“Caro Emanuele Giacoia…”: Un anno dopo la sua morte Cosenza ricorda il grande giornalista Rai

di PINO NANO – È passato un anno, quasi, dal giorno della sua scomparsa. Era il 18 agosto, ed era di pomeriggio, quando si sono svolti nella chiesa di Santa Teresa a Cosenza i funerali del giornalista Emanuele Giacoia, per lunghi anni capo della redazione giornalistica della Rai in Calabria, e per lunghi anni anche direttore del Quotidiano del Sud.

Se io fossi oggi alla guida del Coordinamento Sedi della Rai proporrei alla direzione generale di Viale Mazzini di fare intitolare il grande cortile alberato del nuovo palazzo Rai di Viale Marconi a lui, al giornalista Emanuele Giacoia, perché era quella la sua vera casa. Quella è stata la sua casa per quasi 40 anni consecutivi, e in quella casa sono nati i suoi gioielli migliori, che non sono i suoi figli, Riccardo Sergio Valerio Arianna e Antonella, ma tutti noi altri che allora, ancora ragazzi, pendevamo dalla sue labbra e percorrevano questa regione in lungo e in largo come lui ci aveva chiesto di fare.

Se ne è andato un anno fa Emanuele, all’età di 93 anni, li aveva compiuti il 4 marzo 2022, stremato ormai da una malattia che lo aveva costretto ad una lunga degenza in ospedale. Se ne è andato stringendo la mano a Riccardo, con attorno gli altri suoi figli Valerio, Sergio Antonella e Arianna e ai suoi funerali quel giorno c’erano anche i suoi tanti nipoti, una squadra di ragazzi che aveva avuto in tutti questi anni la fortuna di goderselo come nonno amorevole e sempre pronto a correre da loro.

Quando è morto, Emanuele aveva lasciato la Rai da ormai 25 anni, ma la gente per strada continuava a chiedere di lui. Cordoglio, cordoglio, e ancora cordoglio in tutta la regione per la sua morte. 

La storia di Emanuele Giacoia è in fondo la storia del giornalismo calabrese, soprattutto del giornalismo radiotelevisivo, grande cronista sportivo ma anche scrupolosissimo direttore del TG regionale, un “testimone del nostro tempo”. 

Non a caso forse, a ricordarlo sarà giovedì sera 29 giugno a Villa Rendano Franz Caruso, il sindaco della città di Cosenza, la città che al suo arrivo da Napoli lo aveva accolto e coccolato e che poi diventerà nei fatti la vera città di adozione del grande cronista.

Testimonial della serata del ricordo saranno Francesco Repice, cronista Rai di lunga esperienza e di grande impatto mediatico, forse il più bravo cronista radiofonico di questi ultimi 20 anni di storia della radio. E con lui Patrizia Giancotti, antropologa autrice e conduttrice di RAIRadio3. Ma ci saranno con collegamenti video anche vecchi amici cari del giornalista scomparso, Vincenzo Mollica, Bruno Vespa, Bruno Pizzul, Sergio Cammariere, Massimo Palanca. A moderare l’incontro sarà invece uno dei vecchi “ragazzi” di Emanuele Giacoia, il giornalista Mario Tursi Prato, arrivato in segreteria di redazione quando aveva 20 anni e cresciuto all’ombra di quello che poi diventò il suo e “nostro” Caporedattore. Tra un intervento e l’altro, in programma anche la performance di una grande musicista calabrese, quale è Rosa Martirano. 

Emanuele era stato il mio capo, il mio amico più caro, il mio “principe”. Ho imparato da lui quello che nessun altro avrebbe mai potuto insegnarmi. 

Aveva una grande dote, era la modestia con cui viveva la sua vita quotidiana e questo suo modo sarcastico ironico e gioioso di prendere la vita. Ma forse, la dote più grande e impareggiabile che aveva era la capacità di ascoltarti, dall’inizio fino alla fine, senza mai distrarsi un attimo, lui che apparentemente sembrava un marziano prestato alla professione giornalistica, eternamente sognante, quasi un filosofo dell’ottimismo e della serenità, e che trovava sempre il modo e il tempo per farti sentire al centro del mondo.

Ricordo che entrava in redazione alle otto del mattino e alle nove della sera era ancora lì alla sua scrivania, al terzo piano di Via Montesanto, intento alle sue mille telefonate. Ho trascorso con lui anni nella sua stessa stanza, lui aveva la scrivania accanto a quella di Elio Fata, e io di fronte alla sua, e lui che non faceva altro che parlare con tutto il mondo, di calcio e della sua squadra più amata che era il “Catanzaro Calcio” di Ceravolo, Palanca, Ranieri, Silipo.

La cosa che mi emozionava era sentirlo alla radio, in collegamento dalla Spagna per i mondiali di calcio di quell’anno, una classe, una perfezione, un rigore e una chiarezza che era tipica di un grande maestro del giornalismo parlato. 

