LA TUTELA AMBIENTALE DEL TERRITORIO
UNICAL: PROGRAMMA NON PIÙ RINVIABILE

di FRANCO BARTUCCI – La difesa del suolo e dall’inquinamento dovrebbero essere temi di cui la politica dovrebbe prestare più attenzione. D’altronde, si sa che la Calabria è una regione ad alto rischio idrogeologico e il maltempo e i recenti danni provocati nella zona Tirrenica e Jonica sono un chiaro segnale della necessità e del bisogno di fare di più, magari attuando interventi prioritari e mettendo in sicurezza le strutture e le aree a rischio.

Lo stesso presidente della Regione, Roberto Occhiuto, nel suo intervento al Tg2, ha evidenziato come «la nostra epoca stia pagando anche le conseguenze di un consumo del suolo fatto dalle generazioni precedenti, e che oggi espone molta parte della popolazione a gravi rischi. In Calabria ci sono dei fiumi che sono tombati. Il problema è che la natura non sa che quel fiume non c’è più e che al suo posto c’è una strada, e quando piove si trasforma di nuovo in un torrente, in un fiume, trascinando tutto ciò che si trova davanti», così come – sempre secondo il Governatore – «questo tema della difesa del suolo e della lotta all’abusivismo dovrebbe essere in cima all’agenda politica di tutti i decisori, sia di quelli che partecipano alle scelte del governo nazionale, sia di quelli regionali e comunali.
È davvero importante che ci sia una coscienza collettiva che deve riguardare anche i cittadini, spesso autori degli abusi».

Di questo, poi, se ne è parlato in modo più approfondito alla 43esima edizione del Corso sulle Tecniche per la Difesa del Suolo e dall’Inquinamento all’Università della Calabria, svoltosi nei giorni scorsi.

Presieduto ed introdotto dal prof. Francesco Calomino, attuale direttore e coordinatore del Corso dopo l’ideatore, prof. Giuseppe Frega, ad aprire i lavori dell’edizione 2022, dopo la sospensione di due anni a causa della pandemia, presente il Prorettore con delega al Centro Residenziale, prof.ssa Patrizia Piro, è stato  colui che spetta il merito di avere organizzato alla fine degli anni Settanta tale importante evento annuale di grande valenza scientifica e progettuale su argomenti legati alla tutela del territorio e dell’ambiente calabrese e non solo. Si sta parlando del prof. Giuseppe Frega, tra l’altro già Rettore dell’Università della Calabria dal 1990 al 1999.

L’evento, organizzato dal Laboratorio di Modellistica numerica per la Protezione Idraulica del Territorio (LaMPIT), dal Centro Studi Acquedotti e Fognature, dai Dipartimenti di Ingegneria Ambientale e Ingegneria Civile e dall’Associazione Idrotecnica Italiana, si è svolto sotto il coordinamento dei professori Giuseppe Frega e Francesco Macchione.  

Complessivamente sono state presentate 42 Relazioni, che hanno impegnato 144 coautori provenienti da 31 Università, di cui 5 Università straniere. Va detto, inoltre, che l’evento è stato patrocinato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, dalla Società Idrologica Italiana, dal Gruppo Italiano di Idraulica e dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Cosenza. Con gli atti prodotti nelle 43 edizioni del Corso si può dire che la scuola italiana sulla difesa del suolo ne ha utilizzato al meglio i suoi contenuti scientifici e progettuali contribuendo a rispondere al bisogno di sicurezza e di sviluppo sostenibile del territorio che a gran voce continua a levarsi da tutti gli angoli del nostro Paese.

Ne troviamo un esempio concreto e di grande impatto nell’attualità dei nostri giorni nella relazione svolta dal prof. Paolo Zimmaro, del dipartimento di Ingegneria per l’Ambiente e il territorio dell’Università della Calabria, che ha tenuto anche con il contributo del prof. Ernesto Ausilio, la sua relazione sul tema: Fenomeni geotecnici indotti da terremoto in Italia Centrale e Meridionale, riportandoci agli accadimenti alluvionali dell’isola di  Ischia accaduti e fonte di polemiche anche aspre in questi giorni. 

«Gran parte del territorio Italiano – ha subito affermato il prof. Zimmaro – è caratterizzato da alta pericolosità sismica. Questo aspetto, unito alla vulnerabilità rispetto all’instabilità di versante del territorio nazionale, fa si che in Italia il rischio di frane indotte da terremoti sia elevato in una vasta area. In aggiunta ai fenomeni di frane indotte da terremoto, anche il rischio legato ad altri fenomeni geotecnici indotti da sisma come la liquefazione e la fagliazione di superficie è molto elevato, come testimoniato dai fenomeni osservati a seguito delle recenti sequenze sismiche in Emilia (2012) e Centro Italia (2016)».

Il prof. Paolo Zimmaro è poi entrato nel merito della ricerca concentra sull’analisi dei fenomeni franosi indotti da terremoto in Italia Centrale e Meridionale. I terremoti presi in considerazione sono 11 e coprono un arco temporale che va dal 1783 al 2016. Il range di magnitudo dei terremoti analizzati va da 5.9-7.1. Alcuni di questi terremoti fanno parte di sequenze sismiche. In particolare sono state analizzate due sequenze sismiche significative: la sequenza sismica Calabrese del 1783 e  la sequenza sismica in Centro Italia del 2016.

«L’analisi di questi eventi ha permesso di ricostruire le cause scatenanti i fenomeni franosi osservati a seguito di questi eventi calamitosi e delimitare le aree interessate dagli stessi. Tali conclusioni sono essenziali – ha detto il docente universitario – per la definizione di mappe di rischio su scala regionale e per la futura pianificazione del territorio. Ovviamente i dati di fenomeni geotecnici indotti da terremoto (per esempio frane e liquefazione) per eventi storici sono di fondamentale importanza.  Tuttavia, la quantità e qualità di dati forniti da terremoti recenti è migliorata sostanzialmente grazie all’uso di tecnologie innovative come il rilievo da drone e i dati satellitari ottici e radar».

Il prof. Zimmaro è poi passato ad illustrare  un progetto di ricerca recentemente finanziato dalla Nasa, del quale ne cura la parte geotecnica.

«Il progetto – ha chiarito – si propone di creare mappe di danneggiamento post-sisma nelle ore immediatamente successive il terremoto, che possano fornire informazioni preziose per la definizione delle aree interessate da danni significativi e pianificare opportunamente i soccorsi e le attività di protezione civile. Queste mappe, chiamate Damage Proxy Maps, si basano sull’uso di dati radar satellitari. I dati di danneggiamento geotecnico che emergono dallo studio costituiscono un prezioso elemento per la valutazione della loro efficacia e per la loro calibrazione». 

L’analisi approfondita dei dati relativi alle frane indotte dalla sequenza sismica del Centro Italia del 2016, presentata nel corso del suo intervento, fanno parte dei contenuti di un libro – edito da Springer e pubblicato di recente, che raccoglie contributi di ricercatori e studiosi di tutto il mondo. Per quanto riguarda l’Italia, oltre allo stesso prof. Zimmaro ci sono altri  co-autori, come i Professori: Ausilio (Unical), Silvestri (Università di Napoli Federico II) e Tropeano (Università di Cagliari).

«Questo libro, ad oggi, rappresenta – ha precisato il prof. Zimmaro – una delle risorse più avanzate per la valutazione dello stato dell’arte nell’ambito delle frane indotte da sisma».

La fragilità del territorio: il caso di Ischia

L’argomento trattato e le sue competenze in materia anche di dissesto idrogeologico e di fragilità dei territori ci portano ad approfondire quanto è accaduto proprio in questi giorni nell’isola di Ischia con la frana di Casamicciola.

