A rischio l’elezione in Consiglio regionale di Amalia Bruni

Amalia Bruni rischia di non entrare in Consiglio regionale della Calabria, a causa del mancato rispetto delle normative vigenti sulla parità di chance e di accesso alle cariche. Nello specifico, si tratterebbe di aver violato di due giorni il termine per l’aspettativa lavorativa obbligatoria per la candidatura.

Ciò è emerso dalla delibera dell’Asp di Catanzaro, dove la scienziata prestava servizio come medico di ruolo, che ha concesso l’aspettativa lavorativa «per motivi personali» datata il 1° settembre, quando, invece, la decorrenza richiesta dalla Bruni indica la data del 6 settembre, due giorni dopo il termine previsto. (rrm)

Consiglio regionale, Amalia Bruni aderisce al Gruppo Misto

È è un vero e proprio colpo di scena, quello di Amalia Bruni, già candidata alla presidenza della Regione, che si è detta pronta a ‘lasciare’ il Partito Democratico per aderire al Gruppo Misto in Consiglio regionale.

Una notizia data nel corso della prima riunione della coalizione nel post elezioni, dove la scienziata ha espresso questa sua volontà, nonostante gli alleati le abbiano chiesto di proseguire nel percorso iniziato in campagna elettorale, assicurando una «opposizione costruttiva».

Una decisione che ha fatto storcere il naso alla senatrice de L’Alternativa c’è, Bianca Laura Granato, che ha sottolineato come la Bruni abbia «già tradito la fiducia dei calabresi che l’hanno votata».

«Ancora un volta – ha rimarcato la senatrice – il Pd ha sbagliato prima il metodo e poi la figura su cui puntare. Espressione della società civile che usa il Partito come un taxi, e sfrutta la coalizione che l’ha sostenuta, per parcheggiarsi cinque anni in Consiglio regionale tradendo il ruolo che le è stato affidato dai calabresi: questo significa in soldoni aderire al Gruppo Misto».

«Non è né carne, né pesce (come Callipo) – ha concluso Granato –.  Come saranno in grado le minoranze di tenere a bada gli appetiti di un centrodestra sempre più famelico, sempre capace di ricompattarsi sulla gestione di potere e risorse, i calabresi lo scopriranno presto, sulla propria pelle». (rrm)

Mons. Bracamonte, vescovo ordinario militare del Venezuela, in visita al Consiglio regionale

È stata una importante visita, quella di Mons. Benito Adàn Mendéz Bracamonte, vescovo ordinario militare del Venezuela, Giulio Cerchietti, Officiale della Congregazione per i Vescovi della Santa Sede, responsabile mondiale degli Ordinariati Militari e il fondatore e presidente dell’Istituto Nazionale Azzurro, Lorenzo Festicini al Consiglio regionale della Calabria.

I tre sono stati accolti dal vicepresidente del Consiglio regionale, Nicola Irto, che li ha accompagnati in una visita del Palazzo, subito dopo un colloquio nel suo ufficio e che ha avuto la Calabria e il suo futuro al centro.

Gli alti prelati hanno, così, avuto modo di visitare l’aula Commissioni, l’aula del Consiglio regionale, il polo culturale Mattia Preti e la sala dove è ospitata la Vara sulla quale viene collocato il quadro della Madonna della Consolazione e dove adesso è allestito un centro vaccinale. Irto ha spiegato le ragioni per le quali la mostra dedicata alla Vara in fase di restauro è stata interrotta a causa del Covid e la conseguente decisione di mettere a disposizione della collettività la sala per aiutare la campagna di vaccinazione.

S.E. Benito Adàn Mendéz Bracamonte e M.P. Giulio Cerchietti si sono soffermati poi davanti alla scultura dedicata alla memoria di Nicholas Green con le sette campane sovrastate da sette colombe, simbolo degli organi che la famiglia americana ha voluto donare subito dopo la barbara uccisione del piccolo.  S.E. Benito Adàn Mendéz Bracamonte ha sentito così di rivolgere una preghiera in ricordo di Nicholas e di speranza per chi in questo momento è in attesa di trapianto.

