De Bartolo (CI): Indispensabile che i politici eletti varino atti di programmazione per il Pnrr

Nicolò De Bartolo, sindaco di Morano Calabro ed esponente di Coraqgio Italia, ha evidenziato come sia «indispensabile per la nostra terra che i rappresentanti democraticamente scelti possano finalmente cominciare a esercitare il loro mandato al servizio del popolo, varando presto gli atti di programmazione senza i quali non è possibile avviare il processo di rinascita e sfruttare le potenzialità di sviluppo legate al Pnrr».

«Il presidente – ha aggiunto – sa bene che per colmare il gap accumulato in decenni di fallimenti occorre subito nominare un esecutivo forte che, insieme a una struttura tecnica competente e disponibile al sacrificio aggredisca e risolva i guai atavici della nostra regione. Settori come la Sanità e l’Occupazione non possono più attendere».

Prendendo spunto dalla vicenda regionale, De Bartolo allarga la riflessione al suo partito auspicando un radicamento più efficace nei territori.

«Coraggio Italia – ha spiegato – deve assolutamente e presto dotarsi anche in Calabria, come già fatto altrove, degli organi decentrati. Una presenza attiva e continua nelle aree centrali e periferiche del Paese è sintomo di maturità e desiderio di impegno a ogni livello».

«Quanto più sapremo avvicinarci alla base e con essa stabilire relazioni preferenziali – ha proseguito – tanto più si potranno avanzare proposte realistiche e condivise, nell’unico scopo di contribuire al riscatto della nostra terra. Il 3 e 4 ottobre scorso non si è soltanto celebrato un momento di partecipazione alta; non si è trattato solo dell’esercizio di un diritto/dovere. I risultati hanno evidenziato la ferma volontà dei calabresi di pretendere il cambiamento».

«Un cambiamento – ha sottolineato – del quale Coraggio Italia deve e vuol essere protagonista fino in fondo, con idee articolate, che scaturiscano dal confronto diretto con la gente; la prossimità e l’ascolto devono caratterizzare il nostro agire; la passione per il bene comune deve convertirsi quotidianamente in opere che abbiano ricadute pratiche e siano capaci di restituire fiducia a chi da tempo l’ha perduta».

Da qui l’appello di De Bartolo ad avviare una sorta di costituente del partito in Calabria: «Sono certo che il vertice nazionale non lascerà deluse le aspettative di migliaia di uomini e donne che credono nel nostro progetto. (rrm)

Il ministro Bianchi: Al centro del Pnrr c’è lotta a dispersione scolastica e il 40% è per il Sud

«Al centro del del Pnrr c’è la lotta alla dispersione scolastica, e il 40% delle risorse è per il Sud perché l’Italia deve ripartire dalla sua parte più fragile». È quanto ha dichiarato il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, intervenendo in un video messaggio al Salone della Giustizia.

Per il ministro, infatti, «occorre prendere atto che la scuola deve garantire la capacità di costruire comunità, investire sulla scuola vuol dire investire nella comunità intera per tutelarsi dalla criminalità: in Italia l’indice di dispersione scolastico, rispetto alla media Ue, è dell’1,24% ma molte regioni del Nord sono sopra la media europea, mentre in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna l’indice è molto alto, e in alcune periferie urbane dei centri del meridione si arriva anche al 40% di abbandono scolastico».

Bianchi, poi, ha fatto presente che l’Invalsi ha fatto emergere che c’ anche «la dispersione implicita di chi ha conseguito il diploma senza aver però conseguito le necessarie conoscenze».

Situazioni che c’erano anche prima della pandemia, ha detto il ministro Bianchi, ma «la pandemia ha esasperato le differenze e le fragilità». Per questo «si riparte dal Sud». (rrm)

L’appello del vicesindaco Smiriglia (Terranova da Sibari): La Calabria non perda i miliardi del Pnrr

Il vicesindaco di Terranova da Sibari, Massimiliano Smiriglia, ha evidenziato come «la crisi sanitaria ha messo in luce quanto sia fondamentale il settore agricolo per la vita delle persone. Non dobbiamo perdere l’occasione di fare sistema nella Regione Calabria per intercettare una legittima porzione dei 5,27 miliardi di euro destinati dal Pnrr Italia all’economia circolare e agricoltura sostenibile».

Un appello, quello del vicesindaco, lanciato a conclusione della terza edizione di Agri Terranova, che ha registrato grande partecipazione di pubblico e produttori: 35 stand di prodotti enogastronomici e artigianali che hanno animato la suggestiva Piazza Castello rivitalizzando l’idea che la valorizzazione del patrimonio e della produttività tipica locale resta un fattore determinante per l’economia del territorio.

“Agri Terranova” va affermandosi come messaggio concreto per sollecitare in modo più ampio dalla Regione nuove politiche di rilancio che puntino sulle infrastrutture, l’innovazione e l’imprenditorialità.
“Centrali” per Smiriglia «sia lo sforzo organizzativo reso possibile dalla collaborazione tra le strutture amministrative, l’associazionismo e i produttori, sia l’interesse dei cittadini e dei gruppi di turisti intervenuti. Ciò dimostra che i piccoli borghi, come ragione di esistenza, devono rafforzare l’offerta naturale della loro tradizione agricola e culturale». (rcs)

ARRIVA LA PROCLAMAZIONE DI OCCHIUTO
LA CALABRIA ASPETTA IL NUOVO CONSIGLIO

di SANTO STRATI – Tra sussurri e grida, forse stamattina (o forse domani) ci sarà la proclamazione del nuovo Presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto: nessuno fornisce informazioni, nessuno giustifica questo incredibile ritardo: venti giorni tondi tondi su un risultato difficile da contestare visto il distacco tra il neoeletto e l’avversario arrivato secondo (Occhiuto 431.675 voti contro i 219.389 di Amalia Bruni). Eppure le scadenze sono impellenti e di particolare importanza: entro il 12 novembre vanno presentati i progetti per il PNRR, e il presidente eletto, in assenza della proclamazione, non ha alcun potere.

Cose di ordinaria burocrazia, si dirà: era già accaduto con la compianta Jole Santelli, eletta il 26 gennaio e proclamata a metà febbraio, era capitato con Mario Oliverio (493.158 voti il 23 novembre 2014) con la proclamazione addirittura a gennaio, si è ripetuta la stessa storia con Occhiuto. Il problema, naturalmente, non è solo di burocrazia, ma di risorse umane. Se per fare lo spoglio di 2.421 sezioni ci sono voluti due giorni prima di avere il risultato definitivo, per compilare il famoso modello 283/AR dell’Ufficio Centrale regionale presso la Corte d’Appello di Catanzaro ci sono un presidente, due membri dell’Ufficio e un segretario/funzionario. Chiaro che per redigere il verbale completo occorrano più giorni del normale spoglio, ma – date le circostanze – forse sarebbe stato il caso di chiedere un rinforzo (o la legge lo impedisce?) viste le scadenze fin troppo vicine che vedranno impegnate presidente e Consiglio regionale per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