«Tali fragilità oltre a quella di vulnerabilità rispetto al rischio frana ci dichiara il prof. Zimmaro – si aggiungono all’alta pericolosità sismica della zona, testimoniata dal recente terremoto del 2017 o dal distruttivo evento sismico del 1883 che ha praticamente raso al suolo il comune. Il territorio di Casamicciola può  essere considerato come rappresentativo di fragilità che sono condivise da molte zone d’Italia. La Calabria ovviamente non è esente da questi rischi, essendo in una zona ad alta pericolosità sismica e vulnerabile al dissesto idrogeologico. L’attenzione mediatica che segue tragedie come quella di Casamicciola, accende i riflettori sulle tematiche della mitigazione del rischio. Purtroppo, tali attenzioni scemano col tempo, e non riescono, almeno in Italia, a produrre effetti duraturi». 

«L’occorrenza di eventi calamitosi come le frane o i terremoti in Italia è inevitabile. È ben noto che questi eventi possono distruggere centri abitati ed infrastrutture, devastare comunità, e troppo spesso, provocare la perdita di molte vite. Ad esempio, terremoti distruttivi succederanno molto probabilmente nel corso delle nostre vite, e quasi certamente in quelle dei nostri figli. La domanda più importante che dovremmo chiederci è: come possiamo ridurre il rischio sismico e idrogeologico per le generazioni future?». 

«Esperienze passate, in altri luoghi del mondo ad alta pericolosità sismica, indicano che il modo più efficace per ridurre il rischio sismico delle nostre società, è attraverso il costante apprendimento da eventi distruttivi avvenuti in passato. In California e Nuova Zelanda, ad esempio quando eventi sismici hanno rivelano che alcune zone sono soggette a fagliazione di superficie, liquefazione, o instabilità di pendii sismo-indotta, queste aree sono state mappate e studiate in modo da prevenire, o quantomeno mitigare il rischio della futura occorrenza di questi fenomeni. L’elenco di esempi internazionali da cui l’Italia può apprendere potrebbe continuare a lungo».

La situazione Italiana è  piuttosto complessa e gli agglomerati urbani sono costituiti da molte strutture ad alta vulnerabilità e/o in zone a rischio dissesto idrogeologico. Tali vulnerabilità sono certamente esacerbate dagli effetti dei cambiamenti climatici. Le strutture a rischio, inoltre, costituiscono una larga fetta del patrimonio edilizio privato, ed è complicato definire strategie di mitigazione del rischio che coinvolgano allo stesso tempo proprietari, amministrazioni pubbliche e sovrintendenze.

Nei principali centri urbani Californiani, problemi simili, anche se relativi a differenti tipologie strutturali, sono in fase di risoluzione attraverso ordinanze comunali di mitigazione del rischio sismico obbligatorie. Questo impegno è stato possibile solo attraverso un’azione congiunta dal basso, di ingegneri, comunità locali di cittadini, la stampa e, successivamente, anche rappresentanze politiche. Possono simili iniziative essere intraprese in maniera efficace anche in Italia?”. 

«Come detto, ad oggi è possibile, attraverso tecniche innovative, raccogliere una grande mole di dati post-disastro. La sfida che ci troviamo ad affrontare adesso è: come possiamo tramutare questo bagaglio di esperienze ed insegnamenti in azioni pratiche volte ad un miglioramento delle pratiche correnti in Italia?».

«La politica, la società / l’opinione pubblica e le comunità interessate – ha concluso il prof. Paolo Zimmaro durante la nostra piacevole e dotta conversazione, arricchita di utili informazioni sulla sua esperienza di ricercatore in California – dovrebbero perseguire l’implementazione di pratiche migliori rispetto a quanto fatto nel passato ricostruendo le stesse tipologie strutturali nelle stesse aree – “com’era, dov’era».

«L’attuazione dogmatica di questo motto, come successo in passato non può essere più una opzione accettabile. L’unica strada perseguibile è quella di implementare un approccio proattivo al rischio sismico ed idrogeologico, individuando interventi prioritari e richiedendo l’obbligo (magari supportando questa azione con incentivi fiscali) della messa in sicurezza delle strutture e delle aree a rischio. Un piano di questo tipo si può certamente attuare in un periodo di “pace”, cioè non in fase emergenziale, ma necessita di una visione di lungo termine almeno ventennale». (fba) 

                                                                                                                                                

DEPURAZIONE IN CALABRIA, NON CI SIAMO
BEN 11 PUNTI SONO OLTRE I LIMITI DI LEGGE

La Calabria sul filo del rasoio per la qualità delle acque che sono irrimediabilmente inquinate. Dei 21 campioni d’acqua prelevati da Goletta Verde di Legambiente, 11 campioni sono risultati oltre i limiti di legge. È quanto è emerso dalla presentazione dei risultati raccolti avvenuta a Catanzaro, in cui è stato evidenziato che di questi 11, tutti alle foci dei fiumi, di cui 10 risultati fortemente inquinati e 1 inquinato. 

A prendere parte all’incontro vi sono stati Andrea Dominijanni, presidente Circolo Legambiente Catanzaro; Alice De Marco, portavoce Goletta Verde; Anna Parretta, presidente Legambiente Calabria; Caterina Cristofaro, direttrice Legambiente Calabria; Domenico Pappaterra, direttore generale ARPACAL; Nicola Fiorita, sindaco di Catanzaro; Giusi Iemma, vicesindaco di Catanzaro; Maurizio ArcidiaconoResponsabile CONOU Coordinamento Area Nord-Ovest; Salvatore Siviglia, Dirigente Dipartimento Tutela Ambiente della Regione Calabria.

Quello che è emerso dal rapporto di Goletta Verde, dunque, è una Calabria divisa in due, dove da una parte c’è un mare “malato”, dall’altra, uno pulito che è una gioia non solo per i calabresi, ma anche per i turisti.

Alla luce di ciò, è alquanto evidente che «la depurazione rimane il problema principale che mina la qualità delle acque e del turismo in Calabria – ha rilevato Legambiente –. Non è un caso se tutti i punti giudicati oltre i limiti di legge ricadono presso 11 delle 12 foci campionate. L’89% degli “agglomerati” calabresi (circa 188) è sotto infrazione comunitaria e circa i due terzi della popolazione sono serviti da impianti di depurazione non più al passo con i tempi».

Andando nel dettaglio, è stato rilevato che «6 cUn pampioni sono stati prelevati rispettivamente lungo la costa nella provincia di Reggio Calabria e 6 a Cosenza, 5 in quella di Vibo Valentia, 3 in quella di Catanzaro e 1 di Crotone».

Complessivamente 11 i risultati oltre i limiti di legge secondo il giudizio di Goletta verde, tutti alle foci dei fiumi, di cui 10 risultati Fortemente inquinati e 1 Inquinato. Si tratta del punto presso la foce del canale sulla spiaggia a destra del Castello nel comune di Isola di Capo Rizzuto, località le Castella (KR); il punto tra Montepaone lido e Soverato (CZ), alla foce del fosso Beltrame.

Il punto presso la foce del torrente Caserta presso il lido comunale di Reggio Calabria; a Bagnara Calabra (RC), presso la foce del torrente in prossimità del campo sportivo; la foce del fiume Petrace a Gioia Tauro (RC); la foce del fiume Mesima a San Ferdinando (RC); a Ricadi (VV), in località Torre Ruffa la foce del torrente Ruffa; a Briatico (VV), alla spiaggia della torretta, la foce del torrente Murria; a Pizzo (VV), la foce del fiume Angitola; a Catanzaro Lido, nel comune di Catanzaro, la foce del fiume Corace. Il punto risultato inquinato, invece, è quello tra il comune di Gizzeria (CZ) e Lamezia Terme, in località Marinella/Gizzeria Lido, presso la foce del torrente Spilinga.

«Dai monitoraggi effettuati nell’ambito della Campagna Goletta Verde – ha dichiarato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria – risulta che la situazione delle acque calabresi non è migliorata rispetto allo scorso anno anzi risulta un lieve peggioramento. È paradossale che alcuni dei punti risultati fortemente inquinati presentino da anni, se non da decenni, le medesime problematiche».

