E I GIOVANI INDUSTRIALI BATTONO I PUGNI
IL GOVERNO S’IMPEGNI SUL PNRR AL SUD

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria è, letteralmente, a un bivio. Una posizione pericolosa che si sta tirando troppo per le lunghe, da cui se ne potrà uscire solo se si attueranno politiche e interventi concreti, lontani dai soliti slogan ‘faremo’ e dalle solite frasi di circostanza a ricordare quanto è bella e martoriata la Calabria.

Di quello, i calabresi non ne hanno bisogno né c’è bisogno di ricordarlo. Quello di cui hanno bisogno, invece, è «un impegno formale verso un vero rilancio del Mezzogiorno», che è stato chiesto dai Giovani Industriali al viceministro alle Infrastrutture Alessandro Morelli, incontrato nei giorni scorsi nella sede di Confindustria Reggio Calabria.

Alessandro Morelli con Giuseppe Pizzichemi e Umberto Barreca
Il viceministro Alessandro Morelli tra Giuseppe Pizzichemi e Umberto Barreca

Un incontro, quello avvenuto nel Salone di Confindustria a Reggio Calabria, dove il presidente del Gruppo giovani imprenditori di Confindustria Reggio Calabria, Giuseppe Pizzichemi, e il presidente Giovani imprenditori di Unindustria Calabria, Umberto Barreca, si sono confrontati sulle problematiche del territorio reggino, con specifico riferimento alle infrastrutture, e le possibilità offerte dalle risorse del Pnrr.

Il presidente Pizzichemi, dopo aver ricordato del convegno di Tropea dove «abbiamo ascoltato attentamente le sue parole percependo concretezza e la visione di come si vuol far cambiare marcia al nostro paese», ha elencato le principale sfide da affrontare e i temi da risolvere se si vuole davvero pensare ad un riscatto per la Calabria.

«Il Pnrr – ha spiegato il presidente dei Giovani Industriali – rappresenta un’opportunità unica, da cogliere al volo con la specifica intenzione di affrontare le numerose problematiche che il nostro territorio soffre da tanti anni. In Calabria i trasporti sono ridotti all’osso, le strade sono vecchie e pericolose, basti pensare alla s.s. 106 soprannominata ‘strada della morte’. Servono infrastrutture moderne, e il cambio di passo deve coinvolgere anche il sistema portuale e aeroportuale».

«Riteniamo necessario – ha evidenziato Pizzichemi – il superamento del codice degli appalti. Esiste un modello europeo molto più snello ed efficiente, che garantisce trasparenza, competitività e legalità. Transizione ecologica e rivoluzione verde non sono temi strettamente legati al suo Ministero ma fanno parte di percorsi comunque vicini ai processi dei trasporti e delle infrastrutture e che riteniamo essenziali. Importante anche lo sviluppo delle zone industriali, che immaginiamo come veri e propri ‘distretti smart’ capaci di ridurre il gap che ci separa dal resto del paese».

Pizzichemi, infine, ha sintetizzato al vice Ministro Morelli quali sono le volontà, e le speranze, del gruppo dei giovani industriali reggini.

«Serve una vera e propria rivoluzione – ha proseguito – il paziente è ormai moribondo. La Calabria necessita di politiche coraggiose e innovative, il momento per metterle in pratica è adesso. Noi ci siamo e continueremo a combattere per questo bellissimo territorio. Caro vice Ministro, è la nostra ultima occasione di riscatto e sviluppo».

Il vice Ministro, dopo aver ascoltato l’intervento del Presidente del Gruppo giovani imprenditori di Confindustria Reggio Calabria, ha assicurato l’impegno del Governo e del Ministero delle Infrastrutture per quanto concerne le emergenze da risolvere per il rilancio del Sud, illustrando quanto già fatto in questi anni e gli obiettivi da realizzare nel prossimo futuro. (ams)

IL PNRR E LE SEI MISSION PER LA CALABRIA
LE INFRASTRUTTURE, IL PRIMO OBIETTIVO

di NINO LIOTTA – Le infrastrutture, tradizionale volano di crescita in virtù degli investimenti che sono in grado di generare, sono destinate a ricoprire un ruolo centrale nella strategia di ripresa delineata in risposta alla pandemia. Non è quindi casuale che rappresentino una delle sei “missioni” individuate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). I 25,4 miliardi messi a disposizione dall’Europa, informa il sito Italia Domani, puntano a creare entro cinque anni strade, ferrovie, porti e aeroporti più moderni e sostenibili in tutto il paese.
Per la Calabria, lo sforzo si dovrebbe tradurre in sostanza nell’avvio dei primi lotti della linea ferroviaria ad alta velocità Salerno-Reggio Calabria, i cui cantieri dovrebbero concludersi nel 2030 con un costo complessivo stimato in 9,4 miliardi. A regime l’opera dovrebbe consentire tempi di viaggio inferiori di 80 minuti rispetto agli attuali, oltre a migliorare sensibilmente l’integrazione con i collegamenti ferroviari e stradali regionali e con il porto di Gioia Tauro. Un programma dal forte impatto, che potrà contare anche sulle ulteriori risorse nazionali del fondo complementare (previsto per le infrastrutture da completare dopo il 2026, data limite del PNRR) e su quelle europee dei vari fondi strutturali e di coesione territoriale.

Personalmente, nutro la forte speranza che sia finalmente la volta buona per vedere progetti sulla carta trasformarsi in realtà, secondo un disegno complessivo dalle risorse certe e dai tempi ragionevolmente definiti. Ne ha un bisogno vitale la nostra Calabria, che come le altre regioni del Mezzogiorno e persino del Centro Italia, accusa divari territoriali ormai storici. Lo ha ribadito un recente studio della Banca d’Italia, mettendo in luce come i minori investimenti pubblici per un punto e mezzo di PIL negli ultimi 10 anni abbiano finito per penalizzare le aree del paese più arretrate, con un impatto inevitabile anche sulla vitalità delle attività economiche, che devono fare affidamento su reti di trasporto efficienti. Chiudere i divide territoriali rappresenta, oggi più che mai, una priorità assoluta. È una consapevolezza presente anche nel decreto-legge licenziato nei giorni scorsi, che rende disponibile un fondo di perequazione da 4,6 miliardi per correggere gli squilibri. Una decisione che va accolta positivamente, non vi è dubbio, anche se occorrerà comprendere se ed in quale misura la mole di investimenti destinati al Sud nei prossimi anni riuscirà a fare recuperare il gap accumulato in decenni nei confronti delle aree più avanzate del paese.
Ad ogni modo, è essenziale che la Calabria si prepari a fare la propria parte. È importante fare sentire la propria voce ai tavoli istituzionali, mettendo in campo al tempo stesso la determinazione necessaria ad affrontare alcune criticità nei trasporti che a mio avviso non si possono ulteriormente trascinare.

