Continua a raccogliere consensi il “Manifesto per l’Italia” lanciato dal Quotidiano del Sud-L’AltraVoce dell’Italia diretto da Roberto Napoletano. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha immediatamente risposto all’appello di economisti, intelettuali e studiosi di legislazione e Mezzogiorno. Conte concorda sulla necessità di attuare «quegli strumenti di intervento, come i Contratti istituzionali di sviluppo, le Zes e i Contratti di Rete, idonei a perseguire obiettivi mirati e finanziariamente sostenibili, in grado, al contempo, di capitalizzare le risorse, in particolare quelle europee, che spesso non sono spese o non vengono adeguatamente impiegate». Conte fa proprie le preoccupazioni per l’emorragia di risorse capaci, in costante fuga dal Sud: «C’è un capitale umano da motivare e accrescere: sono i giovani, le uniche eccellenze che non vorremmo più “esportare”. Le scelte politiche dei prossimi mesi devono mettere le nostre ragazze e i nostri ragazzi nella condizione di poter restare».
Una lettera che mostra una rinnovata sensibilità del Governo nei confronti dei problemi del Mezzogiorno, che conferma la necessità di far partire il Sud per far ripartire il Paese. La lettera appare sul Quotidiano del Sud-L’AltraVoce dell’Italia di stamattina ed è stata diffusa a mezzo facebook dal presidente del Consiglio sul suo profilo personale.
«Gentile Direttore, – ha scritto il presidente del Consiglio al direttore Napoletano – la lettura del Manifesto per l’Italia, pubblicato ieri sul Suo giornale, mi ha offerto l’opportunità di arricchire la riflessione sull’urgenza di una proposta qualificante per il nostro Sud. Proprio nella giornata di ieri ho avuto modo di condividere con la neopresidente della Commissione europea Ursula von der Leyen i contenuti più significativi dell’agenda riformatrice alla quale il nuovo governo sta lavorando, a partire proprio dall’avvio di un piano strutturale di rilancio del Mezzogiorno, che sarà parte integrante del “patto con l’Europa” che ho proposto ieri a Bruxelles. Voglio essere estremamente chiaro. Si tratta di una sfida decisiva».
«Per affrontarla – si legge nella lettera di Conte pubblicata oggi dal Quotidiano del Sud – è necessario il concorso delle migliori risorse, in una prospettiva di crescita socio-economico e culturale, che deve riguardare l’intero Paese. A tale proposito, ho accolto con favore la dichiarazione d’intenti, contenuta nel Manifesto, orientata – come si legge – ad affiancare all’inchiesta e alla denuncia documentata una fase nuova per avviare progetti, azioni costruttive di proposta, tese a ricucire l’Italia, dentro “un disegno non assistenziale di sviluppo”. La crescita dell’Italia, da Sud a Nord, è fra i punti più qualificanti dell’azione del Governo, a partire dall’ineludibile principio dell’equità sociale e territoriale. Si tratta di una priorità che gli italiani avvertono da decenni, al pari di tematiche forse più spesso evocate a livello mediatico, ma non per questo più urgenti».
«Allo stesso modo, posso garantirLe che si tratta di un’evidenza avvertita anche dalle Istituzioni europee, come dimostrato, proprio pochi giorni fa, dalla Direzione generale per la Politica regionale e urbana della Commissione Ue, secondo la quale negli ultimi anni gli investimenti pubblici nel Sud-Italia sono diminuiti in maniera consistente. A tale proposito è inaccettabile che nello stesso Paese, come emerge dal rapporto del Comitato europeo delle Regioni, coesistano la provincia a più basso tasso di povertà (Bolzano) e tre delle Regioni a più alto rischio d’indigenza, tutte del Sud. È un trend che dobbiamo invertire con urgenza, lavorando alacremente al rilancio del Meridione. Vogliamo realizzare un piano straordinario di intervento, approntare una cintura di protezione per le aree che soffrono di maggiori disagi dal punto di vista economico e sociale. Dedicheremo il nostro impegno a questo obiettivo e ne faremo un autentico pilastro della nostra azione politica, in Italia e in Europa».
