;
Calabria.Live quotidiano martedì 3 marzo 2026

Smog Calabria: oggi ancora nei limiti ma la vera sfida è il 2030

di VALENTINO DE PIETRO – Nel quadro nazionale tracciato da «Mal’Aria di città 2026», la Calabria si presenta oggi come una delle regioni italiane con livelli medi di inquinanti entro gli attuali limiti di legge, ma con margini di sicurezza più sottili se si guarda ai nuovi standard europei fissati al 2030. Nel 2025, secondo l’elaborazione di Legambiente su dati Arpa, le concentrazioni medie annuali di PM10 oscillano fra i 17 microgrammi per metro cubo di Catanzaro e i 22 di Crotone e Vibo Valentia, mentre il PM2.5 si mantiene fra i 4 ug/mc di Catanzaro e i 10 di Reggio Calabria, con valori di biossido di azoto (NO2) compresi tra 12 e 20 ug/mc. Numeri che fotografano una qualità dell’aria complessivamente favorevole rispetto a molte altre aree del Paese, ma che – con l’abbassamento delle soglie a 20 ug/mc per PM10 e NO2 e a 10 ug/mc per il PM2.5 – potrebbero tradursi, in particolare per alcuni centri come Crotone e Vibo Valentia, nella necessità di ulteriori riduzioni per restare entro i nuovi limiti europei.​

«Il nuovo rapporto Mal’aria ci consegna due notizie positive – commenta Anna Parretta, presidente regionale dell’associazione –. Da un lato sono tornati disponibili, in Calabria, i dati ufficiali Arpacal che erano fermi a giugno 2022, sanando una circostanza che avevamo definito molto preoccupante non essendo garantita la trasparenza sull’effettivo funzionamento delle centraline di monitoraggio; dall’altro lato, soprattutto, la qualità dell’aria nei capoluoghi di provincia calabresi, non presenta criticità importanti a differenza di altre città d’Italia in cui le concentrazioni di sostanze inquinanti mettono a rischio il benessere e la salute dei cittadini».

Parretta ha continuato dichiarando che, al momento, «ci sono buone notizie ma se consideriamo la nuova normativa europea sulla qualità dell’aria (Direttiva 2024/2881) che fissa limiti più severi per il 2030, si profilano sforamenti anche in alcune città calabresi con conseguente necessità di riduzione delle concentrazioni in riferimento alle polveri sottili (PM10) senza considerare che le raccomandazioni dell’OMS al 2050 sono ancora più stringenti. Non si deve quindi abbassare la guardia: la qualità dell’aria è un grande valore da salvaguardare, con l’obiettivo di proteggere la salute umana e gli ecosistemi».

Il 2025 consegna un dato che, sulla carta, fa tirare il fiato: i capoluoghi che hanno sforato il limite giornaliero del PM10 scendono a 13, uno dei bilanci più favorevoli degli ultimi anni. Ma la fotografia cambia appena si sposta lo sguardo al traguardo del 2030, quando entreranno in vigore limiti europei più severi: se fossero già applicati oggi, risulterebbe fuori norma il 53% delle città per il PM10, il 73% per il PM2.5 e il 38% per il biossido di azoto. È il cuore del rapporto «Mal’Aria di città 2026» di Legambiente, che segnala progressi reali ma ancora fragili, e soprattutto un ritmo di riduzione troppo lento per molte realtà urbane.​

Per capire il «doppio volto» del 2025 basta partire dai numeri. Il limite giornaliero attuale per il PM10 è 50 microgrammi per metro cubo, superabile per un massimo di 35 giorni l’anno: nel 2025 gli sforamenti oltre soglia si concentrano in 13 città, in calo rispetto ai 25 del 2024, ai 18 del 2023 e ai 29 del 2022. In cima alla classifica negativa c’è Palermo: la centralina di Belgio registra 89 giorni oltre il limite; seguono Milano (centralina Marche) con 66, Napoli (Ospedale Pellegrini) con 64 e Ragusa (Campo di Atletica) con 61. Poi Frosinone (55), Lodi e Monza (48), Cremona e Verona (44), Modena (40), Torino (39), Rovigo (37) e Venezia (36). Nel resto dei capoluoghi monitorati non si registrano superamenti oltre il limite di legge e, come già accaduto negli ultimi anni, nessuna città supera i valori annuali previsti dalla normativa vigente per PM10, PM2.5 e NO2.​

Questi segnali positivi, però, non raccontano la direzione di marcia necessaria per i prossimi cinque anni. Dal 1° gennaio 2030, con la revisione della direttiva europea sulla qualità dell’aria, i valori obiettivo diventano più stringenti: 20 µg/m³ per il PM10, 20 µg/m³ per l’NO2 e 10 µg/m³ per il PM2.5. Applicando oggi quei parametri, 55 città su 103 (il 53%) non rispettano già il valore per il PM10; sul PM2.5 la criticità è ancora più ampia: 68 città su 93 (73%) sono oltre la soglia, mentre sull’NO2 sarebbero 40 città su 105 (38%).​

