Clima: dal 2019 con il Green Deal in Europa un cambiamento epocale

di MARIO PILEGGI – Negli ultimi trent’anni l’Unione Europea ha scelto di porsi in prima linea nella lotta al cambiamento climatico. Dalle prime politiche degli anni Novanta fino al Green Deal europeo, Bruxelles ha progressivamente alzato l’asticella degli obiettivi. Ma oggi, come evidenzia il Rapporto “Obiettivi e realtà delle politiche climatiche” presentato alla XVII Conferenza Nazionale sull’Efficienza Energetica, la distanza tra ambizioni dichiarate e risultati concreti è sempre più evidente.

I dati mostrano che l’Europa ha ridotto le proprie emissioni di gas serra di circa il 35–37% rispetto al 1990. Tuttavia, questo percorso non è sufficiente per centrare l’obiettivo del –55% al 2030 fissato dalla Legge europea sul clima. Nel frattempo, mentre l’UE riduce emissioni e consumi, il resto del mondo continua ad aumentare la domanda energetica e l’uso di fonti fossili. Oggi l’Europa pesa per meno del 6% sulle emissioni globali.

Il Green Deal, lanciato nel 2019, ha trasformato la politica climatica nel progetto politico centrale dell’Unione. Ma proprio questa accelerazione ha messo in luce fragilità crescenti. Come evidenziato nel Rapporto degli Amici della Terra, “le politiche climatiche UE continuano a non riconoscere pienamente tutte le opportunità di decarbonizzazione, privilegiando solo alcune tecnologie”, generando nuove dipendenze industriali e costi elevati per il sistema economico.

La crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina ha reso queste contraddizioni ancora più evidenti. Prezzi dell’energia elevati, difficoltà per l’industria e tensioni sociali hanno accompagnato una transizione che, in molti casi, ha prodotto riduzioni delle emissioni anche grazie alla
deindustrializzazione e alla contrazione della domanda.

Il caso italiano riflette in modo emblematico questo quadro. Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), aggiornato nel 2023, recepisce gli obiettivi europei ma evidenzia le difficoltà strutturali del Paese: forte dipendenza dalle importazioni, costi elevati dell’elettricità e ritardi nel rinnovo del patrimonio edilizio e del parco veicolare. La strategia continua a puntare soprattutto sulle rinnovabili elettriche e sull’elettrificazione, con risultati però limitati nei settori
termico e dei trasporti.

Emblematico, in questo senso, è il recente decreto di attuazione della Direttiva RED III. E il comunicato degli Amici della Terra del 31 dicembre 2025 dove si legge: “Ipocriti i partiti di maggioranza e di opposizione che lamentano l’alto prezzo dell’elettricità mentre stabilizzano per legge gli incentivi anche per la quota (crescente) di energia rinnovabile che viene buttata via per garantire la stabilità della rete”.

Va considerato che «la tariffa pagata in bolletta perde completamente di senso, perché finisce per remunerare anche un’energia che non viene né utilizzata né consegnata». Il riferimento è al curtailment, cioè a quell’energia rinnovabile che viene prodotta ma poi “spenta” per esigenze di rete, pur continuando a essere incentivata. Un corto circuito che pesa direttamente sulle bollette.

È un fenomeno che riguarda soprattutto il Mezzogiorno e le isole, dove la diffusione di impianti eolici e fotovoltaici è cresciuta più velocemente della domanda locale e delle infrastrutture necessarie a trasportare l’energia verso il resto del Paese. Il risultato è un paradosso sempre più evidente: energia pulita disponibile, ma non utilizzabile; costi certi per i cittadini, benefici incerti per il sistema.