In redazione era un capo meraviglioso, mai uno screzio, mai un conflitto, conosceva l’arte della mediazione come nessun altro, e quando doveva dire di no non conosceva remore. Preciso, informatissimo, sempre perfettamente al suo posto. Impeccabile, garbato, soprattutto curioso come ogni cronista di razza dovrebbe esserlo.

Conosceva la Calabria come le sue tasche. L’aveva vissuta e attraversata da cima a fondo quando per andare da Cosenza a Reggio Calabria servivano almeno 5 ore di viaggio in macchina, quando la Calabria era davvero l’ultimo fanalino di coda del mondo. «Eppure, lui in televisione o alla radio riusciva a raccontare questa terra meglio di tutti noi – mi raccontava quel leone della carta stampata che era Franco Martelli – una terra che alla fine era diventata anche la sua, con una dolcezza e un senso di umanità davvero impareggiabili».

Caro Emanuele, lavorare con te è stato molto bello, ma questo te lo riconoscono tutti i nostri vecchi compagni di gioco e di lavoro. Dico “compagni di gioco” perché, quando tu eri a lavoro sembrava si giocasse tutti insieme al più bel gioco del mondo.

Risentivo l’altro ieri in televisione l’ultimo saluto che Alberto Angela aveva dedicato a suo padre, e vorrei dirti che, come Piero Angela aveva fatto con il figlio, anche tu alla fine ci avevi abituato a crederti immortale. Ma mentre Piero Angela aveva spiegato al figlio Alberto che il mistero della morte in realtà è la cosa più scontata e più naturale della vita, tu invece continuavi a tenerci per la corda dandoci sempre appuntamento al tuo prossimo compleanno.

Ricordo l’ultima torta che Riccardo ti aveva fatto preparare per i tuoi 90 anni aveva questa scritta “Arrivederci ai prossimi dieci”. E tutti noi eravamo convinti che tu avessi suggellato con la morte un patto segreto, e invece te ne sei andato via in silenzio in piena estate, senza dare fastidio a nessuno, per come avevi vissuto tutto il resto della tua vita.

Il dolore degli ultimi, la solitudine della gente comune, gli ammalati abbandonati in ospedale, i senza tetto e i senza nome, i relitti della società, i paesi e i quartieri più poveri, i diseredati: solo a quello Emanuele sapeva pensare al mattino quando doveva mettere in piedi la scaletta del suo telegiornale. 

E così ha fatto quando dopo la Rai è andato a dirigere Il Quotidiano del Sud. Anche lì la stessa classe, lo stesso stile, lo stesso rigore, e soprattutto il rispetto assoluto per la società 

Una cosa da dirti ce l’ho ancora: il 18 agosto di un anno fa non sono venuto ai tuoi funerali, ma non perché io fossi quel giorno a migliaia di chilometri lontano da lì. Ma mi piaceva ricordarti come ti ho sempre conosciuto e vissuto, con questa tuo sorriso ironico e questa tua aria bamboleggiante, da perfetto compagno di strada e di vita, geniale e visionario, poeta e filosofo: Venendo da te quel giorno avrei trovato solo una semplice bara di legno, senz’anima, senza storia, senza nessun legame con le poesie che invece amavi scrivere. Non potevo accettarlo. Tu avevi un’anima che credo non morirà mai, almeno per me, e voglio portarti dentro di me sorridente e sereno come lo sei in questa foto che Santo Strati ha scelto per questo giorno del ricordo, accanto a tuo figlio Riccardo nello stesso studio televisivo che hai visto nascere, e che insieme a Franco Martelli e a Enzo Arcuri hai tenuto a battesimo. (pn)

 

Il 29 giugno Cosenza ricorda Emanuele Giacoia

di PINO NANO – La storia di Emanuele Giacoia è in fondo la storia del giornalismo calabrese, soprattutto del giornalismo radiotelevisivo, grande cronista sportivo ma anche scrupolosissimo direttore del TG regionale, un «testimone del nostro tempo». L’ultimo mio incontro con lui alla sua festa di compleanno per i suoi 93 anni.

A ricordarlo sarà il prossimo 29 giugno a Villa Rendano Franz Caruso, il sindaco della città di Cosenza, la città che al suo arrivo da Napoli lo aveva accolto e coccolato e che poi diventerà nei fatti la vera città di adozione del grande cronista.

Testimonial della serata del ricordo saranno Francesco Repice, cronista Rai di lunga esperienza e di grande impatto mediatico, forse il più bravo cronista radiofonico di questi ultimi 20 anni di storia della radio. E con lui Patrizia Giancotti, antropologa autrice e conduttrice di RAIRadio3. Ma ci saranno con collegamenti video anche vecchi amici cari del giornalista scomparso, Vincenzo Mollica, Bruno Vespa, Bruno Pizzul, Sergio Cammariere, Massimo Palanca.

