L’OPINIONE / Raffaele Malito: Elly Schlein ha portato una ventata di freschezza al Pd

di RAFFAELE MALITOChe cosa c’è in Elly Schlein del socialismo, della sua storia, dei grandi temi, delle tante proposte di ammodernamento del sistema politico-istituzionale, delle grandi riforme sociali della sanità universalistica, dei diritti e della dignità  nel posto di lavoro, della difesa dell’ambiente e del patrimonio artistico-architettonico, del superamento di vecchie storture e di barriere etiche che impedivano alle donne di decidere sulla propria vita,  del riformismo, insomma, stella polare, del Psi?

È l’interrogativo che ha posto Sergio Dragone, sciogliendo, con grande generosità, in senso sostanzialmente positivo, il dilemma. Se la nuova segretaria del Pd dovesse recuperare, e farne i temi centrali del suo progetto politico-ideologico, le grandi questioni che hanno caratterizzato, negli anni, l’azione politica del Psi, la risposta all’interrogativo posto da Dragone sarebbe giustificata e coerente.

I temi, assunti da Schlein – sostiene Dragone – come patrimonio del proprio programma politico, sono presenti, come idee-guida, nel Pantheon dei grandi e storici dirigenti socialisti: il nonno, il senatore Agostino Viviani, artefice della legge sull’interruzione della gravidanza, la 104, e la tutela sociale della maternità; l’eliminazione del sistema  sanitario mutualistico per quello universalistico  con il ministro Aldo Aniasi, preceduta da  quella contro la poliomelite, autentica battaglia di civiltà vinta dal ministro della sanità, Giacomo Mancini che si ripeté, da ministro dei Lavori Pubblici, impedendo lo scempio della valle dei Templi e dell’Appia Antica; in tema della difesa  dei diritti e della dignità dei lavoratori, lo Statuto con l’art. 18, punto di grandi controversie  politiche e di scioperi, pensato e approvato da Giacomo Brodolini e Gino Giugni; Infine, per le battaglie storiche delle donne di cui la segretaria del Pd si dichiara leader femminista, il Pantheon socialista ne ricorda alcune protagoniste storiche: da Anna Kuliscioff a Anna Maria Mozzoni, la scrittrice Anna Franchi, la poetessa Ada Negri, Angelica Balabanoff, Lina Merlin che lega il suo nome all’abolizione della legge che consentiva  l’inciviltà della prostituzione  nelle case chiuse.                                                                                                                                         

Il socialismo è stato riformismo proiettato sul presente per cambiare storie storte della società civile, il sistema vecchio dei diritti personali e collettivi, gli assetti economici  arretrati, lo stesso sistema politico-istituzionale ma anche, e sempre, con lo sguardo proiettato sul futuro: in questo senso andava, già nel 1979, Bettino Craxi, quando aveva richiamato l’attenzione della classe politica  proponendo,  con la Grande Riforma, l’esigenza di un cambiamento del sistema politico-istituzionale: radicale, necessario per un’efficiente capacità di governo del Paese. Questione  affrontata a più riprese, con il totale fallimento dei propositi, da varie commissioni parlamentari, quella di Bozzi, di De Mita e l’ultima, bicamerale, di D’Alema.

Il socialismo è dunque riformismo. Che  richiama un filone culturale oltre che politico con il fine di aprirsi al mondo, alla società e ai temi della trasformazione  in ogni settore: dalla scuola alla sanità, dalla ricerca scientifica  alla tutela dell’ambiente fino allo sviluppo sostenibile. 

Quanti dei grandi temi che sono stati il patrimonio del riformismo socialista possono essere assunti -o far parte- del progetto politico-programmatico di Elly Schlein, è impossibile, al momento, e forse, anche nel futuro, prevedere. Di sicuro la nuova segretaria del Pd, un partito al rischio di estinzione, ha portato un ventata di freschezza e di vitalità, di emozioni, che erano spente, di partecipazione che latitava, negli iscritti e  negli elettori astenuti, perché giovane e, soprattutto, perché donna mentre a governare il Paese è un’altra donna.

L’onda travolgente di Elly Schlein sembra essere arrivata proprio a purificare  il partito dalle  sue recenti infezioni: perdita d’identità della sinistra, eccesso di governismo. Oggi il Pd sembra voler cominciare un’altra storia ed  emanciparsi persino dal suo atto fondativo: il manifesto riformista del Lingotto con la vocazione maggioritaria. Manifesta, tuttavia,  uno spirito di apertura e di accoglienza, dando valore a tutte le culture fondative del Pd, socialisti, cattolici democratici, laici liberali, ecologisti, cristiano-sociali, con richiami a pietre miliari identitarie, come “stare dalla parte di chi fa fatica”.