«L’azione riformatrice del Governo, a partire dai progetti di autonomia differenziata, mira a promuovere e a riconoscere, nel rispetto della Costituzione, le legittime pretese dei territori, senza perdere di vista però gli obiettivi della coesione e della solidarietà nazionale. La nostra prospettiva mira a contrastare il divario fra Nord e Sud, le logiche di contrapposizione fra aree di un Paese che corre a velocità diverse. Lavoriamo affinché i nostri figli non conoscano un’Italia di serie A e una di serie B. Lavoriamo, al contrario, per un Paese che, compatto, deve mettere in campo tutti gli strumenti per vincere le sue sfide nel mutevole contesto internazionale. Per farlo c’è bisogno di lasciare alle spalle quei sentimenti di rassegnazione che finiscono per deprimere anche i migliori slanci. È inutile nasconderlo: spesso i modelli di governo, a livello locale, si sono piegati a logiche più vicine alla gestione del potere che al miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Credo che le classi politiche nei territori abbiano oggi una grande occasione di riscatto».
«C’è un Governo pronto a mettere in campo tutti gli strumenti di coordinamento e di sostegno. Le priorità sono una Banca pubblica per gli investimenti a supporto delle imprese e tutti quegli strumenti di intervento, come i Contratti istituzionali di sviluppo, le Zes e i Contratti di Rete, idonei a perseguire obiettivi mirati e finanziariamente sostenibili, in grado, al contempo, di capitalizzare le risorse, in particolare quelle europee, che spesso non sono spese o non vengono adeguatamente impiegate. E poi ancora, l’aumento di fondi dedicati alle infrastrutture di tutto il Paese, con una quota destinata al Sud maggiore rispetto al passato e realmente calibrata sulla popolazione e sui suoi bisogni».
«Non è tollerabile – è solo un esempio fra i tanti – che Matera, la Capitale europea della cultura, rimanga isolata dal resto del Continente a causa di una rete ferroviaria inadeguata. Una politica che propone soluzioni concrete e rapide contribuisce ad alimentare il “serbatoio della fiducia”, garantendo il carburante necessario per il riscatto del Sud. C’è un capitale umano da motivare e accrescere: sono i giovani, le uniche eccellenze che non vorremmo più “esportare”».
«Le scelte politiche dei prossimi mesi devono mettere le nostre ragazze e i nostri ragazzi nella condizione di poter restare. Per questo è necessario rafforzare la rete della ricerca e dell’innovazione, sostenere i percorsi di autoimprenditorialità, rendere attrattivi i territori per le loro aspettative economiche e sociali, per i loro progetti di vita. Vi è poi un capitale naturale da valorizzare e mettere al servizio di una visione di ampio respiro in materia di turismo, cultura e rispetto dell’ambiente, sempre nel segno di uno sviluppo sostenibile. La transizione energetica e un Green new deal sono gli alleati dello sviluppo nel Mezzogiorno, poiché sono capaci di coniugare nuova occupazione, innovazione e tutela dell’ambiente».
«Parlare del Sud e lavorare ad una maggiore coesione dell’intero sistema-Paese significa promuovere il bene comune di tutti gli italiani. Significa scongiurare i rischi di una società frammentata e arroccata su dannosi egoismi. Significa mettere a disposizione competenze, volontà e – soprattutto – entusiasmo e fiducia. È un impegno collettivo al quale non possiamo sottrarci». (rrm)
di SANTO STRATI – Porta la firma di economisti e studiosi di Mezzogiorno e di legislazione pubblica il Manifesto per l’Italia lanciato da Roberto Napoletano direttore del Quotidiano del Sud-L’Altravoce dell’Italia e che ha trovato subito l’adesione del presidente Conte in una lettera che pubblichiamo nella sezione in primo piano. Un programma in sei punti che sta raccogliendo ampio consenso e che sarà dunque fatto proprio dal nuovo governo come piattaforma di confronto e di dibattito per un grande rilancio delle politiche meridionalistiche.
Tra i primi firmatari il presidente della SvimezAdriano Giannola, l’on. Gerardo Bianco, presidente dell’ANIMI, l’Associazione Nazionale degli interessi del Mezzogiorno d’Italia, Pellegrino Capalbo, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma, Sandro Staiano, presidente dell’Osservatorio sul Regionalismo Differenziato, Paolo Pombeni, professore emerito dell’Università Alma Mater di Bologna, Massimo Villone, presidente del Coordinamento per la Democrazia costituzionale,Ugo Patroni Griffi, presidente Autorità Portuale Mare Adriatico e Pietro Massimo Busetta, presidente dell’ISES, Istituto Esperti Studi Territoriali.
