Disegno di Legge per la riforma della salute, ma intanto si allontana la fine del commissariamento in Calabria

di ERNESTO MANCINI – Il Governo, su proposta del Ministro alla Salute Schillaci, ha presentato in Parlamento un disegno di legge recante nuove disposizioni in materia sanitaria. In tale disegno di legge assume particolare rilievo la nuova disciplina della responsabilità civile e penale dei professionisti sanitari (medici, infermieri, farmacisti ed altri operatori del settore) in caso di malpractice.

In particolare, viene introdotto il principio per cui il medico – ci riferiamo per brevità a questo professionista ma le regole sono comuni anche agli altri professionisti sanitari –risponde della sua condotta limitatamente ai casi in cui ha agito con colpa grave e cioè non per qualsiasi livello di colpa (es.: colpa lieve) ma solo quando la negligenza, l’imprudenza, l’imperizia, o l’inosservanza di normative (leggi, regolamenti, ordini e discipline)  sono inescusabili e perciò qualificano la colpa come colpa grave.

È probabile che il disegno di legge governativo venga approvato stante la corrispondente maggioranza parlamentare.

Responsabilità penale: la disciplina vigente e quella prossima

In effetti nella vigente disciplina penale della colpa medica di cui all’art. 590 sexies del codice penale introdotto dalla legge Gelli Bianco del 2017, non si distingue esplicitamente tra colpa lieve e colpa grave. Tuttavia, il medico risponde per lesioni od omicidio colposo nei casi di negligenza ed imprudenza mentre per l’imperizia non è responsabile se ha comunque applicato le pertinenti linee guida per il caso concreto ovvero, in mancanza di linee guida, abbia attuato le buone pratiche cliniche assistenziali. 

Con il nuovo disegno di legge, non si distinguono più i diversi tipi di colpa: se il medico rispetta le linee guida, sarà responsabile solo per colpa grave mentre andrà assolto per quella non grave (art. 590 sexies).

Al riguardo il nuovo legislatore introduce anche l’articolo 590 septies stabilendo che per l’accertamento della colpa e la sua graduazione il Giudice penale dovrà tenere conto «anche della complessità della patologia, della scarsità delle risorse umane e materiali disponibili, delle eventuali carenze organizzative (quando la scarsità e le carenze non sono evitabili da parte dell’esercente l’attività sanitaria) della mancanza, limitatezza o contraddittorietà delle conoscenze scientifiche sulla patologia o sulla terapia, della concreta disponibilità di terapie adeguate,  dello specifico ruolo svolto in caso di cooperazione multidisciplinare,  della presenza di situazioni di urgenza o emergenza».

Occorre precisare che l’elenco in questione ha natura meramente esemplificativa e non esaustiva, come desumibile dall’impiego dell’avverbio “anche”. Pertanto, il giudice, nell’accertare la sussistenza della colpa e la relativa gravità, potrà prendere in considerazione ulteriori circostanze specifiche riferite al caso concreto.

Responsabilità Civile: la disciplina vigente e quella prossima

Anche nella disciplina vigente della responsabilità civile prevista dalla legge Gelli Bianco del 2017 non viene fatto riferimento alla colpa grave ai fini della sussistenza o meno della responsabilità medica. Lo fa invece, sia pure implicitamente, il nuovo legislatore quando stabilisce che ai fini dell’accertamento e della graduazione della colpa il giudice civile deve tener conto di tutte le situazioni in cui si è svolta l’attività medica (nuovo comma 3 bis dell’art, 7 della legge Gelli Bianco).

Al riguardo, dopo avere richiamato l’art. 2236 del codice civile (di cui si dirà subito) il legislatore riproduce esattamente le stesse circostanze indicate nella norma penale sopra ricordate: complessità della patologia, mancanza o contraddittorietà delle conoscenze scientifiche, ecc. ecc.). Anche il Giudice civile dovrà perciò tenere conto di tali circostanze ai fini dell’accertamento e della graduazione della colpa.

Osservazioni sulla nuova disciplina

Il fondamento della colpa grave nell’ordinamento giuridico

È opportuno evidenziare che tutte le indicazioni introdotte dal nuovo legislatore risultano già racchiuse nel citato art. 2236 del codice civile del 1942, applicabile a qualsiasi prestatore d’opera professionale. Tale norma, con straordinaria ed efficace sintesi, stabilisce infatti che «se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni se non in caso di dolo o colpa grave».

L’istituto in parola, peraltro, affonda le proprie radici già nel diritto romano (in particolare medici, architetti, costruttori e altri artifices) ove la limitazione della responsabilità alla culpa lata del prestatore d’opera nel caso di prestazioni particolarmente complesse era già positivamente affermata.

La colpa grave, intesa come specifico livello di colpevolezza, è dunque richiamata espressamente sia dalla nuova disciplina penale sia da quella civile col riferimento all’art. 2236 c.c..

Per completezza, va precisato che il nuovo legislatore non interviene sulla responsabilità amministrativa – che, beninteso, riguarda anche i medici nei confronti dell’ente datore di lavoro – poiché la limitazione alla colpa grave è già da tempo prevista dall’art. 1 della legge n. 20/1994 (c.d. legge Prodi).

L’applicazione della legge più favorevole

L’art 2 comma 4 del codice penale prevede che se vi è successione di leggi nel tempo si applica quella più favorevole al reo. Ne discende, con tutta evidenza, che la norma di maggiore favore prevista dall’attuale disegno di legge inciderà sui procedimenti in corso non appena entrerà in vigore (favor rei). Non inciderà invece sui procedimenti già definiti.

La responsabilità della struttura sanitaria

Non può ritenersi condivisibile la previsione – inizialmente contemplata nel disegno di legge – secondo cui, nell’ipotesi in cui il medico non sia chiamato a rispondere né in sede penale né in sede civile per colpa lieve, neppure la struttura sanitaria di appartenenza sarebbe considerata responsabile (proposta alternativa di integrazione dell’art. 7, comma 3-bis, della legge Gelli-Bianco).

Questa disposizione, inserita in una precedente versione del disegno di legge del Governo ma poi rimossa, va comunque esaminata perché gravemente errata e potrebbe essere reintrodotta durante l’esame parlamentare.

Va detto al riguardo che il danno per lesioni o morte, pur non potendo essere rimproverato penalmente o civilmente al medico alla luce delle nuove norme, può comunque sussistere. Di conseguenza, si deve ritenere che permanga la responsabilità civile della struttura ai fini dell’eventuale risarcimento del danno.

Infatti, l’esonero dalla responsabilità civile della struttura si porrebbe in evidente contrasto con l’art. 28 della Costituzione, che sancisce la responsabilità solidale dello Stato e degli enti pubblici per i danni cagionati dai propri dipendenti. Sarebbe anche in contrasto con l’art. 32 della medesima carta costituzionale, che tutela come diritto fondamentale dell’individuo la salute, il cui ristoro patrimoniale in caso di lesione costituisce forma indiretta di protezione. Insomma, verrebbe minata la stessa fiducia dei cittadini nel servizio sanitario pubblico.

Inoltre, ci sarebbe un contrasto con l’art. 2049 del codice civile secondo il quale «il datore di lavoro risponde delle condotte dannose dei propri dipendenti». La struttura sanitaria, pertanto, sia pubblica che privata deve comunque essere tenuta a risarcire il danno subìto dal paziente. Non va sottaciuta, al riguardo, la disparità di trattamento che si avrebbe con altri datori di lavoro non sanitari che continuerebbero a rispondere della responsabilità dei propri dipendenti qualunque sia il grado di colpa.

Quanto precede consente di affermare che l’esigenza di limitare gli oneri risarcitori, diretti o assicurativi, gravanti sulle strutture sanitarie pubbliche o private ai soli casi di colpa grave non può essere equiparata né posta in bilanciamento con il superiore diritto al risarcimento del danno, a prescindere dal grado della colpa.

Va, infine, notato, per concludere sul punto, che nello stesso comunicato n. 37 del Governo in data 4 settembre u.s. si legge «Viene confermata la responsabilità penale per colpa grave per chi esercita la professione sanitaria, ma non si lede in alcun modo il diritto dei cittadini al giusto risarcimento di danni subiti». E ciò chiarisce in modo definitivo e positivo qual è la volontà del legislatore.

Il rischio professionale e la medicina difensiva

Occorre valutare altri due aspetti tra di loro connessi.

Il primo riguarda la particolare esposizione dei medici e degli altri professionisti sanitari al rischio professionale. Essi «hanno in mano» la salute e, sovente, la vita stessa dei pazienti sicché la disciplina delle loro condotte deve essere rigorosa, come del resto vogliono i loro codici deontologici. È pur vero, d’altra parte, che sono frequenti denunce e contenziosi pur in mancanza di una reale fondatezza delle pretese punitive o risarcitorie. In taluni casi, si tratta di iniziative giudiziarie palesemente temerarie e speculative, che tuttavia provocano al medico – costretto a subirle ingiustamente – rilevanti disagi psicologici ed esistenziali.