I calabresi hanno atteso quasi un anno (la presidente Jole si è spenta il 15 ottobre del 2020) per poter tornare alle urne e ora non intendono più attendere oltre per vedere il nuovo Consiglio regionale in piena attività. Ci sono, peraltro, diverse incombenze prima che si possa parlare di funzionalità totale: dopo la proclamazione, il presidente Occhiuto entro dieci giorni dovrà presentare la sua Giunta al Consiglio regionale, il quale  – a sua volta – dovrà eleggere il proprio presidente e i due vice (uno tocca alla minoranza). Poi andranno nominate le varie commissioni. Come si farà a rispettare la scadenza del 12 novembre? Al solito modo, all’italiana: chiedendo l’inevitabile proroga…

D’altro canto ci sono da aspettarsi delle modifiche rispetto alla composizione del Consiglio così come era stata delineata il giorno dopo la conclusione degli scrutini: secondo fonti non confermate, la Commissione elettorale regionale ha dovuto ricontare le schede con le preferenze e controllare accuratamente i verbali di voto di ciascuna sezione. Sembrerebbe che ci siano state attribuzioni doppie di voti per un errore sul conteggio del voto di genere per quanto riguarda le preferenze di lista. Comunque sia, a rischiare sarebbero la Lega (che perderebbe uno o due consiglieri a favore di Forza Azzurri) e De Magistris (che dovrebbe rinunciare a un consigliere a favore del Movimento 5 Stelle). Tutte ipotesi campate su mormorii, ma che mettono ancor più in crisi la Lega che si vedrebbe – se fosse vera la perdita di uno o due consiglieri) retrocessa al quarto posto. Con evidenti ripercussioni nella formazione della Giunta.

Sarà rispettato il patto preelettorale di Occhiuto con Salvini? Ovvero la vicepresidenza toccherà di nuovo a Nino Spirlì? Se si fanno due calcoli di natura politica, considerando lo scarso peso di Spirlì, a Occhiuto converrebbe persino riconfermare l’attuale facente funzioni, per avere totale mano libera nelle scelte politiche della Giunta. Un vicepresidente “politico” potrebbe anche rivelarsi “ingombrante” date le circostanze: a pensar male – diceva Andreotti – si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca…

Per fortuna, il neopresidente Occhiuto, in attesa della proclamazione, non ha perso tempo, mostrando già una grande determinazione a operare su tutti i fronti con il contributo di personalità competenti e risorse capaci. D’altro canto le sue relazioni politiche gli permettono di parlare direttamente con ministri ed esigere un’attenzione particolare per la Calabria. «Ho lavorato – ha dichiarato il presidente Occhiuto a SkyTg24 – con i ministri Gelmini, Brunetta e Carfagna quando sono stato capogruppo di Forza Italia, e credo siano tra i migliori ministri del governo Draghi. Forza Italia è orgogliosa di avere ministri di tale valore e con tante competenze. Non capisco però quale sia l’appiattimento: sui temi più divisivi tra la Lega e il governo, Forza Italia è sempre stata dalla parte di Draghi». Senza mancare di sottolineare la valenza dei partner della coalizione, facendo riferimento a Berlusconi: «Il centrodestra ha altri due leader straordinari, Salvini e Meloni: hanno preso due partiti al 4% e ne hanno fatto due partiti nazionali, ma forse dovrebbero imparare da Berlusconi a federare il centrodestra. Quando Berlusconi creò il centrodestra mise insieme anime differenti, esperienze molto complesse ma diverse tra loro e lo fece conquistando poi la guida del Paese e assicurando all’Italia, all’Europa, che un centrodestra di governo ci può essere.
Salvini e Meloni sono grandi leader di partito, ma non sono ancora leader di coalizione. Una cosa è ottenere risultati per il proprio partito, un’altra costruire e amalgamare una federazione che si candida a governare e ad avere consenso in Italia e in Europa. Su questo credo che ‘i due allievi’ qualche lezione dal ‘maestro’ Berlusconi dovrebbero ancora prenderla».

I due player della destra (sovranista e leghista) hanno pensato a fare la gara a chi arrivava prima e hanno perso le elezioni: impareranno la lezione? Il crollo di consensi ha molte madri e non si deve alla campagna antisquadrista (legittima e dovuta delle ultime settimane), bensì va riferito all’assenza di un progetto serio e convincente  per il popolo di centro che non si riconosce nelle posizioni dem né tantomeno in quelle ex-populiste dei Cinquestelle. Non si può fare insieme opposizione e maggioranza (come predilige Salvini da qualche tempo a questa parte) o soltanto opposizione per smarcarsi dall’inevitabile anonimato di un tramonto annunciato. Gli spazi per una destra moderata, europeista, moderna e di governo ci sono, mancano i leader, tant’è che è dovuto ridiscendere in campo Berlusconi. Al quale i partner consentono l’illusione di poter concorrere al Quirinale (mancano proprio i numeri, al di là di qualsiasi considerazione) per tentare di riagglomerare una destra in caduta libera.

In Calabria, l’aria è diversa, unica eccezione del Paese, con una forte e decisa presenza forzista che non condivide gli oltransismi di Lega dei dei Fratelli della Meloni. Difatti, anche per il problema migranti, in attesa dell’ufficialità della sua nomina, Occhiuto non ha mancato di far conoscere le proprie idee: «La mia Regione è ancora meno organizzata delle altre per fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione. Il sindaco di Roccella si è giustamente lamentato che non può una amministrazione comunale fare fronte a sbarchi ormai quotidiani. Appena insediato parlerò con il ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, e chiederò al governo, intanto, di dare le risorse alla Calabria per fronteggiare questo problema. E poi, l’Italia deve avere la capacità di farsi sentire un po’ di più su questo tema in Europa, perché il problema dei migranti non riguarda solo i Paesi di frontiera o le Regioni di frontiera, come la mia, ma l’Unione europea nel suo complesso».

Infine, bella l’immagine che dà del Recovery Fund Roberto Occhiuto: “ci sono vagoni di risorse per il Sud, ma servono macchinisti per guidare i convogli”. Parlando a SkyTg24, il neopresidente ha detto: «Oggi stanno partendo vagoni di risorse per le infrastrutture del Sud, per la digitalizzazione, ma abbiamo bisogno dei macchinisti che guidino questi convogli, altrimenti le risorse si perdono su un binario morto. È stato così anche in passato. L’Europa, per quanto riguarda il Sud, ci dice da tempo che c’è un difetto di capacità amministrativa, una burocrazia incapace di spendere queste risorse nei tempi dovuti.
Le Regioni devono essere coinvolte negli indirizzi di spesa, ma devono essere anche aiutate ad avere il personale amministrativo capace di realizzare le indicazioni che danno i decisori politici.
Ha fatto molto bene il ministro Brunetta a selezionare mille esperti, io spero che saranno disponibili per le Regioni in tempi brevissimi, da affiancare ai governi regionali per spendere queste risorse nei vari ambiti. Noi ne abbiamo grande bisogno, abbiamo tantissime possibilità date dal Pnrr.
La Calabria ha il più grande porto del Mediterraneo, quello di Gioia Tauro, una risorsa per tutto il Paese, eppure abbiamo bisogno di investimenti che permettano di collegarlo alle altre infrastrutture. Abbiamo necessità dell’Alta velocità: è assurdo che in Calabria non ci sia l’Alta velocità e l’Alta capacità ferroviaria.
Ecco, su questo vogliamo un grande intervento da parte del governo nazionale. Noi gli assicuriamo che avrà nel governo regionale un alleato leale e disponibile». (s) 

 

REGGIO: OPERE INCOMPIUTE O INCOMPLETE
TRA LE ILLUSIONI E LE PROMESSE DEL PNRR

di EMILIO ERRIGO – La Calabria è già geograficamente posizionata sulla carta nautica a piccola scala del Mare Mediterraneo, nella parte più a sud d’Italia, dove il sole sembra non tramontare mai e il mare è quasi sempre calmo (da qui la tipica espressione dialettale carmaria).