Parla di un mix di giustizia sociale e giustizia climatica riprendendo il magistero di Papa Francesco sull’economia integrale, rilancia le parole d’ordine della difesa della Costituzione, della sanità e del lavoro. Ma il programma del Pd, in questo momento, sembra una rimasticatura di luoghi comuni. Principi  alti e, magari, condivisibili, sostenuti  da strumenti superati e inadeguati: la difesa della Costituzione che non è in pericolo, la sanità che non  è a pezzi nella sua efficacia, ma deve essere sostenuta con nuovi investimenti che la rendano più efficiente, più pronta rispetto alla domanda dei cittadini. Schlein è stata europarlamentare  ma dimentica che c’è una bandiera da impugnare che è quella della ratifica e, poi, dell’adozione del Mes a cui è possibile accedere, con una dotazione di 37 miliardi da destinare a interventi nel sistema sanitario: ecco un tema sul quale sfidare il governo Meloni.

Ma non ne parla. Sul tema del lavoro propone una battaglia su questioni giuste ma che non affrontano gli assetti economico-sociali strutturali. Il salario minimo è un dato di civiltà,  una misura sacrosanta anche per non fare restare indietro l’Italia rispetto ai parametri europei, così come la tutela dei rider per aggredire  il tema dell’occupazione.  Ma l’idea di proibire l’adozione dei contratti a termine rivela una concezione rigida del mercato del lavoro, immaginato solo come lavoro impiegatizio, modello pubblico. 

Lontana, dunque, dal modo in cui sono evolute le dinamiche sociali in un sistema del lavoro fondato sul terziario avanzato. Infatti non una sola parola è dedicata da Schlein al mondo delle partite Iva, considerate  una deviazione dall’ideologia dominante a sinistra. Ignorata è anche l’idea che la riforma del mercato passa dalle misure a sostegno dell’occupazione femminile, visto il gap occupazionale intrecciato con il gap di genere. Insomma il mondo reale sembra estraneo alla narrativa  di un Pd schiacciato a sinistra, ancor più nettamente con i condizionamenti determinati dall’arrivo della sinistra-sinistra di art. 1. Nessuna parola sulle imprese che – non si può negare – sono i soggetti  senza i quali non c’è creazione di ricchezza e di nuovi lavori.

Nessun accenno sui settori strategici dell’economia italiana  sui quali il governo è chiamato a rispondere, mentre il Pd s’interroga sui problemi identitari, puntando tutto, o quasi, sull’attrattività delle fasce disagiate. Il rischio è, così, di imboccare le ristrettezze del socialpopulismo e di subire il condizionamento  del ribellismo dei Cinque Stelle con la difesa acritica del reddito di cittadinanza.     

Il compito che ha di fronte la nuova segretaria e, con lei, l’intero Pd, è d’ immensa responsabilità perché si tratta di dare alla sinistra una strategia e una prospettiva politica  vincente per il governo del Paese. Per ridare al Pd la credibilità e il sostegno della maggioranza degli italiani, occorre ripensare  e rifondare la sinistra, riprendendo il filone culturale e politico del riformismo e la conquista graduale degli obiettivi di ammodernamento del Paese.  

In questo senso  si è speso Aldo Schiavone con il saggio che porta proprio il titolo Sinistra, affrontando il tema del cambiamento e del rinnovamento della sinistra, dopo le mutazioni sociali ed economiche, con nuove idee in grado di riempire il vuoto  di pensiero del tempo che viviamo. Con il tentativo, cioè, di ovviare alla fine della età del  lavoro e, di conseguenza, del socialismo  e dei fatti prodotti dalla svolta del tecno-capitalismo, senza ricorrere a  una serie di piccoli sotterfugi di espedienti, per rimanere a galla.     

«Se la lotta di classe è finita – scrive Schiavone – bisogna allora cambiare la classe cui appoggiarsi, non più gli operai ma gli emarginati, gli sfruttati, i senza lavoro,  gli immigrati di ultima generazione oppure sostituire il genere alla classe. Oppure mettere i diritti di libertà al posto dei diritti sociali. 