Legambiente individua scarti importanti: per il PM10 servirebbero riduzioni significative, tra le più elevate a Cremona (35%), Lodi (32%), Cagliari e Verona (31%), Torino e Napoli (30%). Per il PM2.5 i casi più difficili includono Monza (media annua 25 µg/m³ e necessità di riduzione del 60%), Cremona (55%), Rovigo (53%), Milano e Pavia (50%), Vicenza (50%). Sul biossido di azoto i distacchi più pesanti sono a Napoli (47%), Torino e Palermo (39%), Milano (38%), Como e Catania (33%).​

Al tema dei limiti si aggiunge quello, politico e amministrativo, delle procedure europee. Il documento richiama una nuova procedura di infrazione avviata a gennaio 2026 dalla Commissione europea per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico previsto dalla direttiva NEC 2016, indicata come la quarta che si somma alle tre già aperte negli anni precedenti per il superamento dei valori limite fissati dalla Direttiva Quadro Aria. Il messaggio è chiaro: anche quando i numeri sembrano migliorare, l’Italia resta esposta al rischio di nuove contestazioni se non consolida i risultati con scelte strutturali.​

Un capitolo a parte riguarda la velocità del cambiamento. L’analisi sui trend del PM10 negli ultimi quindici anni (2011–2025), basata su media mobile quinquennale, mostra che molte città stanno scendendo, ma troppo lentamente per arrivare alla soglia 2030 mantenendo il ritmo attuale. Su 89 città analizzate, 49 nel 2025 hanno valori di PM10 superiori al nuovo limite di 20 µg/m³; tra queste, 33 rischiano concretamente di non raggiungere l’obiettivo: l’esempio più netto è Cremona, che potrebbe fermarsi a 27 µg/mc, Lodi a 25, Verona a 27, Cagliari a 26. Situazione critica anche per Napoli, Modena, Milano, Pavia, Torino, Vicenza, Palermo e Ragusa, che secondo la stima potrebbero restare tra 23 e 27 µg/mc. Altre città, invece, pur essendo oggi sopra i 20 µg/mc, sarebbero sulla traiettoria giusta: tra queste Bari, Benevento, Bergamo, Bologna, Caserta, Como, Firenze, Foggia, Latina, Lucca, Ravenna, Roma, Salerno, Sondrio, Trento e Vercelli.​

Legambiente invita quindi a leggere il 2025 con equilibrio: un buon dato, ma non la prova che la partita sia vinta. Giorgio Zampetti, direttore generale dell’associazione, parla di miglioramenti «tra i più positivi» ma «fragili» e non sostenuti da scelte coerenti, criticando i tagli alle risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell’aria nel bacino padano a partire dal 2026 e per il triennio successivo. Il ragionamento è che proprio nelle aree più esposte — con il bacino padano citato come caso emblematico — ridurre gli strumenti economici può compromettere i risultati e allontanare ulteriormente il target 2030. Anche Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente, collega l’urgenza dei nuovi parametri agli impatti sanitari e richiama un dato sulle vittime attribuite al PM2.5: nel 2023 in Europa sarebbero state circa 238.000, di cui 43.000 in Italia, concentrate in pianura padana.​

Sul bacino padano, il focus del rapporto segnala un’evoluzione della geografia dello smog. Non sono più solo le grandi città a concentrare le criticità: anche piccoli e medi centri, e aree rurali, risultano sempre più esposte, con un peso attribuito — nel documento — anche agli eccessi dell’allevamento intensivo. È un punto che sposta il tema dalla sola dimensione urbana a quella territoriale: servono politiche mirate, investimenti e coordinamento, non interventi episodici. Da qui le proposte operative articolate in sei ambiti. Sul fronte della mobilità, Legambiente chiede di accelerare sugli investimenti nel trasporto pubblico locale e regionale, ampliare Ztl e aree a basse emissioni, estendere reti ciclopedonali e diffondere la «Città 30» come misura che può agire insieme su sicurezza e riduzione delle emissioni. Per riscaldamento ed edifici, si propone di istituire Low Emission Zone specifiche, superare gradualmente l’uso della biomassa nei territori più critici, vietare caldaie più inquinanti nelle zone esposte e spingere la riqualificazione energetica. Sulle emissioni industriali, il rapporto richiama piani di bonifica dei siti inquinati e restrizioni severe per impianti in aree urbane, fino al diniego di autorizzazioni per l’upgrading di impianti obsoleti. In agricoltura e allevamenti, l’associazione chiede di ridurre l’intensità di allevamento dove eccessiva, rafforzare buone pratiche sullo spandimento, incentivare investimenti per l’abbattimento delle emissioni di ammoniaca e vietare le combustioni agricole all’aperto. Infine risorse e governance: ripristino dei fondi previsti dal decreto Mase del luglio 2024, risorse certe e continuative, qualità dell’aria trattata come priorità nazionale e coordinamento efficace tra Stato, Regioni e Comuni. Sul monitoraggio, l’indicazione è potenziare la rete di centraline e introdurre un sistema sensoristico anche per inquinanti come metano e ammoniaca, descritti come precursori nella formazione di polveri sottili e ozono.​