Un navigante che voglia godersi la vita e vivere la miglior parte della propria età felicemente, respirando aria pura e gustandosi i variegati e colorati piatti tradizionali della cucina di Calabria, accompagnati da un buon bicchiere di vino generato dalle uve di vitigni autoctoni calabresi, lo può fare con pochissimo impiego di risorse finanziarie.
Migliorare la qualità della propria esistenza in vita credo che sia un desiderio che non conosce limiti generazionali, ne latitudini e longitudini geografiche, anzi i flussi migratori e la maggiore crescente presenza di turisti in Calabria Ionica e del Tirreno, sono un esempio evidente a sostegno della mia opinione.
Detto ciò, desidero sollecitare e stimolare adeguatamente i dentriti dei neuroni dell’attento lettore di Calabria.Live, al fine di concentrare la mente verso il bello della vita: il benessere psicofisico, la gioia naturale per ogni essere umano di vivere bene in buona compagnia, con bella gente ospitale e in luoghi a lui congeniali.

È noto a tutto il mondo grazie al caro Otello Profazio, “che il Sud è bello assai, che non si muore mai, tanto che non c’è bisogno di costruire ospedali e cimiteri”. Non vi è alcuna fretta di arrivare ne di ripartire, infatti gli aerei sono rari e i treni, da e verso Reggio Calabria e Crotone, sono pochi e nemmeno tanto veloci, per aiutare il viaggiatore ad ammirare con la necessaria calma “carmaria” il verde e colorato paesaggio costiero, ancora ricco di vegetazione spontanea con rami che giungono fino alla carreggiata stradale o tanto vicini quasi a lambire i binari ferroviari. Al Sud credetemi in fede non ci facciamo mancare nulla di nulla, niente di niente, ci basta molto poco per vivere in salute e superare i cento anni di bella vita, col sorriso che lascia esterrefatti turisti e viaggiatori culturali provenienti da ogni parte del mondo.

Forse, se proprio vogliamo trovare qualcosa che potrebbe andare meglio o che non va per niente bene, dobbiamo essere puntigliosi al punto tale di andare a vedere le opere marittime e industriali, incompiute, abbandonate, sequestrate, confiscate, che fanno bella e brutta mostra di sé nel denominato “Museo Naturale dell’Indifferenza e delle Opere d’Arte Architettoniche Incompiute ” visitabile in qualunque ora del giorno e della notte, con accesso libero e gratuito.

Mi riferisco alle opere marittime incomplete del costruito Approdo Aliscafi e Navette Veloci di Sabbie Bianche, al servizio dell’Aeroporto dello Stretto, delle opere infrastrutturali ancora non ultimate del costruendo Mercato Ortofrutticolo di Mortara e San Leo (RC), delle abbandonate opere di edilizia industriali esistenti numerose a San Gregorio: Fabbrica Arenella, Fabbrica dell’essenza del Bergamotto, le grandi infrastrutture realizzate negli anni 70/80 nella adiacente Zona Industriale e mi fermo qui per amor di Calabria.

Ora mi giunge notizia non saprei quanto sia vera o verosimile, che ci sia qualcuno tra i pochi sedicenti rappresentanti politici della umana e perduta gente di Calabria, per dirla alla Umberto Zanotti Bianco, che ha in mente di riattivare il funzionamento delle Grandi Officine Meccaniche delle Ferrovie dello Stato realizzate a poche centinaia di metri dal centro abitato di Saline, con annessi asserviti fasci ferroviari sopra elevati con lunghi ponti allo stato pericolanti a causa del visibile distacco di cemento da far vedere parte del ferro oramai arrugginito.

Altre promesse di future buone azioni politiche o di buona politica, riguarderebbero la messa in sicurezza delle opere infrastrutturali marittime e il necessario dragaggio della bocca di entrata del Porto commerciale polivalente (oggi interrato) di Saline Ioniche, la riqualificazione industriale della vasta area retroportuale ex Fabbrica Liquichimica di Saline-Montebello Ionico.

Se è così grazie veramente di cuore!

Io in verità per mia natura e formazione professionale sono diffidente, non credo ai miracoli, soprattutto se questi eventi il più delle volte inspiegabili, straordinari ed eccezionali, si vogliono far verificare in provincia di Reggio Calabria. Ora mi chiedo e giro a voi la domanda, sarà mai e poi mai possibile far credere ai reggini di Reggio Calabria e provincia, che tutta l’attenzione verso il Sud del Sud ancora più Sud, stia per arrivare con il PNRR?

TRAttenta umana, dimenticata e perduta Gente che qui ci vogliono ancora una volta prendere per fessi, e i calabresi di Reggio Calabria non lo sono affatto! (ee)

[Emilio Errigo, nato a Reggio Calabria, è docente universitario e Generale in ausiliaria della Guardia di Finanza]

CONTRO L’INCAPACITÀ DI SPESA DEL SUD
APPELLO ALLA CARFAGNA: STOP LENTEZZA

di ERCOLE INCALZA – Signora Ministra, io sono meridionale come Lei e quindi conosco come Lei i pregi ed i difetti dei cittadini della nostra terra e, soprattutto, io per motivi di età più di Lei, conosco le abitudini di chi è preposto alla gestione della cosa pubblica. Ora tutti ci siamo convinti che, a differenza del passato, ci sono rilevanti risorse. Ora tutti ci siamo convinti o ci hanno convinto che non il 30%, non il 40% ma addirittura il 50% (qualche Ministro dell’ultima ora si azzarda a parlare del 60%) delle risorse del PNRR è destinato al Mezzogiorno.

Io e Lei, io più di Lei per problemi di età, abbiamo più volte, in più occasioni sentito e vagliato queste assicurazioni e poi queste percentuali sono rimaste all’interno della strana tecnica mediatica dell’annuncio. Quella tecnica che viene utilizzata quasi sempre da parte di chi per un determinato tempo riveste ruoli istituzionali.

Avere ottenuto l’inserimento nel PNRR di 1.800 milioni di euro per realizzare un lotto della ferrovia ad alta velocità Battipaglia – Romagnano sulla linea Salerno – Reggio Calabria, rappresenta la massima soddisfazione per il Presidente della Regione Campania, per il Presidente della Provincia di Salerno, per il Sindaco di Salerno, per quello di Battipaglia, per quello di Romagnano, di 7 o 8 o 12 parlamentari dei vari collegi locali; e sapere che nel PNRR esista un titolo “Asse ferroviario ad alta velocità Salerno – Reggio Calabria” costituisce un successo di tutti coloro che, presenti direttamente e indirettamente lungo questo corridoio infrastrutturale e rivestendo ruoli istituzionali, si sentono attori promotori di questo risultato. Si sentono, Signora Ministra, soddisfatti di un titolo, di una voce di spesa per ora solo allocata.