Mi riferisco, in particolare, alla gravissima situazione in cui versa l’aeroporto di Reggio Calabria: basta visitarne il sito internet per misurarne la perifericità, con un piano da appena tre voli che si ridurrà ulteriormente con la cessazione delle attività di Alitalia.
Il rischio concreto, purtroppo già sotto i nostri occhi, è la completa desertificazione dell’aeroporto: un epilogo francamente inaccettabile! Da reggino, impegnato politicamente, intendo non soltanto farmi portavoce di un territorio umiliato, ma combattere una battaglia per dare a Reggio uno scalo degno di tale nome. Servono investimenti cospicui e definiti da piani di sviluppo, assenti da decenni ancorché promessi e financo calendarizzati, per renderlo più moderno, attrattivo, collegato, integrato nelle rotte internazionali. Non si tratta di creare un dualismo con Lamezia, che non avrebbe ragione di esistere, quanto di ragionare in termini di marketing territoriale e delle politiche necessarie per aumentare il tasso di attrattività, a cominciare dalle compagnie aeree che dovrebbero insediarsi al Minniti, come è già successo per numerosi altri scali italiani, anche del Sud.

Vi è forse traccia di tutto questo nel piano industriale della SACAL, la società che gestisce gli scali calabresi? Sarebbe interessante saperlo, ma si tratta di una vera e propria missione impossibile, perché il piano non è pubblico! Una scelta incomprensibile, che suona come uno schiaffo per tutti i calabresi che amano la trasparenza e vorrebbero conoscere i contenuti di quel piano per poterli discutere liberamente. In attesa di un ripensamento quanto mai dovuto ed opportuno da parte di SACAL, è bene mettere in chiaro che qualsiasi eventuale disegno politico di ridimensionamento del Minniti, giustificato da una supposta limitazione operativa, sarebbe da respingere con la massima fermezza.

Altro discorso merita la Statale 106, asse di collegamento in perenne ammodernamento che penalizza pesantemente in particolar modo la provincia reggina, a causa di una complessiva inadeguatezza dell’arteria stradale rispetto agli standard di sicurezza ed ai flussi di traffico. Proprio queste criticità sono al centro degli interventi affidati al commissario straordinario Simonini, che implementerà un piano da oltre 3 miliardi di risorse complessive. Vedremo quando, finalmente, la Jonica smetterà di essere un problema.
Infine, e con adeguati e precisi parametri di valutazione, forte attenzione dovrà essere posta al ponte sullo Stretto. Lo si potrebbe definire un grande classico italiano degli ultimi 50 anni, assimilabile ad un fiume carsico che emerge in superficie, prima di tornare nuovamente a scorrere sottoterra, a seconda dei governi e delle stagioni politiche. Tornato in auge nell’ambito delle valutazioni che si accompagnano ai progetti di alta velocità dei treni in Calabria e Sicilia, per il ponte pare tutt’altro che imminente il tempo delle decisioni. Sarebbe invece opportuno cogliere l’opportunità della campagna elettorale in corso per riprendere il dibattito su un tema di tale complessità, favorendo un confronto nel merito tra sostenitori e critici che non si riduca ad uno scontro pregiudiziale, all’insegna del “ponte sì-ponte no”. Su una premessa così solida, si potrebbe persino immaginare in futuro una consultazione dei cittadini, per conoscerne il pensiero e sondarne gli umori. (nl)

[Nino Liotta è animatore del progetto politico “Elemento Meridione”]

PNRR: PROGETTI DA MEZZO MILIARDO PER
RIFARE PORTI E STAZIONI DELLO STRETTO

dalla REDAZIONE ROMANA – Quali sono i progetti della Regione Calabria per utilizzare i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza? Non si sa nemmeno se è già stato presentato qualcosa, al contrario, la Sicilia sta lavorando sodo e l’Authority dello Stretto, guidata da Mario Mega, ha già predisposto insieme con il Ministero della Mobilità e RFI (Reti Ferroviarie Italiane) una serie di progetti per 490 milioni di euro finalizzati a rifare le stazioni marittime di Messina, Villa San Giovanni e Reggio (i tre porti dell’Authority) e finanziare l’acquisto di nuovi treni. Non si parla di attraversamento stabile dello Stretto, ma di potenziare trasporti e mobilità, sfruttando i quattrini del PNRR.

Naturalmente c’è una evidente paternità politica in tutto ciò, targata CinqueStelle, che può contare sul sottosegretario Giancarlo Cancelleri (che al contrario dei suoi compagni di partito è invece favorevole al Ponte) e sui deputati Francesco D’Uva e Valentina Zafarana che in Sicilia stanno tenendo argine al crollo verticale di consenso che ha colpito il MoVimento. L’insieme dei progetti dell’Authority dello Stretto serve anche a ridare smalto a un’iniziativa politica che sembrava destinata al tramonto e, non a caso, i grillini ne stanno rivendicando il merito per fini elettorali. Una lezione di efficienza che, però, dall’altra parte dello Stretto nessuno minimamente ha pensato di prendere ad esempio.

Non si tratta solo di ridare vita alle stazioni marittime ormai veri cimeli di un tempo andato, ma addirittura di pianificare l’utilizzo in Sicilia dei Frecciarossa che possano collegare più rapidamente (anche se con velocità limitata rispetto alle potenzialità delle motrici) l’isola con Roma e Milano e altri centri del Nord, attraverso il tradizionale traghettamento delle Ferrovie dello Stato. Si parla dell’acquisto di ben 12 Frecciarossa che da Villa San Giovanni proseguirebbero, via traghetto, in Sicilia per arrivare a Siracusa e Palermo. Naturalmente i tempi di imbarco e sbarco andrebbero completamente rivisti  e dimezzati se si vorrà trarre qualche vantaggio dall’utilizzo di treni superveloci.

Secondo quanto ha dichiarato il sottosegretario alle Infrastrutture Cancelleri, «La configurazione con le doppie motrici, lo sgancio rapido in punta e il fatto che sono treni più piccoli permetterà di dimezzare i tempi di imbarco e sbarco: i treni entreranno direttamente nelle navi traghetto e, una volta sbarcati a Messina, prenderanno le due direzioni – Palermo e Siracusa – senza necessità di montare e smontare le carrozze: non è l’alta velocità, la rete ferroviaria resta quella che è, inSicilia, ma il fatto che siano treni nuovi consentirà comunque di raggiungere i 200 km orari».

Resta da capire come faranno a entrare sui traghetti i Frecciarossa (che abitualmente viaggiano in due sezioni da 4 vagoni ciascuna – con 200 posti per ogni sezione) se non segmentando le due sezioni, per occupare i due binari centrali, come avviene attualmente con gli intercity. Dove starebbe il dimezzamento dei tempi, visto che tutte le operazioni di imbarco e sbarco avverrebbero con il solito locomotore diesel che oggi fa, con grande dispendio di tempo, il suo onesto lavoro di aggancio e sgancio? Che l’annuncio abbia molto sapore elettorale risulta evidente, ciò non toglie, però, che almeno, in Sicilia, i progetti ci sono. Il risultato finale non sarà, probabilmente, quello tratteggiato dai grillini, ma l’insieme merita la giusta attenzione.

