Il centro storico di Crotone come motore di sviluppo urbano sostenibile

di ROMANO PESAVENTO –Il centro storico di Crotone può oggi essere reinterpretato secondo i paradigmi più avanzati della rigenerazione urbana contemporanea, superando definitivamente l’approccio che lo considera un ambito statico, da preservare esclusivamente nella sua dimensione materiale e memoriale. Le più recenti esperienze europee e mediterranee dimostrano come i centri storici capaci di affrontare le sfide della contemporaneità siano quelli che riescono a funzionare come sistemi urbani complessi, adattivi e produttivi, nei quali la tutela del patrimonio si integra con processi di innovazione economica, sociale e culturale.

In questo quadro, il centro storico non è più soltanto un oggetto di conservazione, ma diventa un dispositivo attivo di sviluppo urbano. Il patrimonio storico-architettonico, se inserito all’interno di strategie integrate e multilivello, può operare come infrastruttura culturale capace di generare economie della conoscenza, della  creatività e dell’esperienza. La rigenerazione non si configura quindi come un intervento puntuale o episodico, ma come un processo continuo, fondato sulla capacità di attivare relazioni tra spazi, funzioni, comunità e territori.

La stratificazione storica di Crotone, dalle origini magnogreche fino alla città fortificata dell’età moderna e alle successive trasformazioni ottocentesche e novecentesche, costituisce un capitale culturale latente di straordinario valore. Questo patrimonio non deve essere interpretato come una sequenza di testimonianze isolate, ma come un sistema complesso di segni, strutture e relazioni che può essere riattivato attraverso modelli di heritage-led regeneration. Le fonti documentarie conservate presso l’Archivio Storico cittadino restituiscono l’immagine di una città dinamica, segnata nei secoli da cantieri, innovazioni tecniche, ridefinizioni funzionali e intensi scambi commerciali e culturali con il Mediterraneo. Tale dimensione evolutiva non appartiene soltanto al passato, ma rappresenta una chiave interpretativa fondamentale per il presente e per la costruzione di scenari futuri.

In questa prospettiva, il Castello di Carlo V assume un ruolo strategico. Da struttura militare e difensiva, esso può essere reinterpretato come infrastruttura culturale contemporanea, secondo i modelli dei cultural hub e dei poli di innovazione culturale diffusi in numerose città europee. Il Castello può ospitare funzioni legate alla ricerca, alla produzione culturale, alla formazione avanzata, alle residenze artistiche e alla sperimentazione sociale, configurandosi come luogo di connessione tra patrimonio storico e pratiche contemporanee. Il riuso adattivo di grandi complessi monumentali, se correttamente progettato, è in grado di generare effetti moltiplicatori sull’economia urbana, attivando filiere creative e rafforzando l’attrattività territoriale.

Parallelamente, il patrimonio diffuso del centro storico, composto da edifici religiosi, palazzi civili, spazi pubblici, tracciati viari storici e ambiti residuali, può essere attivato secondo il paradigma della città a rete. In questo modello, ogni elemento del tessuto urbano diventa nodo di un sistema policentrico, capace di ospitare funzioni differenziate e complementari. Chiese, piazze e palazzi non sono soltanto beni da tutelare, ma risorse urbane da interpretare e riattivare attraverso usi compatibili, temporanei o permanenti, in grado di rispondere alle esigenze contemporanee senza comprometterne il valore storico.

In tale contesto, la conoscenza aggiornata del patrimonio assume un ruolo centrale. Le attività di studio, classificazione e catalogazione non rappresentano un mero adempimento tecnico, ma costituiscono la base operativa per una pianificazione consapevole. La catalogazione rende il patrimonio leggibile, programmabile e comunicabile, consentendo di individuare potenzialità, criticità e priorità di intervento. Essa diventa quindi uno strumento strategico per orientare politiche di valorizzazione che sappiano coniugare tutela, innovazione e sostenibilità economica.