Signora Ministra come Lei sa noi partiamo da una triste esperienza che ci fa davvero vergognare all’interno della Unione Europea: dei 54 miliardi del Programma del Fondo di Sviluppo e Coesione 2014 – 2020 in sei anni ne abbiamo impegnati 24 e spesi 3,8 miliardi di euro (ripeto tre miliardi e ottocento milioni di euro). E per non perdere definitivamente le somme non impegnate pari a circa 30 miliardi di euro dobbiamo fare in modo di spenderli entro e non oltre il 31 dicembre del 2023.

Ed allora proprio perché conosciamo questi limiti e siccome vorremmo evitare di ritrovarci il 31 dicembre 2026 impegnati solo nella ricerca dei responsabili della “mancata spesa” e al sistematico confronto tra organo centrale e organo locale, tra stazioni appaltanti e imprese di costruzione, cerchiamo sin da ora di monitorare in modo capillare questo non facile teatro di convenienze e di occasioni irripetibili per la nostra terra. Forse Lei ha già istituito presso il Suo Dicastero un organismo preposto all’avanzamento dei vari interventi, tuttavia sarebbe opportuno che il monitoraggio verificasse essenzialmente tre momenti chiave e cioè:

– La reale e misurabile conclusione della fase progettuale

– La conclusione dell’iter approvativo ed autorizzativo

– L’avvio concreto dei cantieri

Le mie indicazioni sembrano banali ma purtroppo il controllo vero, ripeto vero, di questi tre momenti è, a mio avviso, una condizione per misurare la correlazione tra la progettazione di un’opera ed il tempo necessario per la realizzazione dell’opera stessa. È l’unico modo per misurare le nostre lentezze e forse le nostre irresponsabilità. A tale proposito Le ricordo che siamo ormai da quasi 10 (dieci) mesi sotto i fari accesi di una Unione Europea che cerca di capire quando e come il nostro Paese passerà dagli annunci, dalla definizione dei programmi, dalla istituzione della governance (tra l’altro purtroppo non una ma diverse) alla apertura dei cantieri, alla concreta utilizzazione delle risorse coerenti ai programmi di spesa definiti ed approvati.

Tento di farLe un esempio riferendomi solo alle infrastrutture ferroviarie per ricordarLe che per le opere ubicate nel Mezzogiorno penso sia necessario prendere visione dello stato di avanzamento dei progetti e dei relativi cronoprogrammi proprio per superare tutti i vincoli autorizzativi, tutti i localismi ed i provincialismi che in molti casi hanno reso e rendono difficile il lavoro delle Ferrovie dello Stato.

Prendo come esempi quattro opere fondamentali presenti nel PNRR: l’asse Napoli – Bari, l’asse Salerno – Reggio Calabria, l’asse Taranto – Potenza – Battipaglia e il sistema Palermo – Messina – Catania.

Esistono poi una serie di interventi come la linea Rosarno – San Ferdinando, la Bari – Bitritto, la Cancello – Benevento, la Bari – Taranto, la Venafro – Campobasso – Termoli, la Roccaravindola – Isernia – Campobasso, , la Salerno – Aeroporto di Pontecagnano, la Pescara – Foggia – Brindisi, il collegamento porto e bypass porto di Augusta, l’asse Bari – Lamasinata, la linea Potenza  Foggia, il completamento della linea Ferrandina – Matera, la linea Barletta – Canosa, il nodo intermodale di Brindisi, la velocizzazione della linea jonica, il nodo di Catania, l’asse Palermo – Agrigento – Porto Empedocle, la intermodalità Trapani – Birgi, il collegamento aeroporto di Olbia e il raddoppio Decimomannu – Villamassargia; tutti interventi che hanno un inserimento nel PNRR per circa 3.400 milioni di euro ma che allo stato sono relativi tutti a nuovi interventi ed i cui progetti o sono allo stato di studio di fattibilità, o di fattibilità o di progetto di massima. Sono tutti interventi che devono essere quindi completati, essere approvati, essere condivisi con gli organi locali.

Le ho fatto una analisi sintetica delle opere ferroviarie nel Mezzogiorno e da tale analisi che sicuramente Lei già conosce emerge un dato davvero preoccupante: escluso l’asse Napoli – Bari il resto è tutto da progettare, è tutto da approvare, è tutto da appaltare.

Devo esserLe sincero ma nasce spontanea una prima considerazione: questo quadro di interventi, di progetti, di scelte era noto sin dal mese di febbraio di questo anno, poi a maggio è stato reso ufficiale e definitivo, poi il 13 luglio la Unione Europea lo ha avallato ulteriormente; sono passati otto mesi, cinque mesi, tre mesi e si continuano ad organizzare le governance, si continuano a confermare gli impegni autorizzati, si continuano a fissare le Commissioni per approvare i progetti,

Tutte azioni obbligate, tutte iniziative utili ma intanto in questo modo abbiamo regalato al futuro un anno e forse alla Unione Europea una somma rilevante di risorse che non saremo in grado di spendere.

Ministra siccome conosciamo questo difficile brodo e siccome sarebbe davvero folle non invertire le abitudini, sarà bene dare il giusto valore non al significato di un anno o di un mese o di una settimana ma convincersi che anche perdere un giorno significa compromettere un percorso che, devo esserLe onesto, allo stato è davvero difficile da attuare. Ma io ho grande stima della Sua persona. (ei)

[courtesy stanzediercole.com]

[Ercole Incalza, profondo conoscitore dei problemi del Mezzogiorno, è stato responsabile del Piano generale dei trasporti approvato dal Governo nel 1986 e del suo primo aggiornamento avvenuto nel 1991. Ha vissuto in questi ultimi trenta anni nel mondo della pianificazione dei trasporti]

Il grido di dolore dell’arcivescovo di Napoli, il catanzarese Mimmo Battaglia: manca il Sud nel PNRR

Un grido di dolore, autentico e sincero, quello lanciato dall’arcivescovo di Napoli, il catanzarese mons. Mimmo Battaglia 8è nativo di Satriano): «Sento che a questo piano “nazional-europeo” manchi il Sud”. Ecco la lettera aperta che il presule ha indirizzato al mondo politico:

“La pandemia che si è abbattuta sul mondo come un castigo inflitto agli uomini dagli uomini stessi, ha fatto capire ché delicata e dolce è la Bellezza e quanto delicato fosse quindi il nostro pianeta e quanto deboli quelle culture che nei secoli, specialmente l’inizio di quest’ultimo, hanno pensato di dominarlo e piegarlo agli egoismi di pochi. Le economie mondiali hanno tutte mostrato la propria fragilità e la globalizzazione, che tutte le orienta, ha così mostrato i suoi piedi d’argilla, rivelando quanto fossero inutili le scarpe eleganti e costose di cui erano rivestiti. Tutti i governi sono corsi ai ripari inventando provvedimenti urgenti che potessero arrestare il corso sempre più drammatico impresso dal Covid 19 e ridurre così le sue più gravi conseguenze sui sistemi economici e su quello, non certo meno importante, che, dall’interno del primo, presiede alla tutela della salute e alle cure dei malati.