«Negli ultimi mesi – ha aggiunto – la Regione Calabria ha compiuto passi in avanti, ad esempio, sulla gestione dei fanghi di depurazione le cui anomalie la nostra associazione ha sempre denunciato. Anche l’azione della Magistratura è stata incisiva e meritoria e speriamo conduca alla punizione dei colpevoli per come consentito dalla legge n. 68/2015 sugli eco-reati. Tuttavia, vista la grave situazione del sistema depurativo calabrese ed il verificarsi dei troppi sversamenti illegali si tratta di progressi insufficienti».

«È prioritario ed estremamente urgente che tutte le Amministrazioni competenti effettuino controlli rigorosi e continui sul territorio ed intervengano celermente per risolvere le criticità a tutela dell’ambiente, della salute ed a salvaguardia dell’economia della Regione – ha evidenziato –. In Calabria verranno assegnati 24,7 milioni di euro dai fondi del Pnrr destinati alla depurazione (su un totale di 600 milioni a livello nazionale), speriamo che anche grazie a questi fondi si potrà cambiare passo per permettere l’adeguamento impiantistico ove presente, il collettamento fognario e un adeguato trattamento delle acque dove invece ancora manca».

«Goletta Verde, ancora una volta – ha detto Alice De Marco, portavoce Goletta Verde – intende denunciare la mala depurazione come problema cardine dello stato d’acqua della nostra Nazione. L’89% degli agglomerati calabresi è sotto infrazione comunitaria e due terzi della popolazione sono serviti da impianti di depurazione ormai obsoleti».

«La gravità della situazione – ha concluso – non può più aspettare e tutti siamo chiamati a denunciare tale questione prioritariamente per la Calabria, ma, in generale, per tutte le coste italiane. Confidiamo nelle amministrazioni locali e nazionali e nei fondi europei per l’adeguamento di cui c’è bisogno».

Il direttore Pappaterra, ha parlato di «un lavoro complementare e non sostitutivo rispetto a quello svolto da Arpacal», in quanto sovrapponendo i dati e le criticità elencate dall’associazione ambientalista con i dati della campagna di monitoraggio Arpacal non si può non notare che le zone critiche sono spesso coincidenti; va inoltre ricordato che degli 11 punti inquinati o fortemente inquinati presentati da Legambiente quasi tutti si trovano alle foci dei fiumi dove per legge è vietata la balneazione.

«Dai dati in nostro possesso – ha proseguito il dg Pappaterra – il 94% delle acque analizzate è in qualità eccellente e solo il 3% in qualità scarsa»;  questi numeri ci restituiscono una fotografia di una regione dalle potenzialità spesso inespresse e che ha i propri punti deboli nel sistema depurativo ma anche negli scarichi illegali di aziende agricole o industriali, villaggi turistici e proprietà private.

Proprio questa approfondita conoscenza delle criticità e grazie alle iniziative di alcune Procure e associazioni, dalla sinergia con l’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Capitaneria di Porto e dalla determinazione del Presidente della Regione del Dipartimento Ambiente della Regione Calabria, si è potuta creare, già nell’inverno scorso, una task force per il mare che sta operando sul mar Tirreno nel tratto compreso tra Tortora e Nicotera permettendo un netto miglioramento dei parametri rispetto al passato.

«Certo il lavoro da fare è ancora tanto – ha concluso Pappaterra – ma facendo nostro lo slogan della campagna di Goletta Verde 2022 “non ci fermeremo mai” vogliamo perseguire come obiettivo la diminuzione degli illeciti ambientali al fine di custodire e conservare la biodiversità in Calabria e poter usufruire al 100% di un mare pulito e cristallino». (rrm)

BALNEAZIONE SOPRA LA MEDIA IN EUROPA
NECESSARIO PIANO PER IL MEDITERRANEO

di MARIO PILEGGICon 4.850 aree marine e 674 spiagge lacustri e d’acqua dolce adibite alla balneazione l’Italia è il Paese che, all’interno dell’Unione Europea, dispone del maggior numero di spiagge ed è per questo considerato la “spiaggia di Europa”. Le spiagge marine rappresentano l’87,8% delle 5.524 spiagge disponibili.

In pratica più della metà degli 8.300 chilometri di coste del BelPaese è destinata alla balneazione.

Ma c’è di più: dall’ultimo Rapporto sulla qualità delle acque della Comunità europea, pubblicato il 3 giugno scorso, emerge che l’Italia è uno dei Paesi con l’insieme delle acque balneabili di qualità superiore rispetto alla media dei Paesi dell’Unione. Infatti il numero delle aree della UE con acque classificate di qualità eccellente raggiunge complessivamente l’84% del totale mentre quello del BelPaese, con 4.854 aree  classificate di qualità eccellente, arriva complessivamente all’ 87.9%. 

Dallo stesso Rapporto emerge che i Paesi dell’Unione Europea più Albania e Svizzera dispongono complessivamente di 21.859 aree balneabili delle quali 14.584 pari al 66,07% sono spiagge marine mentre quelle lacustri e fluviali sono 7.275 pari al 33,3%. Tutti gli Stati membri dell’UE, l’Albania e la Svizzera monitorano i propri siti balneabili conformemente alle disposizioni della direttiva dell’UE sulle acque di balneazione. 

In particolare, in ogni singolo stato dell’UE il numero delle aree adibite alla balneazione è: Austria 261, Belgio: 122, Bulgaria: 96, Croazia: 935, Cipro: 120, Cechia: 155, Danimarca: 1.031, Estonia: 65, Finlandia: 302, Francia: 3.355, Germania: 2.291, Grecia: 1.683, Ungheria: 274, Irlanda: 148, Italia: 5.524, Lettonia: 56, Lituania: 120, Lussemburgo: 17, Malta: 87, Paesi Bassi: 738, Polonia: 672, Portogallo : 652, Romania: 50, Slovacchia: 32, Slovenia: 47, Spagna: 2.261 e Svezia: 457. Al di fuori dell’UE, alla banca dati del  WISE – Sistema Informativo sulle Acque per l’Europa,  sono state segnalate altre 308 aree destinate alla balneazione: 119 dall’Albania  e 189 dalla Svizzera. 

Per ognuna di queste aree adibite alla balneazione in ogni Paese appartenente all’Unione europea esiste l’obbligo di fornire le informazioni necessarie per consentire alle persone di prendere decisioni informate su dove fare il bagno senza rischi per la salute.

Le  norme di riferimento nel BelPaese sono: Decreto Legislativo 30 maggio 2008, n. 116 “Attuazıone della direttiva 2006/7/CE relativa alla gestione della qualità delle acque di balneazione e abrogazione della direttiva 76/160/CEE“; e Decreto 30 marzo 2010 –“Definizione dei criteri per determinare il divieto di balneazione, nonche’ modalita’ e specifiche tecniche per l’attuazione del decreto legislativo 30 maggio 2008, n. 116, di recepimento della direttiva 2006/7/CE, relativa alla gestione della qualita’ delle acque di balneazione.

La stessa direttiva è sostenuta da un ampio quadro normativo europeo in materia di acque, che comprende la direttiva quadro sulle acque, la direttiva sugli standard di qualità ambientale, la direttiva sulle acque sotterranee, la direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino e la direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane.

Un quadro normativo finalizzato a proteggere la salute umana dai rischi derivanti dall’inquinamento delle acque di balneazione e con vari strumenti quali: i profili di balneazione; la previsione degli inquinamenti di breve durata; il ruolo della partecipazione del pubblico; la classificazione delle acque di balneazione in quattro categorie di qualità: Eccellente, Buona, Sufficiente e Scarsa sulla base dei valori degli indicatori microbiologici di contaminazione fecale (Escherichia coli ed Enterococchi intestinali); le informazioni da fornire ai bagnanti in tempo reale;  il monitoraggio delle acque secondo i criteri tecnici definiti negli allegati normativi. 