In Calabria questo squilibrio emerge con particolare chiarezza. Secondo i dati del GSE, circa il 35% dei consumi elettrici regionali è coperto da fonti rinnovabili, in una regione che però resta tra quelle con i consumi più bassi d’Italia. Sul territorio sono installati oltre 600 aerogeneratori e decine di migliaia di impianti fotovoltaici: una capacità produttiva rilevante che spesso supera i fabbisogni locali e che, senza una rete adeguata, rischia di trasformarsi da opportunità in inefficienza. A questo si aggiunge il grave impatto sul paesaggio e sugli ecosistemi forestali della Calabria, dove i 628 aerogeneratori eolici hanno interessato crinali, aree boscate e zone interne di elevato valore ambientale, con effetti permanenti sulla frammentazione degli habitat, sull’assetto idrogeologico e sulla percezione dei territori da parte delle comunità locali.

Questo divario strutturale tra Sud produttore e Nord consumatore non è solo un problema tecnico: è il segnale di una transizione pensata più sui target che sulla realtà. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: bollette elevate, difficoltà per il sistema manifatturiero, conflitti sui territori e una distanza crescente tra le decisioni politiche e la percezione dei cittadini. Da qui nasce l’idea di una “transizione possibile”: meno slogan e più pragmatismo. Mettere al centro l’efficienza energetica, mantenere la neutralità tecnologica e valorizzare tutte le soluzioni disponibili. Accanto alle rinnovabili, trovano spazio biocombustibili, teleriscaldamento, cogenerazione, riduzione delle emissioni di metano, recupero energetico dei rifiuti e, nel medio-lungo periodo, anche il ritorno dell’energia nucleare nel dibattito nazionale.

La sfida climatica resta fondamentale e non può essere elusa. Ma se Europa e Italia vogliono davvero incidere sul clima globale senza indebolire economia e coesione sociale, serve un cambio di passo. Continuare a fissare obiettivi sempre più ambiziosi ignorando i dati, i limiti tecnologici e i costi sociali non rafforza la lotta al cambiamento climatico: la rende più fragile. E una transizione che perde il contatto con la realtà rischia di fallire non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e democratico. (mp)

(Geologo del Consiglio Nazionale Amici della Terra)

 

Calabria, il paradosso dell’energia che non trova sbocco

di MARIO PILEGGI

La Calabria è uno dei casi più evidenti degli squilibri che segnano la transizione energetica italiana. Nel 2023 circa il 35% dei consumi elettrici regionali è stato coperto da fonti rinnovabili, in una regione caratterizzata da livelli di domanda tra i più bassi d’Italia, secondo i dati ufficiali del GSE. Sul territorio sono presenti 628 aerogeneratori eolici, per una potenza installata di circa 1,15 GW, che producono oltre 2 TWh di energia all’anno (dati Anev). A questa capacità si somma una significativa diffusione del fotovoltaico, circa 55 mila impianti per quasi 900 MW di potenza. Questa abbondanza di fonti rinnovabili, però, spesso eccede i fabbisogni regionali e si scontra con limiti infrastrutturali, alimentando il fenomeno del curtailment: energia pulita disponibile ma non sfruttata, con benefici ambientali e sociali inferiori ai costi sostenuti, che continuano comunque a gravare sulla bolletta della collettività.

(Fonti: GSE – Monitoraggio FER regionale 2023; ANEV – dati regione Calabria).

Il sindaco Fiorita firma l’appello per il clima: Entro qualche anno Catanzaro esempio virtuoso di città green

Il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita, ha firmato l’appello lanciato dagli scienziati del clima, «perché la crisi climatica venga posta al primo posto dell’agenda politica in vista del voto di settembre», ha detto il primo cittadino, confermando l’impegno di «fare Catanzaro entro qualche anno un esempio virtuoso di città green».

«Ho ritenuto di condividere questo grido di allarme – ha spiegato il sindaco – anche alla luce della bella intervista rilasciata alcuni giorni fa su “La Repubblica” dal nostro concittadino Stefano Mancuso, uno dei massimi esperti mondiali di neurobiologia vegetale, che come si ricorderà si è detto pronto a darci una mano nei programmi di potenziamento del verde. Sono convinto, così come i colleghi Sala, Decaro, Nardella, Lepore, Gualtieri, Gori e tanti altri, che l’appello degli scienziati rappresenti un’ultima chiamata per evitare che i cambiamenti climatici sconvolgano il Mediterraneo e le nostre vite».