Frementi e angosciati, uomini e donne hanno atteso che al più presto la Ricerca offrisse all’Umanità un vaccino capace di sconfiggere il virus e di restituire tempo e spazio, libertà e creatività a ciascun essere umano, per ricostruire tutti insieme un nuovo futuro e un vero Progresso, al posto di questo troppo bugiardo. La via l’ha indicata in quei primissimi giorni Papa Francesco che mentre le piazze e le strade erano deserte, ha di fatto raggiunto con il suo appello ogni casa d’Italia e del mondo, esortando tutti ad essere diversi, a diventare migliori, operando per una comunione più forte tra le persone e tra queste e i governanti, affinché dalla terribile pandemia potesse nascere un mondo più bello e più sano. Un mondo fondato sulla vera eguaglianza, sulla donazione di ciascuno verso l’altro e sullo slancio di tutti verso la comunità umana. Che è una e indivisibile.

Il vaccino, in diverse vesti, pure quella della vecchia speculazione economica e degli egoismi miserevoli, è arrivato e così la speranza è riapparsa. Il dolore immane per i milioni di morti e per le lunghe sofferenze lasciate sui sopravvissuti, accoglie con sollievo la certezza che altrettante vite saranno salvate. L’Europa, dopo le molte incomprensioni tra i paesi membri, alcune davvero assai spiacevoli sul piano morale, ha varato un piano di intervento molto importante che prevede l’utilizzo di circa settecento miliardi di euro da distribuire ai paesi dell’Unione sulla base di una linea politica improntata al rigore gestionale e al varo delle tante attese riforme strutturali. Il quaranta per cento di queste risorse è assegnato a fondo perduto, cioè non soggette a restituzione, mentre il sessanta per cento è stato concesso in prestito con un tasso di interesse definito da alcuni ragionevole. Non sono soldi piovuti benevolmente dal cielo e non v’è alcuna vera gratuità in essi. Li pagheranno i cittadini. Più avanti, con le conclamate riforme, vedremo a quale prezzo, ma gli annunciati aumenti del costo di alcuni beni di prima necessità (luce e gas per il momento), fanno udire fin da ora i drammatici squilli di tromba della povertà e dell’egoismo.

All’Italia arriveranno (una buona parte a fine luglio, viene assicurato), circa duecentocinquanta miliardi di euro, di cui sessantanove a fondo perduto. Il Parlamento, poche settimane addietro, ha varato quasi all’unanimità i provvedimenti per l’attuazione dei progetti relativi ai fondi assegnati al nostro Paese. Essi sono racchiusi nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), lo strumento cioè che dovrà attuare in Italia il programma Next Generation EU. Quante parole nuove di se stesse, quante sigle affabulatrici! Il Piano si articola su sei linee di movimento, che i tecnici chiamano con un termine solenne, “missioni”. Esse sono: 1) digitalizzazione (innovazione, competitività e cultura); 2) rivoluzione verde e transizione ecologica; 3) infrastrutture per una mobilità sostenibile; 4) istruzione e ricerca; 5) inclusione e coesione; 6) salute. Sembra ci sia tutto. I soldi, questa volta ci sono. I progetti e gli strumenti attuativi, ci sono pure. Un governo che orienti, vigili e direttamente operi, c’è pure, come anche è presente un Parlamento determinato, con tutte intere le forze politiche, a sostenerne i piani e gli sforzi. Forse è la prima volta, almeno a mia memoria, che in un’emergenza così drammatica istituzioni europee, Italia, partiti e forze sociali, si ritrovano insieme nella comune volontà di realizzare fatti necessari alla ripresa delle economie e della piena vita sociale. C’è tutto, quindi? Si può stare tutti tranquilli?

Io sono un prete e per quanto abbia letto e studiato, e mi sforzi ancora di farlo, tutto il voluminoso dossier, così elegantemente rivestito di formule e di titoli affascinanti, che da mani a mani, dall’Europa è giunto fino a noi, avverto la sensazione che manchi ancora qualcosa.

Lo sguardo fiducioso della gente, per esempio. Quello sguardo così profondo che muove poi le coscienze per trasformarle in forza unitaria e partecipativa, in azione politica dal basso a favore di una vera cultura della solidarietà, che non può che essere la fratellanza umana, è necessario a ogni progetto di governo affinché abbia più forza lo spirito democratico che deve accompagnare sempre ogni decisione politica. Ché nella Democrazia, luogo privilegiato per la tenera custodia della libertà, si deposita il senso umano delle cose.

La gente, però, è stanca. Per lunghi anni ha dovuto sostenere il peso di una crisi che è stata scaricata impunemente proprio da chi l’ha provocata, in tutto o in parte, come una colpa da attribuire a persone e famiglie: la colpa di vivere e di consumare risorse. Tale atteggiamento non ricorda forse quella cultura senza pensiero e priva di generosità che è diventata parola avvelenata in taluni paladini della produttività che in pieno dramma Covid hanno descritto i nostri vecchi come persone inutili, rei di non essere produttivi e di vivere, come se rubassero, della loro pensione. Di quel piccolo provento, cioè, frutto di anni interminabili di duro lavoro e che ancora oggi, spesso sostituendosi a uno Stato che ha dimenticato la preghiera laica della vicinanza ai più deboli e bisognosi (lo chiamavano Welfare, quando c’era) essi, i “guerrieri della “quarta età”, interamente impiegano per sostenere figli e nipoti espulsi dal mondo del lavoro o che il lavoro non riescono a trovare. Che straordinaria estensione dell’Amore, questa, a cui però non si accompagna la Politica che di quel sentimento paterno dovrebbe alimentarsi. Sempre!

Io sono un prete, un umile servo del Signore, un appassionato del Vangelo, un uomo che ha fatto tutta la sua “peregrinazione” verso la Verità ricercando nella giustizia un suo fondamento, nell’ancora troppo lontano Sud. Dalla Calabria sono giunto per volontà del Signore nella Città che ancora il Sud rappresenta in tutte le sue dimensioni e contraddizioni, in tutti i suoi colori chiari e scuri e in tutte le sue melodie, festose e tristi. Napoli è una Città bellissima. Tutto il Sud è una terra bellissima. Di questa estesa terra ricca di paesaggi e di storie, di mare e di cielo limpidi, di monti leggeri e di valli ondulate, di cultura e di umanità, di pensiero alto e di braccia forti, di incanto meraviglioso e di mani incallite, ho visto, e ancora da questo luogo straordinario vedo, le sofferenze degli uomini e delle donne, il loro coraggio di combattere ancora. La loro vivida intelligenza e profonda bontà.

Ho visto, e vedo, le ingiustizie inflittegli anche da chi – a causa di un antico e reiterato preconcetto – considera il Sud una zavorra e non una risorsa, credendo di poter agganciare il treno dell’Europa abbandonando sul binario morto quella parte del Paese che in più di mezzo secolo gli ha offerto non soltanto le braccia per le industrie, ma anche le intelligenze per farlo diventare quel ricco e potente territorio che è. Del Sud ho visto, e vedo ancora, le terre arse e i volti di marinai e braccianti bruciati dal sole e dalla fatica “ tradita”. E il viso triste di giovani in attesa. Uno sguardo triste il loro, ma non domo. Ho visto pure le solitudini degli abbandoni. E la condizione di isolamento, territoriale oltre che economico e politico, in cui il Sud viene ancora tenuto rispetto al resto del Paese per non dire dell’Europa. Un abbandono insistente, anche se talvolta mitigato da promesse insincere o che si interrompono a metà, perpetrato da un potere e da una classe dirigente troppo distanti. Classe dirigente, generalmente intesa, che da queste parti si affaccia per utilizzarlo, il Sud, come riserva di caccia di voti o come un utile consumatore di beni altrove prodotti.