Il secondo aspetto, non meno rilevante, concerne il fenomeno della cosiddetta medicina difensiva. Tale prassi, fortemente deleteria, può indurre il professionista a privilegiare scelte diagnostiche o terapeutiche dettate più dal timore di conseguenze legali che dall’evidenza scientifica. Ciò comporta che il paziente possa ricevere cure subottimali, che l’innovazione ed il progresso della medicina vengano rallentati, che si generino costi per esami e procedure non necessarie, che si incida in modo ingiustificato sia sulla finanza pubblica sia sulla capacità economica del singolo paziente quando il servizio pubblico non è tempestivo.

In tale contesto, il nuovo disegno di legge si colloca nel solco già tracciato dalla legge Gelli-Bianco del 2017, rafforzando ulteriormente la tutela dei professionisti sanitari mediante l’introduzione del parametro della cosiddetta colpa grave, quale soglia limite oltre la quale soltanto può ritenersi giustificata ogni pretesa punitiva.

Non si tratta, peraltro, di uno “scudo penale” – come impropriamente definito da alcuni organi di stampa – poiché l’affermazione della responsabilità penale, così come di quella civile e amministrativa, resta comunque dovuta per condotte oggettivamente inaccettabili e gravemente colpose. Non potrebbe essere diversamente.

L’imperizia rispetto alla negligenza ed all’imprudenza.

Suscita qualche perplessità la scelta operata dal nuovo legislatore di eliminare la norma della legge Gelli-Bianco che differenzia il trattamento dell’imperizia rispetto alla negligenza e all’imprudenza. In particolare, la legge Gelli-Bianco considera in astratto meno riprovevole l’imperizia (ad esempio l’errore tecnico) qualora siano state comunque osservate le linee guida o le buone pratiche clinico-assistenziali pertinenti al caso specifico, senza estendere analogo favore ai profili di negligenza e imprudenza. Si tratta di un aspetto che merita un approfondimento. È vero tuttavia  che il codice penale non prevede alcuna gerarchia tra queste forme di colpa generica, rimettendo opportunamente al giudice la valutazione, caso per caso, di quali elementi soggettivi assumano rilievo ai fini della decisione.

Conclusioni (provvisorie)

In attesa del testo definitivo che sarà approvato dal Parlamento – non prevedendosi, salvo eventuali integrazioni, modifiche sostanziali – si può esprimere un giudizio complessivamente positivo sul disegno di legge, a condizione che resti intatto il diritto del cittadino al risarcimento che la struttura sanitaria è comunque tenuta a garantire in caso di accertata “malpractice”, anche se derivante da colpa lieve. Peraltro, i danni, pur se conseguenti a colpa lieve, possono risultare di entità rilevante.

Il promesso legislatore ha sostanzialmente ed opportunamente codificato in un testo specifico per i professionisti sanitari princìpi già esistenti ab immemore nell’ordinamento come “le speciali difficoltà” cui l’attività sanitaria può andare incontro.

Ha, inoltre, scoraggiato la pretesa punitiva penale quando si tratti di colpa lieve in una professione particolarmente esposta a rischio senza con ciò intaccare l’azione civile del cittadino contro la struttura per il dovuto risarcimento del danno subìto anche se da colpa lieve.

Ha comunque salvaguardato la pretesa punitiva penale e risarcitoria civile quando si tratta di condotte assolutamente imperdonabili ed ingiustificate.

Probabilmente analoghe codificazioni andrebbero fatte anche per altre professioni esposte a rilevanti rischi di responsabilità. Meglio ancora sarebbe una disciplina quadro per tutte le professioni con successive norme di dettaglio per le specificità di ognuna ferme restando le tutele del cittadino danneggiato. Ma questo è un problema non semplice poiché inevitabilmente le priorità vengono dettate dalla forza contrattuale e dalla pressione di ciascuna categoria professionale. Nell’attesa ci si deve affidare alla iuris prudentia.  Il legislatore, i sindacati ed i competenti ordini professionali dovrebbero comunque cominciare a pensarci. (em)

E PER MOTIVI “TECNICI”SLITTA  LA FINE DEL COMMISSARIAMENTO

La motivazione ufficiale parla di “motivi tecnici” addotti dal ministra della Salute Orazio Schillaci a proposito della fine del commissariamento della Sanità in Calabria, data per imminente dal Presidente Occhiuto.

È ingiustificabile qualsiasi proposta di rinvio, la Calabria ha bisogno di poter avere una sanità in regola, con un suo assessore e procedure certe sia per  le prestazioni che per le assunzioni e l’organizzazione generale degli intervesti destinati a cura e prevenzione dei calabresi.

La misura è colma: che farà adesso Occhiuto?

Reggio, il sindaco uscente Falcomatà in crisi: cosa faranno i dem?

di SANTO STRATI – Dopo l’accorato  saluto alla Città di Giuseppe Falcomatà, sindaco per undici primavere (che non hanno a che vedere con quella del padre Italo amatissimo dai reggini), molti osservatori politici si aspettavano una chiusura rapida della seduta che doveva proclamare la sopravvenuta decadenza del sidaco dopo l’elezione al Consiglio regionale.

Ottimismo o aspirazione di una veloce conclusione per vincere una impazienza che montava incontrollabile, non si saprà mai; il fatto è che la seduta riprende stamattina con probabili colpi di scena dopo l’ultimatum dei consiglieri dem che hanno prodotto una pesante nota contro Falcomatà che non potrà non lasciare il segno.

Ancora ieri sera non si parlava di mozione di sfiducia, a questo punto l’unica mossa seria per recuperare dignità e tentare un riavvicinamento al territorio da parte di un partito evavescente  (pd = potete dimenticarci), ma a tutto c’è un limite. Perché, sia chiaro, non è solo una questione di potere politico a chi ce l’ha più robusto, bensì scatta un meccanismo inconscio che il buon Leo Longanesi aveva sintetizzato in una frase: “tengo famiglia”. Già, scusate il cinismo, ma la netta sensazione è che alla base della rinuncia al seggio (tutti a casa, subito ! – direbbe una persona perbene)  ci siano volgarissimi, ma rispettabilissimi aspetti economici. Che ci permettiamo di evidenziare: il sindaco di Reggio, al lordo, guadagna poco più di 165mila euro all’anno; il vicesindaco poco più di 124mila e lo stesso importo il presidente del Consiglio. Gli assessori portano a casa poco più di 107mila euro, ma i “poveri e semplici“ consiglieri si devono “accontentare” di un gettone mensile di 3.500 euro. Sei mesi di “stipendio” sono 14 mila euro (lordi) che svanirebbero d’incanto in caso di scioglimento del Consiglio comunale: E quando gli ricapita? Soprattutto per chi non ha un’attività professionale o commerciale, o un qualunque altro lavoro che produce reddito. Quindi firmare la mozione di sfiducia e mandare tutti a casa è – occorre dirlo – un insano caso di autolesionismo, anche se, in verità esprimerebbe un alto senso civico e una grande dignità.

per questa ragione restiamo scettici sulla posizione intransigente dei consiglieri dem, seguiti a ruota da Red e Rinascita. Belle parole, durissimo attacco all’ex “caro” sindaco, ma poi subentra la coscienza di buttare via un compenso sicuro e, poi, fino alle nuove elezioni chi vivrà vedrà.

E questo discorso vale ugualmente per gli altrettanto intransigenti consiglieri della minoranza che parlano, parlano, ma poi nessuno si fa avanti a chiedere una firma trasversale per abbattere un avversario divenuto troppo scomodo per tutta l’assise.

E allora cosa succede? Non c’è spazio per la commozione e la lacrima di maniera, c’è solamente la coscienza che si è arrivati alla fine della corsa e tutti – nessuno escluso – dovranno pagare il biglietto.

Questa città è stanca, oltre che visibilmente devastata, disastrata e vilipesa, con pochissime chances di risalita. Il tempo dirà quante cose buone ha fatto Falcomatà e quanti guasti ha provocato, soprattutto nel dopo elezioni.

Mortificato e offeso ha usato la clava dell’Istituzione che guidava per togliersi i sassolini dalle scarpe e gustarsi, a freddo, una vendetta maturata subito dopo lo spoglio. I timori del “tradimento” di molti ex sodali si facevano di ora in ora sempre più concreti e l’amarezza superava la pur legittima felicità di varcare Palazzo Campanella (anche col rotto della cuffia e qualche ansia non ancora sopita). A Falcomatà l’ultimo gesto:  dimissioni e tutti a casa? I reggini forse gradirebbero. (s)

Giuseppe Falcomatà, l’eretico in guerra con il suo Partito (democratico)

di SANTO STRATI – Quella che dovrebbe essere oggi, in Consiglio comunale a Reggio, una semplice seduta di routine per accertare l’incompatibilità del sindaco dopo la sua elezione al Consiglio regionale, potrebbe, in realtà, diventare l’atto finale della consiliatura.

