L’OPINIONE / Domenico Mazza e Salvatore Veltri: L’approccio pretestuoso verso l’aeroporto di Crotone

di SALVATORE VELTRIDOMENICO MAZZA – Sembra un’infinita storia a capitoli, nonostante gli epiloghi siano sempre gli stessi. Ancora una volta, le compagnie aeree disertano il banco per gli oneri di servizio sulla rotta Crotone-Roma.

Si continua, quindi, con un approccio pretestuoso verso l’unico scalo aereo di tutto l’Arco Jonico. Appare fosco ed incerto il futuro per i collegamenti con la Capitale, nonostante sembrerebbe ormai alle spalle la problematica legata al recente periodo pandemico. Tuttavia, quanto detto, non ha incoraggiato le Compagnie ad investire nello scalo Pitagorico.

Del resto c’è poco da meravigliarsi, considerato il bando preconfezionato e poco appetibile per i vettori.

A tal riguardo vorremmo esprimere alcune basilari considerazioni che — a nostro avviso — hanno generato l’ennesimo nulla di fatto nell’attività volativa dello scalo. Iniziamo dicendo che l’operatività dello scalo tra le 08.00 e le 20.00, rende poco appetibile acquisire rotte da e per lo Jonio. Vieppiù, tale orario, obbliga le Compagnie a basare gli aeromobili a Crotone. Quanto descritto genera aggravi dei costi che, certamente, non invogliano i Player ad investire.

Inoltre, prevedere esclusivamente aerei da 140 posti e per una frequenza di voli 7 giorni su 7, significa non comprendere le dinamiche del territorio in questione.

Partiamo dal presupposto che allo Jonio non mancano i requisiti demografici per giustificare una concreta attività aeroportuale. Piuttosto, languono  sistemi di collegamento moderni che permettano a tutto il naturale bacino d’utenza di fruire dello scalo. È insensato continuare a pensare che il solo ambito Crotonese possa soddisfare le esigenze di profitto delle compagnie aeree. I circa 160mila abitanti della Provincia pitagorica non sono sufficienti per predisporre un’attività di volo degna di un Paese civile.

É necessario che lo scalo si apra al suo naturale ed unico bacino d’utenza: il nord est calabrese. I circa 400mila potenziali utenti compresi tra il Crotonese e la Sibaritide, potrebbero cambiare il paradigma di un’infrastruttura, ad oggi, destinata al dimenticatoio.

Una semplice elettrificazione della linea ferrata consentirebbe di accorciare i tempi di percorrenza dalla Piana di Sibari a Sant’Anna in circa 45 minuti. Ovvero, il tempo medio di tragitto che si impiega per raggiungere il centro di Roma e Milano dagli scali di Fiumicino e Malpensa.

Malgrado ciò, si continua a guardare al dito e non alla luna. Si preferisce investire milioni per improbabili restyling dello scalo, senza intervenire su un sistema intermodale che consenta al naturale alveo di riferimento demografico di raggiungere lo scalo in tempi accettabili e, soprattutto, in sicurezza. Basterebbe, poi, uno shuttle bus dalla stazione di Crotone ed in meno di 10 minuti si raggiungerebbe l’aeroporto. Certamente, in questo caso, i numeri macinati dallo scalo (e l’orizzonte potenziale dello stesso) sarebbero diversi.

Ergo, fa rabbia continuare a registrare un atteggiamento latitante da parte della politica. Si continua a disconoscere la valenza di un ambito di 400mila abitanti che suffragherebbe ogni tipologia d’investimento sull’aeroporto.

Pensare alla creazione di un Consorzio unico a partecipazione pubblico-privata tra i Comuni dell’Arco Jonico e le forze imprenditoriali del Crotonese e della Sibaritide, non sarebbe un’idea peregrina.

Devono essere Cittadini ed Istituzioni a credere e dare impulso alla rinascita dell’Arco Jonico. Non si può continuare a rimanere inermi con la consapevolezza di restare proni al volere dei centralismi storici che, ormai da tempo, hanno relegato l’area jonica ad una condizione di ramo secco periferico. Solo Chi ha il coraggio d’osare, innesterà un principio evolutivo ed emancipatvo dell’area. Contrariamente, sarà destinata alla soccombenza ed all’oblio.

Decenni di malapolitica hanno già, ampiamente, desertificato il territorio. Strali cancrenosi sono stati lasciati lungo lo Jonio. Se le metastasi centraliste non saranno estirpate, anche i pochi figli rimasti emigreranno verso mete più adeguate alle loro aspirazioni. E noi avremo perso, irrimediabilmente, il futuro della nostra terra. (sv e dm)

L’OPINIONE / Nella lotta al campanile tra Capoluoghi storici, Crotone e Corigliano-Rossano restano a guardare

di DOMENICO MAZZA E FRANCESCO PARROTTA – Alla fine Cosenza ce l’ha fatta. A settembre partiranno nuovi corsi di studi universitari, nelle aule dell’Unical. Sicuramente una buona notizia. Fa piacere che anche l’alta Calabria si doti di una facoltà medica. Tuttavia gli strascichi lasciati dall’operazione ci invitano ad uno spunto di riflessione che, giocoforza, coinvolgerà un serie di fattori. Apparentemente non legati all’istituzione del nuovo corso di studi, ma, in realtà, sensibilmente connessi.

Per quanto condivisibili le ragioni cosentine relative al nuovo corso di laurea, comprendiamo comunque la posizione catanzarese. Non già per fornire una spalla a insane logiche di campanile, ma per la scelta logistica delle strutture connesse ad una facoltà di medicina che, nel Capoluogo di Regione, rispettano i dettami del buon senso.

È bene ricordare che le facoltà mediche necessitano di un luogo di specializzazione nel quale far muovere i primi passi, nel delicato settore, ai futuri medici. L’attiguità del Policlinico all’Università rende Catanzaro, logisticamente, inattacabile. Qualunque Ateneo, con annessa facoltà di medicina, vorrebbe avere un Policlinico contiguo al plesso universitario. Tuttavia tale operazione non sempre è stata possibile, causa la diversa genesi storica degli Atenei e degli ospedali nelle Città. A Catanzaro, quanto descritto è stato realizzato essendo, entrambe, strutture di recente costruzione. Per questo motivo si è ben pensato di allocarle nelle immediate vicinanze.

Nel caso cosentino, invece, la scelta di collocare il previsto nuovo ospedale in un’area estranea al contesto universitario denota poca lungimiranza, assenza di visione e attaccamento al pennacchio.

Vieppiù, si palesa una totale dissociazione delle scelte politiche. Da un lato si imbastiscono battaglie per ambire a importanti riconoscimenti, dall’altro si dimostra carente sagacia nei processi di coesione sociale e territoriale.