Il precariato contro cui dobbiamo fare i conti è fluido, sparso, diffuso, sminuzzato e il nuovo capitalismo se la gioca soprattutto con la tecnica che è incorporea: le merci digitali ma anche quelle materiali viaggiano oltre e sopra i confini, stabiliscono un mercato in cui il lavoro dell’operaio è marginale e probabilmente destinato scomparire sostituito dalle macchine governate dall’intelligenza artificiale, ristretta nel mani di pochi gruppi, più potenti di singoli Stati.                                                                                                           

Ognuno di questi “brandelli del nuovo mondo”, afferma Schiavone, merita ovviamente l’attenzione e il favore della sinistra. Ma nessuno di loro può sostituire l’utopia – e siamo al tema centrale di questa nota – del socialismo, diventare un nuovo sol dell’avvenire, se  non è sorretto da un  pensiero, da un progetto di cambiamento che unifichi l’universo frammentato dei nuovi lavori determinati dalla digitalizzazione, dalla tecnica e dall’intelligenza artificiale  fornendogli un cemento ideale, un consenso di massa e le armi della lotta politica.

Di tutto questo, la  nuova classe dirigente del Pd  ancora non parla. La nuova segretaria l’ha riunita-tutta- attorno a sé, coinvolgendo anche i vituperati capobastone, capicorrente, i cacicchi, perché, in questa fase, ha bisogno di tutti per ridare vita a un partito che era in via di estinzione. E per i grandi progetti e le grandi ambizioni di cambiamento, se ci saranno, occorre aspettare. Occorre una nuova, radicale visione.Non è il momento di stabilire se e quando  ritornerà, in forme nuove, l’utopia del socialismo. (rm)

Cinque calabresi nella nuova direzione nazionale del Partito Democratico

Sono la catanzarese Jasmine Cristallo, ex portavoce delle Sardine, Maria Locanto, il consigliere regionale Raffaele Mammoliti e la già parlamentare Enza Bruno Bossio i quattro nuovi membri della direzione nazionale del PD.

La loro entrata è avvenuta nel corso dell’Assemblea nazionale svoltasi a Roma, in cui Elly Schlein è stata proclamata, ufficialmente, segretaria del partito.

«Molti mettevano in discussione la sopravvivenza stessa del PD. Ma hanno perso a scommettere contro il Partito Democratico. Siamo ancora qui, più forti, più uniti», ha detto la segretaria all’Assemblea.

«Grazie al Partito Democratico e in particolare a Paola De Micheli – ha scritto su FB Enza Bruno Bossio – per la mia elezione nella Direzione Nazionale PD. Con la guida di Elly Schlein, prima donna segretaria, si apre una fase importante, inedita nella vita politica del nostro partito, alla quale spero di poter dare anche il mio piccolo contributo. Con la forza della Comunità!».

«Comincia una nuova esaltante esperienza! – ha scritto Mammoliti –. Sono lieto di far parte della Direzione del PD nazionale con Elly Schlein Segretaria Nazionale e Stefano Bonaccini Presidente Assemblea Nazionale. Era da molto tempo che non si respirava questo clima nel PD: unitario e ricco di entusiasmo!».

«Farò del mio meglio per dare una mano alla grande comunità democratica che si è rimessa in cammino.Grazie Elly Schlein», ha scritto Maria Locanto.

«Un nuovo inizio – ha scritto Nicola Irto, segretario regionale del PD in Calabria –. Con Elly Schlein segretaria del Partito Democratico. Oggi (domenica ndr), all’assemblea nazionale, ripartiamo con una nuova prospettiva unitaria, per una comunità che guarda alle persone e all’ambiente».

«E – ha aggiunto – consapevoli di dover contribuire in prima persona al cambiamento. In quest’epoca storica, con una guerra ai confini dell’Europa e di fronte all’indifferenza per chi cerca salvezza sulle nostre coste, siamo chiamati a rispondere con il valore dell’umanità».
«È necessario agire insieme – ha ribadito – per una nuova prospettiva politica del Paese, dai diritti sanciti nella nostra Costituzione sulla giustizia, sull’uguaglianza sociale e di genere. Attraverso un dialogo continuo con l’Europa, per la prospettiva ecologica, dell’istruzione e del lavoro. E faremo una grande battaglia politica contro l’autonomia differenziata».
«Con un pensiero a Bruno Astorre e Daniele Nucera – ha concluso – che abbiamo sentito vicini in questa domenica di festa.
Con la forza della comunità per le persone, per il pianeta. Auguri di cuore a Elly Schlein, e a tutte le democratiche e democratici!». (rrm)

Elly Schlein e il socialismo italiano

di SERGIO DRAGONEMa siamo così sicuri che nel pensiero e nelle linee di Elly Schlein non ci siano tracce di socialismo? Siamo così sicuri che nel nuovo PD ellyano – che brutto neologismo, lo ammetto – non ci sia spazio per le componenti riformiste, libertarie e garantiste?