Tutto nasce dall’eventualità (molto remota, per la verità) di una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco che manderebbe tutti a casa: ci sarebbe il commissariamento per traghettare la città alle elezioni di primavera e si volterebbe drasticamente pagina.

Ma chi potrebbe presentare la mozione di sfiducia? La minoranza, si suppone, con l’appoggio (velato) di alcuni esponenti della maggioranza (cioè pd) che sono arrivati al limite della sopportazione. Oppure – ma è uno scenario da periodo ipotetico di IV tipo: praticamente irrealizzabile – il Pd, guidato dal segretario regionale – e senatore – Nicola Irto potrebbe decidere di porre fine all’assurda guerra che Falcomatà – in vera e propria eresia – ha dichiarato al partito. Uno stop obbligato per rifiatare e pensare come ricostruire sulle “macerie” che i dem si lasciano dietro ormai da troppo tempo. È finita la rendita vitalizia e – pur comprendendo bene che sarà sicuramente ed estremamente improbabile la riconquista della Città di Reggio – ci sarebbe da considerare che un gesto di tale portata avrebbe il grandissimo risultato di riavvicinare i reggini al partito e ripartire da zero a sinistra. In una nuova ottica che tenga conto, in primo luogo, del territorio e della sua gente e che torni a parlare ai cittadini, ma soprattutto ad ascoltarli. I mugugni che si registrano in riva allo Stretto sono in realtà urla eclatanti di una conclamata insostenibilità dello status quo.

E il sindaco uscente, Giuseppe Falcomatà, continua a buttare benzina sul fuoco, anziché tentare di individuare eventuali “estintori” sociali, in grado di appianare il dissidio, ormai diventato guerra.

Le ultime mosse del sindaco Falcomatà, del resto, hanno gettato nello sconforto i dem reggini che non riescono a spiegarsi la scelta del nuovo assessore alla Cultura Mary Caracciolo, non solo smaccatamente di destra – era capogruppo di Forza Italia al Comune nella passata consiliatura–  ma anche, in passato protagonista di accesissimi scontri proprio con Falcomatà con relativi “insulti” politici non proprio eleganti.

E uguale stupore ha destato la scelta di modificare la composizione della Giunta mandando a casa Paolo Malara, l’assessore del pluricelebrato MasterPlan di Reggio (di cui lo stesso sindaco esaltava contenuti e obiettivi) e Anna Briante.

Ora, fermo restando che è prerogativa di ogni sindaco nominare e revocare i propri assessori, quello che tutti si chiedono a Reggio – sapendo che non avranno risposta  – è che senso ha modificare una Giunta su cui non si avrà alcun controllo? E perché sostituire, pochi giorni prima di lasciare Palazzo San Giorgio, i due manager delle società in house Hermes e Castore, i cui risultati – a detta dello stesso sindaco – erano stati eccellenti?

Le malelingue dicono che, vestiti i panni del Conte di Montecristo, Giuseppe Falcomatà ha voluto attuare la sua vendetta personale nei confronti di quanti non lo hanno sostenuto in campagna elettorale. Ora, premesso che il sindaco Falcomatà avrebbe potuto, a buon diritto, aspirare alla vicepresidenza del Consiglio regionale (assegnata d’imperio dal pd al sindaco di Palmi Giuseppe Ranuccio), l’ulteriore sgarbo nei suoi confronti dal PD è venuto con la mancata designazione a capogruppo a Palazzo Campanella. Una mortificazione che gli si poteva evitare, visto che, nel bene o nel male, ha tenuto per 11 anni un posto di grande prestigio in Calabria. Sindaco della città più popolosa, e sindaco metropolitano: un ruolo, che al di là di qualunque apprezzamento benevolo a contrario, non si può nascondere come la polvere sotto il tappeto quando si fanno di malavoglia le pulizie di casa.

Che le scintille fra Irto e Falcomatà avrebbero attizzato un grande incendio è stato evidente già dalla composizione delle liste elettorali: probabilmente Falcomatà non sarebbe riuscito – come è successo a Tridico – a battere Occhiuto, ma sicuramente i dem avrebbero potuto mostrare “l’esistenza in vita” del loro partito in Calabria, incapace persino di esprimere un candidato alla presidenza. Questo, ovviamente, con tutta la stima e il rispetto per Pasquale Tridico, il quale si è trovato a giocare un partita già persa in partenza.

Negata la candidatura alla presidenza della Regione, Falcomatà ha accettato il “contentino” della candidatura al Consiglio (e ci mancava pure che il pd non lo candidasse!) ma non immaginava che avrebbe fatto tutto da solo.

A Reggio due terzi della città lo ama, oppure no – scusate, è facile confondersi – due terzi della città non lo ama, eppure è riuscito da solo a raccogliere oltre 10mila preferenze. Una bella vittoria, un bello schiaffo morale a Irto e i suoi sodali che gli hanno fatto – parliamoci chiaro – una campagna contro, puntanto tutto, nella provincia reggina, su Ranuccio (che ha pur buoni meriti nella sua sindacatura a Palmi). Epperò, il sindaco “azzoppato” ha ugualmente raggiunto il traguardo.

Peccato che abbia deciso di buttare l’acqua sporca col bambino dentro, inguaiandosi – senza ragione – in un guazzabuglio di nomine e di revoche che il popolo reggino ha ha semplicemente identificato in una “grande vendetta”.

Probabilmente Falcomatà ha dimenticato le sue letture giovanili di Dumas e si è immedesimato tout court nel Conte vendicatore di torti ingiustamente patiti. Ma quali torti avrebbe subito Falcomatà? Quello dello sgarbo della mancata candidatura a rivale di Occhiuto? O quello del mancato “appoggio” del “suo” partito?

Non si trascuri il fatto che tra pochi mesi, in primavera, i reggini andranno al voto e una situazione di questo genere non solo ha provocato disagi e imbarazzi, nell’ala progressista della città, ma incoraggia la diserzione alle urne, per irreversibile disgusto della politica e dei suoi protagonisti.

Non c’era alcuna reale ragione, per Falcomatà,  per rimpastare la Giunta, visto che oggi saluta tutti e se ne va a Palazzo Campanella, e men che meno modificare gli assetti amministrative cui sono demandati compiti poco graditi (riscossione delle imposte) e servizi ai cittadini.

Forse Falcomatà voleva fare un colpo di teatro, ma rischia di provocare con le sue scelte, a di poco assai discutibili, ulteriori mugugni e mormori non proprio utili in vista della prossima campagna elettorale.

La sua guerra al Pd è sbagliata e tatticamente devastante nei suoi stessi confronti e nemmeno aver avuto tre innesti alla sua corrente in Comune – il vicesindaco Brunetti, Giovanni Latella e Carmelo sono passati al pd – lo aiuterà a uscire da questo incredibile casino che lui stesso sta provocando. Già perché – secondo voci abitualmente attendibili – non è ancora finita e non è improbabile che questa mattina, prima del congedo riserverà qualche altra sorpresa.

Certo, dopo quanto ha dichiarato in una nota Falcomatà («l’azione politica non può vivere ancora in Calabria di unanimismi ed equilibrismi. È arrivato il momento di offrire alla Calabria un’alternativa credibile all’abitudine alle sconfitte») è difficile immaginare che l’abitualmente imperturbabile Nicola Irto subisca le insinuazioni di fancazzismo politico e partitico senza rispondere adeguatamente. E lo vi vedrà, in diretta, questa mattina a Palazzo San Giorgio dove, in ogni caso, si consumerà un amaro epilogo della consiliatura, anche nel caso in cui Brunetti assuma il ruolo di sindaco facente funzione fino alle elezioni. Già perché – considerato che anche il gruppo Rinascita Comune guidato da Filippo Quartuccio ha scintille in corso col Sindaco, è facile prevedere che ci sono solo due scenari possibili: il suo nuovo colpo di teatro di azzeramento totale della Giunta, oppure la mozione di sfiducia della minoranza che conquista, nel segreto dell’urna, i voti di qualcuno della maggioranza che di questa situazione ha le scatole piene.

