CALABRIA, DENATALITÀ E SPOPOLAMENTO
LA SFIDA FERMARE IL DECLINO ANNUNCIATO

di DANIELA DE BLASIOLa Calabria affronta una crisi demografica sempre più preoccupante. Il declino della popolazione ha conseguenze significative sull’economia, il benessere sociale e la sostenibilità della regione: per questo motivo è una sfida che richiede una seria attenzione e interventi urgenti da parte delle Istituzioni.

Sono vari i fattori che contribuiscono al declino demografico della Calabria, a partire dal tasso di natalità molto basso, come certifica l’Istat sulla base dei dati del Censimento permanente, infatti la popolazione residente nella regione al 31 dicembre 2021 era pari a 1.855.454 residenti, in discesa a -0,3% rispetto al 2020 (-5.147 individui) e -5,3% rispetto al 2011. 

Si tratta di dati sconfortanti, sicuramente da attribuire alle difficili condizioni economiche e sociali ed alle scarse politiche di sostegno alla maternità e alla famiglia che caratterizzano la regione e che possono influire sulla decisione delle famiglie di avere figli. Infatti, la mancanza di servizi adeguati per la cura dei bambini, carenza di scuole e strutture sanitarie di qualità, nonché la scarsità di opportunità per le donne di conciliare famiglia e lavoro sono fattori che rendono il contesto poco favorevole alla natalità.

Ma il calo demografico in Calabria è anche un fenomeno aggravato dall’emigrazione giovanile e dalla mancanza di opportunità di lavoro per i giovani. Le statistiche Eurostat sul mercato del lavoro ci indicano il tasso di disoccupazione in Calabria come uno dei dati peggiori in Ue.

Mancano le occasioni di occupazione stabile e ben remunerata, mancano le possibilità di crescita e realizzazione personale e queste carenze hanno portato molti giovani calabresi a lasciare la loro terra per cercare opportunità di vita e di lavoro migliori.

Nonostante gli sforzi compiuti, volti a promuovere l’occupazione, la Calabria perde in maniera continua ed inarrestabile risorse umane preziose, nonché la possibilità di sviluppare nuove attività economiche e possibilità di attrarre capitali.

La presenza limitata di grandi imprese, la scarsa diversificazione economica e la mancanza di investimenti infrastrutturali rendono difficile la creazione di posti di lavoro stabili e ben retribuiti per le giovani generazioni. Settori strategici come l’innovazione tecnologica, la ricerca e lo sviluppo sostenibile sono praticamente inesistenti, con la conseguenza che le occasioni di crescita e sviluppo professionale, sono irrisorie.

Inoltre, la mancanza di meritocrazia e la corruzione dilagante sono problemi che esasperano i giovani calabresi che si sentono demotivati, frustrati e sfiduciati nei confronti di chi non ha pensato al loro futuro ed a quello del proprio territorio.

La mancanza di rispetto per il merito, infatti, demotiva ulteriormente i giovani a rimanere nella regione, in quanto le opportunità di carriera sono spesso basate su relazioni personali  piuttosto che sulle capacità e competenze. Questa situazione li spinge altrove in cerca di una meritocrazia più imparziale.

La diminuzione del numero di persone attive nel mercato del lavoro ha gravi conseguenze economiche e sociali, in quanto innesta un circolo vizioso che inevitabilmente porterà nel breve periodo ad una riduzione della forza lavoro, all’invecchiamento della popolazione con l’aumento delle fragilità sociali ed un conseguente incremento di spese sanitarie, all’impoverimento culturale, alla contrazione delle dinamiche sociali ed ad un allontanamento da parte della società civile alla partecipazione attiva per costruire una nuova cittadinanza, oggi sempre più ai margini delle scelte calate dall’alto.

Per questi motivi, rendere la Calabria un luogo più attraente invertendo questa tendenza è il terreno su cui le Istituzioni devo cimentarsi al fine di garantire un futuro per la Calabria adottando politiche mirate, interventi adeguati e sostenibili che affrontino le cause sottostanti al declino demografico.

Solo così sarà possibile superare questa crisi e promuovere lo sviluppo con la prospettiva di costruire per le generazioni future una Calabria migliore. (ddb)

CALABRIA, LA DISOCCUPAZIONE È AL 16%
SUBITO MISURE PER INVERTIRE IL TREND

di ANTONIETTA MARIA STRATI – In Calabria è allarme disoccupazione. Dai dati diffusi da You Trend da fonti Istat, infatti, è emerso come nella nostra regione la disoccupazione sia al 16%, seguita da Campania (17%) e Sicilia (14,6%).

«Il tasso di disoccupazione in Italia è pari al 7,9%, ma con grandi differenze a livello geografico» scrive YouTrend, spiegando come nelle regioni settentrionali sia appena al 4,7%, mentre al Sud si raggiungono picchi altissimi.

A essere colpiti dalla disoccupazione sono i giovani under 25, che sono il 23,9%, seguiti dalla fascia di età 25-34 anni (11,2%), 35-44 anni (7,4%), 45-54 anni (5,8%) e 55-64 anni (4,7). Un altro dato preoccupante è il tasso di disoccupazione per genere: per le donne è del 9,1% contro il 7,1% degli uomini.

Dati, quelli forniti da YouTrend in occasione della Festa del Lavoro, che devono far riflettere il Governo e la Regione Calabria ad agire e a pensare a degli interventi per migliorare una situazione che, nel 2023, è desolante.

