione ai cambiamenti climatici, risulta imprescindibile un ribaltamento dottrinale. La manutenzione programmata deve essere riconosciuta come infrastruttura strategica, non come voce residuale di bilancio. La prevenzione, intesa come investimento pluriennale, rappresenta il fondamento di una resilienza territoriale autentica e duratura.

​Monti e coste come sistema unico: la continuità idrogeomorfologica come principio di pianificazione

​La letteratura scientifica internazionale ha ampiamente dimostrato come i bacini idrografici costituiscano sistemi complessi. In questi ambiti, le dinamiche montane e costiere risultano strettamente interconnesse. In Calabria, poi, – considerata l’orogenesi territoriale – tale relazione assume una rilevanza particolarmente marcata. Non rappresenta un mistero, infatti, che ​il progressivo degrado degli alvei fluviali sia stato determinato dall’accumulo incontrollato di sedimenti, dalla presenza di ostacoli antropici e dalla mancanza di manutenzione ordinaria. Questo fenomeno non si traduce unicamente in un incremento del rischio alluvionale. Esso compromette il naturale ciclo del trasporto solido. Si genera così un deficit sedimentario che si manifesta, a valle, come erosione costiera.

​La regressione dei litorali calabresi non è, dunque, un fenomeno isolato. Essa rappresenta la proiezione marittima di un dissesto montano. Di conseguenza, la difesa costiera non può essere affrontata con interventi sparuti e localistici. Richiede, invece, una visione olistica del bacino idrografico, fondata su un approccio integrato e interdisciplinare.

​Il capitale umano in erosione: il vuoto operativo nelle aree interne. Necessario istituire la figura del “Custode del Territorio”

​Uno degli elementi più critici del quadro attuale riguarda il depauperamento delle maestranze dedicate alla cura del territorio. La progressiva erosione del comparto forestale e il blocco del turnover generazionale hanno determinato una rarefazione del presidio fisico nelle aree interne. Queste zone costituivano, storicamente, il primo livello di sorveglianza e manutenzione del rischio idrogeologico.

​La scomparsa del richiamato patrimonio professionale ha prodotto un indebolimento del “sistema immunitario” territoriale. Gli effetti sono tangibili: aumento del rischio alluvionale, perdita di controllo sui versanti montani e accelerazione dei processi di degrado ambientale. In tale contesto, istituire una nuova figura professionale – i Custodi del Territorio – potrebbe rappresentare un’evoluzione necessaria.

​Questa figura ibrida dovrebbe integrare le competenze tradizionali del settore forestale con le tecniche di ingegneria naturalistica. Con l’ausilio di strumenti avanzati di monitoraggio, come droni, sensoristica IoT (sensori che, in tempo reale, inviano dati su umidità e stabilità dei suoli), sistemi GIS (mappe digitali interattive che incrociano dati geografici e rischi ambientali) e modelli predittivi, il Custode dovrebbe disporre di capacità interventistiche su alvei, versanti e infrastrutture verdi. 

Oltre alla dimensione tecnico-operativa, tale figura assumerebbe un ruolo strategico sul piano socio-economico. Contribuirebbe a contrastare lo spopolamento delle aree interne, offrendo opportunità professionali qualificate e radicate nei territori.

​Per un New Deal della montagna: riforme normative, pianificazione decennale e governance multilivello

​La transizione verso un modello di resilienza strutturale richiede, tuttavia, un quadro istituzionale rinnovato. L’attuale frammentazione amministrativa, unita alla complessità delle procedure autorizzative, rappresenta un ostacolo significativo alla realizzazione tempestiva degli interventi.

​È necessario un “Patto Strategico” che coinvolga Enti locali, Regione, Autorità di Bacino, Università e Comunità territoriali. Gli obiettivi primari devono essere la semplificazione dei quadri normativi, in particolare per gli interventi negli alvei, e la garanzia di flussi finanziari certi e pluriennali. Bisogna superare definitivamente la logica dei fondi emergenziali.

​È fondamentale adottare una pianificazione decennale basata su indicatori di rischio, scenari climatici e modelli di gestione adattiva. Occorre promuovere una governance multilivello che valorizzi competenze tecniche, conoscenze locali e innovazione tecnologica. La prevenzione deve essere riconosciuta come un asset strategico per la sicurezza nazionale e per la competitività territoriale. Solo restituendo centralità alle proprie matrici geografiche – montagne, fiumi, boschi – la Calabria potrà costruire un futuro sostenibile per le Comunità che continueranno ad abitarla.

(Comitato Magna Grecia)

Differenziata, Calabria al 58,2%, ma la regione rimane sotto la media

DI VALENTINO DE PIETRO – La Calabria migliora sulla raccolta differenziata: raggiunge il 58,2%, e salgono a 55 i Comuni Rifiuti Free. Dati incoraggianti ma ancora distanti dalla media nazionale. La nostra regione rimane segnata da forti squilibri tra territori e aree interne. È la fotografia scattata dall’ottava edizione di Ecoforum Calabria di Legambiente, che attraverso il dossier “Comuni Ricicloni Calabria 2025” evidenzia eccellenze come Soveria Simeri, Gimigliano e Cleto, ma anche ritardi strutturali, criticità impiantistiche e un paradosso nei Parchi, dove solo 17 comuni su 114 risultano realmente virtuosi.​

Nel dossier di Legambiente, basato sui numeri Arpacal relativi al 2024: la raccolta differenziata regionale mostra un incremento del 3,4% rispetto all’anno precedente, ma resta quasi dieci punti sotto la media nazionale del 67,7% e al di sotto anche della media del Sud, attestata al 60,2%.​

Il report ricostruisce anche l’andamento dell’ultimo quinquennio, mostrando come tra il 2019 e il 2024 la Calabria abbia guadagnato oltre 15 punti percentuali di raccolta differenziata, ma partendo da livelli molto bassi e con una velocità di crescita inferiore a quella di altre regioni meridionali. Nello stesso periodo, ad esempio, la Campania è passata dal 52 al 64%, la Puglia dal 46 al 63% e la Sicilia, pur restando ultima, ha comunque accelerato dal 22 al 35%, mentre la Calabria ha faticato a superare la soglia del 55% entro il 2023, obiettivo fissato dalle politiche nazionali e regionali.

La provincia più virtuosa si conferma Cosenza, che nel 2024 raggiunge il 66,5% di raccolta differenziata e riduce l’indifferenziato a 139 kg per abitante all’anno, contro una media regionale di oltre 190 kg. Seguono Catanzaro, che sale al 65,5%, e Vibo Valentia, al 61,8%, mentre restano molto più indietro le province di Crotone, ferma al 46,5%, e Reggio Calabria, bloccata al 44%, con livelli di secco residuo ancora troppo alti e una distanza evidente dagli obiettivi del Piano regionale dei rifiuti che fissava il 65% di differenziata entro il 2023 e il 75% entro il 2025.​

Anche qui la serie storica conferma una dinamica a due velocità: tra 2019 e 2024 Cosenza è cresciuta di quasi 20 punti, Catanzaro di 16 e Vibo di 14, mentre il Crotonese e il Reggino hanno accumulato ritardi, con incrementi inferiori ai 10 punti e fasi di sostanziale stallo in alcuni anni. Un andamento che, sottolinea Legambiente, pesa sulla capacità complessiva della regione di allinearsi agli standard nazionali e meridionali, perché proprio nelle aree più popolose e urbanizzate si concentra ancora gran parte del secco residuo prodotto in Calabria.