I modelli di sviluppo più efficaci mostrano come i centri storici economicamente resilienti siano quelli capaci di generare ecosistemi ibridi, nei quali attività tradizionali, artigianato evoluto, professioni culturali e tecnologie digitali convivono e si rafforzano reciprocamente. In questo scenario, Crotone può promuovere l’integrazione tra memoria storica e innovazione digitale, trasformando archivi, mappe storiche, narrazioni urbane e ricerche scientifiche in contenuti multimediali, applicazioni culturali, percorsi interattivi e prodotti editoriali e audiovisivi. Tali strumenti ampliano la fruizione del patrimonio e aprono nuove opportunità occupazionali, in particolare per le giovani generazioni, favorendo la nascita di nuove professionalità legate alla cultura, al turismo e alla comunicazione.

La dimensione dinamica del centro storico si rafforza ulteriormente nel rapporto sistemico con il territorio, in particolare con il sito di Capo Colonna. È possibile configurare un modello territoriale integrato in cui il centro storico svolge il ruolo di hub interpretativo, creativo e organizzativo, mentre il sito archeologico e il paesaggio costiero rappresentano l’esperienza simbolica, ambientale e identitaria. In questo assetto, la città diventa il luogo della narrazione, della produzione culturale e dell’innovazione, capace di generare servizi, contenuti e prodotti che alimentano l’intera filiera culturale e turistica del territorio.

Un ulteriore elemento strategico riguarda la capacità del centro storico di attrarre comunità temporanee, quali studenti, ricercatori, artisti e professionisti della cultura. Queste presenze contribuiscono a rinnovare il tessuto sociale ed economico, stimolando la nascita di micro-imprese, iniziative culturali, eventi e reti collaborative. Il centro storico può così configurarsi come laboratorio urbano permanente, in cui la sperimentazione non sostituisce la tradizione, ma la rinnova e la rende funzionale alle esigenze del presente.

In questo quadro, assume un ruolo centrale una strategia di comunicazione culturale strutturata e coerente, fondata su contenuti scientificamente solidi e su linguaggi contemporanei. Rendere visibile e comprensibile il processo di trasformazione del centro storico significa rafforzare il posizionamento di Crotone come città della cultura e dell’innovazione mediterranea, capace di attrarre interesse, competenze e investimenti. La comunicazione diventa così parte integrante del progetto di sviluppo urbano, contribuendo alla costruzione di un’immagine condivisa e riconoscibile.

In conclusione, il centro storico di Crotone può configurarsi come motore dinamico di sviluppo urbano sostenibile proprio perché luogo di sintesi tra memoria e innovazione. La sua storia, lungi dall’essere un limite, rappresenta una risorsa attiva che, se interpretata con strumenti contemporanei e tradotta in progettualità coerenti e di lungo periodo, può generare crescita economica, coesione sociale e una rinnovata centralità della città nel contesto mediterraneo.  (rpe)

Con il welfare generativo il turismo diventa sviluppo comunitario

di FRANCESCO RAO – C’è un dato che, più di altri, merita attenzione: la crescita dei flussi turistici in Calabria non è più un evento episodico, ma un segnale strutturale. L’aumento delle presenze e l’espansione della componente estera indicano che la regione sta entrando in una fase nuova, nella quale l’accessibilità e la reputazione territoriale iniziano a generare opportunità reali. La questione decisiva, però, è un’altra: questa crescita produrrà sviluppo diffuso o alimenterà, come spesso accade, un’economia a bassa ricaduta locale? In Calabria il turismo non può essere letto solo come “settore”, ma come possibile leva di politica territoriale: un vettore capace di incidere sulle aree interne, sulla tenuta demografica, sulla qualità del lavoro, sulla rigenerazione delle comunità.