Si consideri, inoltre, che accanto ai 490 milioni del PNRR bisognerà prevedere anche l’afflusso di altri 60 milioni aggiuntivi destinati a investimenti pubblici per progettare un immenso deposito di GNL (gas naturale liquefatto) che servirà come carburante per le navi e il trasporto su gomma. Insomma c’è, quanto meno, un’idea di programmazione e di pianificazione che i governanti calabresi dovrebbero tentare di imitare, senza lasciarsi affogare dalla becera burocrazia di Germaneto che ha il triste merito di affossare tutto e far rispedire indietro (com’è successo fino ad oggi) i soldi dell’Europa per incapacità di pianificazione e utilizzo degli stessi.

Come saranno destinate le risorse già impegnate? RFI utilizzerà 60 milioni per l’acquisto di tre nuove navi passeggeri per l’attraversamento dello Stretto. Si tratterà di navi ad alimentazione GNL o elettrica. 20 milioni sono destinati, invece, per le navi che traghetteranno i treni. Per le flotte private sono, inoltre, disponibili 35 milioni per rinnovare i mezzi. Per quanto riguarda i traghetti per trasporto ferroviario è prevista l’implementazione della flotta con una nuova nave pronta entro il 2025 ad alimentazione ibrida. La stessa nuova nave Iginia, pronta già a gennaio di quest’anno, subirà interventi di ibridizzazione per un costo di 3 milioni di euro.

Il pacchetto dei progetti è molto articolato: andrà realizzato a Tremestieri, sulla sponda sicula, il terzo approdo, mentre è prevista l’intera rimodulazione delle stazioni marittime di Messina e Villa San Giovanni in modo da offrire un percorso più agevole ai passeggeri in arrivo e in partenza, collegato anche con i mezzi del traghettamento privato. Secondo il presidente dell’Authority dello Stretto Mario Mega la previsione di un deposito costiero di GNL risponde a una logica avveniristica: «Il Gnl è il futuro immediato delle navi merci e di quelle da crociera, che così avrebbero un impianto di rifornimento in sud Italia. Inizialmente sarà rifornito via nave, ma l’obiettivo è che arrivi all’autoalimentazione. Attraverso l’impianto di microliquefazione lo si potrà poi distribuire a terra, per il rifornimento dei mezzi. Sicilia e Sardegna sono le uniche regioni dove non esiste una rete di Gnl, il che non consente ai tir di completare la transizione ecologica. Così, invece, avremmo il primo punto per sviluppare le reti di distribuzione a terra».

I grillini sono ottimisti sui tempi di esecuzione, visto l’obbligo di rispettare la scadenza del 2026. «Abbiamo superato – ha detto il sottosegretario Cancelleri – anche il modello Genova, lavorando ad un pacchetto di norme che consente l’attuazione di questi progetti riconoscendo agli enti attuatori ampi poteri di deroga. Il Tar non potrà più sospendere la gara in presenza di ricorsi, ad esempio: i progetti andranno avanti così come da aggiudicazione e, qualora un’impresa si ritenesse lesa e dimostri di aver ragione, sarà ammessa al risarcimento ma l’opera andrà avanti così come appaltata». Se così sarà, ci saranno indubbiamente vantaggi evidenti anche per Reggio e Villa San Giovanni. Vedremo. (rrm)

SudeFuturi: Servono interventi nazionali per rendere il Sud motore d’Italia

C’è una grande necessità di interventi progettuali nazionali per rendere il Sud motore dell’Italia intera. È su questo che si è incentrata la seconda giornata di SudeFuturi(R)innoviamo il Mezzogiorno, al Castello Ruffo di Scilla e organizzato dalla Fondazione Magna Graecia.

Ad aprire il dibattito, moderato da Paolo Mieli, Paola Bottero e Alessandro Russo, è stato il presidente della Fondazione con il Sud Carlo Borgomeo: «Si sente spesso dire che bisogna investire sulla motrice invece che sull’intero convoglio, sperando che la prima trascini il resto dei vagoni. Credo, invece, che al Paese convenga investire nel Mezzogiorno e che il Sud potrà ripartire quando non ci sarà più un atteggiamento solidaristico, ma la decisione concreta di investire al Sud perché si decide di farlo».

«Si deve, però – ha aggiunto – modificare l’atteggiamento del passato e quindi non ci si può limitare a rivendicare quote, ma si deve spostare l’attenzione sul come vengono messi in atto i progetti. Nel Pnrr il fattore tempo è decisivo e occorre presto entrare nel merito delle singole linee di spesa».

Il ragionamento è stato proseguito dal presidente emerito della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre: «Si smetta con il romanticismo meridionalista e piagnone e si riparta dalla realtà. I vecchi governi nazionali hanno buttato i soldi al Sud senza creare sviluppo».

«Servono strategie straordinarie – ha evidenziato – che superino anche la tradizionale divisione di competenze tra Stato e Regioni sancita dalla Costituzione. Serve uno sforzo nazionale con un progetto per il Sud che immagini anche un suo ruolo definito verso il Mediterraneo».

Maria Grazia Falduto, direttore generale Pubbliemme, ha raccontato la sua storia di imprenditrice rientrata al Sud dopo un’esperienza a Milano e che è riuscita a risanare un’azienda in crisi portandola ai primi posti di produttività a livello nazionale. Dovendo, però, superare mille difficoltà. «Il rapporto con la pubblica amministrazione – ha detto Falduto – è stato spesso molto difficile, specie in Calabria».

«Abbiamo trovato maggiore difficoltà a dialogare con la Regione che con la Commissione europea – ha detto ancora –. Adesso, il Sud si trova davanti ad una grande opportunità e serve lavorare non con la fantasia ma con la concretezza cominciando dall’inserire persone all’altezza nelle amministrazioni».

Giuseppina Paterniti, direttrice editoriale offerta informativa in Rai. Ha ribadito il concetto: «Occorre competenza nelle amministrazioni e senza correzioni da questo punto di vista non andremo da nessuna parte. Per sfruttare bene le risorse in arrivo servirebbero corsi di formazione e nuove competenze per riuscire a realizzare progetti importanti e spazzare via ogni tipo di opacità».

Secondo il presidente della Fondazione Magna Grecia, Nino Foti,«Serve una centrale di spesa e progettazione che riesca a velocizzare gli iter di progettazione in un momento in cui il tempo è tiranno. Serve anche una comunicazione adeguata che informi e sappia controllare e non la stampa che si limita a seguire il potere di turno. Non può succedere più che i giornalisti non siano liberi». (rrc) 

L’OPINIONE/ Nino Liotta: Turismo e Pnrr: rotta per la Nuova Calabria

di NINO LIOTTALa stagione estiva volge ormai al termine e, per il turismo, si avvicina il tempo dei bilanci. In attesa che vengano resi noti i dati ufficiali sulle presenze nella nostra regione, si coglie tra gli operatori un diffuso senso di soddisfazione. Un fattore indubbiamente positivo, nell’estate dei green pass e delle perduranti limitazioni causate da una pandemia ancora in corso.