Ecco, come prete e come uomo del Sud sento, forse mi sbaglierò – ovvero vorrei tanto sbagliarmi – che a questo Piano “nazional-europeo” manchi il Sud. Manchi il Sud nella sua specificità di questione morale e politica e, quindi, democratica. E se manca il Sud in quanto tale, mancano anche i poveri nella loro drammatica peculiarità. I poveri in carne ed ossa, uomini, donne e bambini, volto per volto, nome per nome, che spero finalmente fuoriescano da quelle fredde statistiche che non impressionano più un’Italia divisa su tutto e che rischia di esplodere in una guerra intestina tra egoismi intrecciati, sopra la quale ogni giorno più indifferente sta quella parte progressivamente più ristretta di ricchi sempre più ricchi.

Chi sono i poveri oggi? Sono quelli che ancora le statistiche misurano sulla base di ciò che possiedono di misero in un contesto miserevole. In poche parole, formule numeriche che misurano la fame delle persone e la quantità di cibo che riescono a portare a tavola, in abitazioni assai incerte, il cui tetto, per tanti in numero crescente, è il cielo che li copre senza che qui esso acquisti nulla di poetico e di romantico. I poveri sono ovunque nel Paese, dispersi e nascosti nelle pieghe del proprio pudore e della ipocrisia di chi fa finta di non vederli, se non in qualche telegiornale, ingannevolmente di inchiesta, che li riprende davanti alle mense della Caritas, irrispettosi della loro dignità umana e di quella della “cittadinanza” sequestrata. I poveri sono anche le regioni povere, le terre inaridite e assetate dell’acqua che si perde nello spreco e nelle condotte inesistenti o rovinate. Le terre consumate dal cemento e dal cedimento per incuria o per devastazioni diverse.

I poveri, sono il lavoro. Quello che manca e quello dequalificato, quello sfruttato e quello mal pagato. Sono il lavoro che uccide nelle fabbriche “distratte”, nei cantieri insicuri, nei campi della nuova schiavitù, dove quella carne umana sopravvissuta al mare viene comprata e venduta a pochi euro. I poveri sono il lavoro, la questione oggi delle questioni irrisolte di un nuovo capitalismo cinico e beffardo quanto crudele e stupido. Un lavoro, sottopagato, che spesso dequalifica e aliena giovani che hanno studiato tanti anni, non solo per sentirsi nobilitati secondo quell’antico principio, ma per sentirsi protagonisti della crescita complessiva della società, costruttori della ricchezza per tutti. La ricchezza, non dimentichiamolo, che è di tutti. Sempre.

I poveri, sono anche quella politica che, disgiunta dalla morale, si priva della sua intima natura, del suo scopo primario, lasciandosi cosi logorare dalla corruzione dilagante e non di rado dall’incompetenza devastante. E così la politica dimentica il suo fine “primo”, che è realizzare l’impossibile, il sogno. E non è affatto vero che i sogni siano castelli di sabbia dimenticati al mare della nostra fanciullezza, recuperabili in età avanzata per non “morire” completamente di nostalgia e rimpianto. Come vero non è che la felicità non sia di questo mondo, se essa si fonda sulla realizzazione del bello e del giusto e del vero. Per ciascun essere umano. Il Mezzogiorno, all’interno del Piano di resilienza, non può essere, pertanto, soltanto un’area da risollevare e neppure, se anche lo si volesse, un motore che ne accenderebbe altri. È il luogo, invece, dove si può compiere, insieme alle storiche riparazioni dei danni provocati, un’autentica opera di giustizia e di umanizzazione della Politica. Il luogo in cui può nascere, proprio per la consistenza delle risorse e degli strumenti europei, un nuovo modello di sviluppo fortemente proiettato alla costruzione del vero Progresso. Un modello che punti decisamente, attraverso le mani e la testa e il cuore di una classe dirigente aperta, colta, matura, “innamorata” della Bellezza, alla valorizzazione delle proprie risorse. A partire da quelle, anche umane, già presenti nel territorio, che l’emergenza planetaria, al Covid preesistente, indicano quali “salvavita”. Sono le risorse che abbiamo colpevolmente dimenticato: la terra, madre sempre benigna e generosa, l’acqua sua figlia prediletta, il cielo con l’aria da “liberare”, il mare da restituire pienamente alla sua grazia così ricca di beni, i fiumi da proteggere dal rischio, che essi stessi soprattutto subiscono, di tracimare modificandosi e rovinando il territorio, invece che scendere dolcemente verso il mare che li accoglie. Sono i doni di Dio per tutti gli esseri umani e di cui il Mezzogiorno ampiamente dispone ancora.

Ma sentiamo forte la necessità di Giustizia sociale, senza la quale non potrà mai esservi pace.

Troppo spesso i poveri sono stati offesi con generalizzazioni ingiuste, che non tengono conto della dignità, delle aspirazioni, dei sogni, dei talenti di ognuno.

Nella dimensione della “prossimità”, ripartire dagli ultimi significa metterli concretamente al centro di un processo di “liberazione” teso a restituire loro piena dignità umana.

Se pensiamo ad esempio alle politiche delle nostre città, ai servizi verso i cittadini più deboli e fragili, e proviamo a farlo attraverso le chiavi di lettura della Giustizia, non potremo più limitarci a percorsi meramente assistenziali, diritti sociali che appaiono come concessioni, come un lusso che non sempre ci si può permettere.

La Politica, se davvero vorrà riscrivere la storia di questi territori, avendo cura anche e soprattutto dei propri figli più fragili, dovrà riaccendere la fiamma della Speranza e ritessere i fili della Fiducia.

Due elementi, Speranza e Fiducia, che sono al momento le vere risorse assenti nelle nostre comunità.

Si tratta di ripartire dalle persone, e quindi dalle relazioni, riattivando i legami solidali tra i cittadini. Occorre restituire loro la dignità, e quindi l’orgoglio, di essere meridionali.

Ma per farlo occorre ripensare ad un modello di sviluppo che sia integralmente sostenibile, che parta dalla consapevolezza che «tutto è connesso» riconoscendo la relazione profonda ed inscindibile tra la sfera sociale, spirituale, economica e ambientale, come pure quelle fra dimensione locale e dimensione globale.

Se davvero si vorrà costruire una nuova prospettiva di futuro, il modello di sviluppo dovrà vedere protagoniste le persone che formano le comunità, quale intreccio di relazioni, identità ed appartenenza.

Sono i sogni, le aspirazioni, i legami e le interazioni tra le persone che conducono alla individuazione del modello più coerente con il “sentire” della comunità. Il territorio rimane quindi strumento, complemento oggetto, di un processo in cui soggetti attivi restano le persone.