Senza contare che l’elezione “stentata” di Falcomatà in Consiglio è insidiata dal ricorso della vicesindaca di Catanzaro Giusi Iemma, forte della tesi portata avanti dall’avv. Oreste Morcavallo, che i conteggi non siano corretti, in quanto non sono stati presi in considerazione, nel riparto dei voti e dei successivi resti, i voti dei singoli candidati presidenti da aggiungere a quelli di lista. Procedura ampiamente giustificata dall’assenza, nella Regione Calabria, del voto disgiunto. Ci sono in discussione 34mila voti ed è evidente che, se il TAR dovesse accogliere questa tesi, ci sarebbe il finimondo in Consiglio regionale, con gioia di chi è rimasto tra i primi non eletti e la disperazione di chi si è già seduto negli scranni di Palazzo Campanella.

Nell’attesa di questa ulteriore polpetta avvelenata (il pd non credo scoraggerà Giusi Iemma dal proseguire nel ricorso che la vedrebbe vincitrice per pochi voti sul soccombente sindaco di Reggio) Giusppe Falcomatà si gioca il suo futuro aprendo una seria ipoteca sul prossimo candidato progressista per Palazzo San Giorgio. C’è chi insinua che è già pronto, tanto per restare in famiglia, il cognato Naccari Carlizzi, altro politico di mestiere, su cui, però, sono caduti gli strali dell’amministratore uscente di Hermes, l’avv. Giuseppe Mazzotta che non le ha mandate a dire.

Un appello per la mozione di sfiducia è stato lanciato dal Presidente dell’Associazione Amici del Ponte sullo Stretto, Simone Veronese. «La città – dice Veronese – vive una delle fasi più buie della sua storia recente… La misura è colma. È finito il tempo delle conferenze stampa, delle dichiarazioni di indignazio­ne, dei comunicati che non portano a nulla. È il momento di un gesto politico chiaro e inequi­vocabile: presentare la.mozione di sfiducia al sindaco Giuseppe Fal­comatà e all’intera Giunta comu­nale. Non farlo significherebbe tradire la città. Non farlo significherebbe rendere inutili undici anni di battaglie di opposizione, vanificare ogni denuncia, ogni conferenza, ogni voto contrario. Non farlo alimenterebbe, ancora una volta, il sospetto di un “inciucio” sottorreaneo, lo stesso che una parte dei cittadini ha percepito dopo il ballottaggio che rieleggendo Falcomatà sembrò frutto più di equilibri che di scelte politiche».

La città comprende bene che, comnque vadano le cose, ci sarà sicuramente un vincente che, però, non corrisponde al popolo reggino. (s)

Allarme inquinamento ambientale a Saline e nelle aree ex industriali di Reggio
Occorre che l’area venga dichiarata Sito di interesse Nazionale (SIN)

di EMILIO ERRIGO – Ho più volte richiamato l’attenzione nazionale e internazionale sulle incomparabili bellezze, ancora non pienamente valorizzate, del patrimonio ambientale e territoriale della nostra amata Calabria, tanto montana quanto costiera.

In una recente e corposa monografia curata da Legambiente sui Siti di Interesse Nazionale (SIN), ricca di dati tecnici e riferimenti giuridico-ambientali, il lettore può trovare utili strumenti per formarsi un’opinione libera e informata. Proprio quello studio, insieme ad altri approfondimenti giuridici cui mi dedico come docente universitario presso l’Università della Tuscia (VT), ha rafforzato la mia convinzione che non possa e non debba sfuggire all’attenzione degli studiosi e delle istituzioni la questione del Polo industriale di San Gregorio, Mortara–San Leo e Saline Joniche.

Un territorio vasto e fertile, un tempo coltivato a bergamotti e ortaggi di pregio, oggi compreso nella fascia costiera jonica della Città Metropolitana di Reggio Calabria e del Comune di Montebello Jonico.

L’area versa da decenni in un evidente stato di degrado ambientale, conseguenza diretta di scelte industriali errate e di una colpevole inerzia amministrativa. Opere nate con l’intento di promuovere lo sviluppo economico si sono rivelate, col tempo, dannose per la spesa pubblica e inutili per le comunità locali della costa jonica reggina.

Negli anni ’70, con il cosiddetto “Pacchetto Colombo” – divenuto poi, amaramente, un “pacco” per la Calabria – si era immaginato di trasformare quest’area in un motore di crescita. Oggi, invece, quel progetto incompiuto obbliga tutti coloro che dicono (e spesso ripetono) di amare la Calabria ad assumersi, con senso di responsabilità morale e istituzionale, il dovere di agire.

Occorre che le aree ex industriali di San Gregorio–Mortara–San Leo–Porto Bolaro–Pellaro, la mai entrata in funzione Liquichimica e il territorio dei Pantani e del Porto di Saline Joniche – oggi insabbiato e inutilizzabile – vengano finalmente riconosciute come Siti di Interesse Nazionale o Regionale (SIN/SIR).

Lo stesso vale per le aree delle Officine Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato, mai operative ma comunque fonte di rischio ambientale. La proposta, dunque, è chiara: avviare la caratterizzazione, bonifica, messa in sicurezza, riqualificazione e valorizzazione di un territorio ad altissima vocazione turistica, sportiva, alberghiera e nautica. Un’area di straordinaria bellezza, a pochi chilometri dai borghi grecanici di Pentidattilo, Gallicianò, Roccaforte del Greco, Roghudi, San Lorenzo, Bova e Palizzi, luoghi di storia e identità che meritano protezione e rinascita.

La mia convinzione nasce da esperienze dirette e da competenze acquisite nel corso di incarichi istituzionali complessi.

Esperienze che mi hanno reso fiducioso nella fattibilità tecnica e amministrativa di un piano di bonifica e messa in sicurezza permanente delle infrastrutture ex industriali, metalliche e ferroviarie oggi in stato di pericolo.

L’iniziativa di accertare e, se del caso, dichiarare tali aree come SIN/SIR spetta giuridicamente, per competenza, innanzitutto al Comune di Reggio Calabria e al Comune di Montebello Jonico, quindi al Consiglio Regionale della Calabria, al Dipartimento regionale competente e infine al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.

Con spirito di fiducia, auspico che, sostenuti da una rinnovata volontà politica e istituzionale, si possa giungere quanto prima alla firma del Decreto Ministeriale da parte del Signor Ministro dell’Ambiente, da sempre sensibile ai temi ambientali e alla rigenerazione dei siti industriali dismessi, in Calabria come altrove.

È indispensabile una visione d’insieme e il coinvolgimento sinergico di Arpacal, Ispra–Snpa, dell’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto (AdSP) e del Direttore Interregionale per le Opere Pubbliche delle Regioni Sicilia e Sardegna.

Nessuno può pensare di affrontare da solo problematiche tecnicamente complesse, soprattutto quando le matrici ambientali – suolo, acqua e aria – hanno già risentito di mezzo secolo di inerzia amministrativa.

Le opere infrastrutturali incompiute in Calabria sono molte, pur essendo state progettate, finanziate e in parte avviate.

Oggi, grazie all’impegno del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dei Ministri competenti, del Presidente della Regione, Roberto Occhiuto, e di numerosi Sindaci coraggiosi e intraprendenti, si registra un nuovo slancio.

Ciò che ancora manca, tuttavia, è una decisa unità politica: maggioranza e opposizione (destra, centro e sinistra) devono sentirsi ugualmente coinvolte, perché nessuno può tirarsi indietro di fronte al destino della propria terra.

Nutro profonda stima per il Vicepresidente della Regione Calabria, Filippo Mancuso, così come per i parlamentari reggini: il senatore Nicola Irto, la senatrice Tilde Minasi, e la Sottosegretaria agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Maria Tripodi.

Sono certo che, nei limiti consentiti dalla legislazione nazionale ed europea, potranno fare molto per questa causa. (e.e.)

(Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, studioso di Diritto Internazionale dell’Ambiente, docente titolare a contratto di Diritto Internazionale e del Mare e di Management delle Attività Portuali)

SERVE L’IMPEGNO DELLA REGIONE

È un territorio ad altissima vocazione turistica, alberghiera, nautica, sportiva e, non da meno, con grandi potenzialità di sviluppo industriale: l’area di Saline Joniche, a poche decine di km da Reggio è da decenni in evidente stato di degrado ambientale non più accettabile. Individuata come zona per il motore di avvio di un rilancio industriale sempre sognato ma mai attuato, è oggi la terra delle eterne incompiute.  A ricordarlo, per chiunque transiti sulla 106, tra Lazzaro e Melito di Porto Salvo, la ciminiera, mai entrata in funzione, dell’ex Liquichimica che svetta, imperterrita su un totale (e pericolosissimo) abbandono ambientale. Poi ci sono le Officine Grandi Riparazioni dismesse da molti anni e in vana attesa di riutilizzo industriale con evidenti ricadute occupazionali. E il porto insabbiato e inutilizzabile. E gli orrendi silos arrugginiti che danno una visione spettrale di un territorio un tempo bellissimo e ambito per la sua affascinante costa, meta di bagnanti di tutta la zona.