Nella classifica dei Comuni Rifiuti Free – quelli che superano il 65% di differenziata e producono non più di 75 kg annui di secco residuo per abitante – la Calabria passa dai 43 dello scorso anno agli attuali 55 centri virtuosi, per un totale di oltre 128 mila residenti coinvolti. In testa c’è Soveria Simeri (Catanzaro), 1.441 abitanti, 88,5% di raccolta differenziata e appena 33,2 kg di secco pro capite, seguita da Gimigliano, anch’essa nel Catanzarese, con l’88,7% di differenziata e 35,4 kg di secco, e da Cleto, nel Cosentino, che raggiunge l’85,3% con 40 kg annui per abitante.​

La distribuzione territoriale dei comuni premiati mette però a nudo le disuguaglianze interne: 32 dei 55 Comuni Rifiuti Free si concentrano nella provincia di Cosenza, 13 in quella di Catanzaro, 7 nel Vibonese e solo 3 nel Reggino, mentre la provincia di Crotone non riesce a portare in classifica neppure un comune. Uno squilibrio che conferma, secondo Legambiente, come la crescita della differenziata non sia ancora un fenomeno omogeneo e come la qualità dei sistemi di raccolta, del porta a porta e degli impianti resti molto variabile da zona a zona.​

Se si guarda ai capoluoghi, la fotografia cambia ancora: Catanzaro e Vibo Valentia condividono il primo posto con il 70,4% di raccolta differenziata, Cosenza si attesta al 61,5%, mentre Reggio Calabria resta ferma al 36,7% e Crotone al 30,7%, con oltre 365 kg di secco all’anno per abitante. Sono numeri che raccontano una Calabria urbana ancora in forte ritardo rispetto alle esperienze più avanzate del Mezzogiorno – dove città come Salerno, Avellino o Trani superano da anni il 65–70% – e lontana dal traguardo del 75% di differenziata previsto dal Piano regionale per il 2025.​

Particolarmente critico è il quadro delle aree naturali protette, dove la pressione dei rifiuti pesa su ecosistemi già fragili. Nei tre Parchi nazionali e nel Parco regionale delle Serre ricadono 114 comuni, ma solo 17 risultano Rifiuti Free: nell’Aspromonte il risultato migliore è quello di Scido, nel Pollino si distinguono tra gli altri Frascineto, Morano Calabro, Cerchiara di Calabria e San Donato di Ninea, mentre nella Sila e nelle Serre spiccano Casali del Manco, Aprigliano, Albi, Cardinale, Bivongi, Mongiana, Acquaro e Simbario.​

Il dossier dedica un capitolo specifico ai Comuni costieri virtuosi, strategici per l’attrattività turistica della regione e per la qualità del mare. Tra i centri affacciati sul mare che superano il 75% di raccolta differenziata compaiono Curinga, Montegiordano, Rocca Imperiale, Palmi, Paola, Albidona e Siderno, insieme a realtà come Amendolara, San Lucido, Pietrapaola, Cassano allo Ionio, Squillace, Melissa, Crucoli, San Sostene, Soverato, Tortora, Villapiana, Satriano, Calopezzati, Roseto Capo Spulico, Bova Marina, Roccella Ionica, Vibo Valentia, Falerna e Cetraro che oscillano tra il 65 e il 75%.

Accanto ai dati incoraggianti, il report elenca in ordine alfabetico oltre 200 “Comuni non ricicloni”, che non raggiungono il 65% di raccolta differenziata e in molti casi restano ben al di sotto anche del 45% fissato come obiettivo intermedio dalla normativa nazionale. In questo elenco compaiono realtà costiere e interne, piccoli centri e città medie, a conferma – sottolinea Legambiente – che la mancanza di un sistema impiantistico moderno, di politiche continuative di prevenzione e riuso e di controlli efficaci sulla gestione del ciclo continua a frenare la transizione calabrese verso l’economia circolare.

Nel corso dell’Ecoforum, la presidente di Legambiente Calabria, Anna Parretta, ha richiamato la necessità di “uscire definitivamente dalla logica delle discariche”, accelerare le bonifiche dei siti inquinati e investire negli impianti di trattamento delle diverse frazioni, dall’umido al tessile, per trasformare i rifiuti in materie prime seconde e occupazione green. Un passaggio che, nelle parole del responsabile scientifico nazionale di Legambiente, Andrea Minutolo, sarà decisivo nei prossimi mesi, quando nel 2026 si chiuderà la stagione del PNRR e la Calabria rischierà di perdere un’occasione storica se non utilizzerà fino in fondo le risorse destinate alla riqualificazione degli impianti e al potenziamento della raccolta di qualità.​

A chiudere i lavori è stata la presentazione dei dati del dossier da parte del coordinatore degli Ecoforum regionali di Legambiente, Emilio Bianco, e la premiazione dei 55 Comuni Rifiuti Free, con la consegna degli attestati da parte della presidente regionale Parretta e della direttrice Silvia De Santis. Un riconoscimento che, nelle intenzioni degli organizzatori, vuole essere non un punto di arrivo ma uno stimolo a fare rete tra amministrazioni, gestori e cittadini, per allargare negli anni la mappa dei territori calabresi capaci di coniugare alte percentuali di raccolta differenziata, riduzione del secco residuo, tutela concreta dell’ambiente e resilienza ai cambiamenti climatici.​ (vdp)

Trecento euro contro la povertà, ma senza lavoro la Calabria non si salva

di DOMENICO OLIVA –  In una regione come la Calabria, dove intere famiglie vivono con redditi che sfiorano la soglia della sopravvivenza, un aiuto fino a 300 euro può fare la differenza tra pagare una bolletta o restare al buio, tra riempire il carrello o rinunciare persino al necessario. È un segnale, certo. È un sollievo temporaneo. Ma non è una soluzione strutturale.

La Calabria continua a muoversi dentro una logica emergenziale: bonus, contributi straordinari, ristori a pioggia. Interventi che attenuano il disagio ma non lo estirpano. Il vero nodo resta il lavoro. Senza occupazione stabile, qualificata e produttiva, ogni sostegno economico rischia di trasformarsi in un palliativo: utile nell’immediato, incapace di generare prospettiva.

I numeri della disoccupazione, dell’emigrazione giovanile e dell’inattività femminile raccontano una realtà che nessun bonus potrà invertire. Migliaia di giovani formati nelle università calabresi – o altrove – sono costretti a partire. Interi territori interni si spopolano. Le aree industriali restano in parte vuote, i progetti di sviluppo si incagliano tra burocrazia e lentezze amministrative, le risorse europee vengono annunciate con enfasi ma faticano a trasformarsi in cantieri, imprese, occupazione reale.