A moderare l’incontro sarà invece uno dei vecchi “ragazzi” di Emanuele Giacoia, il giornalista Mario Tursi Prato, arrivato in segreteria di redazione quando aveva 20 anni e cresciuto all’ombra di quello che poi diventò il suo e “nostro” Caporedattore. Tra un intervento e l’altro in programma anche la performance di una grande musicista calabrese, quale è Rosa Martirano. 

Una “festa-ricordo” fortemente voluta dai suoi figli, Riccardo, Valerio, Sergio, Antonella e Arianna, dai suoi tantissimi nipoti per cui “nonno Riccardo” era una perla di vita e di saggezza, ma di cui lui si è nutrito fino all’ultimo giorno di vita. 

Ma tutto questo Emanuele lo era stato in realtà in redazione anche per tutti noi, che allora crescevamo con lui, cercando di imitarlo e di assorbire da lui i segreti del mestiere.

La festa messa in piedi dalla Fondazione Giuliani è la Festa di tutta la Sede Rai della Calabria, perché pur non essendo lui calabrese, alla fine Emanuele era diventato più calabrese di tutti noi, lasciando in intere generazioni di cronisti il ricordo vivo e palpabile non solo di un grande cronista, pioniere del giornalismo radiotelevisivo in Calabria, ma soprattutto di un uomo che ha sempre vissuto con i piedi per terra, rispettosissimo del suo pubblico, rigorosissimo nel fare questo mestiere, e soprattutto capace di fare il giornalista con la mente e con il cuore. Altri tempi, forse.

11 dicembre 1958, è il giorno in cui nasce la Rai in Calabria, e nasce con lui.

«Quell’11 dicembre al numero 25 di Via Montesanto, al quinto piano di quel vecchio palazzo, in una Cosenza piovosa c’ero anch’io. Ricordo che per mandare su al quinto piano autorità e invitati ci fu qualche problema per via di un improvviso blackout. Allora, sessant’anni fa, si diceva più semplicemente «è andata via la luce». L’ascensore si fermò per qualche minuto, vai a capirne il perché. La Rai preoccupatissima aveva fatto venire apposta un tecnico specializzato, un ascensorista.

Ma questo non impedì che al pianterreno si vivessero momenti di panico generale. La maggior parte di noi si domandava: «Come facciamo ora a mandare su l’ingegner Rodinò, l’allora amministratore delegato della Rai?», «E il vescovo, mons. Aniello Calcara, poeta e pastore della Chiesa cosentina?». Per fortuna il blackout durò poco. Come Dio volle la corrente elettrica tornò subito dopo, e nessuno di loro fu costretto a quei cinque piani a piedi. Per tutti noi, quel giorno, incominciava una straordinaria avventura».

Una carriera la sua piena di successi e di soddisfazioni enormi.

Emanuele Giacoia arriva in Rai a Cosenza come semplice annunciatore, e lascia la RAI come Caporedattore, dopo aver fatto di tutto, l’annunciatore, il ragazzo di bottega, il corrispondente, il redattore ordinario, il grande inviato alle Olimpiadi, il radiocronista di Novantesimo Minuto, il direttore del TG regionale, mai un problema, mai una caduta di stile, mai un turbamento reale. La serenità era il suo mantra. Il rigore della notizia il suo obiettivo. Grande maestro del linguaggio radiotelevisivo.

«È stata davvero lunga – mi diceva- la mia epopea giornalistica in Rai. Dall’inizio, fino al giorno della pensione, la Rai è stata la mia casa, e credo di avere avuto da questa azienda più di quanto io stesso potessi desiderare. Lo riconosco, fare poi il giornalista Rai in Calabria non è stato facile, soprattutto in passato, quando cioè questa regione sembrava enormemente complessa e lunga da percorrere. Penso alle strade, erano fatte solo di curve e tornanti, che riducevano la nostra vita ad un frappè. Si arrivava sbattuti, esausti, stanchi, dopo ore e ore di marcia».

«Da Cosenza a Catanzaro, passando per Rogliano e toccando Soveria Mannelli, si contavano 1867 curve diverse. Non è una battuta, erano esattamente 1867. Da Cosenza a Reggio Calabria servivano invece dalle cinque alle sei ore di macchina. Ricordo che si sostava a Vibo per il cambio dei cavalli, noi dicevamo così, un caffè e due panini, poi si riprendeva il lungo viaggio. A Cosenza io divenni persino Caporedattore, un lavoraccio ed una grande responsabilità che porto ancora sulla mia pelle. Oggi la sede è faraonica, ma non fatevi ingannare: se sentite qualcuno mugugnare, scalciare, strepitare contro l’Azienda, non preoccupatevi più di tanto. La Rai non la lascerà mai davvero nessuno».