Con questo mio intervento, tuttavia, vorrei tentare di andare oltre al mero dato numerico delle presenze, focalizzando, piuttosto, la riflessione su un punto troppo spesso ignorato dal dibattito pubblico: ovvero, a quali portatori di interesse debba rispondere il turismo calabrese. Non suoni come un tecnicismo per addetti ai lavori, quanto come il punto di partenza di ogni strategia di sviluppo di un territorio storicamente e strutturalmente incline alla vocazione turistica.

Vocazione che, di per sé, racchiude un invito alla riflessione rivolto al principale portatore di interesse: il popolo. Scelgo di proposito questo termine quasi antropologico per includervi anche la fauna e la flora, travalicando la dimensione umana proprio per rimarcare una caratteristica, la meravigliosa natura della Calabria, peculiare come poche altre regioni italiane in particolare per l’ambito turistico. E pongo questo accento oggi che i maggiori danneggiati diretti della mancanza di una strategia di sviluppo e conservazione del patrimonio turistico-ambientale sono proprio la flora e la fauna, devastati dagli incendi che hanno colpito la nostra regione questa estate.

Vocazione, a mio avviso, costantemente sottovalutata da almeno 40 anni – con le dovute eccezioni locali – da una classe politica che non ha mai traguardato il futuro

È stata spesso evocata una strategia turistica funzionale a rilanciare la Calabria – in realtà mai lanciata davvero – sui principali circuiti internazionali, ma si finisce con il confondere gli effetti con le cause. 

Se l’obiettivo/effetto consiste nella destagionalizzazione dei flussi turistici, allora occorrerà puntare su una strategia imperniata sull’attrattività del territorio, su strutture ricettive adeguate a standard internazionali, su percorsi enogastronomici messi a sistema, su un’offerta ritagliata in funzione del target, ma anche delle tendenze mondiali di flussi e mobilità (p. es. ostelli di qualità per i giovani, resort per gli anziani). In altre parole, diventa cruciale sviluppare il marketing territoriale. 

Se invece l’obiettivo/effetto, venendo a situazioni più contingenti e geograficamente più vicine a chi scrive, sarà rilanciare l’aeroporto dello Stretto – possibile solo a patto di diventare attrattivi per altre compagnie aeree – allora si dovranno attivare leve strategiche differenti, come ad esempio: fare crescere economicamente il territorio di riferimento, migliorare le infrastrutture di collegamento, migliorare e integrare i servizi territoriali, lavorare sul tessuto e sulle caratteristiche urbanistiche, agire sul sistema di mobilità e sulle coste. Si comprende senza sforzo che per mettere a frutto una strategia servano almeno 20 anni!

Il fattore tempo gioca un ruolo decisivo, soprattutto quando se n’è colpevolmente sprecato tanto, forse troppo, immaginando di vivere un eterno presente, nella totale noncuranza del futuro. 

Qualche giorno fa, avendo appreso del mio impegno in favore della Calabria e dei calabresi, un genitore costretto anni addietro a lasciare la propria città insieme alla famiglia per ragioni di lavoro, mi ha chiesto quali iniziative concrete si intendano attuare affinché non lui o sua moglie, ma almeno i suoi figli adolescenti possano pensare di tornare nella nostra terra fra 10-15-20 anni, ritrovando radici e memoria. 

È una questione cruciale, che da genitore mi sta particolarmente a cuore, poiché chiama in causa quelli che dovrebbero essere i portatori d’interesse al centro di qualsiasi decisione o programma strategico, politico, economico, amministrativo del meridione e, in particolare, della Calabria: i giovani

La questione meridionale degli ultimi 20-25 anni non è più analizzabile in termini percentuali annui di divario territoriale tra un Sud che insegue e un Nord (Italia-Europa) in piena espansione (o pronto a ripartire di slancio, come dimostra la reazione ai lockdown imposti dal Covid), quanto delle conseguenze che questa storica frattura tra aree del paese ha fatto accumulare nel tempo. Una forchetta – peraltro variabile – che si può riscontrare anche nel confronto con le diverse regioni del sud-Italia, che vede gli indicatori di sviluppo socio-economico della Calabria sempre in coda. E non mi soffermo sui dati interni della Calabria, che vedono la provincia di Reggio Calabria coda della coda.

Indubbiamente, facciamo i conti con una doppia fuga: quella, nota, dei cervelli, a cui si aggiunge la fuga di coscienze ormai disincantate, nella profonda convinzione che in questa terra possa mai cambiare qualcosa.  Un saldo negativo pari a 1,6 milioni di giovani del Sud in 25 anni: una vera e propria emorragia di quei giovani che dovrebbero essere il primo motore del cambiamento!

L’effetto di questo spopolamento, e del conseguente invecchiamento, è stato fotografato in maniera impietosa dall’ufficio studi di Confcommercio. Tra il 1995 e il 2020, le regioni del Sud hanno ridotto il contributo alla formazione del Pil nazionale dal 24 al 22 per cento, con un Pil pro capite 2020 pari a 34mila euro al Nord e 18mila euro al Sud. L’occupazione vale solo un quarto della crescita nazionale, con appena il 4,1% di incremento di occupazione e il grave fenomeno di giovani e donne quasi esclusi dal mondo del lavoro.

Dobbiamo reagire immediatamente a questi 25 anni perduti. L’opportunità di un cambio di rotta – e aggiungo anche questa volta – per fortuna non manca: trasformare il piano Next Generation Eu in Next Generation Calabria. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà l’ultima chiamata per cambiare la regione. L’occasione storica, unica e irripetibile per trasformare il dramma del covid in grande opportunità di sviluppo.

Non è, tuttavia, un’opportunità a costo zero, come ha ricordato anche il Presidente di Confindustria Bonomi, poiché si tratta quasi totalmente di debito che i nostri figli e nipoti dovranno ripagare nei prossimi decenni. Impossibile e improponibile che anche un solo euro speso non si trasformi in opportunità di sviluppo – turistico, industriale, sociale, urbanistico, culturale – diventando invece un ammortizzatore sociale parallelo, buono solo a illudere di creare redditi per i cittadini.

È arrivato il momento che gli indicatori economici e sociali della Calabria seguano i trend di crescita nazionale trasformando, attraverso programmi e progetti mirati, un territorio naturalmente incredibile per cultura, paesaggi e storia, nella principale risorsa economica da sfruttare e da proporre sul mercato turistico mondiale.

Da cosa partiamo, allora? Personalmente, preferisco dire da chi partiamo. E vorrei essere chiaro nei confronti dei destinatari della mia proposta politica (Giovani in primis, Lupi e Faggi compresi!). Non credete alle favole che in Calabria manchino i finanziamenti. In Calabria, quello che non manca è la quantità (teorica) di spesa. Manca, piuttosto, la qualità della spesa, il disegno strategico.

Manca la volontà di far crescere il territorio, a causa di una classe politica miope e interessata solo al breve termine, perché le rendite di posizione acquisite dai tanti prestati alla politica sguazzano molto meglio negli acquitrini dell’immobilismo e dell’arretratezza, invece di navigare i mari aperti e liberi della crescita sociale, culturale, economica e territoriale. 

Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare, ci ricorda Seneca. È necessario e urgente sfruttare abilmente il vento favorevole del Pnrr per cambiare rotta. Il tempo della confusione, dell’incertezza, dell’immobilismo deve finire. È arrivato il momento di spiegare le vele e di fare navigare, finalmente, in mare aperto la nostra regione. Con un nocchiero eccellente come Amalia Bruni, e una destinazione negli occhi e nel cuore: la Nuova Calabria. (nl)

[Nino Liotta è Innovatore dell’Area dello Stretto, Animatore di un nuovo progetto politico “Elemento Meridione” e Candidato nelle Liste di Amalia Bruni Presidente alle prossime elezioni Regionali]

LE DONNE CONTRO GLI SPRECHI DEL PNRR
CALABRIA, TRA VIGILANZA E PREVENZIONE

Le donne per la gestione ottimale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Anna Rita Mancuso, segretaria organizzativa della Uiltec che raggruppa i lavoratori del Tessile, Energia e Chimica), e Sabrina De Stefano, segretaria della Uiltucs (Terziario, Turismo, Commercio e Servizi), hanno lanciato l’idea di istituire un tavolo tecnico che raccolga i professionisti reggini al fine di studiare il Piano nazionale di ripartenza e resilienza ed evitare l’eventuale spreco di fondi.

«In un momento in cui – hanno spiegato le segreterie provinciali della Uiltec e della Uiltucs – emergono solo confusione e critiche per la nostra città, vogliamo essere prepositivi e lanciare un messaggio di speranza per le nostre ragazze e i nostri ragazzi, per le donne e gli uomini che nella nostra terra hanno deciso di restare». 

In questa fase assai delicata, poi, per la Uiltec e la Uiltucs di Reggio Calabria è importante puntare una grossa fetta di queste risorse disponibili per favorire la crescita occupazionale dell’universo femminile.

«Donne – hanno spiegato i vertici delle organizzazioni sindacali – che hanno preso posizione per la pace, sempre. Che fanno di default la raccolta differenziata e si prendono cura, anzi, che si sono dedicate alla cura in pandemia come se fosse altrettanto normale che respirare. Che restano comunque escluse dai luoghi della decisione. Che accolgono il lavoro da casa come una opzione generosa. Che sono le prime a perdere il lavoro in caso di crisi, di maternità, di cessione o chiusura di attività, che se escono dal mondo del lavoro a 50 anni non si sa come e cosa potranno fare. Donne sempre più spesso capofamiglia, con lavori precari e discontinui, o all’attenzione dell’opinione pubblica per incredibili fatti di violenza o per incidenti sui luoghi di lavoro».

In questo senso, i dati forniti dall’Inail sono una fotografia a tinte fosche, sono la rappresentazione di un rischio emergente di violenza sulle donne nei luoghi di lavoro. Sono, infatti, circa ottomila l’anno gli episodi codificati come aggressioni, minacce, violenze provenienti sia dall’interno sia dall’esterno del posto di lavoro accertati positivamente come infortuni dall’Inail; il 39% delle aggressioni è rivolto contro le donne.

«È una questione – hanno spiegato i sindacati – sulla quale concentrare la massima vigilanza. Forse è giunto il momento di pensare, oltre agli interventi contrattualistici di revisione dei modi e tempi del lavoro e della produzione, anche a nuove forme d’azione prevenzionale mirate a specifici corsi di formazione sul tema destinate ai Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza e all’istituzionalizzazione di momenti tematici d’incontro sindacale nei luoghi di lavoro di cui l’Inail dovrebbe farsi carico finanziariamente, oppure all’implementazione di centri antiviolenza o alla istituzione di nuovi, magari sfruttando la rete sindacale e la presenza dei lavoratori nei siti produttivi e commerciali».

Per la Uiltec e la Uiltucs, poi, «in questa fase è determinante non fare gli errori del passato, quando le risorse sono state sprecate e dal loro investimento sbagliato sono nate tante cattedrali nel deserto. Oggi le risorse messe in campo dall’Europa potrebbero cambiare in meglio il volto della nostra terra, offrire alle nostre giovani generazioni la possibilità di crescere, economicamente e socialmente, nella terra natale».

«Le occasioni – hanno spiegato ancora le sindacaliste di Uiltec e Uiltucs – ci sono e trovano fondamento in una nuova idea di sostenibilità, di economica circolare che, ad esempio, potrebbe trovare nello sviluppo della filiera della ginestra un punto di forza per sviluppare economie di scala, così come di altre produzioni agricole ed artigianali tipiche del nostro territorio. Magari pensando a degli paso formativi e produttivi tradizionali che, però, beneficino dell’innovazione e della tecnologia per essere più competitivi, così come di una migliore comunicazione che veicolo l’identità territoriale e la valorizzi».

«Per fare ciò però – hanno aggiunto – è determinante ripensare la distribuzione delle risorse. L’aver destinato al Mezzogiorno solo il 40%, tra l’altro nominale, delle ingenti risorse del Pnrr, non è sufficiente a risolvere i divari territoriali, ma anzi rischia di aumentarli. Dobbiamo avere la capacità in una terra come la nostra di coinvolgere la società civile per aiutare il sistema, perché ormai esiste molta letteratura a riguardo e molti esempi concreti a livello nazionale ed europeo».

«Quello che manca oggi – hanno concluso – è l’agire concreto. La spinta della società civile è importante perché i decisori politici siano sollecitati ad orientare le loro decisioni verso la sostenibilità. Per questo chiediamo al Governo e alla politica di mettere veramente al centro dell’azione economica e sociale del Paese il tema del Mezzogiorno e di spendere presto e bene non solo le risorse del Pnrr, ma anche quelle della coesione nazionale ed europee unitamente a stanziamenti ordinari nella prossima legge di bilancio». (rmm)

 

Ieraci (Cambiamo!): Occorre dare risposte concrete ai problemi che attanagliano la Calabria

Roberto Ieraci, responsabile Area Ionica di Cambiamo, ha ribadito la necessità di «dare risposte concrete ai tanti problemi che attanagliano la regione ridando così fiducia ai tanti giovani che hanno deciso di rimanervi, attuando quella crescita sociale, culturale ed economica che porti al riscatto della Calabria e della Locride».

«Perché bisogna attendere passivamente la stagione balneare – ha detto – per trovarsi di fronte ai consueti problemi che danneggiano   una terra che ha tanto da offrire e da dimostrare? La depurazione, da anni, costituisce la spina nel fianco della nostra regione che, a causa del mare sporco, ha visto fuggire comitive di turisti che venivano in Calabria per ammirare e godere delle bellezze del nostro mare e delle nostre coste».