Io non ne sono così sicuro e anzi registro una significativa sovrapposizione tematica e ideologica su alcuni punti-chiave della mozione presentata (e vincente) della ragazza con lo zainetto: difesa dei diritti civili, lotta alle disuguaglianze, dignità del lavoro, difesa dell’ambiente. In altre parole, tutto il bagaglio ideologico del socialismo italiano.

Su questo tema ho discusso più volte in queste ultime settimane con due esponenti di rilievo del PD calabrese, entrambi di ispirazione socialista, che si sono schierati nelle primarie con Stefano Bonaccini ritenuto, a torto o a ragione, più vicino alle idee e ai valori del riformismo italiano: Giacomo Mancini, già deputato e nipote del leader del PSI, e Michele Drosi, presidente del PD della provincia di Catanzaro e autore di saggi politici, l’ultimo dei quali dedicato proprio al futuro del Partito Democratico.

Ma veniamo al nocciolo della questione. Proviamo un attimo a capire cosa ancora resta di vitale della cultura socialista nello Schlein-pensiero. 

Non voglio ridurre il tutto ad una questione di dna, ricordando che il nonno materno di Elly, l’avvocato Agostino Viviani, è stato un partigiano e convinto antifascista, senatore del PSI per due legislature dal 1972 al 1979, amico e compagno di Lelio Basso. Anche se appare utile sottolineare che Viviani è stato una personalità di rilievo del socialismo e che durante la sua presidenza della Commissione Giustizia del Senato fu approvata la legge per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, nota come “la 194”.

Fu anche il primo a proporre un disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, sollevando all’epoca vivaci polemiche.

Lasciamo da parte il dna e tentiamo una comparazione, sia pure non facile, tra quello che la Schlein dice e alcuni pilastri del pensiero socialista contemporaneo.

Elly parla nel suo programma di lotta alle diseguaglianze che «in questi anni di crisi hanno raggiunto livelli spaventosi», di «fortissima concentrazione della ricchezza in poche mani», di «divari salariali, occupazionali e pensionistici che colpiscono le donne».

Ma sono gli stessi, identici concetti che animarono, ai primi del Novecento, i socialisti italiani che favorirono la nascita delle società di mutuo soccorso, delle casse mutue volontarie, delle leghe, delle mense popolari, per contrastare diseguaglianze, povertà, analfabetismo e malattie.

Elly parla, nella sua mozione, di un «grande investimento nella sanità pubblica e universalistica, difendendola dagli attacchi di chi la vuole tagliare e privatizzare» e di un «servizio sanitario nazionale a rischio». 

E chi più dei socialisti ha difeso la sanità pubblica? Ricordiamo Giacomo Mancini che, da ministro della sanità, debellò la poliomielite con una straordinaria campagna di vaccinazione. O Aldo Aniasi, il ministro a cui si deve la creazione del Servizio Sanitario Nazionale e l’eliminazione del vecchio sistema mutualistico.

Elly parla di garantire a tutti «pari opportunità e diritti di accesso a un’istruzione di qualità» e dell’esigenza di «un grande investimento sull’educazione dell’infanzia che contrasti da principio le diseguaglianze e la povertà educativa e supporti le famiglie nella conciliazione tempi di vita e lavoro».

Nel 1904 furono o socialisti ad ottenere che l’obbligo scolastico fosse portato a 12 anni. Un esercito di maestri socialisti, come narra De Amicis, portò istruzione e cultura a milioni di ragazzi italiani. Nel 1962 venne istituita la scuola media unificata, una delle condizioni poste dal PSI per entrare a fare parte di un governo di centrosinistra con la Dc.

Elly parla di lotta al lavoro precario e dell’esigenza di alzare il salario medio annuale reale. «Non basta creare nuova occupazione – dice – bisogna che sia di qualità e che assicuri un’esistenza libera e dignitosa alle persone».

In campo di difesa dei lavoratori, non c’è partito che possa storicamente superare i socialisti, con riforme storiche come quella della sicurezza sociale varata da Giacomo Brodolini e lo Statuto dei lavoratori pensato dallo stesso Brodolini e da Gino Giugni.

Elly parla di diritti civili e a me viene in mente, da subito, la grande battaglia socialista per l’approvazione della legge sul divorzio firmata da Loris Fortuna, confermata nel referendum del 1974. Ma senza dimenticare le orgogliose battaglie condotte da Giacomo Mancini sul piano del garantismo e della difesa della libertà di pensiero ed espressione.

Infine, l’ambiente e la tutela del territorio e qui torna ancora in ballo Giacomo Mancini con le sue memorabili battaglie per difendere la valle dei Templi e l’Appia Antica dalla speculazione edilizia.