È circostanza notoria — come dicevamo — che l’area  cosentina dovrà beneficiare della realizzazione di un nuovo ospedale. Un nosocomio con caratteristiche da Policlinico nel quale, tra le altre cose, rendere pratici gli insegnamenti ai futuri medici della istituenda facoltà. Mal comprendiamo, pertanto, il motivo spingente la politica bruzia a voler allocare la futura struttura nel quartiere di Vagliolise. Sconnesso, quest’ultimo, dal contesto universitario e, per di più, collocato in un’area a forte antropizzazione della Città.

È in atto, invero, una guerra all’ultimo campanile tra il comune Capoluogo ed i Comuni contermini fra quella che sarebbe (o dovrebbe essere) la migliore allocazione del complesso dedicato alle cure sanitarie.

Ebbene, senza paura di smentita alcuna, siamo convinti che l’eventuale edificazione nell’area di confine tra Rende e Montalto Uffugo — a margine della struttura universitaria — sia non già la soluzione migliore, ma quella più auspicabile. A tutt’oggi, più inclusiva e più rispettosa di tutto il territorio e non solo del perimetro della Città bruzia. Va ricordato, infatti, che nell’ambito rendese, pensato allo scopo, è previsto uno svincolo autostradale lungo la A2. Ancora, una nuova stazione AV e, soprattutto, l’area non si presenta satura di urbanizzazione. Trattandosi di una struttura complessa, determinate condizioni di collegamento e mobilità intermodale dovrebbero essere tenute in debita considerazione. Vieppiù, ai nastri di partenza della nuova facoltà, non considerare quanto sopra dichiarato comprova un dissennato centralismo nell’azione politica delle locali Classi Dirigenti. Quindi, uno scollamento dalla realtà effettuale che conduce, finanche, a non rispettare i bisogni e le necessità pratico-didattiche dei futuri discenti della nuova facoltà.

Senza considerare che, in ottica squisitamente amministrativa, una eventuale infelice destinazione urbanistica della struttura nosocomiale potrebbe rappresentare la pietra tombale sul processo di sintesi municipale della Città e dei Comuni dirimpettai. Non dimostrare, già oggi, una visione inclusiva e coerente del territorio, sarebbe un deterrente terribile verso ogni possibile ed auspicabile processo di amalgama civica.

Un ultimo e doveroso riscontro andrebbe fatta circa le facoltà che accompagneranno medicina nella nuova offerta didattica dell’Unical. Spiace constatare che anche rami di studio poco attinenti alle caratteristiche del territorio bruzio finiscano per essere accentrati nella sede di Arcavacata. Ci saremmo aspettati che facoltà del calibro di “Tecnologie del Mare e della Navigazione”, magari, avessero aperto le porte all’istituzione di corsi decentrati verso le località dell’Arco Jonico. È risaputo, infatti, che percosi formativi del genere troverebbero pieno sviluppo in quelle aree votate ad un rapporto privilegiato con il mare. Tuttavia, non avevamo considerato la patologia che colpisce i poteri decisori in seno ai tre Capoluoghi storici della Calabria: il centralismo. Pertanto, poco male, se a fianco percorsi costituenti occasioni di sviluppo per le solite aree note, si lascino altre aree nel più totale stato d’abbandono.

L’importante è che lo scriteriato orizzonte di questa Regione resti impostato sulla storica spartitoria visione a tre teste. Ma su questo, quindi sull’esigenza di bilanciare rapporti ed equilibri politici su ambo i lati della Regione, la politica continua inesorabilmente a latitare. Pertanto, argomenti relativi l’istituzione di un nuovo Capoluogo su Corigliano-Rossano e, contemporaneamente, politiche che inverino lo status di Crotone e non già un pro-forma, lasciano il passo a sterili argomenti da marciapiede. E non già per conclamata incapacità a comprendere i benefici che sarebbero rilasciati dalla su menzionata istituzione nel territorio, quanto per paura di rompere cristallizzati equilibri nei quali la politica è inzuppata fino al collo.

Gli stessi equilibri che, storicamente, hanno generato due Calabrie: la Calabria e l’altra Calabria. La prima con un accettabile stato di normalità ed una parvenza d’emancipazione, che si dimena nell’accentrare la qualunque. La seconda che ignora cosa sia la normalità e disconosce finanche il significato del termine emancipazione. Sempre pronta, tuttavia, con il cappello in mano, a prostrarsi alla corte dei poteri centralisti. (dm e fp)

Comitato Magna Graecia: È riduttivo riaprire ragionamento sulle Province

Il Comitato Magna Graecia è intervenuta in merito ai disegni di legge di Fdi e Lega riguardanti la reintroduzione del suffragio popolare nell’elezione dei Consigli provinciali. Per il Comitato, infatti, «è riduttivo – in funzione di quanto descritto – riaprire un ragionamento sulle Province, limitando l’azione al solo cambiamento del sistema elettorale».

«Piuttosto – scrive il Comitato – sarebbe il caso di avviare una riflessione parlamentare su una generale revisione degli ambiti provinciali. Sulla funzione dei Capoluoghi e sulla possibilità di circoscrivere aree ad interesse comune. Sussidiarietà e coesione territoriale dovrebbero essere i capisaldi posti alla base di una visione più ampia. Un orizzonte che restituisca dignità ai territori, mettendo al centro Comunità ed aree equamente dimensionate e coerenti rispetto gli ambiti presenti nella Regione».

L’obiettivo dell’operazione, inserire una clausola che modifichi – integrando e superando la legge n. 56 del 7 aprile 2014 – il sistema di voto degli Enti intermedi. Tale integrazione si renderebbe necessaria poiché la legge Delrio non può essere attuata, essendo le Province previste dalla Costituzione. Inoltre, poiché quest’ultime mantengono competenze sull’edilizia scolastica, sulla tutela e la valorizzazione dell’ambiente, sui trasporti e sulle strade provinciali.

«Il dibattito in corso – continua il Comitato – probabilmente nel più ampio disegno del federalismo regionale e del sistema Presidenziale, ci tocca da vicino. Uno dei sistemi che le amministrazioni provinciali non sono mai riuscite ad abbattere, infatti, è la condizione di squilibrio presente tra le aree e i rapporti di iniquità legati al gettito di Stato».

«Nel contesto calabrese, ancora, la scelta di un Ente territoriale di Governo piuttosto che di un Ente funzionale e strumentale – ha proseguito il Comitato – ancorché di Area Vasta, non può essere frutto di un sorteggio né della semplicistica riproduzione pedissequa dell’attuale perimetrazione provinciale. Invero, bisognerebbe armonizzare i nuovi Enti su quei presupposti stabili dalla Delrio che identificano gli ambiti ottimali superiori ai 2500km² e con una popolazione non inferiore ai 350mila abitanti. Anche perché, a ogni trasferimento di funzioni ai rinnovati Enti dovrà corrispondere un adeguato trasferimento di risorse economico-finanziarie per farvi fronte. Correlazione fra funzioni e risorse desumibili, quindi, oltre che un principio di ragionevolezza dettato dal riassetto del Titolo V della Costituzione».