Adriano Giannola Presidente della Svimez
Perché un “manifesto” per l’Italia? Roberto Napoletano, giornalista di lungo corso, ha coraggiosamente avviato col suo quotidiano L’AltraVoce dell’Italia una inarrestabile campagna contro lo “scippo” del Nord ai danni del Mezzogiorno: sono le cifre a dargli ragione, 62,3 miliardi in termini assoluti della Spesa Pubblica Allargata che si traducono in risorse aggiuntive a favore della popolazione del Settentrione, risorse naturalmente sottratte ai meridionali.
Roberto Napoletano, direttore del quotidiano L’AltraVoce dell’Italia
La sua battaglia è legittima e sacrosanta e la crescente indignazione che la campagna del suo quotidiano ha suscitato indica chiaramente che non si tratta di pura propaganda sul divario Nord-Sud, ma drammatica realtà: sono numeri certificati dai Conti Pubblici Territoriali, quelli introdotti da Carlo Azeglio Ciampi per avere un controllo reale dei flussi di spesa nazionale. In altri termini, sono le cifre che fotografano la netta differenza di distribuzione delle risorse nell’ambito della spesa pubblica.
Napoletano fa un esempio tra i più significativi (e davvero inaccettabile in nome dell’unità del Paese): a chi nasce ad Altamura, in Puglia, la quota pro-capite per gli asili nido è pari a zero; diventa di 18 euro per chi nasce a Reggio Calabria, ma raggiunge i 3.000 (tremila!) euro per chi nasce in Brianza. Come interpretare questi dati? Non basta, non serve l’indignazione, occorre una “rivoluzione culturale” che smuova le coscienze e induca alla riflessione. Non sarà il “nuovo umanesimo” che tratteggia il presidente Conte (anche perché non si capisce come la pacatezza dei modi suggerita potrebbe cambiare il modo di affrontare i problemi irrisolti del Sud), ma suscitare un dibattito serio in cerca di soluzioni concrete sarebbe già un bel passo avanti.
C’è da inorridire, leggendo, ancora, i dati della spesa per infrastrutture e sviluppo: dal 2009 al 2015 (gli ultimi disponibili), si scopre che al Mezzogiorno è stato erogato lo 0,15% del pil, ovvero quasi niente, circa un sesto di quanto si spendeva nei decenni che precedevano l’entrata del federalismo fiscale. Per non parlare, poi, di mobilità, trasporti, ambiente, dove i problemi sono di portata gigantesca e risentono di una vergognosa politica di rinvii che negli anni non ha fatto altro che acuire il disagio del-e-nel Mezzogiorno, dove la Calabria è ultima tra gli ultimi, nonostante le tantissime risorse inutilizzate e inutilizzabili in assenza di progettualità e programmi sul territorio.
Serve, dunque, un nuovo modo di pensare, un new deal, che permetta al Mezzogiorno di partire, perché – sia chiaro – solamente se parte il Sud riparte l’Italia. Lo deve tenere a mente il presidente Conte ora che non ha mandati “condizionati” e, da uomo del Sud, sa riconoscere l’inadeguatezza degli interventi fino ad oggi pensati (e quasi mai attuati). Non serve una Banca del Sud, come indicato dal suo programma, se non viene affrontato in modo drastico il problema della burocrazia: lacci e lacciuoli che frenano gli investimenti, che scoraggiano gli imprenditori onesti, che soffocano lo spirito d’iniziativa di tantissimi giovani che trovano sempre sbarrati gli accessi al credito. Mancano proprio queste condizioni per poter parlare di sviluppo in Calabria e nell’intero Mezzogiorno.