Riguardo gli strumenti di informazione e partecipazione dei cittadini sono  significativi titoli e contenuti degli articoli 14 e 15 del Decreto legislativo 30 maggio 2008 , n. 116 -Attuazione della direttiva 2006/7/CE relativa alla gestione della qualità delle acque di balneazione e abrogazione della direttiva 76/160/CEE, di seguito in parte riportati:

«Art. 14. Partecipazione del pubblico: Le autorità competenti, ciascuna per quanto di competenza, incoraggiano la partecipazione del pubblico all’attuazione del presente decreto e assicurano che siano fornite al pubblico interessato opportunità di informarsi sul processo di partecipazione, e di formulare suggerimenti, osservazioni o reclami, in particolare per la preparazione, la revisione e l’aggiornamento delle acque di balneazione di cui all’articolo…».

«A15 15. Informazione al pubblico: I comuni assicurano che le seguenti informazioni siano divulgate e messe a disposizione con tempestivita’ durante la stagione balneare in  un’ubicazione facilmente accessibile nelle immediate vicinanze di ciascuna acqua di balneazione:

  1. a) classificazione corrente delle  acque  di  balneazione ed eventuale  divieto di balneazione di cui al presente decreto mediante una simbologia che risponda agli indirizzi comunitari;
  2. b) descrizione  generale  delle  acque  di  balneazione,  in  un linguaggio non tecnico, basata sul profilo delle acque di balneazione predisposto in base all’allegato III;
  3. c) nel caso di acque di balneazione identificate a rischio di inquinamento di breve durata: 1) avviso di acqua di balneazione a rischio di inquinamento di breve durata; 2) indicazione del numero di giorni nei quali la balneazione e’ stata  vietata  durante  la  stagione  balneare precedente a causa dell’inquinamento di cui al n. 1); 3)  avviso tempestivo di inquinamento, previsto o presente, con divieto temporaneo di balneazione;
  4. d) informazioni   sulla   natura e la durata  prevista  delle situazioni  anomale  durante  gli  eventi di cui articolo 2, comma 1, lettera g);
  5. e) laddove  la  balneazione è vietata, avviso che ne informi il pubblico, precisandone le ragioni;
  6. f) ogniqualvolta è introdotto un divieto di  balneazione permanente, avviso che l’area in questione non è più balneabile con la ragione del declassamento;
  7. g) indicazione delle fonti da cui reperire informazioni più esaurienti, conformemente al comma 2.

 

  1. 2.  Le  autorità  competenti,  ciascuna per la propria competenza, utilizzano  adeguati  mezzi e tecnologie  di comunicazione, tra cui Internet, per promuovere e divulgare con tempestività  le informazioni sulle acque di balneazione di cui al comma 1, nonchè,ove opportuno, in varie lingue, le seguenti informazioni: 
  2. a) elenco delle acque di balneazione; 
  3. b) classificazione  di ciascuna acqua di balneazione negli ultimi tre  anni e il relativo profilo, inclusi i risultati del monitoraggio effettuato    ai   sensi   del   presente decreto dopo l’ultima classificazione; 
  4. c) misure di risanamento di cui all’articolo 2, comma 1, lettera f), numero 10); 
  5. d) nel caso di acque di balneazione classificate «scarse», informazioni  sulle  cause  dell’inquinamento e sulle misure adottate per  prevenire  l’esposizione  dei  bagnanti  all’inquinamento e per affrontarne le cause come prescritto nell’articolo 8, comma 4;
  1. e) nel  caso di acque di balneazione a rischio di inquinamento di breve durata, informazioni generali relative a:1)  condizioni che possono condurre a inquinamento di breve durata; 2)  grado  di  probabilità di tale  inquinamento e della sua probabile durata; 3) cause dell’inquinamento e delle misure adottate per prevenire l’esposizione dei   bagnanti all’inquinamento e per affrontarne le cause; …».

Va evidenziato che grazie a queste norme, in molti Paesi europei e alcune regioni italiane come l’Emilia-Romagna la quantità di acque reflue urbane e industriali non trattate o parzialmente trattate che finiscono nelle acque di balneazione è drasticamente diminuita rendendo la balneazione possibile anche in molte acque superficiali situate in aree urbane che in precedenza erano altamente inquinate.

E che la Commissione europea sta riesaminando la Direttiva sulle acque di balneazione con l’obiettivo di valutare se le norme vigenti siano ancora idonee a tutelare la salute pubblica e a migliorare la qualità dell’acqua, o se sia necessario perfezionare il quadro esistente, in particolare prendendo in considerazione nuovi parametri.

In tale contesto è da considerare che le norme vigenti, in particolare per quanto riguarda la informazione e partecipazione dei cittadini, previste dai sopracitati artt. 14.e 15, come documentiamo da molti anni, restano inapplicate in varie  regioni e comuni del BelPaese. Come è da considerare che da circa un  decennio il Ministero della Salute non pubblica e rende noto il Rapporto annuale sulle acque di balneazione completo di tutti i dati  di ogni regione del BelPaese. E che, ad oggi, il Portale Acque del Ministero della Salute non è stato ancora implementato, come annunciato, con i dati relativi alla depurazione per localizzare i depuratori e comparare i dati di qualità delle acque di balneazione con quelli della depurazione, localizzandoli sulle mappe.

Forse anche per questo non viene evidenziato che le aree classificate di qualità eccellente che nel 2018 raggiungevano il 90% del totale nel 2022 si sono ridotte all’ 87.9% . E quindi in controtendenza rispetto a quanto dichiarato dal  direttore esecutivo dell’AEA, Hans Bruyninckx: «I risultati di quest’anno dimostrano che gli oltre 40 anni di lavoro dell’UE dedicati a migliorare la qualità delle acque di balneazione in tutta Europa hanno giovato alla nostra salute e all’ambiente. Il piano d’azione dell’UE per l’inquinamento zero e la revisione della direttiva sulle acque di balneazione consolideranno ulteriormente il nostro impegno a prevenire e ridurre l’inquinamento nei prossimi decenni».

Evidentemente s’impone il rispetto delle norme e Direttive europee riguardanti l’obbligo di informare e far conoscere la qualità delle acque marine e le specificità del patrimonio costiero dell’intero Belpaese.

Il mare non è solo turismo ma costituisce una immensa risorsa pubblica essenziale per la qualità della vita e di grande rilevanza sia per l’ecologia che per l’economia. Una risorsa che occorre promuovere e valorizzare con interventi coordinati e sinergici a tutti i livelli di competenza e responsabilità come evidenziato nel Piano di Azione per il Mediterraneo del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP/MAP).  Piano sostenuto dal Fondo Globale per l’Ambiente (GEF), l’UNEP/MAP che ha elaborato un programma di azione strategico (SAP/MED) che identifica a livello regionale le sostanze nocive che devono essere eliminate nei prossimi decenni e richiede ai vari Paesi di elaborare e attuare piani di azione per combattere l’inquinamento marino proveniente dalle attività terrestri.  

Piani da elaborare e attuare anche nel BelPaese circondato da mari e coste ricchissime di storia e potenzialità di sviluppo sostenibile nell’interesse dei giovani e delle generazioni future. (gp)

[Giuseppe Pileggi è geologo del Consiglio Nazionale “Amici della Terra”]

 

LA LUNGA STRADA PER UN MARE PULITO
IN CALABRIA, LA SINERGIA È LA CHIAVE

Il mare non è solo una questione della Calabria, ma anche – e soprattutto – dei calabresi. Il problema dell’inquinamento e della maladepurazione, infatti, è un problema atavico a cui si è iniziato a lavorare seriamente solo di recente, con l’elezione di Roberto Occhiuto a presidente della Regione.

Non che prima non fosse stato fatto nulla ma, con dati e fatti alla mano, il presidente Occhiuto è riuscito a creare quelle sinergie – forse prima irrealizzabili – tra Enti, Associazioni e autorità che potrebbero dare davvero la svolta di cui il nostro mare ha decisamente bisogno.