Elly si dichiara non una leader donna, ma una leader femminista. La storia del socialismo italiano è lastricata di donne che si sono battute per l’emancipazione femminile, da Anna Kuliscioff ad Anna Maria Mozzoni, dalla scrittrice Anna Franchi alla poetessa Ada Negri, da Argentina Altobelli ad Angelica Balabanoff, fino a Lina Merlin.

E allora, siamo davvero sicuri che di socialismo non ci sia nulla nella proposta politica di Elly Schlein?

Certo, oggi il socialismo classico è in forte declino, ma i suoi valori fondanti restano vitali e attuali. Tocca alle nuove generazioni rinvigorire questa “civiltà politica”, adeguarla alle sfide sempre più ardue e delicati che la crisi climatica, l’avvento di tecnologie sempre più sofisticate, le migrazioni, impongono.

Resto del parere che la leadership della ragazza con lo zainetto deve essere verificata sul campo e ammetto che esiste un rischio di marginalizzazione identitaria per il nuovo PD.

Ma vedo contemporaneamente grandi potenzialità, enormi margini di crescita di consenso e concrete possibilità di intercettare i bisogni di una larga parte dell’elettorato progressista. Il bagaglio socialista potrebbe tornarle molto utile. (sd)

[Sergio Dragone è giornalista e già fondatore del Circolo “Willy Brandt]

Pd Calabria: Inaccettabile atteggiamento del cdx sull’autonomia

Il gruppo del Pd in Consiglio regionale ha definito «inaccettabile l’atteggiamento del centrodestra sull’autonomia differenziata», tema che sarà discusso nella seduta di venerdì 10 marzo. 

«Avevamo più volte chiesto la convocazione di un Consiglio regionale ad hoc – hanno spiegato – per discutere dell’autonomia differenziata sulla quale il governo nazionale ha impresso un’incomprensibile accelerazione e che, per come progettata dal decreto Calderoli, rischia di spaccare in due il Paese».

«Ed invece oggi – prosegue la nota del gruppo Pd – dopo un lungo silenzio la nostra richiesta è stata accolta, ma la discussione è stata prevista già per venerdì prossimo, con un preavviso minimo e non sufficiente a preparare un dibattito così importante. Per di più il confronto sull’autonomia differenziata è stato inserito all’ultimo punto della riunione, quasi a volerne sminuire il significato e l’importanza relegandolo a fine seduta. Davanti a quello che può essere considerato un vero e proprio muro di gomma per non mettere in imbarazzo il presidente Occhiuto che ha dato il suo placet a un provvedimento che penalizza la Regione che presiede, non rimane altro che la mobilitazione di piazza». 

«Come gruppo del Pd – ha spiegato il capogruppo Mimmo Bevacqua – incontreremo nei prossimi giorni le forze sociali e le associazioni tutte per proporre loro una grande manifestazione  pubblica chiamando a raccolta tutti i cittadini che non  vogliono piegarsi a decisioni imposte dall’alto e penalizzanti per il loro futuro». 

«Serve una assunzione di responsabilità collettiva – conclude la nota del Pd – per bloccare un provvedimento che finirà con l’avvantaggiare ancora le Regioni ricche del Nord a discapito delle Regioni meridionali che avrebbero bisogno di ben altra attenzione da parte del governo nazionale costretto a pagare dividendi elettorali alla Lega. Le forze politiche tutte e ogni consigliere regionale devono prendere posizione e con coraggio dire da che parte stanno: se con il progetto di secessione mascherata voluto dalla Lega o dalla parte degli interessi reali della Comunità che li ha eletti». (rrc)

Bevacqua (PD): Voto non contrario ad autonomia di Occhiuto fatto gravissimo

Mimmo Bevacqua, capogruppo del PD in Consiglio regionale, ha chiesto la convocazione immediata del Consiglio regionale, a seguito della decisione del presidente della Regione, Roberto Occhiuto, di non dare parere contrario all’autonomia differenziata nella Conferenza delle Regioni.

«Ci eravamo illusi – ha spiegato – che i dubbi espressi dallo stesso Occhiuto nelle scorse settimane si trasformassero in un voto chiaro a favore della nostra terra e dell’unità nazionale (come hanno fatto Campania, Puglia, Emilia Romagna, Toscana): e, invece, si è allineato a una operazione che mira a spaccare le istituzioni e il Paese e ad accondiscendere ai desideri della peggiore propaganda leghista. Si tratta di un atto inaccettabile. Se il governo Meloni vuole andare avanti su questa strada scellerata a colpi di maggioranza, Occhiuto deve ricordare di essere stato eletto dai calabresi: per rappresentarne interessi, non per affossarli».