«Importante discutere di Calabria e diritti umani con personalità di livello internazionale che dimostrano un grande interesse e affetto per la nostra Regione – ha detto il vicepresidente Irto al termine della visita – che merita di avere sempre di più un’immagine diversa, e più aderente alla propria dimensione e alla propria bellezza, a tutti i livelli».

Monsignor Benito Mendéz Bracamonte ha consegnato ad Irto l’onorificenza dell’Ordinariato militare del Venezuela. (rrc)

 

 

L’OPINIONE/ Domenico Mazza: La prossima sfida del nuovo Consiglio regionale: uniformare i collegi elettorali

di DOMENICO MAZZA – La recente riforma della geografia elettorale, ha delineato una nuova perimetrazione dei collegi camerali e senatoriali nel Paese. In Calabria, sostanzialmente, si è proceduto ad accorpare i vecchi collegi delle competizioni politiche tenendo presente una forbice che alla Camera ha considerato ambiti compresi tra 330 e 450mila abitanti ed ambiti senatoriali che oscillassero sul milione di abitanti circa.

Non a caso, la Calabria, è stata suddivisa in 5 collegi camerali che rilcalcano in maniera abbastanza coerente le vocazioni dei rispettivi territori e due collegi senatoriali che riscrivono, in maniera più o meno fedele, le due vecchie Calabrie: Citra ed Ultra.

Relativamente il nuovo collegio jonico, sono stati assemblati in un unico contenitore gli ambiti del Crotonese-Marchesato, il Cirotano, la Sila di Levante, la Sibaritide, l’Alto Jonio Federiciano, il Pollino di nord-est e parte della Valle dell’Esaro. Un territorio di circa 450mila abitanti, sostanzialmente composto da tre micro ambiti di circa 150mila abitanti ciascuno: il Crotoniate, l’Area Sibarita, il Pollino di Levante.

La domanda che mi pongo e che dovrebbe porsi la politica tutta (particolarmente quella che si candida a giocare la partita della imminente competizione elettorale) è: con quale criterio gli elettori Crotoniati e Sibariti voteranno per le competizioni regionali, e con quale per quelle politiche? È surreale che un territorio venga spezzettato in due piccole appendici ai rispettivi collegi nelle competizioni regionali per poi essere uniformato nelle politiche.

Va ricordato che i collegi regionali, ricalcano perfettamente i confini delle ex province storiche, oggi area vasta del nord e del centro Calabria, più l’area metropolitana di Reggio. Va, altresì, menzionato che il rapporto di rappresentanza in seno ai Consigli regionali delle ultime cinque legislature è stato sempre appannaggio delle circoscrizioni urbane di Cosenza, Catanzaro e Reggio (le prime due in maniera più preponderante).

Atteso che le problematiche dei territori di costa così come le economie sono diametralmente diverse da quelle delle aree vallive, va da sé che gente di riviera non sia avvezza a conoscere le problematiche che affliggono le summenzionate aree. E parimenti dicasi per i Referenti delle aree interne riguardo le coste.

Nel caso dell’Arco Jonico, a questo si aggiunga un’altra particolarità, essendo lo stesso prevalentemente area di riviera e d’entroterra afferente e già solo per questo differente dalle resto della Calabria, costeggiata prevalentemente da ripide scogliere nei contesti tirrenici, pertanto con indotti e pianificazioni di carattere economico-produttivo decisamente diverse. Inoltre, la dilatazione territoriale verso levante che in Calabria si genera dal Lacinio verso la Piana di Sibari, porta il contesto dell’Arco Jonico a differire anche dalla restante parte jonica che dal Catanzarese scende verso la Locride, quindi il Reggino. Nel sud della Regione, le distanze fra Jonio e Tirreno si accorciano notevolmente pertanto le differenze fra de due coste, sostanzialmente, si pareggiano.

Fermo restando l’intelaitura geo-politica sopra descritta, va da sé che la conformazione del collegio regionale dovrebbe copiare pedissequamente il nuovo collegio camerale. Non fosse altro per creare quella uniformità di intenti fra coloro che si candidano a rappresentare l’Area in Parlamento e i rappresentanti regionali della stessa, prescindendo dalle a casacche di riferimento, ma convergendo sulle tematiche da risolvere e sulle potenzialità inespresse dei territori da far decollare. Del resto, non possiamo pretendere che i rappresentanti dei contesti vallivi siano aduso conoscere i problemi che caratterizzano le marinerie o il turismo e l’agricoltura, così come i Referenti di riviera annaspano nel raccapezzarsi riguardo le economie e gli indotti e le produttività afferenti le aree interne.