Eppure la Calabria possiede potenzialità enormi e largamente inespresse: turismo culturale e naturalistico, filiere agroalimentari di qualità, energie rinnovabili, logistica portuale, economia del mare, innovazione digitale applicata ai servizi. Ambiti nei quali sarebbe possibile costruire occupazione duratura e valore aggiunto. Troppo spesso, però, i progetti restano sulla carta o non vengono valutati con criteri trasparenti e meritocratici.

Il problema non è soltanto economico: è strutturale e politico. Le risorse disponibili – regionali, nazionali ed europee – diventano talvolta oggetto di spartizioni opache, di equilibri da mantenere, di logiche di consenso. La selezione dei progetti non sempre appare guidata da una visione strategica di lungo periodo, ma da esigenze contingenti. Così si disperde capitale pubblico e si alimenta sfiducia.

Trecento euro possono alleviare una difficoltà momentanea. Ma non restituiscono dignità professionale, non costruiscono competenze, non generano crescita. La vera rigenerazione economica passa attraverso investimenti mirati, semplificazione amministrativa, valutazioni indipendenti dei progetti, lotta agli sprechi, attrazione di capitali privati, valorizzazione dei talenti locali.

Serve un cambio di paradigma: dalla cultura dell’assistenza alla cultura dello sviluppo. Non si tratta di contrapporre solidarietà e crescita, ma di integrarle. Gli aiuti devono accompagnare un percorso di inclusione lavorativa, formazione mirata, creazione d’impresa. Devono essere un ponte, non la destinazione finale.

La Calabria non è povera di risorse; è povera di sistema. Se si liberassero le energie imprenditoriali, se si garantissero regole chiare e tempi certi, se si premiasse il merito e non l’appartenenza, la regione potrebbe invertire la rotta. Non servono annunci, ma pianificazione seria, monitoraggio costante e responsabilità politica.

Continuare a distribuire piccoli sostegni senza affrontare le radici del problema significa rinviare il conto alle generazioni future. E la Calabria non può più permetterselo. La vera sfida non è erogare 300 euro. È creare mille, diecimila posti di lavoro. Solo così si potrà davvero uscire dal baratro della povertà e restituire fiducia a un territorio che ha smesso di credere alle promesse e, forse, ha smesso anche di sperare. (do)

[Courtesy LaCNews24]

Donne violate e abusate: l’8 marzo è ancora una chimera

di ANNA COMI 

L’8 marzo dovrebbe essere il giorno della consapevolezza e delle conquiste. Quest’anno, invece, porta con sé il peso di una battaglia che non possiamo permetterci di considerare conclusa. Le piazze che tornano a riempirsi al grido “solo sì è sì” raccontano molto più di una protesta: raccontano una richiesta di civiltà. Perché il cuore della libertà è il consenso. Non l’assenza di un rifiuto, non la dimostrazione di una resistenza, ma l’espressione chiara e libera di una volontà.

Il dibattito che si è acceso attorno al disegno di legge Bongiorno dimostra quanto questo passaggio culturale e giuridico sia ancora necessario. Per troppo tempo la giustizia ha chiesto alle donne di dimostrare il dissenso, quasi che la responsabilità della violenza dovesse essere provata da chi la subisce. Spostare il baricentro sul consenso espresso significa cambiare radicalmente prospettiva: riconoscere l’autodeterminazione sessuale come un diritto pieno e inviolabile, allineare finalmente l’Italia agli standard europei e allo spirito della Convenzione di Istanbul, ma soprattutto ridurre quella dolorosa vittimizzazione secondaria che troppe donne continuano a vivere nei tribunali.

Dire con chiarezza che senza consenso è violenza non è uno slogan ideologico. È un principio di civiltà giuridica e culturale. Significa affermare una cultura delle relazioni fondata sul rispetto reciproco, sulla responsabilità e sulla libertà. Significa dire alle nuove generazioni che il corpo e la volontà delle donne non sono mai un territorio ambiguo da interpretare, ma una libertà da riconoscere e tutelare.

Eppure la libertà delle donne non si difende soltanto nelle aule di giustizia. Si difende nella vita quotidiana, nella possibilità di costruire un progetto di vita autonomo, nel diritto a un lavoro stabile e dignitoso, nella possibilità di diventare madri senza essere penalizzate.

Da questo punto di vista l’Italia continua a mostrare ritardi profondi. Il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese resta tra i più bassi d’Europa: poco più del 52 per cento delle donne lavora, a fronte di una media europea che supera il 65 per cento. Dietro questo divario ci sono storie concrete: carriere interrotte dopo la maternità, dimissioni forzate, part-time involontari accettati per necessità. Ogni anno migliaia di donne lasciano il lavoro dopo la nascita di un figlio, spesso perché il sistema dei servizi e delle tutele non consente una reale conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.

Non è solo un problema economico. È una questione di libertà e di democrazia. L’autonomia economica rappresenta uno degli strumenti più forti di emancipazione femminile e uno dei principali argini contro la violenza e la dipendenza. Una donna che lavora e che può contare su diritti certi è una donna più libera di scegliere, più libera di dire sì e più libera di dire no.

Anche sul piano normativo, tuttavia, il cammino è ancora incompleto. Il congedo parentale e quello di paternità non sono ancora vissuti come diritti realmente paritari. Le recenti pronunce della Corte costituzionale hanno ampliato alcune tutele, riconoscendo ad esempio nuove possibilità di accesso ai congedi in situazioni familiari prima escluse, ma il quadro complessivo resta segnato da una distanza evidente tra principi e realtà. In Italia il congedo di paternità resta ancora troppo breve e culturalmente poco utilizzato, mentre il congedo parentale continua a essere fruito in larga maggioranza dalle madri.

Finché la cura dei figli e della famiglia continuerà a essere percepita come una responsabilità quasi esclusivamente femminile, l’uguaglianza nel lavoro resterà incompiuta. E con essa resterà incompiuta anche la piena libertà delle donne.

Per questo la battaglia sul consenso e quella per l’occupazione femminile non sono temi separati. Sono due facce della stessa richiesta di dignità. Entrambe chiedono alla società di riconoscere fino in fondo la libertà delle donne: la libertà di autodeterminarsi, la libertà di lavorare senza essere penalizzate, la libertà di costruire relazioni fondate sul rispetto.

Le piazze di questo 8 marzo ci ricordano che la strada da percorrere è ancora lunga. Ma ci ricordano anche che ogni conquista nella storia delle donne è nata da una presa di parola collettiva. E oggi quella parola è chiara e non può essere ignorata: il consenso non si interpreta, si ascolta. E la libertà delle donne non può più aspettare. (ac)

(Presidente dell’associazione Quote Rosa)

Allarme del Forum Famiglie: per i servizi all’infanzia la Calabria è ultima in Italia

di ANTONEITTA MARIA STRATI La Calabria è ultima in Italia per i nidi e i servizi per la prima infanzia. È l’Istat che lo certifica, fotografando, attraverso il suo report sui nidi e i servizi integrativi per la prima infanzia – Anno educativo 2023/2024, una situazione estremamente critica per la nostra regione. Nonostante un aumento dell’offerta a livello nazionale, la nostra Regione resta all’ultimo posto in Italia per investimenti, copertura dei servizi e numero di bambini che riescono realmente ad accedere ai nidi. Secondo i dati ISTAT, la spesa media comunale in Italia per i servizi educativi 0-3 anni è di 1.183 € all’anno per bambino. Un investimento importante.