«Ambiti come la Provincia di Crotone – continua il Comitato – ma anche entità territoriali sguarnite di riconoscimento amministrativo come la Sibaritide dovrebbero stare in campana. Il reinserimento del suffragio universale, nel sistema elettorale degli ambiti provinciali, relegherà l’Arco Jonico in una condizione di marginalità rispetto le capitali del centralismo storico. Le succinte demografie dei contesti sibariti e crotoniati a se stanti, renderanno vano il tentativo di racimolare rappresentanza locale in seno ai rispettivi ambiti provinciali. Bisognerà, altresì, lavorare per ridefinire i perimetri degli Enti intermedi su ambiti affini e coerenti. Allontanando lo scriteriato sistema storico che ha delimitato le attuali circoscrizioni, disegnandole per come le conosciamo oggi».

«Inoltre, è in atto da tempo il tentativo (neppure celato) – ha sottolineato il Comitato Magna Graecia – di ristabilire un processo amministrativo impostato, esclusivamente, sui tre Capoluoghi storici. La triplice sindacale, le Camere di Commercio, ancor prima le Aziende Ospedaliere, hanno centralizzato tutte le competenze nella vecchia perimetrazione calabrese: Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria. Non basterà, quindi, un diverso sistema elettorale – esteso a tutti i cittadini – a riportare equilibrio nello scriteriato sistema calabrese. La politica jonica dovrà sforzarsi affinché venga riconosciuta una perimetrazione ottimale delle circoscrizioni provinciali, tenendo conto delle modifiche intercorse alla geografia amministrativa negli ultimi anni».

«In questo contesto, la fusione tra le estinte Città di Corigliano e Rossano – ha concluso il Comitato – potrà e dovrà recitare un ruolo da protagonista. Contemporaneamente a come Crotone dovrà trovare la forza per svegliarsi dal letargo politico nel quale è piombata, inverando finalmente il significato del termine Capoluogo e non già un pro-forma. Poiché, è solo dall’unione dei due ambiti (Sibarita e Crotoniate) che si creerebbero i presupposti per immaginare un contesto territoriale adeguato alle esigenze prescritte dalla Delrio. Un’area vasta di oltre 400mila abitanti, gestita da un doppio Capoluogo: Crotone a sud, Corigliano-Rossano a nord. Solo così gli strascichi centralisti che caratterizzano la nostra Regione, generando aree ultrasature e contesti periferizzati e larva di loro stessi, potranno essere debellati. Con il vantaggio che a crescere non sarebbe solo l’Arco Jonico, ma la Calabria tutta». (rkr)

DARE A CORIGLIANO-ROSSANO E CROTONE
IL RUOLO DI GUIDA DELL’ARCO JONICO

di DOMENICO MAZZA – Correvano gli anni ’70. La Calabria si apprestava ad attendere i frutti che sarebbero arrivati dalla istituzionalizzazione della Regione.

Gli strascichi dei Moti di Reggio avevano portato i tre Capoluoghi calabresi ad iniziare una battaglia fratricida, per contendersi i benefici derivanti dalla nascita dell’Ente. Tutto ciò senza neppure immaginare che, a distanza di 50 anni, si sarebbe palesato uno dei regionalismi più deviati d’Italia.

E nel mentre Reggio e Catanzaro impostavano la contesa, sostanzialmente, sul pennacchio (Consiglio alla prima, Giunta e tutta la grassa burocrazia alla seconda), a Cosenza veniva concessa la più grande azienda a partecipazione statale che la Calabria avesse mai ricevuto: l’Università.

Certo, come contropartita per Reggio si immaginò la nascita del quinto centro siderurgico d’Italia. Tuttavia, a ricordo di quello che avrebbe dovuto essere il miracolo industriale reggino, oggi resta qualche dismesso capannone. Tra l’altro, mai utilizzato allo scopo se non per qualche improvvisato veglione di capodanno. Qualche anno più tardi, a ripiego, l’idea di un genovese di realizzare – nell’area pensata per l’industria pesante – quello che in seguito sarebbe diventato il più grande porto di transhipment del Mediterraneo.

Ad ogni modo risultò chiaro, fin dal principio, che la visione di questa Regione fu basata su tre teste.

A poco valse, nei primi anni ’90, la nascita delle due nuove Province gemmate da Catanzaro. Seppur, in un primo momento, forse presi dall’euforia (specie i Crotonesi), pensarono d’aver fatto terno al lotto. Tuttavia, ben presto, compresero quanto ampiezza territoriale e dimensione demografica rappresentino i parametri inveranti qualità dei servizi offerti e peso politico nella dimensione regionale ed extraregionale.

Nel merito, Vibo si ritrovò Capoluogo, grazie al certosino lavorio del Senatore Murmura. Il progetto di decentramento vibonese, iniziato nel lontano ’68 con un disegno di legge, tirò lo sgambetto alla più titolata Lamezia. Giammai, del resto, Catanzaro avrebbe ceduto la sua succursale base logistica ad altra sigla. In più, con ogni probabilità, molti, al tempo, ignorarono che la Politica cosentina ebbe un ruolo preponderante nella partita. In effetti, quando sarebbe più ricapitata la ghiotta opportunità di infilzare nel fianco Catanzaro. Cosenza, quindi, si prodigò per oleare il processo di recisione del territorio catanzarese. E lo fece impegnandosi nella generazione di due piccoli territori (VV e KR) inconsistenti a se stessi, ma vitali a deformare, smagrendo, la grande Provincia madre centralista.

Poi il processo di destatalizzazione. La Del Rio, le Unioni e Fusioni di Comuni. Ancora, le Aree Vaste e le Città Metropolitane (che sono cosa ben diversa dalle Aree Metropolitane), quindi una sostanziale restaurazione di quanto ex ante ’92. Pertanto, pur lasciando le piccole Province, queste furono trasformate, insegne a parte, in scatole vuote. Ergo, una sostanziale restaurazione: mantenimento delle piccole Province, ma con centralizzazione dei servizi su base vasta (almeno 350mila ab. e 2500km² per ambito).

Proprio in questi ultimi mesi, non a caso, si è proceduto a riunificare le direzioni sindacali e le camere di commercio per Aree Vaste: CS, CZ, RC. Operazione, tra l’altro, già sperimentata con le Aziende Ospedaliere. Dissennate perimetrazioni che, nel caso calabrese, non hanno tenuto minimamente conto delle affinità e dei rapporti di contiguità tra ambiti sottoposti ad assemblaggio.