Quindi, se il prossimo Consiglio regionale deciderà, finalmente, di affrontare questo tipo di problematica, significherà che avrà avuto intenzione di rettificare una stortura nonché un difetto di rappresentanza equa ai territori. Al contrario, paleserà, ancora una volta, che gli interessi delle dinamiche prone e votate ai centralismi, hanno avuto la meglio.

Il tutto condito di grave nocumento e difetto di rappresentanza per l’area dell’Arco Jonico, storicamente serbatoio di voti periferico ai contesti delle innaturali Aree Vaste e/o collegi regionali di riferimento. (dm)

Domenico Mazza è co-fondatore del Comitato per la Provincia della Magna Graecia

Consiglio regionale: parte della minoranza abbandona l’aula

Protesta con abbandono dell’aula a Palazzo Campanella da parte di alcuni consiglieri della minoranza. Marcello Anastasi (Io resto in Calabria), Antonio Billari (Democratici e Progressisti) e Libero Notarangelo (Partito Democratico) hannodiffuso una dichiarazione congiunta: «La nostra uscita dall’aula è servita a sottolineare ancora una volta l’assenza di unità della maggioranza, che a poche settimane dalle elezioni non ha i numeri per approvare i punti all’Ordine del Giorno in programma nella seduta del Consiglio Regionale.

Eravamo presenti perché è nostro dovere rappresentare i calabresi e siamo rimasti in aula fino a quando non è stato chiaro che la nostra presenza sarebbe servita esclusivamente a nascondere i limiti e le difficoltà del centrodestra.

La seduta di consiglio saltata oggi, è l’ennesima dimostrazione della pochezza dell’azione amministrativa della compagine di centrodestra e delle mille lotte che la agitano in questo periodo elettorale.

Da oggi si portino in aula solo provvedimenti davvero urgenti e indifferibili, in attesa che i calabresi eleggano la nuova assemblea che possa finalmente tornare a occuparsi della Regione e delle sue numerose necessità». (rp)

La Commissione Agricoltura del Consiglio regionale favorevole all’atto aziendale di Calabria Verde

La Commissione Agricoltura del Consiglio regionale della Calabria, presieduta da Pietro Molinaro, ha espresso parere favorevole sul nuovo Atto Aziendale di Calabria Verde, che potrà diventare esecutivo.

Si è giunti a questo risultato dopo un’approfondita istruttoria sull’Atto predisposto dal Commissario straordinario dell’ente, il dott. Giuseppe Oliva, a cui è stato allegato anche il Piano del fabbisogno di personale 2021/2023.

I componenti della Commissione presenti alla seduta, Molinaro, Crinò, Giannetta, V. Pitaro e Tassone, hanno espresso il parere favorevole all’unanimità, prendendo atto con vivo compiacimento che l’iter ha coinvolto tutti i sindacati rappresentati in azienda (Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Cisal), i quali hanno approvato e condiviso i nuovi atti predisposti dal Commissario Oliva.

Il presidente Molinaro, al termine dei lavori ha dichiarato che «con il nuovo Atto aziendale, il nuovo corso di Calabria Verde può avere inizio concretamente, e grazie anche alle  innovazioni organizzative che sono state introdotte, ci attendiamo che l’azienda sia in grado di corrispondere alle aspettative dei calabresi.»

I lavori della Commissione hanno riguardato anche la nuova legge sull’apicoltura e sulla pesca, il cui esame proseguirà nel corso della prossima seduta, convocata per il prossimo 6 agosto. (rrc)

Il consiglio regionale autorizza la ricapitalizzazione della Sacal

Il Consiglio regionale della Calabria ha approvato la proposta di legge che autorizza la Giunta regionale a partecipare alla ricapitalizzazione della Sacal, società di gestione degli aeroporti calabresi, con un contributo di 295 mila euro.