Il sistema Paese non può prescindere da una totale riorganizzazione delle risorse che consenta parità di diritti e uguali disponibilità, oltre che opportunità di occupazione nell’ottica di una industrializzazione “illuminata” che rispetti il territorio, ma offra condizioni di progresso e occasioni di crescita. L’autonomia differenziata è la negazione di tutto ciò, Calabria.Live lo ha ribadito in più occasioni: è un trucco per dissimulare l’ulteriore rapina autorizzata ai danni di un Mezzogiorno che non cresce per colpa di governanti incapaci e di politici ingordi, le cui malefatte, pian piano, stanno venendo a galla a smascherare interessi di parte e clientele. Ecco perché i sei punti del Manifesto non sono una speranza, ma devono diventare elementi fondativi di un programma di sviluppo che dovrà coinvolgere tutta l’Italia, senza remore e, soprattutto, senza più inutili politiche assistenzialistiche di cui il Mezzogiorno, la Calabria, vogliono proprio fare a meno.
La parola che ricorre è “talento”: ai nostri giovani non viene data la possibilità di mostrare le loro capacità che, invece, le regioni industrializzate (se non vari Paesi esteri) sono pronte ad assorbire e utilizzare (sfruttare?) a proprio vantaggio. Cultura e turismo sono le parole attraverso le quali ipotizzare e realizzare piani di sviluppo e crescita, con evidenti sbocchi occupazionali per migliaia di giovani, laureati e non. Tutto ciò, però, non è nemmeno pensabile se mancano infrastrutture e trasporti. Ci sono le condizioni ideali per attrarre i forestieri, milioni di turisti affascinati da bellezze naturali e paesaggistiche, da tesori archeologici inestimabili (a cominciare dai Bronzi), nonché da un clima invidiabile che dovrebbe trasformare la Calabria nella California d’Europa. Serve qui ricordare le varie declinazioni del turismo aggiuntivo? Non solo vacanzieri, ma turismo congressuale, religioso, culturale, di lusso: il Trentino registra milioni di turisti all’anno e ha l’1% delle nostre risorse in termini di cultura, tradizioni e storia millenaria. Diamoci una svegliata e riapriamo i termini di una nuova questione meridionale a respiro mediterraneo (copyright Paolo Bolano): sul Mare Nostrum vanno individuate le cosiddette autostrade del mare che vedono la Calabria in una posizione ideale e unica. Ma servono idee, progetti e risorse economiche: non manca nulla di tutto ciò, ci sono anche le risorse umane che aspettano solo di potersi rendere utili, manca la volontà di attuare concretamente un piano di cui questo Manifesto per l’Italia è una notevole base di partenza.
Quali sono dunque questi punti? Sul Manifesto per l’Italia – proposto dal Quotidiano del Sud – L’AltraVoce dell’Italia – sarebbe proprio auspicabile vedere un serio confronto tra parti politiche e sociali, cittadini, associazioni e governo:
A) Dare al Sud più infrastrutture efficienti che vuol dire più risorse pubbliche, questo è il primo punto perché usciamo da una lunga stagione di rapina del Nord a spese del Sud, e capacità professionali di spendere bene e presto quelle risorse per fare le infrastrutture che servono non per fare piacere agli amici degli amici; se si vuole ridare competitività all’Italia intera e smetterla di scaricare sull’Europa le proprie responsabilità, bisogna prendere atto che non solo al Sud non arriva il 40% degli investimenti, la cosiddetta quota Pescatore, necessaria per perseguire un effettivo disegno di riequilibrio tra le due Italie, ma si trasferisce addirittura meno di quanto gli spetterebbe in proporzione alla popolazione, il 27,8 rispetto al 34,3, che significa un 6,5% in meno che vale malcontato 62,3 miliardi. Tale operazione verità è propedeutica a ogni generica affermazione di sviluppo, che apparirebbe in questo modo di principio se non di maniera, e a qualsiasi pretesa di maggiore autonomia. La regola Ciampi di destinare al Sud il 45% della spesa in conto capitale mettendo insieme risorse ordinarie e contributi comunitari aggiuntivi, resta l’obiettivo strategico da perseguire nel medio termine e indica la lungimiranza di uomini che hanno cultura di Stato e di mercato e sanno guardare lontano. Si utilizzino per davvero i 20 miliardi disponibili nel Fondo di Sviluppo e di Coesione e si dimostri di sapere impiegare in cofinanziamento i contributi comunitari con la stessa efficienza della macchina della prima Cassa guidata da Pescatore che l’Economist definì la lepre ed è esattamente la lepre di cui oggi le donne e gli uomini del Sud non la classe politica e i suoi clientes hanno vitale bisogno. Perché la Napoli-Bari e l’Alta Capacità ferroviaria fino a Palermo-Augusta diventino capitoli di spesa, cose che si possano toccare e non enunciazioni programmatiche senza copertura. Insomma, fatti non parole e un ruolo-chiave a livello centrale – tecnico e strategico – che metta in riga le Regioni e sottragga il Sud allo scippo permanente del Nord attraverso i canali istituzionali territoriali, enti collegati e imprese pubbliche. Attenzione, dare al Sud le infrastrutture di cui ha vitale bisogno non significa non fare più opere al Nord, sarebbe suicida, le risorse nazionali e comunitarie ci sono per fare le une e le altre; la dieta che deve fare il Nord, con il suo primato di dipendenti pubblici, riguarda l’assistenzialismo.