Tutta l’area – è l’allarme lanciato dal gen. Emilio Errigo, già commissario Arpacal ed ex commissario dell’area SIN di Crotone, Cerchiara di Calabria e Cassano allo Ionio – mostra significativi segnali di inquinamento ad altissima tossicità. Occorre intervenire subito, senza ulteriori esitazioni, a far diventare tutta l’area Sito di interesse nazionale (SIN) o, almeno, regionale, per poter attivare azioni di bonifica del territorio che non possono più essere rinviate.

Se la ciminiera di Saline è il simbolo delle tante incompiute in Calabria, la stessa può diventare il “faro” (anche dal punto di vista marittimo) di un vero rilancio di un’area bellissima e, un tempo, incontaminata. Vanno rimossi subito tutti i “residui” industriali di una fabbrica mai entrata in funzione (la Liquichimica) e restituito alla popolazione un territorio sicuramente produttivo., da utilizzare per iniziative a vantaggio della popolazione residente: occupazione e lavoro, riscoperta di una vocazione turistica mai valorizzata adeguatamente e ambiente protetto dove far crescere i propi figli. 

Presidente Occhiuto,il caso Saline merita una nota evidenziata sulla sua agenda delle cose da fare subito: serve il suo intervento! (s)

Cresce il PIL della Calabria e supera quello nazionale e di tutto il Mezzogiorno

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Il Pil della Calabria supera quello dell’Italia e del Mezzogiorno. A certificare questo straordinario dato la filiale di Catanzaro della Banca d’Italia nel periodico rapporto sull’andamento congiunturale della economia calabrese, da cui emerge che, per i primi sei mesi del 2025, si è registrata un’ espansione del prodotto interno lordo (Pil) dell’1,3%.

«Quanto confermato oggi dalla Banca d’Italia rappresenta un segnale incoraggiante: la Calabria ha finalmente imboccato la direzione giusta», ha commentato l’assessore regionale allo Sviluppo Economico, Giovanni Calabrese, sottolineando come «anche se la nostra resta una terra complessa, le azioni messe in campo negli ultimi quattro anni dal governo Occhiuto stanno cominciando a produrre risultati concreti».

I risultati del sondaggio congiunturale della Banca d’Italia, condotto tra settembre e ottobre, evidenziano una crescita del fatturato delle imprese calabresi nei primi nove mesi dell’anno. La redditività e la liquidità aziendale sono rimaste su livelli elevati. L’attività di investimento delle imprese ha manifestato una dinamica favorevole.

Dopo la stabilizzazione registrata lo scorso anno, «l’industria in senso stretto – si legge – ha mostrato segnali di miglioramento, principalmente nel comparto alimentare, che ha continuato a beneficiare dell’aumento della domanda estera, e nelle utilities. Secondo i risultati del sondaggio congiunturale della Banca d’Italia (Sondtel), condotto in autunno su un campione di imprese con almeno 20 addetti, oltre il 40 per cento delle aziende ha segnalato una crescita del fatturato nei primi nove mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a fronte di circa un quarto che ne ha riportato un calo.

Per quantoriguarda la Zona economica speciale (Zes) unica per il Mezzogiorno, secondo i dati della Struttura di missione Zes presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, «nel primo semestre del 2025 in Calabria sono stati rilasciati otto provvedimenti di autorizzazione unica (272 nel Mezzogiorno), lo strumento di semplificazione amministrativa introdotto per agevolare la realizzazione di progetti di investimento produttivi. Di questi, due riguardano nuovi insediamenti mentre gli altri si riferiscono ad ampliamenti e ristrutturazioni di stabilimenti già esistenti. Le attese a breve rimangono favorevoli: la maggioranza delle imprese del campione prevede vendite stabili o in crescita nei prossimi mesi; per il 2026 il saldo tra le attese di aumento e quelle di riduzione degli investimenti risulta moderatamente positivo».

L’attività nelle costruzioni è rimasta particolarmente elevata, sostenuta ancora dal segmento delle opere pubbliche; vi ha contribuito la spesa per investimenti degli enti territoriali, favorita dall’avanzamento degli interventi connessi al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR)».

Secondo i dati dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) e del Portale Italia Domani realizzato dal Consiglio dei ministri per il monitoraggio del PNRR, in Calabria a luglio 2025 le gare bandite per opere pubbliche finanziate dal Piano erano circa 1.700, per un valore complessivo di 1,8 miliardi di euro, corrispondente ai quattro quinti dell’ammontare totale delle gare per interventi in regione. Le procedure rimanenti fanno riferimento ad appalti pubblici per forniture di beni e servizi.

Nel complesso, l’importo dei bandi è riconducibile per il 34 per cento alle Amministrazioni centrali, per il 47 per cento agli enti locali, per il 10 per cento alla Regione e la parte restante alle altre Amministrazioni pubbliche locali. In termini numerici, più del 70 per cento delle gare faceva capo ai soli Comuni. Secondo i dati di Bankitalia elaborati sui dati Commissione nazionale paritetica per le Casse edili (CNCE Edilconnect), lo stato di avanzamento delle gare appaltate per interventi da realizzare in Calabria risulta pressoché in linea con quello nazionale. Tra novembre 2021 e luglio 2025 sono stati avviati in regione cantieri per il 62 per cento delle gare aggiudicate, di cui quasi un terzo conclusi e poco meno della metà in ritardo sui tempi di esecuzione; per il 38 per cento delle gare aggiudicate non è ancora osservabile un cantiere».

L’attività è cresciuta anche nel terziario; permangono, però, difficoltà nel commercio. I livelli occupazionali sono aumentati a un ritmo superiore rispetto alla media nazionale e del Mezzogiorno. Questo andamento ha riguardato sia la componente alle dipendenze sia il lavoro autonomo. Il tasso di disoccupazione è diminuito sensibilmente, mentre il tasso di partecipazione è rimasto stabile.

Per quanto riguarda il lavoro, l’Istituto ha rilevato come, nel 2025, l’occupazione nella regione abbia continuato a crescere: «secondo i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat, nella media dei primi sei mesi dell’anno il numero degli occupati in Calabria è aumentato del 5,0 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024. L’incremento risulta significativamente superiore a quello osservato in Italia e nel Mezzogiorno (rispettivamente 1,4 e 2,2 per cento), ma ancora insufficiente a colmare il divario rispetto alle due aree di riferimento che si era ampliato a partire dal 2021».

«Il tasso di occupazione – si legge – ha raggiunto il 46,5 per cento (era il 44,3 nello stesso periodo del 2024; fig. 3.1.b), anche per effetto di un lieve calo della popolazione in età da lavoro, diminuita dello 0,4 per cento rispetto al primo semestre del 2024 (0,1 in Italia); il divario dal tasso medio nazionale si è ridotto di oltre un punto percentuale ma rimane ancora ampio (16,1 punti percentuali). Il miglioramento dei livelli occupazionali si è associato a una sensibile riduzione del tasso di disoccupazione, all’11,4 per cento (dal 15,4 dello stesso periodo del 2024); il divario dal dato nazionale si è quasi dimezzato, scendendo a 4,7 punti percentuali. Distinguendo per età, il tasso di disoccupazione è diminuito per tutte le fasce, compresi i lavoratori più giovani (15-34 anni), per i quali rimane però sensibilmente superiore a quello medio regionale».

«Il credito bancario al settore privato non finanziario si è rafforzato, sospinto dalla maggiore domanda di finanziamenti, a fronte di politiche di offerta improntate alla prudenza. L’accelerazione ha riguardato principalmente i prestiti alle aziende di più grandi dimensioni e, in presenza di una ripresa del mercato immobiliare, i mutui per l’acquisto dell’abitazione. Il costo del credito ha continuato a diminuire per le imprese, mentre si è stabilizzato per le famiglie. Dopo il rialzo osservato nel biennio precedente, il tasso di deterioramento del credito al settore produttivo si è ridotto; come per le famiglie, si mantiene su livelli storicamente contenuti ma più elevati di quelli medi nazionali. La crescita dei depositi bancari si è intensificata. Anche il valore dei titoli detenuti presso il sistema bancario è aumentato, ma a un ritmo meno sostenuto dello scorso anno».

Per quanto riguarda il settore dei trasporti, è continuata la dinamica positiva del traffico negli aeroporti calabresi. Nei primi 8 mesi dell’anno il numero di passeggeri transitati per gli scali regionali è aumentato del 26 per cento (fig. 2.4.b), un andamento analogo a quello osservato per il numero di voli. L’ampliamento delle rotte offerte ha interessato sia quelle domestiche sia quelle sull’estero, cresciute rispettivamente di circa un quinto e della metà rispetto al periodo corrispondente del 2024.