Ma non uguale per tutti. La differenza territoriale è enorme: 3.314 euro nella Provincia di Trento, ma solo 234 € in Calabria. Il sistema comunale riesce a raggiungere solo il 5,9% dei bambini residenti, la quota più bassa del Paese.

Nonostante gli investimenti nazionali – in particolare tramite il Pnrr – le famiglie calabresi continuano a scontrarsi con una disponibilità di servizi del tutto insufficiente, aggravata dalla dispersione amministrativa e dalla fragilità finanziaria dei Comuni. Il tasso di copertura dato dal rapporto fra posti e bambini residenti da 0 a 2 anni compiuti – si legge nel report Istat – si attesta al 31,6% a livello nazionale, poco al di sotto della quota (33%) definita come Livello Essenziale delle Prestazioni (LEP), che dovrà essere garantita a livello di comune o di bacino territoriale locale entro il 2027 (Legge di Bilancio per il 2022 n. 234/2021). Tale dotazione di posti è condizione necessaria per il raggiungimento dei target europei definiti in termini di frequenza.

I dati sono chiari per Claudio Venditti, presidente del Forum Famiglie Calabria: «una famiglia non ha le stesse opportunità a seconda di dove nasce suo figlio».

«Per noi del Forum delle Associazioni Familiari il punto è chiaro – ha sottolineato – serve un investimento strutturale e omogeneo sul sistema 0-3;  garantire copertura territoriale reale sostenere le famiglie non solo nella domanda, ma anche nell’offerta dei servizi; potenziare le convenzioni con il privato sociale, che nel Sud assorbe oltre metà dell’aumento dei posti. Da non dimenticare le unità di personale aggiuntivo a tempo pieno che possono lavorare».

«Lo dico con franchezza – ha aggiunto –: la natalità non si sostiene con slogan, ma con servizi concreti. Su questi temi servirebbe fare squadra perché il nido migliora lo sviluppo cognitivo e relazionale, riduce le diseguaglianze e favorisce la natalità perché riduce il costo e il carico organizzativo del primo triennio di vita dei bambini».

«Bisogna unire le forze per rimettere al centro la natalità, il lavoro stabile, i servizi di ogni tipo, la fiscalità familiare, anche da questo dipende il ripopolamento delle aree interne. Non servono scorciatoie o proposte shock!», ha continuato Venditti, ribadendo come «le famiglie non hanno bisogno di baraonda ma di scelte chiare. Prima si mettono le fondamenta. Poi si costruisce il resto. Non bisogna dividersi su quali sono gli infissi mentre la casa non regge». (ams)

Entro il 2050 in Calabria 350mila giovani in meno: è emergenza

di DOMENICO MAZZA – Non siamo di fronte a una semplice flessione demografica, ma a una vera e propria emorragia vitale che dissanguerà il futuro della Regione. Gli ultimi dati SVIMEZ proiettano un’ombra funesta: entro i prossimi 25 anni, la popolazione giovanile calabrese è destinata a contrarsi di circa 350.000 unità. Questa cifra non rappresenta solo un vuoto anagrafico, ma la scomparsa della forza produttiva, creativa e intellettuale necessaria a mandare avanti una società moderna. Evaporerà, per usare un eufemismo, il potenziale umano di un’intera Provincia media italiana da una Regione già demograficamente compromessa. È, drammaticamente, il racconto di una terra che sta perdendo i propri occhi per guardare al domani. Se i giovani sono il propulsore del cambiamento, la Calabria si appresta a viaggiare a motore spento. Una condizione che, purtroppo, la farà scivolare verso un isolamento che non sarà più solo geografico, ma generazionale e culturale.

La forbice sociale e il default del welfare

​Il battito cardiaco della Regione si fa sempre più fievole, soffocato da una dinamica demografica implacabile: un tasso di natalità fermo al 7,2 per mille contro una mortalità che galoppa al 12 per mille. Questa forbice non descrive solo culle vuote, ma un ribaltamento sociale che mina le basi della convivenza civile. La proiezione al 2050 parla di una popolazione totale che scivolerà drasticamente verso la soglia di 1,2 milioni di abitanti. Il vero dramma, tuttavia, è economico. Con una base di contribuenti ridotta ai minimi termini e una popolazione anziana in costante crescita, il sistema del welfare regionale è destinato al collasso. Stiamo condannando i lavoratori di oggi a una vecchiaia di incertezza, all’interno di una Regione che non sarà più in grado di garantire né l’assistenza minima né la tenuta del patto tra generazioni.

​Isolamento indotto di un patrimonio inespresso: il fallimento del centralismo e il tradimento delle periferie

​Questo scenario di abbandono non è un destino ineluttabile, ma il risultato di un modello di gestione del potere che ha fallito i propri obiettivi. Il centralismo regionale, arroccato nei propri centri decisionali, ha sistematicamente ignorato le istanze delle aree marginali, drenando risorse vitali per alimentare apparati burocratici distanti dalle realtà territoriali. Questo distacco ha creato una spaccatura insanabile tra i Centri del potere politico e le Comunità locali, trasformando vaste zone della Regione in laboratori di marginalità. Le aree che vivono lontano dai processi decisionali sono state declassate a territori di seconda serie. Vieppiù, sono state private degli strumenti minimi di autodeterminazione e condannate – da politiche calate dall’alto – a un declino accelerato. Sono state messe in campo scelte scriteriate e adottate imprudenti soluzioni che non hanno tenuto conto della specificità e del potenziale dei territori periferici.

Dal Crotonese ai contesti sibariti, l’impatto di questa desertificazione morderà con ferocia inaudita. Senza soluzione di continuità, queste aree – già storicamente penalizzate da un isolamento infrastrutturale cronico e da servizi sanitari ridotti al lumicino – rischiano di vedere svanire la massa critica necessaria per giustificare qualsiasi tipo di investimento futuro. Senza una densità abitativa giovanile, infrastrutture come la SS106 resteranno tragiche incompiute e lapidi d’asfalto in memoria dei Caduti. I porti, da potenziali attrattori strategici, diverranno pozzanghere salate senza rotte commerciali. Chi avrà il coraggio di investire in territori dove la domanda di consumo, la manodopera qualificata e l’innovazione sono destinate a sparire? Il rischio è la trasformazione di notevoli tratti del litorale jonico e relative aree interne di pertinenza, un tempo cuore della civiltà mediterranea, in terre di nessuno. Funzionali (forse) solo al transito e non più alla residenzialità.