B) Avere più impresa privata che è disposta a investire nei territori meridionali attraverso la conferma e il rafforzamento del credito di imposta e la promozione in modo selettivo di Zone economiche speciali (Zes). Sono importanti e possono essere un reale moltiplicatore se le agevolazioni fiscali aggiuntive rispetto al credito di imposta sono indirizzate in modo selettivo solo in alcune aree delle regioni meno sviluppate del Sud. Possono essere decisive per attrarre investimenti di player internazionali, per il trasporto marittimo e la movimentazione delle merci nei porti del Mezzogiorno. L’importante è che tutto avvenga in una logica sistemica coerente come Paese.
C) Investire sul talento giovanile. Affrontare e risolvere il tema strategico di chi lavora per questa impresa privata disposta a investire reclutando e motivando le intelligenze disponibili prima che emigrino per non tornare più. Occorre investire in modo significativo e integrato in scuola, università e ricerca.
D) Dotarsi di un capitale sociale che tuteli gli investimenti nei territori meridionali sottraendo chi ha un minimo di attività in proprio dalla tenaglia della criminalità organizzata e qui è decisivo il ruolo dello Stato centrale; sottrarre agli enti territoriali la gestione delle gare europee per i fondi comunitari, per cambiare approccio, cultura e metodo di lavoro sarebbe bene che a esaminare i bandi di gara e a procedere alle assegnazioni fossero i funzionari europei con tempi certi e criteri trasparenti resi pubblici e consultabili da tutti.
E) La grande Popolare e la nuova Spa con investitori esteri e interconnessioni con Mediocredito centrale e Cassa Depositi e Prestiti (CDP). Il Mezzogiorno non ha bisogno di una nuova Banca del Sud ma di perseguire e attuare un progetto di aggregazione delle Popolari ripulite, dopo avere venduto crediti deteriorati, senza diritti di primogenia per alcuno, con una governance messa in sicurezza e un capitale adeguato. Da realizzarsi attraverso le citate aggregazioni, operazioni di mercato che coinvolgano imprenditori, investitori internazionali, soggetti istituzionali e, all’occorrenza, con un utilizzo appropriato di strumenti fiscali. Questa banca, non nuova, frutto di aggregazione tra Popolari e soggetti di mercato, di dimensioni quantitative e qualitative adeguate, avrà un doppio itinerario: la Popolare, acquisizione di banche popolari dove l’azionariato è di qualità e esprime il meglio dell’imprenditoria meridionale da aggregare e consolidare; la SPA che dovrebbe mettere insieme investitori internazionali (ci sono) e un soggetto istituzionale che opererebbe sulla base dello Schema Volontario e, cioè, non ha l’obbligo di intervenire ma decide di farlo perché lo ritiene giusto e produttivo, una specie di Fondo di garanzia, e anche qui c’è un ruolo da chiarire e definire di Cdp. Il senso profondo di questa operazione Banca Popolare del Sud è dare soddisfazione a tutti gli stakeholder e dotare il sistema meridionale di uno strumento finanziario che conosce il suo territorio e è in grado di operare con le logiche e le dimensioni del player globale in modo da offrire servizi efficienti e competitivi.