La Sacal, infatti, era in una situazione di difficoltà, che «deriva dalle perdite di esercizio negli anni 2020 e 2021, per effetto della crisi pandemica, che ha visto nel 2020 una riduzione del traffico aereo di passeggeri in misura del 72,5%», rendendo necessario «sostenere la Sacal in questa fase di crisi derivante da cause esogene ed evitare la sua messa in liquidazione con grave danno sia per la collettività, sia per il patrimonio regionale».

Il presidente del Consiglio regionale, Giovanni Arruzzolo, ha evidenziato il motivo per cui «facciamo oggi (mercoledì ndr) questo passaggio direttamente in aula perché i tempi tecnici ci impediscono di andare oltre il 31 luglio», mentre il presidente f.f. della Regione, Nino Spirlì, ha definito «necessario questo aumento di capitale anche per dare un sostegno di cassa alla Sacal in un momento di bisogno, in una seconda fase verificheremo se incrementare l’impegno finanziario della Regione».

Dopo la relazione del consigliere regionale Filippo Mancuso, è intervenuta la consigliera Tilde Minasi, che ha annunciato voto a favore ma ha criticato il management della Sacal «perché finora per l’aeroporto di Reggio Calabria ha prodotto solo proclami ma nessun fatto, mancando di rispetto a un intero territorio».

«L’aeroporto di Reggio infatti vive, ormai da tempo  – ha detto la Minasi – di informazioni contrastanti, di poca considerazione, di mancanza di linearità, di annunci cui non è seguita alcuna operatività, di parole e non di fatti».

Il consigliere Francesco Pitaro ha criticato la «la mancata convocazione delle commissioni competenti sul progetto di legge» che «avrebbe permesso non solo di acquisire il verbale dei soci del 5/7/2021 e il parere del Presidente del collegio sindacale, ma anche di ascoltare il Presidente del Cda della Sacal e capire se le perdite subite da Sacal siano imputabili al Covid oppure a una eventuale mala-gestione degli amministratori», e ha proposto che «il Consiglio regionale e la commissione competente convochino il presidente e i vertici della Sacal, per capire cosa si vuole fare degli aeroporti calabresi».

«La legge – ha commentato Pitaro – è senza dubbio necessaria per scongiurare conseguenze devastanti in termini di blocco di spostamenti, di isolamento della regione e di licenziamento dei lavoratori. Ma una volta consegnati a Sacal i soldi dei contribuenti cosa succederà? Senza una seria strategia di sviluppo e un piano di irrobustimento dell’offerta aeroportuale calabrese, ci troveremmo punto e a capo, con i soliti problemi di carenza di voli e dipendenti mortificati con insoddisfacenti soluzioni part-time».

Il consigliere Graziano Di Natale, ha definito la «discussione monca, perché non si capisce quali saranno gli investimenti e le strategie della Sacal dopo l’aumento del capitale sociale».

Filippo Pietropaolo, infine, ha auspicato che «la Regione si impegni per acquisire le quote non opzionate degli altri enti pubblici in modo che la maggioranza resti pubblica, e che la Regione si faccia promotrice di un piano industriale della Sacal inserito in un piano regionale complessivo». (rrc)

La vertenza Terme Luigiane: un ritorno al Consiglio regionale

di FRANCO BARTUCCI – I lavoratori delle Teme Luigiane sostengono la richiesta avanzata dal consigliere regionale Pietro Molinaro (Lega)  al presidente del Consiglio regionale, Giovanni Arruzzolo, per inserire nell’ordine del giorno della prossima seduta dell’organo regionale, la questione delle Terme Luigiane, giunta ad un epilogo veramente drammatico per la mancata prospettiva occupazionale delle maestranze addette ai vari servizi termali, e di grande delusione ed imbarazzo per tutte quelle persone che ricorrevano con fiducia alle cure terapeutiche che venivano prestate negli stabilimenti delle Terme Luigiane. 

Infatti il consigliere Pietro Molinaro, visto il totale silenzio e disinteresse mostrato, sia dal presidente facente funzioni Nino Spirlì che dell’assessore regionale competente in materia, Fausto Orsomarso, di fronte alle puntuali note e denunce presentate di forte responsabilità della Regione nella gestione della vicenda, è ritornato a sollecitare il presidente del Consiglio regionale Arruzzolo, e i vari capigruppo di maggioranza, per una discussione seria, affinché la questione sia discussa e risolta nell’ambito del Consiglio regionale.