-Anni ’90. Nella foto scattata quando Emanuele Giacoia era Capo Redattore della RAI calabrese: da sinistra Vincenzo d’Atri, Giovanni Scarinci, Enzo Arcuri, Raffaele Malito, Pietro Melia, Gregorio Corigliano, alle sue spalle Franco Martelli e lo stesso Emanuele Giacoia, Anna Maria Terremoto, Alfonso Samengo, dietro Emanuele Franco Bruno, Cesare Passalacqua e Santino Trimboli. Mancava Mimmo Nunnari ma solo perché quella sera era di turno al TG.

Quando nel maggio del 1982 io e Gregorio Corigliano arrivammo per il nostro primo giorno di lavoro in Rai, ad accoglierci in Via Montesanto trovammo lui. 

Erano gli anni di Gegè Greco, Franco Falvo, Franco Martelli, Lello Malito, Mimmo Nunnari, Vincenzo D’Atri, Franco Bruno, Tonino Raffa, Elio Fata, Enzo Arcuri, Maria Rosaria Gianni, Michele Gioia, Oloferne Carpino, Pino Greco, Cesare Passalacqua, Ugo Rendace, Tonino Arena, Cesare Viazzi, stavano per arrivare Pietro Melia, Pasqualino Pandullo, Anna Maria Terremoto, Santi Trimboli, Alfonso Samengo, Fabio Nicolò, Gennaro Cosentino, a Reggio Franco Cipriani, Giovanni Scarinci, Pino Anfuso, a Catanzaro Saverio Carino e Renato Mantelli, in segreteria Vittoria Martire, Tina Fava, Adriana Manna, Pino De Salvo, Giuseppe Nocito, Patrizia Campisani, subito dopo Francesca Pecora, Mario Tursi Prato, Peppino Figliuzzi, su al quinto piano Sandro Passino, Maria Teresa Succurro, Rosalba Valentini, Carla Vertecchi, Tonino Serafini, Vincenzo Valle, Chiara Spadafora, Vera Lasagni, Maria Ceraudo, Maria Pulitano, al secondo Antonio Minasi, Pupa Pisani, Maurizio Fusco, Igor Skofic, Olivia Coppola, Marcello Walter Bruno, Giampiero De Maria, Vito Teti, Anna Rosa Macri, Brunella Eugeni, Vincenzo Pesce, Vera Guagliardi, Roberto Salvia, Fausto Lucente, Ines Popolo, in portineria Mario Falcone, Pino Santoro, Rosina Brunetti, e negli studi al piano terra Mario Bucchieri, Pasquale Donato, Roberto De Napoli, Bruno Castagna, Mario Ricca, Mario Manna, Pietro Cantafio, Giovanni Piro, Tonino Perri, Arturo Donato, Ciccio Di Michele, Ciccio Mazzei, Pietro Bianco, Ciccio Lamanna, Ferdinando ed Enzo Biafora, Enzo Cuccaro, Giancarlo Geri, Claudio Poggi, De Marco, Cecè Pitrelli, Pino Musacco, Tonino Farina, Leo Borrello, i fratelli Perrotta, stava per arrivare Luigi Greco, al Miaf Enzo Pitascio, Tommaso Perri, Sergio Coslovic, Aristide Briganti, un mondo  meraviglioso di uomini dettagli ricordi e avvenimenti che sono la struttura portante del ricordo di Emanuele Giacoia. Come della nostra vita, come quella di tutti noi insomma. 

Poi piano piano sono arrivati tutti gli altri, nuovi colleghi, nuove generazioni (nella foto in alto Emanuele Giacoia è con le nuove leve della Rai calabrese), e che a loro volta ne sono certo faranno grande la storia della Rai dei prossimi decenni in Calabria. Qui oggi volevo solo ricordare quella che è stata la generazione cresciuta formatasi e guidata da uomini come l’indimenticabile Emanuele Giacoia. (pn)

Addio a Emanuele Giacoia, “The Voice”

di SERGIO DRAGONE – The Voice. Ogni tanto lo chiamavo così con un misto di affetto, ironia e ammirazione. Si, perché Emanuele Giacoia era riuscito a trasformare quel dono di natura in un formidabile strumento di comunicazione al punto che quella sua inimitabile voce riusciva a penetrare nel cuore della gente più delle parole scritte o delle stesse immagini. E’ stato il segreto del suo successo. Lo sanno bene i milioni di italiani che hanno seguito, per anni, le sue indimenticabili radiocronache a Tutto il Calcio Minuto per Minuto, la celebre trasmissione ideata da Guglielmo Moretti, Roberto Bortoluzzi e Sergio Zavoli. “Scusa Ameri, ti interrompo da Catanzaro”. Quante volte lo avremo sentito chiedere la linea dall’ex Militare per annunciare un gol e il cambio di risultato?

Giacoia non era solo una voce, sia pure tra le più affascinanti del giornalismo radiofonico e televisivo RAI. Era un giornalista a tutto tondo, capace di occuparsi non solo di sport, ma anche di cronaca e di politica. Il suo carisma lo aveva portato anche a dirigere la redazione della RAI calabrese, dove è stato un esempio e un maestro per intere generazioni di giornalisti.