La storia, però, ci ha insegnato che la geografia politica è mutevole. È soggetta a dinamismo. E può capitare che anche una terra appiattita ed avvitata su se stessa come la Calabria possa cambiare, sconvolgendo cristallizzate storture territoriali. E così può accadere che due impalpabili città dell’Arco Jonico, al secolo Corigliano e Rossano, abbiano deciso di fondersi per dar vita a qualcosa di più concreto del semplicistico concetto di sommatoria demografica dei precedenti nuclei urbani. Qualcosa che non fosse foriero d’interessi per la sola Sibaritide, ma che invitasse a miglioria anche la dirimpettaia area Crotonese. Una meravigliosa opportunità per aprirsi, insieme, ai contesti rivieraschi lucani e pugliesi, immaginando percorsi d’amalgama metropolitana interregionali. Non già improbabili o impensabili, ma concreti. Empirici e fattuali.

Questo è quanto dovrebbero aver chiaro la politica, la società civile e la classe dirigente della Comunità. Questo è lo spirito con il quale bisognerebbe approcciarsi alla fusione di Corigliano-Rossano.

E andrebbero spese energie per cambiare la scriteriata visione a tre teste di questa Regione. Magari immaginandone una quarta che tenga conto, nella sua definizione territoriale e demografica, di quanto dichiarato in parentesi nel precedente capoverso. Non già per aggiungere burocrazia o ulteriori centralismi, ma per riequilibrare un territorio variegato e profondamente diverso nei suoi ambiti. Amalgamando le aree per interessi comuni e su basi statutarie policentriche.

La fusione tra Corigliano e Rossano (incalliti restauratori a parte) ha dimostrato che possono convivere due o più centri all’interno della medesima Città. Parimenti possono coesistere due o più Capoluoghi nella stessa Area Vasta, come la mappatura geografica italiana insegna.

Allora, se davvero si vuole rilanciare il dibattito sulla fusione tra Corigliano e Rossano, così come fra tutti i processi similari in atto in questa Regione, lo si faccia con una visione e guardando oltre l’orizzonte. Si mobilitino le intelligenze e si pensi in grande. Si disegni un ruolo guida per la Città e, insieme a Crotone, le si attribuisca il coordinamento e la gestione di tutto l’Arco Jonico del nord est calabrese. Si lavori immaginando nel medio e lungo periodo una condizione emancipativa da estendere a qualcosa che vada oltre le Città, oltre gli ambiti ed oltre i macroterritori. In caso contrario, sentimenti malinconici e stantii aleggeranno sempre negli animi dei nostalgici di sciarpe e pennacchi. Con il rischio concreto di trasformare dibattiti di alta caratura politica, in argomenti da stadio ed ippodromi. (dm)

[Domenico Mazza è del Comitato Magna Graecia]

 

Un pool di Associazioni scrivono a Trenitalia e alla Regione: No a nuove fermate sulla Sibari-Bolzano

L’Associazione Ferrovie in Calabria, l’Unione delle Associazioni della Riviera dei Cedri e del Pollino, il Gruppo Jonia-Magna Graecia, hanno inviato una lettera a Trenitalia, al presidente della Regione, Roberto Occhiuto e all’assessore regionale al Turismo, Fausto Orsomarso, opponendosi all’istituzione di nuove fermate nella tratta del Frecciargento Sibari-Bolzano.

Motivo della missiva, l’opposizione alle richieste del senatore Francesco Castiello, di far istituire alcune fermate del treno Frecciargento Sibari-Bolzano nel Cilento. Nella stessa, le Associazioni hanno invitato i destinatari «ad investire su nuovi collegamenti veloci che consentano a tutta la Calabria, ed in particolar modo all’area dell’Arco Jonico, di uscire da una condizione di isolamento infrastrutturale atavico. A tal riguardo è stato proposto di attestare il FrecciaRossa Taranto-Milano a Sibari e l’istituzione di un servizio Intercity RC-BA via Paola-Sibari. Per entrambi i servizi, con la predisposizione di coincidenze per le città di Corigliano-Rossano e Crotone».

Nella lettera, viene spiegato che non si tratta di «una presa di posizione su mere questioni strumentali e di pennacchio, quanto la necessità di significare che il treno in questione è l’unico collegamento veloce predisposto al servizio di aree depresse del territorio calabrese».

«Si è voluto chiarire, infatti – viene spiegato – che tutto l’ambito dell’Arco Jonico Sibarita e Crotoniate, servito dal treno sopra richiamato, non dispone di altri servizi a mercato, tantomeno di servizi Intercity, diretti verso la Capitale. Nel caso dell’Alto Tirreno, invece, territorio anch’esso servito dal convoglio veloce, è stato specificato che già gli altri servizi Frecciarossa, transitanti sull’area, sono stati riempiti di fermate aggiuntive. Tale condizione ha dilatato i tempi di percorrenza, sminuendo il significato stesso di treno veloce».

«Nel merito – viene spiegato in una nota – è stato ricordato che già nel luglio 2020, in occasione dell’arrivo di FrecciaRossa ed Italo a Reggio Calabria, fu proprio il senatore Castiello a chiedere, oltre le già 3 concesse fermate nel territorio Cilentano, ulteriori 6 fermate aggiuntive a servire il medesimo ambito. Pertanto, è stato posto il quesito su come possa un Senatore della Repubblica, che dovrebbe conoscere le caratteristiche di un treno ad Alta Velocità, pretendere ben 9 fermate in così pochi chilometri. Risulta evidente che le citate richieste abbiano uno sfondo meramente campanilistico e che non considerino le esigenze di ambiti ben più disastrati di quello Cilentano. Parimenti a come ignorino cosa siano i servizi in coincidenza ed intermodalità».

«Inoltre, i Sodalizi civici – si legge – hanno chiesto ragguagli circa le motivazioni del tardivo interessamento riguardo il treno Sibari-Bolzano, da parte del senatore Castiello. Con rammarico è stata constatata la mancata premura da parte del Senatore in atto istituzione del servizio a mercato. Allorquando, ritenuto infruttuoso da parte di Trenitalia, fu necessario un contributo da parte della regione Calabria (tuttora in essere), per permetterne la messa in esercizio».

«A margine delle motivazioni addotte nella lettera, le Scriventi  hanno concluso sostenendo che se la politica avesse davvero interesse a migliorare la situazione dei trasporti, dovrebbe impegnarsi concretamente a far istituire nuovi collegamenti. Appare insensato, d’altronde – prosegue la nota – rimpinguare di fermate aggiuntive le corse  dei treni Freccia esistenti. Vieppiù, gravadole di una dilatazione dei tempi di percorrenza.

«Molte delle evocate fermate, tra l’altro – conclude la nota – poste nelle immediate vicinanze l’una dell’altra, contribuiscono a diminuire la qualità dei vettori facendo venir meno il senso stesso dei collegamenti ad alta velocità. Quanto esposto con l’auspicio di porre fine ad una mercificazione politica che utilizza il Freccia Sibari-Bolzano, in barba a qualsivoglia principio di equità tra territori serviti. Così come già in passato avvenuto con l’istituzione delle fermate a Torano e, durante il periodo estivo, a Maratea». (rkr)

“JONIA” UN AMBIZIOSO PROGETTO URBANO
CHE SPAZIA DA CROTONE FINO A GALLIPOLI

Un grande agglomerato urbano composto da Crotone, Corigliano-Rossano, Comuni metapontini, Taranto-Massafra-Grottaglie, Gallipoli e Centri contermini. È questo il fine di Jonia, l’ambizioso progetto del Comitato Magna Graecia, che lancia la sfida di realizzare un grande ambito metropolitano caratterizzato da aree ad interesse comune.