«La gravità e l’urgenza del tema – ha scritto nella sua richiesta il consigliere Molinaro – sono assolutamente incontestabili considerato che a causa della chiusura delle Terme, centinaia di persone sono senza lavoro e le prestazioni sanitarie termali non sono erogate».

«Noi lavoratori ci uniamo all’appello – hanno scritto in un loro documento – chiedendo al Presidente del Consiglio regionale, Giovanni Arruzzolo, al vicepresidente, Luca Morrone (Fratelli d’Italia), a tutti i consiglieri, sia di maggioranza che di minoranza, che la questione delle Terme Luigiane venga discussa e soprattutto risolta una volta per tutte in occasione del prossimo Consiglio Regionale».

«Il contratto dell’azienda che per 80 anni ha gestito le Terme Luigiane, garantendo la piena e totale legalità sotto ogni punto di vista e nei confronti di tutti gli stakeholder – dicono ancora – è in proroga dal 2016 e, secondo gli accordi sottoscritti tra Comuni, Sateca, Regione e parti sociali in Prefettura nel mese di febbraio del 2019, dovrebbe essere tuttora in vigore fino al “subentro del nuovo sub concessionario”. Le due amministrazioni comunali, rinnegando unilateralmente quanto sottoscritto e ratificato nei rispettivi consigli comunali, hanno utilizzato la forza per riappropriarsi delle acque e ad oggi non sono state in grado di redigere un bando di gara». 

Il documento dei lavoratori continua ricordando le proposte tecniche ed economiche avanzate dai due comuni fuori da ogni logica legale, tecnica e amministrativa mentre continuano a maturare inadempienze contrattuali e gravi morosità nei confronti della Regione Calabria.

«La legge impone alla Regione di intervenire – hanno puntualizzato – con un provvedimento di decadenza immediata della concessione in capo ai Comuni, visto che la morosità ha già superato i 240 giorni indicati dalla norma, ma nessuno in Regione, né politici né dirigenti, si assume la responsabilità di adempiere ai propri obblighi. Quello della morosità è solo l’ennesimo motivo per cui la Regione avrebbe dovuto già da tempo certificare la decadenza di una concessione data a soggetti che stanno da anni dimostrando di non essere assolutamente in grado di  gestire un bene pubblico così importante». 

Revoca, peraltro paventata fin dal mese di maggio dallo stesso presidente Spirlì, con regolare lettera inviata ai due Sindaci di Acquappesa e Guardia Piemontese con la richiesta di presentazione di un report sulla evoluzione della vertenza mai presentato.

«Le Istituzioni – hanno scritto i lavoratori nel loro documento – sono preposte ad intervenire concretamente per creare le condizioni per la risoluzione di una problematica di questa entità e gravità. La Calabria non può permettersi la perdita di centinaia di posti di lavoro e 500.000 prestazioni sanitarie senza che la Regione faccia nulla per scongiurare un disastro di questa portata. Visto che la Giunta sembra essere sorda rispetto alle richieste di intervento più volte sollecitate, chiediamo al Consiglio Regionale di intervenire con immediatezza e risolutezza per salvaguardare centinaia di posti di lavoro sia diretto che di indotto e una realtà produttiva sana».

Ciò che sorprende in questa vicenda e ci si augura un sostegno in Consiglio regionale, se non un sollecito allo stesso presidente Arruzzolo per l’apertura del dibattito in Consiglio, è il totale disinteresse e silenzio assunto finora da quei consiglieri di minoranza del Partito Democratico, soprattutto del cosentino, ed in particolare del consigliere Carlo Guccione, primo firmatario della legge regionale 27 aprile 2015 n° 11, che ha portato alla chiusura delle Terme, che pur ha svolto in questi anni una permanente e costante voce di denuncia del sistema sanitario calabrese divenendone un paladino essenziale e mordente. Stranamente in questa vicenda vige il silenzio eppure anche in questo caso viene meno la tutela del diritto alla salute per innumerevoli curanti delle Terme Luigiane.