Come ha evidenziato il segretario generale della Cisl Calabria, Tonino Russo, «ci sono le condizioni per creare lavoro dignitoso e sicuro grazie ai fondi del Pnrr e ad altre risorse europee e nazionali, che devono essere spese bene per qualificare il lavoro, modernizzare il Paese, e agganciare anche nel Sud e nella nostra regione crescita e ripresa».

«Il nostro Paese è in una fase delicata – ha evidenziato – in cui bisogna investire per il futuro delle nuove generazioni. Ciò – conclude Tonino Russo – dovrebbe spingere tutti, Governo, parti sociali, forze sane dei territori, alla responsabilità del confronto e del dialogo per individuare insieme le strade da percorrere».

Anche la Uil, dalla conferenza stampa a Roma in preparazione al Primo Maggio, ha ribadito «l’urgenza di ridare dignità alle lavoratrici e ai lavoratori».

«Dobbiamo garantire salari più alti e un lavoro più stabile e sicuro – viene evidenziato –. Dobbiamo lavorare per i giovani. Sindacati e Governo devono agire insieme per offrirgli un futuro diverso. Noi come sempre, siamo pronti a farlo».

E proprio per questo Cgil, Cisl e Uil si sono riunite a Potenza per la manifestazione nazionale, dedicata ai 75 anni della Costituzione, «che sancisce che la Repubblica è fondata sul lavoro, ma deve essere dignitoso, stabile, sicuro e giustamente retribuito per poter costruire un futuro diverso per il nostro Paese», ha detto Pierpaolo Bombardieri, segretario nazionale di Uil.

E proprio Bombardieri, da Potenza, ha ribadito che «siamo qui per ricordare che la Costituzione all’articolo uno dice che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Ma questo lavoro deve essere stabile, sicuro e dignitoso».

«E così non è. Anzi – ha aggiunto – con il decreto lavoro rimane irrisolto il tema dei salari. Lavoratori e lavoratrici hanno perso il 10% del loro potere d’acquisto senza ricevere alcun sostegno efficace. Inevitabile quindi il calo dei consumi. Ma l’economia ci insegna che se le persona non spendono, le aziende non producono e l’economia si ferma. Quindi, ad esempio, serve detassare gli aumenti contrattuali così da incentivare i rinnovi dei contratti, attesi da ben 7 milioni di persone. Serve anche limitare i contratti a termine per fermare la deriva della flessibilità selvaggia. Noi le proposte le abbiamo, ma della volontà politica di attuarle non c’è traccia».
«Ieri all’incontro con il Governo – ha detto Bombardieri, intervenendo ad Agorà – abbiamo portato con noi Manuela, lavoratrice precaria che deve rinunciare al sogno di costruirsi una famiglia. È questa l’Italia di oggi e chi decide deve rendersene conto. Perchè per quanto il PIL cresca, i salari e le condizioni di lavoro peggiorano».
«Per noi è inaccettabile – ha ribadito –. Servono interventi strutturali con cui regolare la flessibilità degenerata. Ma il Governo fa tutt’altro: liberalizza ancora di più i contratti di lavoro continuando a negare un futuro ai nostri ragazzi, per giunta poi sbeffeggiati perché si concedono il concertone. No, noi non ci stiamo. Questo sarà un primo maggio di lotta e di rivendicazioni per un lavoro stabile e sicuro. Per un futuro diverso per il nostro paese!».
Per Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, «il Governo sta mettendo  delle toppe, ma serve una strategia. Non si può andare avanti a colpi di propaganda. Oggi è il momento di rilanciare con forza la mobilitazione».

«Le ragioni ci sono tutte e rimangono. Bisogna cambiare le politiche economiche e sociali che sono sbagliate», ha detto ancora Landini, sottolineando, poi, come «il decreto lavoro allarga la precarietà, liberalizza i contratti a termine e aumenta i voucher, fa cassa sul Reddito. Non è quello che serve al nostro Paese e non è il metodo per affrontarlo».

«Viviamo in una Regione complicata, ne siamo consapevoli», ha detto il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, in occasione della Festa del 1° maggio.

«Ma l’impegno costante di ciascuno di noi deve essere proiettato nel migliorare la Calabria, nel garantire ai nostri giovani più opportunità, nell’attrarre investimenti e con essi nuovo lavoro e crescita», ha aggiunto, sottolineando come questo obiettivo «da 18 mesi è la mia stessa polare».

Per il presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, «il lavoro è il pilastro della Costituzione e del sistema – Italia su cui far convergere impegno, progetti e risorse. La Festa del 1 Maggio ha grande rilevanza nel sottolineare l’urgenza di promuovere sviluppo e occupazione».

«Soprattutto – ha evidenziato Mancuso – nelle aree più svantaggiate del Paese, dove i divari occupazionali, di genere e generazionali, vanificano il diritto al lavoro sancito dall’articolo 4 della Costituzione. In tal senso, è apprezzabile l’iniziativa di Cgil – Cisl – Uil di tenere quest’anno la manifestazione principale a Potenza, una delle città simbolo delle criticità del Sud. Così com’è condivisibile il decreto legge del Governo che, oltre al taglio del cuneo fiscale per rinforzare le buste paga dei dipendenti, ha l’obiettivo di riscrivere le regole del mondo del lavoro in una congiuntura di accelerate trasformazioni».