È precisamente in questa intersezione che il paradigma del welfare generativo diventa rilevante: non come capitolo “sociale” separato dall’economia, ma come architettura integrata di formazione, co-progettazione e governance, finalizzata a trasformare domanda turistica in valore territoriale durevole. Il welfare generativo nasce dal superamento del modello compensativo, che interviene ex post, riparando le fratture sociali senza modificare le condizioni che le producono. La prospettiva generativa, invece, agisce sull’attivazione delle risorse presenti nei territori, promuove capacità, consolida legami comunitari, costruisce competenze. In altre parole: non redistribuisce soltanto, ma abilita. Applicata al turismo, questa impostazione comporta un cambio di paradigma: la crescita delle presenze diventa rilevante nella misura in cui produce “catene di valore” locali, lavoro dignitoso, capitale umano, qualità dei servizi, coesione sociale. Il turismo, così, non è un fatto meramente economico; è un processo sociale che può rafforzare o indebolire i territori.

La Calabria presenta un tratto distintivo: una diffusione capillare di B&B e case vacanze, spesso radicati nei piccoli comuni e nelle aree interne. È un elemento che, se governato, può diventare una straordinaria infrastruttura di sviluppo: perché porta flussi dove l’economia tradizionale arretra; perché crea domanda di servizi e micro-occupazione; perché incentiva filiere locali (artigianato, agroalimentare, guide, esperienze culturali); perché può stabilizzare presìdi sociali nei territori fragili. Il rischio, tuttavia, è che questa rete resti frammentata: un mosaico di iniziative non comunicanti, esposte alla competizione al ribasso e alla vulnerabilità organizzativa. La risposta non è burocratizzare, ma mettere a sistema. E qui il welfare generativo indica una strada: costruire un modello di ospitalità diffusa capace di unire standard qualitativi, servizi di prossimità, competenze condivise e narrazione territoriale.

Ogni sistema di ospitalità diffusa ha un prerequisito: la qualità dell’accoglienza. E la qualità, in un territorio complesso, non si improvvisa. La formazione, allora, non può essere intesa come adempimento o come offerta sporadica; deve diventare dispositivo di co-progettazione. Formare significa costruire linguaggio comune, procedure condivise, capacità di cooperazione tra soggetti diversi: operatori turistici, cittadini, associazioni, enti locali. Un percorso formativo realmente abilitante dovrebbe integrare almeno cinque dimensioni: accoglienza e relazione (customer care, gestione criticità); competenze digitali (prenotazioni, reputazione, dati); lingue e mediazione culturale; sicurezza e sostenibilità; narrazione del territorio e turismo esperienziale. In questo quadro, la formazione diventa governance: produce competenza diffusa, riduce l’improvvisazione, stabilizza standard, genera fiducia tra attori.

Il modello che emerge è pragmatico e, al tempo stesso, culturalmente denso. Non si tratta di creare un “marchio” generico, ma di costruire un patto territoriale dell’accoglienza: standard minimi condivisi, un codice valoriale esplicito e strumenti operativi semplici. Una rete di ospitalità diffusa richiede, per esempio, una centrale servizi di prossimità (anche leggera) che supporti gli operatori: welcome kit, info-point diffusi, cataloghi di esperienze, raccordo con trasporti locali, assistenza digitale, gestione integrata delle attività. Il valore aggiunto, però, non è solo organizzativo. In Calabria l’ospitalità è un tratto culturale: un capitale simbolico e relazionale.

La sfida è trasformarlo in “bene comune organizzato”, capace di produrre reputazione, permanenza più lunga, ritorno dei visitatori, e soprattutto spesa territoriale che alimenti filiere locali. Il welfare generativo, per definizione, connette sviluppo e inclusione. In un ecosistema turistico ciò può tradursi in percorsi di inserimento lavorativo per persone con bassa scolarizzazione o in fragilità occupazionale, attraverso formazione e tutoraggio, dentro i servizi turistici e para-turistici: accoglienza, manutenzione, supporto logistico, mobilità di prossimità, accompagnamento esperienziale. Non è assistenzialismo; è politica attiva costruita su domanda reale, in un settore che, se qualificato, può assorbire lavoro e produrre professionalità. La condizione, però, è evitare che il turismo diventi generatore di lavoro povero e irregolare. Per questo la qualità dell’offerta deve andare insieme alla qualità del lavoro: standard, formazione, contrattualizzazione, percorsi di crescita. Senza tale equilibrio, la crescita dei flussi non produce sviluppo: produce precarietà. Nessun modello di ospitalità diffusa può reggere senza governance territoriale.