«Poiché alle enunciazioni e agli appelli devono seguire i fatti – ha proseguito – confermo la mia volontà, espressa in campagna elettorale, di fare di Catanzaro nel giro di qualche anno un esempio virtuoso di Città green. Su un primo obiettivo, richiamato anche dagli scienziati, siamo già partiti: la riduzione delle perdite idriche che sottraggono alla popolazione una risorsa essenziale e irripetibile come l’acqua. Il paziente lavoro di individuazione degli allacci abusivi, che continua senza tregua, ha dato risultati inaspettati, come testimonia il livello di acqua nei serbatoi».

«Non basta e dovremo fare tanto di più – ha detto ancora – utilizzando anche le nuove tecnologie per la rilevazione delle perdite. A settembre concretizzeremo l’impegno di varare un piano per le energie rinnovabili, ipotizzando per l’inizio del 2023 le prime sperimentazioni di Comunità Energetiche. Poi c’è la sfida di ridurre le emissioni prodotte dalle automobili e qui sarà decisivo l’approccio con la metropolitana di superficie che dovrà scoraggiare l’uso dei mezzi privati. Bisognerà favorire anche l’uso dei mezzi elettrici. E quindi la salvaguardia e la valorizzazione delle grandi pinete, Siano e Giovino, e di tutti di spazi verdi di cui dispone la Città. Con Stefano Mancuso penseremo anche ad un ambizioso progetto di forestazione urbana che coinvolga tutti i quartieri».

«Un impegno molto pressante – ha concluso – è il recupero delle zone della pineta di Siano devastata dall’incendio del 2021. Verificheremo lo stato dei lavori concordati dalla passata Amministrazione con Calabria Verde e l’Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali per la prima messa in sicurezza degli alberi e delle piante instabili. È solo un primissimo passo e serviranno consistenti risorse che cercheremo di ottenere da Stato e Regione, nella consapevolezza che Siano e Giovino sono due autentici scrigni verdi fondamentali per il futuro della Città». (rcz)

IL MIELE È AMARO ANCHE PER LA CALABRIA
OGGI IL GIORNO DELLE API PER L’AMBIENTE

Sono 118 mila gli alveari a rischio in Calabria. Un gravissimo danno, se si considera che, nella nostra regione, secondo i dati della Anagrafe Nazionale Zootecnica – Banca Dati Apistica, lavorano 1385 apicoltori tra professionisti e hobbisti e, questi ultimi, producono miele per autoconsumo ma possiedono il codice di attività. Gli apiari sono 5406, gli alveari 118.465 e gli sciami 12.103.

«Dati e numeri nel tempo sono aumentati in parallelo con gli alveari dedicati al biologico, ma che adesso stanno subendo un duro colpo. Sono più di 3.500.000 i Kg di miele che si produce, che genera un valore alla produzione di oltre 15 milioni di euro. In media una singola ape visita in genere circa 7 mila fiori al giorno e ci vogliono quattro milioni di visite floreali per produrre un chilogrammo di miele». È l’allarme lanciato da Coldiretti Calabria, in occasione della Giornata Mondiale delle Api, che si celebra il 20 maggio, sottolineando come «l’inverno bollente e la primavera primavera segnata da ripetute gelate, hanno creato gravi problemi agli alveari con le api che non hanno avuto la possibilità di raccogliere il nettare, a causa delle basse temperature che hanno danneggiato i fiori».

Per questo, l’Associazione, visto il momento di grave difficoltà per gli agricoltori, ha ribadito la richiesta al Dipartimento Agricoltura della Regione Calabria «di verificare i danni sulle aziende apistiche per la dichiarazione dello stato di calamità in questo delicato comparto, fondamentale per la salvaguardia della biodiversità e delle produzioni di qualità».