«E va nella giusta direzione – ha aggiunto Mancuso – la proposta di legge della Giunta regionale della Calabria (di cui si occuperà presto il Consiglio), di riforma del mercato del lavoro e delle politiche attive che revisiona una legge di vent’anni addietro.  Dalle riforme di sistema, parte essenziale del Pnrr, e dall’efficace coinvolgimento dei soggetti che hanno ruolo nelle dinamiche dello sviluppo, ci si aspetta la difesa e l’aumento dei livelli occupazionali». (rrm)

COLLASSO OCCUPAZIONALE PER I GIOVANI
IN CALABRIA SENZA LAVORO SONO IL 55,6%

di FRANCESCO RAO – I nostri giovani, dopo aver compiuto tanti sacrifici per conseguire l’ambito titolo di studio, oggi non riescono a mettere a frutto le loro conoscenze e affrancarsi dalla disoccupazione. Le cause di tali circostanze, in buona parte, sono rintracciabili in una serie di scelte fatte in passato e le responsabilità maggiori ricadono principalmente nella miopia della politica.

Quanto per cambiare, è stato speso moltissimo tempo per confrontarsi sul sesso degli Angeli, trascurando la vera e propria  valenza dell’ascensore sociale, rappresentato dai percorsi d’istruzione e dalla loro spendibilità nel mondo del lavoro. Per rimanere in tema, il numero chiuso per l’accesso alle Facoltà di Medicina sono state una scelta lungimirante? Oggi, tra le cause del mancato adeguamento tra domanda e offerta, proveniente direttamente dai mercati del lavoro, i Giovani del Meridione sono tristemente collocati all’angolo e pressati al muro dal collasso occupazionale che non potrà essere sanabile nel breve periodo.

La Calabria, nel 2017, restava al top in Ue, per tasso di disoccupazione giovanile, attestandosi al 55,6%. Ad oggi, non sono avvenuti grandi cambiamenti e persiste quel triste ancora quel primato patologico. Detto ciò, provo ad illustrare velocemente cosa è accaduto dal 1990 ai nostri giorni, tentando di analizzare brevemente le dinamiche Europee e mondiali afferenti al mondo dell’istruzione e del mercato del lavoro. Da una parte troviamo quanti hanno accolto, con umiltà ed entusiasmo, la tesi di Jeremy Rifkin guardando i processi di globalizzazione come una vera e propria opportunità.

A fronte di tali indicatori, sono state predisposte forme di adeguamento mediante l’istituzione di corsi di studio tesi a preparare i Giovani alle nuove competenze richieste da quel futuro che stava sopravvenendo. Dall’altra parte, cito l’esempio dell’Italia, in quel periodo era impegnata a reagire all’agenda politica del momento nella quale l’onda  lunga creatasi a seguito di tangentopoli, dall’ascesa di Berlusconi, dalla Destra al Governo, dal primo Governo Prodi, dall’adozione dell’Euro, con annessa la lotta eterna consistente nel decidere il rapporto di cambio lira/marco tedesco ecc. ecc.

Tutto ciò, purtroppo, oggi rappresenta la scadente cornice messa a disposizione dal Legislatore per il futuro dei nostri Giovani, costretti a non potersi posizionare positivamente all’interno del mercato del lavoro, tanto per inflazione di competenze quanto per problematiche legate alle tipologie cangianti dei contratti di lavoro. A ciò si aggiunge la penuria delle azioni concrete,  messe in atto per tentare di riportare nell’alveo ciò che oggi è diventato un vero e proprio fiume in piena identificabile nel crescente fenomeno della disoccupazione  giovanile. Allora come oggi, si è rimasti inermi a pensare che fosse sufficiente attutire l’urto sociale del momento, spendendo una marginale preoccupazione per il delicatissimo ambito maggiormente esposto e sperando nella così detta mano invisibile, pronta a riporre in equilibrio le condizioni venutesi a generare. Quella scelta ha cancellato il futuro di tutte quelle persone che oggi, alla soglia dei 40 anni, non hanno lavorato, versando contributi pensionistici nemmeno per un solo giorno.

Tanto per cambiare, noi Italiani, siamo stati sempre bastion contrario a fronte dell’innovazione; invece di leggere con attenzione i mutamenti sociali e farli immediatamente nostri, abbiamo saputo reagire al cambiamento epocale del mondo del lavoro ampliando i percorsi di studio in maniera così virtuosa per contare infiniti corsi di laurea, per giunta poco spendibili nel mercato del lavoro italiano ed in gran parte dell’Europa. Tutto ciò è avvenuto mentre l’Ocse e l’Invalsi illustrava le dinamiche del cambiamento e richiamava gli Stati, compresa l’Italia, a porre maggiore attenzione verso quali skills promuovere nei campus universitari e negli Istituti Superiori. L’effetto della mancata ed oculata attenzione verso i nostri competitor è stato ed è alla base di quanto viene dettato attualmente dal Mismatch tra domanda e offerta di lavoro.