Nel porto di Gioia Tauro è proseguita la fase di crescita in atto dalla seconda metà del 2019. La movimentazione di container nei primi nove mesi dell’anno è aumentata dell’11,6 per cento rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno.

Per quanto riguarda gli scambi con l’estero, «nel primo semestre del 2025 in Calabria è continuata la crescita degli scambi con l’estero in atto dal 2021. Le esportazioni di merci a prezzi correnti si sono attestate a 491 milioni di euro, registrando un aumento del 4,6 per cento rispetto al periodo corrispondente del 2024 (2,1 e -2,8 per cento, rispettivamente, in Italia e nel Mezzogiorno; tav. a2.1). L’incremento ha riguardato in particolare i prodotti dell’industria alimentare e quelli dell’agricoltura, cresciuti rispettivamente dell’11 e del 13 per cento; i due comparti rappresentano quasi la metà del valore dell’export regionale nel semestre. Sono invece calate le vendite delle sostanze e prodotti chimici (-13,3 per cento) che pesano per quasi un quarto del valore nel periodo considerato».

«I dati di Bankitalia, che attestano per la Calabria un aumento del Pil dell’1,3% nei primi sei mesi del 2025 – superiore alla media nazionale e del Mezzogiorno – rappresentano una conferma autorevole della qualità e dell’efficacia del lavoro portato avanti dal Presidente Roberto Occhiuto e dalla sua Giunta», ha commentato il capogruppo di FI in Consiglio regionale, Domenico Giannetta.

«I dati sull’occupazione – ha proseguito – sulla redditività delle imprese e sulla vitalità del settore delle costruzioni e degli investimenti pubblici testimoniano una regione che sta finalmente invertendo la rotta, grazie a una visione concreta, moderna e credibile di governo».

«Forza Italia – ha detto ancora Giannetta – è orgogliosa di sostenere un modello amministrativo fondato sulla serietà, sull’efficienza e sui risultati tangibili. La crescita economica della Calabria non è frutto del caso, ma della programmazione e dell’impegno quotidiano di una squadra che ha saputo tradurre le opportunità del PNRR e dei fondi europei in sviluppo reale».

«Il gruppo di Forza Italia in Consiglio regionale – ha concluso – continuerà a sostenere con convinzione il nuovo corso politico e amministrativo avviato dal Presidente Occhiuto, nella certezza che la continuità di questo percorso sia la migliore garanzia per una Calabria che vuole crescere, lavorare e guardare al futuro con fiducia». (ams)

Il grido della terra di Calabria: l’olio evo è stato abbandonato. Agricoltori in crisi profonda

di LUANA GUZZETTI – Doveva essere il momento della gioia e della speranza, la ricompensa per un anno di sacrifici culminato in un’estate di siccità estenuante. Invece, per la Calabria, una delle più grandi regioni olivicole d’Italia per superficie coltivata, la raccolta delle olive si è trasformata nell’ennesima, amara conferma di una crisi strutturale che sta mettendo in ginocchio migliaia di aziende. I campi restano desolatamente spopolati: mancano i lavoratori, i costi di produzione sono alle stelle e, sul versante opposto, il mercato tradisce chi produce onestamente.
Gli agricoltori calabresi sono stretti in una morsa finanziaria insostenibile. L’impiego di operai specializzati dotati di mezzi scuotitori arriva a costare fino a 150 euro l’ora, mentre la frangitura, l’atto finale della trasformazione, tocca i 20 euro al quintale. A questi si aggiungono gli oneri essenziali per la sopravvivenza della pianta e della filiera, aggravati dalle emergenze climatiche: gli oneri crescenti per l’irrigazione resa necessaria dalla crisi idrica, la concimazione organica, le complesse operazioni di potatura, la gestione del terreno e, non ultimo, l’aumento nel costo dei materiali come l’alluminio per l’imbottigliamento. Un salasso economico che si scontra violentemente con un mercato sempre meno disposto a riconoscere il valore del lavoro.
Il paradosso più doloroso si manifesta nel settore biologico. Nonostante gli investimenti e i rigidi protocolli di coltivazione, il mercato, in molti casi, non vuole nemmeno acquistare l’olio biologico, costringendo i produttori a svalutarlo.

Cooperative e intermediari offrono di acquistarlo come se fosse convenzionale, a non più di 7,50 euro al chilo: una cifra che non copre i costi, offende la qualità e calpesta la dignità di chi ha scelto di investire nella sostenibilità e nella tracciabilità. Questo è un chiaro disincentivo a produrre qualità.
Questa offerta “da fame” avviene mentre l’Italia registra importazioni record di olio d’oliva: oltre 252 mila tonnellate nei primi mesi del 2025, con un incremento del 66% e, contemporaneamente, un crollo del valore medio d’acquisto. Gran parte di questo flusso proviene da Paesi come la Tunisia, dove i prezzi all’origine sono scesi a cifre irrisorie, come 2,80 euro al chilo.
L’Italia acquista, imbottiglia nei propri stabilimenti e sfrutta un vuoto normativo: l’etichetta della vergogna. Le norme europee permettono che l’origine estera sia scritta in piccolo, rendendola invisibile, mentre in grande campeggia la dicitura “imbottigliato in Italia”. Un inganno visivo e legale che sfrutta la percezione del Made in Italy e premia la speculazione a scapito del produttore onesto.
La radice del problema è chiara: una tracciabilità asimmetrica e una legalità di comodo. Mentre l’agricoltore italiano/calabrese è soffocato da controlli, registri e obblighi digitali, l’olio importato sfugge a un monitoraggio trasparente, mancando un registro pubblico che ne segua il percorso dal porto allo scaffale.

Ciò alimenta un sistema ingannevole che confonde le carte e toglie valore al vero prodotto italiano, minando la fiducia dei consumatori e la sicurezza alimentare.
A questa dinamica internazionale si aggiunge il mercato invisibile dei social network, un vero e proprio “Far West” digitale. Pagine e profili vendono olio direttamente ai consumatori, spesso senza alcuna garanzia.

Ci appelliamo alle Istituzioni: Chi controlla l’etichettatura di questi prodotti? Quale tracciabilità è assicurata se l’olio parte da un magazzino anonimo o da un frantoio non registrato? Le autorizzazioni sanitarie ci sono? E la fatturazione? Quante vendite rispettano le regole fiscali e quante restano nell’ombra di un mercato digitale fuori controllo?
Senza trasparenza, questo mercato schiaccia l’imprenditore che lavora in regola, diventando la porta aperta alla frode e alla concorrenza sleale.La Calabria è il simbolo di questo fallimento: gli uliveti si spengono, i giovani fuggono. È il fallimento di un modello che premia la speculazione e abbandona i territori.

L’agricoltura calabrese non chiede sussidi o assistenza; chiede giustizia, parità di condizioni e il diritto di competere ad armi pari.
È vostro dovere, come Istituzioni, prendere a cuore il problema e agire con la massima urgenza per: imporre l’etichettatura chiara che indichi in modo evidente l’origine delle olive, il Paese di molitura e l’annata di produzione. Istituire una tracciabilità effettiva e controlli rigorosi su tutto l’olio importato, equiparando gli obblighi a quelli del produttore italiano. Regolamentare e sanzionare severamente la vendita online anonima che elude le regole fiscali e sanitarie.
Solo così potremo fermare l’emorragia e restituire dignità a un patrimonio produttivo unico, garantendo la verità e la salute sulle nostre tavole.

(Coordinamento regionale Altragricoltura Calabria olivicoltrice calabrese)

Una Galleria subacquea nel Mare di Calabria per collegare Jonio e Tirreno

di EMILIO ERRIGO Se alcuno di voi lettori intendesse immergersi negli studi e ricerche inusuali, consiglio per ridurre di molto i tempi occorrenti per lo studio, di studiare la Calabria. Non sarà molto difficoltoso venire a conoscenza di primati ambientali di tutto rispetto che appagherebbero e renderebbero molto merito agli sforzi psicofisici sostenuti.

Quello di cui oggi ho avvertito il bisogno di rendervi noto è il primato dei due mari Jonico e Tirreno. Per chi di voi ancora non lo sapesse, nella bellissima e sempre ospitale Città Metropolitana di Reggio Calabria, in men che non si dica, sarà molto facile e gradevole attraversare in pochi batter di ciglia, il Tunnel stradale della Limina, con una galleria di 3,2 km, detto anche “Tunnel dei due Mari” che consente a ogni autoveicolo, ancora meno se in moto, di viaggiare e spostarsi in poco tempo dal Mar Tirreno al Mare Jonio, godendosi le meraviglie storiche, architettoniche, artistiche, paesaggistiche e ambientali, presenti nei 97 Comuni del Tirreno e dello Jonio, visitando i numerosi  Borghi Grecanici, Romani, Angioini, Aragonesi, Borbonici, Bizantini, Normanni, presenti numerosi in tutta la Calabria, costruiti  durante i vari periodi storici di dominazioni  dello straniero conquistatore in Italia Meridionale.