«Venga in Consiglio – ha concluso Bevacqua – e ci spieghi le ragioni di una decisione che appare davvero incomprensibile; e dia a tutti i consiglieri la possibilità di interloquire e di dire la loro. Che ognuno si assuma le proprie responsabilità alla luce del sole e nella sede appropriata». (rrc)

 

La sindaca di Borgia Elisabeth Sacco eletta componente dell’Assemblea nazionale del PD

Elisabeth Sacco, sindaca di Borgia, è stata eletta componente dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico.

Grande soddisfazione è stata espressa dalla Direzione PD di Borgia, che ha ringraziato «gli elettori che si sono recati a votare e che ancora una volta hanno scelto di riporre la loro fiducia nel segretario e sindaco di Borgia Elisabeth Sacco, simbolo di tenacia, di affidabilità e competenza per la sua pluriennale esperienza partitica ed amministrativa».

«Nel suo nuovo incarico – è stato evidenziato – sarà simbolo di garanzia per il Partito Dem calabrese e in modo particolare sarà espressione del collegio 02 che comprende i comuni facenti parte delle province di Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia e che ha scelto a larga maggioranza la mozione rappresentata da Stefano Bonaccini».

«Siamo, altresì sicuri – conclude la nota – che il Segretario Elisabeth Sacco, con il suo prezioso lavoro, contribuirà ad impegnarsi per l’unità e la crescita del Partito, mai per la divisione.  Cogliamo l’occasione per ringraziare i vertici Dem calabresi per aver scommesso sulla figura del nostro Segretario cittadino Elisabeth Sacco e siamo lieti di formulare alla nostra nuova segretaria Elly Schlein i migliori auguri di buon lavoro». (rcz)

 

L’OPINIONE / Giuseppe Romeo: La nuova segreteria trasformerà il PD in un partito del globalismo ipermondialista

di GIUSEPPE ROMEO – Il nuovo corso del PD con tale nuova segreteria sarà tale da ridurre il partito postcomunista e oggi neoliberista, oltre che neoliberale, in un partito del globalismo ipermondialista. Direi che la stessa “formazione” del suo nuovo segretario è la negazione di quella sinistra socialdemocratica occidentale, mai sperimentata compiutamente e onestamente in Italia, che il PCI-PDS-DS-PD ha rinnegato in nome di un progressismo sempre più elitario che poco ha a che fare con la storia stessa del socialismo rivoluzionario.

Questo, perché il PD ha dimostrato di essere null’altro che la versione mistificata di un elitarismo globalista che tenta di affermare, e non di difendere, non la dignità delle diversità, ma la omologazione consumistica di ogni cultura ed esperienza storica promuovendo fluidità strumentali (vendute per conquiste “democratiche”) rivolte a consolidare un potere di pochi. Un potere, quest’ultimo, garantito dall’aver tentato, il PD e le sue leadership, con ogni mezzo di abbattere lo spirito critico di ogni coscienza individuale, di ogni patrimonio di comunità, distruggendo o dileggiando ogni valore che contraddistingue l’umanità e i popoli nella sua e loro diversità, nel suo significato etico.

Una pseudodemocratica intolleranza che farà del PD del nuovo corso la cassa di risonanza italiana di un neototalitarismo ideologico travestito da partito dei meno fortunati considerati, al contrario, questi funzionali al dominio delle oligarchie finanziarie e di genere. Credo che il nuovo simbolo del PD potrebbe benissimo fare a meno di continuare ad avere nel logo anche solo un accenno di tricolore. Il Senso di nazione come appartenenza e NON come nazionalismo non appartiene più a questa nuova formula…

L’indistinto e la mellifluità di comodo caratterizzeranno una nuova era di distruzione di quanto resta dei valori stessi di una comunità, quella italiana, giunta al giro di boa della sua esistenza storica come identità e cultura. Lo stesso Gramsci, oggi condannerebbe tale deriva. (gr)

Bevacqua (PD): Regione chiarisca la nuova posizione del personale di Arsac

«Il governo regionale prenda atto dell’errore e chiarisca immediatamente quale sarà la nuova collocazione ed eventuale inquadramento del personale dipendente Arsac oggi in forza agli impianti di risalita di Camigliatello; le specifiche modalità di un eventuale utilizzo del personale dipendente Arsac  in Ferrovia della Calabria». È quanto ha dichiarato il capogruppo del PD in Consiglio regionale, Mimmo Bevacqua, parlando di un ennesimo «flop del Governo regionale».