​La rivoluzione strutturale: l’ultima chiamata per la “restanza”

​Gli Establishment non possono limitarsi a una fredda analisi del declino. Il loro agire deve indirizzarsi verso una chiamata alle armi per la coscienza collettiva. Il 2050 è già qui: è nelle valigie dei ragazzi che preparano l’addio già mentre popolano le aule dei nostri Atenei. Non bastano i bonus una-tantum o retoriche della “restanza”: serve una rivoluzione strutturale che parta da una nuova architettura amministrativa. È necessario superare il centralismo asfittico attraverso una riorganizzazione territoriale che riconosca autonomia e dignità agli ambiti vasti. Tutto ciò, al fine di dotare detti contesti di fiscalità di vantaggio e infrastrutture digitali. Quanto detto, per favorire lo smart working e l’impresa giovanile. Bisogna rendere la Calabria un luogo vivibile e non un ambiente da cui fuggire per sopravvivere. Se la Classe Politica non trasformerà l’emergenza demografica nella priorità assoluta da affrontare, la Calabria del futuro non sarà più una Regione. Resterà, probabilmente, un flebile e patetico ricordo celebrato su qualche ingiallito libro di storia di datata pubblicazione.

(Comitato Magna Grecia)

Smog Calabria: oggi ancora nei limiti ma la vera sfida è il 2030

di VALENTINO DE PIETRO – Nel quadro nazionale tracciato da «Mal’Aria di città 2026», la Calabria si presenta oggi come una delle regioni italiane con livelli medi di inquinanti entro gli attuali limiti di legge, ma con margini di sicurezza più sottili se si guarda ai nuovi standard europei fissati al 2030. Nel 2025, secondo l’elaborazione di Legambiente su dati Arpa, le concentrazioni medie annuali di PM10 oscillano fra i 17 microgrammi per metro cubo di Catanzaro e i 22 di Crotone e Vibo Valentia, mentre il PM2.5 si mantiene fra i 4 ug/mc di Catanzaro e i 10 di Reggio Calabria, con valori di biossido di azoto (NO2) compresi tra 12 e 20 ug/mc. Numeri che fotografano una qualità dell’aria complessivamente favorevole rispetto a molte altre aree del Paese, ma che – con l’abbassamento delle soglie a 20 ug/mc per PM10 e NO2 e a 10 ug/mc per il PM2.5 – potrebbero tradursi, in particolare per alcuni centri come Crotone e Vibo Valentia, nella necessità di ulteriori riduzioni per restare entro i nuovi limiti europei.​

«Il nuovo rapporto Mal’aria ci consegna due notizie positive – commenta Anna Parretta, presidente regionale dell’associazione –. Da un lato sono tornati disponibili, in Calabria, i dati ufficiali Arpacal che erano fermi a giugno 2022, sanando una circostanza che avevamo definito molto preoccupante non essendo garantita la trasparenza sull’effettivo funzionamento delle centraline di monitoraggio; dall’altro lato, soprattutto, la qualità dell’aria nei capoluoghi di provincia calabresi, non presenta criticità importanti a differenza di altre città d’Italia in cui le concentrazioni di sostanze inquinanti mettono a rischio il benessere e la salute dei cittadini».

Parretta ha continuato dichiarando che, al momento, «ci sono buone notizie ma se consideriamo la nuova normativa europea sulla qualità dell’aria (Direttiva 2024/2881) che fissa limiti più severi per il 2030, si profilano sforamenti anche in alcune città calabresi con conseguente necessità di riduzione delle concentrazioni in riferimento alle polveri sottili (PM10) senza considerare che le raccomandazioni dell’OMS al 2050 sono ancora più stringenti. Non si deve quindi abbassare la guardia: la qualità dell’aria è un grande valore da salvaguardare, con l’obiettivo di proteggere la salute umana e gli ecosistemi».

Il 2025 consegna un dato che, sulla carta, fa tirare il fiato: i capoluoghi che hanno sforato il limite giornaliero del PM10 scendono a 13, uno dei bilanci più favorevoli degli ultimi anni. Ma la fotografia cambia appena si sposta lo sguardo al traguardo del 2030, quando entreranno in vigore limiti europei più severi: se fossero già applicati oggi, risulterebbe fuori norma il 53% delle città per il PM10, il 73% per il PM2.5 e il 38% per il biossido di azoto. È il cuore del rapporto «Mal’Aria di città 2026» di Legambiente, che segnala progressi reali ma ancora fragili, e soprattutto un ritmo di riduzione troppo lento per molte realtà urbane.​

Per capire il «doppio volto» del 2025 basta partire dai numeri. Il limite giornaliero attuale per il PM10 è 50 microgrammi per metro cubo, superabile per un massimo di 35 giorni l’anno: nel 2025 gli sforamenti oltre soglia si concentrano in 13 città, in calo rispetto ai 25 del 2024, ai 18 del 2023 e ai 29 del 2022. In cima alla classifica negativa c’è Palermo: la centralina di Belgio registra 89 giorni oltre il limite; seguono Milano (centralina Marche) con 66, Napoli (Ospedale Pellegrini) con 64 e Ragusa (Campo di Atletica) con 61. Poi Frosinone (55), Lodi e Monza (48), Cremona e Verona (44), Modena (40), Torino (39), Rovigo (37) e Venezia (36). Nel resto dei capoluoghi monitorati non si registrano superamenti oltre il limite di legge e, come già accaduto negli ultimi anni, nessuna città supera i valori annuali previsti dalla normativa vigente per PM10, PM2.5 e NO2.​

Questi segnali positivi, però, non raccontano la direzione di marcia necessaria per i prossimi cinque anni. Dal 1° gennaio 2030, con la revisione della direttiva europea sulla qualità dell’aria, i valori obiettivo diventano più stringenti: 20 µg/m³ per il PM10, 20 µg/m³ per l’NO2 e 10 µg/m³ per il PM2.5. Applicando oggi quei parametri, 55 città su 103 (il 53%) non rispettano già il valore per il PM10; sul PM2.5 la criticità è ancora più ampia: 68 città su 93 (73%) sono oltre la soglia, mentre sull’NO2 sarebbero 40 città su 105 (38%).​

Legambiente individua scarti importanti: per il PM10 servirebbero riduzioni significative, tra le più elevate a Cremona (35%), Lodi (32%), Cagliari e Verona (31%), Torino e Napoli (30%). Per il PM2.5 i casi più difficili includono Monza (media annua 25 µg/m³ e necessità di riduzione del 60%), Cremona (55%), Rovigo (53%), Milano e Pavia (50%), Vicenza (50%). Sul biossido di azoto i distacchi più pesanti sono a Napoli (47%), Torino e Palermo (39%), Milano (38%), Como e Catania (33%).​

Al tema dei limiti si aggiunge quello, politico e amministrativo, delle procedure europee. Il documento richiama una nuova procedura di infrazione avviata a gennaio 2026 dalla Commissione europea per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico previsto dalla direttiva NEC 2016, indicata come la quarta che si somma alle tre già aperte negli anni precedenti per il superamento dei valori limite fissati dalla Direttiva Quadro Aria. Il messaggio è chiaro: anche quando i numeri sembrano migliorare, l’Italia resta esposta al rischio di nuove contestazioni se non consolida i risultati con scelte strutturali.​