Come già ribadito dal direttore dell’ArpacalDomenico Pappaterra, c’è stata «una nuova consapevolezza nell’affrontare le criticità causate da decenni di incuria e abusi di ogni genere; penso alle iniziative dell’Associazione Mare Pulito Bruno Giordano nel vibonese, al recente incontro dell’associazione Mare Pulito (con la quale Arpacal ha sottoscritto un protocollo di collaborazione) con il presidente della Regione Calabria e le altre istituzioni, all’uscita del rapporto Mare Monstrum di Legambiente, alle proposte di Alleanza Ecologica per l’Italia e alle diverse iniziative di controllo ambientale delle associazioni ambientaliste dell’alto tirreno cosentino e del medio tirreno lametino».

«Questo fermento denota un cambio di passo che va nella giusta direzione, ovvero – ha detto Pappaterra – quella di unire tutte le forze in una sfida quasi impossibile ma che si potrà vincere se tutti quanti remeremo dalla stessa parte».

Ne è l’esempio del Protocollo d’intesa per la Salvaguardia e la Tutela del Mare, sottoscritto nel 2021 tra l’Associazione Mare Pulito e i Comuni dell’Alto Tirreno Cosentino, che sono continuamente vittime di casi di maladepurazione.

Una situazione, che è stata continuamente denunciata da Italia Nostra Alto Tirreno Cosentino, e che, in risposta alle dichiarazioni rilasciate da Occhiuto, secondo cui «per 20 anni non si è parlato di depurazione; quindi ora stiamo cercando di rimediare a 20 anni di inerzia. Non sarà facile avere un mare cristallino già questa estate. Confidiamo di risolvere il problema della depurazione in due anni, ma se quest’anno lo risolvessimo al 40% non sarebbe male», ha chiesto di «vedere prima i fatti», oltre che «più serietà e responsabilità da parte di tutti».

Detto fatto. Il Governatore ha avviato una serie di iniziative per il Mare Pulito, come l’ordinanza del 16 giugno per interventi urgenti sui depuratori di 13 Comuni della fascia Tirrenica e sugli scarichi abusivi, la collaborazione con il direttore della Stazione Zoologica “Anthon Dorn”, Silvio Greco e, per ultimo, un’azione di monitoraggio sperimentale del mare, che si svolge utilizzando elicotteri e droni. Importante, poi l’attivazione di un tavolo regionale con Procure, Prefetture, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza e Carabinieri per le attività di verifiche degli scarichi abusivi e delle anomalie presenti.

Tutte azioni che sicuramente non risolveranno il problema immediatamente ma che porteranno, nel tempo, ai risultati tanto sperati. Tuttavia, anche se Arpacal ha rilevato che quasi il 90% della nostra costa con acque in qualità eccellente, solo il 2,3% è da considerare in qualità scarsa, il problema del mare sporco, purtroppo, sarà un tema continuo nell’estate dei calabresi.

Proprio nella giornata di domenica, a Marina di San Lorenzo, in provincia di Reggio, è arrivata la denuncia da residenti e turisti per il mare inquinato.

«Prendere un’infezione dovuta al mare inquinato nel 2022 è davvero inaccettabile. Come possiamo definire questo un paese civile quando mancano anche le cose più basilari? Tutto questo, poi, è aggravato dal fatto che il cittadino non ha un punto di riferimento nelle istituzioni con cui interfacciarsi, a cui chiedere risposte. La rassegnazione regna sovrana», hanno denunciato i bagnanti, che hanno chiesto a Occhiuto di «”toccare con mano” la gravità della situazione nella costa jonica reggina. Servono soluzioni concrete, basta a quelle tampone che non fanno altro che peggiorare la situazione. Questa terra ha bisogno di riscatto, mentre cittadini e turisti meritano di vivere in serenità i pochi giorni di ferie di cui possono godere». (rrm)

 

MARE E SPIAGGE DETURPATE IN CALABRIA
ADESSO BASTA CON I RIFIUTI ABBANDONATI

La cura e tutela dell’ambiente è una questione molto delicata e sentita in Calabria, sopratutto quando si parla dei rifiuti che, purtroppo, sono un’emergenza continua in una regione che vede le sue belle spiagge e il mare deturpati da cumuli e cumuli di spazzatura di ogni genere.

E non bastano le iniziative intraprese da Associazioni come quella di Plastic Free che, da tempo, ha avviato una importante campagna per ripulire le spiagge dai rifiuti o quelle intraprese da altre Associazioni o da cittadini che, volontariamente, ripuliscono strade e spiagge, perché, come ha sottolineato il commissario regionale della LegaGiacomo Saccomanno, «l’ambiente è una risorsa fondamentale per la crescita della Calabria, che deve assolutamente cambiare pagina e passo», sopratutto a seguito dei tristissimi e sconfortanti dati che sono emersi dalle ultime indagini di Legambiente.

Nel Dossier Mare Nostrum, divulgato nei primi giorni di luglio, è emerso che la Calabria si colloca al quarto posto nella classifica del mare inquinato con 458 infrazioni accertate, 635 persone denunciate e arrestate e 275 sequestri effettuati, mentre nella 28esima edizione di Comuni Ricicloni, sempre di Legambiente, è stato rilevato un dato preoccupante: su 404 Comuni calabresi, solo sette sono Rifiuti Free. Andando a livello Provinciale, emerge che tra le province calabresi, è quella di Cosenza a dominare le presenze con 5 comuni; Vibo Valentia con un solo comune e Catanzaro con uno. In cima alla classifica dei comuni rifiuti free calabresi troviamo San Benedetto Ullano (Cs), che per i risultati raggiunti ha ottenuto anche il titolo di “comune riciclone” a livello nazionale: con 1.453 abitanti, ha raggiunto l’80,3% di raccolta differenziata (rd) ed una produzione pro capite di secco residuo di 52,2 kg all’anno.

Un dato preoccupante, che fa capire la necessità di «incentivare la comunicazione e l’informazione per i cittadini affinchè si possa realizzare una raccolta differenziata di qualità, ma soprattutto aiutare i comuni con interventi mirati tra i quali, per esempio, l’applicazione della tariffazione puntuale, in nome del principio “chi inquina paga” e la realizzazione di impianti di riciclo e riuso in ogni provincia calabrese» come ha spiegato la presidente di Legambiente Calabria, Anna Parretta, che ha sottolineato come «i dati dell’ultimo Report di Legambiente su “Comuni Ricicloni” ci restituisce l’immagine di una regione che può e deve fare molto di più per rendere più efficace il sistema di gestione dei rifiuti».

Ed è qui che entra in gioco la campagna Ricicla Estate: la raccolta differenziata ti segue in vacanza, promossa da Legambiente Calabria in collaborazione con il Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi, composta da 40 tappe che vedrà coinvolti oltre 30 Comuni calabresi, nello specifico Catanzaro, Vibo Valentia, Cropani, Reggio Calabria, Crotone, Cittanova, Santa Maria del Cedro, Corigliano-Rossano, San Giovanni in Fiore, San Benedetto Ullano, Caulonia, Caminia di Stalettì, Cicala, Sersale, Villapiana lido, Tropea, Pizzo, Nicotera, Briatico, Drapia, Palmi, Davoli, Belvedere Marittimo, Zambrone, Steccato di Cutro, Santa Domenica di Ricadi, Lorica, Cariati, Siderno, Lamezia Terme, Parghelia, Le Castella.

La campagna nasce per ricordare che anche in vacanza bisogna fare la raccolta differenziata, e che i rifiuti non vanno abbandonati. All’interno degli stabilimenti balneari saranno collocati gli appositi bidoncini per depositare, in modo differenziato, i rifiuti, permettendo ai consorzi che garantiscono il riciclo di dare loro una nuova vita e trasformare quello che prima era solo un rifiuto in una preziosa risorsa. Grazie al lavoro dei volontari di Legambiente, bambini e adulti potranno imparare, giocando, a svolgere correttamente la raccolta differenziata.