Intanto anche il legale della Sateca, avv.Enzo Paolini, è intervenuto a dire la sua sul soliloquio dell’assessore regionale Fausto Orsomarso tenuto attraverso Facebook ponendogli dieci domande alle quali si spera di avere una risposta precisa.

«Intervengo – dice l’avv. Paolini – con cognizione di causa, per colmare le tue lacune informative dato che ti rivolgi alla piazza virtuale.  Eccoti schematicamente senza divagare con commenti ed opinioni le mie domande: 1) la concessione in favore dei comuni scade nel 2036; 2) la subconcessione a Sateca e’ scaduta nel 2016; 3 ) dal 2016, dunque i comuni avrebbero dovuto bandire una gara pubblica per l’individuazione del nuovo sub concessionario; 4) ad oggi, cioè dopo 5 anni non hanno fatto niente se non un avviso esplorativo (che ovviamente non è un bando) pubblicato un mese fa; 5) nel frattempo, hanno concordato due volte, prima in regione (nel 2016) e poi in prefettura (nel 2019) che, per consentire la continuità del servizio pubblico e dei livelli occupazionali, la Sateca avrebbe proseguito nell’attività fino al subentro del nuovo sub concessionario; 6) il nuovo subconcessionario non è stato ancora individuato perché i comuni non hanno bandito la gara; 7) ad un certo punto i comuni hanno ritenuto non più validi gli accordi e, pur non avendo ancora presentato neanche un rigo inerente la gara pubblica, hanno preteso – pretenderebbero – che la Sateca rendesse il servizio mantenendo i livelli occupazionali con tutti i costi conseguenti ma solo per il tempo da loro stabilito (quindi non fino al subentro del nuovo subconcessionario individuato con gara pubblica che loro non hanno bandito, ma per un tempo a loro piacimento) e per di più con il pagamento di un canone maggiore rispetto a quello pagato sinora; 8) gli stessi comuni, peraltro, sono morosi nel pagamento del canone dovuto alla regione, composto da una quota fissa e da una quota variabile legata al fatturato Sateca». 

«Da tre anni  – ha spiegato – non pagano né l’una né l’altra; 9) questo fatto comporterebbe per legge che la regione – proprietaria della risorsa termale – dichiarasse la decadenza della concessione dei comuni; 10) la regione – consapevole ed informata di questo – non ha fatto assolutamente niente”. 

«Attendo che, senza lunghe digressioni e opinioni– precisa l’avv. Enzo Paolini – tu dica che anche uno solo dei punti che ho scritto non risponde al vero, ed in tal caso indichi i dati di fatto o le norme che sostengono la tua confutazione. Diversamente ti pongo la domanda finale: alla luce di questi 10 semplici dati oggettivi, che nessuno può confutare. Sei ancora convinto che la questione sia quella di trovare “il giusto prezzo” ? (questione che non è in discussione perché ovviamente , anche quello, cioè il giusto prezzo, sarà stabilito con gara pubblica e in aderenza a leggi vigenti).  O sia piuttosto che comuni e regione – negligenti, incapaci ed omissivi rispetto ai loro chiarissimi doveri – vorrebbero, usando i poteri di “governo”, che, mentre loro non sono capaci di fare una gara da ben 5 anni, una azienda privata svolgesse  il servizio pagando un balzello da loro discrezionalmente stabilito senza gara?».

«Con ciò – precisa ancora meglio l’avv. Paolini – tentando di far apparire la mancata soluzione della vertenza come responsabilità di una azienda privata che ha svolto il proprio lavoro sino al 2016 (mi astengo dai giudizi o dagli auto elogi che spetta ad altri pronunciare) e che dopo il 2016 ha accettato di svolgerlo surrogando le inadempienze di comuni e regione?».

«Non sarebbe forse il caso – conclude – che il governo regionale intervenisse (può e deve farlo) per tutelare non l’azienda privata (che parteciperà alla gara pubblica quando sarà bandita e per il momento è disponibile a fare il lavoro senza però sottostare ad inique pretese o balzelli), ma il servizio pubblico ed il lavoro di 250 famiglie?». (fb)

Lotta al malaffare, De Caprio (FI): Necessario tracciare strada per preservare imprenditoria sana

Mancanza di liquidità delle imprese, il welfare alternativo da parte della ‘Ndrangheta, sburocratizzazione, fiducia nelle aziende, accesso al credito, semplificazione per le imprese. È stato su queste tematiche che si è incentrata la seduta della Commissione anti ‘ndrangheta, dove sono stati auditi i referenti regionali delle associazioni di categoria sul fenomeno criminale in Calabria.