Giacoia amava molto Catanzaro, città dove era molto più popolare che a Cosenza o Reggio Calabria. La sentiva un po’ casa sua. Le vacanze estive le ha passate per svariati anni a Soverato con la sua bellissima tribù familiare. A Catanzaro ha anche scelto di farsi operare per un delicato intervento al cuore. Con Riccardo, il figlio che ne ha raccolto l’eredità in RAI, abbiamo atteso trepidanti nei corridoi del Sant’Anna Hospital, sciogliendoci in pianto quando ci hanno detto che tutto era andato benone.

Ad Emanuele sono rimasto sempre molto attaccato. Gli resto grato per avermi “adottato”, assieme a Vincenzino D’Atri, quando arrivai a Cosenza a metà degli anni Settanta, giovanissimo, per fare il praticantato al Giornale di Calabria. Mi diedero il tesserino della mensa Rai, era un ristorantino di via Montesanto, per farmi risparmiare qualche soldo e mi passavano anche i biglietti omaggio che i cinema cittadini riservavano ai giornalisti. Gentiluomini di un’altra epoca. Oggi nelle redazioni ci si saluta appena.

È retorico, ma è la verità: un pezzo significativo della mia vita è andato via. Ma serberò sempre nel cuore il ricordo dolce di questo gentiluomo che – lui non calabrese – ha amato tanto la nostra terra. Buon viaggio, Emanuele. (drs)

Addio a Emanuele Giacoia, una colonna del giornalismo calabrese

Cordoglio e commozione in Calabria per la scomparsa del giornalista Emanuele Giacoia, morto ieri sera a 93 anni, nella sua casa di Cosenza. Per anni è stata voce popolarissima per i calabresi, ma in realtà era ormai un compagno fisso di viaggio degli ascoltatori radiofonici di Tutto il calcio minuto per minuto e poi di tante trasmisisoni sportive. Lucano di nascita, era arrivato a Rai Calabria nel 1958 e aveva fatto di Cosenza la sua seconda patria, tanto da diventare più calabrese dei colleghi locali.

Da sinistra: Pino Nano, Emanuele Giacoia, Giovanni Scarinci e Pasqualino Pandullo

La storia di Emanuele Giacoia è quella del giornalismo calabrese, soprattutto del giornalismo radiotelevisivo. Giacoia è stato un  grande cronista sportivo, ma anche scrupolosissimo direttore del TG regionale che ha guidato con esemplare professionalità formando decine di giornalisti, un vero testimone del nostro tempo.

Così lo ricorda Pino Nano su Giornalisttalia «Un uomo tutto di un pezzo, avvolgente, ironico, istrionico, straordinariamente ed eternamente affabile, giornalista di razza, cronista severo, scrupolosissimo, rispettoso della notizia, ma soprattutto un inviato alla vecchia maniera, profondamente rispettoso dei sentimenti e dell’umanità della gente che ha incontrato nel corso della sua vita. Così lo si vedeva in televisione quando lui ancora lavorava alla Rai, ma così Emanuele è sempre stato per tutti noi nella vita di ogni giorno. Per noi poi è stato, e rimarrà per sempre nella nostra vita, un indimenticabile e meraviglioso Direttore».

Dopo la sua lunga esperienza in Rai era stato per anni anche direttore del Quotidiano della Calabria.

A figli Riccardo, Valerio, Sergio, Antonella, Arianna le condoglianze di Calabria.Live.

EMANUELE GIACOIA, GLI SPLENDIDI 91 ANNI
CALABRIA, GIORNALISMO, RAI E 90° MINUTO

di PINO NANO – La ricorrenza dei 50 anni di Novantesimo minuto,  offre lo spunto per celebrare un grande protagonista dell’informazione in Calabria, Emanuele Giacoia: i suoi 91 anni, splendidamente portati, uno dei protagonisti della popolare trasmissione Rai sin dalle prime puntate. Era il 27 settembre 1970 e la RAI teneva a battesimo e mandava in onda la prima puntata di  Novantesimo Minuto, uno dei programmi più famosi della storia della TV italiana. Della squadra di Novantesimo Minuto entra presto a far parte anche il giornalista Emanuele Giacoia, una straordinaria esperienza professionale vissuta tutta in Calabria, al servizio della Sede Rai di Cosenza dove Emanuele Giacoia, oggi novantunenne, arriva giovanissimo chiamato dall’allora direttore di Sede Enrico Mascilli Migliorini e da dove di fatto non è più andato via.