Il compito dell’uomo che governa è davvero quello di fare della Politica la propria missione, la propria “più alta opera di carità”. Oggi, non domani. Nella vita delle persone e in quella della natura, non ci sono partite da giocare ai tempi supplementari e vincere poi ai rigori, come i nostri ragazzi hanno “eroicamente” fatto in quel di Wembley, richiamando tutti al dovere gioioso dell’unità di popolo. Quell’unità sincera che commossi pur se preoccupati, abbiamo visto nello spettacolo del tricolore che ha camminato da cuore in cuore, da coro in coro, in tutte le piazze italiane. Quell’unità che io auspico, con l’ausilio di forze politiche che operino concretamente ed esclusivamente per il bene dell’Italia, permanga nel tempo del pieno recupero dell’identità smarrita. Una identità bella, la nostra, che con il buon vento del Sud voli lontano e si mescoli felicemente in quella del popolo europeo. E più alto e più giù ancora voli, senza stancarsi, verso la più nobile delle bandiere e la più bella delle nazioni, quella dell’intera umanità e del mondo pacificato nella giustizia.

Con umiltà ed amore.”

+ don Mimmo Battaglia

La sottosegretaria Dalila Nesci: Il 40% del Pnrrr è vincolato al Sud

«Il 40% dei fondi destinato al Mezzogiorno è quindi al sicuro». È quanto ha preso noto la sottosegretaria per il Sud, Dalila Nesci, spiegando che tale quota è vincolata a una norma approvata in Parlamento «che, come M5S, abbiamo fortemente voluto».

«Il vero tema – ha spiegato – è investire queste risorse in progetti di sviluppo, impiegare gli 82 miliardi di euro per la crescita del Mezzogiorno e cogliere la storica opportunità che abbiamo di ridurre il divario rispetto al Nord».

«È necessaria – ha aggiunto – una sinergia tra le istituzioni locali e nazionali: lo Stato aiuterà i territori con strumenti e personale ad hoc, ma è indispensabile l’apporto progettuale degli Enti locali. Il turismo rappresenta uno dei principali settori in cui dimostrare la nostra capacità di investire le risorse del Pnrr».

«Fa parte della Missione 1 del Piano – ha spiegato – che attribuisce particolare rilievo proprio allo sviluppo dei territori del Mezzogiorno. Dobbiamo puntare su un turismo di qualità, sostenibile e capace di valorizzare le nostre eccellenze. Con il PNRR possiamo promuovere la bellezza dei territori, il Made in Sud che rappresenta la vera chiave per la nostra competitività, finanziare il Piano borghi e le infrastrutture anche digitali per connettere i territori».

«Non possiamo sprecare neppure un euro dei fondi disponibili, la ripresa economica – ha concluso Nesci – passa dalla coesione territoriale». (rrm)

IL PORTO DI GIOIA DIMENTICATO DAL PNRR
TUTTO A GENOVA E TRIESTE, I RESTI AL SUD

di ROBERTO DI MARIA – La portualità italiana è da sempre affidata a scelte a dir poco discutibili. I vari potentati locali tirano l’acqua ognuno al suo mulino, creando tutto tranne che un sistema interconnesso che risponda ad obiettivi comuni per adeguarsi alla globalizzazione ormai consolidata.
Nello stesso tempo, la Cina può contare su una gestione centralizzatissima, mentre i porti del nord ovest europeo costituiscono sostanzialmente un unico sistema monopolizzante in chiave gateway per il vecchio Continente.

Il tanto decantato Pnrr ha cercato di superare la litigiosità e le ambizioni locali in maniera del tutto singolare. Lungi dal creare un unico sistema sinergico della logistica italiana, in grado di competere con lo strapotere nordeuropeo, ha puntato tutto su due porti, relegando la parte rimanete della portualità italiana ad un ruolo del tutto marginale. In tal modo si è concepito un insieme di investimenti che puntano a potenziare le “ascelle” del sistema, costituite da Genova e Trieste, mentre ai porti del Sud rimane il compito di dedicarsi al crocierismo e poco altro.

Insomma, pesca e turismo al Sud, milioni di containers al Nord, in perfetta antitesi con i dettami della UE che, con il Recovery Plan, voleva eliminare le diseguaglianze anche all’interno dei singoli stati.

Cronaca, fin troppo annunciata, di una pianificazione a senso unico, che soddisfa i più forti politicamente ed economicamente, affondando sempre più chi sta peggio. Una scelta suicida. Si guardino, per comprenderlo, le cartine allegate, che riportano gli schemi delle principali linee ferroviarie italiane al 2017.

Nella prima sono evidenziate la capacità delle linee per “sagome”, vale a dire le ferrovie entro le quali possono viaggiare tranquillamente i containers più grandi. Nella seconda si evidenzia la capacità delle linee di far transitare treni lunghi, fino a 750 metri. Un “modulo” ormai obbligatorio in ambito europeo per le linee principali, senza il quale sarebbe impossibile fare giungere i containers scaricati nei porti fin al centro del continente.

Se non fosse già deciso tutto, e si dovesse valutare il modo di rendere competitiva la logistica italiana, non ci sarebbe alcun dubbio su quali porti privilegiare. Sarebbero certamente quelli meridionali, con preferenza per Taranto e, soprattutto Gioia Tauro.

Il perché è presto detto: i due porti sono alla portata di treni di sagoma PC/80, vale a dire quella massima. Capace di convogliare non soltanto containers di qualsiasi tipo, ma anche i tir posizionati su appositi pianali. I treni, inoltre, potrebbero raggiungere lunghezze prossime ai 750 metri. L’itinerario è quello adriatico (quello tirrenico è stato realizzato più per l’Alta Velocità che per l’Alta Capacità) che consente di raggiungere la pianura padana da Gioia Tauro via Taranto-Bari-Ancona.

Guardando la cartina di destra, quella relativa ai “moduli” appare evidente la scelleratezza di chi ha lasciato una discontinuità complessivamente breve – facilmente sanabile grazie a un vecchio progetto di Italferr tra Battipaglia e Sapri, al costo complessivamente modesto di circa 2 mld di lire dell’epoca – ostacolando il grande piano di realizzare quella “portualità diffusa” che rappresenta l’unico modo che ha l’Italia per competere con i porti del Mare del Nord e, in un prossimo futuro, con quelli dell’emergente sistema greco-adriatico orientale.

Analogamente, per portare sulla dorsale adriatica le merci di Gioia Tauro, mancano ancora diverse tratte “trasversali” che sembrano poter essere finanziate col Pnrr e il Fondo complementare. La loro assenza impedirebbe una reale crescita del grande scalo calabrese.

Nello stesso tempo, ci accorgiamo che Genova e Trieste non si trovano nella stessa condizione. Se Trieste soffre di forti limitazioni nella lunghezza dei convogli (massimo 650 m.), ma non nelle sagome, Genova sta messa male in entrambi i casi. Le linee che la collegano alla pianura padana, a 2017, sono limitatissime sia nella sagoma (PC45) sia nella lunghezza dei convogli (inferiore a 600 m.).

È proprio per questo che ci si è affannati tanto a creare il terzo valico, pur avendo a disposizione già due linee a doppio binario tra la pianura padana ed il porto ligure. Per un importo di circa 5 miliardi, ovviamente a carico di tutti gli italiani. Ma c’è di più: com’è noto, il porto ligure – a differenza di quelli di Gioia Tauro e Taranto – non può permettere l’attracco delle mega portacontainers. Anche per ragioni di bacino d’utenza.