La proposta, coerente con l’impianto generativo, è individuare la cabina di regia tra Comuni e Uffici di Piano, in collaborazione strutturata con il Terzo Settore. Non per sovrapporre funzioni, ma per integrare risorse e competenze: i Comuni come indirizzo e raccordo con pianificazione e servizi; gli Uffici di Piano come luogo di integrazione tra programmazione sociale, reti locali e strumenti di attuazione; il Terzo Settore come infrastruttura di prossimità, capace di tutoraggio, accompagnamento, animazione comunitaria e co-progettazione. Questa architettura è decisiva perché impedisce due derive: la prima è l’estemporaneità (progetti spot senza continuità); la seconda è la privatizzazione totale del vantaggio (crescita concentrata, rendite, esclusioni). Il turismo, se governato, può invece diventare una politica territoriale di riequilibrio e la generatività deve essere misurabile, altrimenti resta retorica. Alcuni indicatori, semplici ma robusti, possono guidare la valutazione: qualità dell’accoglienza (reputazione media di rete, standard rispettati, reclami risolti); impatto economico locale (spesa per esperienze e prodotti territoriali, numero di fornitori locali); lavoro (persone formate, inserimenti, stabilizzazioni stagionali, riduzione dell’informalità); coesione (numero di soggetti in rete, densità delle partnership, adesione a patti territoriali); territorializzazione (destagionalizzazione, permanenza media, distribuzione dei flussi nei borghi). Misurare non significa ridurre la complessità a numeri: significa rendere governabile la complessità con strumenti verificabili.

La Calabria ha oggi un’opportunità concreta: trasformare la crescita turistica in sviluppo comunitario. Per farlo serve una scelta politica e culturale: smettere di considerare il turismo come “evento” e iniziare a trattarlo come “sistema”; smettere di inseguire soltanto l’aumento delle presenze e iniziare a costruire catene di valore territoriali; smettere di pensare al welfare come costo e riconoscerlo come infrastruttura immateriale dello sviluppo.

Il welfare generativo, applicato al turismo, non è una teoria astratta: è un metodo di governo del territorio. Formazione come co-progettazione, ospitalità diffusa come rete organizzata, cabina di regia tra Comuni e Uffici di Piano in alleanza con il Terzo Settore, inclusione lavorativa come criterio di qualità: questa è la traiettoria possibile. In Calabria, l’ospitalità non è soltanto un tratto identitario. Può diventare un progetto di sviluppo. E quando un’identità si traduce in capacità organizzativa, allora la crescita non è più congiuntura: diventa struttura. (fr)

(Sociologo e docente a contratto – Università “Tor Vergata” – Roma)

SVILUPPO SOSTENIBILE, CALABRIA ANCORA
LONTANA DAGLI OBIETTIVI DI AGENDA 2030

di MARIASSUNTA VENEZIANO – Dalla lotta alla povertà e alla fame all’istruzione di qualità, dalla parità di genere alla lotta al cambiamento climatico e al degrado delle risorse naturali. Sono questi gli ambiti in cui si combattono le grandi sfide globali tracciate nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Un impegno preso ormai dieci anni fa dai Paesi dell’Onu teso al raggiungimento dei “Sustainable Development Goals” (SDGs), gli obiettivi da realizzare entro i prossimi cinque anni.