«La direzione in cui andare è chiara – ha detto la presidente Parretta –, ed è quella tracciata dall’Europa nello stabilire la gerarchia comunitaria nella gestione dei rifiuti che definisce come prioritari gli obiettivi della prevenzione e del riciclaggio, con il chiaro obiettivo di discariche zero. Per realizzare la Calabria del futuro è necessario seguire il modello delle “4R”: ridurre, riusare, riciclare, recuperare».

«Non ci scoraggiamo – ha dichiarato l’assessore regionale all’Ambiente, Sergio De Caprio – ripartiamo, non ci demoralizziamo. Stiamo lavorando bene. Abbiamo adottato il servizio di tracciamento dei rifiuti e tutti i 404 comuni calabresi si sono iscritti. La raccolta differenziata è l’unica vera strategia per arrivare a discarica zero e gestire correttamente il ciclo dei rifiuti che va collocato al centro dell’economia circolare. Basta speculazioni. Con senso di responsabilità costruiremo rapidamente gli ecodistretti, valorizzeremo i rifiuti e li trasformeremo in risorsa».

«Sempre di più – ha detto ancora l’assessore regionale – dobbiamo riutilizzare i materiale perché questa è la strada individuata dall’Europa e l’Italia deve seguire questo modello d’avanguardia. Stiamo lavorando sulla depurazione, lo abbiamo fatto dialogando con tutti i sindaci, sappiamo che ci sono aree prive di depuratori o collettamenti, ed abbiamo investito 65 milioni di euro per intervenire. Il danno più grande deriva dalla mancata separazione delle acque bianche dalle acque nere. Abbiamo chiesto oltre 260 milioni di euro sul Recovery Fund affinché tutti i comuni della Calabria possano porre rimedio a questo fenomeno che è la maggiore causa dell’inquinamento».

Quella dei rifiuti, dunque, è un problema che deve essere affrontato in fretta e nel migliori dei modi perché, come ha evidenziato il segretario generale della Fisascat CislFortunato Lo Papa, i rifiuti, ma anche i cantieri aperti nel pieno dell’estate, sono fattori che «possono influenzare negativamente un ambito di primo piano per la Calabria», oltre che disincentivare il turismo.

«Come spiegare – ha dichiarato Lo Papa – a chi si appresta a godere delle nostre bellezze, la spazzatura per strada, i miasmi nauseabondi esasperati dalle alte temperature, a volte anche sulle stesse spiagge? Mentre il settore rifiuti continua ad essere in emergenza da anni, le istituzioni alternano la ricerca di soluzioni tampone al voltarsi dall’altro lato. Ecco il nostro biglietto da visita, monnezza e cattivi odori nel post Covid». (rrm)

STOP PLASTICA, SALVARE IL NOSTRO MARE
UN IMPEGNO SERIO PER LA DEPURAZIONE

La Giornata Nazionale del Mare, celebrata ieri in tutt’Italia, assume un significato particolare per la Calabria: le immagini dei fondali dello Stretto trasformate in un’ignobile discarica sottomarina parlano da sole. Serve – ha detto il segretario generale della Cisl Calabria Tonino Russo – «un impegno serio e determinato per la creazione di un sistema integrato di depurazione delle acque. Perciò la Cisl rilancia la proposta di un Contratto Istituzionale di Sviluppo, un “CIS Mare Pulito” per una programmazione comune, finalizzata a progettare e realizzare una rete di infrastrutture necessarie alla depurazione e al collettamento fognario. In un momento di crisi sanitaria, economica e sociale in cui è come non mai indispensabile operare, nell’immediato e in prospettiva, per il rilancio del turismo e del territorio, appare chiaro che un patto istituzionale che coinvolga il Governo, la Regione e i Sindaci in un percorso condiviso e coordinato nell’affrontare decisamente il problema, è l’unico modo di salvare e valorizzare la grande e preziosa risorsa naturale, ambientale e paesaggistica costituita dal mare e dagli 800 km di coste calabresi».

Certo, le risorse messe a disposizione dal Recovery Fund per un’Europa più verde” lasciano immaginare di essere – ha detto ancora Russo – «davvero ad una svolta possibile, perché l’Unione Europea considera prioritario il tema della tutela delle risorse naturali e dell’ambiente, prevedendo importanti investimenti. Il Quadro Finanziario Pluriennale (cioè il bilancio a lungo termine) 2021-2027 destina infatti a questo obiettivo, per tutta l’Unione, 356,4 miliardi di euro e il piano Next Generation EU ne stanzia 17,5: un totale di 373,9 miliardi».

La Giornata del mare è nata per «sviluppare la cultura del mare, inteso come risorsa di grande valore culturale, scientifico, ricreativo ed economico». È un modo per attrarre l’attenzione, soprattutto die giovani, sulla necessità di porre la massima attenzione al problema inquinamento e alla necessità di preservare non solo il verde ma anche l’ambiente marino.

Su questi temi, sabato, a Catanzaro i Verdi Calabria hanno aperto un dibattito (in streaming) sullo stato del mare della regione. «Salviamo il nostro mare» non è soltanto lo slogan dell’incontro che ha suscitato molto interesse e raccolto importanti adesioni, ma un obiettivo mirato per una specifica sensibilizzazione ambientale che risulta, a questo punto, quanto mai necessaria e non più rinviabile.

La diretta online è stata moderata da Giuseppe Campana, Commissario regionale Verdi, coordinata da Alessia Alboresi, consigliere comunale di Corigliano Rossano e Elisa Romano, dell’esecutivo nazionale Verdi, con «l’intento di accendere i riflettori sulla questione che attanaglia questa regione da tantissimo tempo».

«Ci sono diverse analogie tra la cattiva gestione dei rifiuti solidi e la cattiva depurazione che affligge le nostre acque – ha dichiarato Elisa Romano – e su tutto questo L’UE fa cassa. Non dimentichiamo che l’inquinamento è infatti dovuto non solo al mal funzionamento dei depuratori ma anche all’utilizzo delle plastiche monouso che tra poco prenderanno il sopravvento sulla fauna marina. Nel nostro percorso di sensibilizzazione, ad oggi abbiamo riscontrato molti atteggiamenti di riluttanza. Di ambiente si parla per essere alla moda ma non si attua concretamente nulla di ciò che si promette. Spero che la politica voglia abbandonare la realizzazione di opere inutili che in maniera vergognosa insegue, ad esempio il ponte sullo Stretto, per dedicarsi ad opere concrete e fattive: l’ambiente non è uno spot pubblicitario da utilizzare nelle campagne elettorali, la noncuranza dell’aspetto ambientale prima o poi presenta il suo conto».

Ad avviso di Silvio Greco, direttore della sede romana e calabrese della stazione zoologica “Anton Dohrn” «È tardi per preoccuparsi del pianeta Terra, che ha un tempo ormai finito; il tema vero di cui occuparsi è quello della qualità della vita sul pianeta, per il tempo che ci resta da vivere. Se le persone capissero una volta per tutta che qualunque gesto che crei danno si ritorce contro di noi, diventeremmo tutti ecologisti. Ma si è volutamente abbassato il livello scolastico e stiamo andando verso un’ignoranza generalizzata che favorisce i populismi sia di destra che di sinistra, un’ignoranza che fa paura. La maggioranza politica di questo Paese – ha concluso Greco – non ha alcun interesse verso la sostenibilità, né sociale né dell’ecosistema. Lo sforzo da fare è quello di lavorare sul tema dell’educazione ambientale. Abbiamo bisogno di cultura, di conoscenza.  La politica si deve assumere la sua responsabilità. Un assessore all’ambiente non può parlare senza conoscere, stanno facendo solo del green wash. Si ragiona ancora sulla realizzazione delle discariche quando, invece, la discarica è soltanto la fase terminale di un processo e nella discarica deve arrivare solo il 3% dei rifiuti. Questo è il tempo in cui non si può non essere partigiani nel senso di prendere parte, è troppo importante per la qualità della vita della nostra specie».

