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Sergio Mattarella

Il trionfo di Mattarella sulla codardia dei partiti
di Giusy Staropoli Calafati

di GIUSY STAROPOLI CALAFATISe eleggere vuol dire designare, nominare una carica mediante votazione, rieleggere significa riconfermare la stessa carica. E rieleggere o è un atto di riconoscenza, o un gesto di ripiego. 

L’Italia elegge il proprio Capo dello Stato ogni sette anni. Elegge, appunto. Perché un settennato è un tempo coscientemente previsto dai Padri Costituenti, abbastanza nutrito, in cui la maggiore carica dello Stato viene chiamata a garantire l’unità nazionale, e alla fine del quale, il Parlamento, in seduta comune dei suoi membri, secondo i criteri citati dalla carta costituzionale, ha il dovere di eleggere un successore. Insomma un nuovo Presidente della Repubblica.

Un settennato non è bastato, però, all’attuale organo costituzionale per rimarginare le beghe tra partiti che, vergognosamente, inciampa in uno stato d’inazione assurdo e irriguardoso nei confronti del paese, rieleggendo invece di eleggere.

Poche volte, due per esattezza, nella storia repubblicana della nazione, a uno stesso presidente è stato affidato un doppio mandato. Un bis, come battezzato dai massimi carrialandi mistificatori della politica nazional popolare. A porgere tutte e cinque le dita di una mano, ci viene tre volte il resto indietro. 

Irresponsabilità, ingratitudine, mancanza di rispetto e disonore. Così le mettono le corna, poi le spezzano il collo e la fanno precipitare giù dai calanchi, l’Italia. 

Sono i mediocri della classe politica e dirigente del paese. Sulla pelle del popolo e alla faccia dei Padri Costituenti. Niente uomini, né mezzi uomini né ominicchi né ruffiani né piglianculo. Tutti quaquaraquà. E mi perdonerà Sciascia se utilizzo la grandezza della sua letteratura, per esprimere il demerito della politica italiana. 

Partiti senza valori, privi di onor di Patria, in assenza di ideali e senza alcuna forma di morale.

Neppure alla sagra della salsiccia, mai tanto scannamento vi fu per un panino. 

Grandi elettori? No, grandissimi minchioni a cui sono serviti sei giorni pieni, tutti profumatamente remunerati con le tasse del popolo, per sostenere, in diverse e più pubbliche sedute, l’Italia gattopardiana. «Tutto cambia per non cambiare nulla». 

Eleggere il Capo dello Stato è una delle maggiori forme di responsabilità a cui chiama la Costituzione Italiana. Ma pur di non appendere le proprie giacchette di tasmania al chiodo, ci hanno appeso il paese per intero. Senza però riflettere che arriverà, perchè presto o tardi arriverà, il giorno in cui il paese, abbondantemente fottuto dagli imbrogli e dalle false promesse di gnocchetto e gnocchettino, e per questo ridotto al tragicomico ‘mussu e dinocchja’, finiti ciucci e scecchi, appenderà loro. Le loro teste. E hai voglia di cercarsi pezze per salvare dall’esposizione in pubbliche piazze il proprio proso nudo!

L’Italia è una cosa seria. I giochi di palazzo fateli nei vostri condomini. Saltate dai balconi e tutti giù per terra. Ma apritevi la testa come gli zipangoli a Ferragosto in Calabria, mi raccomando. 

Il paese non si tocca. La Repubblica neppure.

Il settennato di Sergio Mattarella (2015-2022), è stato duro, storico se si pensa alla crisi economica che si trova, a tutt’oggi, a dover risolvere l’Italia, aggravata da quella pandemica dovuta all’incalzante diffondersi del Covi 19 in tutto il mondo. Ma vissuto con spirito istituzionale, senso forte di responsabilità, rispetto e devozione verso la Patria e il suo popolo. 

Sergio Mattarella, e la politica di palazzo apra le orecchie e chiuda la bocca, che di parlare oggi ciascuno è indegno, resta, nella storia di questa Repubblica, una lezione di politica e di morale senza precedenti. Un uomo già Capo di Stato che, all’età di 80 anni, per l’inettitudine dei rappresentati di governo, richiamato dalla propria coscienza, arriva a sentirsi responsabilmente costretto ad accettare un nuovo mandato, perché l’Italia dei partiti non è in grado di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, è il segnale più tangibile di fine vita, della politica degli inetti, degli incapaci, e degli sciancati propagandisti imbroglioni. 

Sergio Mattarella è la massima espressione di Unità Nazionale che, contrapposta alla codardia dei partiti, fa prevalere il senso del dovere davanti alle prospettive personali pur di non tradire le speranze degli italiani. Quelle che la politica ha tradito. Che tutti si sono giocati a Roma. In uno dei momenti più importanti e al contempo delicati della storia politica, economica e sociale di questo paese. 

L’incapacità delle dirigenze di arrivare al quaglio delle promesse fatte agli Italiani, ha fatto il suo corso. Tutti hanno visto. Tutti hanno sentito. Tutti hanno provato disgusto. E oggi, con il personale grazie al Presidente Mattarella, a cui tanto caro è “quest’ermo colle” cari politici dei partiti, gli italiani mandano affanculo tutti voi. 

La politica non è una cosa approssimativa. Anzi, non è proprio una cosa. È una delle forme più alte di cultura e senso di responsabilità. Guarda agli altri e mai a sé stessi.

Non è intima, la politica. È plurale. Non è singola, ma collettiva. E fa l’uomo nobile, lo rende cittadino della stessa società civile a cui ha diritto e dovere di appartenere come soggetto e come essere umano. Il politico che risponde per sé e non per la politica che rappresenta, non è un individuo capace di lavorare per la polis. La scompagina e la disgrega. La svena e la rende vana.

La politica guarda alto, osserva e mira al futuro per cui intende spendersi. Non ridimensiona. Ambisce, trasferisce speranza. Essa ha valore morale, civico, umano, e spirito istituzionale.

Si fonda sul senso del rispetto, della pace sociale, della garanzia dei diritti, e dei doveri anche istituzionali, facendosi buona lente d’ingrandimento per guardare il mondo focalizzando sguardo e impegno sull’immagine civica e sociale del popolo che rappresenta. 

La politica è il cammino della vita di un paese che impara e che cresce insieme. Dall’ermo colle in poi.

«Tornatemi il Paese mio, in contante,

L’Italia che vi ho dato e il suo Valore

La Dignità e la dote mia di sempre

La Casa di mio Padre e pure il Cuore». (gsc)