L’Istat fotografa lo stato dell’arte attraverso il Rapporto SDGs 2025, giunto all’ottava edizione. «Un’analisi dei progressi dell’Italia e dei suoi territori – spiega il presidente dell’Istituto Francesco Maria Chielli – attraverso 320 misure statistiche connesse a 148 indicatori» tra quelli proposti dall’Inter Agency Expert Group on SDGs delle Nazioni Unite per il monitoraggio a livello globale degli avanzamenti dell’Agenda 2030.

Un lavoro che mira, attraverso i numeri, a orientare le politiche per il raggiungimento dei Goal. Goal che, allo stato attuale, non appaiono ancora a portata di mano, come si sottolinea nel Rapporto: «A distanza di dieci anni dal varo dell’Agenda 2030 e di cinque dalla scadenza temporale individuata per la sua realizzazione, i progressi verso gli SDGs, pur rilevanti in molti casi, non risultano nel complesso dei paesi avanzati e in via di sviluppo all’altezza delle aspettative».

A pesare, nell’ultimo decennio, la crisi pandemica, le tensioni geopolitiche, la spirale inflazionistica innescata dall’incremento dei prezzi dei prodotti energetici che hanno sottratto risorse rilevanti alla promozione dello sviluppo sostenibile.

Essenziali, ai fini del monitoraggio nazionale, i dati provenienti dalle singole regioni, da cui emerge una polarizzazione tra Centro-Nord e Mezzogiorno: nel Nord il 51,2% delle misure analizzate mostra valori migliori della media nazionale (48,4% per la ripartizione centrale), al Sud il 52,2% risulta invece peggiore.

«I Goal che contribuiscono maggiormente all’andamento più sfavorevole delle regioni del Mezzogiorno – si spiega nel Rapporto – sono l’8 (Lavoro e crescita economica), il 10 (Ridurre le disuguaglianze), l’1 (Povertà zero) e il 4 (Istruzione), con più del 60% di misure in posizione peggiore rispetto alla media. Nelle regioni del Nord, invece, le più ampie criticità si riscontrano per i Goal 2 (Fame zero), 14 (Vita sott’acqua)16 e 12 (Consumo e produzione responsabili), che registrano andamenti peggiori della media per almeno la metà delle misure».

La Calabria tra fragilità sociali ed economiche

Le regioni più indietro rispetto agli obiettivi sono la Campania e la Sicilia, ma pesanti criticità si segnalano anche in Basilicata e Calabria.

Un bilancio in chiaroscuro quello della nostra regione, tra diverse fragilità ma anche qualche punto di forza.

Più del 40% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale, una percentuale che pone il nostro territorio ai vertici delle diseguaglianze nazionali. Non si parla solo di povertà economica, a preoccupare è anche quella educativa, tra problemi come l’abbandono scolastico precoce e la bassa diffusione di competenze scolastiche tra i più giovani.

Secondo il Rapporto Istat, i Goal più problematici sono l’1 (Povertà), il 4 (Istruzione di qualità) e il 10 (Riduzione delle disuguaglianze). L’intensità di lavoro resta bassa, mentre i livelli di deprivazione materiale – mancanza di beni e servizi essenziali – continuano a colpire una fetta ampia della popolazione.

«Nonostante gli sforzi degli ultimi anni, la Calabria continua a scontare un ritardo strutturale rispetto al resto del Paese», si legge.

Segnali incoraggianti dal patrimonio naturale

Ma non tutto è negativo. Se sul piano sociale la Calabria arranca, sul fronte ambientale offre segnali incoraggianti. Il Rapporto sottolinea le ottime performance della regione rispetto al Goal 15 (Vita sulla Terra), grazie alla presenza di aree naturali protette, alla qualità del paesaggio rurale e alla biodiversità preservata.

Anche il Goal 14 (Vita sott’acqua) mostra dati positivi, in particolare per la qualità delle acque di balneazione. Lungo le coste calabresi, le acque cristalline non sono solo un’attrazione turistica, ma anche un indicatore di salute ambientale.