«Anche stavolta, purtroppo, avevamo ragione. La prassi del centrodestra di inserire, all’ultimo istante utile, all’interno di leggi omnibus provvedimenti di grande rilievo per la Calabria continua a rivelarsi un boomerang», ha detto Bevacqua, dopo la dura presa di posizione delle organizzazioni sindacali in difesa dei diritti e delle ragioni dei dipendenti impiegati nelle stazioni sciistiche adesso passate alla gestione di Ferrovie della Calabria.

«Le rappresentanze sindacali – prosegue la nota del capogruppo del Pd – dopo aver richiesto invano un incontro al governo regionale sono state ricevute soltanto il 22 febbraio e cioè dopo che le decisioni riguardanti i dipendenti erano già state assunte in Consiglio regionale senza prestare ascolto ai rilievi espressi durante il mio intervento che non sono stati recepiti dalla maggioranza di centrodestra».

«Come rilevato dalla nota delle rappresentanze sindacali – ha continuato Bevacqua – che annunciano lo stato di agitazione presso la stazione di Camigliatello, la modifica della legge, assunta senza concertazione e in maniera del tutto superficiale, non specifica le finalità che hanno portato alla modifica normativa e non chiarisce in alcun modo la sua sostenibilità economica e finanziaria. Né viene determinato quale sarà il  personale da impiegare agli impianti a fune, considerato, che Ferrovie della Calabria  non ha disponibilità nel suo organico di figure professionali idonee e abilitate al corretto funzionamento dell’impianto, così come imposto dalle  leggi vigenti in materia».

«Nel frattempo – ha concluso Mimmo Bevacqua – il gruppo del Pd esprime la propria solidarietà ai lavoratori e garantisce il massimo impegno per risolvere la vicenda e garantire gli attuali livelli occupazionali». (rrc)

Pd Calabria: La maggioranza sta calpestando il ruolo del Consiglio regionale

Il Pd in Consiglio regionale, ha evidenziato come «con il continuo inserimento di leggi omnibus, questa maggioranza supera ogni limite, calpestando il ruolo del Consiglio regionale».

«Una pessima prassi – per i dem – diventata ormai regola di ogni Consiglio, e cioè quella di presentare in Aula provvedimenti omnibus, cercando di inserirli all’ultimo momento o all’ultimo punto all’ordine del giorno, quando inevitabilmente cala l’attenzione». 

«Ci troviamo così a discutere di modifiche di leggi, anche importanti, in totale superficialità e leggerezza. Basta ricordare il caso della legge istitutiva dell’Azienda Zero, che per ben cinque volte è dovuta tornare in Aula per essere modificata. Un esempio lampante di un’approssimazione legislativa che dovrebbe interrogare il legislatore e credo anche il soggetto che opera modifiche di questo tipo e  dovrebbe chiedere scusa a quest’Aula». 

«È un argomento su cui riflettere presidente Mancuso – prosegue la nota dei consiglieri del Pd – e che ci impone di difendere il ruolo di quest’Aula, perché è davvero inaccettabile che si possa modificare una legge cinque volte nell’arco di un anno. Altro passaggio imbarazzante e esemplificativo di questo modo di operare si è registrato durante i lavori del Consiglio di ieri con la scelta di far passare gli impianti sciistici  dalla gestione Arsac a quella di Ferrovie della Calabria, senza avere il buon senso di ascoltare le sigle dei sindacati regionali che avevano chiesto un incontro per approfondire la questione».

«E, subito dopo, con la stessa superficialità – continua la nota – si è provato a modificare la legge di fusione dei Comuni eliminando le delibere comunali e consentendo solo il referendum consultivo. Di fatto un modo per esautorare i Consigli comunali  e negare loro la possibilità di aderire o meno ai referendum, mortificando così anche il ruolo dei sindaci. Una posizione che va assolutamente rivista e non basta il ritiro degli emendamenti, come annunciato dal presidente Mancuso. Emendamenti che comunque sarebbero stati approvati se non ce ne fossimo accorti, perché era evidente la volontà politica della maggioranza. Leggi importanti come questa, che coinvolgono intere Comunità, meritano i dovuti approfondimenti, la necessaria concertazione con i soggetti interessati e un iter legislativo regolare che valorizzi e rispetti il ruolo delle Commissioni e dell’Assemblea». (rrc)

 

L’OPINIONE / Gregorio Corigliano: Meloni ha vinto per abbandono di campo, e il Pd non è morto

di GREGORIO CORIGLIANOMeloni ha vinto. Ha vinto, secondo me, per abbandono di campo. Che vittoria è quella della Regionali in Lombardia e nel Lazio. Una vittoria con poche persone che hanno votato. Sempre vittoria è mi direte. Non è vero. Un conto è se avessero votato il 51 per cento degli elettori, un conto diverso è con elettori al minimo della storia. Manco negli Stati uniti, dove notoriamente, da sempre, non vota parecchia gente.