A tale proposito, non va dimenticata la profetica dichiarazione di Federagenti che, nel 2015 affermava che le navi portacontainer di ultima generazione non avrebbero avuto convenienza a toccare l’Italia, dove non esiste un mercato in grado di garantire il carico sufficiente ad alimentare questi giganti.

Sono trascorsi sei anni e ancora, salvo rare eccezioni, le grandi navi da 18mila TEU scalano solo il Nord Europa. Né l’apertura del Terzo Valico potrà cambiare la situazione in modo sostanziale: è noto a tutti che solo grazie alla polivalenza simile a quella degli scali del Mare del Nord – l’Europoort di Rotterdam si estende su 3.600 ha, con canali fluviali, linee ferroviarie come la Betuweroute, una rete autostradale capillare per tutto il Nordeuropa e 3 Distripark – è possibile smaltire in tempi rapidi questi giganteschi carichi.

Pensare di riprodurre a Genova una struttura paragonabile a quella di Rotterdam è un’illusione. Senza contestare gli stanziamenti miliardari previsti dal PNRR – e nella certezza che sia impossibile completare i lavori per il 2026 – bisogna avere la consapevolezza della modestia dei risultati perseguibili.

Invece, per i porti meridionali pronti già oggi a costituire un gateway europeo diffuso, il Pnrr prevede pochissimo: elettrificazione delle banchine e qualche ammodernamento impiantistico. Semplicemente ridicolo.

Sarebbe bastato avviare un programma di ampio respiro, ponendosi obiettivi che vanno dalla portualità all’aumento dei posti di lavoro nel Sud, dalla crescita sociale allo sviluppo delle mille attività indotte da una rete portuale moderna per legittimare il potenziamento dei retroporti di Gioia Tauro e Taranto, creare un polo logistico di formidabile attrattività, realizzabile in pochi mesi.

In fondo, si tratterebbe della materializzazione di quel progetto, denominato “ALI” che avrebbe messo a sistema anche la Sicilia, tramite il Ponte sullo Stretto e la formidabile potenzialità di ormeggio di Augusta, pari alla somma dei due porti sopra citati. Con tanto di interporti già abbondantemente individuati e, in alcuni casi (Nola, Marcianise, Bari Lamasinata) parzialmente realizzati.

Null’altro che la messa a sistema della portualità meridionale, in logica connessione con i tratti terminali di due corridoi europei: Helsinki-La Valletta (Scandinavo Mediterraneo) e Danzica-Ancona (Baltico-Adriatico), prolungato fino a Bari. Previsioni su scala europea che risalgono al 1992 (trattato di Maastricht) poi revisionate nel 2011, ma del tutto ignorate dall’Italia, almeno per quanto riguarda la parte a sud di Roma.

Per far comprendere la colossale cantonata che si sta perpetrando, basti pensare che, in una certa misura, questo sistema logistico è già operativo: lo dimostra la stessa attività di Gioia Tauro che comincia a formare treni containers, adesso che si intravvede la possibilità di instradarli su ferro. Il porto calabrese, infatti, è stato appena dotato di un raccordo ferroviario, ovvero da quando sono stati aperti all’esercizio le poche centinaia di metri di ferrovia che lo collegano alla dorsale tirrenica, di cui ci si era incredibilmente dimenticati per decenni.

Una trascuratezza generalizzata e consueta, quando si parla del sud: non sono un mistero le mire cinesi su Taranto e persino su Augusta. Regolarmente scoraggiate per ragioni geopolitiche, ma sulla pelle dei meridionali. Si pensi alla proposta cinese, avanzata una quindicina di anni fa, di realizzare a proprie spese il Ponte sullo Stretto, al fine di implementare le infrastrutture portuali siciliane, fondamentali per gli interessi dell’Estremo Oriente.

Proposta rispedita al mittente che ha immediatamente realizzato l’alternativa del Pireo. Mentre scriviamo, cinesi, russi, kosovari e serbi lavorano ad una ferrovia che, attraverso i Balcani, collegherà il porto greco a Budapest, raggiungendo i mercati centroeuropei. Indebolendo la logistica tedesca e tagliando definitivamente fuori l’ex Bel Paese. Anche grazie agli accordi già chiusi o in via di chiusura con gli scali albanesi e montenegrini.

Un suicidio programmato con cura, quindi, frutto di scelte nazionali fallimentari che continuano ad ignorare la parte meridionale della nostra penisola: un enorme molo proteso sul Mediterraneo, mare in cui transita un quarto del traffico mondiale di containers. Un molo che farebbe del nostro paese il terminale europeo della nuova via marittima della Seta. Ma è meglio un uovo oggi che un pollaio domani.

Ai “piani alti” è stato deciso che la portualità italiana deve affidarsi a Genova e Trieste, a dispetto di decenni di crescita decisamente asfittica. Poco importa se, per renderla operativa, non basterà aspettare il 2026 e dovrà essere perennemente alimentata da risorse pubbliche. Non solo il meridione, ma l’intero Paese perderà inutilmente oltre un lustro per attrezzare due soli porti, su cui si è puntato inspiegabilmente tutto. (rdm)

[Roberto di Maria è un ingegnere dei trasporti]

Pnrr, la Calabria sul podio dei finanziamenti per progetti presentati dai Consorzi di Bonifica

La Calabria è nel podio nazionale dei progetti che saranno finanziati attraverso il Pnrr, per quanto riguarda le infrastrutture idriche. Dei 149 progetti presentati e dichiarati ammissibili dal Ministero delle Politiche Agricole, infatti, 20 sono dei Consorzi di Bonifica calabresi.

Di questi, due, in particolari, sono al primo posto con il punteggio più alto, ex equo con un progetto presentato dal Consorzio del Piacentino della Regione Emilia e Romagna.

Grande soddisfazione è stata espressa da Rocco Leonetti, presidente Anbi Calabria e Franco Aceto, presidente Coldiretti Calabria per l’ottimo risultato, che è stato conseguito «grazie a molteplici fattori individuati anche negli indirizzi progettuali forniti dall’Anbi Calabria ed attuati dalle amministrazioni consortili elette in rappresentanza degli agricoltori».

«Questo risultato – si legge in una nota – non poteva essere conseguito senza una costante sinergica collaborazione, che si è voluta con forza ed in cui si è creduto, intervenuta fra Anbi, Consorzi di Bonifica, l’assessore Gianluca Gallo ed il Dipartimento Agricoltura della Regione Calabria e di cui si ringrazia l’Assessore e il dirigente generale dott. Giacomo Giovinazzo per l’attività messa in campo».

«Hanno contribuito, infine – prosegue la nota – al conseguimento del lusinghiero risultato le strutture tecniche dei Consorzi di Bonifica, che si ringraziano, costituite in massima parte da giovani tecnici formatisi presso le Università calabresi».

«Nella considerazione che– conclude la nota – gli interventi progettati riguardano l’ammodernamento, la ristrutturazione, l’efficientamento e l’innovazionedegli impianti irrigui esistenti,ormai datati, il beneficio che ne deriverà alla agricoltura calabrese sarà notevole, in particolare quello di avere un servizio costante senza interruzioni e meno gravato dai costi di manutenzione. Il risultato conseguito è la dimostrazione che i Consorzi di Bonifica calabresi hanno saputo raccogliere la sfida». (rcz)