Le sfide calabresi per lo sviluppo

L’analisi Istat mostra anche qualche segnale positivo sul piano dell’evoluzione temporale. Alcuni indicatori mostrano miglioramenti rispetto agli anni precedenti, anche se la convergenza con il resto d’Italia resta lontana. La Calabria, insomma, non è ferma, ma la sua corsa è lenta e spesso ostacolata da carenze strutturali e investimenti insufficienti.

Il messaggio del rapporto è chiaro: serve una strategia integrata che punti su inclusione sociale, istruzione e sostenibilità ambientale. Investire nelle giovani generazioni, colmare il divario digitale, rafforzare il tessuto produttivo locale sono condizioni imprescindibili per cambiare davvero rotta. Sfruttando quello che rappresenta, al tempo stesso, una risorsa e una sfida: il patrimonio naturale. Saper coniugare tutela dell’ambiente e sviluppo economico potrebbe essere la chiave che apre la porta al futuro.

[Courtesy LaCNews24]

Russo (Cisl): Al lavoro per ripresa e sviluppo sostenibile della Calabria

Lavorare per la ripresa e lo sviluppo sostenibile della Calabria. È questo l’obiettivo del percorso di formazione, per i quadri della Cisl, Calabria sull’utilizzo delle risorse del Pnrr è dedicata alle politiche attive del lavoro e alle politiche sociali e sanitarie.

Tonino Russo, segretario generale di Cisl Calabria, ha spiegato che nell’incontro di domani, venerdì 10 febbraio, «metteremo a fuoco alcune misure del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, fondamentali per la nostra regione. Questi i temi che approfondiremo: sulla Missione 5 C1, “Politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione: riforme ed investimenti, come potrebbe cambiare il mercato del lavoro e delle competenze”; sulla Missione 5 C2, dedicata a servizi sociali, disabilità e marginalità sociale, “Le politiche sociali tra riforme ed investimenti del Pnrr per una nuova stagione di inclusione, di tutele e di accessibilità ai servizi territoriali”; sulla Missione 6 C1, “Potenziamento e assistenza della rete sanitaria: tra riforme ed investimenti per una nuova Sanità nel Paese e in Calabria, tra vincoli ed opportunità”».

«Con il supporto e il coordinamento della Fondazione Cisl “Ezio Tarantelli” – ha concluso – e l’intervento di esperti e dirigenti della Cisl nazionale e regionale, individueremo, negli spazi offerti dai fondi del Pnrr, secondo la logica del Next Generation Eu, le priorità negli interventi per la Calabria. La Cisl è pronta a dare il proprio contributo per avviare processi di coesione sociale e di crescita che mettano al centro dello sviluppo le persone e le comunità in cui esse vivono». (rcz)

Successo per il workshop promosso dall’assessore Catalfamo sullo sviluppo sostenibile

Successo per il workshop tecnico Welfare urbano e città sostenibili, promosso dall’assessore regionale alle Infrastrutture, Domenica Catalfamo, che ha rappresentato un primo momento di confronto sui temi della rigenerazione urbana e territoriale, in raffronto principalmente con i target del Goal 11 dell’Agenda 2030 Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili.

A introdurre è stata la vicepresidente della Regione Veneto, Elisa Berti, che è anche presidente dell’Istituto per l’innovazione e trasparenza degli appalti e la compatibilità ambientale (Itaca), si è soffermata sulle potenzialità di crescita e sviluppo legate alle politiche e pratiche per l’edilizia sostenibile e ha ribadito l’importanza di una sostenibilità fatta di contenuti e azioni concrete, con un coinvolgimento del tessuto produttivo, delle istituzioni e della collettività.

L’assessore Catalfamo ha introdotto i temi legati alla pianificazione territoriale e alle infrastrutture a livello regionale, segnalando i collegamenti tra aree urbane e aree interne, in una visione integrata di pianificazione, gli obiettivi di decarbonizzazione e l’importanza della sicurezza stradale.