«Un problema atavico sottovalutato – ha spiegato Ieraci – nell’erronea convinzione che sarebbe stato sufficiente qualche intervento tampone per risolverlo. La responsabilità della depurazione grava su tutti i livelli politici e amministrativi, dalla Regione ai Comuni. Senza una pianificazione seria e mirata non potrà mai esserci un rilancio turistico del territorio, programmando, magari, attività di monitoraggio che portino ad un miglioramento dell’intero sistema. Fondamentale attuare una gestione razionale delle risorse idriche poiché il trattamento delle acque reflue è importantissimo per proteggere il nostro ambiente».

«Basti pensare al fatto che l’Italia – ha proseguito – è stata spesso sanzionata dall’Europa proprio a causa delle carenze infrastrutturali relative al segmento fognario-depurativo, in quanto non conformi ai dettami previsti dalla direttiva europea in materia.  A gravare, la mancanza di un serio piano progettuale nel nostro Paese e nella nostra Regione con una mappatura dei siti di depurazione, evidenziato dai dati che vedono molti cittadini, 1 su 4, ancora non serviti da un sistema di depurazione efficiente. Situazione accentuata, talvolta, dall’abusivismo edilizio, in cui si ricorre, nel terzo millennio, alle famose fosse biologiche. I depuratori in estate, con l’affluenza maggiore di cittadini vacanzieri, non riescono a depurare adeguatamente il maggior afflusso di acque, sversando i liquami, il più delle volte, sulla spiaggia. Ciò provoca enormi danni e disagi».  

«Perché allora – si è chiesto Ieraci – non realizzare delle condotte sottomarine che portino le acque reflue dei depuratori a 3/400 metri dalla costa, consentendo così ai batteri, eventualmente, presenti a seguito della lavorazione, di dissolversi prima di arrivare alla riva? Nei giorni scorsi molti turisti sconcertati dalla situazione di disagio, hanno filmato e fotografato chiazze di colore marrone che si estendevano non lontano dalla riva per chilometri, fenomeno che molti vorrebbero fare passare come una normale fioritura di non si sa bene che cosa, quando, invece, si tratta di eutrofizzazione delle acque marine, imputabile all’ uomo. Nei Fondi previsti dal Pnrr deve attuarsi un’attenta politica ambientale considerando che esistono diversi siti di depurazione non funzionanti».

«Doveroso adottare una politica condivisa – ha concluso –che porti ad un miglioramento della qualità del settore turistico della Locride, un territorio che non ha nulla da invidiare alle altre realtà italiane ed europee ma, che stenta ad esprimere, le proprie potenzialità. L’istituzione della Città metropolitana, che avrebbe dovuto portare una ventata di ossigeno all’ intero territorio reggino, in realtà ha contribuito ad incrementare la diffidenza dei cittadini verso la classe politica». (rrc)

 

DIVARIO ANCHE NEGLI ASILI NIDO DEL SUD
L’89% DEI BAMBINI NON PUÒ USUFRUIRNE

Di ORLANDINO GRECO – Ridurre i divari tra cittadini e tra territori non è solo la priorità nazionale per un’Italia più unita e più giusta, è la vera opportunità per riavviare uno sviluppo forte e durevole, per riprendere ad investire attivando potenziali  di crescita e innovazione inespressi, per creare opportunità di lavoro buono, in particolare per i giovani e le donne.

Questo è quanto espresso dal Ministero per il Sud nel Piano Sud 2030 ed è ciò che sotto indicazione della Comunità europea emerge dal Recovery plan. Tra gli obiettivi d’investimenti primari del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) ci sono quelli di agevolare l’accesso ai servizi sanitari, educativi e culturali di qualità, abbattendo qualsivoglia divario tra le due realtà del Paese.

Ma, nuovamente, possiamo dire trovata la legge trovato l’inganno, infatti proprio tra i primi bandi di gara del Next Generation Eu, quello relativo al servizio degli asili nido, il Sud ricade in quel perpetrato inganno che: «se non hai asili nidi in un territorio e perché non ne hai bisogno». Così è stato nel passato, così è oggi! Le graduatorie pubblicate dal Ministero dell’Istruzione confermano ciò che si temeva nella ripartizione dei fondi ridistribuiti secondo quei parametri premiali in funzione di chi ha più elevati servizi storici. Ed ecco che, come ha sottolineato su Il Mattino Marco Esposito: «Persino a Milano che insieme a Torino, Genova, Parma, Varese e Novara, sono inseriti tra i Comuni svantaggiati e beneficiari di speciali finanziamenti in base alle graduatorie pubblicate ieri dal Ministero dell’Istruzione».

Dall’inchiesta emerge, inoltre, che al Meridione l’89% dei bambini che avrebbero diritto all’asilo nido non ne possono usufruire. Eppure, la questione dei criteri di assegnazione dei finanziamenti dei 700 milioni di euro messi a bando per la costruzione di asili nido, scuole dell’infanzia e centri polifunzionali per servizi alla famiglia, era già stata posta all’attenzione dello stessa ministra per il Sud e Coesione territoriale, Mara Carfagna, la quale aveva sostenuto che attraverso un esplicito vincolo di destinazione territoriale i comuni del Sud sarebbero stati aiutati a competere ad armi pari con quelli del resto del Paese.

Effettivamente, lo stesso Ministero dell’Istruzione sottolinea che il 54,4% dei fondi è comunque andato al Mezzogiorno. Una seria perequazione infrastrutturale è alla base di quella giustizia sociale su cui un Paese democratico si fonda, ancora di più quando ad essere chiamati in causa sono servizi primari come la scuola e l’istruzione. Sempre nel Piano Sud 2030 le azioni maggiori sono rivolte ai giovani, partendo proprio dal contrasto alla povertà educativa minorile che passa attraverso la rimozione degli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori.

Ad essere commesso, quindi, è sempre il medesimo errore: l’iniqua distribuzione di risorse tra Nord e Sud ed è ciò che L’Italia del Meridione lo dice ormai da tempo, sostenendo e accreditandosi battaglie che mirano a stabilire equità e soprattutto a riportare il Meridione tra le priorità dell’agenda politica del governo.

Il problema sostanziale, oggi, è assicurare sì l’uniformità di servizi attraverso quel principio riconosciuto dalla Costituzione della perequazione ma, per far ciò, bisogna abbattere quei divari accumulati nel tempo e che necessitano d’interventi atti al recupero del gap dei fabbisogni standard, vincolati ancora alla spesa storica e con la deduzione che se i comuni del sud nel tempo non hanno aperto gli asili nido o istituito il servizio di trasporto scolastico o pubblico e perché non ne hanno bisogno.

Per una giusta ripartizione delle risorse è necessario, dunque, ricalcolare i fabbisogni standard di riferimento evitando l’ennesima beffa e l’ennesimo impianto assistenzialistico che non risolve le questioni di fondo e che al contrario continua ad alimentare quella “Questione” sempre più “invenzione” e non reale. C’è bisogno di una grande stagione di interventi straordinari per la ripresa del Mezzogiorno e oggi è il momento e l’occasione giusta per abbattere realmente quei divari che hanno compromesso non soltanto la crescita e lo sviluppo del Meridione ma dell’intero Paese.