F) Turismo, cultura, borghi e centri storici. Se si attua per davvero la regola Ciampi per la spesa in infrastrutture di sviluppo, si fanno un vero credito di imposta e le zone economiche speciali, si attribuisce a Bruxelles l’assegnazione dei contributi comunitari e si prosegue nel cammino interrotto di rinnovare la guida di sovrintendenze, musei e altro scegliendo il meglio in casa e fuori, allora la scommessa della cultura e del turismo, l’azienda più conosciuta nel mondo come marchio italiano, è vinta e il talento creativo da primato mondiale dei giovani del Sud avrà opportunità di impiego adeguate al talento e, forse, perfino la Rai riprenderà a investire nei suoi centri di produzione meridionali abbandonati in modo miope e poco rispettoso dei principi costituzionali e dei vincoli da canone pubblico. È un tema, crediamo noi, da magistratura contabile e amministrativa sulle quali insisteremo nelle opportune modalità e nelle opportune sedi.
«Questi – scrivono i primi firmatari– sono i sei punti di un Manifesto che studenti, operai, ricercatori, le forze sindacali, il ceto imprenditoriale e professionale, le élite e gli stakeholder tutti hanno il dovere e anche il diritto di sottoscrivere e promuovere. Noi ci crediamo e contiamo sulla mobilitazione contagiosa delle coscienze. Senza pretese arroganti o questuanti. Senza revanscismi. Questo Manifesto è per l’Italia. Una volta tanto, dal Sud al Nord». (s)
Come non condividere e segnalare il bellissimo editoriale di oggi di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera? I nostri governanti dovrebbero farne un ingrandimento e posizionarselo in bella evidenza sul tavolo e rileggerlo ogni qualvolta gli scappa di dire le solite cavolate sul Sud che arretra e di lanciare inutile e vacue promesse.
Il noto politologo non le manda a dire, offre un quadro disarmante di come quest’Italia, il nostro Paese senza il Sud vada «ineluttabilmente incontro a una drammatica perdita di rango destinata a riflettersi pesantemente anche a nord del Garigliano: come diceva Gaetano Salvemini, essa viene solo “un Belgio più grande” (sia detto con tutto il rispetto per il Belgio). Non si tratta solo di questo però. C’è di peggio. Infatti, il resto dell’Italia può benissimo disinteressarsi del Mezzogiorno, fare come se non ci fosse: il fatto è che in ogni caso è comunque il Mezzogiorno che dimostra di non avere intenzione di disinteressarsi del resto d’Italia. Lo sta facendo da anni trapiantando nel cuore dell’Emilia-Romagna, della Lombardia, del Veneto, nel cuore dell’opulento Nord, le succursali delle sue potenti organizzazioni criminali».
«Sembriamo sapere così bene che cosa è il Mezzogiorno – scrive Galli Della Loggia – che da tempo, paradossalmente, non vogliamo però saperne più nulla. Sono anni e anni che il resto del Paese ha cessato di occuparsene. Il Sud è scomparso dall’agenda politica di qualsiasi partito così come dall’informazione. Nessuno più ha voglia di interessarsi ai suoi problemi. La sua condizione drammatica non fa più notizia se non per qualche clamoroso fatto di sangue». E prosegue, implacabile: « comunque e a dispetto di tutto, il Sud esiste e sta lì. E l’Italia deve decidere una volta per tutte che cosa vuole farci, perché forse non ha davvero capito che cosa significa abbandonarlo a se stesso. Il Sud sta lì con la mole della sua arretratezza ma anche con le sue sparse oasi di sviluppo talora di altissima qualità tecnologica. Con il suo mercato di consumatori non proprio indifferente per tanta industria del Nord, e con i suoi milioni di cittadini elettori che possono decidere da chi e come deve essere governato il Paese».
L’editoriale prende spunto dalla sconcia esibizione in RAI di due modesti pseudo artisti della canzone neo-melodica (Napoli e dintorni) che hanno oltraggiato la memoria di Falcone e Borsellino. Galli Della Loggia si chiede anche perché l’Italia non pensa, vista la posizione geografica del Mezzogiorno, a cosa fare del Mediterraneo ritenendo il futuro si giochi solo tra Berlino e Bruxelles, «al massimo con un occhio a Pechino».