«È stata davvero lunga la mia epopea giornalistica in Rai. Dall’inizio, fino al giorno della pensione, la Rai è stata la mia casa, e credo di avere avuto da questa azienda più di quanto io stesso potessi desiderare. Lo riconosco, fare poi il giornalista Rai in Calabria non è stato facile, soprattutto in passato, quando cioè questa regione sembrava enormemente complessa e lunga da percorrere. Penso alle strade, erano fatte solo di curve e tornanti, che riducevano la nostra vita ad un frappè. Si arrivava sbattuti, esausti, stanchi, dopo ore e ore di marcia. Da Cosenza a Catanzaro, passando per Rogliano e toccando Soveria Mannelli, si contavano 1867 curve diverse. Non è una battuta, erano esattamente 1867. Da Cosenza a Reggio Calabria servivano invece dalle cinque alle sei ore di macchina. Ricordo che si sostava a Vibo per il cambio dei cavalli, noi dicevamo così, un caffè e due panini, poi si riprendeva il lungo viaggio. A Cosenza io divenni persino Caporedattore, un lavoraccio ed una grande responsabilità che porto ancora sulla mia pelle. Oggi la sede è faraonica, ma non fatevi ingannare: se sentite qualcuno mugugnare, scalciare, strepitare contro l’Azienda, non preoccupatevi più di tanto. La Rai non la lascerà mai davvero nessuno».

91 anni già compiuti il 4 marzo scorso, o meglio 91 anni meravigliosamente ben portati, straordinariamente rappresentati, orgogliosamente palesati, e che non sono soltanto la festa di compleanno di un grande telecronista sportivo come Emanuele Giacoia, ma sono soprattutto la festa di compleanno di un’intera generazione di radiocronisti e telecronisti, quelli di “Novantesimo minuto”, la trasmissione più popolare della RAI e che oggi compie i suoi primi 50 anni di messa in onda, e che ha reso grande il nome e l’immagine della Rai nel mondo.

I suoi compagni di viaggio, in tutti questi lunghi anni di radiocronache e telecronache sportive, sono stati davvero tanti, e il “grande vecchio” Emanuele Giacoia, come oggi in Calabria tutti lo chiamano, li ricorda uno per uno, senza mai temere un calo di memoria, o peggio ancora un errore di sottovalutazione.

Da Nicolò Carosio, ad Alfredo Provenzali, Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Riccardo Cucchi, Claudio Ferretti, Ezio Luzzi, Piero Pasini, Enzo Foglianese, Gianfranco Pancani, Massimo Valentini, Tito Stagno, Carlo Sassi, Mario Giobbe, Ferruccio Gard,

Ma ancora: Nando Martellini, Bruno Pizzul, Alfredo Pigna, Giampiero Galeazzi, Claudio Icardi, Paolo Valenti, Giorgio Bubba, Lugi Necco, Ninì Talamo, Fabrizio Maffei, Beppe Viola, Andrea Boscione, Nico Sapio, Tonino Carino, Alfredo Pigna, Maurizio Losa, Italo Moretti, Luca Liguori, Italo Gagliano, Mario Gismondi, Adriano De Zan, Lello Bersani, Paolo Frajese, Marcello Giannini, Gianni Minà, Aldo Agroppi, Everardo Dalla Noce  Arnaldo Verri, Nuccio Puleo, Cesare Viazzi, Mario Guerrini, Carlo Nesti, Cesare Castellotti, Livio Forma, fino ai più giovani, l’indimenticabile Tonino Raffa o il grande Marco Civoli, una generazione di cronisti sportivi che hanno accompagnato con la loro voce, le loro cadenze, i loro tic personali e la loro simpatia milioni di italiani per almeno 50 anni di vita italiana.

Franco Martelli, Raffaele Malito ed Emanuele Giacoia
Rai Cosenza anni 80: Franco Martelli, Raffaele Malito ed Emanuele Giacoia (Foto di Pino Nano)

Attenzione però, Emanuele Giacoia non è stato soltanto un grande cronista sportivo della TV di Stato, ma per una certa fase della sua vita è stato anche il Capo della Redazione Giornalistica della Sede Rai della Calabria, interprete diretto delle tensioni e delle speranze del popolo calabrese di quegli anni, ed è stato soprattutto per la gente di Calabria, lui campano, uno degli opinionisti più influenti e più autorevoli del suo tempo e del suo mondo, catapultato in Calabria quasi per scherzo dalla storica sede Rai di Napoli dove ancora ragazzo aveva incominciato a lavorare come semplice annunciatore.