Queste dinamiche di primissimo interesse, oggi coinvolgono i nostri Giovani e le loro famiglie, in modo particolare, quest’ultime, impegnate prima a sostenere la quotidianità dei loro figli nel percorrere la strada dell’istruzione e successivamente nel vederli penare a fronte del vortice della disoccupazione o, per la mancata gratificazione economica a fronte del lavoro svolto spesso in maniera precaria. Con l’avvento di Industria 4.0, le generazioni che oggi hanno un’età compresa tra 10 e 12 anni applicandosi soprattutto in matematica, informatica, lingue (inglese, arabo e cinese) troveranno in futuro maggiore opportunità occupazionale; anche lo studio della medicina e della chimica riscoprirà una nuova stagione, in questi ambiti sarà indispensabile approcciarsi all’informatica, alla robotica ed all’intelligenza artificiale.

Per le attuali generazioni, prive di occupazione,  a seguito delle letture e dagli studi sino ad ora compiuti e seppur la mia conoscenza non sia di rilevanza scientifica, l’unica chance intravedibile nel breve e medio periodo consisterà nel sapersi rimettere in gioco, reinventando un lavoro destinato a valorizzare ciò che ci circonda e ponendo il valore aggiunto delle nostre tradizioni  come un vero e proprio Brand da offrire a quote di mercato vogliose di vivere esperienze di accoglienza, cultura, prodotti locali e saperi dei quali il Meridione è ricco. Quanti sceglieranno di percorre questa strada, dovranno saper adempiere ad un primo ed importantissimo requisito: è vietato improvvisare, come purtroppo è stato fatto in passato, vendendo una pessima immagine dei nostri saperi e dei nostri luoghi.

Le parole d’ordine dovranno essere sostenibilità e qualità. Oggi, contrariamente al passato, possediamo i vettori giusti per canalizzare tali offerte e vi sono anche importanti finanziamenti per raggiungere gli obiettivi prefissati. Tali mezzi, da una parte alimentano alla massima velocità la diffusione del bello e potranno divenire il vero e proprio acceleratore del territorio e delle Comunità coinvolte. Perciò è sconsigliabile continuare ad usare i Social e la comunicazione in generale, in maniera spregevole. Si pensi per una volta all’importanza della web reputation da inquadrare anche come sistema di tenuta sociale.

L’esasperazione trasmessa mediante i vettori informatici crea vuoti economici ma anche nevrosi sociale. Queste scelte, qualora non governate adeguatamente dalle persone,  rappresenteranno un rinnovato senso di distruzione, volto a coinvolgere  quanti hanno intenzione di superare le difficoltà riconducibili alle tre generazioni viventi costrette a segnare il passo per mancanza di opportunità. Papa Francesco, durante il rientro da un viaggio in Marocco ha affermato: “chi costruisce muri finirà prigioniero delle sue barriere”.

Adesso, dipenderà soltanto da noi essere o non essere protagonisti. Ricorrendo ai nuovi modelli occupazionali, riconducibili soprattutto ai modelli di Start-Up, è possibile trasformare la tradizione in innovazione, interpretando il paradigma della criticità come una opportunità che sicuramente potrà conferire al Meridione una posizione attrattiva capace di aprire un dialogo con quanti non conoscono la parte bella delle nostre realtà.

Questa strada, messa a sistema, potrebbe aprire anche un nuovo percorso nel quale sia possibile infondere quella fiducia e quell’ottimismo indispensabile a superare l’attuale malessere sociale, rappresentato dalla disoccupazione, sempre più simile ad un vero e proprio male dal quale i nostri Giovani ne sono le vittime innocenti?

La Politica, in tal senso, é chiamata a dare risposte alle analisi offerte dalle scienze sociali e in tal senso, vorrei auspicare che la Campagna Elettorale in corso potesse immediatamente avere una svolta in meglio. Seguendo i vari Talk televisivi mi sembra di essere in una delle feste di paesi nei quali gli organizzatori, per raccogliere fondi, ricorrono al vecchio metodo dell’incanto, nel quale ad aggiudicarsi il bene é il miglior offerente. (fr)

(Francesco Rao, giornalista e sociologo, è Presidente del Dipartimento Calabria della Associazione Nazionale Sociologi)

FRA DISOCCUPAZIONE E MORTI SUL LAVORO
LA CALABRIA È TRA LE PEGGIORI IN EUROPA

di SIMONA CARACCIOLOLa Festa del Lavoro è trascorsa appena da qualche giorno e tuonano i dati che vedono la Calabria tra le peggiori in Europa per disoccupazione, 4 giovani su 10 senza lavoro (statistiche Eurostat). Regione undicesima per morti sul lavoro con una incidenza del 5,7%. 

L’ultima rilevazione dell’Istat sui dati dell’occupazione in Italia è relativa a febbraio 2022, e fa registrare, rispetto al mese precedente, la crescita del numero di occupati che si associa alla diminuzione dei disoccupati e degli inattivi. L’aumento dell’occupazione (+0,4%, pari a +81mila) coinvolge uomini, donne, dipendenti a termine, autonomi e under50; calano invece i dipendenti permanenti. Il tasso di occupazione sale quindi al 59,6% (+0,3 punti). La percentuale sale, scende, oscilla di poco, continuando a scoraggiare i calabresi in cerca di occupazione.