Non c’è – conclude il politologo – «che una risposta: ricominciare a occuparsi di quella parte decisiva del nostro Paese. Con intelligenza e con passione; non con indulgenza ma con generosità: perché alla fine è di noi tutti che si tratta». (rrm)
6 agosto – Oggi pomeriggio il ministro per il Sud Barbara Lezzi sarà a Catanzaro per un incontro in Cittadella con il Presidente Mario Oliverio sui fondi europei. Domani, invece, si recherà a Gioia Tauro in visita al porto. Il ministro aveva già incontrato a Roma Oliverio il 19 giugno scorso in una visita istituzionale dello stesso Presidente.
Lettera aperta al ministro per il Sud, Barbara Lezzi
di Santo Strati
Gentile Ministro, non è questa la sua prima visita in Calabria, c’è da sperare invece che segni una mutata attenzione ai problemi della Calabria. Lei è meridionale, di Lecce, quindi dovrebbe esserle più facile comprendere le ragioni del Mezzogiorno che continua a sentirsi “tradito”, trascurato, dimenticato, quando invece potrebbe e dovrebbe essere il volano della ripresa economica del Paese, grazie alle sue tantissime risorse inutilizzate.
Questo Sud sembra non appartenere all’Italia, una fastidiosa incombenza che ricorre puntualmente come l’influenza stagionale, e a cui non pare farci più caso nessuno. Al contrario sono i numeri di questo Sud che dovrebbero indurre a riflessioni molto più serie e approfondite, a cominciare dal problema giovani. Secondo le statistiche ufficiali più recenti un giovane su tre non lavora, ma chi vive in Calabria sa perfettamente che sono numeri poco veritieri, giacché è altissimo il numero di chi non trova un’occupazione – qualsiasi – che generi dignitosa fonte di reddito. Non c’è lavoro e quando c’è è sottopagato, è crudele testimonianza di sfruttamento ed “estorsione legalizzata” (come hanno messo in luce recenti inchieste giudiziarie). Non solo, ma è dequalificante per tantissimi giovani preparati e competenti che non trovano soluzione migliore che tornare alla vecchia, ma risolutiva, emigrazione. Il problema principale è che l’emigrazione che affligge la Calabria oggi non è l’emigrazione di inizio secolo coi nostri lavoratori e le loro povere valigie di cartone: è l’irresponsabile rinuncia da parte della regione a risorse tecniche, culturali e intellettuali che potrebbero segnare il cambiamento da sempre sognato. L’emigrazione intellettuale di moltissimi laureati che qui vengono snobbati e, quando possibile sfruttati in maniera indecente, e invece trovano la giusta valorizzazione all’estero o nei gruppi industriali del Nord. Le nostre Università preparano tecnici competenti, ingegneri, informatici, agrari, che non trovano spazio per restituire alla loro terra, in modo positivo, il loro bagaglio culturale per farla crescere e accrescere, a loro volta, la propria competenza.
C’è una grande cecità che ha caratterizzato i governi della Repubblica, senza distinzione di colore: al Sud si è sempre pensato, e succede ancora oggi, solo in termini di assistenzialismo. La Calabria non vuole assistenzialismo richiede opportunità: ai nostri giovani non va offerto un salario di povertà (non parliamo di reddito di dignità, per favore) ma vanno prospettate soluzioni e occasioni di inserimento nel mondo del lavoro, investendo non solo in infrastrutture (che sono ovviamente indispensabili) ma in formazione e valorizzazione delle competenze. Nessuno può permettersi di affermare che i nostri giovani non cercano lavoro nella propria terra: il fatto è che non c’è proprio, non ci sono le opportunità – che non sarebbe difficile creare – per progetti he riguardano i settori vincenti della Calabria: cultura, turismo e innovazione digitale. Ci sono risorse culturali, paesaggistiche e ambientali in Calabria che potrebbero farla diventare la California d’Italia, e invece – a parte l’iniziativa di pochi sognatori o imprenditori “illuminati” – tutto è lasciato deperire: quanta occupazione potrebbe generare il solo comparto del turismo archeologico e culturale? Quanti giovani saprebbero e potrebbero valorizzare l’immenso patrimonio artistico, culturale, ambientale, nonché eno-gastronomico che si trova nel Mezzogiorno e, nello specifico, nella nostra Calabria?