Quello che recentemente mi ha fatto sapere, discorrendo del più e del meno  a tavola in buona amichevole compagnia, l’Ingegnere Mario Bruno Lanciano, uno tanti scienziati giramondo, nato  per destino, nella a noi Italiani cara terra d’Argentina, da genitori calabresi, è la fattibilità e sicurezza ingegneristica di poter realizzare un Tunnel Marittimo in Calabria, che  possa collegare in meno di un ora di navigazione, il Mare Jonio al Mar Tirreno, facilitando e riducendo di molto i costi e rischi ambientali della navigazione marittima, tra il Golfo di Squillace (c.d. Prima Italia), e il Golfo di Sant’Eufemia, (Istimo di Marcellinara o Catanzaro) poco più di 27 km, di 15 miglia marine, (1  miglio nautico 1852 metri). Tale in opera  di attraversamento marittimo consentirebbe alle navi Mercantili, da crociera, traghetto, da diporto, rimorchiatori, porta container, da carico merci miste e ogni altro mezzo galleggiante compatibile con le caratteristiche dimensionali della ipotizzata infrastruttura di superficie marittima polivalente (non sottomarina che è tutt’altra opera ingegneristica).

Incuriosito dal suo dire, ho chiesto al nostro amico, figlio orgoglioso della migliore gente di Calabria, ing. Mario Lanciano, noto inventore e scienziato della “Sicurezza Pubblica Antincendio”, con oltre 30 Brevetti internazionali registrati, padre e madre di Badolato in Calabria, se esistessero nel mondo altre iniziative già realizzate. Mi ha informato che in Norvegia è stato ideato, progettato e finanziato, peraltro in avanzato corso di esecuzione, un Tunnel Marittimo (una vera e propria galleria del mare) lunga  1,7 chilometri, che consentirà di collegare via mare, due Fiordi in Norvegia. Avrà un’altezza di 37 metri e una larghezza di 26,5 metri, il costo previsto è meno di 300 milioni di euro.

I tempi di realizzazione in Norvegia un anno. I costi a chilometro lineare per realizzare la Galleria del Mare in Calabria, oscillerà tra 100 e 150 milioni per chilometro di escavo del tunnel, dragaggio e approfondimento dei fondali marini, complessivamente si tratta di un investimento pubblico-privato sostenibile.

Basti pensare al contenimento dei costi complessivi ambientali connessi con il minor numero di ore navigazione, quindi meno consumi di combustibili e minore produzione di CO2, da parte delle navi da crociera e RO-RO e RO-PAX, presenti sempre più numerose ogni giorno e notte nel Mar Mediterraneo. (ee)

(Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, studioso di diritto  internazionale ed europeo dell’ambiente, è docente titolare a contratto di Diritto Internazionale e del Mare e di Management delle Attività Portuali, presso l’Università degli Studi della Tuscia)

L’Italia del paradosso: ci sono più occupati ma anche più poveri. L’obiettivo del salario minimo

di SALVATORE BARRESI – Il lavoro è tornato al centro del dibattito pubblico, ma spesso come una “parola d’ordine” piuttosto che come un impegno concreto per affrontare le sfide attuali. In un Paese come l’Italia, segnato da disuguaglianze, salari stagnanti e precarietà diffusa, la vera sfida va oltre la semplice creazione di posti di lavoro: si tratta di restituire senso e dignità all’occupazione. La “piena e buona occupazione” si delinea così come il vero banco di prova per la giustizia sociale e la tenuta democratica del Paese.

Il Paradosso dell’Occupazione Povera

Dopo decenni di neoliberismo e flessibilità spinta, il mercato italiano è oggi caratterizzato da un’occupazione spesso povera e instabile, incapace di garantire sicurezza e prospettive. Ci troviamo di fronte a un paradosso evidente: ci sono più occupati, ma sono anche più poveri. La crescita quantitativa, infatti, non è bastata a garantire stabilità e prospettive di sicurezza.

Milioni di persone vivono con redditi inferiori alla soglia di dignità, spesso con contratti a termine o part-time involontari. Questo nonostante l’Articolo 36 della Costituzione sancisca in modo inequivocabile che “ogni lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa”.

Salario Minimo e Dignità Salariale

È in questo contesto che emerge l’urgenza dell’introduzione di un salario minimo legale, già in vigore in ventuno Paesi dell’Unione Europea. In Italia, circa il 12% dei lavoratori percepisce meno di 9 euro lordi l’ora. Un minimo salariale non sarebbe solo una soglia di tutela, ma rappresenterebbe anche un argine contro la concorrenza al ribasso tra le imprese.

Emergenza Demografica e Competenze

Accanto alla piaga dei salari bassi, l’Italia deve affrontare anche un’emergenza demografica: entro il 2034, la popolazione in età lavorativa è prevista calare di quasi tre milioni di unità, una riduzione del 7,8%. Questo declino rischia di compromettere la crescita economica e la sostenibilità del sistema previdenziale.

Si verifica un altro paradosso cruciale: da un lato le imprese faticano a reperire figure professionali adeguate, dall’altro mancano competenze qualificate. La ragione è duplice: gli stipendi troppo bassi non incentivano né l’ingresso né la permanenza nel mercato del lavoro.

Tecnologia e Formazione Continua

Non meno cruciale è il rapporto tra lavoro e tecnologia. La rivoluzione digitale, accelerata dall’Intelligenza Artificiale, sta trasformando radicalmente i processi produttivi e la domanda di competenze. È necessario costruire un ecosistema formativo che accompagni i lavoratori per l’intero arco della vita, investendo in competenze digitali, green e relazionali.La digitalizzazione, però, non deve diventare una nuova linea di frattura. Oggi circa la metà degli utenti dei servizi pubblici per l’impiego ha difficoltà a utilizzare strumenti digitali complessi. È fondamentale intervenire con l’alfabetizzazione tecnologica diffusa e il rafforzamento del personale pubblico, affinché gli algoritmi facilitino l’incontro tra domanda e offerta, anziché generare nuove esclusioni.

Oltre i Numeri: Il Lavoro come Fondamento della Società

Non bastano i numeri dell’occupazione: servono contratti stabili, percorsi formativi, possibilità di carriera e una regia pubblica capace di orientare gli investimenti. La povertà lavorativa interessa quasi due milioni di persone, mentre l’inflazione continua ad erodere il reddito reale delle famiglie a basso reddito.

La politica deve tornare protagonista: gli investimenti pubblici (sanità, istruzione, rigenerazione urbana) sono una leva per la crescita più elevata delle riduzioni fiscali. Le disuguaglianze si colmano con lavoro di qualità: servono contratti stabili, percorsi di carriera e valorizzazione della contrattazione collettiva.

In definitiva, “rimettere il lavoro al centro” significa restituirgli la sua dignità, non come una mera variabile economica, ma come il cuore della cittadinanza democratica. È attraverso un’occupazione dignitosa che le persone costruiscono identità, relazioni e senso di appartenenza. Significa garantire a ogni cittadino la possibilità di vivere del proprio lavoro, di formarsi e di contribuire al bene comune, eliminando precarietà e povertà. (sb)

(Economista e sociologo)

Il Comune di Reggio batte cassa per tasse e tributi
ma i ricavi del contenzioso vanno ai funzionari che fanno causa ai cittadini

di PINO FALDUTO  – A Reggio Calabria il contenzioso tributario ha raggiunto livelli insostenibili: oltre 60 milioni di euro di crediti fiscali fermi nei tribunali e più di 40 milioni non riscossi, legati a IMU, TARI, TOSAP e ad altre imposte locali.

Ogni anno il Comune spende oltre 1,5 milioni di euro tra difese legali, consulenze e incentivi, mentre cittadini e imprese sopportano le conseguenze di un sistema che sembra alimentare le cause invece di risolverle.

Tutto nasce dal Regolamento sul Contenzioso Tributario, approvato nel 2016 dalla Giunta Comunale (Delibera G.C. n. 220/2016)), che riconosce compensi aggiuntivi a dirigenti e funzionari  che rappresentano l’Ente davanti alle Commissioni Tributarie.

Un atto formalmente legititmo, ma che solleva domande profonde: può davvero un sistema che premia chi difende le cause contribuire a ridurle?

Nella realtà, le somme contestate vengono richieste ai cittadini, che spesso non hanno la forza economica per difendersi.

Chi perde una causa deve pagareil proprio avvocato e anche le spese di lite del Comune, cioè gli incentivi previsti per i dipendenti che difendono l’Ente. Un doppio danno che colpisce famiglie, pensionati, artigiani e piccole imprese in una città che si colloca all’ultimo posto in quais tutte le classifiche nazionali per reddito, servizi, occupazione e qualità della vita.