I lavori sono stati coordinati dal dirigente regionale del settore infrastrutture di trasporto e presidente del Comitato promotore del protocollo Itaca, Giuseppe Iiritano, e dal direttore generale del dipartimento Urbanistica, Domenicantonio Schiava.

Sono intervenuti il referente tecnico del protocollo Itaca per l’edilizia sostenibile, Massimiliano Bagagli, il rappresentante della direzione Urbanistica e Politiche abitative della Regione Toscana e referente del protocollo Itaca a scala urbana, Paolo Lucattini, il presidente regionale dell’Istituto nazionale di urbanistica Domenico Passarelli, e il funzionario della Soprintendenza archeologica Belle arti e paesaggio per la provincia di Cosenza, Cristina Sciarrone.

«Le politiche di sostenibilità a livello urbano in Calabria – è scritto in una nota dell’assessorato – passano sia dalla mobilità sostenibile, su cui si sta concentrando il Piano regionale per i Trasporti, sia dalla diffusione e applicazione del protocollo Itaca per l’edilizia sostenibile».

«La sostenibilità – prosegue la nota – può essere raggiunta anche attraverso il protocollo Itaca a livello di scala urbana, che è stato da poco approvato e che individua 16 criteri di sostenibilità a supporto della pianificazione urbanistica. I criteri vertono su temi ambientali (biodiversità urbana, adattamento ai cambiamenti climatici) ma anche su temi sociali (housing sociale) e sull’innovazione (acquisizione e gestione di dati, verso un modello di smart city)».

«L’Osservatorio sul paesaggio che la Regione Calabria vuole istituire – conclude la nota – può avere un ruolo molto forte nel ripensare le politiche territoriali e urbanistiche, nell’ottica della cura del patrimonio e del recupero dei beni non utilizzati. È emersa infine l’esigenza di un rafforzamento della governance con un ruolo della Regione che individua le direttrici di sostenibilità ma che affianca anche gli enti locali nella attuazione dei vari strumenti urbanistici. Tutte le indicazioni emerse dal workshop saranno utilizzate per la elaborazione della Strategia regionale per lo sviluppo sostenibile con il coordinamento tecnico e istituzionale del dipartimento regionale per la Tutela dell’Ambiente e con il supporto di Formez Pa». (rcz)

SILA, SVILUPPO SOSTENIBILE E DUREVOLE
TURISMO/AGRICOLTURA L’IDEA VINCENTE

Il binomio vincente è turismo e agricoltura, soprattutto se inquadrato in un’ottica di sviluppo sostenibile. Il primo territorio su cui è possibile sperimentare quest’obiettivo è l’Altopiano della Sila. È quanto emerso dal seminario online promosso dal Parco Nazionale della Sila e Coldiretti Calabria, sulla Sila, il cui sviluppo territoriale è stato preso come tema centrale del dibattito sulla politica green. Sono molti i progetti di tutela ambientale unita alla crescita sostenibile che la Regione potrebbe avviare e il modello silano può, decisamente, costituire un modello cui ispirarsi per un piano che può portare solo benessere al territorio e alla sua popolazione.
L’incontro, online, si è rivelato un dialogo vivace, a più voci (presenti numerosi operatori del settore agricolo e turistico ma anche componenti dell’ associazionistico), sul tema dello sviluppo sostenibile all’interno del territorio silano. Oltretutto, l’aver fissato l’appuntamento nei giorni dedicati alla celebrazione del pianeta Terra (Earth Day 2021), ha assunto un significato ancor più importante. Idee e proposte per avviare progetti e una pianificazione del territorio che non può appunto prescindere dall’utilizzo delle campagne per finalità di turismo sostenibile.

Oltre tremila, gli utenti raggiunti dall’evento online, aperto, da Francesco Curcio, Presidente  del Parco Nazionale della Sila: «Il futuro della nostra Sila – ha detto – deve basarsi sul rispetto dei principi di sostenibilità ambientale, su un turismo lento e che punti l’attenzione su tutte quelle attività in grado a loro volta di valorizzare i prodotti locali dell’altopiano. Ben vengano, pertanto, incontri di questo tipo, tesi alla programmazione di obiettivi e azioni comuni».