E che dire dei votanti Leghisti? Se non ci fosse stato il disegno di legge sulla c.d. devolution  o su quella che si chiama adesso autonomia differenziata, Matteo Salvini avrebbe fischiato alla luna. Non c’è ombra di dubbio. Da qui l’urgenza della Meloni e del Consiglio dei ministri di approvare il disegno di legge Calderoli. Senza questo la presidente del Consiglio avrebbe, come si dice oggi, cannibalizzato l’ex capitano. Invece si è salvato per il rotto della cuffia. Ai leghisti è bastata una promessa per votare il loro leader, che neanche Bossi, pur con la voglia di farlo, è riuscito a scavallare.

E Maroni è passato a miglior vita!  In Lombardia, a parte il candidato sbagliato del Pd, tal Majorino che sarebbe stato meglio chiamare Minorino, il PD avrebbe dovuto convergere sulla Moratti oppure non farla candidare, almeno avrebbe reso più voti. Soprattutto se il pd delle lunghe primarie, asfissianti, avesse trovato un candidato della società civile o avesse convinto il sindaco Sala. Non si può inventare un minorino e per di più all’ultimo istante, pur sapendo che Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia avrebbero sparato a cannonate.

Mentre il Pd, con un mortaretto bagnato. Nel Lazio, come si fa a correre sapendo che c’era la bravissima giornalista del mare, Donatella Bianchi, che comunque Conte, il leader di nulla, ha sbagliato a candidare. Non avrebbe dovuto. E non solo perché la scelta era stata fatta prima, ma perchè era stato scelto un candidato di esperienza politica e amministrativa riconosciuta.

Il Pd ha perso? Ha perso, è scontato. Ma ha vinto. E non perché abbia surclassato i Cinque stelle o il duo fasano Renzi-Calenda. Ha vinto proprio perché andato oltre ogni aspettativa degli stessi democratici. È al 20 per cento! Che, nelle condizioni date, è stato il miglior risultato possibile. Nonostante l’impegno di Letta a perdere. Quanti anni luce sono passati da quando si è dimesso? Ed ancora è qui, anzi e lì, pur bravissimo e di livello alto, a far danni! Come si fa a farlo ancora parlare, pur sapendo che non ha più le phisique du role? Per restare in Calabria, come si fa a dire che Oliverio, che non affascina più, non è del Pd, solo perché aveva presentato un’altra lista. La verità è che fin quando non arriva fine mese, e non avranno votato anche i non iscritti, il Pd non c’è. E pur non essendoci non è morto. Vedremo se vincerà il vecchio partito con Bonaccini, persona per bene, indiscutibilmente, ma sostenuto da tutto il vecchio armamentario oppure Elly Schlein che,pur avendo alle spalle Franceschini, che da tempo ha fatto il suo tempo, per non dire altro, raccoglie, pare i consensi di chi è fuori dalle logiche incomprensibili, oggi, del partito. La accusano di essere fluid. Ma chissenefrega. 

È ben vista, è capace, può creare un nuovo centro sinistra in grado di duellare coni fratelli d’Italia? Ed allora ben venga. Di Conte, che ancor è lì, non pensiamo il bene possibile, vive in un movimento che non si farà mai partito, perchè è bollato dalla nascita. E il duo Fasano? Non canta anzi non ha mai cantato e suonato bene: Renzi e Calenda non hanno fatto centro, anzi. Se Renzi sorride perché ha il fascino che tutti i partiti, o quasi, gli riconoscono, cosa diversa è per Calenda che si è alzato un mattino ed ha fondato un partito, con buona pace di quanti si sono arruolati, sperando di trarne vantaggio.

Solo per questo, diciamo la verità. I dirigenti fidavano sul successo di Azione, solo per conquistare un posto in Parlamento, non per fare politica. Da consiglieri regionali, che sono rimasti a destra-destra, e quanti non sono stati neanche rieletti consiglieri comunali. Non avrà futuro, detto oggi, la fusione, non per incorporazione, ma propriamente detta, tra Italia Viva ed Azione, che non agisce. E se si pensasse, tutti insieme, i tre partiti (!) della Misericordia, di farne uno come si deve?

È che ognuno, poco o niente, vuole contare da solo e non con gli altri. La fusione farebbe sparire le velleità singole – ed una finestrella al Tg1, ancora per poco- in favore di un raggruppamento nuovo in grado di fidelizzare quanti non stano con la Meloni. E non sono pochi credo. (gc)