Orlando Amodeo, Coordinatore Verdi Crotone, riallacciandosi ai discorsi di Silvio Greco, ha concentrato la propria analisi sulle particelle nocive che inquinano i nostri mari e la relativa fauna. «È vero che abbiamo una grande biodiversità –  ha detto Amodeo – ma in tutti i nostri pesci i tassi di particelle chimiche quali fosforo, mercurio, cominciano ad abbondare pericolosamente; se poi aggiungiamo il fatto che consumiamo pesce di allevamento, che è grave fonte di inquinamento, vediamo purtroppo a che futuro stiamo andando incontro. Il territorio di Crotone per 30 anni è stato patria della Montedison, per cui c’è ancora una striscia di 4km sul mare. Si è poi proceduto con la “bonifica”, ma “bonifica” non deve essere solo coprire con della terra e piantare alberi».

A confermare dei dati preoccupanti, anche Domenico Bova, coordinatore Verdi Reggio Calabria. «Reggio – ha detto – dovrebbe essere un’isola felice, grazie alle correnti ed al ricambio frequente di acque, ma in realtà abbiamo gli stessi problemi degli altri, poiché non abbiamo mai acquisito l’assunto di essere uomini di mare. Reggio Calabria è, infatti, una città sul mare ma non è una città di mare. Reggio celebra la montagna nella sua gastronomia, con centinaia di macellerie, ma non ha pesce. Non ha una flotta di pescherecci, è poco avvezza alla cultura del mare. Andando alla questione inquinamento, la velocità con cui le acque meteoriche arrivano a mare, fa sì che se non c’è un controllo a monte, anche con opere di contenimento di determinati rifiuti, soprattutto i solidi urbani, la velocità con cui queste acque arrivano a mare è troppa e si creano danni. Poi subìamo la mancanza di una corretta depurazione, che produce un’iperfloritura algale per cui tutta una serie di specie ittiche è costretta a spostarsi per cercare condizioni di vivibilità. L’inquinamento del mare ha, quindi, creato una distribuzione diversa della fauna marittima. Non ultimo è, inoltre, il controllo dello sversamento dell’amianto. Abbiamo quattro fiumare che circoscrivono il perimetro di Reggio, in cui molti hanno pensato di sversare gli scarti dei propri lavori, l’amianto, che con le acque torrentizie finiva a mare. Ora col superbonus si prevede una grande mole di lavori edili e, quindi, bisogna esercitare dei controlli importanti. Il mare è fonte inesauribile di energia pulita grazie alle correnti ed alle onde, che consentono la produzione di energia alternativa. Spero che nel breve periodo si possa pensare a questo tipo di attività e risorse che investano il territorio reggino».

Non solo la costa, ma anche l’entroterra fa la sua parte nella tutela dei nostri mari. A parlarne, Mariano Marotta, coordinatore Verdi di Catanzaro. «Non è un problema solo dei comuni costieri. Molti comuni dell’entroterra non vengono tenuti in considerazione nella gestione della problematica. C’è, infatti, la convinzione errata che risolvendo la depurazione sui comuni costieri si risolva più in generale il problema – ha detto Marotta – La Calabria ha bisogno di una progettazione di tipo tecnico scientifico, che invece viene lasciata agli amministratori che spesso non hanno la sensibilità o le capacità. La Regione deve immaginare una progettazione che sia quasi pilota e possa essere replicata sul territorio in modo tale che una buona pratica possa poi fungere da motore per il resto».

Secondo Raffaele Greco (Verdi Vibo), «Il mare è lo specchio fedele di quanto avviene sulla terra ferma. Troviamo nelle nostre acque una contaminazione molto intensa con agenti patogeni, di origine principalmente fecale, perché la combinata azione di torrenti e piogge porta a mare, specie dopo la stagione estiva, un forte inquinamento organico. Io penso che il vero problema su cui oggi interrogarci da un punto di vista politico sia il fatto che la Regione, a distanza di 20 anni dalla direttiva quadro 60/2000 e del d.l. 152/2006, non abbia un piano di tutela delle acque regolarmente approvato dal consiglio regionale. Le politiche delle acque – ha concluso – vanno fatte su scala regionale e su scala distrettuale. Purtroppo, ad oggi, non se ne sente parlare. Neanche nel primo abbozzo di campagna elettorale che c’è stata. Dovremmo farne un cavallo di battaglia della nostra prossima campagna elettorale».

Molto dure le parole di Vincenzo Giordano, Consigliere federale nazionale Verdi, che ha definito «un problema di provenienza politica, inutile additare il privato cittadino che fa sì la sua parte, ma deve essere la politica l’elemento risolutore di queste circostanze».

«Parliamo del mare inquinato da quasi 40 anni, anni in cui si sono succeduti i vari governi regionali, comunali e provinciali – ha detto Giordano –. Parlare di ambiente non ha e non dovrebbe avere un colore politico, dovrebbe nascere spontaneo a chiunque occupi un posto istituzionale. Ma come è possibile che nessuna entità politica se non i Verdi abbiano intrapreso questo cammino? Il resto della politica sfrutta la linea verde per accaparrarsi una fetta di elettorato, per poi disattendere ogni promessa. Si tratta di green washing. Il problema ambientale è complesso e ne è responsabile solo la politica. Non dimentichiamo i grandi danni compiuti negli anni ’80 e ’90, in questo frangente c’è stato un abusivismo incredibile, colpa del privato ma anche della politica che ha condonato. Molti degli immobili condonati hanno gli scarichi a mare. Abbiamo inoltre una ferrovia tra la spiaggia e le statali. Non cadiamo nella trappola del politichese, una mente critica che ha un minimo di sapienza su questa Europa prima denigrata e poi presa a braccetto dai vari politici di turno sa riconoscere gli errori fatti. Le elezioni sono imminenti – ha terminato – spero che la popolazione calabrese sappia fare tesoro e cultura di questa memoria e si esprima a dovere».

Tra gli interventi programmati, anche quello di Angelo Calzone, Delegato WWF Calabria. «La politica deve saper fare tre cose: programmare, farsi portavoce delle istanze delle associazioni ambientaliste che spesso sono anche antesignane per quanto riguarda i valori e le problematiche del territorio e, infine, assumere il valore del capitale naturale come stella polare di ogni azione».

La Alboresi ha evidenziato come sia «necessario fortissimamente insistere su una educazione ambientale dei giovani, dall’età scolastica» ed ha posto un accento sulla «Nuova 106 ad Amendolara, che potrà ancor di più inficiare il medio ambiente, ma il cui mare si è dimostrato più resiliente e più intelligente di noi, riportando in vita nientemeno che il meraviglioso corallo rosso, assente dai mari calabresi da decenni».

Le conclusioni sono state affidate agli interventi di Giuseppe Campana e di Silvio Greco. «Le acque calabresi – ha detto quest’ultimo – la loro flora e fauna sono a rischio inquinamento se le persone capissero una volta per tutte che qualsiasi gesto crea danno all’ecosistema e di conseguenza a noi molto probabilmente diventeremo tutti ecologisti, il problema è che anche nel mondo della scuola i temi ambientali non vengono trattati come si dovrebbe creando poca consapevolezza nei ragazzi. Il lavoro che devono fare i verdi è quello incentrato sulla educazione ambientale, insieme alle associazioni ambientaliste perché c’è bisogno di cultura e conoscenza. La politica si deve assumere delle responsabilità perché un assessore all’ambiente così come un ministro della transizione ecologica non può parlare senza concezione di causa».