Sulla stessa scia, la responsabile marketing e turismo del Parco Barbara Carelli: «Occorre ricordare che quello della Sila è il Parco che per secondo in Italia, nel 2011, ha ottenuto il riconoscimento CETS (Carta Europea del Turismo Sostenibile), e che quindi, ha messo gli operatori del territorio nelle condizioni di realizzare attività e progetti improntati alla sostenibilità ambientale. Il Parco, come sempre, li affiancherà sinergicamente e sarà a disposizione anche di quei giovani che grazie alle potenzialità della propria terra si impegneranno nei cosiddetti green jobs e salvaguarderanno la loro Sila».

Fondamentali anche le parole del Presidente di Coldiretti Calabria Franco Aceto, intervenuto al webinar che, come si diceva, porta la firma dell’Organizzazione Agricola. «Al contrario di quanto avvenuto in passato, attualmente si parla sempre più spesso di sostenibilità intesa dal punto di vista economico, ambientale e sociale, azioni che Coldiretti ha sempre posto in essere – ha dichiarato Aceto –. Un sistema è sostenibile quando, la generazione presente soddisfa i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri. Oggi continueremo a rendere protagonisti del territorio gli operatori agricoli, anche grazie il protocollo d’intesa sottoscritto con Destinazione Sila e con la rete da costruire insieme al Parco Nazionale: il nostro comune obiettivo è promuovere le produzioni locali, ma per far ciò, affinché si possa effettivamente parlare di tale valorizzazione all’interno di progetti turistici sostenibili e dal minor impatto ambientale, c’è bisogno dell’intervento della politica, che dovrà aiutarci a concretizzare le nostre idee e il nostro operato».

Dello stesso tenore inoltre l’intervento del Presidente di Destinazione Sila Daniele Donnici, che ha parlato di «strategie condivise da concordare con i protagonisti del territorio al fine, sempre dal punto di vista agro-turistico, di sposare soluzioni innovative e persuasive di mercato».

Da  registrarsi, il significativo intervento dell’Assessore Regionale alle Politiche Agricole e allo Sviluppo Agroalimentare Gianluca Gallo: «Incontri come questo aiutano l’intera comunità a diventare consapevoli delle potenzialità che caratterizzano la terra in cui si vive. La Sila, con la sua straordinaria biodiversità, è un luogo incontaminato e devono comprenderlo soprattutto i giovani, i quali possono contribuire a rilanciarne l’immagine. Per farlo, per potenziare il territorio, occorre puntare su un’enogastronomia di qualità, su un turismo che sia appunto lento, sull’innovazione, sulla promozione, sulla cooperazione e sulla formazione degli operatori. Due sono le grandi sfide su cui impegnarsi: la tracciabilità dei prodotti, perché è la sicurezza alimentare che permette di fare la differenza tra un prodotto e l’altro; e ancora l’aumento dei ricavi per i nostri produttori, spesso strozzati dalla grande distribuzione e da una cooperazione che deve essere più incisiva».

Si sono poi alternati i contributi del presidente Gal Sila Antonio Candalise, che ha sottolineato «come il rispetto del turismo sostenibile debba sempre condizionare programmazioni, protocolli d’intesa e partenariati pubblici-privati» e di Adriana Tamburi, Presidente Regionale dell’Associazione Agrituristica TerraNostra, la quale ha ben sintetizzato gli obiettivi del webinar affermando che «agricoltura è turismo, e alla base delle nostre azioni deve esserci sempre l’amore per la Calabria».

Presenti l’operatore turistico e vicepresidente di Destinazione Sila William Lo Celso; l’imprenditore agricolo e vicepresidente di Coldiretti Cosenza Vincenzo Abbruzzese; l’operatore turistico di Villaggio Mancuso Alberto Scalzo. (rrm)