Presenti l’ingegner, Domenico Vecchio, di Unindustria, il dott. Politano di Confcommercio, il dott. Laganà di Cna, il dott. Catalano di Casartigiani, il dott. Politi di Confagricoltura e il dott. Aceto di Coldiretti. 

Il presidente dell’assise, Antonio De Caprio, ha voluto evidenziare come sia necessario «tracciare la strada non trovare la strada per preservare l’imprenditoria sana, quella che lotta, con coraggio, ogni giorno. Per contrastare il malaffare, bisogna sostenere chi opera per la crescita e lo sviluppo della Calabria».

«La seduta che ho avuto l’onore di presiedere – ha affermato De Caprio – è stata l’esempio del pragmatismo che si deve instaurare tra istituzioni e mondo imprenditoriale».

«L’obiettivo – ha continuato il presidente dell’antimafia regionale – è quello di valorizzare le eccellenze calabresi, lottando contro le contraffazioni, e creare le condizioni per stipulare un patto istituzionale, teso a sostenere azioni concrete che riguardino la politica e il tessuto socio economico calabrese».

«La Calabria onesta che lavora e produce – ha concluso Antonio De Caprio – merita tutto l’appoggio e il sostegno delle istituzioni». (rrc)

 

De Caprio (FI): Usare i beni confiscati per un nuovo modello di sviluppo del territorio

Il consigliere regionale di Forza ItaliaAntonio De Caprio, ha presentato una mozione – che è stata approvata in Consiglio regionale – in cui impegna  «il governatore e la giunta regionale “a voler richiedere al Consiglio dei ministri un diverso utilizzo delle risorse, provenienti dei beni confiscati per finalità sociali, inseriti nel Fondo Unico di Giustizia, al fine di restituire alle comunità calabresi un nuovo modello di sviluppo territoriale che argini la criminalità organizzata».

«In più – si legge nella mozione – a sollecitare l’esecutivo nazionale e il ministero preposto a voler adottare linee guida e circolari, da indirizzare alle strutture dipartimentali o alle agenzie competenti, mediante le quali le somme, oggetto di confisca alla ‘Ndrangheta, parte integrante del Fug, vengano utilizzate per porre in essere tutte quelle attività necessarie per far fronte alla crisi sanitaria e ospedaliera in cui versa la Calabria, e, non ultimo, a voler valutare l’ipotesi di utilizzare tali somme per abbattere il debito sanitario calabrese».

«Un aiuto concreto alle regioni più deboli come la Calabria – ha dichiarato De Caprio – potrebbe essere rappresentato da un diverso utilizzo degli immobili confiscati, da un diverso impiego dei proventi, derivanti dalle vendite degli stessi o, ancora, delle somme di danaro al fine di porre rimedio ad un gap sociale in cui versa la nostra Terra, rispetto alle altre regioni».

«L’utilizzo di tali proventi per ragioni di sanità pubblica – ha proseguito Antonio De Caprio – avrebbe anche un valore altamente simbolico, posto che da emblema di prepotenza e dominio mafioso, i presidi sanitari, ristrutturati con i proventi dell’attività illecita, apparirebbero, agli occhi della popolazione, come il trionfo dello Stato. Inoltre – incalza il presidente dell’antimafia regionale – parte di tali risorse potrebbe essere impiegata, al fine di sostenere le imprese sane e virtuose e incentivare i giovani ad investire nella regione». 

«Il tutto – ha concluso il capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale – rilevato quanto ravvisato dalla Corte Costituzionale e dal principio ispiratore sulla destinazione dei beni confiscati, secondo cui”la restituzione alle collettività territoriali delle risorse economiche, acquisite illecitamente dalle organizzazioni criminali, rappresenta uno strumento fondamentale per contrastarne l’attività”». (rrc)