Va proprio cambiato il modo di studiare e proporre incentivi e agevolazioni che servono solo a far risparmiare quattrini a imprenditori poco avvezzi a investire in risorse umane ma abili a prendere il massimo dei contributi: ci sono centinaia di aziende in Calabria che crescono ogni giorno e hanno respiro internazionale, eccellenze che guardano alle risorse che già ci sono in casa per valorizzarle e innovare la produzione, ma ce ne sono tantissime altre che sono praticamente abbandonate, strozzate dalle banche e dalle tasse che uno Stato impietoso pretende soprattutto da chi investe e non da chi gioca finanziariamente coi capitali.
Per questo, la sua gradita visita in Calabria potrebbe diventare un buon punto di partenza: col Presidente Oliverio parlerà dei fondi comunitari. Si faccia dire quanti soldi comunitari inutilizzati sono stati rispediti al mittente, quanto la burocrazia opprime e deprime i giovani che provano a diventare imprenditori di se stessi, quanto le lungaggini delle carte, bollate e non, facciano morire le aziende prima ancora che muovano i primi passi e impediscano la nascita di nuove. Il Presidente Oliverio le dirà che si stanno facendo tante cose per creare occupazione e sviluppo: gli proponga di abolire gi aspetti burocratici (ovviamente nel totale rispetto della legalità) che vincolano e soffocano qualsiasi iniziativa imprenditorialie. La parola d’ordine, caro Ministro del Sud, è opportunità, da legare al superamento – reale!!! – delle pastoie burocratiche che impediscono, quelle sì, qualsiasi intrapresa votata a crescita e sviluppo.
Non serve, ripetiamo, assistenzialismo, occorre la volontà d capire e di mettere in atto una politica per il lavoro, per i giovani, per le donne. Diversamente, ci perdoni la franchezza, risulta lecito pensare che del suo Ministero il Mezzogiorno può fare benissimo a meno. (Santo Strati)
1° agosto – Le anticipazioni del Rapporto Svimez 2018 forniscono un dato positivo per la Calabria: Nel Mezzogiorno è la regione che nel periodo 2015-2017 ha fatto segnare la più significativa accelerazione della crescita.
«Sono state soprattutto le costruzioni – si legge nelle note della Svimez – a trainare la ripresa (+12% nel triennio), grazie anche alle opere pubbliche realizzate con i fondi europei, seguite dall’agricoltura (+7,9%) e dall’industria in senso stretto (+6,9%). Molto più modesto nell’ultimo triennio l’andamento dei servizi (+2,9%)».
Nelle anticipazioni si afferma, inoltre, che «nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania sono state le regioni meridionali che hanno fatto registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +2%, +1,9% e +1,8%. Si tratta, comunque, di variazioni del PIL più contenute rispetto alle regioni del Centro-Nord, se si considera il +2,6% della Valle d’Aosta, il +2,5% del Trentino Alto Adige e il +2,2% della Lombardia».
Secondo quanto dichiara il Presidente Svimez, Adriano Giannola, «Con la frenata seppur ancora lieve dell’economia le prospettive per il Sud peggiorano. Per ora tutto tiene, ma i dati che iniziano a circolare sul rallentamento della crescita preoccupano, anche perché il Mezzogiorno continua a portarsi dietro tutte le sue arretratezze».
«il recupero che c’è stato negli ultimi due anni – dice il Presidente Giannola – rischia di saltare nella ‘stagione dell’incertezza’, come definisce la Svimez gli anni che stiamo vivendo. SI potrebbe addirittura prevedere una “grande frenata” visto che «si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud»,
«Certo il Mezzogiorno non è tutto uguale – ha detto Giannola – ci sono regioni che hanno fatto meglio, come Campania e Calabria, ma ce ne sono altre, la Sicilia, che sta andando particolarmente male. E se gli investimenti privati sono ripresi nel 2017 (+3,9%) superando anche quelli del Centro Nord anche se di pochissimo, gli investimenti fissi lordi sembrano essersi fermati, mentre la spesa pubblica s’è dimenticata del Mezzogiorno (tra il 2008 e il 2017 è scesa del 7,1% al Sud, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese)».(rrm)
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