Fondamentale, allora, diventa la forza politica che il Sud riesce ad esprimere attraverso movimenti liberi come L’Italia del Meridione, che sono espressione nell’azione e nei progetti di concetti chiari per battaglie che devono essere condivise in virtù di quell’Unione di fatto e d’intenti di cui questo Paese difetta ma che non ha più scuse per rimandare. (og)

Orlandino Greco è segretario federale de L’Italia del Meridione

Pnrr, I sindaci del Recovery Sud incontrano la sottosegretaria Dalila Nesci

Una delegazione della rete dei sindaci del Recovery Sud ha incontrato la sottosegretaria per il Sud, Dalila Nesci, che ha assicurato il suo impegno nel supportare lo sforzo che stanno facendo i sindaci per avere un parco progetti in tempo utile per la pubblicazione dei bandi del Pnrr.

I primi cittadini di Diamante, il senatore Ernesto Magorno, e di Corato, Corrado De Benedittis (in rappresentanza dei 10 Comuni del “Cuore della Puglia”) e il dottor Patrizio Resta in rappresentanza dei 24 Comuni del Salento centrale, sono stati ricevuti dal rappresentante del Governo Draghi nel suo ufficio a Roma.

Viene vista con favore la proposta di Recovery Sud di avviare accordi con università, politecnici ed enti di ricerca per predisporre progettazioni esecutive di area vasta. Del resto la rete di sindaci meridionali ha già effettuato una ricognizione delle progettualità dei vari Comuni del Sud che sono state raccolte di un Libro bianco.

Recovery Sud esprime gratitudine per l’attenzione che fin dall’inizio Dalila Nesci ha manifestato al percorso intrapreso dai sindaci per far sì che l’occasione del Recovery Plan diventi realmente l’occasione per il riscatto del Mezzogiorno e per l’eliminazione del divario con il resto d’Italia. (rrm)

 

PNRR: IL NORD CRESCE, MA IL SUD ARRANCA
DA SVIMEZ L’ALLARME SULLA RIPARTENZA

Con il Pnrr, il Pil in Calabria, nel Biennio 2021-2022, dovrebbe crescere del 2,1%, che è inferiore a quella del Mezzogiorno, stimata del +3,3%, e ancora più all’Italia (+4,7%). È quanto è emerso dalle anticipazioni del Rapporto Svimez 2021, che è stato presentato nei giorni scorsi alla Camera dal presidente Adriano Giannola e dal direttore Luca Bianchi, che evidenzia, ancora una volta, quanto il Pnrr sia fondamentale non solo per la Calabria, ma per tutto il Mezzogiorno.

Dati che sono, comunque confortanti, se si considera che la nostra Regione, è quella che, fra tutte, vedrà alzare di poco il Pil, considerata la flessione, nel 2020, del -9,6%, che è stata quella più alta rispetto all’Italia (-9,1%) e al Mezzogiorno (-8,5%). La pandemia, infatti, in Calabria ha fatto terra bruciata: le maggiori contrazioni in agricoltura (-11,6%), nelle costruzioni (-11,2%), nell’industria in senso stretto (-9,1%), nei servizi (-9,1%). Caduta del reddito delle famiglie (-3,3%), superiore alle altre aree (-2,8% il Mezzogiorno e l’Italia). Il tasso di occupazione è calato per tutte le età, in particolare nella fascia 15-34 anni.

Nonostante il desolante scenario lasciato dal Covid, il prossimo biennio sembra, invece, prospettare un importante miglioramento, anche se piccolo: La spesa delle famiglie dovrebbe aumentare del 2% (+2,8% il Mezzogiorno, +3,2% l’Italia). La ripresa del PIL dovrebbe incrementarsi ancora nel 2022 (+3,0%), sempre però in misura sempre inferiore al Mezzogiorno (+3,2%) e all’Italia (+4,0%); l’aumento dell’occupazione nel 2022 raggiungerebbe il +2,9%, sostanzialmente in linea con Mezzogiorno (+2,8%) e Italia (+2,9, la spesa delle famiglie dovrebbe attestarsi nel 2022 al +2,9% (+3,8% il Mezzogiorno, +4,6% l’Italia).

Quello che emerge, dai dati Svimez, è la fotografia di un’Italia in cui il Nord e il Sud sono uniti nella crisi, ma separati nella ripartenza, in quanto nel Biennio 2021-2022, il contributo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza alla ripartenza del Mezzogiorno è stimato dalla Svimez «significativo, ma non sufficiente a compensare la minor crescita tendenziale dell’area».

L’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, infatti, «insiste sull’immediato rafforzamento della progettualità degli Enti locali e regionali del Mezzogiorno, e su una governance condivisa, che superi la frammentazione e l’autoreferenzialità delle programmazioni, soprattutto regionali, nel pieno coordinamento tra diverse amministrazioni, al fine di evitare di riaccendere la miccia della conflittualità tra Governo e amministratori locali», e propone la costituzione di centri di competenza territoriale, formati da specialisti nella progettazione e attuazione delle politiche di sviluppo, anche in raccordo con le Università presenti nel territorio, in grado di supportare le amministrazioni locali, e in particolare i Comuni»

Infatti, mentre il «Centro-Nord con la ripresa 2021-22 recupererà integralmente il Pil perso nel 2020, il Mezzogiorno a fine 2022 avrà ancora da recuperare circa 1,7 punti di Pil che si sommano a circa 10 punti persi nella precedente crisi 2008-13, e non ancora recuperati». Nello specifico, «nel 2021 il PIL italiano dovrebbe aumentare del 4,7%; in maniera più accentuata al CentroNord +5,1%, mentre nel Sud è previsto a +3,3%. Nell’anno in corso la crescita è trainata dall’export e dagli investimenti; variabili che esercitano un effetto propulsivo maggiore al Centro-Nord».

Secondo il presidente Adriano Giannola «Le anticipazioni Svimez sono importanti per il momento in cui cade il Pnrr, e servono per verificare la capacità di resilienza del sistema. Solo Lombardia Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia dimostrano resilienza e nel 2022 avranno recuperato il 2020, tutte le altre no. Il Mezzogiorno appare del tutto lontano da questo recupero. Il Sistema Italia non dimostra resilienza. Sarebbe interessante capire come andrà il resto d’Europa. Non è un giudizio su Recovery Plan ma nelle nostre stime una parte degli effetti del Pnrr è già compresa».

Per la Svimez, «il complesso delle misure determina circa 90 miliardi di spese aggiuntive nel 2021 e circa 42 miliardi nel 2022, con un contributo del Pnrr (comprensivo del Fondo complementare) di 9 miliardi circa nel 2021 e di circa 40 miliardi nel 2022. Sia per le entrate che per le spese, le manovre considerate esplicano maggiori effetti al Sud in rapporto al Pil sia nel 2021 (8,5% contro il 4,9% nel Centro-Nord) soprattutto per effetto della componente delle spese nette, sia nel 2022 (3,0% del Pil al Sud, contro l’1,4% nel resto del Paese). Se invece consideriamo il valore delle manovre in termini pro capite, la distribuzione territoriale sembra privilegiare il Centro-Nord (1698,4 euro per abitante rispetto ai 1610,9 nel Mezzogiorno). Tale differenza appare più significativa se consideriamo soltanto la componente relativa alle spese nette, dove il differenziale a vantaggio del Centro-Nord è di circa 200 euro nel 2021 (1593 euro contro 1393,5 al Sud) mentre tende ad annullarsi nel 2022».