Esistono gli strumenti giusti per attuare quella che è ‘l’occupabilità’, ovvero la possibilità di creare, per chi entra o chi è fuoriuscito dal mercato del lavoro, una competenza specifica che possa essere spesa lì dove realmente serve. Attraverso lo studio dei dati prelevati dall’Osservatorio ED si riesce a fotografare in tempo reale quella che è la condizione dell’occupazione in Calabria.  Pertanto, diventa fondamentale e particolarmente efficace mettere a regime strumenti come l’osservatorio, unitamente alle altre fonti di elaborazione statistica sui dati del sistema del mercato del lavoro, come l’Osservatorio sul lavoro sommerso, sul lavoro femminile, sul lavoro minorile, perché attraverso la lettura dei dati si potranno indirizzare le politiche del lavoro sul territorio calabrese. Misure tese a disciplinare le relazioni di interdipendenza tra domanda e offerta di lavoro nonché interventi volti a incentivare e agevolare tale incontro mediante azioni di sostegno a favore dei soggetti in cerca di prima o di nuova occupazione o mediante la previsione di modelli contrattuali che, tramite opportune regolamentazioni, sono destinati alla promozione dell’impiego di specifiche categorie di soggetti e dell’occupazione in generale.
L’azione della pubblica amministrazione assume un ruolo preminente nella programmazione e nella gestione di adeguate politiche economiche finalizzate ad accrescere le attività e gli investimenti produttivi territoriali oltre a prevenire e arginare il grave fenomeno della disoccupazione. 

Infatti, come la Vicepresidente Giusi Princi ha fortemente voluto “la rivoluzione regionale del comparto lavoro passa inevitabilmente da quella che è la riforma dei Centri per l’Impiego, per cui sono stati investiti quasi 40 milioni di euro, con l’obiettivo di creare i presupposti necessari per attuare politiche attive a misura di cittadino”. Bisogna creare un modello fattivo e funzionale dei servizi pubblici per l’impiego che sono gli avamposti delle Istituzioni sul territorio e, come tali, devono rispondere in maniera incisiva.

È importante colmare il divario tra le regioni del Sud Italia ed il resto della penisola ma anche permettere al territorio di poter parlare di etica del lavoro, offrendo al soggetto la possibilità di esprimere la propria personalità in quello che fa lavorando.

Come sosteneva Karl Marx, il duro lavoro e la diligenza hanno un beneficio morale e un’abilità, una virtù o un valore intrinseci per rafforzare il carattere e le capacità individuali.

L’etica del lavoro, quale filone dell’utilitarismo nasce, alla fine del Settecento, in ambito etico e grazie ad esso viene elaborata la centralità del concetto di utilità (è buono ciò che è utile). Il buono è l’utile. Agisce bene ed è felice, quindi, colui che massimizza la propria utilità.

La pandemia da Covid-19 e la conseguente crisi del mercato del lavoro hanno cambiato ogni scenario futuro e i paradigmi del passato sono diventati desueti e inefficaci. Oggi, occorre intraprendere un percorso di umanizzazione dei processi organizzativi e aziendali che mettano al primo posto l’integrità umana. Sempre più aziende sembrano oggi aver compreso che dal loro crescente potere derivano implicazioni etiche e responsabilità sociali. Talvolta il rapporto tra etica e lavoro deve andare al di là del perimetro legislativo, mettendo in atto scelte aziendali che seguano la propria sensibilità etica qualora non ci fosse una norma che tuteli i lavoratori e le lavoratrici. 

Il lavoro etico deve tener conto di molteplici fattori, le esigenze di business dell’azienda e le esigenze personali e sociali del lavoratore. La linea guida è il benessere comune, il fine ultimo quello di valorizzare l’esistenza umana. Ciò vuol dire rispettare il principio della vita, “lavorare per vivere” e “non vivere per lavorare”. L’uomo in quanto persona, non è un mezzo ma un fine e, in quanto tale, precede il mezzo. 

I principi etici e morali di cui le aziende devono dotarsi sono la flessibilità, la sostenibilità ambientale, il digital transformation, e non ultima l’umanità. Se non si costruisce una politica di “ascolto” ma una linea di puro raggiungimento del business, si rischia di soffocare la parte “umana” del collaboratore e delle collaboratrici. In questo sistema di etica aziendale, è fondamentale la guida del leader, sia per l’azienda che per i dipendenti.

La chiave sta nel capire quanto il benessere del lavoratore possa aumentarne il rendimento. L’agire etico perseguito dall’azienda vuole essere, quindi, un incentivo razionale per cercare di capire non solo cosa sia giusto fare, ma anche il “perché” sia necessario farlo. L’obiettivo primario è quello di far sì che sia introdotta anche una valutazione etica, sia nel decidere i propri comportamenti sia nel valutare quelli degli altri, unendo in questo modo la sfera morale a quella manageriale, le responsabilità individuali a quelle dell’Azienda e la sfera professionale a quella organizzativa. 

Questo significa avviare una rivoluzione che sia profonda non solo per la possibilità occupazionale regionale ma anche per un importante cambiamento culturale delle aziende calabresi. (sc)

[Simona Caracciolo è esperta di Politiche Attive del Lavoro]

Diritti e doveri dei calabresi: ecco perché è quasi impossibile raggiungere la normalità

di FRANCESCO RAO –L’era del commissariamento sanitario in Calabria, targato Zuccatelli si è concluso nella giornata del 16 novembre. Ma a quanto pare sarà il Prof. Eugenio Gaudio, già Rettore della Sapienza, ad avere il primato di una nomina fulminea e ugualmente fulminea rinuncia. Difatti, a meno di 24 ore dalla nomina in pectore, messa in atto dal Governo per far fronte all’emergenza sanitaria Calabrese  più che una questione di Stato il tutto somiglia sempre di più ad un romanzo: all’ora di pranzo, giunge una news che rimette in gioco tutto. Il Prof. Eugenio Gaudio rinuncia all’incarico (ufficialmente per motivi familiari). A breve, per trovare la soluzione dei problemi sanitari calabresi, dovremmo sperare di poter incontrare Teseo per chiedergli di lottare contro il Minotauro che da sempre affligge la nostra Calabria.