Un obiettivo, quello di Jonia, che è il cuore e la mission del Comitato Magna Graecia che, fin dalla sua fondazione, cerca di restituire centralità all’Arco Jonico che è continuamente messo da parte. Jonia, infatti, «punta a ridare centralità ad una porzione del territorio Meridionale per troppo tempo succube dei relativi centralismi storici che ne hanno decretato un sostanziale sfruttamento solo per meri fini elettoralistici».

Jonia, dunque, «non nasce contro qualcosa o qualcuno. Piuttosto affonda radici profonde nella necessità di riportare alla luce i processi di affinità territoriale tra ambiti condividenti le medesime economie e le inespresse potenzialità», viene spiegato dal Comitato Magna Graecia.

Anzi, si potrebbe dire che Jonia potrebbe rappresentare la rinascita di un territorio quasi dimenticato e lasciato a sè stesso, che prova ad assemblare in un unico contenitore provinciale, con due Capoluoghi, le aree del Crotonese e della Sibaritide.

Lo si potrebbe definire «un contenitore di nuove idee» che, partendo da una base consorziale dei Comuni in linea di costa, apre alle aree pedemontane afferenti i principali centri urbani. «Mira a far emergere – ha spiegato il Comitato – le potenzialità nel campo turistico-ricettivo, agricolo ed agroalimentare di qualità di un sistema economico-territoriale che avrebbe, se adeguatamente incanalato nei binari della coesione sociale, pochi eguali, se non nessuno, nel Paese».

«Ed ancora – spiega la nota – tre agglomerati industriali tra poli in attività, dismessi o parzialmente tali (Taranto/Crotone/Corigliano-Rossano) da rilanciare nell’ottica della transizione ecologica e spendibili come base propositiva di un sistema integrato Hub-Spoke per un innovativo Ecosistema della Innovazione».

«Viepiù la presenza di 24 porti mercantili, navali, crocieristici e da diporto che si affacciano sull’Arco Jonico aprendo al rilancio delle vie del mare – viene spiegato –. Con la consapevolezza che le su menzionate vie, proprio per le caratteristiche orografiche e di costa, nonché per la particolare conformazione ad arco del territorio, avrebbero la possibilità di collegare i diversi punti d’approdo dell’area dimezzando notevolmente i tempi di connessione via terra».

«Ed ancora, tale sistema, riconducendo le 3 portualità principali del contesto territoriale (Taranto, Corigliano-Rossano e Crotone) sotto l’egida naturale dell’Autorità di bacino di Taranto – sottolinea il Comitato – concorrebbe a migliorare i rapporti interregionali dell’area coerentemente ai dettami comunitari UE nell’ottica della coesione territoriale. Quindi la possibilità di aprire a compagnie di navigazione che, con un sistema di aliscafi, potrebbero mettere in collegamento i su menzionati punti di approdo in intervalli di tempo compresi tra i 45′ ed i 90’».

«Si avvierebbero, anche – vien spiegato ancora – sinergici rapporti tra i due principali scali aeroportuali dell’area (Grottaglie – Sant’Anna), strategicamente posti ai vertici del sistema integrato territoriale. Quanto descritto, giocoforza, cambierebbe il paradigma di un territorio. Si innalzerebbe l’offerta di lavoro favorendo l’intreccio con l’elevata e, ad oggi, non suffragata domanda».

Insomma, un rivoluzionario progetto che concorrebbe, cooperativamente, a migliorare i rispettivi sistemi regionali di Puglia, Lucania e Calabria e che merita l’attenzione di tutta la politica.

Ma non è solo su questo progetto, avanzato dal Comitato, su cui si dovrebbe prestare attenzione: Recentemente, sulla scia della imminente nascita del Consorzio Costa degli Dei, l’Associazione ha rilanciato la possibilità di realizzare un Consorzio Interregionale Magnograeco.

«Un grande contenitore di 52 Enti comunali – aveva spiegato il Comitato – allocato lungo la linea di costa del Crotonese, della Sibaritide, del Metapontino, del Tarantino e del Salento Jonico. Cinque Province e tre Regioni coinvolte. Tre Distretti Agroalimentari di qualità. Un numero indefinito di siti archeologici, senza considerare le aree dall’incommensurabile valore storico».

«Il tutto – si legge – costellato da 24 portualità tra navali, mercantili e nautica da diporto. Quattrocento km di costa con caratteristiche uniche al mondo. Non solo per la qualità e la bellezza delle stesse, ma per la particolare ed unica conformazione ad arco che, sostanzialmente, dimezza i tempi di percorrenza nautica tra un lembo e l’altro; colmando così il ritardo infrastrutturale terrestre che il territorio in questione vive. Il tutto inquadrato nel più ampio contesto del Mediterraneo dove l’area si configura come una piccola ed unica baia che assembla spiagge ampie e sabbiose a distese argillose, attrezzabili a riviera, con porzioni a falesia».

«Un unico grande contenitore turistico – viene sottolineato – capace di accrescere l’offerta di lavoro venendo incontro alla elevata domanda della stessa. Viepiù costituendo un reale deterrente alla piaga dello spopolamento che impatta, senza soluzione di continuità, tutti i territori compresi tra il Lacinio e Punta Leuca».

Ma non è solo in tema di turismo e valorizzazione del territorio che è intervenuto il Comitato: nel mese di maggio, Domenico MazzaGiovanni Lentini, hanno parlato dell’approvvigionamento energetico da fonti rinnovabili ed un sostanziale ritorno alla cura della terra per quanto concerne la coltura dei suoi prodotti.

Una questione che «riguarda, anche e soprattutto, noi che ci ritroviamo a vivere in uno spicchio di terra, fortunato per certi versi, desolato per altri, affacciato a raggiera sul Mediterraneo: la baia dell’Arco Jonico» hanno detto Mazza e Lentini, sottolineando che «i Presidenti delle regioni Calabria e Lucania dovrebbero redigere i rispettivi Pri (Piano regionale dell’idrogeno), aggiornando i Pear (Piano Energetivo Ambientale Regionale) delle due Regioni».

«E dovrebbero farlo – hanno detto – in stretto partenariato con la regione Puglia, mettendo sul piatto, intanto il territorio che, senza soluzione di continuità, unisce le tre Regioni, ed in più, sfruttando tutte le potenzialità della fascia jonica da Capo Rizzuto a Leuca. Territorio, questo, afferente tutto al contesto allargato del Golfo di Taranto».