Secondo la Svimez, «gli investimenti, che prima del 2020 avevano avuto un andamento estremamente deludente al Sud, dovrebbero, anche grazie al supporto delle politiche espansive di bilancio, quasi azzerare nel 2021 la perdita registrata l’anno precedente. Al Centro-Nord +8,4%, al Sud: + 7%. Nel Centro-Nord tirano soprattutto i macchinari, al Sud la spesa in costruzioni, comprese le opere pubbliche. Nel 2022, l’espansione del Pil dovrebbe risultare meno accentuata pur rimanendo su tassi comunque elevati: +4% nella media nazionale. Nel complesso, il risultato del 2022 risente di una minore crescita dell’export e di una politica economica relativamente meno espansiva».

«Su scala territoriale – si legge ancora nel Rapporto – il Centro-Nord dovrebbe far registrare un progresso del 4,3% e il Sud del 3,2%. La riduzione di base produttiva ha ridotto l’elasticità dell’offerta meridionale alle fasi ascendenti del ciclo: ovvero il gap di crescita tra le due ripartizioni è destinato a rimanere anche nel futuro se non si aggredisce questo nodo. Tra il 2009 e il 2020 lo stock di capitale lordo relativo ai due principali settori dell’economia di mercato – industria in senso stretto e servizi destinabili alla vendita (al netto del settore immobiliare) – è aumentato del 5,1% nel CentroNord (da 3.111 a 3.270 miliardi di euro a prezzi 2015) ed è diminuito del 22,7 al Sud (da 572 a 442 miliardi a prezzi 2015)».

«La Svimez – si legge in una nota – valuta che, l’insieme delle misure di contrasto alla pandemia definite nel 2021 e la quota del Pnrr, che si stima possa essere attivata nel biennio contribuiscano alla crescita cumulata del Pil nel biennio 2021/22 per il 4,1% nel Sud e per il 3,7% nel Centro-Nord (3,8% in Italia). Un differenziale a favore del Sud che non compensa la più debole dinamica tendenziale del Mezzogiorno mostrandosi, dunque, insufficiente a garantire un sentiero di convergenza almeno nel biennio oggetto di valutazione. 5 Complessivamente le misure considerate determinano un sostegno quantificabile nel 63% della crescita complessiva prevista nelle regioni meridionali nei due anni considerati; percentuale che scende al 39% in quelle del Centro-Nord (44% a livello nazionale). Il fatto che circa due terzi della crescita del Pil meridionale dipenda dalla capacità espansiva delle politiche pubbliche costituisce un tema di grande rilevanza, soprattutto in ordine alla grande sfida che il Paese ha difronte nell’attuazione del Piano di Ripresa e Resilienza».

La Svimez, che ha espresso una valutazione positiva degli sforzi compiuti per allineare la programmazione del Pnrr al mandato europeo, ha indicato i limiti della programmazione da superare in fase di prima attuazione, che sono quelli legati alle Amministrazioni locali, dove c’è «la mancanza di una ricognizione puntuale dei fabbisogni di investimento sulla quale basare un’allocazione delle risorse aggiuntive stanziate dal Piano coerente con l’obiettivo di ridurre il divario di cittadinanza di chi vive e fa impresa al Sud»; le risorse al Sud, dove «e, una distribuzione territoriale delle risorse più favorevole al Mezzogiorno, e più coerente con l’obiettivo europeo della coesione territoriale (pari al 50%), non solo avrebbe l’effetto di incrementare significativamente la crescita del Pil meridionale e di attivare un ulteriore incremento di posti di lavoro, ma determinerebbe anche una maggiore crescita complessiva dell’economia nazionale. Il Pnrr prevede che, circa 182 miliardi finanziano nuovi progetti, e circa 53 miliardi progetti già finanziati. Non è nota la ripartizione territoriale di queste due voci, elemento che potrebbe ridimensionare la quota del Sud».

Un altro importante punto, è la necessità di «è precostituire le condizioni attuative per passare dagli stanziamenti alla spesa effettiva, al fine di assicurare che gli interventi programmati producano ricadute effettive nei territori a maggior fabbisogno», in quanto «la minore capacità progettuale delle amministrazioni meridionali le espone ad un elevato rischio di mancato assorbimento, con il paradosso che le realtà a maggior fabbisogno potrebbero beneficiare di risorse insufficienti. Se si vuole scongiurare questo rischio, bisognerebbe rafforzare il supporto alla progettualità di questi enti».

Se da una parte è necessario costituire Centri di Competenza territoriale, formati da specialisti nella progettazione e attuazione delle politiche di sviluppo, dall’altra è importante «predisporre strumenti di monitoraggio in itinere dei processi di spesa di tutti i livelli di governo, garantendo che le amministrazioni centrali titolari di interventi previsti nel Pnrr assicurino, in sede di definizione delle procedure di attuazione degli interventi, l’allocazione alle regioni meridionali di almeno il 40% delle risorse».

Un ultimo punto su cui si è focalizzata la Svimez è la coerenza con le politiche di coesione nazionali ed europee: «Poiché all’interno della quota Sud – si legge nel rapporto – sono considerati anche i progetti finanziati con l’anticipazione di 15,5 miliardi del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC), risorse che dovrebbero mantenere la loro destinazione territoriale di legge (80% al Mezzogiorno, la Svimez ribadisce che tale scelta è da condividere se finalizzata ad una accelerazione della spesa del Fsc rispetto a quanto previsto dai tendenziali e soprattutto dall’esperienza dell’ultimo decennio».

«La Svimez – si legge in una nota – ha, più volte, sottolineato i forti ritardi che caratterizzano la programmazione e la messa a terra degli interventi del FSC. Rimane tuttavia l’esigenza di prevedere, in analogia con quanto previsto per React Eu, un’indicazione puntuale degli interventi al cui finanziamento contribuisce il Fondo, anche al fine di un migliore monitoraggio del rispetto del vincolo di allocazione delle risorse che comunque saranno “restituite” al fondo con tempistiche molto dilazionate nel tempo: circa 6 miliardi dopo il 2026».

«Infine – conclude la nota – poiché obiettivi e strumenti definiti dal Pnrr sono in larga parte sovrapponibili a quelli del nuovo ciclo di programmazione della politica di coesione 2021-27, con ulteriori ingenti risorse stanziate per il Sud su programmi di spesa delle amministrazioni centrali e regionali dai contenuti in corso di definizione, la Svimez chiede di programmare queste risorse secondo una logica di complementarietà e aggiuntività rispetto a quelle del Pnrr, condizione essenziale che si aggiunge a quelle storiche della velocità e della qualità della spesa». (rrm)