Con molta probabilità, noi Calabresi dobbiamo ancora saldare un conto salatissimo e perciò non meritiamo ancora la normalità. Da qualche anno rifletto su tale affermazione. Quando inizia ad esserci un barlume di luce, in pochissimo tempo si creano tutte le occasioni per ritrovarci  nuovamente nel baratro.  Sarà forse la responsabilità di quei legionari, di origine bruzia, che crocifissero Gesù a pesare sulla nostra sorte? Viene narrato che in Palestina era di stanza la decima legione Fretensis, voluta da Ottaviano, ed soldati provenivano proprio dalla zona dello Stretto.

Mitologia a parte, oggi, il peso della “Questione Calabria” è sempre maggiore ed è riposto sulle nostre deboli spalle. Veniamo  ciclicamente esposti agli onori dell’attenzione planetaria per fatti di criminalità, inefficienza, malaffare, corruzione, disoccupazione giovanile, povertà,  standard sanitari al di sotto degli indicatori minimi; viabilità e trasporti fatiscenti e tutto ciò continua ad essere per alcuni un fatto di esclusiva “convenienza” e per altri una circostanza poco “convincente” per continuare a restare in Calabria immaginando un futuro migliore. Inoltre, dall’Unità d’Italia in avanti, i peggiori funzionari dello Stato venivano mandati a Sud per essere puniti. Dite un po, alla fine mi sa che sia proprio vero doversi convincere che dobbiamo pagare colpe non commesse? Proprio nella forza della nostra estraneità ai fatti pregressi dobbiamo reagire con intelligenza, senza essere manipolati o strumentalizzati. Bisogna avere il coraggio di guarda avanti, seppur ogni male sociale viene puntualmente ricondotto all’incessante peso della corruzione, della malavita e dell’inefficienza ma non ci si vuole rendere conto che la madre dei problemi Calabresi è un fatto meramente culturale. Ma voglio aggiungere: non siamo i soli appestati. L’Italia ha conosciuto le brigate rosse, la mafia del brenta, la camorra, la sacra corona unita, la mafia. Dove la cultura ha reagito tali fenomeni sono stati in gran parte debellati ed in altri contenuti.  La Calabria, sin dal 2009 vive lo spettro della crisi sanitaria e tali circostanze, sono state tritate e ritritate dalla “convenienza” politica, spesso sottesa a guadagnarsi in modo subdolo l’attenzione, la simpatia ed i voti dei Calabresi per poi impegnarsi a mantenere inalterata la panoramica dei fatti che aveva consegnato loro lo scettro del potere. Cito un solo esempio: attendiamo l’Ospedale della Piana dal 2007 ed oggi, dopo 13 anni il caso sanità è un ferro rovente che nessuno vuole sfiorare.

Adesso, rivolgendomi a Massimo Giletti, giornalista di La7 e conduttore del programma “Non è l’arena”, apprezzando il suo impegno sociale e professionale, vorrei sottoporre la “Questione Calabria” con una visione dei fatti che non parte dagli effetti, ma si  concentra sulle cause. Mi sta bene vedere l’occhio dei media puntato sulla Calabria per rendere evidente ciò che la politica finge di non vedere. Mi da fastidio pensare che quel riflettore venga acceso per mera convenienza di ascolti, investimenti pubblicitari e per far passare un messaggio distorto: “adesso che ne abbiamo parlato,  il Governo ed il Parlamento sono coscienti dei problemi, state tutti calmi, presto si risolverà tutto” per assistere all’ennesimo capitolo del Gattopardo.

Questo copione, caro Massimo, lo abbiamo già visto, patito e sopportato. Abbiamo anche assistito ai vari scenari fallimentari, collezionati dai precedenti esecutivi, nazionali e regionali.  Abbiamo anche cercato di seguire ad occhi nudi i voli pindarici proposti dai vari politici, in occasioni di mirabolanti campagne elettorali,  dove gli unici provvedimenti sono stati: nomine di manager; soldi bruciati; Ospedali chiusi; riduzione  di servizi e incremento dell’indebitamento per sostenere i costi dei servizi sanitari erogati e non autorizzati da chi aveva il compito di rendere efficiente un sistema. A ciò si aggiungono due mali che hanno letteralmente straziato la Calabria ed i Calabresi: lo svilimento sociale e la diffusa rassegnazione. Per essere provocatorio farò due esempi:

  • in caso di necessità, se dovessi avere bisogno di un ricovero e il Servizio Sanitario non mi da risposte immediate, non sono io il responsabile per essermi rivolto al “colletto bianco” per ottenere un mio diritto. I responsabili della contiguità criminale per queste circostanze  saranno le Istituzioni che hanno negato i miei diritti;
  • Nel comprensorio della Piana di Gioia Tauro, per poter curare una carie bisogna mettere le mani in tasca e pagare il dentista – giustamente lavora in solvenza privata, non ha colpe –. Nella provincia più povera d’Europa, soprattutto gli anziani hanno il viso deformato perché non potendosi curare i denti, con il trascorrere del tempo li hanno persi tutti. Tutto ciò è normale?