«E sarebbe necessario – hanno evidenziato – partire con la proposta di un Hub produttivo delle Energie Rinnovabili e dell’Efficienza Energetica incentrato sull’idrogeno verde, utilizzando tutto ciò che è presente lungo la baia jonica per quanto attiene le energie rinnovabili. Dal riutilizzo delle aree industriali dismesse di Crotone, in cui insistevano gli impianti Montedison e Pertusola, e dell’area industriale dismessa di Corigliano-Rossano sulla quale ancora giace la ex centrale termoelettrica Enel. Oltre, come già puntualizzato, ad utilizzare il surplus di energia derivante da fonti rinnovabili di cui il lembo jonico di Calabria e Lucania è particolarmente ricco».

Mazza e Lentini, infatti, ritengono, «senza paura di smentita alcuna, che il territorio dell’Arco Jonico calabro-appulo-lucano abbia, già oggi, tutte le carte in regola per soddisfare i dettami europei in materia d’approvvigionamento energetico e filiera agroalimentare di qualità». (rkr)

Comitato Magna Graecia: Realizzare il Concorso Interregionale Magnogreco

Il Comitato Magna Graecia, sulla scia dell’istituzione del Consorzio Costa degli Dei, ha rilanciato l’idea di realizzare il Consorzio Interregionale Magnogreco, una idea progettuale finalizzata a consorziare tutti i Comuni in linea di costa che si affacciano sullo specchio d’acqua della baia jonica.

«La possibilità concreta – viene spiegata – di mettere allo stesso tavolo tre Regioni, per sfruttare le grandi (e per certi versi inespresse) potenzialità di tutta la fascia rivierasca che dal Crotonese raggiunge il Salento jonico.  Un grande contenitore di 52 Enti comunali allocato lungo la linea di costa del Crotonese, della Sibaritide, del Metapontino, del Tarantino e del Salento Jonico. Cinque Province e tre Regioni coinvolte. Tre Distretti Agroalimentari di qualità. Un numero indefinito di siti archeologici, senza considerare le aree dall’incommensurabile valore storico. Il tutto costellato da 24 portualità tra navali, mercantili e nautica da diporto. Quattrocento km di costa con caratteristiche uniche al mondo».

«Non solo per la qualità e la bellezza delle stesse –viene spiegato nella nota – ma per la particolare ed unica conformazione ad arco che, sostanzialmente, dimezza i tempi di percorrenza nautica tra un lembo e l’altro; colmando così il ritardo infrastrutturale terrestre che il territorio in questione vive. Il tutto inquadrato nel più ampio contesto del Mediterraneo dove l’area si configura come una piccola ed unica baia che assembla spiagge ampie e sabbiose a distese argillose, attrezzabili a riviera, con porzioni a falesia. Un unico grande contenitore turistico capace di accrescere l’offerta di lavoro venendo incontro alla elevata domanda della stessa. Viepiù costituendo un reale deterrente alla piaga dello spopolamento che impatta, senza soluzione di continuità, tutti i territori compresi tra il Lacinio e Punta Leuca».

Il Comitato, infatti, ha ricordato che il Consorzio Costa degli Dei è un «Ente che

avrà molteplici compiti e funzioni indirizzati allo sviluppo dei territori di competenza. Al neo Consorzio sarà demandato il compito di cogliere tutte le occasioni di rilancio che, a partire dal turismo, daranno nuova linfa vitale ai Comuni di quel lembo di Calabria. Un’idea nata dal bisogno di far interagire, con spirito di coesione, Istituzioni pubbliche e private allocate in realtà amministrative caratterizzate da interessi comuni.

Un Ente, riconosciuto da regolare statuto, che si occuperà di creare presupposti di crescita, tutti indirizzati all’evoluzione dei territori di competenza e all’implementazione delle loro potenzialità: dal turismo alle infrastrutture, dalla cultura agli insediamenti produttivi, dalla tutela dell’ambiente marino alle risorse idriche».

«Il Consorzio, infatti – viene spiegato ancora – in diritto, è un istituto giuridico che disciplina un’aggregazione volontaria legalmente riconosciuta che coordina e regola le iniziative comuni per lo svolgimento di determinate attività di impresa, sia da parte di Enti privati che da parte di Enti pubblici. Naturalmente esprimiamo felicità per le capacità messe in campo dagli Enti concorrenti. Questi hanno dimostrato di saper stare al passo con i tempi e di voler creare qualcosa che possa, realmente, riverberare benessere alle Comunità territoriali a cui rivolto».

Il Comitato, tornando alla sua proposta, ha riconosciuto che «operazioni di tale portata richiedono una diversa visione di territorio, coraggio politico e predisposizione alla lungimiranza. Non ha senso immaginare improbabili contenitori solo perché racchiusi nel semplicistico steccato provinciale o regionale. Soprattutto quando abbiamo la consapevolezza che un confine amministrativo non sempre corrisponde ad un limite da punto di vista degli interessi che potrebbero intrecciarsi nei territori dirimpettai. Possiamo pensare alle affinità tra la Costa dei Saraceni e quella degli Achei».

«Difficilmente, ed in maniera alquanto improbabile – continua la nota – si potrebbe immaginare la costruzione di percorsi comuni tra la Riviera dei Cedri e gli ambiti jonici. E questo non perché ci piaccia innalzare barriere, ma perché sono territori che vivono di economie diverse legate alle peculiarità dei rispettivi lembi di terra.  La Baia jonica è nei fatti un unico contenitore comune capace di inverare il tanto atteso progresso e l’emancipazione dell’area. Chi continua a perseguire distorte geometrie territoriali, o è in malafede o mente sapendo di mentire. O con molta più probabilità è talmente legato a dinamiche di natura centralista da confutare l’inconfutabile».

«Ed allora – conclude la nota – ripartiamo dalle nostre origini per costruire insieme il nostro futuro». (rkr)

Ospedale di Cosenza, Comitato Magna Graecia: Occasione per rilanciare la Città Unica

Il Comitato Magna Graecia ha dichiarato che «la vicenda relativa alla localizzazione territoriale del previsto nuovo ospedale di Cosenza è un’occasione, ci auspichiamo non definitivamente perduta, di rilanciare il tema della Città unica Cosenza-Rende-Castrolibero-Montalto».

«La Civica Assise bruzia – viene spiegato in una nota – ha stabilito di posizionare il nuovo nosocomio nell’area est della Città. Praticamente ai piedi della Sila». 

«Pur rispettando il volere del Consesso – spiega la nota – nutriamo seri dubbi sulla identificata allocazione. Trattandosi di una struttura complessa di tipo Hub, con caratteristiche di offerta sanitaria che si rivolgeranno a un territorio che surclasserà il semplice steccato cittadino, riteniamo che gli Amministratori locali dovrebbero assumere una visione di territorio più ampia, guardando ben oltre il disegno provinciale e finanche i confini regionali». 