«Oggi forse pochi sanno  – sorride Emanuele Giacoia – che la sede Rai calabrese vanta un record nazionale. È quello cioè di essere stata la prima sede Rai del dopoguerra. Solo più tardi, dopo Cosenza infatti, la Rai tenne a battesimo molte delle altre sue sedi regionali. Una per ogni regione. Dopo di noi, ricordo Potenza, Perugia, Pescara. E pochi sanno ancora che Il Corriere della Calabria, o il Gazzettino (come si dice ancora oggi), andava già in onda dalla sede Rai di Napoli, e questo accadeva ancora prima che venisse trasmesso Il Corriere della Campania. Altro primato storico. Io allora ero a Napoli. Capo redattore c’era Enrico Mascilli Migliorini. In redazione, ricordo, affluivano le notizie che venivano inviate dai corrispondenti della Calabria. A Reggio avevamo dei colleghi molto bravi, Giuseppe Tassoni, Antonio Latella, Franco Cipriani, Domenico Morace. Ma da Reggio Calabria arrivavano anche i servizi registrati di Ninì Talamo. Ricordo ancora perfettamente bene le buste del buon Ninì, legate con tanto di nastrino dentro, e alle 12.10 in punto, allora come oggi, ecco gli annunciatori correre a leggere i testi preparati dalla redazione napoletana del giornale radio. Ricordo, via etere, attraverso i ponti e i centri televisivi il Corriere veniva diffuso in tutta la Calabria. Allora, era il 1957, più di quarant’anni fa, io ero annunciatore a cachet, venivo pagato a prestazione, una specie di lavoro a cottimo. La cosa mi faceva un po’ ridere, mi ricordava la pubblicità del cachet Fiat: sui cartelloni una specie di mago con tanto di tuba in testa e con un gesto delle mani un tantino provocatorio ed osceno propagandava appunto il cachet Fiat. Ma quando, a fine mese, andavo a ritirare la mia busta alla cassa trovavo la cosa meno ridicola e decisamente piacevole. Già a quei tempi quel poco che mi davano mi pareva una somma enorme. Incominciai da Napoli, dunque, a snocciolare le prime notizie sulla Calabria. Curiosità, fatti di cronaca, notizie, avvenimenti di una regione che allora mi pareva sonnacchiosa, tranquilla, bonacciona, tradizionale. I toni drammatici e preoccupati della Calabria di questi anni erano ancora assai lontani. Ricordo che mi incuriosivano i nomi di alcuni paesi, Longobucco, Papasidero, Acquaro, Serrastretta, Cosoleto, Africo e via dicendo. Mi chiedevo “Ma che accidenti di paesi saranno mai questi, con questi strani nomi?”».

Nessuno meglio di lui può oggi ricostruire e raccontare la nascita della Sede calabrese della Rai, quando per la prima volta mise piede a Cosenza quello straordinario animale del giornalismo italiano che rispondeva al nome di Enrico Mascilli Migliorini.

– Direttore partiamo da quel lontano 12 dicembre 1958?.

«Quell’11 dicembre di 40 anni fa al numero 25 di Via Montesanto, al quinto piano di quel vecchio palazzo, in una Cosenza piovosa – ricorda Emanuele Giacoia – c’ero anch’io. Ricordo che per mandare su al quinto piano autorità e invitati ci fu qualche problema per via di un improvviso blackout. Allora, quarant’anni fa, si diceva più semplicemente “è andata via la luce”. L’ascensore si fermò per qualche minuto, vai a capirne il perché. La Rai preoccupatissima aveva fatto venire apposta un tecnico specializzato, un ascensorista. Ma questo non impedì che al pianterreno si vivessero momenti di panico generale. La maggior parte di noi si domandava: “Come facciamo ora a mandare su l’ingegner Rodinò, l’allora amministratore delegato della Rai?”, “E il vescovo mons. Aniello Calcara, poeta e pastore della Chiesa cosentina?”. Per fortuna il blackout durò poco. Come Dio volle la corrente elettrica tornò subito dopo, e nessuno di loro fu costretto a quei cinque piani a piedi. Per tutti noi, quel giorno, incominciava una straordinaria avventura».

– Direttore, ma come fa a ricordare tutto questo con perfetta lucidità? Sono passati 60 anni da quel giorno…

«Come potrei non ricordare? Vedi, quel primo giorno fu davvero un grande evento per tutti noi. Spesso e volentieri nel nostro essere giornalisti si fa uso ricorrente ad aggettivi esagerati, e lo si fa per qualunque argomento, anche il più banale, “planetario”, “mitico”, “la fine del mondo”, poi in realtà si sta seduti da McDonald a mangiare un banalissimo panino freddo e magari anche senza nessun sapore speciale. Uso questa metafora per spiegare meglio che cosa rappresentò la nascita della Rai in Calabria. Quel 12 dicembre del ‘58 fu davvero una giornata storica per il Paese, e lo fu soprattutto per la Calabria. Il Corriere della Calabria, che fu il primo appuntamento radiofonico irradiato dalla sede Rai di Cosenza, fu in realtà il primo vero biglietto da visita che questa regione, dopo le tragedie delle alluvioni degli anni precedenti, potè offrire agli ascoltatori di tutta Italia. Furono tredici puntate in tutto, una più geniale e più accattivante dell’altra, che decretarono il successo nazionale della formula e dei conduttori, che eravamo io e Ninì Talamo, lui Ninì Talamo davvero bravissimo. Nessuno ha il coraggio di dirlo, ma 60 anni dopo, la lunga e affascinante storia della Rai in Calabria è ancora tutta da scrivere, e la fine è ancora tutta da scoprire e da raccontare».