Per restituire fiducia a questa terra occorrono programmazione, costanza e monitoraggio dei risultati. Chi sbaglia non potrà essere rimosso. Dovrà pagare. Non è possibile che un programma di risanamento elaborato da Tizio, venga poi messo da parte perché subentra Caio. Non è nemmeno possibile che il Procuratore Gratteri, per avere uomini e mezzi per la Procura di Catanzaro, debba ricorrere alla questua nei vari Ministeri. Non è nemmeno più accettabile che i nostri ragazzi, costretti a studiare con il sistema della didattica a Distanza, ancora oggi, abbiano strumenti e mezzi tecnologicamente obsoleti. Per sdradicare la criminalità, sarà sufficiente garantire i diritti ai Cittadini, conferendo dignità ad ogni Calabrese e sostenendo le famiglie per affrancarle dalla povertà educativa e dalla marginalità sociale.

In queste settimane e soprattutto a seguito dell’emergenza Covid-19, il nervo ed il dolore della nostra Calabria è diventato lancinante. Per correre ai ripari si ripete il copione utilizzato in passato “tentando” di correre ai ripari. Non va più bene questo modello. È superato e nel medio e lungo periodo crea più danni della bomba atomica. Oltretutto, proprio nei casi d’emergenza “tutto” è consentito, soprattutto alla criminalità organizzata che non perde tempo per trarre profitti ed affondare i suoi tentacoli.

Personalmente non mi piace urlare. Preferisco ragionare. Magari condividendo  le mie riflessioni con altre Persone. Investendo chi ha più voce, capacità e possibilità di me ripongo la mia fiducia affinché possano essere elaborati i metodi per affrontare i problemi.

Personalmente non sono più disposto ad accettare le varie sopraffazioni, propinate in uno scenario dove i Calabresi continuano ad essere paragonabili ad tela bucata di un vecchio ed inutile quadro destinato al macero dell’indifferenza. Mi sta anche bene che le reti televisive, sulla scorta delle nostre sventure, aumentino gli indici del loro ascolto vendendo pubblicità e incrementando i loro profitti.  Se il servizio d’informazione è uno strumento utile per risolvere il problema ben venga. Non accetto più l’idea che la mia terra e la sua gente venga usata per incassare soldi, esasperare gli animi  e facendo sprofondare negli abissi la reputazione e soprattutto le speranze.

Sino a quando si continuerà a parlare alla pancia delle Persone, utilizzando gli effetti e sottacendo le cause, il giro della giostra continuerà a non aver senso ed i problemi diverranno sempre più gravi. In tale situazione, i vari controllori, anziché svolgere il loro mandato per ottenere i risultati attesi, ripeteranno quanto avvenne ai tempi della Terza Guerra Punica, eseguendo ancora per una volta identico comando impartito dal senato romano ai suoi legionari e cioè arare la terra di Cartagine per poi cospargerla di  sale ed infine dichiarare maledetta quella terra perché divenuta infruttuosa. Questa volta, contrariamente al passato, bisognerà tenere in considerazione alcuni dati, forse mai considerati rilevanti per affrontare le criticità con lo sguardo al lungo periodo:

  • I problemi odierni sono la conseguenza di azioni pregresse, riconducibili a scelte praticate 15-20 anni addietro;
  • La Calabria ha uno dei più alti tassi di disoccupazione giovanile d’Italia;
  • La dispersione scolastica si attesta al 20,3% degli iscritti a scuola;
  • Alcuni territori della Calabria sono tra i più poveri d’Europa;
  • La piramide dell’età ormai è capovolta e la domanda di welfare per la Terza Età non è più un fatto rimandabile;
  • È in crescita la disoccupazione nella fascia d’età tra 50 e 65 anni (la maggior parte dei soggetti che perdono il lavoro in questa fase, rimarranno al margine per sempre);
  • L’indebitamento dei Comuni rischierà il default;
  • Nel 2030 ci sarà un cambio generazionale dove verrà perso l’attuale gettito economico-finanziario (le pensioni degli Anziani), divenuto in moltissimi segmenti familiari, l’unico mezzo di sussistenza.

È impensabile costruire il futuro della Calabria mettendo l’ennesima pezza sul buco. Bisognerà avviare una discontinuità con il passato, programmando ed attuando azioni concrete, con la consapevolezza che il lavoro reso potrà essere visibile nel medio periodo. Chiunque volesse condividere questa riflessione, farà un favore a se stesso. Il futuro dovrà avere gambe forti e non indifferenza. (fr)

Nel Mezzogiorno un giovane su due non lavora. In Calabria situazione ancora più drammatica

di SANTO STRATI – Un nuovo allarme, questa volta scritto a quattro mani da Confindustria e Intesa San Paolo, sulla disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno: ha raggiunto il tasso record del 51,9% e in Calabria la situazione è ancora più disperata. Allo studio di metà luglio presentato dalla Confindustria con SRM-Studi e ricerche per il Mezzogiorno, il centro studi della banca milanese, emerge un quadro preoccupante di come le regioni meridionali continuino ad arretrare e l’economia del Mezzogiorno, pur mostrando segni di ripresa rispetto al 2017, è in realtà ferma e rivela la crescita del divario Nord-Sud, con riferimento al Pil, all’occupazione, agli investimenti, alle imprese.