«È in atto, infatti – viene spiegato – una guerra all’ultimo pennacchio tra il comune Capoluogo ed i Comuni contermini fra quella che sarebbe (o avrebbe dovuto essere) la migliore allocazione geografica della struttura».  

«Siamo convinti – continua la nota – che la ubicazione dell’ospedale nell’area di confine tra Rende e Montalto Uffugo, a margine della struttura universitaria sia non già la soluzione migliore, ma quella più auspicabile, più inclusiva e più rispettosa di tutto il territorio e non solo del perimetro della Città bruzia».  

«Nell’area rendese – viene spiegato – pensata allo scopo, è previsto uno svincolo sulla A2, una nuova stazione ad AV (alta velocità) e, soprattutto, l’area non si presenta satura di urbanizzazione. Contrariamente, l’area di Vagliolise, nella periferia est di Cosenza, è decentrata rispetto agli asset principali ed è già ampiamente antropizzata».  

«Un ospedale – prosegue il Comitato – non può rispondere a logiche di quartiere. Dovrebbe, altresì, rappresentare la sintesi alle esigenze intercomunali. Trattandosi, poi, di una struttura complessa e con caratteristiche di Policlinico, rivolta ad un bacino interprovinciale ed interregionale, determinate condizioni di collegamento intermodale verso la stessa dovrebbero essere tenute in dedita considerazione». 

«Se poi – continua la nota – nel passaggio dalla politica propagandistica a quella delle scelte il ragionamento scivola da visioni illuminate a dibattiti di natura localistica ci chiediamo quale sia il senso di certe esternazioni. Il riferimento è ai soliti mantra ripetuti all’ennesima potenza e cari alla politica cosentina: area urbana, area vasta, area metropolitana etc, etc, etc».  

«Non trova giustificazione alcuna, infatti – continua il Comitato – tale propaganda con la scelta di infarcire la già satura Cosenza di ulteriori strutture congestionanti. Viepiù, non è produttivo neppure per gli stessi abitanti del Capoluogo che avrebbero più difficoltà a raggiungere il presidio in un’area poco funzionale della stessa Città, piuttosto che in un’altra meglio collegata e baricentrica della Città confinante».  

«Le politiche centraliste – dice la nota – dovrebbero smetterla di giocare a capitalizzare ogni struttura nel risicato ed angusto perimetro del proprio campo da gioco. Anche e soprattutto quando ad essere sul piatto è il destino dei Cittadini».

«Senza considerare – si legge ancora – che una eventuale infelice allocazione della struttura, estranea all’area universitaria, mal si concilierebbe con la neonata facoltà di medicina istituita presso l’Unical. La scelta del sito rendese consentirebbe di unire la teoria alla pratica».

«I dottorandi – viene spiegato – passarebbero in un batter d’occhio dalle aule universitarie ai reparti, ed il tutto si verifichebbe in perfetta contiguità delle strutture. Contrariamente, l’area di Vagliolise comporterebbe una immane perdita di tempo negli spostamenti degli studenti. Costoro, infatti, sarebbero costretti ad attraversare tutta l’area urbana, per spostarsi dagli ambienti di studio a quelli del praticantato». 

«Viepiù – si legge – potrebbe rappresentare la pietra tombale sul processo di sintesi amministrativa della Città e dei Comuni dirimpettai. Non dimostrare, già oggi, una visione inclusiva e coerente del territorio, sarebbe un deterrente terribile verso ogni possibile ed auspicabile processo di amalgama». 

«Come Comitato – conclude la nota – invitiamo al buonsenso ed all’unione di intenti i Sindaci della città Capoluogo, di Rende e degli altri Comuni concorrenti a formare la cinta urbana cosentina. E, soprattutto, ad uscire da becere politiche localistiche aprendosi alla condivisione. Per il bene di Cosenza. Per il bene della Calabria. Per il bene del Mezzogiorno». (rkr)

Un unico, grande, ecosistema dell’innovazione interregionale per la baia jonica

di DOMENICO MAZZAALESSIO CRITELLIGIOVANNI LENTINI – Recentemente, ha iniziato a muovere i primi passi l’ecosistema dell’innovazione nato dalla sinergia tra le regioni Calabria e Basilicata. Tech4you il nome con cui questo è stato battezzato, grazie alla collaborazione dei due Atenei regionali.

L’ecosistema è stato finanziato con i fondi del Pnrr per un valore di 119 milioni sui 120 milioni di massima finanziabili per progetto. Già più volte avevamo riposto le nostre attenzioni verso tale bando, invitando Amministratori, Imprenditori e Centri di ricerca a cogliere le straordinarie opportunità fornite dal progetto e la concreta possibilità dei promettenti riverberi in campo occupazionale per i territori del Mezzogiorno.

Naturalmente siamo felici che le due Università, quella della Calabria e quella della Basilicata, siano riuscite a formulare un progetto che si è dimostrato meritevole agli occhi delle commissioni esaminatrici. Tuttavia, sentiamo la necessità di rilanciare la sfida agli Amministratori jonici di Calabria, Puglia e Basilicata.

E questo in funzione della recente chiusura dell’Accordo di Partenariato sui fondi 2021-27 che hanno destinato circa 42 miliardi di euro per il nostro Paese, di cui ben 32 al Mezzogiorno.

La parola d’ordine dovrà essere non farsi trovare impreparati ed iniziare a studiare per tempo percorsi comuni che possano condurre a soluzioni foriere di cambiamenti e innovazioni per i territori marginali e dimenticati. L’allusione è, ovviamente, alla baia magnograeca. Quella porzione di territorio italiano, a cavallo tra tre Regioni, che si affaccia sullo specchio d’acqua del mare Jonio. Nessun altro territorio in Italia dispone, in soli 400km di costa, di ben tre Distretti alimentari di qualità, due siti industriali dismessi ed uno da rilanciare in ottica di transizione ecologica. Si aggiunga un centro di ricerca quale Enea, la presenza di tre grandi gruppi industriali, A2A, Eni ed Enel ed il gioco è fatto.

Certo sarà necessario il supporto di un Ente universitario. Quindi bisognerà muoversi, sin da subito, alla ricerca di Atenei italiani che si mostreranno disponibili alle richieste di Amministratori, Soggetti pubblici e privati del territorio.

Si provi a pensare cosa potrebbe rappresentare in termini di ricerca e sviluppo lo studio di nuove tecniche in campo agricolo abbinate al ciclo combinato dell’idrogeno verde. Un ecosistema dell’innovazione che, in funzione delle sue peculiarità geografiche e delle infrastrutture insistenti sui territori interessati, si proporrebbe come centro di produzione dei sistemi elettrolitici.

Infatti, nel mese di maggio, la Commissione Europea e i produttori di celle elettrolitiche hanno condiviso nuovi target e strategie di incremento, con l’obiettivo di decuplicare l’attuale copertura e dare un impulso notevole alla produzione e approvvigionamento da idrogeno verde.