Un capitolo a parte riguarda la velocità del cambiamento. L’analisi sui trend del PM10 negli ultimi quindici anni (2011–2025), basata su media mobile quinquennale, mostra che molte città stanno scendendo, ma troppo lentamente per arrivare alla soglia 2030 mantenendo il ritmo attuale. Su 89 città analizzate, 49 nel 2025 hanno valori di PM10 superiori al nuovo limite di 20 µg/m³; tra queste, 33 rischiano concretamente di non raggiungere l’obiettivo: l’esempio più netto è Cremona, che potrebbe fermarsi a 27 µg/mc, Lodi a 25, Verona a 27, Cagliari a 26. Situazione critica anche per Napoli, Modena, Milano, Pavia, Torino, Vicenza, Palermo e Ragusa, che secondo la stima potrebbero restare tra 23 e 27 µg/mc. Altre città, invece, pur essendo oggi sopra i 20 µg/mc, sarebbero sulla traiettoria giusta: tra queste Bari, Benevento, Bergamo, Bologna, Caserta, Como, Firenze, Foggia, Latina, Lucca, Ravenna, Roma, Salerno, Sondrio, Trento e Vercelli.​

Legambiente invita quindi a leggere il 2025 con equilibrio: un buon dato, ma non la prova che la partita sia vinta. Giorgio Zampetti, direttore generale dell’associazione, parla di miglioramenti «tra i più positivi» ma «fragili» e non sostenuti da scelte coerenti, criticando i tagli alle risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell’aria nel bacino padano a partire dal 2026 e per il triennio successivo. Il ragionamento è che proprio nelle aree più esposte — con il bacino padano citato come caso emblematico — ridurre gli strumenti economici può compromettere i risultati e allontanare ulteriormente il target 2030. Anche Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente, collega l’urgenza dei nuovi parametri agli impatti sanitari e richiama un dato sulle vittime attribuite al PM2.5: nel 2023 in Europa sarebbero state circa 238.000, di cui 43.000 in Italia, concentrate in pianura padana.​

Sul bacino padano, il focus del rapporto segnala un’evoluzione della geografia dello smog. Non sono più solo le grandi città a concentrare le criticità: anche piccoli e medi centri, e aree rurali, risultano sempre più esposte, con un peso attribuito — nel documento — anche agli eccessi dell’allevamento intensivo. È un punto che sposta il tema dalla sola dimensione urbana a quella territoriale: servono politiche mirate, investimenti e coordinamento, non interventi episodici. Da qui le proposte operative articolate in sei ambiti. Sul fronte della mobilità, Legambiente chiede di accelerare sugli investimenti nel trasporto pubblico locale e regionale, ampliare Ztl e aree a basse emissioni, estendere reti ciclopedonali e diffondere la «Città 30» come misura che può agire insieme su sicurezza e riduzione delle emissioni. Per riscaldamento ed edifici, si propone di istituire Low Emission Zone specifiche, superare gradualmente l’uso della biomassa nei territori più critici, vietare caldaie più inquinanti nelle zone esposte e spingere la riqualificazione energetica. Sulle emissioni industriali, il rapporto richiama piani di bonifica dei siti inquinati e restrizioni severe per impianti in aree urbane, fino al diniego di autorizzazioni per l’upgrading di impianti obsoleti. In agricoltura e allevamenti, l’associazione chiede di ridurre l’intensità di allevamento dove eccessiva, rafforzare buone pratiche sullo spandimento, incentivare investimenti per l’abbattimento delle emissioni di ammoniaca e vietare le combustioni agricole all’aperto. Infine risorse e governance: ripristino dei fondi previsti dal decreto Mase del luglio 2024, risorse certe e continuative, qualità dell’aria trattata come priorità nazionale e coordinamento efficace tra Stato, Regioni e Comuni. Sul monitoraggio, l’indicazione è potenziare la rete di centraline e introdurre un sistema sensoristico anche per inquinanti come metano e ammoniaca, descritti come precursori nella formazione di polveri sottili e ozono.​

Autonomia e Mezzogiorno: I diritti violati nel Sud

di MASSIMO MASTRUZZO – Mostrare i drammatici effetti per le regioni meridionali della mancata attuazione della legge del federalismo firmata nel 2009 dal leghista Roberto Calderoli, è fondamentale per comprendere i danni che provocherebbe l’autonomia differenziata.

Sulla carta, la legge si presentava con un obiettivo preciso: attuare sul territorio italiano un federalismo che sia al tempo stesso efficiente e solidale, come sancito dalla Costituzione. La virtuosità della legge sarebbe dovuta essere garantita da un principio fondamentale, il superamento del criterio della spesa storica, che funzionava pressappoco così: «tanto spendi tanto ti viene riconosciuto dallo Stato».

Per garantire tale superamento, lo Stato avrebbe dovuto stabilire e assicurare i Lep, ovvero i “livelli essenziali delle prestazioni”, i servizi essenziali ai quali hanno diritto i cittadini su tutto il territorio italiano. A tal fine, si decide di calcolare il costo corretto di questi servizi, il cosiddetto “fabbisogno standard”, che dovrebbe essere finanziato integralmente. Ma i Lep non sono mai stati attuati, allo stesso modo del Fondo di Solidarietà, che avrebbe dovuto aiutare i comuni in difficoltà.

Per comprendere la mancata attuazione della legge, basta prendere in esame due comuni italiani con lo stesso numero di abitanti: Reggio Emilia e Reggio Calabria. I dati sono sorprendenti: Reggio Emilia ha 171 mila abitanti contro i 180 mila di Reggio Calabria, eppure, la prima spende 28 milioni in istruzione, mentre la seconda solo 9. E ancora: 21 sono i milioni spesi in cultura da Reggio Emilia mentre sono solo 4 quelli del comune calabrese.

Come si è arrivato a tali differenze?

La mancata attuazione dei Lep ha impedito di correggere strutturalmente tali disparità.

In assenza dell’identificazione dei “livelli essenziali delle prestazioni”, infatti, i fabbisogni sono stati stabiliti esclusivamente sulla base della spesa storica, secondo il principio del “tanto avevi speso, tanto ti do”. Questo spiega il motivo per il quale al Comune di Reggio Emilia, che offre più servizi, viene riconosciuto un fabbisogno di 139 milioni, mentre Reggio Calabria, che ha molti meno servizi, vengono riconosciuti 104 milioni, una differenza di 35 milioni di euro in meno rispetto al comune emiliano nonostante i 9 mila abitanti in più.

Chi stabilisce i valori di tali fabbisogni è il Sose – Soluzioni per il Sistema Economico S.p.A., una società pubblica creata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Banca d’Italia. Marco Stradiotto, responsabile della sezione finanza pubblica dell’azienda, ad una domanda del giornalista Bonaccorsi del programma Report, circa la differenza tra i 59 euro pro capite di Reggio Calabria con i 2.400 euro pro capite di Reggio Emilia, Stradiotto ha dichiarato: «Sulla base di quello che ci dice la normativa siamo andati a considerare quello che è il livello storico dei servizi». «Quindi avete lasciato le cose come stavano?» chiarisce Bonaccorsi, «e come potevamo fare diversamente?» ammette Stradiotto.