Anche dal Confcommercio arrivano dati non confortanti sulle performance delle aziende del Mezzogiorno: l’export (che nel 2018 era cresciuto del 5,5%) ha subito un drastico stop nel primo trimestre di quest’anno. E il Pil secondo il presidente Carlo Sangalli negli ultimi dieci anni è calato del 10% rispetto all’incremento dell’1,9& del Nord-Est. «Un’economia ferma – ha detto Sangalli – e senza una vera prospettiva di ripresa aggrava i problemi strutturali del Mezzogiorno, allontanandolo sempre più dal resto del Paese».

Dallo studio della Confindustria emerge che ha smesso di crescere il numero delle imprese: nei primi mesi del 2019 quelle attive sono meno di 1, 6 milioni proprio come un anno fa. Ma la cosa più infelice è il record della disoccupazione giovanile che raggiunge il 51,9%. Il che significa che più di 1 giovane su 2 non lavora e questo in un quadro complessivo territoriale che vede un tasso di attività fermo al 54%, un’occupazione che non supera il 43,4% e un vero e proprio esercito, oltre 1,5 milioni. L’emergenza lavoro non si è per niente ridotta, anzi cresce – evidentemente – il lavoro nero, visto che tra i giovani non ha sfondato il reddito di cittadinanza: solo il 25% delle domande presentate si riferisce a persone con meno di 40 anni.

Il lavoro che non c’è, la Pubblica Amministrazione che ha ricominciato a ritardare i pagamenti, riprendono i fallimenti e le liquidazioni volontarie. Le imprese sono strozzate dalle banche che non fanno il proprio mestiere (negando i soldi a chi ne ha bisogno per far crescere la propria azienda) e soffocate da una burocrazia che scoraggia qualsiasi nuova iniziativa. Sul fronte credito, difatti, risultano 14 miliardi di euro in meno erogati a famiglie ed imprese meridionali. E risulta in forte calo anche la spesa pubblica per incentivi alle imprese. E il credito d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno? Secondo il ministro per il Sud, Barbara Lezzi,  «Sarà rifinanziato ed è allo studio anche una nuova forma di decontribuzione per stare accanto a quelle imprese che vorranno assumere nel prossimo biennio» – ha detto alla presentazione del Rapporto in Confindustria.

In questo quadro, sconsolante, ma non nuovo, c’è un ulteriore elemento che indica quanto sia ampio il divario Nord-Sud: il potere d’acquisto si traduce in minori consumi (circa 800 euro pro capite in meno nelle regioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro Nord) e “ristagnano” anche gli investimenti fissi lordi, per i quali sembra attenuarsi di intensità il rimbalzo che aveva caratterizzato gli ultimi anni, con una piccola ma significativa eccezione delle costruzioni. E restano comunque lontanissimi i valori pre-crisi: gli investimenti fissi lordi totali sono inferiori del 36,2% rispetto a quelli del 2007, un dato che si riflette su un Pil che al Sud mette a segno nel 2018 un risultato pari alla metà di quello medio nazionale, +0,4% contro lo 0,9 del paese.

Occorre cambiare al più presto la politica del lavoro per offrire ai nostri ragazzi opportunità di occupazione, stabile, non sottopagata, che consenta di guardare con un pizzico di ottimismo al futuro. Già, il futuro “rubato” ai giovani calabresi da anni di colpevole distrazione da parte delle forza politiche locali, regionali, soprattutto nazionali. L’attuale Governo, poi, per il Sud ha saputo produrre soltanto un ministro che si fa notare più per la sua “assenza” che per le iniziative prese dal suo dicastero. Il MISE, Ministero dello Sviluppo Economico, pare non accorgersi della gravissima situazione di tutto il Mezzogiorno e meno che meno dell’insostenibile inadeguatezza di provvedimenti che offrano la pur minima opportunità di creare lavoro per  giovani calabresi. Continua, difatti, l’emorragia della classe giovanile più capace: i nostri laureati li forma un’università di altissimo livello, ma sono costretti a riservare competenze e capacità a chi – da Roma in su – intuisce il loro potenziale per la crescita delle aziende.

Perché i giovani laureati dovrebbero restare al Sud? Se non ci sono opportunità, ma viene offerto loro un lavoro spesso sottopagato pur in presenza di prestazioni ben oltre l’orario di lavoro, se nessuno valorizza le loro competenze e le mette a frutto per migliorare o avviare aziende ad alta tecnologia? Chiediamolo ai nostri politici, usando l’unica arma che ci rimane, il voto. Castighiamo una classe politica inetta e facciamo capire che è ora di cambiare. Certo, occorre rilevare che non c’è – allo stato – una classe politica di ricambio pronta ad affrontare una politica di rinnovamento necessaria e non più rinviabile, ma in Calabria ci sono centinaia di giovani capaci e competenti che avrebbero voglia di dare un proprio contributo alla propria terra. Si facciano avanti, adesso, con idee e progetti, li facciano conoscere, avviino un confronto con la popolazione. Sarà una battaglia difficile, ma bisognerà pur cominciare. (s)