«Le anomalie del meteo – ha sottolineato Coldiretti – che si sono registrate hanno colpito le piante in piena fioritura, con pesanti conseguenze sul raccolto di miele mentre la pioggia ed il forte vento hanno ulteriormente ostacolato l’attività di bottinatura delle api per salvare le quali sono state somministrate sostanze zuccherine. Un intervento straordinario e costoso a causa della carestia da clima pazzo. Le difficoltà delle api sono un pericolo grave per la biodiversità, considerato che questi insetti contribuiscono all’impollinazione».

«Il ruolo delle api è fondamentale considerato che – ha evidenziato la Coldiretti – dall’impollinazione dalle api dipendono, in una certa misura, ben 3 colture alimentari su 4, come mele, le pere, le fragole, le ciliegie, i cocomeri e i meloni e secondo la Fao, ma l’impollinazione operata dalle api è fondamentale anche per la conservazione del patrimonio vegetale spontaneo. La crisi delle api rappresenta un danno ambientale ed economico in una situazione in cui ha spinto all’aumento del 13% degli acquisti familiari di miele nel 2020. Ma sugli scaffali dei supermercati italiani, più di 1 vasetto di miele su 2 viene dall’estero.  Per evitare di portare in tavola prodotti provenienti dall’estero, spesso di bassa qualità, occorre verificare con attenzione l’origine in etichetta oppure di rivolgersi direttamente ai produttori nelle aziende agricole, negli agriturismi o nei mercati di Campagna Amica.

«La Coldiretti – si legge in una nota – ricorda che il miele prodotto sul territorio è riconoscibile attraverso l’etichettatura di origine obbligatoria fortemente sostenuta dalla Coldiretti».

A ribadire che il contrasto alla moria delle api sul territorio italiano passa necessariamente dal sostegno agli apicoltori, è il deputato del Movimento 5 StellePaolo Parentela, ricordando che «numerosi sono tati i risultati raggiunti a tutela delle produzioni made in Italy: creazione dell’anagrafe apistica, introduzione dell’obbligo dell’indicazione del Paese di origine in etichettatura, lotta al coleottero Aethina Tumida, potenziamento dei controlli dell’Ispettorato Repressione Frodi (Icqrf) sul falso miele cinese, semplificazioni burocratiche per la vendita diretta, per il nomadismo e limitazioni e divieti all’utilizzo di fitofarmaci così da tutelare le api».

«Agli interventi normativi, incluso il riavvio del Tavolo apistico al Mipaaf grazie all’impegno dell’ex Sottosegretario Giuseppe L’Abbate – ha proseguito – si sono aggiunti i sostegni economici come i 2 milioni di euro per progetti finalizzati a sostenere produzioni e allevamenti di particolare rilievo ambientale, economico, sociale e occupazionale. Il comparto apistico potrà contare anche su parte dei 10 milioni di euro messi a disposizione delle cosiddette filiere minori nell’ultima Legge di Bilancio nonché è stato tra i settori che hanno sempre beneficiato degli esoneri contributivi previdenziali e assistenziali per 10 mesi nel 2020 e ora nel 2021».

«L’impegno del MoVimento 5 Stelle – ha concluso Parentela – per la salvaguardia delle produzioni apistiche continua. Stiamo lavorando per l’abbassamento dell’Iva sulla pappa e gelatina reale e servizi di impollinazione, per estendere l’obbligo in etichetta dei paesi di origine anche dei mieli in miscela, l’estensione del credito d’imposta per investimenti innovativi (Transizione 4.0) per tutelare le arnie dai furti e dai parassiti nonché per prevedere un ecoschema dedicato agli impollinatori nel Piano Strategico Nazionale della nuova Pac, dove il settore apistico è l’unico a vedersi raddoppiate le risorse». (rrm)