«Non bisogna lasciare spazio ai populismi di destra e sinistra – ha concluso Giuseppe Campana – che hanno giocato sui temi ambientali per accaparrarsi voti della gente. La questione ambientale non può essere liquidata in quattro righe da inserire in un programma elettorale. È una questione culturale e di volontà politica, di coraggio nell’assumersi delle responsabilità nelle scelte politiche che tutelano il paesaggio e il territorio. Decisivo ora più che mai l’intervento della politica. Noi ci stiamo mettendo il nostro impegno e anche in questo anno di pandemia, nonostante le difficoltà riscontrate, siamo riusciti a rifondare il partito in tutte le federazioni proprio perché crediamo che ci sia bisogno, ora più che mai, di concretezza ed attuazione pratica delle politiche ambientaliste». (rrm)

RIFIUTI IN MARE, LO STRETTO È DIVENTATO
LA PRIMA PATTUMIERA DEL MEDITERRANEO

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Entrare nel Guinness dei primati è quasi sempre una cosa piacevole, ma non in questo caso visto che questo record, è una vera e propria vergogna, che getta un’ombra su uno dei più suggestivi e caratteristici tratti della Calabria: lo Stretto di Messina è il tratto di mare più inquinato del Mediterraneo, con una spaventosa discarica di rifiuti sul fondale.

Lo certifica uno studio di un gruppo internazionale di ricerca coordinato dall’Università di Barcellona e realizzato in collaborazione con il Joint Research Centre (Jrc) della Commissione europea e vede coinvolti diversi enti italiani, come l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (Ispra), la Stazione Zoologica Anton Dohrn, l’Università di Cagliari e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs) e pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters, in cui viene rilevato che i rifiuti, in alcuni punti dello Stretto, raggiungono la densità di un milione di oggetti per chilometro quadrato.

«Lo studio – riporta l’Ansa – indica come i rifiuti stiano aumentando nei fondali marini di tutto il mondo: in alcuni casi la loro densità sarebbe addirittura paragonabile a quella delle grandi discariche presenti sulla terra ferma. Secondo gli esperti, questo trend è destinato a continuare, tanto che entro i prossimi 30 anni il volume dei rifiuti marini potrà superare i tre miliardi di tonnellate».

«La diffusione dei rifiuti nei nostri mari e oceani non è ancora pienamente conosciuta – ha spiegato Michele Canals, dell’Università di Barcellona all’Ansa –. Le regioni marine più colpite sono quelle circondate da terre o semi chiuse, i fondali vicino la costa, le aree prossime allo sbocco di grandi fiumi e quelle dove c’è un’intensa attività di pesca, anche lontane dalla terra».

«Nel Mediterraneo – ha aggiunto Canals – la spazzatura sui fondali è già un serio problema ecologico. In alcuni luoghi della costa catalana ci sono grandi accumuli. Quando ci sono forti tempeste, come la tempesta Gloria del gennaio 2020, le onde riportano i rifiuti sulla spiaggia. Alcune spiagge sono state letteralmente ricoperte».

Una situazione che, tuttavia, era già stata denunciata nel 2019, in un servizio su RaiNews24 a cura di Martino Seniga: «i rifiuti urbani abbandonati nelle discariche abusive sono stati trascinati fino a mille metri di profondità in fondo allo Stretto, e questo ha compromesso, in modo definitivo, l’ecosistema sottomarino».

A rilevare questa situazione anomala, sono stati i ricercatori del Cnr e della facoltà di geologia dell’Università degli studi di Roma, che hanno scoperto un’immensa discarica sottomarina che si sviluppa fino a mille metri di profondità al centro dello stretto. Lo hanno raccontato, tramite la loro testimonianza, Francesco L. Chiocci, prof. di Biologia marina presso l’Università La Sapienza di Roma, Martina Pierdomenico, naturalista e ricercatrice Cnr, Frine Cardona, biologa marina università di Bari nel servizio di Seniga.

A contribuire l’arrivo dei rifiuti nello Stretto, sono le fiumare di Reggio e Messina che, trasformate in vere e proprie discariche, con una piena, viaggiano con l’acqua fino ad arrivare al mare.

«Uno scempio che dura da decenni» ha detto Seniga, e che sono documentati grazie agli archivi della Rai.

Questo studio, dunque, dovrebbe far capire quanto sia necessario – se non fondamentale – risolvere la questione dei rifiuti a Reggio Calabria che, nel Report Rifiuti 2020 di Legambiente, ha registrato un peggioramento (2% sulla differenziata) insieme a Vibo Valentia (-4%).

E parte della soluzione è stata presentata con il nuovo piano del Conai, che propone l’installazione delle compostiere di prossimità e di quartiere per il conferimento dell’organico, la messa in posa di cassonetti intelligenti in aree circoscritte e videocontrollate, la possibilità di incentivi e premialità per gli utenti che effettueranno una differenziata corretta ed il passaggio ad un sistema cosiddetto “misto” che alterna la raccolta stradale a quella “porta a porta”.

L’obiettivo – ha spiegato l’assessore comunale reggino all’Ambiente, Paolo Brunetti – è di raggiungere, in due anni, la soglia del 65% della differenziata nel rispetto dei parametri fissati dalla Comunità europea. Puntiamo a vincere una sfida che è abbondantemente alla nostra portata. Ricordo, infatti, che, quando il sistema di raccolta e conferimento funzionava a dovere, eravamo riusciti a portare le quote di differenziata dal 7 al 60%».

Ma non c’è solo Reggio ad essere in emergenza rifiuti: è tutta la Calabria ad essere colpita da questa piaga che, purtroppo, continua a deturpare la nostra bella terra. Tante le denunce, infatti, che arrivano da tutta la regione: Italia Nostra Alto Tirreno Cosentino, recentemente, ha denunciato le condizioni in cui verte la strada Scalea.S. Domenica-Normanno, che è completamente invasa dai rifiuti. A Crotone, dove l’emergenza rifiuti è una costante, i leghisti Giancarlo Cerrelli e Marisa Luana Cavallo hanno proposto la realizzazione di un termovalorizzatore nella città pitagorica come soluzione all’emergenza rifiuti scoppiata nel mese di Natale, e che ha trovato un netto no da parte di Legambiente, che ha sottolineato che «in Calabria, sui rifiuti, bisogna fare scelte chiare che vadano nella direzione di un’economia circolare seria ed efficace, e devono essere costruiti gli impianti della filiera del riciclo, a partire dagli impianti di compostaggio e digestione anaerobica per la produzione di compost di qualità e biometano».

«Per superare la perenne emergenza nella gestione dei rifiuti – ha detto Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria – la Calabria deve uscire dalla logica degli inceneritori e delle discariche, sviluppando ogni possibile azione, per come previsto dalla normativa vigente, per far aumentare il riciclo da raccolta differenziata e lavorare  sulla riduzione alla fonte dei rifiuti,  seguendo l’esempio dei Comuni ricicloni e rifiuti free calabresi che anche quest’anno Legambiente premierà nel corso dell’Ecoforum regionale sull’economia circolare».

Per la città pitagorica, tuttavia, sembra avvicinarsi un punto di svolta sulla questione rifiuti: nei giorni scorsi, infatti, si è svolta l’assemblea dei sindaci dell’Ato – Ambito Territoriale Ottimale della Provincia di Crotone, dove sono stati definiti gli organismi e riorganizzata la struttura a sostegno dei sindaci per consentire il funzionamento dell’Ambito stesso, che sarà costituita dal dirigente del settore 4 (ambiente) con funzioni di direttore, dal dirigente del settore 3 (finanziario) come esperto contabile e tre funzionari del Comune di Crotone.

L’Assemblea, che intende applicare la parola autonomia al nuovo piano d’ambito, ha approvato una serie di punti che, nello specifico, sono importanti per il funzionamento dell’Ato e del ciclo dei rifiuti in questo frangente tra cui il mandato al Direttore dell’Ufficio Comune per la indizione della gara di appalto di servizio per il trattamento rifiuti solidi urbani, il mandato al Duc per l’indizione della gara di appalto di servizio per lo smaltimento degli scarti di lavorazione da raccolta differenziata, l’approvazione dello schema di contratto semestrale per l’impianto di trattamento rifiuti solidi urbani e l’approvazione dello schema di contratto semestrale per l’impianto di smaltimento scarti da raccolta differenziata. (ams)