Ma dietro i numeri ci sono persone. Molti vivono il contenzioso come una forma di oppressione, fatta di ansia, stress, e problemi psicologici.

Ogni lettera, ogni cartella, ogni udienza diventa un peso emotivoche logora e porta molti a perdere fiducia nelle istituzioni.

È  chiedersi perché la Corte dei Conti non abbia mai approfondito l’impatto di questo regolamento, né verificato se gli incentivi e le risorse spese abbiano porttao reali benefini alla collettivitò.

E perché gli stessi ruoli dirigenziali retsino invariati da anni, nonostante risultati tanto negativi.

Reggio Calabria ha bisogno di una riforma vera, che metta fine a un sistema che scaica sui cittadini  i costi degli errori amministrativi, che provoca disagio, tensione e paura e che premia la litigiosità ivece della conciliazione. Perché una città giusta non si misura dal numero delle cause che vince, ma da quante riesce a evitare con trasparenza, equilibrio e rispetto per la propria gente. (pf)

(Imprenditore)

COSA DICE LA DELIBERA N. 220 DEL 13 DICEMBRE 2016?

(…) art. 13) I compensi di cui agli artt. 10 e 11, spettanti a titolo di spese di lite liquidate e recuperate ai sensi  dell’art. 15 (…)  sono suddivise tra il dirigente, il responsabile della Macro-Area Contenzioso giudiziario, il responsabile del Servizio Contenzioso Tributario e il personale di cui all’art. 3, comma 3, del presente regolamento, delegato a rappresentare l’Ente e stare in giudizio nelle udienze dinanzi alle Commissioni Tributarie, secondo i seguenti criteri:

1.1 – Il 25% del compenso spetta al dirigente o al responsabile della Macro-Area Contebzioso tributario, ovvero al Funzionario delegato che ha sottoscrittoi gli atti di causa (controdeduzioni, memorie illustrative, appelli, ecc.;

1.2 – Il 25% del compenso spetta al personale che ha rappresnetato l’Ente in udienza davanti alle Commisisoni tributarie;

1.3– Il 20 % del compenso spetta al personale che ha predisposto e sottoscritto gli atti di recupero e riscossione delle spese liquidate giudizialmente (mediante la procedura dell’ingiunzione fiscale preceduta da sollecito di pagamento;

1.4 – Il restante 30% (oltre alle quote eventualmente non attribuite) è suddivisio in parti uguali tra il personale del Settore Tributi assegnato alla gestione del Contenzioso tributario. (…)

Aeroporto di Reggio: più traffico e meno voli

di SILVIO CACCIATOREAll’Aeroporto dello Stretto i numeri volano, ma i voli – paradossalmente – si riducono. ITA Airways, nonostante un decennio di progressiva crescita su Milano e una netta ripresa su Roma dopo la pandemia, ha deciso di cancellare ben due voli su tre sulla rotta per Linate, portandoli dai tre dell’autunno 2024 ad un solo volo a partire dal 26 ottobre 2025, annunciando al tempo stesso di sopprimere – in alcune giornate di novembre – l’unico volo serale da Fiumicino, lasciando operativa solo la coppia diurna. Una scelta che s’inserisce in un contesto di domanda crescente e coefficienti di riempimento spesso superiori al 70%. Un paradosso evidente, se si guarda alla traiettoria che i due collegamenti hanno seguito dal 2015 ad oggi.

La tratta Reggio-Milano Linate è sempre stata strategica. Nel 2015 si registrarono 152.542 passeggeri e un load factor dell’80%. L’anno successivo, con 147.462 viaggiatori e l’81% di riempimento, la rotta confermava il suo peso. Il 2017 fu uno degli anni migliori: 162.002 passeggeri, 78% di load factor. Poi, nel 2018, 156.242 passeggeri e il 70%. Anche nel 2019, sebbene si registri un calo (98.527 passeggeri, 67%), il collegamento si mantiene attivo.

All’Aeroporto dello Stretto i numeri volano, ma i voli – paradossalmente – si riducono. ITA Airways, nonostante un decennio di progressiva crescita su Milano e una netta ripresa su Roma dopo la pandemia, ha deciso di cancellare ben due voli su tre sulla rotta per Linate, portandoli dai tre dell’autunno 2024 ad un solo volo a partire dal 26 ottobre 2025, annunciando al tempo stesso di sopprimere – in alcune giornate di novembre – l’unico volo serale da Fiumicino, lasciando operativa solo la coppia diurna. Una scelta che s’inserisce in un contesto di domanda crescente e coefficienti di riempimento spesso superiori al 70%. Un paradosso evidente, se si guarda alla traiettoria che i due collegamenti hanno seguito dal 2015 ad oggi.

La tratta Reggio-Milano Linate è sempre stata strategica. Nel 2015 si registrarono 152.542 passeggeri e un load factor dell’80%. L’anno successivo, con 147.462 viaggiatori e l’81% di riempimento, la rotta confermava il suo peso. Il 2017 fu uno degli anni migliori: 162.002 passeggeri, 78% di load factor. Poi, nel 2018, 156.242 passeggeri e il 70%. Anche nel 2019, sebbene si registri un calo (98.527 passeggeri, 67%), il collegamento si mantiene attivo.

Eppure, proprio adesso, ITA decide di chiudere ben due collegamenti su tre. Non per una crisi di domanda, ma per una combinazione di ragioni – spiegano dalla compagnia – economiche: valutazione negativa sul rendimento della rotta, slot limitati a Linate, manutenzione e flotta ridotta. Lo dicono le fonti ufficiali. Ma i numeri raccontano una storia diversa. Dal 2021 in poi, la rotta è cresciuta anno dopo anno, e nel triennio 2022–2024 ha registrato un aumento secco di quasi 44.000 passeggeri.

Su Roma Fiumicino, concentrando il confronto a partire dal 2020, quando i passeggeri furono 66.011 e il load factor al 57%. Nel 2022, con la ripresa della piena operatività post emergenza, i passeggeri tornano a crescere: 74.564 viaggiatori, load factor al 57%. Nel 2023 il salto è netto: 144.598 passeggeri e coefficiente al 68%. Il 2024 conferma la tendenza con 163.819 passeggeri e 72% di riempimento. Una crescita, quindi, quasi raddoppiata in due anni, ma certamente ben lontana dai fasti del decennio precedente: 315.237 passeggeri (e tasso di riempimento del 75%) nel lontano 2015.

Il taglio del night-stop in alcune date di novembre da e per Roma Fiumicino ha fatto gridare i più allo scandalo. Certamente la paura è che questa sia solo una effettiva prova in vista di un possibile taglio definitivo nel breve termine. Una riduzione che fa rumore, perché colpisce proprio quell’intermodalità che negli ultimi anni ha sostenuto lo scalo reggino.

Dal 2020, infatti, Reggio Calabria è collegata all’Alta Velocità ferroviaria. O per meglio dire, i treni AV proseguono da Salerno fino a raggiungere la città dello Stretto. E proprio questa connessione – treno + volo – ha permesso a tanti viaggiatori, in particolare dalla Sicilia orientale, di scegliere lo Stretto come porta d’accesso per Roma e Milano. L’offerta funzionava perché integrata. Ma ora, senza partenze serali e con la cancellazione progressiva di Linate e Fiumicino, quel modello rischia di saltare. Il sistema si spezza. E lo scalo diventa meno competitivo.

Intanto Ryanair, vettore low cost sostenuto dalla Regione Calabria, rafforza la sua presenza su Malpensa e altre tratte nazionali, a scapito anche di destinazioni estere che non sono andate niente male specialmente nei mesi estivi (vedi Francoforte – Hann). I voli crescono, la concorrenza si sposta. E ITA si ritira proprio mentre i dati premiano la fedeltà dei viaggiatori reggini. Il 2024 sarà con ogni probabilità l’anno record per l’Aeroporto dello Stretto, con circa 950mila passeggeri. Senza i tagli di ITA, probabilmente, avremmo superato il milione. Eppure, proprio in questa fase di espansione, si cancellano rotte storiche e si riducono le frequenze.

Non è una questione di nostalgia. È una questione strategica. Reggio rischia di perdere quel poco che ha conquistato. Nonostante un bacino che cresce, un load factor stabile, una domanda reale. Le scelte di ITA, pur motivate da logiche economiche, non possono essere considerate solo «aziendali». E qui la politica, lo Stato, ma soprattutto la Regione, dovrebbe far sentire la sua voce e la sua forza. Affinché lo slogan «Reggio Calabria vola» non diventi presto solo un ricordo.

[Courtesy LaCNews24]