Un’operazione trasformativa e generativa capace di dare vita ad un grande ecosistema dell’innovazione interregionale della baia jonica. Questo potrebbe significare la genesi per tre distretti produttivi delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, incentrati sull’idrogeno verde. Uno a Taranto, in qualità di Hub, uno a Crotone, in qualità di Spoke, uno a Corigliano-Rossano, sempre in qualità di Spoke. E tre distretti produttivi: Sibaritide (Hub) e due Spoke nel Metapontino e nel Salento jonico.

Senza perdere tempo urge che i tre presidenti di Regione, Bardi, Emiliano ed Occhiuto, assieme alle Università calabresi, lucane e pugliesi, di concerto con gli Amministratori e gli Imprenditori dei territori direttamente interessati, inizino un processo e un percorso di discussione e di condivisione. Tale processo dovrebbe essere il più veloce possibile, per arrivare ad un idea progettuale da portare all’attenzione del Ministero per il Sud e dell’Agenzia nazionale per la Coesione Territoriale. Ed ancora ad Invitalia ed a Cassa Depositi e Prestiti, per valutarne punti di forza e punti di debolezza e per candidarla, all’interno della nuova programmazione comunitaria 2021/2027, o, ancor meglio, nel Fondo di Sviluppo e Coesione.

Ci piacerebbe che a fare da regista all’operazione fosse il presidente Roberto Occhiuto. A riguardo, in questi giorni, proporremo, attraverso canali istituzionali, questa iniziativa. Forti, noi come costui, come tutti i calabresi, della voglia di mostrare all’Italia intera una Calabria che nessuno s’aspetta. (dm, gl, ac)

Comitato Magna Graecia: Necessario l’invio dell’esercito lungo l’Arco Jonico per escalation criminale

Il Comitato Magna Graecia ha ribadito la necessità dell’invio dell’esercito nell’arco jonico, dove «l’escalation criminale, da circa tre anni, imperversa» e dove «ormai, quasi a cadenza giornaliera, leggiamo dalla rassegna stampa roghi d’automobili ed opifici devastati dalle fiamme. Tali deprecabili atti, non fanno altro che ingessare e paralizzare la già flebile economia dei luoghi».

«Quanto già, drammaticamente descritto – si legge in una nota – viene condito da omicidi e tentati omicidi che stanno facendo piombare le locali popolazioni nello sconforto. Un territorio, fra l’altro, già scippato 10 anni fa dell’unico presidio di giustizia presente tra Taranto e Crotone e, pertanto, lasciato alla mercé di bande criminali che flagellano il già provato tessuto sociale ed economico.  Ci chiediamo cos’altro attendere prima di chiedere l’invio dell’esercito per avviare, in questa fase storica, un processo di militarizzazione delle conurbazioni della Città. La cronaca del giorno dopo è la palese conferma che lo Stato, con le poche forze di polizia presenti sul territorio, non dispone di un numero di personale adeguato a fronteggiare la recrudescenza criminale in atto che, da questo punto di vista, non ha precedenti storici».

«Certamente – viene spiegato – un’operazione di questo tipo non sarebbe risolutiva, ma rilascerebbe un senso di ritrovata tranquillità nelle popolazioni. Paleserebbe un segno, tangibile e visibile, della presenza dello Stato ed infonderebbe un rinnovato quantum di sicurezza. Chiaramente, a fianco un’operazione del genere, diventa imperativo un massiccio e capillare rimpinguo degli uomini in divisa. Dalla Polizia, alla Benemerita, passando per i Baschi Verdi. È palese, anche ai meno avveduti, che la dotazione organica esigua e precaria, nonché il sottodimensionamento degli avamposti di sicurezza, rendano impossibile il capillare controllo del vasto territorio comunale e più in generale dell’ambito ad esso collegato. Ed anche qui traspare, ed è innegabile, come lo Stato non abbia ancora preso consapevolezza della nuova Città, né in termini di evoluzione demografica, né dal punto di vista del perimetro territoriale».

«Risulta inverosimile pensare – si legge – che la prima Città calabrese e ventinovesima in Italia, per superficie territoriale, sia dotata di un Commissariato di polizia con poco più di sessanta unità mentre, nella stessa Regione, territori infinitamente più piccoli abbiano un numero di forze pari al doppio. Il discorso vale per Lamezia Terme, Gioia Tauro e Locri. Senza considerare il numero di Commissariati di P. S. sparsi nel Reggino e collocati in realtà distanti una manciata di km l’una dall’altra. Quanto detto palesa, le sperequazioni e disuguaglianze, tra l’area dell’Arco Jonico ed il resto della Regione».

«Il discorso non cambia anche quando parliamo dell’Arma dei Carabinieri – si legge ancora –. Come Comitato ci siamo sgolati, in atto accorpamento delle due ex Compagnie della Benemerita, chiedendo un Gruppo e non già il solo Reparto Operativo. Il primo, infatti, che demoltiplica le competenze dei Comandi Provinciali in ambiti vasti e difficili, avrebbe portato in dote un cospicuo numero aggiuntivo di personale, mentre il secondo ha fornito la presenza di un alto graduato, ma non l’implementazione di uomini e mezzi. Non più tardi di alcune settimane fa, anche il Sindacato delle forze di polizia aveva perorato la causa della necessità di aumentare la dotazione organica nei presidi di sicurezza, facendo notare lo scriteriato rapporto sperequativo tra la Città sibarita ed il resto dei Comuni calabresi.  In verità, nessuno risponde a nessuno e la Città continua ad essere teatro di squallidi ricatti e vili comportamenti che incutono paura ai suoi abitanti.  Lo Stato, pur nella narrazione giornaliera dei fatti di cronaca, continua ad essere insensibile ed, eccessivamente, indifferente».

«Crediamo che, in una condizione del genere, i cittadini dell’Arco Jonico debbano indignarsi – viene evidenziato –. Non è più possibile assistere inermi alla devastazione di imprese private sol perché, magari, non si è acconsentito a richieste estorsive o quant’altro. Duole constatare come la classe politica, ad ogni livello di stratificazione, trovi il tempo per litigare su argomenti di bassa levatura, non prendendo posizioni nette e ferree su quanto sta connotando l’area jonica nella recrudescenza ed emergenza sociale che riguarda, per l’appunto, l’escalation criminale. La politica esca dalla passività. Si avvii una mediazione, anche per il tramite della regione Calabria, affinché Corigliano-Rossano, ma in generale tutto il territorio dell’Arco Jonico, possa essere militarizzato».

«La drammaticità del momento – conclude la nota – non lascia spazio ad altre iniziative se non quella di capillarizzare sul territorio uomini in tuta mimetica con l’obiettivo di infondere maggiore sicurezza negli abitanti. L’attuale immobilismo istituzionale rischia di trasformare l’area Jonica in teatro di guerra dal quale difficilmente si potrà uscire se non si correrà ai ripari». (rkr)