Un esempio della disparità tra le regioni italiane è data dalla seguente tabella del Sose che indica i criteri secondo i quali la spesa sociale viene distribuita tra i comuni italiani. La spesa media pro capite è di 67 euro, solo che tale media si concretizza con una serie di variazioni: 10 euro in più ad un emiliano, 31 euro in meno ad un calabrese e addirittura 35 euro in meno ad un campano. I tecnici le chiamano “variabili dummy regionali”, un tecnicismo che nasconde un dato politico: l’introduzione di correttivi territoriali che, nei fatti, penalizzano sistematicamente alcune aree del Paese.

Questo significa che lo Stato ha finito per istituzionalizzare la disuguaglianza territoriale come parametro tecnico di riparto, trasformando una scelta politica in una presunta neutralità amministrativa.

Ad approvare tali variabili regionali è stato Luigi Marattin, all’epoca presidente della Commissione Fabbisogni Standard e stretto collaboratore nonché consigliere economico del Presidente del Consiglio Matteo Renzi durante il suo governo (2014–2016).

Con “Divorzio all’italiana” la trasmissione Report ha calcolato gli effetti della mancata applicazione della legge sul federalismo fiscale. Il comune che ha subito il peggior trattamento è Giugliano in Campania che avrebbe dovuto ricevere 33 milioni di euro per ogni anno. Reggio Calabria non ha ricevuto 41 milioni di euro, 229 euro per ogni suo cittadino. A Crotone, invece, mancano 13 milioni di euro, mentre Catanzaro avrebbe dovuto ricevere 15 milioni. Al Comune di Napoli mancano 159 milioni, meno 165 euro per ogni cittadino.

Ma non aver applicato i Lep non significa solamente non aver applicato la legge. Significa anzitutto: «Condannare a una maledizione storica un territorio».

Per tutto quanto sopra descritto la Corte costituzionale ha più volte richiamato la necessità di garantire in via preventiva i livelli essenziali delle prestazioni (Lep), affinché i diritti civili e sociali siano assicurati in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, e con la sentenza n. 192 del 14 novembre 2024, la Corte costituzionale ha dichiarato parzialmente incostituzionale la legge n. 86/2024 sull’autonomia differenziata.

Nonostante la chiarezza della pronuncia della Consulta, il ministro Roberto Calderoli, con l’attenzione dell’opinione pubblica assorbita dal referendum sulla giustizia, e il sostegno del governo, ha accelerato le pre-intese con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, riaprendo un passaggio politico cruciale per l’assetto della Repubblica, perché si tratta di una ridefinizione sostanziale dei rapporti tra Stato e Regioni, con effetti diretti sui diritti fondamentali dei cittadini.

Il punto non è se l’autonomia differenziata sia legittima in astratto. Il punto è: può essere introdotta in un Paese che non ha ancora garantito i livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale?

Chi oggi, dall’opposizione alla maggioranza, a parole si dice contrario all’autonomia differenziata, ma non si strappa le vesti come, ad esempio per l’opposizione al Ponte sullo Stretto o al referendum, come giustificheranno la loro flebile difesa dei diritti costituzionali dei cittadini del Sud-Italia? (mm)

(Direttivo nazionale MET  – Movimento Equità Territoriale)

Aree interne e spopolamento: così la Calabria muore

di FRANCESCO RAO – Per anni abbiamo raccontato lo spopolamento delle aree interne come una questione generazionale. I giovani che partono per studiare, per lavorare, per costruire altrove il proprio futuro sono diventati il simbolo più evidente di una frattura territoriale che attraversa il Paese. Ma oggi quella narrazione non basta più. Sta accadendo qualcosa di più silenzioso e, per certi versi, più radicale: stanno partendo anche gli anziani. Non per ambizione, non per mobilità sociale, non per desiderio di modernità. Partono per necessità. Partono perché restare diventa, giorno dopo giorno, impraticabile. Non si tratta di una migrazione economica, né di una scelta culturale. È una migrazione della fragilità. Uomini e donne che hanno lavorato per una vita nei piccoli comuni, che hanno costruito famiglie, reti, economie di prossimità, si trovano oggi costretti a lasciare la propria casa per avvicinarsi ai figli o ai presidi sanitari, ai servizi assistenziali, a un contesto urbano capace di garantire ciò che il territorio d’origine non riesce più ad assicurare. Non migrano verso un luogo desiderato, ma verso un luogo funzionale. Non inseguono un progetto, ma gestiscono un rischio. La partenza non è quasi mai preventiva. È reattiva. Segue un evento concreto: una caduta domestica, una diagnosi cronica, la difficoltà di raggiungere un ambulatorio distante decine di chilometri, l’impossibilità di garantire continuità a una terapia riabilitativa. Episodi ordinari nella biografia dell’invecchiamento che, in un contesto urbano strutturato, resterebbero gestibili e che invece, nelle aree interne segnate dalla rarefazione dei servizi, diventano fratture definitive. Non è la patologia in sé a determinare lo spostamento, ma l’organizzazione materiale della vita quotidiana: la distanza dai poli specialistici, la discontinuità del trasporto pubblico, la fragilità dell’assistenza domiciliare, l’erosione delle reti sociali strutturate. Quando questi fattori si sommano, la permanenza nel territorio diventa fragile prima ancora che malata. La famiglia interviene e trasforma il trasferimento in una strategia di protezione. È una scelta che non è scelta, una rinuncia che assume la forma della responsabilità. Questo processo produce un effetto sistemico di portata spesso sottovalutata. Nelle aree interne, gli anziani non rappresentano soltanto una quota demografica, ma una vera infrastruttura sociale informale. Sostengono le economie locali di prossimità, alimentano reti di solidarietà intergenerazionale, custodiscono memoria comunitaria, garantiscono continuità relazionale. La loro uscita non comporta soltanto una diminuzione numerica della popolazione; determina una trasformazione qualitativa del tessuto sociale. Si abbassa la densità delle relazioni, si indebolisce la capacità comunitaria di auto-organizzarsi, si accelera la vulnerabilità dei nuclei rimasti. È una forma di de-istituzionalizzazione territoriale diffusa: non vengono meno solo i servizi pubblici, ma anche quelle risorse informali che consentono alla vita quotidiana di reggersi su equilibri minimi di reciprocità. In questo quadro, anche la longevità cambia significato. L’aumento dell’aspettativa di vita, conquista indiscutibile delle società contemporanee, non è una variabile neutra. Nei territori dotati di infrastrutture sociali robuste, amplia le opportunità di partecipazione e di invecchiamento attivo. Nei territori carenti, può trasformarsi in estensione temporale della vulnerabilità. La stessa età produce esiti radicalmente differenti a seconda della geografia. Non è l’invecchiamento in sé a generare fragilità; è il contesto a determinarne l’intensità e la gestibilità. La disuguaglianza non è soltanto sanitaria, ma territoriale. Non riguarda solo il reddito o l’accesso alle cure, ma la concreta possibilità di organizzare la propria quotidianità senza dipendere da una migrazione forzata. Qui si colloca la questione più profonda, che supera il dato demografico e investe il principio stesso di cittadinanza. Se la possibilità di invecchiare nel proprio luogo di vita dipende dal livello locale di servizi essenziali, allora il diritto formale all’assistenza, alla salute, alla dignità della vecchiaia si frammenta nello spazio. La permanenza diventa selettiva. Alcuni possono scegliere dove vivere; altri sono costretti a spostarsi per esercitare diritti che sulla carta sono universali. Quando la geografia condiziona l’effettività dei diritti, la cittadinanza si territorializza. E una cittadinanza che varia in base al luogo non è soltanto diseguale: è strutturalmente fragile. La Calabria che perde i suoi abitanti più silenziosi non sta assistendo solo a un declino numerico, ma a una trasformazione profonda della propria architettura sociale. Se partono anche coloro che avrebbero dovuto rappresentare la continuità, la memoria, la stabilità, allora il problema non riguarda più soltanto lo sviluppo economico delle aree interne. Riguarda la tenuta del modello di welfare e la coerenza del patto repubblicano. Perché un Paese nel quale si è costretti a lasciare la propria casa per poter invecchiare con dignità è un Paese che deve interrogarsi non solo sulla propria demografia, ma sulla propria idea di giustizia territoriale. (fra)