Ancora oggi, nonostante Emanuele Giacoia sia fuori dalla Rai da oltre 25 anni, la gente che ci incontra per strada, soprattutto a noi che allora eravamo considerati i suoi ragazzi e i suoi discepoli, non fa che chiederci in continuazione «Come sta?», «Dov’è finito?», «Perché non lo si vede più al telegiornale?», segno palpabile dell’amore che la gente aveva verso di lui e che ha ancora per lui.

– Quando Mascilli Migliorini la chiamò in Calabria, avrebbe mai immaginato di restarci poi per tutta la vita?

«No di certo. Anche se quando l’avvocato Mascilli Migliorini mi chiese di seguirlo in Calabria era chiaro che non si trattava di una gita fuori porta. L’avvocato mi stava proponendo l’assunzione nella nuova sede che stava per nascere a Cosenza. Accettai immediatamente, anche se della Calabria sapevo ben poco. Ricordo che allora, chissà perché? immaginavo che il capoluogo di regione fosse Reggio Calabria. Forse perché sui libri di testo, e sulle carte geografiche, il puntino che lo indicava era più evidente di quello che segnava Catanzaro e Cosenza. Sapevo qualche cosa della Sila, ma la immaginavo una località misteriosa. La conoscenza che avevo della regione dove mi sarei presto trasferito finiva lì, anche se a furia di leggere decine e decine di Gazzettini la mia cultura si era arricchita di quei nomi da Paese dei Balocchi. Ricordo Cinquefrondi, Brognaturo, Intavolata, Acquappesa, Castroregio, Spilinga, ma dove saranno mai? In Calabria arrivai un mese prima della inaugurazione ufficiale della sede. E il mio primo appuntamento ufficiale risale al novembre del 1958. Mi mandarono a Paola per un primo collegamento radiofonico con una trasmissione di Mike Bongiorno. Si chiamava Il Campanile d’oro: Era una sfida tra comuni, che si combatteva a suon di quiz, riguardavano la storia locale, la geografia, la storia culinaria e le tradizioni di una località e di una regione d’Italia. Io, ricordo, curavo il collegamento con lo studio centrale di Roma dove c’era Mike Bongiorno, mentre da un altro comune d’Italia arrivavano le voci e i rumori del secondo paese in collegamento con la trasmissione. Paola venne eliminata dal gioco, ma in seguito toccò a Bagnara. La città del pesce spada arrivò in finale, ma questa è un’altra storia ancora. Bene in quella occasione conobbi per la prima volta i tecnici calabresi che erano stati chiamati all’allestimento di questa prima trasmissione nazionale, Ciccarone, Esposito, e ultimo più giovane di tutti Roberto Salvia, di cui sarei poi diventato amico carissimo. Il giorno dopo la trasmissione mi portarono in macchina a Cosenza perché mi rendessi conto di quale sarebbe stato il mio nuovo posto di lavoro. Era novembre, pioveva, una giornata uggiosa, senza colore. Non ne fui entusiasta…”.

Il vecchio Emanuele Giacoia oggi è qui attorniato dalla sua grande famiglia, un uomo tutto di un pezzo, avvolgente, ironico, istrionico, straordinariamente ed eternamente affabile, giornalista di razza, severo, scrupolosissimo, rispettoso della notizia, ma soprattutto un cronista alla vecchia maniera, profondamente rispettoso dei sentimenti e dell’umanità della gente che ha incontrato nella sua vita. Così lo si vedeva in televisione, ma così Emanuele è sempre stato per tutti noi nella vita di ogni giorno. Per me è stato, e rimarrà per sempre nella mia vita, un indimenticabile e meraviglioso Caporedattore. Credetemi, mai come nel suo caso personale, la televisione è stata così sincera e così reale, dando di lui prima alla radio e poi alla televisione l’immagine fiera di un grande romanziere delle immagini. Indimenticabile il timbro della sua voce, e la maniera con cui salutava il suo pubblico: “Dal vostro…Emanuele Giacoia”.

Oggi per Emanuele Giacoia, che per lunghi anni dopo l’avventura Rai è stato anche storico Direttore del Quotidiano del Sud, è arrivato il momento di festeggiare questi suoi primi 91 anni, vi dicevo perfettamente ancora ben portati, con la lucidità di sempre, ma soprattutto con il garbo la modestia e la classe che lo hanno sempre reso diverso dagli altri, doti queste che hanno poi fatto di lui un vero e proprio mito della televisione italiana.

Il vecchio Maestro non ha dubbi, e sulla sua torta di compleanno ha chiesto al figlio prediletto Riccardo che venisse scritta questa frase “Vi aspetto tra dieci anni, sempre qui!”. Solo lui. (pn)

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