Sociologo e Docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma

Alta Velocità: la direttrice Lagonegro-Tarsia collegherebbe tutto l’Arco Jonico

​di DOMENICO MAZZA – L’ennesima ondata di maltempo che ha flagellato il litorale tirrenico calabrese non ha lasciato dietro di sé solo detriti, frane e coste devastate, ma ha messo a nudo una verità che la Politica regionale continua ostinatamente a voler ignorare. Mentre il mare divora letteralmente porzioni di territorio tra Praia a Mare e Paola, e l’erosione costiera dimostra tutta la fragilità di un ecosistema già strozzato da un’antropizzazione selvaggia, c’è ancora qualche frangia politica di disperati che ha il coraggio di sostenere che l’AV Sa-RC debba passare da lì. È un delirio infrastrutturale che ignora la realtà dei fatti e la sicurezza dei cittadini.

​L’inganno del tracciato tirrenico: costi esorbitanti e rischi strutturali

​Dobbiamo essere onesti: l’idea di realizzare una direttrice AV a sud di Praia, verso Paola, sarebbe un’aberrazione ingegneristica. Considerata la cronica penuria di terreno disponibile e l’avanzata inarrestabile del mare, la ferrovia dovrebbe correre costantemente in condizione di mezza costa. Quanto detto, significherebbe realizzare una serie infinita di gallerie e viadotti sospesi su versanti fragili. I costi di costruzione e la conseguente manutenzione si rivelerebbero molto più lunghi e infinitamente più onerosi rispetto alla direttrice interna. Optare, quindi, per un’eventuale scelta tirrenica del tracciato ferroviario comporterebbe “infilare” il miliardario progetto dell’Alta Velocità in un “budello” buio e instabile. Tutto ciò, al solo fine di assecondare recriminazioni politiche locali e scampoli di campanile che nulla hanno a che fare con il bene comune.

​Il ritorno al buonsenso: non già l’ipotesi Praia-Tarsia, ma la direttrice Lagonegro-Tarsia

​L’idea progettuale che aveva visto un notevole investimento finanziario nel realizzare uno studio di fattibilità (ipotesi Praia-Tarsia) si è dimostrata essere di difficile attuazione. Le falde acquifere presenti nel ventre dei Monti dell’Orsomarso hanno suggerito di abdicare su tale scelta di tracciato. Tuttavia, valutando l’ipotesi costiera a sud di Praia si correrebbe il rischio concreto di trovare una toppa peggiore del buco.​ Bisogna riprendere con forza il progetto originario, quello che la logica e la geografia suggeriscono da decenni: la direttrice Lagonegro-Tarsia. Spostare l’asse ferroviario verso l’interno – scollinando il Pollino, nella sua parte meno estesa, e procedendo lungo la media valle del Crati – non è una rinuncia. È una scelta strategica di stabilità e visione. Il tracciato, procedendo verso Cosenza, proseguendo per Lamezia Terme e raggiungendo Reggio Calabria, garantirebbe una dorsale baricentrica sicura e al riparo dalle mareggiate. Questo percorso non solo è più semplice da realizzare, ma è l’unico che può garantire la continuità del servizio nei prossimi decenni. Senza il timore che gli eventi atmosferici estremi, ormai sempre più diffusi, isolino la nostra Regione e, di conseguenza, i collegamenti verso la Sicilia.

​L’Arco Jonico non può restare a guardare: il bivio di Tarsia e il deviatoio di Thurio

​Una progettualità seria e non viziata da pennacchi e campanili non può prescindere da una visione di insieme che includa l’intera Calabria. Se l’Alta Velocità passa dall’interno, si apre finalmente la possibilità concreta di collegare tutto l’Arco Jonico. Lo stesso territorio rimasto ai margini del più basilare concetto di mobilità integrata sin dalla notte dei tempi.​ Accanto alla direttrice principale, bisogna spingere per la realizzazione di rami funzionali che consentano ai territori cosiddetti marginali di acquisire una nuova baricentricità geografica. All’altezza di Tarsia-Spezzano Terme va realizzata un’asta moderna e funzionale che si diriga verso la Sibaritide. Una bretella ferroviaria che nel triangolo Doria-Thurio-Sibari rifunzionalizzi l’intero settore jonico a partire da Crotone. Un moderno sistema di confluenza verso la direttrice principale che realizzi nei fatti ciò che fino a qualche anno fa era stato promosso come “Diagonale del Mediterraneo”. Solo così Città come Corigliano-Rossano e Crotone – e relative aree di pertinenza e gravitazione – potranno finalmente uscire da un isolamento secolare e agganciarsi alla grande rete europea. È l’unico modo per dare un senso alla parola coesione territoriale: avere rami che servano il Tirreno (Lagonegro-Praia e nuova galleria Santomarco) e uno che porti l’Alta Velocità verso lo Jonio (deviatoio di Thurio), trasformando la Calabria da terra di transito a hub logistico del Mediterraneo.

​Basta propaganda sulla sabbia

​Le recriminazioni sollevate in questi giorni da alcuni esponenti politici, che nonostante le coste distrutte insistono sul passaggio tirrenico, sono un insulto all’intelligenza dei Calabresi e alla sicurezza dei viaggiatori. L’Alta Velocità deve correre dove il terreno è solido e dove il progetto può servire il maggior numero di cittadini con il minor rischio possibile. La valle del Crati e l’innesto verso lo Jonio sono le uniche risposte logiche. Il resto è propaganda elettorale scritta sulla sabbia. E la sabbia, come la storia ci insegna, il mare se la porta sempre via. (dm)

(Comitato Magna Grecia)